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Picchiati, accusati di terrorismo ed espulsi: l’odissea dei volontari italiani in Palestina
Erano arrivati in Cisgiordania per consegnare a un’associazione palestinese i fondi raccolti in Italia, e ne sono stati cacciati. Manuel Tartarotti, di 35 anni, e il padre Alberto, 67, sono stati arrestati martedì 20 ottobre nel villaggio di Khallat al-Dabaa, a Masafer Yatta, e trattenuti per oltre 24 ore prima di essere espulsi con il divieto di rientrare in Israele per dieci anni. Due giorni dopo, il 22 ottobre, è toccato a un altro gruppo di volontari internazionali che accompagnava i contadini palestinesi nella raccolta delle olive: tra loro cinque italiane, fermate dalle forze israeliane nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, e portate nella stazione di polizia della colonia di Kiryat Arba. L’Ambasciata italiana a Tel Aviv e il Consolato Generale a Gerusalemme hanno chiesto alle autorità israeliane «chiarimenti urgenti sulle circostanze del fermo» ha fatto sapere la Farnesina, mentre la polizia israeliana ha accusato gli attivisti di essersi «nascosti dietro la raccolta delle olive» per entrare in una zona militare chiusa e ne ha annunciato l’espulsione. «Ci hanno bendati e caricati su un furgone militare» ha raccontato Manuel Tartarotti al portale altoatesino Salto.bz, spiegando di essere stato picchiato nel retro del mezzo. Padre e figlio sono stati trasferiti in una base militare a Hebron, interrogati, sottoposti a prelievo di impronte e DNA e tenuti ammanettati fino a sera: «Ero con mio padre in una cella lurida, ma almeno ero con lui» racconta Tartarotti figlio. I due viaggiavano con una carovana di Youth of Sumud, un gruppo di giovani palestinesi che pratica la resistenza nonviolenta, accompagna pastori e contadini nei campi e i bambini a scuola per scoraggiare le aggressioni dei coloni oltre a documentare gli abusi. Secondo Manuel, stavano filmando da lontano alcune demolizioni, seduti su un muretto, dove nessun cartello segnalava divieti. Sui Tartarotti la polizia israeliana sostiene invece che abbiano preso parte a una raccolta di olive «non autorizzata» vicino ad at-Tuwani, si siano rifugiati in una zona di tiro militare all’arrivo degli agenti e si siano «identificati» con al-Haq. Al-Haq è una delle più note organizzazioni palestinesi per i diritti umani, con sede a Ramallah, che documenta le violazioni commesse dall’occupazione. Nel 2021 l’allora ministro della Difesa Benny Gantz ha bollato l’organizzazione come terroristica insieme ad altre cinque ong, accusandole di legami con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ma nel luglio 2022 nove governi europei, tra cui quello italiano, hanno dichiarato di non aver ricevuto da Israele «alcuna informazione sostanziale» che giustificasse un cambio di posizione, mentre nel 2025 a colpire al-Haq sono state le sanzioni di Washington. Gli arresti arrivano nel pieno dell’ennesima stagione di violenze. Nelle prime due settimane di ottobre l’ONU ha registrato almeno 160 attacchi di coloni legati alla raccolta delle olive, molti con la protezione o la partecipazione delle forze israeliane. Nel mirino sono finiti anche un fotoreporter del Washington Post e, il 17 ottobre vicino a Taybeh, diplomatici belgi, francesi e polacchi, aggrediti da coloni mascherati. Per i palestinesi la raccolta delle olive è da anni un atto di resistenza, e la presenza di volontari internazionali, come quelli dell’ISM, serve proprio a proteggerla. Ed è questa presenza che Israele sembra ora voler allontanare. The post Picchiati, accusati di terrorismo ed espulsi: l’odissea dei volontari italiani in Palestina appeared first on L'Indipendente.
October 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Netanyahu ordina il blocco totale della Cisgiordania
Da mesi, in Cisgiordania, sono in atto costanti aggressioni, ferimenti e uccisioni da parte di coloni israeliani a danno dei palestinesi. Il tutto nella totale impunità, sia interna, con esercito, governo e magistratura compiacenti, sia esterna, vista la (mancata) reazione della comunità internazionale. In questo clima, a Yehuda, nei pressi di Hebron, c’è chi avrebbe pensato di rispondere con la stessa moneta, ingaggiando un conflitto a fuoco con alcuni soldati israeliani. È bastato questo al governo israeliano, che tra pochi giorni sarà chiamato alla prova delle urne, per ordinare il blocco totale della Cisgiordania. «Attueremo il modello offensivo che abbiamo applicato nei campi profughi anche all’interno delle città», ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu, aggiungendo «qualche parola per i nostri eroici coloni: resistete in prima linea. Siete un esempio per Israele. Distruggeremo le infrastrutture terroristiche, costruiremo gli insediamenti». Quelli illegali ai sensi del diritto internazionale, che di fatto oggi spezzano la continuità territoriale dello Stato palestinese. Di quanto successo stamattina all’incrocio di Yehuda, nei pressi di Hebron, si sa ancora poco. Le telecamere di videosorveglianza avrebbero immortalato due uomini — palestinesi secondo le ricostruzioni locali — aprire il fuoco su delle automobili, con a bordo soldati israeliani. Due sono morti, mentre altri tre risultano feriti. Nella sparatoria sono rimasti uccisi anche i due palestinesi, identificati come Hamouda al-Ja’ba e Ahmed al-Ja’ba, entrambi ventisettenni residenti a Hebron, città simbolo delle politiche coloniali e di apartheid di Israele.  Questa è la ricostruzione, ancora poco chiara, dei fatti, che si infittisce considerando l’imminente appuntamento elettorale. Martedì prossimo i cittadini israeliani saranno infatti chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento. Non ha perso tempo il governo Netanyahu, che ha immediatamente ordinato il lockdown su Hebron e sull’intera Cisgiordania, riprendendo di fatto l’assedio dell’anno scorso sui campi profughi, tra cui quello di Jenin, dove sono state uccise decine di palestinesi. Non a caso Netanyahu cita quel «modello offensivo», promettendo di applicarlo «anche all’interno delle città». Ci si aspetta dunque una nuova ondata di violenza da parte dell’esercito, chiamato a individuare «le infrastrutture terroristiche» (una formula vaga, con cui Israele ha indicato di tutto in questi anni, persino gli ospedali) e a distruggerle. Al loro posto «costruiremo gli insediamenti», dice Netanyahu, strizzando l’occhio al movimento dei coloni che nelle ultime settimane si è reso protagonista di una violenta escalation nei confronti delle famiglie palestinesi. The post Netanyahu ordina il blocco totale della Cisgiordania appeared first on L'Indipendente.
October 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Cisgiordania: il progetto di eliminazione/3
di B’Tselem (*) Continua da qui. Pulizia etnica e appropriazione territoriale Il modo in cui Israele si appropria del territorio e le crescenti manifestazioni di pulizia etnica in Cisgiordania sono le espressioni più evidenti delle due dimensioni dell’eliminazione coloniale: da un lato, lo smantellamento delle condizioni di esistenza dei palestinesi nel territorio; dall’altro, la creazione di uno spazio israeliano contiguo
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Cisgiordania, coloni senza freni: assaltati diplomatici, Netanyahu li protegge
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania non conosce più limiti, arrivando addirittura a colpire rappresentanti istituzionali europei e giornalisti internazionali. Sabato 17 ottobre, nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah, un gruppo di coloni mascherati ha aggredito una delegazione nella quale erano presenti diplomatici francesi, belgi e polacchi, oltre a rappresentanti cattolici e al sindaco francese Bernard Baudoux. L’episodio è avvenuto durante la raccolta delle olive. Il governo di Benjamin Netanyahu ha messo in dubbio la ricostruzione degli eventi, minimizzando i fatti. Il giorno precedente, una fotoreporter del Washington Post era stata violentemente picchiata, portando l’ambasciatore USA in Israele a parlare di un «atto di terrorismo». Secondo immagini e testimonianze rese pubbliche, una decina di coloni a volto coperto è arrivata a bordo di quad, ha circondato il convoglio, ha chiesto i documenti e ha poi infranto a sassate il finestrino dell’auto del consolato belga. Tra gli aggrediti c’è Bernard Baudoux, settantenne sindaco di Aulnoye-Aymeries, in Francia, ripreso in un video a terra appoggiato a una vettura. «Credo che se i coloni si comportano così ci sia una tolleranza da parte del governo israeliano», ha detto. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato «nei modi più forti» l’aggressione: «Un sindaco francese è stato aggredito e un veicolo belga danneggiato. Il nostro team sta bene. I palestinesi affrontano ogni giorno questa violenza». Prevot ha aggiunto che «l’impunità per i coloni deve finire» e ha chiesto sanzioni contro i responsabili e chi li sostiene. > ISRAELI SETTLERS PUT A FRENCH MAYOR ON THE GROUND > > Bernard Baudoux, mayor of Aulnoye-Aymeries, was visiting Taybeh, a Christian > Palestinian village, for the olive harvest. > > Seven masked settlers on ATVs surrounded the European delegation from France, > Belgium, and Poland. They… pic.twitter.com/rZO03wDRSt > > — The Compass Report (@Compass_Report) October 17, 2026 La risposta israeliana è però ambigua. L’esercito ha condannato «il grave atto di violenza che ha avuto luogo nell’area di Taybeh», ma ha precisato che «la visita del consolato non era stata coordinata con l’Idf» e che il coordinamento servirebbe a prevenire incidenti simili. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar definisce «spiacevole» che la visita «non sia stata coordinata in anticipo» con l’esercito. La polizia annuncia un’indagine per identificare i sospetti, ma non è stata data comunicazione di arresti. Il premier Benjamin Netanyahu, invece, non condanna i coloni: parla di «timori per una campagna coordinata, volta a screditare Israele e i residenti ebrei in Giudea e Samaria proprio durante il periodo della raccolta delle olive». Sostiene che i filmati non chiariscono la dinamica né le responsabilità individuali e invita a respingere accuse non verificate. Nel frattempo, secondo le ricostruzioni, l’allarme è stato dato subito da un attivista, ma per tre ore nessuna unità dell’esercito o della polizia ha raggiunto i diplomatici. L’offensiva non ha risparmiato nemmeno i giornalisti. Il giorno prima, ad Abu Falah, sempre vicino a Ramallah, circa ottanta coloni mascherati e vestiti di nero sono infatti scesi da una collina durante la raccolta delle olive, hanno incendiato ulivi e lanciato pietre, ferendo almeno dieci persone. La fotoreporter americana Heidi Levine è stata aggredita: ha riportato quattro vertebre fratturate, una costola rotta e un dito quasi amputato. «Mi hanno rubato tutta l’attrezzatura», ha raccontato, affermando di essere stata «presa a calci per 10 minuti». L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha definito l’aggressione un «attacco vile e codardo» e ha scritto: «Questo è terrorismo perpetrato da codardi mascherati», chiedendo a Israele di processare e incarcerare i responsabili. Gli episodi si inseriscono in un contesto di crescente violenza contro la popolazione palestinese, soprattutto durante la stagione della raccolta delle olive, quando agricoltori e attivisti si recano nei campi. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono considerati illegali secondo il diritto internazionale dalla maggior parte della comunità internazionale, posizione contestata da Israele. Nelle ultime ore è arrivata la «ferma condanna» del Servizio europeo per l’azione esterna rispetto ai recenti attacchi dei coloni. In realtà, il tenore della nota è molto timido: «Prendiamo atto positivamente delle dichiarazioni di diversi rappresentanti israeliani che hanno condannato gli attacchi, ma ci aspettiamo piena assunzione di responsabilità, nonché misure efficaci per prevenire ulteriori atti di violenza e molestie violente contro i palestinesi, anche durante l’attuale stagione della raccolta delle olive, e contro i giornalisti – si legge nel comunicato -. Esortiamo Israele a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani e a cessare l’espansione degli insediamenti». The post Cisgiordania, coloni senza freni: assaltati diplomatici, Netanyahu li protegge appeared first on L'Indipendente.
October 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Coloni assaltano diplomatici europei. È la normalità della Cisgiordania occupata
Sabato 17 ottobre un convoglio diplomatico dell’Unione Europea è stato fermato e aggredito a nord-est di Ramallah, nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh. Il gruppo era composto da funzionari e consoli di Belgio, Francia e Polonia, ed era accompagnato da esponenti cattolici e attivisti per i diritti umani. La […] L'articolo Coloni assaltano diplomatici europei. È la normalità della Cisgiordania occupata su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
In tutta la Cisgiordania si moltiplicano gli assalti dei coloni israeliani
Per Benjamin Netanyahu sono un manipolo di giovani teppisti e facinorosi, la RAI li definisce invece degli escursionisti, mentre Enrico Mentana usa a fatica il termine in inglese. Quando si parla di coloni israeliani, abbondano gli eufemismi, nel tentativo di edulcorare la realtà dei fatti, che quotidianamente viene aggiornata da assalti e violenze nei confronti del popolo palestinese. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre scorso un centinaio di coloni ha attaccato il villaggio di Jalud, a pochi chilometri da Nablus, incendiando auto e abitazioni. Nelle stesse ore sono state registrate delle aggressioni nei villaggi di Qaryut e al-Mughayyir. Gli attacchi si inseriscono in un crescente quadro di violenza, corredato da impunità e protezione da parte dell’esercito. Il tutto mentre vengono approvati nuovi progetti per l’ampliamento delle colonie in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. Due mesi fa la famiglia Tubasi è stata costretta a lasciare Jalud a causa dei ripetuti attacchi dei coloni, provenienti dal vicino insediamento di Shilo. Quest’ultimo è soltanto una delle centinaia di colonie che sottraggono risorse al territorio dello Stato palestinese, nei confini individuati dalle Nazioni Unite, impedendo di fatto la continuità territoriale tra villaggi e città. La casa della famiglia Tubasi si trova nell’Area C della Cisgiordania, eredità degli accordi provvisori di Oslo. Tel Aviv mantiene qui un controllo amministrativo e militare. Pochi giorni fa la Corte Suprema israeliana aveva ordinato il ritorno della famiglia Tubasi alla propria abitazione, scatenando l’indignazione dei coloni, che nella notte tra il 28 e il 29 settembre hanno deciso di assaltare il villaggio per allontanare nuovamente la famiglia palestinese. L’esercito israeliano, come spesso accade, non ha impedito l’aggressione dei coloni, che a Jalud sono stati liberi di bloccare strade, dare alle fiamme automobili e danneggiare pesantemente il complesso residenziale dei Tubasi. Il premier Benjamin Netanyahu ha descritto il centinaio di aggressori come «un piccolo gruppo di facinorosi che non rappresenta la popolazione dei coloni in Giudea e Samaria (i termini biblici con cui la destra israeliana indica la Cisgiordania, ndr) che invece rispetta la legge, arrecandole un enorme danno d’immagine». Il riferimento è alla legge dello Stato ebraico, che nel permettere l’espansione delle colonie viola il diritto internazionale. L’immagine del «piccolo gruppo di facinorosi» — ripresa durante l’ultimo discorso solitario all’ONU, dove i coloni aggressori sono stati definiti «un manipolo di giovani teppisti» — non regge di fronte alla realtà dei fatti. Nelle stesse ore dell’assalto a Jalud, altri gruppi di coloni seminavano violenza in giro per la Cisgiordania. A Qaryut, a sud di Nablus, hanno fatto irruzione nella casa di un’anziana donna palestinese, picchiandola e ferendola alla testa. Ad al-Mughayyir, a circa 30 chilometri da Ramallah, i coloni hanno attaccato le case degli abitanti palestinesi mentre l’esercito israeliano irrompeva nel villaggio per arrestare un ragazzo. Non si tratta di casi isolati, ma di scene quotidiane, intensificatesi notevolmente dal 7 ottobre 2023. Quest’anno hanno visto un’ulteriore accelerazione, soprattutto in estate. A fine luglio si è consumata una delle aggressioni più sanguinose: decine di coloni armati hanno assaltato il villaggio di Tell. Ne è nata una sparatoria, durante la quale sono morti quattro civili palestinesi, un colono e un soldato israeliano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato, da gennaio ad agosto, più di 1.600 attacchi condotti dai coloni in 275 comunità palestinesi. Praticamente 6,7 al giorno, contro i cinque giornalieri dell’anno scorso. Si tratta del dato più alto mai registrato dall’OCHA, che ha iniziato il suo monitoraggio nel 2005. Soltanto ad agosto sono state realizzate circa 270 aggressioni che hanno provocato vittime o danni materiali, mentre da gennaio a luglio la media è stata di 190 attacchi mensili. Le violenze dei coloni procedono di pari passo con l’espansione degli insediamenti illegali — su cui il governo Netanyahu ha basato buona parte del consenso nazionale. A fine 2025, in appena tre anni di mandato, erano state approvate 69 colonie, tra nuovi progetti e “legalizzazione” di avamposti già esistenti. L’ultimo censimento dell’ONU, aggiornato al 2023, registra 279 colonie israeliane in Cisgiordania, per un totale di 700.000 occupanti. Le condanne delle istituzioni internazionali si sprecano, ma manca l’implementazione a livello statale. Di fronte a tale disegno coloniale, e alla perpetrazione di un genocidio nella Striscia di Gaza, l’Unione europea non è stata in grado di adottare alcun regime sanzionatorio nei confronti di Israele, come invece fatto per la Russia a seguito dell’aggressione all’Ucraina. Bruxelles si è limitata a misure di facciata contro alcuni “coloni violenti”, dando il via a una sorta di scaricabarile istituzionale coi Paesi membri. Alcuni si sono mossi autonomamente, come nel caso dello stop — per ora solo annunciato — al commercio dei prodotti provenienti dalle colonie. L’Italia, nonostante l’ampio movimento popolare, ha deciso di non unirsi, optando per l’ostruzionismo a livello europeo con l’obiettivo di preservare le relazioni con l’alleato israeliano. The post In tutta la Cisgiordania si moltiplicano gli assalti dei coloni israeliani appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 2, 2026
L'INDIPENDENTE
Frutti fuori stagione
Le speranze sono frutti fuori stagione e i cieli si aprono con litri e litri di acqua, che cadono e allagano le case cemento e le famiglie, messe a regime, nuotano nei soccorsi e si adeguano ai cambiamenti climatici e alle guerre s-concertate dai ricchi signori papponi che curano sempre i loro affari di famiglia. Le speranze sono frutti fuori stagione che crescono rigogliosi nelle nazioni autoritarie e alcuni ebrei, felici e contenti di abitare le loro terre, sor-prendono le altre terre dei Palestinesi, benedette dal capo sionista che sferra colpi all’impazzata e non distingue più la morte naturale dal genocidio con tanti raggi d’azione ri-tenuti all’oscuro. Le speranze sono frutti fuori stagione e ci sono i grandi fratelli di sangue puro che trascinano le guerre con biglietti di sola andata di-pendenti dalle labbra di un presidente ringhioso, amico-protettore, attestato nella sua cattiva fede, e il papa Leone sogna e prega giorno e notte la madonna… a-morosa madre di Dio. Le speranze sono frutti fuori stagione e la verità per Regeni rimane… sequestrata, affiorata e ri-affondata nella mezza-notte della giustizia egiziana, mal-andata alla rovina dai suoi segreti di Stato e da un ministro italiano esterofilo che si trastulla e la sua discarica mentale orina parole su parole. Pino Dicevi
September 30, 2026
Pressenza
Cisgiordania: il progetto di eliminazione/1
IL PROGETTO DI ELIMINAZIONE Lo smantellamento sistematico della vita collettiva palestinese in Cisgiordania da parte di Israele di B’Tselem (*) Quella che segue è la traduzione in due puntate dell’executive summary del Rapporto di 249 pagine “The elimination project.  Israel’s Systematic Dismantling of Palestinian Collective Life in the West Bank”. Il rapporto completo, appena pubblicato da B’Tselem (il Centro d’informazione
September 29, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti ed altri. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ Genocidio a Gaza 26 settembre Un palestinese è stato ucciso e altri sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano che ha preso
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Il legame di Castelnuovo Don Bosco con Sebastia in Cisgiordania
Lo storico Ilan Pappé definisce Gaza e la Cisgiordania “le due più grandi prigioni del mondo”. La prima, la Striscia di Gaza, dopo il 7 ottobre 2023 è stata praticamente rasa al suolo. Secondo il progetto Tech for Palestine dopo 1075 giorni da quel drammatico giorno di ottobre nella Striscia di Gaza si sono registrate 74.712 persone uccise, di queste una su 4 è un minore. Nove edifici su dieci sono stati distrutti, il risultato sono circa 61 milioni di tonnellate di macerie che richiederanno anni per essere smaltite. L’inquinamento prodotto è inimmaginabile e sotto quelle macerie potrebbero essere ritrovati ulteriori morti. In Cisgiordania invece, la seconda delle due prigioni, cosa sta avvenendo? Le notizie che arrivano sulla stampa tradizionale sottolineano spesso un aumento delle violenze perpetrate dai coloni ai danni della popolazione palestinese nella zona. Un aumento di violenza riconosciuto anche dall’Onu che nell’ Humanitarian Situation Report del 31 luglio 2026 scrive: “Questi incidenti si sono verificati in un contesto di crescente violenza legata ai coloni che colpisce le comunità palestinesi in tutto il West Bank”. Ma cosa vuol dire tutto questo nel concreto? Cosa sta accadendo? Abbiamo chiesto a Peter Greenwood dell’associazione Castelnuovo per la Palestina, di aiutarci a capire meglio la situazione. Tramite Peter è stato possibile ascoltare il racconto diretto di Abu Yasser ex sindaco di Sebastia, un piccolo comune situato sulla collina di Nablus, nella zona C. Cosa significa zona C? Tutta la Cisgiordania è suddivisa in zone di controllo, A, B e C. La A completamente palestinese, la C israeliana e la B con amministrazione congiunta. Sebastia vive preminentemente di agricoltura, in particolare olivicoltura, ma qui si trova anche un’area archeologica di grandissima importanza tanto da essere stata recentemente riconosciuta dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. La stessa area è stata però inserita anche nella lista del Patrimonio Mondiale in pericolo, e il motivo non è difficile da immaginare. Sono tante le similitudini che Peter sottolinea tra Sebastia e Castelnuovo Don Bosco: sono entrambi piccoli comuni, hanno entrambi una vocazione agricola e una sentita storia religiosa. A Sebastia infatti ha trovato sepoltura San Giovanni, mentre Castelnuovo è il paese natale di Don Bosco ma anche di Domenico Savio, Giuseppe Allamano e Giuseppe Cafasso. Però, come giustamente sottolinea Peter: “Tantissime similitudini superficiali… però la vita quotidiana per i cittadini di Sebastia non potrebbe essere più diversa…“ Castelnuovo per la Palestina collabora con Hafsa, un’associazione del Regno Unito che opera da più di un decennio per sostenere amicizia, aiuto e sostegno alla popolazione di Sebastia. Insieme organizzano mensilmente un collegamento diretto con Abu Yaser, l’ex sindaco di Sebastia, che racconta quanto lui e i suoi concittadini stanno vivendo e, soprattutto, di cosa hanno bisogno. Da qui si attiva una fattiva rete di solidarietà che possa rispondere, in parte almeno, a questi bisogni. Agli inizi del mese, ad esempio sono stati inviati fondi destinati all’acquisto del materiale scolastico – la scuola è stata riaperta il 6 settembre – in precedenza invece contribuirono alle spese per semi e piantine, rese di difficile reperibilità a causa dell’aumento delle aggressioni dei coloni. Quelle riportate sono testimonianze dirette di Abu Yaser riferite al mese di settembre: “Cari amici, volevo solo farvi sapere cosa succede qui stasera. Le forze israeliane stanno attualmente facendo irruzione a Sebastia, andando di casa in casa ed effettuando arresti. Il numero delle persone detenute è ancora in aumento e il raid non è ancora terminato.” “È una notte molto tesa e spaventosa per noi. Per ora sono al sicuro, ma è difficile vedere che ciò accada di nuovo nel nostro villaggio. Volevo solo condividerlo con voi e farvi sapere cosa stiamo passando”. “Le forze israeliane sono ancora nel villaggio. Hanno arrestato più di 50 persone e le stanno interrogando. Alcuni sono stati rilasciati, ma molti sono ancora detenuti. La situazione è in corso e rimane molto tesa” “Oggi le forze di occupazione israeliane sono entrate nel villaggio e hanno raggiunto il centro cittadino. Hanno alzato le armi contro le auto che cercavano di passare e hanno trattenuto alcuni uomini per un certo periodo di tempo. Non sono riuscito nemmeno a raggiungere il centro del villaggio, anche se dista solo circa cinque minuti a piedi da casa mia. Tutto si è fermato per circa due ore. Poi i soldati si sono ritirati e la vita è tornata gradualmente alla normalità.” “Come ho già detto, a causa della situazione attuale, le scuole normalmente funzionano solo tre giorni alla settimana. Oggi avrebbe dovuto essere uno dei giorni senza scuola, ma a Sabastiya, Burqa e Bazariya le scuole hanno deciso di tenere invece le lezioni oggi, perché ci sono state segnalazioni di coloni che si sarebbero radunati e avrebbero pianificato marce nella zona domani.” E comunque: “Nonostante fosse giorno di scuola, questa mattina le forze di occupazione israeliane sono entrate a Sabastiya. “C’era una giornata medica alla clinica di Sabastiya e molte delle persone presenti erano anziane. I soldati hanno raggiunto il centro del villaggio, e per qualche tempo hanno impedito il passaggio di persone e veicoli. Nello stesso momento, Samah e il suo team di lavoro si stavano recando a scuola. I soldati hanno alzato le armi verso di lei e le hanno ordinato di tornare indietro e di non continuare. Per noi queste cose sono diventate parte della vita quotidiana. Una visita alla clinica, andare al lavoro o semplicemente attraversare il villaggio in auto possono essere interrotti all’improvviso.” “Una giornata normale inizia come tutte le altre — ci svegliamo e ci prepariamo per andare al lavoro. Ma prima di uscire di casa, dobbiamo verificare se i posti di blocco e i cancelli sono aperti e se è sicuro passare. A volte il posto che devo raggiungere è a soli cinque o dieci minuti da casa mia, ma prima devo comunque verificare la situazione” La quotidianità descritta da Abu Yaser è una lenta tortura da parte di un potere che pretende la completa discrezionalità, piomba sulle teste della popolazione con una violenza capricciosa – a volte sono i coloni che aggrediscono, umiliano, incendiano, a volte sono i militari stessi che possono anche arrestare e trattenere chi decidono di arrestare e trattenere. Con le parole di Abu Yasser: “Lavoriamo, andiamo nella nostra terra, ci prendiamo cura delle nostre famiglie, incontriamo amici e vicini e cerchiamo di goderci le cose semplici della vita. Ma i nostri piani possono cambiare in qualsiasi momento a causa di un posto di blocco, di una strada chiusa, di un raid militare o della presenza di soldati o coloni. C’è sempre incertezza sulla possibilità di muoverci liberamente e su cosa potrebbe portare il domani.” Questa situazione parte da lontano, come scrive Pappé nel libro gia citato: “Furono costruiti centinaia di posti di blocco tra le aree A, B, C tra il nord e il sud della Striscia tra i territori Occupati e Israele… Le forze israeliane non avevano remore a violare i diritti fondamentali dei palestinesi e ad abusare dei diritti civili senza alcun motivo… Una vita normale era impossibile, tutto dipendeva dai capricci dei soldati di turno quel giorno al posto di blocco.” Parte da lontano quindi ma Abu Yaser conferma che questa violenza è recentemente aumentata, rendendo tutto più fragile e instabile. Ma come si affronta la durezza di questa situazione? Dove si trova la forza per farlo? Probabilmente una delle parole chiave per comprenderlo, o almeno provarci, è la parola Sumud. Il termine è entrato recentemente nel nostro linguaggio, anche grazie all’attivismo della Global Sumud Flotilla, ma cosa significa con precisione? Chi meglio di Abu Yaser può aiutarci a capire il senso di questa parola? Questa è la sua spiegazione: “Per me sumud significa restare sulla mia terra e a casa mia nonostante le difficoltà, l’oppressione e le difficili circostanze finanziarie che affrontiamo. Anche quando altrove potrebbero esserci opportunità migliori, scegliamo di restare. Questa è la nostra casa, la nostra terra e la nostra storia. Sumud significa continuare a vivere e mantenere la propria terra e la propria comunità nonostante la paura e l’incertezza. A volte, semplicemente continuare con la propria vita è di per sé un atto di sumud. Restiamo perché ci rifiutiamo di andarcene e ci rifiutiamo di lasciare che l’occupazione decida il nostro futuro per noi“. L’ulivo, uno dei simboli di questa terra e di questa resistenza è, suo malgrado, testimone silenzioso di quanto avviene qui da anni, di questo “movimento coloniale insediativo” messo in pratica da anni e che continua incessantemente. Non per nulla molti degli attacchi dei coloni avvengono ai danni di questi meravigliosi alberi, e non per nulla l’attività principale del paese è la coltivazione degli ulivi e momento cardine ne è la raccolta, che al momento non è ancora iniziata. “Di solito iniziamo intorno a ottobre, anche se il momento esatto dipende dal tempo e da come sono maturate le olive. La raccolta solitamente continua per tutto ottobre e novembre. Per noi la raccolta delle olive è molto più di un semplice lavoro agricolo. È un momento speciale in cui le famiglie si riuniscono, trascorrono lunghe giornate sulla loro terra e condividono il lavoro con parenti e vicini. È una parte importante della vita e del nostro legame con la terra.” Per sostenere l’attività dell’associazione è possibile visitare la pagina instagram oppure partecipare alla presentazione che terranno il 4 ottobre ad Asti durante la festa dei popoli. Alcuni video di Abu Yaser che documentano quanto sta avvenendo sono disponibili qui: Sara Panarella
September 22, 2026
Pressenza