Che cosa conta come sicurezza? La politica estera di Takaichi vista attraverso media e analisi pacifisti e alternativi

Pressenza - Tuesday, September 22, 2026

Il primo articolo si chiudeva con una domanda: «Che cosa manca a questa mappa?». Dopo aver osservato la politica estera di Takaichi da sei punti — Stati Uniti, Europa, Australia, Corea del Sud, Cina e Sud-est asiatico — spostiamo ora lo sguardo verso organizzazioni per la pace, media alternativi e analisi critiche. IPB, Democracy Now!, Le Monde diplomatique, Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Bulletin of the Atomic Scientists, Foreign Policy in Focus e CounterPunch non formano un blocco unico. La domanda è più semplice: da un’altra posizione, che cosa diventa visibile e che cosa può invece sfuggire?

Rafforzare la deterrenza significa davvero diventare più sicuri?

Nel dibattito dominante, se cresce la pressione militare cinese è considerato razionale che il Giappone rafforzi la difesa e la cooperazione con gli alleati. La logica della deterrenza è semplice: rendere un eventuale attacco troppo costoso o poco probabile di successo, così da dissuadere l’avversario dal tentarlo. È su questa premessa che il rafforzamento militare viene presentato come un modo per aumentare la deterrenza.

Le letture pacifiste interrogano però la catena causale. Nel dicembre 2025 l’IPB criticò sia le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan sia le attività militari cinesi intorno a Okinawa, chiedendo de-escalation, dialogo e ripresa dei rapporti economici e culturali. Se il Giappone si arma perché percepisce la Cina come minaccia e Pechino interpreta quel rafforzamento come militarizzazione giapponese, la reazione di ciascuno può confermare i timori dell’altro e alimentare altro riarmo: è il dilemma della sicurezza. Una deterrenza più forte e una maggiore sicurezza sono davvero la stessa cosa?

Non solo il rischio di essere abbandonati, ma anche quello di essere trascinati

Nell’alleanza con gli Stati Uniti il dibattito dominante teme soprattutto che un’America imprevedibile possa «abbandonare» il Giappone. Le letture pacifiste evidenziano il rischio opposto: essere «trascinati» nelle guerre americane.

Nel marzo 2026, quando Trump chiese al Giappone di inviare navi nello Stretto di Hormuz, Takaichi richiamò i limiti del diritto interno. World BEYOND War sostenne che il paese non dovesse oltrepassare Costituzione e leggi per rispondere a Washington. Ria Shibata, su Asia-Pacific Journal: Japan Focus, mostra che l’articolo 9 funziona come un freno costituzionale. In questo senso, può essere letto anche come una sorta di «firewall» contro la partecipazione automatica alle guerre di un alleato. Valutare un’alleanza richiede quindi di considerare insieme il rischio di abbandono e quello di coinvolgimento.

Guardare la «militarizzazione» come un unico processo

Democracy Now! ha letto l’allentamento delle restrizioni all’esportazione di armi come un’ulteriore svolta rispetto al pacifismo postbellico. Le Monde diplomatique colloca invece Takaichi nella continuità dell’era Abe, richiamando le leggi di sicurezza, il rafforzamento militare, Taiwan e le trasformazioni attorno all’articolo 9.

La domanda diventa così meno «Takaichi è un falco?» e più «dove sta andando la politica di sicurezza giapponese?». Questa prospettiva di lungo periodo ha un valore: singole misure possono apparire limitate, ma collegate tra loro possono rivelare una direzione complessiva.

La questione nucleare, rimasta sullo sfondo

Nel primo articolo il nucleare non era un criterio centrale. Democracy Now!, riferendo la commemorazione di Nagasaki del 2026, ha messo in relazione la critica del sindaco alla deterrenza nucleare con la politica militare di Takaichi. Il Bulletin of the Atomic Scientists ha esaminato congiuntamente la condivisione nucleare in Giappone e Corea del Sud, la deterrenza estesa americana, le capacità d’attacco a lungo raggio e i Tre principi non nucleari (non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari).

La domanda non è soltanto se il Giappone possiederà armi nucleari, ma fino a che punto un paese non nucleare approfondirà la dipendenza dalla deterrenza nucleare. Non possedere armi nucleari e non porre la minaccia nucleare al centro della propria sicurezza non sono la stessa cosa.

Che cosa conta come «capacità di sicurezza» oltre alla forza militare?

John Feffer, su Foreign Policy in Focus, propone che Giappone e Corea del Sud sviluppino una «non-military security» attraverso energia pulita, catene di approvvigionamento di minerali critici, cooperazione nella gestione dei disastri e tecnologie climatiche.

Torna alla mente la «sicurezza umana»: dagli anni Novanta pone al centro non solo Stato e territorio, ma persone libere da «paura» e «bisogno», con dignità. Il Giappone l’ha a lungo indicata come pilastro della propria diplomazia. Se oggi se ne parla meno, clima, pandemie, disastri, energia, cibo e povertà mostrano che non ha perso importanza. Energia stabile, forniture diversificate, cooperazione contro disastri e crisi climatiche, relazioni economiche e umane capaci di mantenere aperto il dialogo: anche queste sono capacità di sicurezza. Possiamo misurare la sicurezza di uno Stato soltanto dalla forza militare?

Ma anche la prospettiva pacifista e alternativa ha i suoi punti ciechi

Sarebbe facile concludere che questa lettura sia «quella giusta». Non è così. CounterPunch, per esempio, critica duramente la rimilitarizzazione giapponese e la strategia americana verso la Cina, ma dedica meno attenzione specifica al riarmo cinese e alla pressione su Taiwan. Se si vede soltanto come Giappone e Stati Uniti alimentino il dilemma della sicurezza, sottovalutando quanto le azioni cinesi producano insicurezza nei vicini, si semplifica la causalità nella direzione opposta.

L’IPB offre un contrasto utile: critica Takaichi, ma considera anche le attività militari cinesi un fattore di escalation. Non basta quindi mettere in dubbio le premesse della deterrenza né assumere quelle del pacifismo come verità: occorre sovrapporre ciò che entrambe le prospettive vedono e ciò che lasciano fuori.

Sovrapporre le due mappe

La prima mappa mostrava alleanza, autonomia, ordine regionale, storia, base politica sino-giapponese e spazio di scelta del Sud-est asiatico. La seconda aggiunge il dilemma della sicurezza, i rischi di abbandono e coinvolgimento, l’articolo 9 come vincolo e firewall, la dipendenza nucleare e le capacità non militari. Non sono criteri alternativi: misurano aspetti diversi della sicurezza.

 

 

Solo sovrapponendo le due mappe lo sguardo su Takaichi si allarga. Ma compare un altro spazio vuoto.

E verso una parola quasi scomparsa

Nei media e nelle organizzazioni pacifiste ricorrono «de-escalation», «dialogue», «common security» e «risk reduction». Compare però molto meno una parola capace di riunire questi strumenti sotto un obiettivo più ampio: ridurre intenzionalmente, nel medio e lungo periodo, il livello stesso di tensione e ostilità tra avversari.

Un tempo si usava spesso «détente», distensione. Perché si è allontanata dal centro del discorso sulla sicurezza? E nel valutare una «buona diplomazia», non dovremmo considerare anche la capacità di ridurre stabilmente le tensioni con un avversario, accanto al rafforzamento militare, alle alleanze e alla difesa degli interessi nazionali?

Il prossimo articolo partirà da questa parola quasi scomparsa per interrogarsi sui criteri stessi con cui misuriamo una «buona diplomazia».

Fonti principali

* Testo basato sui materiali pubblici disponibili al 6 settembre 2026.

Kazuhiro Imamura