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Che cosa rende efficace una diplomazia? Dalla precisione degli strumenti alla coerenza degli obiettivi
Il secondo articolo di questa serie si chiudeva con una parola quasi scomparsa dal centro del discorso sulla sicurezza: détente, distensione. Sarebbe però troppo semplice leggere il suo arretramento come una pura perdita. Nel frattempo il linguaggio si è fatto più preciso: «de-escalation», «dialogue», «risk reduction», misure di fiducia, prevenzione delle crisi. Questa specializzazione ha aiutato a distinguere problemi diversi e a costruire politiche più verificabili. La domanda del terzo articolo va quindi formulata con maggiore cautela: guadagnando precisione, continuiamo anche a rendere visibile la direzione complessiva verso cui i singoli strumenti dovrebbero condurre? La precisione non è il problema La lista usata nel secondo articolo va anzitutto ordinata. Il dialogo è soprattutto un mezzo. La riduzione del rischio e la de-escalation indicano funzioni o obiettivi più circoscritti. La common security è invece un principio più generale sul modo in cui la sicurezza può essere costruita. Non è una sottigliezza terminologica. Senza questa distinzione il dibattito rischia di confondere «con quali mezzi?» con «per ottenere che cosa?». Le misure di fiducia sviluppate in Europa mostrano il vantaggio della precisione: notifiche preventive, scambi di informazioni, osservazione di attività militari e consultazioni trasformano un orientamento generale in pratiche verificabili. Un problema già discusso Il problema di ricomporre i singoli strumenti in una visione d’insieme non è nuovo. David Baldwin ha insistito sulla chiarezza concettuale; Kydd, Booth e Wheeler, Kupchan, Steinberg e O’Hanlon hanno studiato, da angolazioni diverse, fiducia, security dilemma, trasformazione delle rivalità e strategic reassurance.[1][2][3][4][5][6] Non manca dunque la teoria: la questione è quanto questa misura d’insieme resti esplicita quando giudichiamo una politica estera concreta. Anche la common security parte dall’idea che nessun paese ottenga sicurezza duratura soltanto attraverso decisioni unilaterali sulla propria forza militare, perché la sicurezza dipende anche dalle reazioni dell’avversario.[7] Fiducia, prevenzione e gestione del rischio sono entrate anche nel linguaggio delle istituzioni internazionali. La New Agenda for Peace delle Nazioni Unite insiste oggi su diplomazia preventiva, ricostruzione della fiducia e cooperazione multilaterale.[8] Quale domanda resta da rendere esplicita? Una hotline può ridurre il rischio di errore senza modificare l’ostilità politica. La de-escalation può fermare una crisi senza cambiare il rapporto che produrrà la crisi successiva. Un accordo sulla trasparenza può aumentare la prevedibilità senza rendere, da solo, la relazione più cooperativa. Lo stesso vale per la deterrenza. «L’avversario è stato dissuaso?» e «la relazione è diventata meno incline al conflitto?» restano due domande distinte. Che cosa significa guardare in faccia la realtà? Qui emerge un’obiezione forte. Se l’ambiente di sicurezza si deteriora e un possibile avversario accresce capacità militari o coercitive, rafforzare la deterrenza può essere necessario; una debolezza evidente può favorire coercizione o calcoli opportunistici. Ignorarlo in nome del dialogo sarebbe davvero poco realistico. Ma il realismo non può fermarsi al primo passaggio. Anche la nostra risposta modifica l’ambiente: viene osservata, interpretata e incorporata nelle decisioni dell’altra parte. È il security dilemma classico: misure concepite come difensive da uno Stato possono ridurre la sicurezza percepita dall’altro e provocare contromisure che tornano a incidere sulla sicurezza del primo.[9] Guardare in faccia la realtà significa quindi osservare sia ciò che la minaccia induce noi a fare, sia ciò che la nostra risposta induce l’altro a fare. La conclusione non è che il rafforzamento militare sia sempre destabilizzante, né che sia sempre stabilizzante. La domanda più esigente è quale combinazione di deterrenza, rassicurazione, regole e canali di crisi aumenti la sicurezza complessiva. Per distinguere questi effetti può essere utile considerare tre dimensioni della sicurezza: dello Stato, umana e della relazione. La seconda è stata resa centrale dall’Human Development Report dell’UNDP del 1994; la terza è usata qui, con prudenza, come concetto operativo.[10]   Screenshot   Le tre dimensioni non si escludono. Una politica può rafforzare la sicurezza dello Stato senza migliorare la sicurezza umana, o ridurre un rischio immediato senza rendere più sicura la relazione. Quest’ultima non è una nuova teoria, ma una lente: esistono comunicazione, regole prevedibili e meccanismi capaci di arrestare una crisi, o ogni incidente alimenta le paure reciproche? Che cosa resta, allora, della détente? Non occorre restaurare la parola détente né trasformare gli anni Settanta in un modello. Il suo valore qui è euristico. Ricorda che controllo degli armamenti, dialogo, scambi e gestione delle crisi possono essere giudicati non soltanto separatamente, ma anche per la direzione politica che insieme contribuiscono — o non contribuiscono — a produrre. La domanda sintetica può quindi essere formulata senza nostalgia: una diplomazia efficace rende soltanto lo Stato più capace di gestire una rivalità, oppure contribuisce anche a rendere quella rivalità, nel tempo, meno pericolosa? La precisione degli strumenti e la misura d’insieme non sono alternative. La prima impedisce la vaghezza; la seconda impedisce che il successo di una singola misura venga confuso con quello della strategia complessiva. Anche il recente dibattito sulla nuclear risk reduction mostra quanto una cornice pragmatica possa essere utile per misure specifiche ma troppo indeterminata, da sola, per definire una direzione politica.[11] C’è infine un’altra forma di coerenza: quella del criterio che usiamo. Il «primato del diritto» viene spesso contrapposto al «primato della forza». Ma questa distinzione appare ancora più chiaramente dal punto di vista degli Stati meno potenti. Nel suo intervento all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 24 settembre 2026, il primo ministro nepalese Balendra Shah ha richiamato sovranità, diritto internazionale e dignità umana, aggiungendo che l’ordine internazionale non dovrebbe ridursi a un mondo in cui gli Stati più deboli devono semplicemente accettare le decisioni dei più forti.[12] Non è una formulazione letterale della Carta delle Nazioni Unite, ma traduce politicamente, dal punto di vista di uno Stato meno potente, il principio dell’eguaglianza sovrana.[13] Il primato del diritto non è dunque soltanto un criterio con cui giudicare gli avversari. Può impedire che differenze di potere diventino automaticamente differenze di diritti o di voce. Proprio per questo acquista forza soltanto se può essere applicato anche a noi stessi, ai nostri alleati e ai nostri partner. Altrimenti rischia di trasformarsi da principio generale in linguaggio di schieramento. Tornare alla politica estera di Takaichi Con queste precisazioni possiamo tornare, nel quarto e ultimo articolo, alla politica estera del governo Takaichi. La domanda sarà concreta: oltre a rafforzare alleanze e capacità, la politica giapponese rende nel tempo i rapporti con gli avversari più prevedibili e meno inclini al conflitto? E il «primato del diritto» può valere anche quando la sua applicazione è scomoda per il proprio campo? È in questo senso che la vecchia parola détente può ancora servire: non come modello da restaurare, ma come promemoria per collegare mezzi, obiettivi e direzione complessiva di una relazione. Fonti principali [1] David A. Baldwin, “The Concept of Security”, Review of International Studies 23 (1997), pp. 5–26. [2] Andrew H. Kydd, Trust and Mistrust in International Relations, Princeton University Press, 2005. [3] Ken Booth e Nicholas J. Wheeler, The Security Dilemma: Fear, Cooperation and Trust in World Politics, Palgrave Macmillan, 2008. [4] Charles A. Kupchan, How Enemies Become Friends: The Sources of Stable Peace, Princeton University Press, 2010. [5] James Steinberg e Michael E. O’Hanlon, Strategic Reassurance and Resolve: U.S.-China Relations in the Twenty-First Century, Princeton University Press, 2014. [6] Nicholas J. Wheeler, Trusting Enemies: Interpersonal Relationships in International Conflict, Oxford University Press, 2018. [7] SIPRI, Policies for Common Security, 1985, sul concetto elaborato dalla Commissione Palme. [8] United Nations, A New Agenda for Peace, Policy Brief 9, 2023. [9] Robert Jervis, “Cooperation under the Security Dilemma”, World Politics 30(2), 1978, pp. 167–214. [10] UNDP, Human Development Report 1994, United Nations Development Programme, 1994. [11] Benoît Pelopidas e Kjølv Egeland, “The false promise of nuclear risk reduction”, International Affairs 100(1), 2024. [12] Ministry of Foreign Affairs of Nepal, “81st Session of the United Nations General Assembly — Remarks by the Rt. Hon. Balendra Shah, Prime Minister of Nepal”, New York, 24 settembre 2026. [13] United Nations, Charter of the United Nations, Preambolo e artt. 1–2. *Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 6 ottobre 2026.* Kazuhiro Imamura
October 13, 2026
Pressenza
Che cosa conta come sicurezza? La politica estera di Takaichi vista attraverso media e analisi pacifisti e alternativi
Il primo articolo si chiudeva con una domanda: «Che cosa manca a questa mappa?». Dopo aver osservato la politica estera di Takaichi da sei punti — Stati Uniti, Europa, Australia, Corea del Sud, Cina e Sud-est asiatico — spostiamo ora lo sguardo verso organizzazioni per la pace, media alternativi e analisi critiche. IPB, Democracy Now!, Le Monde diplomatique, Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Bulletin of the Atomic Scientists, Foreign Policy in Focus e CounterPunch non formano un blocco unico. La domanda è più semplice: da un’altra posizione, che cosa diventa visibile e che cosa può invece sfuggire? Rafforzare la deterrenza significa davvero diventare più sicuri? Nel dibattito dominante, se cresce la pressione militare cinese è considerato razionale che il Giappone rafforzi la difesa e la cooperazione con gli alleati. La logica della deterrenza è semplice: rendere un eventuale attacco troppo costoso o poco probabile di successo, così da dissuadere l’avversario dal tentarlo. È su questa premessa che il rafforzamento militare viene presentato come un modo per aumentare la deterrenza. Le letture pacifiste interrogano però la catena causale. Nel dicembre 2025 l’IPB criticò sia le dichiarazioni di Takaichi su Taiwan sia le attività militari cinesi intorno a Okinawa, chiedendo de-escalation, dialogo e ripresa dei rapporti economici e culturali. Se il Giappone si arma perché percepisce la Cina come minaccia e Pechino interpreta quel rafforzamento come militarizzazione giapponese, la reazione di ciascuno può confermare i timori dell’altro e alimentare altro riarmo: è il dilemma della sicurezza. Una deterrenza più forte e una maggiore sicurezza sono davvero la stessa cosa? Non solo il rischio di essere abbandonati, ma anche quello di essere trascinati Nell’alleanza con gli Stati Uniti il dibattito dominante teme soprattutto che un’America imprevedibile possa «abbandonare» il Giappone. Le letture pacifiste evidenziano il rischio opposto: essere «trascinati» nelle guerre americane. Nel marzo 2026, quando Trump chiese al Giappone di inviare navi nello Stretto di Hormuz, Takaichi richiamò i limiti del diritto interno. World BEYOND War sostenne che il paese non dovesse oltrepassare Costituzione e leggi per rispondere a Washington. Ria Shibata, su Asia-Pacific Journal: Japan Focus, mostra che l’articolo 9 funziona come un freno costituzionale. In questo senso, può essere letto anche come una sorta di «firewall» contro la partecipazione automatica alle guerre di un alleato. Valutare un’alleanza richiede quindi di considerare insieme il rischio di abbandono e quello di coinvolgimento. Guardare la «militarizzazione» come un unico processo Democracy Now! ha letto l’allentamento delle restrizioni all’esportazione di armi come un’ulteriore svolta rispetto al pacifismo postbellico. Le Monde diplomatique colloca invece Takaichi nella continuità dell’era Abe, richiamando le leggi di sicurezza, il rafforzamento militare, Taiwan e le trasformazioni attorno all’articolo 9. La domanda diventa così meno «Takaichi è un falco?» e più «dove sta andando la politica di sicurezza giapponese?». Questa prospettiva di lungo periodo ha un valore: singole misure possono apparire limitate, ma collegate tra loro possono rivelare una direzione complessiva. La questione nucleare, rimasta sullo sfondo Nel primo articolo il nucleare non era un criterio centrale. Democracy Now!, riferendo la commemorazione di Nagasaki del 2026, ha messo in relazione la critica del sindaco alla deterrenza nucleare con la politica militare di Takaichi. Il Bulletin of the Atomic Scientists ha esaminato congiuntamente la condivisione nucleare in Giappone e Corea del Sud, la deterrenza estesa americana, le capacità d’attacco a lungo raggio e i Tre principi non nucleari (non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari). La domanda non è soltanto se il Giappone possiederà armi nucleari, ma fino a che punto un paese non nucleare approfondirà la dipendenza dalla deterrenza nucleare. Non possedere armi nucleari e non porre la minaccia nucleare al centro della propria sicurezza non sono la stessa cosa. Che cosa conta come «capacità di sicurezza» oltre alla forza militare? John Feffer, su Foreign Policy in Focus, propone che Giappone e Corea del Sud sviluppino una «non-military security» attraverso energia pulita, catene di approvvigionamento di minerali critici, cooperazione nella gestione dei disastri e tecnologie climatiche. Torna alla mente la «sicurezza umana»: dagli anni Novanta pone al centro non solo Stato e territorio, ma persone libere da «paura» e «bisogno», con dignità. Il Giappone l’ha a lungo indicata come pilastro della propria diplomazia. Se oggi se ne parla meno, clima, pandemie, disastri, energia, cibo e povertà mostrano che non ha perso importanza. Energia stabile, forniture diversificate, cooperazione contro disastri e crisi climatiche, relazioni economiche e umane capaci di mantenere aperto il dialogo: anche queste sono capacità di sicurezza. Possiamo misurare la sicurezza di uno Stato soltanto dalla forza militare? Ma anche la prospettiva pacifista e alternativa ha i suoi punti ciechi Sarebbe facile concludere che questa lettura sia «quella giusta». Non è così. CounterPunch, per esempio, critica duramente la rimilitarizzazione giapponese e la strategia americana verso la Cina, ma dedica meno attenzione specifica al riarmo cinese e alla pressione su Taiwan. Se si vede soltanto come Giappone e Stati Uniti alimentino il dilemma della sicurezza, sottovalutando quanto le azioni cinesi producano insicurezza nei vicini, si semplifica la causalità nella direzione opposta. L’IPB offre un contrasto utile: critica Takaichi, ma considera anche le attività militari cinesi un fattore di escalation. Non basta quindi mettere in dubbio le premesse della deterrenza né assumere quelle del pacifismo come verità: occorre sovrapporre ciò che entrambe le prospettive vedono e ciò che lasciano fuori. Sovrapporre le due mappe La prima mappa mostrava alleanza, autonomia, ordine regionale, storia, base politica sino-giapponese e spazio di scelta del Sud-est asiatico. La seconda aggiunge il dilemma della sicurezza, i rischi di abbandono e coinvolgimento, l’articolo 9 come vincolo e firewall, la dipendenza nucleare e le capacità non militari. Non sono criteri alternativi: misurano aspetti diversi della sicurezza.     Solo sovrapponendo le due mappe lo sguardo su Takaichi si allarga. Ma compare un altro spazio vuoto. E verso una parola quasi scomparsa Nei media e nelle organizzazioni pacifiste ricorrono «de-escalation», «dialogue», «common security» e «risk reduction». Compare però molto meno una parola capace di riunire questi strumenti sotto un obiettivo più ampio: ridurre intenzionalmente, nel medio e lungo periodo, il livello stesso di tensione e ostilità tra avversari. Un tempo si usava spesso «détente», distensione. Perché si è allontanata dal centro del discorso sulla sicurezza? E nel valutare una «buona diplomazia», non dovremmo considerare anche la capacità di ridurre stabilmente le tensioni con un avversario, accanto al rafforzamento militare, alle alleanze e alla difesa degli interessi nazionali? Il prossimo articolo partirà da questa parola quasi scomparsa per interrogarsi sui criteri stessi con cui misuriamo una «buona diplomazia». Fonti principali * International Peace Bureau (IPB), “IPB Calls for De-escalation and Dialogue between Japan and China” (16.12.2025) * World BEYOND War, David Swanson, “Japan Should Not Violate Laws for the United States” (19.03.2026) * Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Ria Shibata, “The Protest and the Supermajority: Japanese Pacifism, Generational Renegotiation, and the Coming Constitutional Reckoning” (06.05.2026) * Democracy Now!, “Japan Abandons Ban on Weapons Exports in Latest Shift from Postwar Pacifism” (21.04.2026) * Le Monde diplomatique, Renaud Lambert, “Japan’s dangerous game with China” (02.2026) * CounterPunch, KJ Noh, “Japan’s Remilitarization is a Danger to the World” (12.01.2026) * Democracy Now!, “Nagasaki Mayor Warns Against Nuclear Weapons as Japan Marks 81 Years Since Atomic Bombing” (10.08.2026) * Bulletin of the Atomic Scientists, Hua Han, “US nuclear sharing in Asia and its implications for regional security” (03.06.2026) * Foreign Policy in Focus, John Feffer, “Japan and South Korea: An Alliance of Middle Powers?” (17.06.2026) * Testo basato sui materiali pubblici disponibili al 6 settembre 2026. Kazuhiro Imamura
September 22, 2026
Pressenza
Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
Giappone: rimosso il divieto all’export di armi letali
Il governo della Prima Ministra Sanae Takaichi ha ufficialmente revocato il divieto di esportazione di armi letali, inclusi i jet da combattimento di ultima generazione. L’annuncio è arrivato martedì tramite un post della Premier sulla piattaforma X, e segna una trasformazione radicale per l’industria della difesa nipponica, mentre la Mitsubishi Heavy […] L'articolo Giappone: rimosso il divieto all’export di armi letali su Contropiano.
April 21, 2026
Contropiano
Trionfo di Takaichi in Giappone. Strada spianata al riarmo del Sol Levante
La scommessa lanciata da Sanae Takaichi, da ottobre nominata prima presidente del Partito Liberale Democratico (PLD) e poi prima ministra del Giappone, è riuscita. Le elezioni anticipate chiamate per rafforzare la sua risicata maggioranza le hanno consegnato non solo la maggioranza assoluta della camera bassa del Sol Levante, ma i […] L'articolo Trionfo di Takaichi in Giappone. Strada spianata al riarmo del Sol Levante su Contropiano.
February 10, 2026
Contropiano
Vendita monstre di armi a Taiwan, Washington rafforza il cordone intorno a Pechino
Se qualcuno pensava davvero che ci fosse accondiscendenza da parte di Trump verso la Cina, come purtroppo si è sentito da alcuni media orfani del padrone statunitense dopo la pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale, non ha ben capito in che mondo ci stiamo avventurando. Sia Washington sia Taipei confermano […] L'articolo Vendita monstre di armi a Taiwan, Washington rafforza il cordone intorno a Pechino su Contropiano.
December 21, 2025
Contropiano
Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan
Tra Pechino e Tokyo c’erano state scintille solo pochi giorni fa, dopo che la nuova prima ministra Sanae Takaichi aveva accennato alla possibilità di intervento militare nel caso in cui si aprisse uno scontro tra la Cina e Taiwan. Ora, i nipponici hanno deciso di posizionare dei missili terra-aria a […] L'articolo Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan su Contropiano.
November 26, 2025
Contropiano
Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino
Il 28 ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha fatto tappa a Tokyo. Era uno dei momenti più attesi dei suoi cinque giorni di viaggio in Asia, anche per l’incontro con Sanae Takaichi, primo capo di governo nipponico donna… ultraconservatrice, ammiratrice di Margaret Thatcher e promotrice del rilancio militare del […] L'articolo Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino su Contropiano.
October 29, 2025
Contropiano