Che cosa rende efficace una diplomazia? Dalla precisione degli strumenti alla coerenza degli obiettivi
Il secondo articolo di questa serie si chiudeva con una parola quasi scomparsa
dal centro del discorso sulla sicurezza: détente, distensione. Sarebbe però
troppo semplice leggere il suo arretramento come una pura perdita. Nel frattempo
il linguaggio si è fatto più preciso: «de-escalation», «dialogue», «risk
reduction», misure di fiducia, prevenzione delle crisi. Questa specializzazione
ha aiutato a distinguere problemi diversi e a costruire politiche più
verificabili.
La domanda del terzo articolo va quindi formulata con maggiore cautela:
guadagnando precisione, continuiamo anche a rendere visibile la direzione
complessiva verso cui i singoli strumenti dovrebbero condurre?
La precisione non è il problema
La lista usata nel secondo articolo va anzitutto ordinata. Il dialogo è
soprattutto un mezzo. La riduzione del rischio e la de-escalation indicano
funzioni o obiettivi più circoscritti. La common security è invece un principio
più generale sul modo in cui la sicurezza può essere costruita.
Non è una sottigliezza terminologica. Senza questa distinzione il dibattito
rischia di confondere «con quali mezzi?» con «per ottenere che cosa?». Le misure
di fiducia sviluppate in Europa mostrano il vantaggio della precisione:
notifiche preventive, scambi di informazioni, osservazione di attività militari
e consultazioni trasformano un orientamento generale in pratiche verificabili.
Un problema già discusso
Il problema di ricomporre i singoli strumenti in una visione d’insieme non è
nuovo. David Baldwin ha insistito sulla chiarezza concettuale; Kydd, Booth e
Wheeler, Kupchan, Steinberg e O’Hanlon hanno studiato, da angolazioni diverse,
fiducia, security dilemma, trasformazione delle rivalità e strategic
reassurance.[1][2][3][4][5][6] Non manca dunque la teoria: la questione è quanto
questa misura d’insieme resti esplicita quando giudichiamo una politica estera
concreta.
Anche la common security parte dall’idea che nessun paese ottenga sicurezza
duratura soltanto attraverso decisioni unilaterali sulla propria forza militare,
perché la sicurezza dipende anche dalle reazioni dell’avversario.[7] Fiducia,
prevenzione e gestione del rischio sono entrate anche nel linguaggio delle
istituzioni internazionali. La New Agenda for Peace delle Nazioni Unite insiste
oggi su diplomazia preventiva, ricostruzione della fiducia e cooperazione
multilaterale.[8]
Quale domanda resta da rendere esplicita?
Una hotline può ridurre il rischio di errore senza modificare l’ostilità
politica. La de-escalation può fermare una crisi senza cambiare il rapporto che
produrrà la crisi successiva. Un accordo sulla trasparenza può aumentare la
prevedibilità senza rendere, da solo, la relazione più cooperativa.
Lo stesso vale per la deterrenza. «L’avversario è stato dissuaso?» e «la
relazione è diventata meno incline al conflitto?» restano due domande distinte.
Che cosa significa guardare in faccia la realtà?
Qui emerge un’obiezione forte. Se l’ambiente di sicurezza si deteriora e un
possibile avversario accresce capacità militari o coercitive, rafforzare la
deterrenza può essere necessario; una debolezza evidente può favorire
coercizione o calcoli opportunistici. Ignorarlo in nome del dialogo sarebbe
davvero poco realistico.
Ma il realismo non può fermarsi al primo passaggio. Anche la nostra risposta
modifica l’ambiente: viene osservata, interpretata e incorporata nelle decisioni
dell’altra parte. È il security dilemma classico: misure concepite come
difensive da uno Stato possono ridurre la sicurezza percepita dall’altro e
provocare contromisure che tornano a incidere sulla sicurezza del primo.[9]
Guardare in faccia la realtà significa quindi osservare sia ciò che la minaccia
induce noi a fare, sia ciò che la nostra risposta induce l’altro a fare.
La conclusione non è che il rafforzamento militare sia sempre destabilizzante,
né che sia sempre stabilizzante. La domanda più esigente è quale combinazione di
deterrenza, rassicurazione, regole e canali di crisi aumenti la sicurezza
complessiva.
Per distinguere questi effetti può essere utile considerare tre dimensioni della
sicurezza: dello Stato, umana e della relazione. La seconda è stata resa
centrale dall’Human Development Report dell’UNDP del 1994; la terza è usata qui,
con prudenza, come concetto operativo.[10]
Screenshot
Le tre dimensioni non si escludono. Una politica può rafforzare la sicurezza
dello Stato senza migliorare la sicurezza umana, o ridurre un rischio immediato
senza rendere più sicura la relazione. Quest’ultima non è una nuova teoria, ma
una lente: esistono comunicazione, regole prevedibili e meccanismi capaci di
arrestare una crisi, o ogni incidente alimenta le paure reciproche?
Che cosa resta, allora, della détente?
Non occorre restaurare la parola détente né trasformare gli anni Settanta in un
modello. Il suo valore qui è euristico. Ricorda che controllo degli armamenti,
dialogo, scambi e gestione delle crisi possono essere giudicati non soltanto
separatamente, ma anche per la direzione politica che insieme contribuiscono — o
non contribuiscono — a produrre.
La domanda sintetica può quindi essere formulata senza nostalgia: una diplomazia
efficace rende soltanto lo Stato più capace di gestire una rivalità, oppure
contribuisce anche a rendere quella rivalità, nel tempo, meno pericolosa?
La precisione degli strumenti e la misura d’insieme non sono alternative. La
prima impedisce la vaghezza; la seconda impedisce che il successo di una singola
misura venga confuso con quello della strategia complessiva. Anche il recente
dibattito sulla nuclear risk reduction mostra quanto una cornice pragmatica
possa essere utile per misure specifiche ma troppo indeterminata, da sola, per
definire una direzione politica.[11]
C’è infine un’altra forma di coerenza: quella del criterio che usiamo. Il
«primato del diritto» viene spesso contrapposto al «primato della forza». Ma
questa distinzione appare ancora più chiaramente dal punto di vista degli Stati
meno potenti.
Nel suo intervento all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 24
settembre 2026, il primo ministro nepalese Balendra Shah ha richiamato
sovranità, diritto internazionale e dignità umana, aggiungendo che l’ordine
internazionale non dovrebbe ridursi a un mondo in cui gli Stati più deboli
devono semplicemente accettare le decisioni dei più forti.[12] Non è una
formulazione letterale della Carta delle Nazioni Unite, ma traduce
politicamente, dal punto di vista di uno Stato meno potente, il principio
dell’eguaglianza sovrana.[13]
Il primato del diritto non è dunque soltanto un criterio con cui giudicare gli
avversari. Può impedire che differenze di potere diventino automaticamente
differenze di diritti o di voce. Proprio per questo acquista forza soltanto se
può essere applicato anche a noi stessi, ai nostri alleati e ai nostri partner.
Altrimenti rischia di trasformarsi da principio generale in linguaggio di
schieramento.
Tornare alla politica estera di Takaichi
Con queste precisazioni possiamo tornare, nel quarto e ultimo articolo, alla
politica estera del governo Takaichi. La domanda sarà concreta: oltre a
rafforzare alleanze e capacità, la politica giapponese rende nel tempo i
rapporti con gli avversari più prevedibili e meno inclini al conflitto? E il
«primato del diritto» può valere anche quando la sua applicazione è scomoda per
il proprio campo?
È in questo senso che la vecchia parola détente può ancora servire: non come
modello da restaurare, ma come promemoria per collegare mezzi, obiettivi e
direzione complessiva di una relazione.
Fonti principali
[1] David A. Baldwin, “The Concept of Security”, Review of International Studies
23 (1997), pp. 5–26.
[2] Andrew H. Kydd, Trust and Mistrust in International Relations, Princeton
University Press, 2005.
[3] Ken Booth e Nicholas J. Wheeler, The Security Dilemma: Fear, Cooperation and
Trust in World Politics, Palgrave Macmillan, 2008.
[4] Charles A. Kupchan, How Enemies Become Friends: The Sources of Stable Peace,
Princeton University Press, 2010.
[5] James Steinberg e Michael E. O’Hanlon, Strategic Reassurance and Resolve:
U.S.-China Relations in the Twenty-First Century, Princeton University Press,
2014.
[6] Nicholas J. Wheeler, Trusting Enemies: Interpersonal Relationships in
International Conflict, Oxford University Press, 2018.
[7] SIPRI, Policies for Common Security, 1985, sul concetto elaborato dalla
Commissione Palme.
[8] United Nations, A New Agenda for Peace, Policy Brief 9, 2023.
[9] Robert Jervis, “Cooperation under the Security Dilemma”, World Politics
30(2), 1978, pp. 167–214.
[10] UNDP, Human Development Report 1994, United Nations Development Programme,
1994.
[11] Benoît Pelopidas e Kjølv Egeland, “The false promise of nuclear risk
reduction”, International Affairs 100(1), 2024.
[12] Ministry of Foreign Affairs of Nepal, “81st Session of the United Nations
General Assembly — Remarks by the Rt. Hon. Balendra Shah, Prime Minister of
Nepal”, New York, 24 settembre 2026.
[13] United Nations, Charter of the United Nations, Preambolo e artt. 1–2.
*Articolo basato su materiali pubblicamente disponibili consultati fino al 6
ottobre 2026.*
Kazuhiro Imamura