CPR come “malattia sociale”, l’attacco ai medici e alla cura

Progetto Melting Pot Europa - Friday, September 18, 2026

Scrivevamo il 12 febbraio 2026: «Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio».

All’alba del 16 settembre è andato in scena il nuovo atto intimidatorio di questo inquietante teorema sul presunto rilascio di certificazioni mediche false, secondo l’accusa della procura di Ravenna, destinate a impedire il trattenimento di persone straniere irregolari nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. La Polizia ha infatti eseguito altri 23 decreti di perquisizione personale e informatica nei confronti di oltre venti medici in nove province: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.

Ma il dato che segna il salto di qualità della repressione in corso è l’ipotesi di reato: secondo quanto riportato dai media, sarebbe presente un’associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. Al momento, come unico indagato tra i perquisiti, c’è l’amico e stimato medico Nicola Cocco, infettivologo, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) e della rete Mai più lager – No ai CPR di Milano, considerato dagli inquirenti una sorta di “referente” sul tema, finalmente lasciato libero dopo due giorni trascorsi in Questura. 

Gli altri professionisti non risultano iscritti nel registro degli indagati, ma anche loro hanno ricevuto lo stesso trattamento, come riporta il loro legale alla stampa, l’avvocato Fabio Anselmo: «Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi. Quello che è successo è terribile. Sono stati svegliati prima delle 6, accompagnati in Questura, per il sequestro di cellulari e pc. Di queste modalità la responsabilità è della Procura di Ravenna».

Già a febbraio erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio otto medici, in relazione a 34 certificati ritenuti falsi rilasciati tra il settembre 2024 e il gennaio 2026. Per tre di loro era scattata l’interdizione dalla professione per dieci mesi; agli altri il divieto di occuparsi di certificati per i CPR. La risposta allora era stata di piazza e aveva visto anche l’intervento degli Ordini provinciali e la petizione «La cura non è reato», promossa dalla SIMM e dallo stesso Nicola Cocco.

Ph: Helga Bernardini, da Mai più lager – NO ai CPR

Che oggi sia proprio Nicola Cocco a essere finito nel mirino della magistratura, bersaglio di  un attacco intimidatorio senza precedenti alla professione medica, non ha nulla di casuale. Tutto si è sempre svolto alla luce del sole, ed è la critica pubblica ai CPR, legittima e rivendicata da tempo con incontri pubblici, petizioni, partecipazione e convegni scientifici e assemblee di movimento, e che investe anche la sfera della salute, a finire sotto accusa.

«I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza»: è con questa distinzione di fondo che il presidente della FNOMCeO 1 Filippo Anelli, a nome del Comitato centrale della Federazione che riunitosi d’urgenza a Roma, ha commentato la vicenda, esprimendo vicinanza ai colleghi coinvolti e fiducia nella magistratura, «alla quale spetta accertare i fatti e le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza». I medici, ha proseguito, sono «professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona», mentre la tutela della sicurezza pubblica «appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico».

Anelli ricorda che la Federazione aveva già auspicato una modifica normativa capace di separare nettamente l’atto medico – la certificazione, finalizzata alla sola valutazione dello stato di salute – dall’atto autorizzativo del trattenimento o del trasferimento nei CPR. È la stessa sovrapposizione denunciata a febbraio dagli Ordini di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria».

La cornice richiamata da medici e associazioni è l’essenza della professione. L’articolo 32 della Costituzione pone la salute come diritto fondamentale dell’individuo a prescindere dallo status giuridico; il Codice di deontologia medica, all’articolo 24, impone al medico di rilasciare certificazioni veritiere, basate in modo puntuale e diligente sui rilievi clinici. Su questo si fonda la valutazione di non idoneità alla detenzione.

Il punto centrale di tutta la vicenda restano però, a nostro avviso, le condizioni dei CPR sulle quali si è espressa anche la giurisprudenza: la Corte costituzionale, con la sentenza 96/2025, ha rilevato l’illegittimità del sistema nella parte in cui non disciplina adeguatamente le condizioni del trattenimento; il Consiglio di Stato, con la sentenza 7839/2025, ha evidenziato l’insufficiente tutela della salute all’interno di queste strutture. A ciò si aggiunge una letteratura scientifica pubblicata da riviste come il British Medical Journal e The Lancet Regional Health e ripresa dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, che documenta pessime condizioni igienico-sanitarie, presa in carico inadeguata di patologie acute, croniche e psichiatriche, abuso reiterato di psicofarmaci.

Su queste basi la rete Mai più lager – No CPR rivendica che certificare l’incompatibilità «non è un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». E non è un caso che con l’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo lo scorso giugno, la tensione tra il modo di esercitare ed estendere la detenzione amministrativa a potenzialmente decine di migliaia di persone e il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui quello alla salute, si è alzata ulteriormente

Come sempre avviene quando si parla di “migranti”, il teorema permette al governo di emettere già la propria sentenza. Matteo Salvini ha chiesto la radiazione dall’albo e il risarcimento di tasca propria per le mancate espulsioni, mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha evocato «la possibile esistenza di una rete capace, a livello nazionale, di incidere concretamente sull’applicazione delle decisioni dello Stato». È lo stesso schema già visto a febbraio, al quale la FNOMCeO aveva risposto rivendicando le parole del Codice deontologico.

Sì, perché il vero nodo resta quello che medici – in primis il dott. Nicola Cocco – e associazioni continuano a indicare: i CPR come luoghi di detenzione senza reato, inadeguati a garantire la salute di chi vi è trattenuto, a tal punto da essere definiti patogeni. Facciamo nostre le parole della rete No CPR: «Il rischio è che l’inchiesta sposti il bersaglio dal sistema a chi quel sistema lo contesta».

I medici e le mediche non vanno lasciate sole. L’attacco è diretto a loro ma anche a tutte le altre professioni e persone solidali che mettono in discussione il sistema della detenzione amministrativa.

Per questo ogni presa di parola e ogni mobilitazione è importante. In queste ore sono usciti diversi comunicati e appelli di solidarietà da parte dei diversi gruppi NO CPR territoriali e Network Against Migrant Detention, all’ASGI e diverse associazioni, fino ai sindacati. A Bologna è indetto un presidio in Piazza del Nettuno per sabato 19 settembre alle 18 e altre iniziative sono in preparazione anche in altre città.
Perché quello che è successo a Nicola Cocco e agli altri medici e mediche riguarda tutte e tutti noi, perché riguarda lo stato di Diritto e lo stato della Democrazia di questo Paese. 

  1. Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ↩︎