DDL Antisemitismo, da Montecitorio l’allarme contro la norma-bavaglio

Pressenza - Wednesday, September 9, 2026

Mentre dentro Palazzo Montecitorio proseguiva l’esame del disegno di legge sull’antisemitismo, fuori dalla Camera dei Deputati una manifestazione partecipata ha sollevato una questione che riguarda direttamente la qualità della nostra democrazia.

Il problema non è se l’antisemitismo debba essere combattuto. Deve esserlo, senza esitazioni.

La questione è un’altra: quali strumenti si scelgono per farlo e quali conseguenze possono produrre sulla libertà di espressione e sul diritto al dissenso.

Il presidio-maratona del 9 settembre ha riunito associazioni, organizzazioni sindacali, realtà politiche e sociali, studenti, docenti, giornalisti e attivisti. Una mobilitazione ampia, accompagnata da iniziative in decine di città italiane e dall’adesione di oltre 250 realtà.

Al centro della contestazione c’è soprattutto il riferimento alla definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance, la IHRA, e ai suoi indicatori.

L’articolo 1 del testo approvato dal Senato richiama infatti non soltanto la definizione, ma anche i relativi indicatori. Nello stesso tempo stabilisce che devono restare ferme la libertà di critica politica, di manifestazione del pensiero, di riunione e di associazione.

È proprio qui che emerge il problema.

Tra gli esempi utilizzati nell’ambito della definizione IHRA ve ne sono alcuni che riguardano direttamente Israele. Una distinzione che dovrebbe essere chiarissima – quella tra odio antiebraico e critica politica a uno Stato – rischia così di entrare in una zona di incertezza.

E quando una legge interviene sul terreno delle opinioni, l’incertezza non è mai neutrale.

Criticare il governo israeliano non significa essere antisemiti. Contestare le scelte di Netanyahu non significa essere antisemiti. Denunciare l’occupazione dei territori palestinesi, le operazioni militari a Gaza, le violazioni del diritto internazionale e sostenere i diritti del popolo palestinese non appartiene soltanto al terreno della libertà di critica, ma – di fronte a fatti di tale gravità – diventa anche un dovere civile, politico e morale.

L’odio contro gli ebrei è antisemitismo. Chiamare un governo alle proprie responsabilità è invece parte essenziale della democrazia.

È per questo che il ddl rischia di assumere i caratteri di una norma-bavaglio.

Non perché stabilisca esplicitamente che criticare Netanyahu sia vietato, ma perché può rendere più incerto, e quindi più rischioso, il confine tra una posizione politica radicalmente critica verso Israele e un comportamento classificato come antisemita.

Non occorre vietare formalmente una parola per limitarla. Può bastare che un’università rinunci a concedere uno spazio, che un’associazione eviti un dibattito, che un docente scelga di non affrontare un argomento o che un giornalista cominci a chiedersi non soltanto se ciò che scrive sia fondato, ma anche come possa essere interpretato.

È così che nasce l’autocensura.

C’è poi un problema ancora più grave. La tutela dovrebbe riguardare chi subisce una discriminazione antisemita. L’effetto, invece, potrebbe essere quello di offrire una protezione politica indiretta alle scelte dello Stato di Israele e a chi continua a difenderle, mentre chi le denuncia viene costretto a dimostrare continuamente che la propria critica non nasce dall’odio antiebraico.

Questo avviene mentre sulle condotte delle autorità israeliane pesano accuse di eccezionale gravità sul piano del diritto internazionale, comprese quelle relative a genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

In un contesto del genere, rendere più problematica la critica al governo israeliano rischia di trasformare una norma nata per combattere l’antisemitismo in uno scudo politico per chi difende quelle politiche e in uno strumento di delegittimazione verso chi denuncia ciò che sta avvenendo a Gaza.

Qui emerge anche il doppio standard.

La libertà di critica deve valere allo stesso modo nei confronti di tutti i governi, nessuno escluso. Il diritto internazionale non può essere invocato con rigore in alcuni casi e trattato con maggiore cautela in altri. Israele, come qualsiasi altro Stato, deve poter essere sottoposto a critica, contestazione e giudizio pubblico.

Sovrapporre la critica a Israele con l’antisemitismo rischia inoltre di associare impropriamente le comunità ebraiche alle decisioni del governo israeliano. È l’opposto di ciò che una seria battaglia contro l’antisemitismo dovrebbe fare: nessun ebreo deve essere considerato responsabile delle scelte di Netanyahu semplicemente perché ebreo.

La giornata del 9 settembre ha prodotto anche un dato parlamentare significativo. La Commissione Affari costituzionali della Camera ha avviato la discussione, ma non ha proceduto al voto degli emendamenti. L’esame proseguirà quindi nei prossimi giorni e il testo resta ancora modificabile.

Le preoccupazioni espresse dalla piazza trovano un riflesso nello stesso confronto parlamentare. PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno sostenuto emendamenti diretti a precisare che la libera critica alle azioni politiche del governo israeliano non costituisce antisemitismo. È stata proposta anche l’adozione della Jerusalem Declaration on Antisemitism in alternativa alla definizione IHRA.

Nel Partito democratico restano tuttavia posizioni differenti sul giudizio complessivo da dare al provvedimento. Pur riconoscendo la necessità di correggere il testo, non è ancora emersa una linea unitaria sul voto finale.

La manifestazione di Montecitorio ha posto dunque una questione che va ben oltre Israele e Palestina.

Riguarda il rapporto tra il potere e chi lo contesta: la libertà di un giornalista di documentare un crimine, di un docente di discuterne, di uno studente di manifestare, di un’associazione di organizzare una campagna e di un cittadino di accusare un governo di violare il diritto internazionale senza essere preventivamente sospettato di antisemitismo.

La lotta all’antisemitismo deve essere rigorosa e intransigente. Proprio per questo non può diventare una leva attraverso cui proteggere dalle critiche uno Stato o un governo.

Proteggere gli ebrei dall’odio è un dovere democratico.

Proteggere un governo dalle contestazioni non lo è.

E quando una norma rischia di confondere le due cose, il problema non riguarda più soltanto Israele e Palestina: riguarda la libertà di tutti noi.

Giovanni Barbera