
Sulla definizione operativa di antisemitismo formulata dall’IHRA e adottata dal DDL Romeo, Pirovano, Bergesio
Pressenza - Monday, August 24, 2026Pressenza sta portando avanti la campagna contro il DDL Antisemitismo già approvato al Senato e in discussione alla Camera il prossimo 9 settembre. Nell’occasione insieme alla Rete No Bavaglio e a numerose organizzazioni stiamo organizzando un sitin di protesta. Nell’ottica di questa campagna iniziamo la pubblicazione di articoli di approfondimento su questo DDL e sull’equiparazione della critica a Israele e al suo governo come antisemitismo.
Il primo articolo è questa interessante analisi di Ugo Giannangeli, tra i promotori dell’iniziativa e membro di Giuristi Democratici.
Il 4 marzo 2026 è stato approvato dal Senato il DDL c.d. “di contrasto all’antisemitismo”.
L’art.1 stabilisce che è adottata la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA) il 26 maggio 2016 ivi inclusi i relativi “indicatori”.
Gli ultimi mesi hanno visto molti dibattiti ed articoli sul DDL ma raramente ci si è soffermati sulla definizione e sugli indicatori.
Questa la definizione dell’IHRA : “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree o non ebree e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto”. Anche ai non addetti ai lavori appare chiaro che quanto affermato è una tautologia: essere antisemiti vuol dire odiare gli ebrei. Gli esempi dovrebbero al più chiarire il concetto ma non dovrebbero ampliare la portata della definizione. Passiamoli in rassegna.
Il primo: “ incitare e contribuire all’uccisione di ebrei o a danni a loro scapito, o a giustificarli, nel nome di un’ideologia o di una visione estremista della religione”. Questo esempio descrive una condotta evidentemente antisemita non certamente riferibile al movimento di solidarietà col popolo palestinese o al BDS, da sempre sostenitori di pratiche pacifiche.
II secondo: “avanzare accuse false, disumanizzanti, perverse o stereotipate sugli ebrei in quanto tali, o sul potere degli ebrei come collettività, ad esempio, ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione mondiale ebraica o degli ebrei che controllano i media, l’economia, il governo o altre istituzioni sociali ”. Vale quanto detto per il primo esempio: le condotte descritte non sono certo riferibili al movimento di solidarietà che non critica gli ebrei in quanto tali ma solo alcune organizzazioni ebraiche, le cosiddette lobby ebraiche, che portano avanti determinate politiche di sostegno al sionismo. Si pensi all’AIPAC.
Il terzo: “accusare gli ebrei di essere responsabili di comportamenti scorretti, effettivi o immaginari, commessi da una sola persona o da un gruppo ebraico, o addirittura di atti commessi da non ebrei”. Condotta chiaramente antisemita ma non certo attribuibile al movimento di solidarietà con i palestinesi.
Il quarto: “negare il fatto, l’ambito, i meccanismi (ad esempio le camere di gas) o l’intenzionalità del genocidio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazionalsocialista e dai suoi sostenitori e complici durante la seconda guerra mondiale ( l’Olocausto)”. È descritto il cosiddetto negazionismo, anch’esso estraneo alla sinistra; alcuni autori non di destra si sono avventurati nella ricostruzione storica della Shoah, criticando e contestando i dati ufficiali (cosiddetto riduzionismo). Anche questa condotta nulla ha a che vedere con i palestinesi e col movimento di solidarietà.
Il quinto: “accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato le dimensioni dell’Olocausto”. Si introduce con questo esempio il primo riferimento allo Stato di Israele. Anche questa condotta non appartiene alla sinistra, anche se la strumentalizzazione della Shoah è parte integrante della politica e dell’azione sionista: si pensi all’affermazione di Golda Meir secondo cui dopo la Shoah tutto sarebbe stato permesso ad Israele oppure al libro di denuncia di Norman Finkelstein “L’industria dell’Olocausto”.
Il sesto:” accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o alle presunte priorità degli ebrei in tutto il mondo che agli interessi dei propri paesi”. È questa un’antica accusa e un’antica polemica che non interessa i palestinesi e il movimento di solidarietà.
Il settimo: “ negare al popolo ebreo il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un atteggiamento razzista”: con la legge sullo Stato nazione il diritto all’autodeterminazione è stato riconosciuto solo agli ebrei con una evidente discriminazione rispetto agli altri cittadini di diversa fede religiosa; l’uguaglianza è un valore storico della sinistra che quindi legittimamente critica la politica discriminatoria di Israele e rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Al contrario, la ministra della giustizia Shaked ha affermato che l’uguaglianza è un pericolo per lo Stato ebraico. È stato da più parti sostenuto che poiché Israele si definisce Stato ebraico sono discriminati tutti i non ebrei, legittimando così la definizione di Israele come stato razzista e praticante l’apartheid. La critica colpisce lo Stato e una sua legge, non certo gli ebrei tutti, né quelli di Israele né quelli del mondo. Peraltro forte è stato il dissenso rispetto alla legge, sia nella Knesset sia nella società israeliana; questo dissenso vanifica la pretesa di Israele di essere lo Stato di tutti gli ebrei. E’ intervenuta anche l’autorevole condanna di B’Tselem.
L’ottavo esempio fa riferimento all’applicazione di una doppia misura, “imponendo a Israele un comportamento non previsto o non richiesto a qualsiasi altro paese democratico”. La sinistra si attende il rispetto della legalità internazionale da parte di tutti gli Stati; una particolare attenzione nei confronti di Israele non discende da un eccesso di critica e da un accanimento nei suoi confronti ma da un eccesso di violazioni da parte di Israele documentate in molteplici rapporti.
Il nono esempio: “ usare simboli e immagini associati con l’antisemitismo classico (ad esempio gli ebrei uccisori di Gesù o praticanti rituali cruenti) per caratterizzare Israele o gli israeliani” non riguarda la sinistra.
Il decimo: “paragonare la politica odierna di Israele a quella dei nazisti”. Zeev Sternhell, storico ebreo israeliano, ha affermato che “In Israele cresce non solo un fascismo locale ma anche un razzismo vicino al nazismo ai suoi esordi”. L’affermazione di Sternhell denuncia una situazione paradossale e pericolosa ma riguarda una componente della società israeliana, per quanto ampia, non certo tutta la società e men che meno gli ebrei nel mondo. Il movimento di solidarietà coi palestinesi ha sempre denunciato il progetto di espulsione dei palestinesi che è cosa diversa da un progetto genocidiario. Ilan Pappe ha usato il termine di “genocidio incrementale” che si riferisce al progetto sionista e allo Stato che lo promuove ed incrementa ma non certo agli ebrei nel mondo e neppure a parte della società israeliana. Da quasi tre anni, però, un genocidio è ritenuto dalla Corte di Giustizia internazionale “plausibilmente in corso”.
Infine l’ultimo: “ ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”. Il movimento di solidarietà coi palestinesi collabora regolarmente da sempre con le realtà ebraiche antisioniste. Nei confronti della definizione di antisemitismo dell’IHRA, ad esempio, si sono levate molte voci critiche in ambito ebraico, oltre 40 gruppi hanno denunciato l’uso strumentale della definizione tra cui Jewish for Justice for Palestinians, Free speech on Israel, Jewish for labour, Jewish for peace ed altre che si sono affiancate a Palestine Solidarity Campaign.
Gli esempi che fanno esplicito riferimento ad Israele sembrano effettivamente confortare la diffusa opinione secondo cui la legge, in realtà, non mira a reprimere il fenomeno dell’antisemitismo ma a criminalizzare la critica alle politiche di Israele. Significativamente in sede di dibattito sono stati respinti sia l’emendamento che chiedeva di escludere gli indicatori sia quello che chiedeva l’adozione della Dichiarazione di Gerusalemme, intervenuta a breve distanza da quella dell’IHRA.
La Dichiarazione di Gerusalemme critica quella di IHRA perché questa “ha creato confusione e controversie” e propone la seguente definizione:” L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei”. Mi sembra che ci muoviamo ancora nell’ambito della tautologia. Vi è però una novità importante: questa Dichiarazione contiene cinque esempi di comportamenti non antisemiti. Vi rientrano le critiche al sionismo e allo Stato di Israele; si difende la libertà di espressione. Particolarmente significativo il punto 14 laddove si afferma che il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni sono forme legittime di protesta politica.
Del resto il primo critico nei confronti dell’uso della definizione di IHRA è stato proprio il suo inventore, l’avvocato statunitense Kenneth Stern, che sin dal 2017, in una testimonianza scritta al Congresso USA, ha denunciato l’uso strumentale della sua definizione per limitare la libertà di parola e in particolare le critiche a Israele. Stern, ritenuto non di sinistra e autodefinitosi sionista, ha ribadito più volte che la sua è una definizione provvisoria, è meramente uno strumento di lavoro e, soprattutto, non è legalmente vincolante. Testualmente: “ no legally binding working definition”.
Particolarmente drastico il giudizio negativo di Jewish voice for peace che già il 25 marzo 2021 ebbe a dire che la dichiarazione di Gerusalemme è una importante alternativa alla definizione IHRA definita “screditata e pericolosa”. Afferma anche che “definire l’antisemitismo non è il lavoro più urgente da fare per smantellarlo” e che “rischia di distrarre dal discorso politico sulla Palestina e dalle altre reali necessità come combattere il suprematismo bianco e il razzismo.”
Sorge legittimo il sospetto, a distanza di 5 anni, che il reale scopo della legge sia proprio questo.
A screditare definitivamente la definizione IHRA interviene un rapporto dell’aprile 2021 pubblicato da Free speech on Israel di Jamie Stern- Weiner dell’Università di Oxford. Nella prefazione al rapporto Avi Shlaim, professore emerito di Relazioni internazionali presso l’Università di Oxford, afferma: “ Quella che viene pubblicizzata come definizione operativa dell’antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto non è una definizione, ha poco a che fare con l’antisemitismo e non è stata né scritta né approvata dall’IHRA. Questi sono i risultati di questo rapporto, meticolosamente studiato politicamente esplosivo. Studiosi ed esperti legali hanno sostenuto in modo convincente che la definizione dell’IHRA è incoerente, vaga, vulnerabile ad abusi politici e non adatta allo scopo.
Non riesce nemmeno a soddisfare il requisito più elementare di una definizione che è definire. È stato anche stabilito il ruolo decisivo dei gruppi a sostegno di Israele nella stesura e promozione della definizione… Il rapporto mostra che l’organo decisionale dell’IHRA, la plenaria, aveva di fatto deciso di escludere tutti questi esempi dalla sua definizione. La definizione IHRA non include esempi… Gli esempi sono stati usati per delegittimare e censurare le legittime critiche ad Israele e più in generale per limitare la libertà di parola su Israele. Ciò protegge Israele dalla responsabilità per i suoi gravi abusi dei diritti umani, che di conseguenza continuano incontrollati…. Il rapporto di Stern -Wheiner dimostra con dettagli inconfutabili come una definizione intesa a proteggere gli ebrei dall’antisemitismo sia stata distorta per proteggere lo Stato di Israele da critiche valide che non hanno nulla a che fare con il razzismo antiebraico”.
Esplosiva la dichiarazione di Shlaim secondo cui la definizione IHRA non include esempi, quegli esempi che ora stanno per essere introdotti in una legge dello Stato.
Facciamo nostra la conclusione e la richiesta di Avi Shlaim: il rapporto dovrebbe indurre qualsiasi governo, parlamento o organizzazione che stia valutando l’adozione della definizione IHRA a ricredersi e coloro che l’hanno già sottoscritta a revocare la propria decisione.