Sentire il bosco, diventare comunità

Comune-info - Friday, August 21, 2026
Foto Bosco Ospizio

«A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di comunità, l’impegno per un fine comune»
(Mancuso & Mori, 2026, p. 23)

Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione, memoria, incontro e appartenenza.

Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola, 2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati, aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013). Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità, percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra esperienza quotidiana.

Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi, seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano.

In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità. Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana, soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore estremo e alla perdita di biodiversità.

Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone. Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo.

Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una comunità di viventi.

Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco, quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non umana che si sta sedimentando intorno ad esse.

L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E, rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della comunità.

Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo, conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città.

Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una memoria.

Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT – Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità.

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