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Il fallimento della crescita e le alternative possibili, secondo Stiglitz, Piketty e altri economisti
La crescita a ogni costo non può essere l’obiettivo: lo scrive un gruppo di autorevoli economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz Per decenni le politiche economiche si sono mosse attorno a un modello semplice: crescita, tasse, trasferimenti di risorse. Ponendo l’accento talvolta sul primo elemento, talvolta sugli altri due. Ora è arrivato il momento di superare questo modello, mettendo in discussione la centralità della crescita economica. È la tesi che sostiene un gruppo di economisti di fama mondiale in un pezzo d’opinione pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian. Il titolo dell’articolo è “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la crescita è una strategia destinata al fallimento, ma c’è un’alternativa migliore”. L’op-ed accompagna un documento curato dal think-tank New Economies for Eradicating Poverty (Neep). Il Neep è diretto dall’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sull’eradicazione della povertà e i diritti umani, il belga Olivier De Schutter, a sua volta tra gli autori dell’articolo. Nel documento una serie di proposte. Controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, limiti al consumo di risorse naturali e alla ricchezza, tasse su miliardari e grandi imprese, retribuzione del lavoro di cura domestico. La promessa è che, applicandole, si genererà più benessere e più democrazia. Perché la scarsità (di denaro, cibo, cure, servizi), scrivono gli economisti, «oggi è fabbricata». QUANDO INIZIA IL DIBATTITO SUI LIMITI DEL PIL Quando si parla di crescita economica, ci si riferisce all’aumento del Prodotto interno lordo. Si tratta di un indicatore calcolato sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo. È a lui che ci riferiamo, quando parliamo di «Italia a rischio recessione» o di «Cina che continua a crescere». Gran parte degli economisti, e gran parte della classe dirigente globale, è convinta che l’aumento di questo indicatore sia come minimo una premessa necessaria per il benessere generale. Il gruppo di economisti che ha firmato l’op-ed vuole sfidare questa convinzione, e non sono i primi. Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, il “Rapporto sui limiti della crescita”, che è considerato l’inizio ufficiale del dibattito sulla decrescita. Studiosi come il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno approfondito il tema e, più di recente, una parte minoritaria della comunità degli economisti ha iniziato a testare le loro tesi in modo empirico. PERCHÉ LA CRESCITA NON EQUIVALE AL BENESSERE Le critiche alla crescita come obiettivo si concentrano su due punti. Primo, la crescita economica si è storicamente accompagnata alla crescita del consumo di risorse ed energia. Un consumo con effetti negativi sull’ambiente e sulle persone che, è il cuore dell’argomento, possono arrivare a superare i vantaggi della crescita. L’ecologo svedese Johan Rockström, per esempio, ha elaborato il modello dei nove limiti planetari, soglie che indicano lo stato di salute degli ecosistemi. Ben sette sarebbero già state superate. Secondo, la crescita economica non necessariamente significa crescita del benessere. Un paper dell’Università di Leeds del 2018 sostiene ad esempio che l’aumento del reddito pro capite smette di essere correlato a maggiore aspettativa di vita, istruzione o felicità percepita una volta passata la soglia dei 20mila dollari. Poco più del reddito pro capite turco e poco meno di quello uruguayano, per intenderci. CHI SONO GLI ECONOMISTI CHE HANNO FIRMATO L’OP-ED Il documento del Neep e la lettera degli economisti che lo accompagna partono da questo filone di studi, e provano ad aggiungerci dei suggerimenti di policy. L’op-ed pubblicato dal Guardian ha fatto notizia in primis per le firme. Oltre al già citato Olivier De Schutter e ad alcuni nomi noti del mondo della decrescita come la britannica Kate Raworth e l’eswatino-statunitense Jason Hickel, in calce compaiono i nomi di Jayati Ghosh, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz. Si tratta di economisti di sinistra, impegnati sui temi della redistribuzione e della pianificazione pubblica, ma non noti per la critica alla crescita. Stiglitz, tra le altre cose, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001. LE ALTERNATIVE PROPOSTE: REDISTRIBUZIONE E LAVORO DI CURA Il ragionamento che sta alla base del documento è il seguente. Le disuguaglianze non sono un errore del sistema economico in cui viviamo, ma un obiettivo perseguito dalle élite. I servizi pubblici (welfare state) sono indispensabili ma non sufficienti a cambiare lo status quo. Per questo, il primo elemento della ricetta del gruppo di economisti è la pianificazione pubblica dell’economia, in modo da indirizzare soldi e risorse verso settori utili all’interesse generale e lontano da quelli inquinanti e innecessari. Poi c’è la redistribuzione, intesa come tasse sui più ricchi e forti investimenti in sanità, scuola, trasporti. Un elemento innovativo rispetto all’economia classica è il concetto di limite. La proposta è quella di stabilire a livello globale quote massime di estrazione di risorse naturali, in modo da garantire l’equilibrio degli ecosistemi. Spazio infine per la retribuzione del lavoro di cura – cioè il lavoro domestico, fatto di norma gratuitamente dalle donne – e per la sindacalizzazione dei posti di lavoro. LA PROPOSTA ARRIVERÀ AI DECISORI POLITICI? Un piano che incontrerebbe molte opposizioni, dentro gli Stati e tra Stati. Per questo, si legge nel pezzo d’opinione, «serve includere giustizia del debito, maggiore cooperazione Sud-Sud, finanza climatica riparativa e sostegno a livelli minimi universali di protezione sociale». La lettera si chiude con un invito ai decisori politici. Ma se è probabile che la comunità accademica reagisca a questo testo e al documento che accompagna, anche criticandolo, è pressoché sicuro che le reazioni del mondo politico saranno ben poche. Il tema della decrescita rimane confinato agli ambienti universitari e dell’attivismo, ma quasi mai entra nelle stanze del potere. Almeno per ora. Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
L’elefante nel garage
NEL MERCATO ITALIANO, COME IN MOLTI ALTRI, I SUV SONO DIVENTATI LA TIPOLOGIA DI AUTO DOMINANTE. IN CASA, L’ARIA CONDIZIONATA È ORMAI UNA PRESENZA ABITUALE NELLE CASE DEGLI ITALIANI. UN CELLULARE SU TRE VIENE SOSTITUITO MALGRADO SIA ANCORA FUNZIONANTE. INTANTO, NELLA GRAN PARTE DELLE NOTIZIE DEI GRANDI MEDIA DEDICATE ALLE ULTIME ONDATE DI CALDO ESTREMO NON VIENE CITATO ALCUN LEGAME CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. CERTO, LE RESPONSABILITÀ SU QUANTO ACCADE NON SONO UGUALI TRA PAESI O TRA I CITTADINI E IMPRESE, MA NON C’È DUBBIO CHE SIA IN CORSO UNA GIGANTESCA RIMOZIONE, BEN ALIMENTATA, SU QUANTO L’ATTIVITÀ UMANA INFLUISCA SULL’AUMENTO VERTIGINOSO DELLE TEMPERATURE Cambiamento climatico, da dove cominciare? La cooperativa Reware di Roma, ad esempio, recupera e rigenera computer aziendali dismessi, ma ancora perfettamente funzionanti, per rimetterli in commercio a prezzi accessibili -------------------------------------------------------------------------------- Nel Regno Unito un gruppo di climatologi ha diffuso di recente una lettera aperta denunciando il modo in cui i media hanno raccontato l’ondata di caldo di maggio: in circa tre notizie su cinque non veniva infatti citato alcun collegamento con il cambiamento climatico. Anche in Italia l’attenzione dell’informazione verso questi temi è diminuita: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia, rispetto al 2022 la copertura della crisi climatica è calata del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei telegiornali. C’era una volta, quindi, l’elefante nella stanza. Ovvero nel garage. A riprova di ciò, mi sono preso qualche minuto per fissare ancora una volta quali sono nel concreto le cause legate all’attività umana che influiscono sull’aumento vertiginoso delle temperature. Le macro categorie sono note per chi si occupa quotidianamente di tali urgenze. In primis i trasporti, poi il consumo domestico di energia, l’alimentazione, gli acquisti, la gestione dei rifiuti, le attività finanziarie e molto altro. È altrettanto risaputo che per quanto riguarda il trasporto i SUV di grandi o medi dimensioni siano tra i principali responsabili. Ma i nostri concittadini l’hanno capito? Dai dati non sembra affatto, visto che negli ultimi due anni nel mercato italiano i SUV sono diventati la tipologia di auto dominante.  Nel 2024 sono state immatricolate circa 1,56 milioni di auto nuove, di cui circa 900.000 SUV, mentre nel 2025 i SUV hanno raggiunto circa sei auto nuove su dieci. E i dati più recenti confermano questo andamento. Per quanto riguarda il consumo energetico in casa, l’aria condizionata è ormai una presenza abituale nelle case degli italiani. Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT indicano che 14,7 milioni di famiglie, corrispondenti al 55,1% del totale, hanno installato almeno un impianto di climatizzazione. Ma quanti di costoro rispettano le avvertenze dell’ENEA, la quale consiglia di mantenere la temperatura interna tra 24 e 26 °C? Difficile misurarlo. Per quanto riguarda l’alimentazione, la buona notizia è che il consumo di carne è meno alto di quello che sembra. Sugli acquisti non siamo altrettanto giudiziosi. Riguardo in particolare agli smartphone – la cui produzione e vendita impatta notevolmente nel mondo sul riscaldamento globale – i report indicano che un cellulare su tre viene sostituito malgrado sia ancora funzionante. Ma dietro l’umano desiderio di novità, si celano gli effetti di una strategia ben precisa delle aziende. Sui rifiuti, siamo bravi con la raccolta differenziata e in cima alle classifiche europee per il riciclo, ma grandi città come Roma e Napoli sono ancora molto indietro, così come il Sud rispetto al Nord. Infine, per quanto concerne gli investimenti secondo la Banca d’Italia gli italiani non sembrano essere né particolarmente “green” né particolarmente inquinanti: sono soprattutto prudenti e delegano la gestione del capitale a intermediari, mentre la componente di investimento sostenibile è in crescita ma ancora minoritaria. Forse possiamo comunque fare di meglio, non credete? Giusto per cominciare con qualcosa di rilevante, perché non iniziare a farsi bastare il vecchio telefono e, soprattutto, a disfarsi di quel maledetto elefante nel garage? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher Alessandro Ghebreigziabiher ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Terra e cielo devastati. E noi in mezzo -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’elefante nel garage proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Un lavoro tutto da fare
C’È UN CALDO INSOPPORTABILE IN TUTTA EUROPA. FRA UN PO’ TERMINERÀ CON QUALCHE DISASTROSA GRANDINATA. POI RIPRENDERÀ. SIAMO IMPREPARATI ALLE CONSEGUENZE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI, PROVOCATI DALL’UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI. IN QUESTO SCENARIO, SCRIVE GUIDO VIALE, IL PRIMO PROBLEMA È LA NOSTRA DELEGA AI GOVERNI, AI PARTITI, ALLE IMPRESE, A “CHISSÀ CHI?”: ANCORA TROPPI SI ILLUDONO CHE LA TRANSIZIONE “DALL’ALTO” PRIMA O POI IN QUALCHE MODO SI FARÀ. C’È DA METTERE SOTTOSOPRA OGNI ASPETTO DELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA. E C’È DA CONSIDERARE IL PUNTO DI VISTA DEI PIÙ FRAGILI. SI TRATTA DI COMINCIARE DA COSE ELEMENTARI QUANTO FONDAMENTALI: CONSUMI, PRODUZIONI NOCIVE, TRASPORTI, SALUTE, ISTRUZIONE, SVAGO… MA ANCHE DA QUESTIONI GENERALI COME MIGRAZIONI E GUERRE Workshop “L’Affresco del Clima”, durante Transizioni fest 2026 (leggi anche Costruire arche ai piedi delle Alpi): un buon modo per allenare l’intelligenza collettiva -------------------------------------------------------------------------------- C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica. Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi… A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”? “Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La disuguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un lavoro tutto da fare proviene da Comune-info.
June 30, 2026
Comune-info
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
L’ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS RAFFORZA IL RICHIAMO PER UNA PACE “DISARMATA E DISARMANTE” COME GRIDO CONTRO TUTTI I GOVERNI E L’INDUSTRIA BELLICA. MA SECONDO GUIDO VIALE È UN SALTO INDIETRO RISPETTO ALLA LAUDATO SI’, DOVE L’UMANITÀ È NOMINATA CUSTODE DELL’INTERDIPENDENZA ECOSISTEMICA Foto Associazione Laudato Si’ -------------------------------------------------------------------------------- “Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica? Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato si’ come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune. “Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire. Nell’enciclica Laudato si’ tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica. Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della tecnoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente. L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito. La Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica. A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità). Leone ammette sì l’importanza di “quello che papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”. Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria). Che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”. Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una pace con la terra disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
Consumati dal consumo: storia, culture e pratiche del nostro stile di vita
Con l’annuncio dell’uscita del numero 8 dei Quaderni della decrescita, il collettivo di redazione informa che è aperta la call per contributi alla prossima edizione del quadrimestrale di ecologia, società e politica. > Nella parte monografica dal titolo Decrescita e ruralità tra crisi e futuri > possibili, l’ottavo volume della collezione analizza il possibile nesso tra le > zone rurali e la messa in atto di futuri socio-ecologicamente desiderabili, > con i contributi, oltre che delle curatrici Donatella Gasparro, Adanella Rossi > e Lucia Piani, di: Annalisa Spalazzi, Nadia Carestiato e Viviana Ferrario, > Marco Marchetti, Valentina Bruno e Chiara Bassignana, Giuseppe Feola, > Guilherme Raj, Jacob Smessaert e Julia Spanier, Irina Aguiari, Giorgio Osti, > Fulvia Calcagni, Emma Marzi e Elena Childers. > La parte miscellana propone saggi su > – collasso e catrastrofismo, di Bruno Mazzara e Paolo Cacciari > – l’Intelligenza artificiale, di Mario Agostinelli e Sergio Bellucci > – il Terzo settore, di Aldo Bonomi > – il dibattito attorno alla decrescita in Canada, di Vlad Bunea > e una riflessione su cosa ci sia mai di sbagliato nella decrescita, un testo > intitolato “Niente!” a firma di Giorgos Kallis. Consumati dal consumo. Storia, culture e pratiche del nostro stile di vita: i contributi, che dovranno essere consegnati entro il 30 settembre 2026, scritti in italiano, sono destinati alla pubblicazione sui Quaderni della decrescita n. 10 in uscita il 1 febbraio 2027, e possono essere di due tipi – saggio (24/40 mila caratteri, spazi inclusi); – articolo (12/15 mila caratteri, spazi inclusi); Le norme editoriali, da seguire nella stesura del testo, sono reperibili in: https://quadernidelladecrescita.it/norme-editoriali/ Informazioni su contenuti e su modalità di presentazione e di selezione dei contributi sono pubblicate sul numero 8 della collezione e online: https://quadernidelladecrescita.it/2026/06/01/quaderni-della-decrescita-n-10-consumati-dal-consumo-storia-culture-e-pratiche-del-nostro-stile-di-vita/ Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Il mondo va male: ecco il documento dell’Onu che invita alla post-crescita
Olivier De Schutter è un cattedratico belga, ma non solo. Egli è infatti anche relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani. Ma chi pensa che svolga questo ruolo asetticamente, senza andare al fondo del problema, si sbaglia di grosso. Queste le sue parole nel 2024, quando presentò al Consiglio dei Diritti Umani “Eradicating poverty beyond growth” (da cui il libro La povertà della crescita): “Per quasi sei anni, le Nazioni Unite mi hanno affidato il compito di riferire sulle soluzioni più promettenti al mondo per sradicare la povertà… La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta. E l’eliminazione della povertà non può continuare a essere utilizzata come scusa per perseguire un PIL in costante aumento, quando questa ricerca, al contrario, spinge le persone verso lavori mal retribuiti e spesso pericolosi per soddisfare le esigenze dell’élite… Dobbiamo respingere il mito secondo cui la crescita economica equivale al progresso umano. Anche se questo può sembrare un pensiero radicale, dopo quasi un secolo in cui ci è stato detto che tutto ciò che conta è la velocità con cui cresce l’economia, sono ottimista sul fatto che presto diventerà l’opinione dominante. Perché il pianeta, e i suoi abitanti, non sopravviveranno senza di esso…Oggi posso affermare con certezza che, nonostante ciò che politici, economisti, esperti di sviluppo e persino le istituzioni delle Nazioni Unite ci hanno indotto a credere, la risposta non è semplicemente stimolare la crescita economica”. Ed è proprio sulle basi di questo rapporto che il 22 aprile scorso a Ginevra, è stata presentata la Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report ponderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle ONG e della società civile) approntato sempre da Oliver De Schutter. In pratica, cosa afferma il documento? Che la crescita economica sta portando sempre più ad un concentramento di ricchezze in poche mani (“Viviamo su un pianeta che non è mai stato così ricco. Nel 2024 i miliardari hanno visto crescere le loro fortune in media di 2 milioni di dollari al giorno e si prevede entro un decennio ci saranno cinque trilionari”) e, nel contempo, ad una sempre più ampia fetta di persone nel mondo che vivono nella miseria. C’è dunque qualcosa di profondamente sbagliato ed anche immorale nella crescita, ma nello stesso concetto di crescita, perché crea miseria ed impoverisce la Terra (“La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta”). Ciò detto, il documento indica un percorso da adottare da parte delle nazioni del mondo, una “roadmap” appunto, e, anche se non arriva ad indicare la decrescita come soluzione ai mali, ha il coraggio di riconoscere che la crescita, questa crescita, l’unica che conosciamo, è un male, che un Pil che equipara la produzione di un’arma alla realizzazione di un alloggio per bisognosi è una mostruosità, che occorre in buona sostanza passare alla fase della post-crescita. Nonostante la portata che potremmo definire “rivoluzionaria” del documento (o forse proprio per questo), esso non ha avuto eco sui media di regime. Che, invece, in direzione del tutto opposta (“ostinata e contraria”) ci raccontano ad esempio che la Germania destinerà nei prossimi anni mille miliardi di euro in armi, in modo da diventare la corazzata bellicista d’Europa (ora che l’industria automobilistica non tira più). Sarà dura, molto dura abbandonare il paradigma della crescita… prima che giustamente ci estinguiamo. Con la crescita, la via appare segnata. Fabio Balocco
May 27, 2026
Pressenza
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. 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May 24, 2026
Comune-info
Camminiamo contro il vostro riarmo energetico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 9 maggio e domenica 10 maggio hanno avuto luogo a Londa (Firenze) due giorni di Mobilitazione per i crinali dell’Appennino Mugellano e della Montagna Fiorentina liberi dalla loro trasformazione in siti industriali di grandi opere mega eoliche che impattano sulla valle del Mugello e la valle del Casentino. La Marcia del 9 maggio si è svolta da Contea a Londa, Comune del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, dove la Società Hergo Renewables, ENI, ha presentato un Progetto di sei torri eoliche alte duecento metri ai confini del Parco Nazionale di fronte al Monte Falterona, sul corridoio ecologico che connette il Parco Nazionale alla Consuma e al Pratomagno. L’iniziativa è stata organizzata da Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione, Progetto Confluenza, Italia Nostra, Atto primo salute ambiente e cultura, Comitato Crinali Liberi Londa insieme a Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano e diverse associazioni territoriali. La Marcia con le insegne delle associazioni e dei comitati è arrivata fino alla Piazza del Comune di Londa dove si è svolta un’assemblea pubblica. I numerosi interventi hanno evidenziato l’aspetto speculativo della colonizzazione industriale eolica in territori che vivono essenzialmente della bellezza naturale dell’ambiente e del paesaggio e consumano pochissima energia. È stato ricordato come la cosiddetta transizione energetica deve essere ecologica, altrimenti non è transizione, non risolve alcun problema e li aggrava tutti in modo irreversibile. La guerra, intanto, richiede sempre più energia così come i server dell’intelligenza artificiale. Le alternative ci sono, senza consumo di suolo e senza devastare ambiente, paesaggio e biodiversità che, come afferma la Costituzione, vanno invece tutelati e protetti, come il diritto alla pace. Durante la marcia e all’assemblea è emersa la ferma determinazione a difendere i territori e le comunità dal degrado industriale causato dalla deforestazione dei crinali, dalla realizzazione di ampie strade per i mezzi eccezionali di trasporto delle pale sui Sentieri CAI 00 di crinale, memoria e identità storica dei popoli della montagna, dalla cementificazione e consumo di suolo forestale. La transizione energetica, hanno detto i partecipanti, non deve avvenire sulla testa della popolazione, ma deve essere fondata sulla partecipazione dei cittadini alle scelte energetiche adeguate alla specificità del territorio. Aziende agricole, strutture recettive, agriturismi, produttori locali, hanno sostenuto la mobilitazione dei due giorni offrendo accoglienza, ospitalità e visite nei luoghi incontaminati e ricchi di biodiversità che subirebbero un danno non ripristinabili dalle opere industriali. È stato anche rivolto un appello alle amministrazioni locali perché esprimano ferma e decisa contrarietà al Progetto eolico Londa, Comune del Parco e Montagna Fiorentina e a quei Progetti eolici nell’Appennino Mugellano che vanno a compromettere e a distruggere gli ultimi ecosistemi naturali meglio conservati, un bene comune in nessun modo compensabile, per le future generazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Comitato crinali liberi Londa, Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano, Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI (30 MAGGIO / 2 GIUGNO): > Un festival dedicato alla convivialità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminiamo contro il vostro riarmo energetico proviene da Comune-info.
May 13, 2026
Comune-info
Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? La nuova economia di rapina ha  portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte. Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere? Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa. Anche Tiziano Terzani  si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è la  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è,  secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2] L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto… Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”… Nell’era moderna, l’intersezione tra scienza, economia (industria e finanza) e “illusione di benessere” sta diventando sempre più evidente. Questo sistema ci porta “naturalmente” a credere che la crescita economica sia un fenomeno inarrestabile ed un caposaldo indiscutibile. Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse. Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi. Se questo sistema genera sempre più disuguaglianze socio-economiche, mercifica, consuma e spreca tanto, vuol dire che il PIL non è una misura di “benessere” ma di “benavere”. Il “benavere” dipende solo da “ricchezza materiale consumata”, mentre il “benessere” dipende solo dalla “ricchezza sociale” e dai “beni relazionali”: come può il PIL misurare il nostro grado di felicità? Forse – come dice Latouche – per decenni abbiamo confuso il benessere con il benavere, collassando in una profonda illusione. Se il “benavere” è sempre per pochi, il “benessere” è solo un mito a cui ambire nelle nostre società consumiste e rimane un moto regolatore a cui ambisce trasversalmente ogni essere umano di ogni classe sociale. Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione? E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi. Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3]. Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione. Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo? Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale- globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso. Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche. Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura? Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo (p.29) [4]. La mia maestra, l’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato una campagna (The Real Economy) che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73)[4] . Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.   [1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del 2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”. https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8 [2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr. G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015. [3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano [4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023 Lorenzo Poli
May 11, 2026
Pressenza