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Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
Consumati dal consumo: storia, culture e pratiche del nostro stile di vita
Con l’annuncio dell’uscita del numero 8 dei Quaderni della decrescita, il collettivo di redazione informa che è aperta la call per contributi alla prossima edizione del quadrimestrale di ecologia, società e politica. > Nella parte monografica dal titolo Decrescita e ruralità tra crisi e futuri > possibili, l’ottavo volume della collezione analizza il possibile nesso tra le > zone rurali e la messa in atto di futuri socio-ecologicamente desiderabili, > con i contributi, oltre che delle curatrici Donatella Gasparro, Adanella Rossi > e Lucia Piani, di: Annalisa Spalazzi, Nadia Carestiato e Viviana Ferrario, > Marco Marchetti, Valentina Bruno e Chiara Bassignana, Giuseppe Feola, > Guilherme Raj, Jacob Smessaert e Julia Spanier, Irina Aguiari, Giorgio Osti, > Fulvia Calcagni, Emma Marzi e Elena Childers. > La parte miscellana propone saggi su > – collasso e catrastrofismo, di Bruno Mazzara e Paolo Cacciari > – l’Intelligenza artificiale, di Mario Agostinelli e Sergio Bellucci > – il Terzo settore, di Aldo Bonomi > – il dibattito attorno alla decrescita in Canada, di Vlad Bunea > e una riflessione su cosa ci sia mai di sbagliato nella decrescita, un testo > intitolato “Niente!” a firma di Giorgos Kallis. Consumati dal consumo. Storia, culture e pratiche del nostro stile di vita: i contributi, che dovranno essere consegnati entro il 30 settembre 2026, scritti in italiano, sono destinati alla pubblicazione sui Quaderni della decrescita n. 10 in uscita il 1 febbraio 2027, e possono essere di due tipi – saggio (24/40 mila caratteri, spazi inclusi); – articolo (12/15 mila caratteri, spazi inclusi); Le norme editoriali, da seguire nella stesura del testo, sono reperibili in: https://quadernidelladecrescita.it/norme-editoriali/ Informazioni su contenuti e su modalità di presentazione e di selezione dei contributi sono pubblicate sul numero 8 della collezione e online: https://quadernidelladecrescita.it/2026/06/01/quaderni-della-decrescita-n-10-consumati-dal-consumo-storia-culture-e-pratiche-del-nostro-stile-di-vita/ Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Il mondo va male: ecco il documento dell’Onu che invita alla post-crescita
Olivier De Schutter è un cattedratico belga, ma non solo. Egli è infatti anche relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani. Ma chi pensa che svolga questo ruolo asetticamente, senza andare al fondo del problema, si sbaglia di grosso. Queste le sue parole nel 2024, quando presentò al Consiglio dei Diritti Umani “Eradicating poverty beyond growth” (da cui il libro La povertà della crescita): “Per quasi sei anni, le Nazioni Unite mi hanno affidato il compito di riferire sulle soluzioni più promettenti al mondo per sradicare la povertà… La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta. E l’eliminazione della povertà non può continuare a essere utilizzata come scusa per perseguire un PIL in costante aumento, quando questa ricerca, al contrario, spinge le persone verso lavori mal retribuiti e spesso pericolosi per soddisfare le esigenze dell’élite… Dobbiamo respingere il mito secondo cui la crescita economica equivale al progresso umano. Anche se questo può sembrare un pensiero radicale, dopo quasi un secolo in cui ci è stato detto che tutto ciò che conta è la velocità con cui cresce l’economia, sono ottimista sul fatto che presto diventerà l’opinione dominante. Perché il pianeta, e i suoi abitanti, non sopravviveranno senza di esso…Oggi posso affermare con certezza che, nonostante ciò che politici, economisti, esperti di sviluppo e persino le istituzioni delle Nazioni Unite ci hanno indotto a credere, la risposta non è semplicemente stimolare la crescita economica”. Ed è proprio sulle basi di questo rapporto che il 22 aprile scorso a Ginevra, è stata presentata la Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report ponderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle ONG e della società civile) approntato sempre da Oliver De Schutter. In pratica, cosa afferma il documento? Che la crescita economica sta portando sempre più ad un concentramento di ricchezze in poche mani (“Viviamo su un pianeta che non è mai stato così ricco. Nel 2024 i miliardari hanno visto crescere le loro fortune in media di 2 milioni di dollari al giorno e si prevede entro un decennio ci saranno cinque trilionari”) e, nel contempo, ad una sempre più ampia fetta di persone nel mondo che vivono nella miseria. C’è dunque qualcosa di profondamente sbagliato ed anche immorale nella crescita, ma nello stesso concetto di crescita, perché crea miseria ed impoverisce la Terra (“La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta”). Ciò detto, il documento indica un percorso da adottare da parte delle nazioni del mondo, una “roadmap” appunto, e, anche se non arriva ad indicare la decrescita come soluzione ai mali, ha il coraggio di riconoscere che la crescita, questa crescita, l’unica che conosciamo, è un male, che un Pil che equipara la produzione di un’arma alla realizzazione di un alloggio per bisognosi è una mostruosità, che occorre in buona sostanza passare alla fase della post-crescita. Nonostante la portata che potremmo definire “rivoluzionaria” del documento (o forse proprio per questo), esso non ha avuto eco sui media di regime. Che, invece, in direzione del tutto opposta (“ostinata e contraria”) ci raccontano ad esempio che la Germania destinerà nei prossimi anni mille miliardi di euro in armi, in modo da diventare la corazzata bellicista d’Europa (ora che l’industria automobilistica non tira più). Sarà dura, molto dura abbandonare il paradigma della crescita… prima che giustamente ci estinguiamo. Con la crescita, la via appare segnata. Fabio Balocco
May 27, 2026
Pressenza
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. 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May 24, 2026
Comune-info
Camminiamo contro il vostro riarmo energetico
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 9 maggio e domenica 10 maggio hanno avuto luogo a Londa (Firenze) due giorni di Mobilitazione per i crinali dell’Appennino Mugellano e della Montagna Fiorentina liberi dalla loro trasformazione in siti industriali di grandi opere mega eoliche che impattano sulla valle del Mugello e la valle del Casentino. La Marcia del 9 maggio si è svolta da Contea a Londa, Comune del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, dove la Società Hergo Renewables, ENI, ha presentato un Progetto di sei torri eoliche alte duecento metri ai confini del Parco Nazionale di fronte al Monte Falterona, sul corridoio ecologico che connette il Parco Nazionale alla Consuma e al Pratomagno. L’iniziativa è stata organizzata da Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione, Progetto Confluenza, Italia Nostra, Atto primo salute ambiente e cultura, Comitato Crinali Liberi Londa insieme a Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano e diverse associazioni territoriali. La Marcia con le insegne delle associazioni e dei comitati è arrivata fino alla Piazza del Comune di Londa dove si è svolta un’assemblea pubblica. I numerosi interventi hanno evidenziato l’aspetto speculativo della colonizzazione industriale eolica in territori che vivono essenzialmente della bellezza naturale dell’ambiente e del paesaggio e consumano pochissima energia. È stato ricordato come la cosiddetta transizione energetica deve essere ecologica, altrimenti non è transizione, non risolve alcun problema e li aggrava tutti in modo irreversibile. La guerra, intanto, richiede sempre più energia così come i server dell’intelligenza artificiale. Le alternative ci sono, senza consumo di suolo e senza devastare ambiente, paesaggio e biodiversità che, come afferma la Costituzione, vanno invece tutelati e protetti, come il diritto alla pace. Durante la marcia e all’assemblea è emersa la ferma determinazione a difendere i territori e le comunità dal degrado industriale causato dalla deforestazione dei crinali, dalla realizzazione di ampie strade per i mezzi eccezionali di trasporto delle pale sui Sentieri CAI 00 di crinale, memoria e identità storica dei popoli della montagna, dalla cementificazione e consumo di suolo forestale. La transizione energetica, hanno detto i partecipanti, non deve avvenire sulla testa della popolazione, ma deve essere fondata sulla partecipazione dei cittadini alle scelte energetiche adeguate alla specificità del territorio. Aziende agricole, strutture recettive, agriturismi, produttori locali, hanno sostenuto la mobilitazione dei due giorni offrendo accoglienza, ospitalità e visite nei luoghi incontaminati e ricchi di biodiversità che subirebbero un danno non ripristinabili dalle opere industriali. È stato anche rivolto un appello alle amministrazioni locali perché esprimano ferma e decisa contrarietà al Progetto eolico Londa, Comune del Parco e Montagna Fiorentina e a quei Progetti eolici nell’Appennino Mugellano che vanno a compromettere e a distruggere gli ultimi ecosistemi naturali meglio conservati, un bene comune in nessun modo compensabile, per le future generazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Comitato crinali liberi Londa, Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano, Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI (30 MAGGIO / 2 GIUGNO): > Un festival dedicato alla convivialità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminiamo contro il vostro riarmo energetico proviene da Comune-info.
May 13, 2026
Comune-info
Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? La nuova economia di rapina ha  portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte. Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere? Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa. Anche Tiziano Terzani  si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è la  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è,  secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2] L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto… Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”… Nell’era moderna, l’intersezione tra scienza, economia (industria e finanza) e “illusione di benessere” sta diventando sempre più evidente. Questo sistema ci porta “naturalmente” a credere che la crescita economica sia un fenomeno inarrestabile ed un caposaldo indiscutibile. Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse. Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi. Se questo sistema genera sempre più disuguaglianze socio-economiche, mercifica, consuma e spreca tanto, vuol dire che il PIL non è una misura di “benessere” ma di “benavere”. Il “benavere” dipende solo da “ricchezza materiale consumata”, mentre il “benessere” dipende solo dalla “ricchezza sociale” e dai “beni relazionali”: come può il PIL misurare il nostro grado di felicità? Forse – come dice Latouche – per decenni abbiamo confuso il benessere con il benavere, collassando in una profonda illusione. Se il “benavere” è sempre per pochi, il “benessere” è solo un mito a cui ambire nelle nostre società consumiste e rimane un moto regolatore a cui ambisce trasversalmente ogni essere umano di ogni classe sociale. Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione? E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi. Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3]. Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione. Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo? Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale- globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso. Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche. Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura? Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo (p.29) [4]. La mia maestra, l’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato una campagna (The Real Economy) che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73)[4] . Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.   [1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del 2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”. https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8 [2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr. G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015. [3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano [4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023 Lorenzo Poli
May 11, 2026
Pressenza
Un festival dedicato alla convivialità
MAI NELLA STORIA LA NOSTRA SPECIE ERA ARRIVATA A METTERE IN DISCUSSIONE LA SUA ESISTENZA PER VIA DEL PROPRIO E INDISCUSSO MODELLO DI SVILUPPO. EPPURE LA MEGAMACCHINA SEMBRA PROSEGUIRE INGORDA, SEMPRE PIÙ ARROGANTE, PRONTA A RICORRERE ALLA GUERRA IN UNA ESCALATION SENZA FINE. NON BASTA CHIEDERCI COSA FARE RISPETTO A QUESTO SCENARIO, ABBIAMO BISOGNO DI PENSARE ANCHE AL COME. PER FARLO SAPPIAMO CHE NON SERVE UN CONVEGNO BEN ORGANIZZATO, MA UN LUOGO NEL QUALE INCONTRARCI PER PIÙ GIORNI, DOVE CONFRONTARCI SU TANTI TEMI, PARTECIPARE A LABORATORI E NUTRIRE IL SAPER FARE, TRA MUSICA, DANZA, ARTE, UN LUOGO CHE POSSA ANIMARSI CON IL CONTRIBUTO DI TUTTI E TUTTE, MOLTO PIÙ DI UN CAMPEGGIO AUTOGESTITO IN TENDA. DAL 30 MAGGIO AL 2 GIUGNO, IMMERSI UN BOSCO DELLA VALLE DELLE SORGENTI (A GAVERINA TERME, BERGAMO), PROTEGGENDO IL GUSTO DEL TEMPO LENTO E DEL CIBO BUONO, C’È TRANSIZIONI FEST, DEDICATO AL TEMA DELLA CONVIVIALITÀ. CI SARÀ ANCHE LA REDAZIONE DI COMUNE. CHI CI RAGGIUNGE? PRENOTATE PRESTO, QUI IL PROGRAMMA E IL LINK PER ISCRIVERSI -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco è all’umano. Ai corpi, annichiliti. Ai sensi, intossicati. Al pensiero dominato. Allo spirito, disincantato. Siamo superflui a noi stessi… Che fare? Provare a non lasciarsi assuefare, dando vita a cornici, percorsi e comunità anche piccole, temporanee, radicate nei luoghi che, a partire dai corpi e dalla bellezza, tornino a fare cose semplici, umane, perché quello che di fondo vogliono estirpare e sterilizzare, e noi dobbiamo custodire e rilanciare, è la gioia collettiva. È quello che abbiamo vissuto lo scorso anno a Transizioni Fest: tre giorni di vita felice insieme. E che riproveremo a fare quest’anno (dal 30 maggio al 2 giugno) in Valcavallina, in un’edizione interamente dedicata alla convivialità. Possiamo leggere i fenomeni che viviamo sui nostri corpi e intorno a noi sotto le lenti della contro-produttività. L’ipertrofia, la crescita e l’esasperazione infinita portano paradossalmente sempre a un’atrofia, a una de-abilitazione, a una paralisi: personale e collettiva. Più cresce l’intelligenza digitale più viene meno quella ecologica legata alla nostra stessa natura. La crescita dell’economia, delle grandi opere, della mobilità, della burocrazia portano ogni volta con loro un restringimento della libertà, delle spontaneità, dell’autonomia nel far fronte a bisogni e desideri mentre paesaggio e biodiversità si impoveriscono. La crescita dell’estrattivismo, della velocità, della produzione, del consumo, della tecnologia comportano inequivocabilmente un peggioramento delle condizioni di vita, fuori e dentro di noi. Intanto, l’apparato burocratico è arrivato a controllare e uniformare ogni cosa: siamo paralizzati in un labirinto di complicatissime regole, costosissimi permessi e certificazioni senza senso e alla fine siamo tutti più poveri e insicuri, più depressi, disincantati e soli. Perdiamo sempre più spontaneità. Tutto è già organizzato e previsto, ogni trama è dominata dalla finzione, ogni ogni cosa è misurata, ogni esito è scontato. Ci stiamo imprigionando e facendo del male con le nostre stesse mani. Mai nella storia la nostra specie era arrivata al punto di mettere in discussione la sua esistenza sul pianeta per via del proprio e indiscusso modello di sviluppo. Eppure la megamacchina sembra proseguire ingorda e bulimica, sempre più avida e arrogante, pronta a ricorrere alla guerra in una escalation senza fine che come un cancro assorbe e monopolizza capillarmente ogni sforzo e ogni ingranaggio di un sistema perverso. Cosa possiamo fare di fronte a questo scenario? Si tratta di trovare il coraggio di guardare in faccia le macerie e dare vita a mondi nuovi. Si tratta di sottoporre il modello totalitario a una critica radicale, di provare a ripensare il mondo rifondando le prerogative, ribaltando i paradigmi. “Come ci relazioniamo gli uni con gli altri?… Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come?… La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi…” (John Holloway, Comune-info) Può essere la convivialità uno dei paradigmi e delle categorie politiche per ripensare il mondo? Convivalità intesa come ri-connessione: con se stessi, con gli altri, col non umano, con la storia, coi luoghi, coi propri consumi. Come legame diretto e non mediato, come non delega, come consapevolezza, come mutuo appoggio fra le persone. Convivialità come comunità, come tessitura di relazioni e legami, come continuo apprendimento collettivo, come saperi e pratiche condivise. Ma anche come riconoscimento di un limite naturale all’interno del quale calibrare i consumi di energia e la produzione di cibo e manufatti sulla base dei bisogni reali dell’uomo austero, andando oltre lo spreco e l’opulenza, la velocità esasperata, l’estrazione delle materie prime, l’overtourism. Convivialità non in una logica di scarsità ma di abbondanza, di creatività, di molteplicità e di possibilità. Come biodoversità, riconoscimento, interazione e reciprocità fra essere diversi di cui salvaguardare e incoraggiare l’unicità. E ancora: convivialità come tecnologie conviviali pensate come artigianali, maneggiabili dall’uomo e non viceversa, accessibili e riparabili. Come superamento del monopolio radicale e alienante del modello vorace e dominante che tutto uniforma e sussume. Come narrazione a più voci di un presente e un futuro tutto da scrivere. Come come fiducia, come amicizia che ogni volta nasce nuova e inaspettata. Convivialità come festa e gioia collettiva, come speranza che ci muove. Ecco dunque le domande del Festival. Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? Può una cornice conviviale cambiare tutto? Lo sperimenteremo in 4 giorni e 3 notti di vita insieme, in un villaggio autogestito. in un luogo prezioso, per immaginare, sentire, riflettere e praticare mondi nuovi. Tra persone con storie ed età diverse. Accompagnati da conduttori e facilitatori con grande esperienza che ci aiuteranno esplorare nuove possibilità, con sguardi multi e interdisciplinari per ricostruire insieme una cornice di senso e di unità. Confrontandoci, riflettendo, mettendo in gioco sogni ed emozioni, senza l’obbligo di arrivare a conclusioni univoche o risultati attesi. Insieme, immersi e immerse in un bosco, nella Valle delle Sorgenti, assaporando il gusto del tempo lento, della cura e del buon cibo, ricostruendo comunità, recuperando il saper fare con le nostre mani, il piacere della musica, della danza, dell’arte, nutrendo la nostra innata intelligenza ecologica. Quattro giorni fuori dalle mura di cemento e dalla macchina della guerra, rigenerando i corpi, il pensiero e l’immaginario per tornare nel quotidiano, con una rinnovata fiducia e con nuovi strumenti ed energie. Riprendiamoci la vita la terra la luna e l’abbondanza! -------------------------------------------------------------------------------- [Matteo Rossi, presidente cooperativa sociale Liberi Sogni] -------------------------------------------------------------------------------- Nelle stesura di questa premessa ci siamo ispirati ai contributi dei seguenti testi: * Convivialità, Ivan lllich, 1973 * Vogliamo vincere. Come? John Holloway. Comune-info.net, 2026 * Burocrazia, David Graeber, Il Saggiatore 2016 * Il Creato Parola di Dio, Marco Belleri, LEF, 2025 * Gridare, fare, creare mondi nuovi, Marco Calabria, Elèuthera, 2025 * Una storia della gioia collettiva, Barbara Ehrenreich, Elèuthera, 2024 * Ho visto anche degli zingari felici, Claudio Lolli, EMi, 1976 -------------------------------------------------------------------------------- SCOPRI QUI TUTTI GLI INCONTRI IN PROGRAMMA ISCRIVITI ORA -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 31 maggio: Comune a Transizioni fest ……… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un festival dedicato alla convivialità proviene da Comune-info.
May 2, 2026
Comune-info
L’invenzione dell’economia ha distrutto il mondo. Intervista a Gloria Germani
Nella visione dominante dell’economia, gli individui pensano principalmente a loro stessi, perseguono un reddito per sostenere uno stile di vita agiato e la natura esiste per essere dominata dall’uomo. Questa visione dell’economia nata in Occidente, che ha origine con il paradigma cartesiano -newtoniano, è origine di ogni tipo di crisi ecologica, climatica, ambientale, alimentare e di consumo, oltre ad essere artefice di continue disuguaglianze sociali ed economiche. E’ da questo assunto che l’invenzione dell’economia ha distrutto e sta distruggendo il mondo. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte della Rete per l’Ecologia Profonda, di Navdanya International e dell’Associazione per la Decrescita. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha viaggiato molto in Asia, lavora da trent’anni nell’ambito dei media ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, curando moltissime biografie intellettuali tra cui – a maggio 2024 – l’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”. “Economia”, una parola dall’origine antica ma che nei giorni nostri ha avuto uno sviluppo completamente diverso. Quale è il suo significato etimologico? Il nome “economia” esisteva già presso i greci e significava la norma – nomos – della casa – oikos. Riguardava il cibo, gli indumenti, le abitazioni e altre risorse che erano fonti di benessere, ma non erano isolate rispetto al tessuto della vita.  Questa economia era totalmente distinta dalla krematistica, cioè la possibilità di fare soldi con i soldi. Tale pratica era condannata sia da Aristotele che dagli ambienti cristiani fino al Rinascimento, quanto negli ambienti islamici ed orientali[1]. Aristotele avvallava lo scambio naturale (merce-denaro-merce) perché corrisponde al vendere le proprie eccedenze per comprare ciò di cui si ha bisogno, ma condannava la pratica mercantile (denaro-merce-denaro) che corrisponde al comprare al minor prezzo possibile per rivendere al maggior prezzo possibile. Per Aristotele fare denaro con il denaro è un obiettivo inconciliabile con la ricerca del bene comune[2]. Infatti, come per Platone, «Un mondo fondato sul guadagno è inconciliabile con la cittadinanza e ancor meno con l’isonomia (eguaglianza) e beninteso con la giustizia[3]. La condanna totale del fare soldi con i soldi (l’interesse sul prestito), all’accumulo, all’avarizia, pervade tutte le civiltà: da Platone ad Aristotele, da Gesù a Buddha. Essa è ripresa dai Padri della Chiesa cristiana e ovviamente da San Tommaso d’Aquino. Il Corano espressamente vieta l’interesse sul prestito in quanto usura (riba)e questa indicazione è ancora rispettata, tanto che tra i mussulmani chi presta soldi diventa in qualche maniera socio dell’impresa e quindi partecipa ai guadagni ma anche alle perdite. In tale maniera, il denaro evita di diventare valore assoluto ed attore principale. Oltre al divieto di interesse sul prestito (riba), la Sharia prevede che si devono evolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt),  che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysir). Se consultate qualsiasi sito web sulla finanza islamica, queste norme sono spiegate con il fatto che la religione islamica e la Sharia seguono norme di tipo etico, dando per scontato che questo sia un segno di arretratezza.  Vedremo più tardi che questo distacco tra etica e scienza è uno dei grandi errori dell’Occidente. È interessante notare inoltre che la condanna dell’interesse sul prestito in varie culture riguarda lo stesso argomento: Il tempo. Esigere un interesse dando in prestito il denaro, significa lucrare sul tempo e il tempo è qualcosa di cui gli uomini non possono e non devono disporre. Come ci conferma la fisica quantistica, il tempo non ha esistenza di per sé. Oggi però non sembra essere questa la definizione di “economia” che viviamo sulla nostra pelle. Di che economia si tratta?  Infatti, tutto cambiò in Europa con l’avvento della scienza cartesiana-newtoniana a metà 1700. Il nome più famoso legato alla nascita della nuova “scienza economica” è quello dell’inglese Adam Smith[4]. Professore di giurisprudenze e filosofia, «applicò i concetti newtoniani di equilibrio e di leggi di moto e li immortalò con la metafora della “mano invisibile” del mercato la quale, secondo lui, avrebbe guidato l’interesse egoistico di ogni imprenditore, produttore e consumatore dando luogo a quella che definì “l’ armonia naturale degli interessi”»[5]. Dunque un sistema composto da individualismi egoistici nella ricerca del proprio interesse egoico si sarebbe trasformato in un complesso armonico per tutti. “Smith e Ricardo sostenevano l’argomento “scientifico” per cui l’armonia si sarebbe realizzato perché così operavano “le leggi della natura”[6]. Bisogna  notare che oggi il paradigma cartesiano-newtoniano è sempre saldamente operante: le “leggi di natura” sarebbero oggettive e regolerebbero la materia, cioè il mondo fuori, mentre l’uomo, il soggetto pensante indagherebbe queste leggi con il fine di scoprirle e di modificarle a proprio vantaggio. La prima cattedra di Economia fu istituita a Oxford nel 1825. Quindi non più di 200 anni fa, che sono pochissimi se guardiamo alla storia del mondo. All’epoca fu guardata con  notevole sospetto da parte degli accademici che ne intuivano l’enorme  capacità di fagocitare  altri ambiti del sapere. Infatti i in due secoli è diventata la sovrana  delle scienze con la sua unica e sola legge: la crescita economica ovvero la ricerca costante del profitto. Nel frattempo, altri concetti importanti si stavano muovendo insieme a quelli della  nuova Economia moderna  e riguardavano l’idea di individuo, di diritto, di legge naturale.[7] Il  primo giurista ad Insegnare diritto all’Università di Oxford, William Blackstone che visse dal 1723 al 1780, dette la seguente definizione di proprietà privata: «Il solitario e dispotico dominio che un uomo pretende ed esercita sulle cose esterne del mondo, nella totale esclusione del diritto di ogni altro individuo nell’universo». Si noti quanto quest’affermazione sia una chiara emanazione della separazione tra il soggetto o “proprietario dispotico” e mondo esterno, ovvero tra res cogitans e res extensa di Cartesio. Inoltre  fu determinate il ruolo di John Locke nello stabilire l’esistenza di un “diritto naturale” che servì a legittimare la colonizzazione del Nuovo Mondo (America del Sud e del Nord). «L’idea di dominazione legittima su una “terra vuota” fornì una potente giustificazione intellettuale allo sfruttamento del Nuovo Mondo, abitato da selvaggi che non veneravano alcun dio cristiano, privi di razionalità e di ogni idea di proprietà»[8].  Come hanno ben dimostrato il fisico Fritjof Capra e l’ecogiurista Ugo Mattei, la rivoluzione scientifica e la vittoriose applicazioni della meccanica newtoniana non avvennero nel vuoto. L’accumulo di capitali necessario per avviare le imprese industriali avvenne a spese di terre lontane. Le avventure in America Latina di Cristoforo Colombo, di Francisco Pizarro e di Fernando Cortés furono motivate dalla necessità di reperire oro e saldare i debiti contratti dai sovrani castigliani nelle neo-banche di Genova e della Svizzera. Insieme a Colombo viaggiava un notaio per testimoniare che la terra americana era terra nullius – terra di nessuno – e poteva pertanto essere occupata e appartenere alla Corona spagnola. L’oro e l’argento che in quelle terre non erano sfruttati, erano ugualmente res nullius e quindi a disposizione degli spagnoli. Si affermò l’idea che la terra senza un privato proprietario non appartenesse a nessuno, piuttosto che essere di tutti. Questa struttura giuridica regalò “il diritto naturale” di impossessarsi di terre e di merci in Africa, nelle Indie e nell’America del Nord. «Le creazioni giuridiche della modernità svolsero un ruolo notevole in queste estrazioni coloniali, attuate negando dignità giuridica alle istituzioni pre-esistenti basate sui beni comuni»[9]. Queste concezioni sul diritto naturale sono alla base della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) per non parlare della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) dove venne esaltato l’ideale di diritto individuale alla libertà. Sostenuto da potenti pensatori e intellettuali come Voltaire e Adam Smith – e scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 – il concetto di “ricerca della felicità” (the pursuit of happiness) fu sempre più visto come ottenibile attraverso un solido sistema di diritti di proprietà garantito da uno Stato con autorità militare ed esecutiva. Nella Costituzione degli Stati Uniti (1784) ci concretizzò l’idea che il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità fossero strettamente legate alla proprietà privata e che discendessero da leggi naturali immutabili. Oggi sentiamo parlare di molti tipi di economia: economia liberista, economia neoclassica, economia keynesiana, economia post-keynesiana, economia marxista etc… Molte sono conniventi al capitalismo, mentre altre lo criticano. Quale è il problema di tutte le concezioni economiche nate in Occidente? Tutte queste visioni economiche partono da un presupposto dato per assodato e indiscutibile: la visione ereditata dall’illuminismo cartesiano-newtoniano, cioè che mente e materia siano due cose separate ( il famoso dualismo cartesiano). La realtà è quindi solo materiale. La mente dell’uomo studia la materia attraverso metodo scientifico (studio dei fenomeni, formulazione di ipotesi, sperimentazione) e la modifica per il proprio vantaggio/utile/profitto. Ogni oggetto perde il suo valore intrinseco all’interno della interconnessione complessiva,  perde il suo valore   gerarchico – ierarchicos, nel senso di  ordine (archè) sacro (ieros) e diventa solo mera materia da manipolare a piacimento. Quindi il mondo diventa piatto, privo di valori e  l’unico generatore di valore diventa il denaro. L’economia comanda su tutto. Credo che sia molto importante la posizione di Latouche, professore emerito di Economia e fondatore della Decrescita. “Non si tratta di sostituire una “buona economia” a una “cattiva”, una buona crescita o un buono sviluppo a dei cattivi, dipingendoli come verdi, o sociali o equi […]. Crediamo che il desiderio “simpatico” dei Focolari di creare un’economia “civile” è illusorio perché la banalità del male fa parte dell’essenza dell’economico. Per esempio non c’è un altro capitalismo (buono) un altro sviluppo (umano, sostenibile ecc.) un’altra crescita (verde, sostenibile, ecc.), in breve un’altra economia. Per cambiare economia, si tratta di cambiare valori e quindi di deoccidentalizzarsi.  Decolonizzare l’immaginario, cioè deseconomizzare la mente per ritrovare il senso della misura, ritrovare il bene comune e reinventare i beni comuni. Uscire dall’economia significa rimettere in discussione il predominio dell’economia sul resto della vita, nella teoria e nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti[10]. Quindi gli epiteti che vengono affibbiati all’economia – “civile”, circolare, “sostenibile”, keynesiana, marxista, green – sono un po’ degli specchi per allodole che aggirano la questione di fondo:  che bisogna uscire dall’economia moderna e dalla sua industrializzazione che sta alla base del collasso climatico. Tuttavia io ritengo che l’economia moderna  non avrebbe potuto assurgere al ruolo egemonico di oggi,  senza basarsi  sulla struttura e sul prestigio della Scienza moderna. Quindi la critica all’economia deve essere insieme una critica del sistema scientifico-tecnologico-economico. Ogni giorno sentiamo parlare di economia ed i mass media ne parlano a partire dal presupposto che l’economia domina il mondo e che così debba sempre funzionare e sempre funzionerà. Ma questo purtroppo vale oggi per il nostro mondo occidentale e il suo tentativo di “occidentalizzare il mondo” con la globalizzazione. Qual è stata l’azione del colonialismo occidentale nella storia e quali “economie” ha distrutto? Su quali principi si basavano le altre “economie”? Questa domanda è molto importante.  La narrazione mediatica oggi ci parla dell’economia  moderna  come se fosse un dato assoluto,  un universale valido in tutti i tempi e in tutti i continenti. Ma  come abbiamo cercato di mostrare non è affatto così. Qui ci riallacciamo al discorso sulla  Scienza appena accennato sopra. Con  l’epoca dei Lumi, l’uomo europeo, occidentale   ha creduto veramente di  essere in possesso dell’unico, vero, sapere: la Scienza. In questa certezza confluisce anche l’antico  retaggio  cristiano. La certezza di essere l’unica vera religione e di doverla esportare ovunque, ad esempio con le crociate dei secoli  XI-XIII. Tutta la storia  e la narrazione  del colonialismo  risentono di questa impostazione. E’ il “Fardello dell’Uomo Bianco”, chiamato da Dio o dall’evoluzione darwiniana, a diffondere la civiltà, la scienza. La storia del colonialismo è stata ammantata da questa credenza trionfale, anche se adesso cominciano a uscire moltissimi studi che attestano le atrocità compiute a scapito di popoli indigeni che vivano in armonia con la Natura. Parliamo dell’eccidio di circa 100 milioni di indigeni d’America del Nord, lo sterminio delle culture del  Sud America ma anche delle azioni efferati di olandesi, belgi, francesi ed inglesi  in Africa e in Asia. Libri come “Sterminate quelle  bestie”,  “Cristoforo colombo  e altri cannibali”, “La maledizione della noce moscata”[11] offrono tantissimi documenti  storici di questi massacri  compiuti dai colonizzatori  prima in nome della superiore religione  cristiana, e poi in nome del libero mercato. Si sta sviluppando anche un settore di ricerca sul “capitalismo razziale” ed è indubbio che la nascita della civiltà industriale è stata possibile sulla base del colonialismo nei continenti e dello sfruttamento della schiavitù, con la deportazione della popolazione nera dall’Africa all’America. Tuttavia la Storia scritta e insegnata nelle università e nelle scuole non dà spazio a questa cruda realtà, ma esalta le mirabili missione “civilizzatrici” dell’Uomo europeo. Ugualmente le varie specializzazioni in cui si esplica la scienza moderna – chiamata infatti “riduzionistica” perché riduce, segmenta la “realtà materiale” – tendono a leggere la varie materie dando ha ciascuna una valenza antica o universale. La scienza economia per esempio, va a rintracciare i primordi delle sue pratiche quali: domanda – offerta, risorse, denaro, mercato, nei tempi preistorici, anche se tali pratiche avevano un senso totalmente diverso. Così per esempio la chimica, la pubblicità (”scienze della comunicazione”) e le scienze psicologiche tendono a rileggere a ritroso le proprie origini in un passato autorevole, quando  invece il sistema di senso era tutt’altro. Ovviamente il sistema mediatico, che di fatto è un’industria, lo fa ancora di più e supporta sempre la  modernità come l’apice dell’evoluzione. Come aveva ben compreso il grande sociologo e teologo francese – nonchè partigiano e precursore della decrescita – Jacques Ellul, l’informazione e l’intrattenimento  svolgono un azione globale a favore delle tecniche moderne. L’intero sistema audiovisivo è costruito sulla pubblicità e ne dipende totalmente. A maggior ragione, i media sono sempre a favore dell’economia moderna. Ovviamente le altre economie, o le economie precedenti a quella moderna si  basavano  fondamentalmente  sulla comunità e sul reciproco sostegno. Marcel Mauss, con la sua importante opera  “Saggio sul dono”, e poi il MAUSS (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali)  hanno dimostrato che il dono era il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, dove esigenze ed intenti di natura essenzialmente relazionale e simbolica  erano prioritari rispetto a finalità esclusivamente materiali ed economiche. “Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo” – ha affermato il filosofo Umberto Galimberti. In un mondo in cui la politica non sembra contare nulla, l’economia sembra contare tutto e l’economia globale stessa evolve in base alle risorse tecniche, l’etica è ancora praticabile? Certamente no. Galimberti, essendo fondamentalmente un allievo di Martin Heidegger,  ha capito benissimo l’alienazione  dell’uomo  denunciata dal filosofo   tedesco e  l’epoca della tecnica a cui ci stavamo  avviando a vele spiegate. Mi piace richiamarmi a Tiziano Terzani che aveva colto perfettamente già 30 anni fa che l’etica era scomparsa e che l’economia aveva preso il suo posto. Ovviamente  denunciava con forza questa impostazione contro i tentativi di nascondere questa realtà e di ammantarla  con la retorica delle buone intenzioni, delle Ong, della beneficienza, della cooperazione allo sviluppo. Ritengo che il suo testamento sia contenuto nella parole: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia». La politica è ormai silente e si affida solo alla crescita del PIL come unico fattore per gestire la cosa comune. Ma abbiamo perso tutte le basi della vera politica. «Se un uomo trova un diamante, ha fortuna, se un uomo trova due diamanti, ha molta fortuna, se un uomo trova tre diamanti: è stregoneria» – recita un proverbio africano. Questo potrebbe essere un sunto per definire il capitalismo finanziario oggi, che continua a colonizzare il mondo generando soldi dai soldi attraverso i soldi. La finanziarizzazione dell’economia oggi, insieme al libero mercato, ha generato una forma di capitalismo ancora più rapace capace di generare profitti slegati dall’economia reale, alimentando la forbice delle disuguaglianze socio-economiche, fino a mettere in pericolo la Natura stessa. L’antropologo Marco Aime equipara i “trucchi di Wall Street” alla “stregoneria”. Cosa pensi a riguardo? Non sono d’accordo con questa distinzione fatta da Aime tra economia moderna e finanza, per cui l’economia moderna fondata sul mercato era buona, mentre la finanza non lo è. Preferisco  davvero seguire la chiara visione di Latouche per cui la finanza è solo l’espressone finale dell’economia moderna, di  quella krematistica – fare i soldi con i soldi – di cui parlava già Aristotele e su cui ci siamo soffermati prima. La base dell’economia di oggi è il consumo. Il mondo globalizzato è fondato su produrre, vendere e consumare. Senza questa sequenza il mondo non andrebbe avanti. Esattamente come si produce, si vende e si consuma il superfluo; si producono, vendono e consumano anche armi e con loro le guerre. Non vi è qualcosa di perverso è irreversibile in questa concezione e cognizione dell’attività umana sulla Terra? Grazie per questa domanda che coglie un punto importantissimo. Ho cercato di spiegare che l’economia moderna nasce da una compagine di pensiero che per brevità chiamiamo dualismo mente-materia o paradigma  newtoniano-cartesiano. Nel XVIII secolo è avvenuta una rottura, non un evoluzione, come ci dice la narrazione corrente. Questa fu dovuta alla scomparsa del tabù di base che fino allora aveva guidato il mondo e anche l’Occidente: non bisogna toccare l’ordine naturale. [12] Come affermano vari studiosi, tra cui Weber, Dumont, Latouche, Toods ciò avvenne soprattutto per una involuzione del  cristianesimo (sia nella variante cattolica che protestante) che si concentra sull’individuo e sull’utile e perde di vista la comunità e l’interconnessione che legano gli uomini ai loro luoghi, alle relazioni, al sostentamento collettivo. In questa maniera, la realtà ovvero  la materia, diventa un mondo piatto, privo di valori.  Il valore sommo diventa il denaro con cui gli individui attribuiscono valore a quella o a questa cosa (del tipo:  I like, I don’t like). Non c’è più nessuna sacralità nel mondo, nessuna armonia intrinseca da rispettare. L’economia diventa scienza del valore oggettivato.[13] “Giacché ogni valore ha un prezzo, e soltanto ciò che è commerciabile, merita considerazione, non esistono altri valori di quelli quotabili in Borsa”.[14] Questa è la legge intrinseca dell’economia e con ciò l’economia liquida qualsiasi considerazione etica.  Questo è il motivo profondo per cui produrre e vendere cappotti  è esattamente uguale a produrre e vendere armi. Ma anche produrre  e vendere ogni tipo di pornografia, con film e siti, oppure  affittare/vendere uteri per quella che viene definita gestazione per altri (Gpa). Si tratta di cose che sarebbero assolutamente vietate per un’economia buddhista, induista o islamica. Per esempio l’economia buddhista chiarisce quali siano i retti  mezzi di sussistenza (sammā ājīva) fin dall’inizio. Queste indicazioni fanno parte dell’Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha 2.600 anni fa (come quarta delle Quattro Nobili Verità).  La retta sussistenza deve attenersi al non nuocere (ahimsā) cioè evitare ogni attività dannosa agli esseri viventi per cui, a quel tempo, erano vietate la caccia, la macellazione, la costruzione e la vendita di armi. Più o meno le stesse indicazioni sono al centro dell’induismo e sono racchiuse nel fondamentale concetto di Dharma. Derivato dalla radice dhr è “ciò che sostiene”, traducibile con la legge, l’ordine cosmico, e anche la retta via da seguire, il Dharma richiede un sostentamento onesto, nonviolento e rispettoso dell’ordine cosmico. Il lavoro deve evitare di danneggiare altri esseri viventi, la natura o la società. E occorre chiarire ancora:  queste non sono norme morali/religiose  imposte  alla realtà  (come  i nostri contemporanei si ostinano a credere). No, la vera  realtà è l’interconnessione e l’impermanenza. L’ecosfera è formata da relazioni sottili e intrecciate e l’uomo non è il suo dominatore e signore, ma è parte integrante dell’ecosfera.  Quindi rispettare e assecondare l’ordine naturale è di massima importanza. I padri dell’Illuminismo non sono senza colpe. Fu infatti Immanuel Kant a stabilire che la vera conoscenza – la scienza – è possibile solo per i fenomeni, per i fatti concreti; l’etica invece rimaneva separata e distaccata dal conoscere. L’agire etico dunque rimase separato dalla conoscenza, che però al tempo rimaneva così certo che il filosofo di Konigsberg lo paragonava al “cielo stellato sopra di noi”[15]. Non per niente, alla fine del Settecento l’etica era ancora molto solida e il famoso “imperativo categorico” comandava: «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, e mai come semplice mezzo»; oppure: «Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare per tua volontà, legge universale della natura»[16]. La fisica quantistica ha mascherato da tempo molte cose date per certe da Kant (tra cui tempo e spazio assoluto, legge di non-contraddizione). Ma soprattutto, dopo quattro o cinque generazioni, l’imperativo categorico si è fatto sempre più flebile, e il profitto individuale e il ritorno d’investimento dettati dal “sapere economico” sono passati in pool position quali norme dell’agire. Dunque, se per le norme economiche è lecito produrre e vendere armi ( come stiamo facendo anche in Italia con Israele), ne consegue che le useremo in  guerra e le guerre non faranno che aumentare. Occorre pertanto uscire dall’economia moderna, come dice Latouche, se vogliamo davvero arrivare alla pace. Non ci sono altre soluzioni.   [1] Aristotele, Politica, 1, 26, Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, cit., pp. 57 sgg e P. Scroccaro in Quaderni dell’Associazione Eco-filosofica, n. 51 (2019). [2] Aristotele, Etica Nicomachea, 5, V. [3] S. Latouche, L’invenzione dell’economia, succitato, p. 49. [4] Adam Smith con Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni (1776) e David Ricardo con Princìpi di economia politica e dell’imposta (1817) in cinquanta anni dettero forma alla “Scienza economica”. [5] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 114. [6] Ivi, p. 115. [7] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., pp. 73 sgg [8] U. Mattei e L. Nader, Il saccheggio, cit., p. 73. [9] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 107. [10] S. Latouche, Decostruire l’Economia, in Filosofia e Economia, (a cura di A. Totaro), Morcelliana, 2019; Cfr. anche L’economia è una menzogna, cit., pp. 34-35: «Lo sviluppo distrugge le società, distrugge la cultura, non è che una occidentalizzazione del mondo». [11] S.Lindfqvist, Sterminate quelle bestie,  Milano, 2003, D.J.Forbes,  Christophe Colombe et autres cannibals, Paris, 2018; A.Gosh, La maledizione della noce moscata,  Neri Pozza,    2021. [12] J.Elllul, La tecnica: il rischio del secolo, p. 40 sgg. [13] S.Latouche, Come reincantare il mondo,  La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, 2019, p.26. [14] Ibidem [15] I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Laterza, Bari, 1974, pp. 197-8. [16] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, Torino, UTET, 1995, pp. 88.   Lorenzo Poli
April 20, 2026
Pressenza
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzano e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Tiziano Terzani, oltre alla grande collaborazione con l’Astrolabio del grande partigiano azionista Ferruccio Parri, non ebbe mai collaborazioni mainstream italiane. In Italia Terzani era visto come un giornalista “sessantottino”, polemista e critico: caratteristiche non sono mai piaciute al mainstream italiano, in cui invece è richiesta all’unisono l’obbedienza e il tener fede alla “linea editoriale”. Terzani non fu mai obbediente e per questo venne assunto dal settimanale tedesco Der Spiegel perchè in Italia il mainstream non lo voleva. Solo negli ultimi anni della sua vita – quando Terzani era “Tiziano Terzani” -, iniziò a collaborare con il Corriere della Sera. Sostanzialmente, dato il nome e la fama di giornalista professionista che lo precedevano e che lo avevano fatto conoscere in giro per il mondo, non potevano più negargli alcuna collaborazione. Per il resto, Terzani fu un grande critico della comunicazione mainstream e del giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Io ho la fortuna di aver parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti che possono testimoniare che Terzani più volte gli confidava che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage che è Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è mai stata citata una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci si riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più in lui. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è un stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico di affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui riveste l’India e la cultura indiana. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzione socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani: “Credo che (n.d.a. : la svolta di Tiziano verso la Natura) sia rintracciabile chiaramente nella fine del comunismo, nel 1991, quando Gorbaciov venne deposto. Terzani allora stava compiendo un lungo viaggio nelle regioni più orientali dell’Unione Sovietica, descritto nel libro Buonanotte Signor Lenin. Quando, dopo due mesi, raggiunse Mosca, ebbe delle intuizioni che segneranno tutto il suo pensiero successivo. Capì che tanto il capitalismo – di cui aveva fatto esperienza vivendo in Giappone dal 1985 al 1990 – quanto il comunismo di Lenin, di Mao, di Ho Chi Minh, di Pol Pot credono solo nella materia, che la realtà sia solo materiale. Eppure, la fisica quantistica ci dice, almeno dal 1930, che mente e materia non sono separabili, tutto è interconnesso e impermanente, la natura non è là “fuori” di noi.” E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniana che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre sugli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci, che lui accusava di non conoscere il mondo che aveva percorso in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra: una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo personalmente che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significati della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima sua fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
La piccola bottega contro l’iper-mondo
Il nuovo libro di Saverio Pipitone (*) «Dentro la società dei consumi: dal supermercato globale alle comunità di scambio locale» è in cerca di editore, speriamo che lo trovi presto. Anticipiamo la presentazione e la scheda con l’indice.   La bottega contro l’iper-mondo Una volta c’era la bottega con il commerciante che accoglieva, conversava e accontentava i clienti. La sua