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Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@0
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
SPECIALE ALBANIA – massicce proteste a Tirana contro la svendita dei territori e la corruzione della classe politica@1
Ennesima giornata di imponenti manifestazioni a Tirana, capitale dell’Albania, contro il governo guidato da Edi Rama, accusato di svendere il territorio nazionale ai grandi capitali internazionali. Al centro della contestazione vi è il progetto di costruzione di un resort di lusso sull’isola di Saseno, simbolo nazionale e luogo legato alla resistenza contro fascisti e nazisti, nonché nella vicina area costiera di Narta/Zvernec, un’oasi naturale protetta di grande valore ambientale. A beneficiare dell’operazione è Jared Kushner, genero di Donald Trump, ferreo alleato di Israele e figura coinvolta nelle trattative con l’Iran. Le prime mobilitazioni delle comunità locali contro il maxi-progetto sono state duramente represse dalle guardie private incaricate della sicurezza dell’area, schierate dietro una barriera di filo spinato eretta per delimitare in maniera illegittima la zona destinata alla realizzazione del resort. Le immagini delle violenze e della passività delle forze dell’ordine hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Da anni, infatti, in Albania si moltiplicano le proteste delle comunità locali contro quella che è una sistematica spoliazione e svendita di risorse e territori, alimentata da una crescente ondata di maxi-investimenti immobiliari stranieri favorita dalle politiche del governo Rama. Da cinque giorni, migliaia di persone scendono in piazza in tutto il Paese in sostegno alla lotta contro il maxi-resort di Kushner, ma soprattutto per chiedere le dimissioni di un governo accusato di svendere agli azionisti americani, israeliani, sauditi ed emiratini le ricchezze naturali ed il futuro del Paese. La mobilitazione continua ad allargarsi e ad assumere toni sempre più conflittuali: a Tirana, dopo le prime manifestazioni pacifiche, si sono registrati scontri con la polizia inviata dal governo di Rama a reprimere le manifestazioni, mentre tenta di contenere e delegittimare la protesta sulle piattaforme TV e sui media internazionali. Diverse università sono praticamente deserte in questi giorni per consentire la partecipazione alle manifestazioni e iniziano a emergere le prime iniziative promosse anche dalla diaspora albanese. Per domani, sabato 6 giugno, è stata convocata una grande manifestazione nella capitale. Facciamo il punto sulle ragioni della protesta e sui suoi sviluppi con Artan Katzani, ricercatore e attivista di Tirana. Il caso di Saseno ha agito da detonatore, dando vita a uno dei più vasti e significativi cicli di mobilitazione spontanea degli ultimi anni: in piazza ci sono soprattutto giovani stretti tra precarietà, bassi salari e la prospettiva dell’emigrazione come unica alternativa, ma anche famiglie, pensionati, pescatori, pastori e contadini che non hanno tratto alcun beneficio dall’espansione del turismo degli ultimi anni. Ci siamo collegati con Elon, del collettivo Immigrital, per parlare di quanto incidano sulle proteste le condizioni materiali in Albania ed il ricatto tra precariato ed emigrazione che vivono le giovani generazioni del paese. Allo stesso tempo, abbiamo fatto il punto sulle iniziative della diaspora albanese in Italia, tra cui la manifestazione chiamata a Torino, in p.zza Vittorio, per domenica 7 giugno alle h. 18.
AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America Latina, un corpo che cammina. Mappatura delle alternative di economia
Costruire arche ai piedi delle Alpi
-------------------------------------------------------------------------------- «Il presente è percepibile solo in superficie È lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibili correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido…» (Edgar Morin, «La via») A volte per ritrovare i sogni di imprese tremendamente difficili o il senso di quello che pazientemente facciamo creando oggi i mondi differenti che vorremmo vivere basta mettere lo zaino in spalla. “Transizioni fest”, quest’anno dedicato al tema della convivialità, è nato tra i boschi della Brianza da un’idea della cooperativa Liberi sogni, ma è stato presto condiviso con tanti altri e per il 2026 ha fatto tappa in Val Cavallina, ospiti della cooperativa L’innesto: qui, a piedi delle Alpi, 180 persone diverse per età, passioni, saperi, provenienza (9 regioni) si sono incontrate dal 30 maggio al 2 giugno. Chi ha partecipato sapeva bene che non sarebbero bastate le parole per comporre i disegni collettivi in grado di mostrare ciò che spesso nella vita di ogni giorno ci sfugge: per questo tutti hanno contribuito in diversi modi a realizzare questo atipico festival. Qualcuno, ad esempio, ha caricato su un furgone frutta e verdura di agricoltura contadina per i pasti del festival, malgrado non potesse fermarsi per ragioni familiari. I. è un cuoco e ha chiamato invece da Firenze: da ragazzo aveva vissuto un campo in natura con Liberi sogni di cui ha sempre conservato un ricordo meraviglioso e per contraccambiare oggi si è reso disponibile in cucina. A. invece è un ragazzo che ha attraversato un periodo difficile, rinchiudendosi in casa: ha accettato di dare una mano prima nei progetti di agricoltura sociale e ora al festival per le tante questioni logistiche a cui far fronte. Già, la logistica e l’accoglienza: punto di riferimento fondamentale per tutti e tutte è stata Nicole, vent’anni ma lucidità e cordialità a palate. Naturalmente tutti i partecipanti sono stati coinvolti a dare una mano: dalle pulizie al lavaggio dei piatti passando per il montaggio e lo smontaggio delle tende. Dopo gli incontri e i laboratori, puntuale rimbalzava una voce dalla cucina: “Qualcuno può dare una mano ad apparecchiare?”. Per far emergere uno spirito comunitario sono stati importanti i pasti condivisi sotto un’accogliente tettoia, ma anche i giochi di gruppo della prima serata. Già nel pomeriggio, il giocare ha mostrato tutto il suo potente collante sociale capace di abbattere barriere di qualsiasi tipo tra i più grandi, quando la cooperativa L’Innesto ha presentato il Pirlì, antica trottola in legno di origine medievale, di fatto il progenitore comunitario del flipper, di cui si trovano versioni simili nei Paesi bassi come nel bergamasco. Le giornate hanno intrecciato in modo splendido discussioni e laboratori su temi diversi (immaginazione e narrazione, comunità, democrazia, tecnologie e pratiche conviviali, abitare condiviso, intelligenza collettiva e cambiamenti climatici…), con tanti ospiti (che hanno saputo sempre mettersi in cerchio), ma anche uno spettacolo Rosmarino, per la rimembranza, ti prego amore, ricorda di e con Candelaria Romero, attrice e scrittrice argentina, vissuta in esilio in Bolivia e in Svezia). Difficile raccontare tutta la ricchezza condivisa. Costruire arche per le comunità zapatiste significa creare spazi di autonomia e reti di resistenza comunitaria per proteggersi dalla crescente violenza delle crisi che sono inevitabilmente locali e globali. Ecco, Transizioni fest è stato prima di tutto un grande cantiere messo su per costruire arche e per essere più consapevoli che in realtà tanti e tante ovunque sono già un cantiere sociale di questo tipo. Che inevitabilmente è spesso alle prese con l’impatto devastante di norme che definiscono l’abitare, l’educazione, la salute, la socialità e soffocano il coraggio di tanti gruppi: anche per questo un laboratorio di grande interesse è stato dedicato alla critica al sistema normativo e alle possibili forme di resistenza e liberazione dal basso. Per la redazione di Comune, la presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), che raccoglie testi di Marco Calabria, è stato uno scambio di rara intensità con oltre cinquanta persone. Si è discusso di come fare mondi nuovi significa non delegare ma cominciare dal qui e ora, di quanto qualsiasi processo di cambiamento profondo sia necessariamente limitato e contraddittorio ma non per questo futile, dell’importanza di partire dalla vita di ogni giorno delle persone comuni senza rincorrere modelli eroici e spesso macisti del cambiamento. Si è ragionato insieme anche del non-fare per imparare a prendere sul serio le proprie vulnerabilità e a proteggersi a vicenda. E di come la costruzione di mondi nuovi e multipli passi per la ricomposizioni delle relazioni sociali e della fiducia. “Per Ernesto De Martino il mondo è prima di tutto un contesto affidabile, cioè fatto di fiducia tra le persone – ha detto Stefania Consigliere durante la presentazione del libro – Il problema oggi è che siamo costretti a fare molta fatica ogni mattina a costruire il mondo… In un mondo di fiducia, ad esempio, nessuno muore da solo. Ma sappiamo anche che la fiducia non basta, servono la giustizia e la nostra capacità di non delegare ad altri, neanche a macchine o a ideologie. Ci può aiutare una domanda: e se ipotizzassimo che il mondo è costruito sulla collaborazione?“. Probabilmente la creazione di relazioni di fiducia oggi ha a che fare con il bisogno di imparare ad ascoltare e con un’idea del tempo diversa da quella dell’orologio capitalista di cui ha parlato Claudio Orrù, che ha dedicato molte attenzioni al pensiero di Ivan Illich e all’Università della terra nata in Chiapas da due amici e collaboratori di Illich come Gustavo Esteva e Sergio Beltràn. «Nella lingua tojolabal, parlata da alcune comunità indigene zapatiste – ha detto Claudio – non esiste quello che noi traduciamo come “io parlo”, ma esistono verbi che implicano sempre sia l’azione di chi parla sia quella di chi ascolta, ci sono dunque sempre due soggetti agenti, sia l’io che il tu, e non un soggetto e un oggetto». Pensare alla costruzione delle arche, per le comunità zapatiste significa favorire cambiamenti profondi e complessi che hanno bisogno di “120 anni”. Insomma, è urgente uno sguardo diverso che punti al tempo lungo. La tormenta in corso sarà lunga e difficile, come dimostra il tempo di guerra che viviamo. Un orizzonte di senso, ha aggiunto Daniele, No tav accolto più volte in Rojava, resta il “facciamo quello che diciamo” abbracciato del movimento di liberazione curdo. Si tratta anche di non cadere nella frustrazione perché costretti a misurare i processi di cambiamento con le griglie dei bilanci aziendali o con quelli dei bandi pubblici. «Non dobbiamo mai dimenticare che costruiamo cornici altre – ha detto Matteo di Liberi sogni – Non siamo chiamati a prevedere tutto, ma a creare fiducia, collaborazione e liberare liberandoci. Perfino a fare nostra una certa disciplina intesa come fatica di attenzione all’altro e ai tempi lunghi». Dopo numerosi interventi, la presentazione di questo libro dedicato alla capacità di immaginare, riconoscere e creare mondi nuovi si è conclusa prima con le parole e con l’emozione di Licia: «Incontri come questo ti fanno sentire parte di una collettività diffusa, anche se, come nel mio caso, sono alla prese con il mondo della scuola e con la vita di un paese dove è facile sentirsi soli…». Poi con la lettura di un verso di una poesia di Marco Calabria: «Siate incapaci di accettare la realtà! Vi prego». L’arca dei sogni liberi che rifiuta le logiche di guerra prende forma ai piedi delle Alpi, qualcuno ha già voglia di progettare l’edizione 2027. Come la Flotilla, quell’arca ha iniziato a consegnare ovunque senso e aiuti. Un momento della presentazione di Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera) con Gianluca Carmosino, Stefania Consigliere e Claudio Orrù Si chiama Valle delle sorgenti, il “Centro di conoscenza e fruizione della biodiversità della Val Cavallina” che ha ospitato Transizioni fest 2026 Ad accogliere i partecipanti del Transizioni fest, in un panorama naturalistico meraviglioso, la prima sera è arrivata anche la luna. La terza sera invece è stato un temporale a portare il suo saluto Alla storia di un gioco comunitario come il Pirlì, la cooperativa L’Innesto ha dedicato una ricerca promossa con l’Associazione Giochi Antichi e l’Università di Bergamo: Il Pirlì c’era una volta e c’è ancora Fare colazione, pranzare e cenare insieme: difficile trovare un modo migliore per costruire relazioni di fiducia tra persone che non si conoscono Uno dei laboratori promosso lunedì 1 giugno sul tema delle energie Anche i bambini e le bambine hanno voluto dare una mano all’autogestione del piccolo grande festival dedicato alla convivialità Un momento dell’incontro Immaginario e libertà che ha aperto il Transizioni fest -------------------------------------------------------------------------------- Il comitato promotore di Transizioni fest 2026: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Costruire arche ai piedi delle Alpi proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Secondo turno in Perù: dichiarazione del Blocco Ambientale
A una settimana dal secondo turno elettorale, diverse associazioni sociali, sindacati, movimenti e collettivi della società peruviana si stanno organizzando per esprimere un voto critico in vista dell’elezione del nuovo presidente del Perù. Il Blocco Ambientale «dice No a Keiko», «il fujimorismo non è un’opzione» in una dichiarazione sottoscritta da diverse organizzazioni ambientaliste, «alla luce delle sue azioni in Parlamento che contribuiscono all’indebolimento delle istituzioni ambientali, all’espansione della criminalità organizzata in ambito ambientale, alla vulnerabilità alimentare, alla perdita di biodiversità e ad altri fattori che ci avvicinano sempre più alla soglia di non ritorno di fronte al cambiamento climatico e al «collasso» ambientale. La posizione, tuttavia, chiarisce che il sostegno a Juntos por el Perú non implica un’adesione incondizionata né un assegno in bianco. «Riconosciamo che esistono decisioni politiche di Juntos por el Perú e di Roberto Sánchez che hanno generato legittime preoccupazioni in diversi settori sociali, in relazione alla difesa dei territori, della natura e delle rivendicazioni dei popoli. Per questo motivo, il nostro sostegno è critico e presenteremo una serie di condizioni che dovranno essere soddisfatte». Il Blocco Ambientale chiede «la partecipazione ai processi decisionali che hanno un impatto ambientale, la tutela dei bacini idrografici, l’abrogazione della Legge Antiforesta, una legge con un approccio tecnico-sociale-ambientale che consenta la chiusura del REINFO, il risarcimento diretto per le comunità e i popoli colpiti dall’inquinamento ambientale», tra le altre cose. La dichiarazione sottolinea inoltre che «di fronte al grave pericolo rappresentato dal fujimorismo è necessario prendere decisioni» e ritiene indispensabile un «rapporto con le organizzazioni sociali di base fondato sul rispetto, il dialogo e l’effettiva rappresentanza delle loro richieste. La partecipazione dei popoli e dei cittadini non può essere strumentalizzata né ridotta ai momenti di campagna elettorale». Tra le organizzazioni che firmano la dichiarazione figurano il Movimento Ambientalista Peruviano – MAP, CONTRACLIMAX, Piattaforma del Bacino del Fiume Chillón, Fronte Universitario di Arequipa, Rete delle Donne Organizzate di Carabayllo, Voci per il Futuro – VPF, Scientist Rebellion – SR; MINCA – Arequipa, Centro di Studi Umanisti Nuova Civiltà – CEHUM, Resistenza Ecologica del Callao, tra gli altri. Redacción Perú
May 30, 2026
Pressenza
Impronte di pace: per chi ha fra 15 e 34 anni
il progetto gratuito (ma i posti sono limitati) lungo i cammini del Biellese Esplora. Cammina. Trasforma. Parte Impronte di Pace: un progetto gratuito per chi ha tra i 15 e i 34 anni e vuole vivere il territorio, imparare competenze nuove, partecipare ad attività artistiche, formative, ambientali e di cittadinanza attiva lungo i cammini del Biellese. È possibile partecipare ad
Ecologia: L'inquinamento nella base USA di Okinawa
In queste settimane è scontro fra i cittadini giapponesi di Okinawa e i militari. Il governo americano ha infatti negato l'accesso alle basi per condurre accertamenti ambientali. L'isola di Okinawa è a sud del Giappone ed è in un punto strategico per controllare la Cina.
May 27, 2026
PeaceLink