Tag - ecologia

Rieti: ecologia e antifascismo
Aggiornamenti dal fronte antifascista ed ecologista di Rieti, con una compagna di Balia dal collare: dopo l'agguato dell'estrema destra alla tifoseria del basket rietino dell'ottobre scorso, compagne e compagni invitano a partecipare al corteo e all'aperitivo conviviale organizzati dal Comitato Antifascista di Rieti. Per altri appuntamenti dai un'occhiata all'agenda autogestita locale: https://sabina.convoca.la/ ;)
April 22, 2026
Radio Onda Rossa
MILANO: È MORTO CARLO MONGUZZI, STORICO AMBIENTALISTA E CONSIGLIERE COMUNALE
È morto, all’età di 75 anni e dopo una breve malattia, Carlo Monguzzi, storico ambientalista milanese e consigliere comunale di Europa Verde, intervenuto in diverse occasioni anche ai microfoni di Radio Onda d’Urto.  Monguzzi è stato tra i fondatori di Legambiente e dal 1990 è stato eletto più volte consigliere regionale in Lombardia. Dal 1993 al 1994 ha ricoperto la carica di assessore regionale all’Ambiente ed energia. Come assessore ha promosso la prima legge sulla raccolta differenziata dei rifiuti e il primo Piano Aria contro lo smog. Negli anni ha partecipato a diverse campagne ambientaliste contro il traffico illecito dei rifiuti, contro l’abbattimento degli alberi, la cementificazione e il consumo di suolo, contro la caccia. Nel 2011 è stato eletto con il Partito Democratico al Consiglio Comunale di Milano a sostegno di Giuliano Pisapia. Nel 2021 è stato rieletto, questa volta nelle file di Europa Verde, dunque ancora nella maggioranza di centro-sinistra, anche se negli anni ha assunto posizioni critiche sulla giunta guidata dal sindaco Giuseppe Sala, in particolare sulla decisione di vendere lo stadio di San Siro e, in generale, sulle politiche ambientali. I suoi interventi più recenti ai nostri microfoni riguardavano proprio questo argomento, oltre al dibattito intorno al decreto “Salva-Milano” e alle recenti inchieste su urbanistica e speculazione immobiliare.  Di recente, era riuscito a far intitolare una via, proprio nella zona di San Siro, al militante anarchico Pino Pinelli. Non era però riuscito a partecipare alla cerimonia di intitolazione, nel marzo scorso, perché era ricoverato. “Nell’ultimo periodo ha battagliato molto anche per la Palestina: era quasi sempre in piazza il sabato e ha lottato perché terminasse lo sciagurato gemellaggio Milano-Tel Aviv“, ricorda Andrea de Lotto sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. “Ricordava e rivendicava il suo essere di sinistra”, aggiunge de Lotto. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto il ricordo di Andrea de Lotto, attivista milanese, giornalista di Pressenza e nostro collaboratore da Milano. Ascolta o scarica.
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Conflitti e industria fossile sono i migliori alleati della crisi climatica
«Volate di meno, lavorate di più da casa, rallentate in macchina» questa è l’esortazione della Commissione Europea a termine della seduta straordinaria del 1° aprile 2026 sulle conseguenze economiche della guerra in Iran. L’esortazione – dal tono così bonario e generico da non rischiare di essere presa realmente in considerazione – è misura dell’inadeguatezza della classe politica europea davanti a due catastrofi fortemente connesse che il pianeta sta affrontando: il regime di guerra che si impone e la crisi climatica. Leggendo quella esortazione di Von der Leyen mi sono risuonate in testa le parole – altrettanto fastidiosamente bonarie e generiche – che accompagnarono l’ingresso a palazzo Chigi di Mario Draghi. «Vogliamo lasciare anche un buon pianeta, non solo una buona moneta» disse. Era il febbraio del 2021, un momento in cui la diffusione dei vaccini stava avviando il mondo lentamente verso la fuoriuscita dalla pandemia e in cui il Green New Deal era un asse centrale delle politiche Ue. Il mondo è stato stravolto a ripetizione in questi cinque anni, ma la connessione tra regime di guerra ed emergenza climatica può considerarsi un filo rosso per interpretare il susseguirsi degli avvenimenti. LA FINE DEL GAS RUSSO Un anno dopo le parole di Draghi, i carri armati di Putin varcavano il confine ed entravano in Ucraina, in quella che avrebbe dovuto essere una guerra lampo e che invece è ancora oggi paralizzata nelle trincee del Donbass. La guerra in Ucraina ha determinato un cambiamento radicale: l’Europa ha dovuto drasticamente ridurre le proprie forniture di gas fossile russo, un elemento centrale nell’economia di paesi come la Germania e l’Italia. Nei mesi successivi, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno stipulato contratti con altri paesi e organizzato sistemi di approvvigionamento alternativo. Sono quindi aumentate vertiginosamente le importazioni dagli Stati Uniti di gas fossile liquefatto, poi lavorato in Italia con rigassificatori costruiti in più parti della penisola, tra polemiche e proteste visto il loro costo ecologico. Sono poi aumentati anche i rifornimenti di gas liquefatto dal Qatar, che fino al febbraio 2026 rappresentava il 42% dei nostri rifornimenti. > Secondo i piani del governo e di Eni – piani che spesso si sovrappongono – > l’Italia doveva cogliere l’occasione della guerra in Ucraina per diventare > l’hub del gas europeo, essendo geograficamente posizionata tra l’Europa e il > Mediterraneo. Il gas liquefatto proveniente da paesi lontani è ovviamente più costoso di quello russo in forma gassosa che entrava in Italia tramite una condotta alla frontiera di Tarvisio. Tuttavia non vengono neppure prese in considerazione alternative. Le conseguenze di quella crisi energetica sono note. Inizia un processo di inflazione generalizzato dal quale il continente non si è mai ripreso, amplificato da meccanismi speculativi e con un peso enorme sopportato dalle classi lavoratrici.  Nel 2025 l’inflazione in Italia è rallentata, ma non sono ritornati i prezzi delle materie prime del 2021, il costo della vita è rimasto elevato, con gravi ripercussioni sul costo degli affitti, con salari non adeguati all’inflazione e città divenute insostenibili anche per la classe media. Durante quella crisi energetica è apparso chiaro che la strada che vuole seguire l’Europa non è quella di una transizione energetica rapida e giusta. Anzi, proprio in quegli anni il sostegno al Green New Deal è iniziato a scemare, prima in modo timido, poi con accenni sempre più marcati è stato rinnegato, tanto che alle elezioni europee del 2024 non è stato promosso come asse delle politiche Ue neppure da socialisti e popolari, che l’avevano progettato.  > Il regime di guerra, nel frattempo, è diventato una sorta di paradigma > costituente, prima con il genocidio a Gaza, poi con l’elezione di Trump. E con > esso assistiamo alla drammatica fine delle politiche di risposta alla > emergenza climatica, oltre che ad una grave fuoriuscita del tema dal dibattito > pubblico. La crescita della spesa bellica infatti richiede una espansione forzata dell’investimento nel fossile – l’industria delle armi è industria basata sul fossile – mentre il complesso militare digitale richiede ulteriori investimenti nel fossile per fare fronte alle enormi necessità energetiche dei database di intelligenza artificiale.  Su Dinamopress abbiamo spesso criticato i limiti e le parzialità del Green Deal europeo, iniquo, tardivo, docile con le grandi aziende, eccessivamente fondato sul progresso tecnologico, privo di una prospettiva redistributiva e fortemente coloniale nel considerare gli approvvigionamenti alternativi. Al tempo stesso è drammatico oggi aver abbandonato quel piano e aver completamente invertito la rotta.  UNA NUOVA CRISI ENERGETICA Arriviamo così all’attuale crisi energetica e alle bonarie esortazioni della Commissione europea. Queste non sono fastidiose solo perché inadeguate e fondate sui consumi della popolazione anziché sulla tassazione dei profitti, ma sono anche ipocrite visto che, ad esempio, quando i movimenti ecologisti hanno chiesto in passato di ridurre il traffico aereo, a partire da quello di lusso, sono sempre stati totalmente ignorati. La guerra all’Iran è per le sue fonti fossili, ormai anche su questo la presidenza Usa è esplicita nelle dichiarazioni, molto di più di quanto non accadde in precedenti conflitti. Nel frattempo, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, la guerra fa aumentare il prezzo delle fonti fossili mentre davanti alla difficoltà di approvvigionamento si riparte alla ricerca affannosa di nuovi costosi fornitori di energia fossile. Questa spirale inevitabilmente avrà di nuovo gravi ripercussioni sull’inflazione e sul costo della vita, anche per via dei soliti meccanismi speculativi. L’Italia è l’esempio negativo per eccellenza. Il nostro paese era già stato molto timido verso il Green New Deal, per svariate ragioni incluso il fatto che l’azienda energetica a partecipazione statale più grande, Eni, ha sempre avuto politiche ostili a qualunque transizione energetica.  Oggi, venendo meno anche il gas liquefatto dal Qatar, Meloni è volata velocemente in Algeria per chiedere ulteriori rifornimenti di gas, che verranno pagati a prezzo elevato per essere al di fuori dei contratti pluriennali, e, ancora più grave si è deciso di far slittare di ulteriori 12 anni la chiusura delle centrali a carbone, fonte fossile tra le più inquinanti.  Le quattro centrali italiane ancora funzionanti, vale la pena ricordare, sono veri e propri tumori mortiferi per le persone che vivono in prossimità. A livello europeo siamo poi il paese che più sta spingendo per sospendere il sistema di tassazione per le imprese energetiche, denominato ETS, finalizzato a un contenimento e alla riduzione delle emissioni di CO2. Era difficile fare scelte peggiori, ma una alternativa non era impossibile. In Spagna ad esempio, il primo ministro Sanchez ha dichiarato che punterà interamente sulle rinnovabili, ampiamente cresciute negli ultimi anni – a differenza di quanto avvenuto da noi, tanto da essere sufficienti per affrontare la crisi attuale, a suo dire. Corteo ambientalista a Bologna, ottobre 2022. Di Michele Lapini UNA LOTTA ECOSOCIALE Questo scenario inquietante ci testimonia una volta in più quanto le lotte siano connesse e quanto sia indispensabile immaginare una alternativa ecosociale contro la guerra, come scritto dal Palestinian Institute for Climate Strategy. Un dato è certo: oggi l’economia fossile garantisce profitti alle aziende che le rinnovabili non riescono a permettere, per questo si evita ogni transizione, per quanto iniqua e parziale possa essere, come era il Green New Deal.  Inoltre l’economia fossile è fondamentale per fare la guerra, pertanto fossile e guerra entrano in un circolo mortifero autoalimentandosi a vicenda per permettere profitti maggiori anche quando questi minacciano la sopravvivenza futura del pianeta. Va ricordato che le guerre in corso di per sé rappresentano un ulteriore disastro dal punto di vista climatico, oltre che da quello sociale, ecologico e umano. Si è calcolato infatti che in sole due settimane di guerra sono stati emessi più gas climalteranti di quanti ne abbia emessi l’Islanda nel corso del 2024. > Qualunque opposizione anticapitalista e antimilitarista deve immaginare un > orizzonte sociale ecologico ed economico contro la guerra e contro il fossile > contemporaneamente, per provare a tutelare il pianeta e chi ci vive. Mentre il settore dell’automotive in Italia sta progressivamente spostandosi verso le forniture belliche, un progetto come quello di GKN, alternativa concreta, ecologista e pacifista è brutalmente boicottato da politici di qualunque schieramento, evidentemente affini quando si tratta di politiche energetiche e di servilismo nei confronti delle imprese fossili.  Eppure è da progetti simili che bisogna ripartire, costruendo convergenze, con la forza del mutualismo e il coraggio di osare anche quando combatti contro mostri. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Conflitti e industria fossile sono i migliori alleati della crisi climatica proviene da DINAMOpress.
April 3, 2026
DINAMOpress
L’IA: il disallineamento di un paese di geni – di Giorgio Griziotti
Mentre si consuma una svolta storica — un'offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l'IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, [...]
April 2, 2026
Effimera
È fernuta ‘a zezzenella: chiacchiere resistenti per costruire dalle macerie. (RDCongo) (1/2: redazionale completo )
"É fernuta a zezzenella" nel gergo contadino campano significa che è finito il periodo di mungitura delle vacche, che non c'è più latte da prendere, che le mucche sono allo stremo. Nella parlata comune questa frase si traduce con "è finita la pacchia", é finito il divertimento. Ma per chi? Per il padre padrone, per il colonizzatore bianco, per il capitalista: che altro volete prendervi? Ci rimane solo la vita. É da quello slancio vitale che resiste tra le macerie di una catastrofe permanente che vogliamo ripartire, da quella forza potente e ancestrale che da millenni continua a far girare il mondo, nonostante l'impegno dei noti maschietti, ricchissimi e capricciosi, nel trasformare la realtà in distopia. Ne parliamo il mercoledì mattina dalle 10:30 ogni due settimane con le amiche di ecologia politica e Claudia Terra, facendo partire i nostri discorsi dalle testimonianze dell3 compagn3 che vivono e lottano nel Sud Globale, con le quali abbiamo avuto la fortuna di incrociare le strade É fernuta a zezzenella oi' Ci trovate sugli 87.9 fm Perchè sta musica adda cangià.  In questa puntata affrontiamo il tema dell’estrattivismo nella Repubblica Democratica del Congo a partire dalle voci di chi vive e resiste nei territori colpiti dalle grandi opere. Attraverso le testimonianze di attivistɜ e comunità locali impegnate nella lotta contro le dighe di Inga 1 e Inga 2, primi tasselli del progetto Grand Inga (Inga 3), raccontano cosa significa convivere con un modello di sviluppo imposto dall’alto. Un modello che produce energia senza garantire accesso alle popolazioni, e che alimenta soprattutto il settore minerario, sostenendo l’estrazione di cobalto e altri minerali strategici. L’estrazione di cobalto è uno dei pilastri materiali di ciò che in Occidente viene chiamato “green”. Batterie, auto elettriche e tecnologie considerate sostenibili poggiano su una filiera che scarica i costi ambientali e umani nei territori di estrazione. Nella Repubblica Democratica del Congo, questo significa miniere insicure, sfruttamento del lavoro, anche minorile, contaminazione di acqua e suoli, sgomberi e perdita di mezzi di sussistenza. La transizione ecologica, così com’è costruita, riduce le emissioni altrove ma pesa sulla pelle di chi vive nei territori sacrificati all’approvvigionamento di materie prime.  
March 18, 2026
Radio Onda Rossa
Susan George, il movimento altermondialista e lo stato del mondo nella crisi globale del sistema capitalistico – di Giorgio Riolo
Susan George, scomparsa di recente, è stata un politologa, una sociologa e un'attivista. Nata negli Stati Uniti, ha studiato alla Sorbona e successivamente si è trasferita in Francia, ottenendo la cittadinanza francese. Ha trasformato l'analisi economica in uno strumento di resistenza, criticando duramente il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e le politiche del [...]
March 9, 2026
Effimera
Una riflessione ecologica (finalmente) non “green”
Mi sembra che da un po’ di tempo il concetto di ecologia si stia confondendo in maniera un po’ grottesca con quello di tecnologia “green”: pannelli solari, turbine eoliche, auto e bici elettriche. Al contrario, l’ecologia è la scienza che … Leggi tutto L'articolo Una riflessione ecologica (finalmente) non “green” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il militarismo è sempre un vicolo cieco
LE RIFLESSIONI CONTENUTE NEGLI SCRITTI DI GWYN KIRK, NUTRITE DI FEMMINISMO, FILOSOFIA DELLA NONVIOLENZA E ANTIMILITARISMO, FORNISCONO UN ROBUSTO E ARTICOLATO QUADRO TEORICO PER PENSARE INSIEME VIOLENZA ECOLOGICA, VIOLENZA SULLE DONNE E VIOLENZA SUL MONDO NON UMANO. “IL MILITARISMO È, LETTERALMENTE, UN VICOLO CIECO. LA SUA DISTORSIONE CENTRALE È CHE LA VIOLENZA ORGANIZZATA SIA ESSENZIALE PER GARANTIRE LA SICUREZZA – SCRIVE FRANCESCA CASAFINA NELLA PREFAZIONE DI UN SOLIDO TERRENO: UN FEMMINISMO ECOLOGISTA E MATERIALISTA (NOVA DELPHI), IL LIBRO DI GWYN KIRK – AL CONTRARIO, LE FEMMINISTE, COSÌ COME GLI AMBIENTALISTI E I POPOLI INDIGENI CHE SI BATTONO PER LA SOSTENIBILITÀ E L’AUTODETERMINAZIONE, HANNO DIMOSTRATO CHE IL MILITARISMO CREA GRAVI INSICUREZZE PER LE POPOLAZIONI SOTTOMESSE, PER MOLTI ALL’INTERNO DELLE NAZIONI DOMINANTI, PER L’UMANITÀ E PER IL PIANETA STESSO…”. IL LIBRO DI GWYN KIRK (TRADUZIONI DI TERESA BERTUZZI E FRANCESCA CASAFINA) SARÀ PRESENTATO IL 28 FEBBRAIO A ROMA ALLA CASA DELLE DONNE, NELL’AMBITO DELLA FIERA DELL’EDITORIA DELLE DONNE FEMINISM9. LA PREFAZIONE COMPLETA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Sì, molte persone coltivano orti, risparmiano acqua, riciclano materiali, promuovono energie rinnovabili, crescono i figli, si prendono cura degli anziani, sostengono le giovani e i giovani attivisti e superano le barriere razziali, di classe, di genere e nazionali… Eppure, il mondo ha intrapreso un catastrofico percorso fatto di disastri ambientali, crudeltà, avidità, gravi disuguaglianze e rapacità neoliberista. […] Questi saggi sono il mio tentativo di trovare un solido punto d’appoggio in questi tempi senza precedenti: un femminismo ecologico coerente, diretto e urgente“ (G. Kirk, “Un solido terreno. Saggi su ecologia e femminismo”) L’ecofemminismo ha esteso la riflessione femminista alla natura, mettendo al centro della propria critica filosofica le relazioni. La filosofia ecofemminista riconosce la natura patriarcale dei sistemi di oppressione e ne mette in evidenza gli effetti sulle donne e sulla natura, senza per questo sostenere – come a lungo si è rimproverato all’ecofemminismo – una identificazione astorica tra le due, bensì sforzandosi di comprendere come questa equiparazione delle donne al regno della fisicità abbia funzionato storicamente – almeno nelle culture occidentali – all’interno di una cornice filosofico-concettuale oppressiva. “Nell’ultimo decennio le discussioni accademiche sull’ecofemminismo negli Stati Uniti sono state paralizzate da argomentazioni sull’essenzialismo e sulla maggiore vicinanza delle donne alla natura. Tuttavia, una simile affermazione implica una separazione tra umani e non-umani altamente problematica”, scrive Gwyn Kirk nel saggio che dà il titolo alla raccolta di scritti dell’autrice Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, pubblicata dalla casa editrice Nova Delphi Libri nella collana Intersezioni, dedicata all’ecofemminismo “Per rendere efficaci l’analisi e l’attivismo”, scrive l’autrice, “bisogna disporre di un quadro teorico materialista ampio e articolato”. Studiosa e attivista ecofemminista, Gwyn Kirk è tra le fondatrici dell’International Women’s Network Against Militarism, e si interessa da molti anni di femminismo, ecologia e pacifismo. Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso fu tra le attiviste che presero parte al primo campo di pace femminista di Greenham Common, di cui l’autrice stessa racconta nel classico Greenham Women Everywhere: Dreams, Ideas and Actions from the Women’s Peace Movement (con Alice Cook, 1983). L’esperienza di Greenham permise a molte donne di mettere in connessione il livello micro delle violenze – domestico e interpersonale – con il livello macro della violenza su scala globale. Poco prima della creazione del campo di Greenham, nel 1980 e 1981 un gruppo di donne aveva circondato il Pentagono per protestare contro la gli interessi dell’industria nucleare e la retorica della sicurezza armata globale, analizzando da un punto di vista femminista le connessioni fra patriarcato, militarismo, colonialismo e devastazione ambientale. Nel corso degli anni, Kirk ha tenuto corsi in studi di genere e storia delle donne in diversi college e università statunitensi, e dai suoi scritti emerge la necessità di pensare la ricerca e l’attivismo come ambiti inscindibili, come scrive nel saggio Rami, radici e ali, o in Istruzione e apprendimento, in cui si sofferma appunto sulla sua attività di docente negli Stati Uniti. Il tema dell’insegnamento, così importante per Kirk, appare intimamente legato all’attivismo ambientale e alla necessità di riconsiderare i nostri stili di vita e il nostro modo di abitare il mondo. Il degrado ambientale, e il suo impatto, a livello locale e globale, sulla vita delle donne, è un tema femminista laddove aiuta a comprendere i meccanismi dell’oppressione. E sposta l’asse della riflessione direttamente sulle condizioni storiche e materiali delle vite delle donne. Per questo è necessario difendere un ambientalismo femminista materialista, come scriveva anche Greta Gaard in Critical Ecofeminism (Ecocritical Theory and Practice) del 2017. Senza indugiare troppo in inutili quanto dannosi dibattiti se sia giusto considerare o no l’ecofemminismo come essenzialista, anche Kirk suggerisce di guardare alla materialità della vita delle donne, alle condizioni reali della loro oppressione, alle contraddizioni del capitalismo globale. Le riflessioni contenute negli scritti di Kirk, nutrite di femminismo, filosofia della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza sul mondo non umano. Un quadro che, ovviamente, muove da una critica forte alla guerra, in quanto esaltazione della violenza in tutte le sue forme, e al militarismo che genera una cultura della violenza. Il militarismo sfrutta le diseguaglianze e, come tutti i sistemi di oppressione, perpetua la logica del dominio e si nutre di dualismi oppositivi, quegli stessi dualismi che la critica femminista della scienza ha rivelato essere elementi centrali del pensiero occidentale. Ad alimentare costantemente la macchina della guerra, scrive, c’è un’idea militarizzata di sicurezza. L’autrice ci ricorda che la contraddizione tra sicurezza ambientale e sicurezza militare non può e non deve essere sottovalutata. In un saggio pubblicato nel 2022 sulla rivista “DEP Deportate Esuli Profughe” (Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness), scriveva che è necessario riconoscere la contraddizione alla base della sicurezza militarizzata, ovvero che le nazioni utilizzano molte risorse a loro disposizione per prepararsi alla guerra, anche durante i periodi di “pace”. Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza. Al contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso.1 Come scrivono Carol Conh, Felicity Hill e Sally Ruddick, “i termini e i simboli di genere sono parte integrante del modo in cui le questioni politiche vengono pensate e rappresentate”.2 Solo un’analisi femminista, attenta al funzionamento delle gerarchie di potere e alle intersezioni fra i sistemi di oppressione, può infatti connettere i livelli micro e macro delle violenze. Come ha scritto Cynthia Enloe, citata da Catia Cecilia Confortini nell’introduzione al numero di “DEP Deportate Esuli Profughe” dedicato al disarmo, “il personale è internazionale”.3 Ed è la ragione per cui, scrive Kirk, le femministe non possono ignorare il problema del militarismo, tanto nell’analisi quanto nell’attivismo. Kirk ha descritto in molti suoi lavori, fra questi alcuni raccolti nell’antologia Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, la progressiva militarizzazione delle isole del Pacifico, con il problema della radioattività e dei test nucleari. Solo nello stato insulare delle Isole Marshall, a metà strada tra le Filippine e le Hawaii, vennero condotti fra il 1946 e il 1958 sessantasette test nucleari, come racconta nel saggio Isole Marshall: sopravvissuti al nucleare. Il tema dell’impatto ambientale del militarismo statunitense è al centro anche del saggio Vie di salvezza. Kirk prende in esame le mobilitazioni di diverse organizzazioni delle Filippine, della Corea del Sud e della prefettura di Okinawa, in Giappone; analizza le denunce, le battaglie per ottenere giustizia, la decisione di non subire passivamente un destino imposto in nome della sicurezza globale. Proprio a Okinawa, nel 1997, nacque quello che è oggi l’International Women’s Network Against Militarism, di cui Gwyn Kirk è stata una delle fondatrici. Dal sito del Network: Our Network – with members in Guåhan (Guam), Hawai’i, Japan, Northern Mariana Islands, Okinawa, Philippines, South Korea, and the continental United States – has focused on decades of militarization, insecurity and violence in the Asia-Pacific region. Today, we express our solidarity and offer a vision for genuine security in the face of the humanitarian crisis in Palestine and Israel. As a feminist Network, we have witnessed and documented the fact that women and girls bear the heaviest cost of militarism, military bases and operations, armed conflicts, and wars, though this is distributed unevenly based on race, ethnicity, class, age, gender identity, sexual orientation, religion, nationality and citizenship status, and geography. Nonostante alcuni saggi raccolti nel volume siano stati scritti anni fa, l’impianto teorico che li sorregge rimane valido, tragicamente attuale, come l’invito a non sottovalutare la contraddizione tra sicurezza ambientale, salute umana e sicurezza militare. Un compito per cui risulta fondamentale il contributo e la messa in pratica del pensiero femminista ecologico e antimilitarista, che ha saputo analizzare, e disvelare, l’articolazione delle formazioni patriarcali con altre forme di oppressione, anche nel loro intreccio con le crisi ecologiche odierne. Questo e molto altro troverà chi vorrà avvicinarsi al pensiero ecofemminista di Gwyn Kirk, con un invito a riscoprire la profondità dell’analisi ecofemminista, come ci invita a fare l’autrice stessa, che delinea in questi saggi un quadro teorico articolato, ricco di genealogie: un solido punto d’appoggio per leggere le crisi odierne, interpretare le contraddizioni del presente ed elaborare strategie per resistere e continuare a esistere. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Gwyn Kirk, Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 49/2022, p. 24″. 2 Carol Cohn, Felicity Hill, Sara Ruddick, L’importanza del genere per l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 54/2024, p. 84″. 3 Catia Cecilia Confortini, Introduction, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 41-42/2020, p. 1. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il militarismo è sempre un vicolo cieco proviene da Comune-info.
February 8, 2026
Comune-info