Contro i data center e il mondo che ne ha bisognoQuesta articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti,
l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità
italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona
curiosa delle tecnologie, digitali e non.
Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad
esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta
in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone
quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il
tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.
Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un
Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente
dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire
(prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a
praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo
l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel
mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio
italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani
economico e tecnologico.
LE NUVOLE NON STANNO IN CIELO
Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne
abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech,
le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole
(in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri),
sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di
aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano
con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco,
poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti
processi estrattivi e investimenti economici.
La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto
popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.
[immagine:
https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]
Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo
consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto
di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione
macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per
sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone
elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti,
oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle
tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che
fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno
riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate
continuamente.
Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione
delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero,
macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei
cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori,
pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a
Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli
impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei
nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto
silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria,
impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in
funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre
effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al
pari di altri fattori di perturbazione.
Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha
consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di
una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di
questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa,
siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data
center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.
> Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo
> hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la
> Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.
Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi
enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo:
privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate
ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito
conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di
base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di
approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito
a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi
e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri
investimenti.
IL CIELO SOPRA L’ITALIA
Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data
center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale
non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo
approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende
infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi
sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».
Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe
essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica
di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le
aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie
speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che
si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora,
questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone
già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti,
e Roma, con una trentina attuali.
Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro,
fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali
che provano a contrastare i progetti più impattanti.
> Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che
> richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto
> a qualche anno fa, e che prospetta ulteriori aumenti fino a migliaia di
> megaWatt di potenza annua per una singola istanza.
A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto
a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto
provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di
valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel
Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette,
sono state adottate «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della
saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di
elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza
termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente
nell’impianto.
La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito,
quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una
potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica
pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la
realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti
sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna
agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a
questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i
termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi,
calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso
più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale)
può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello
ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata
sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i
data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di
prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie
rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di
impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera,
con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.
A CHI VANNO LE FETTE DI TORTA?
Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior
parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la
più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo
Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim
o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta,
chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni,
complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in
un mondo capitalista.
In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che
il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque
responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di
recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla
costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80%
del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed
energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai
progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare
l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di
problematicità di questi oggetti.
> Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale
> vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia
> essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio
> giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica,
> ma non l’ideologia di fondo.
Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che
l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle
bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin
Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di
colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle
perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero
comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in
compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica
soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto
stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in
Virginia o in Arizona.
MA POI, A COSA SERVONO TUTTI QUESTI CENTRI SUPERPOTENTI? SONO DAVVERO COSÌ
ESSENZIALI? A CHI?
Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati
sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo
negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali
sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il
business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione
giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione
coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta,
Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di
lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la
realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.
Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un
modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto
difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono
open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e
quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di
produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e
difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per
esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da
parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi
altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge
l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che
elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente,
tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei
rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a
cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?
> Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la
> digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze
> programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software,
> che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial
Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro,
la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo
su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci
chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?
GRANELLI DI SABBIA NEGLI INGRANAGGI
Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro
i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo
chiamare la famigerata «AI» sono radicate nei movimenti dal basso più variegati:
dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per
gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.
Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e
contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di
Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del
gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno
denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella
struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a
un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200
dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi
per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi
(11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità
di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda
nel campo delle tecnologie digitali.
> Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche
> sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo
> europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante
> altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono
> oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e
> militare.
In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha
sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la
manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è
partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra
nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello
sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta
di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e
in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica
dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento
facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si
sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di
DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al
quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata
per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior
investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI,
azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col
Dipartimento della Guerra statunitense.
Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo
case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua
nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in
cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola
riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui
un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023
il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i
nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici
delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri,
festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto
di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per
Disney+.
Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti
contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo
stanno trovando slancio.
Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro
sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta
collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in
assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.
RHO, 3 OTTOBRE 2026
Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho
per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei
Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e
determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la
partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà
territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.
Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli
oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato
l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat*
all’interno del sito.
Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo
voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a
chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il
diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre
calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione
Lombardia e di amministratori locali compiacenti.
Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale
australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la
scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri
impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati
immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a
subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.
Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:
Giovanna Sissa, Le emissioni segrete
Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia
ambientale)
Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)
la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre
2026
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