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Premio Giornalisti Nell’Erba clAImate
È entrato nel vivo il percorso verso #GNE2026, la XVII edizione del Premio Internazionale di Giornalismo Ambientale “Paola Bolaffio”, che nel 2026 porterà al centro del dibattito pubblico uno dei temi più attuali e complessi del nostro tempo: Intelligenza Artificiale e Cambiamento Climatico. Le iscrizioni sono aperte e c’è ancora tempo per partecipare: il Premio è un invito rivolto a giornaliste e giornalisti, giovani e giovanissimi, ma anche a scuole, classi e gruppi creativi, per raccontare con sguardo critico e consapevole il rapporto tra innovazione tecnologica e sostenibilità. Il tema: ClAImate ClAImate – Intelligenza Artificiale e Cambiamento Climatico è il titolo di questa nuova edizione. Un binomio che intreccia urgenze ambientali e prospettive tecnologiche, sollevando interrogativi etici, sociali e ambientali sul ruolo dell’IA nella costruzione di un futuro sostenibile. Abbiamo scelto di dedicare questa edizione all’Intelligenza Artificiale perché il futuro della sostenibilità passa anche dal futuro della conoscenza. Il giornalismo ambientale è chiamato a raccontare come l’innovazione possa diventare alleata della transizione ecologica, ma anche a vigilare sui rischi di nuove disuguaglianze, opacità e distorsioni informative. AI e clima: opportunità e sfide L’intelligenza artificiale rappresenta una nuova frontiera nella lotta ai cambiamenti climatici. Le sue applicazioni stanno trasformando: la modellazione climatica, migliorando la previsione di eventi estremi e la gestione del rischio; l’ottimizzazione energetica, dall’efficienza delle reti intelligenti alla riduzione delle emissioni nei trasporti e nell’industria; la protezione della biodiversità, grazie a sistemi automatici di monitoraggio e analisi dei dati ambientali; l’uso di fonti rinnovabili e sistemi di accumulo per alimentare i data center; la comunicazione scientifica, attraverso strumenti di analisi linguistica e supporto alla divulgazione. Allo stesso tempo, però, l’IA solleva questioni cruciali: l’elevato consumo energetico dei modelli, le emissioni di CO₂, l’uso intensivo di risorse come l’acqua, la produzione di chip digitali, la concentrazione del potere tecnologico e il rischio di disinformazione automatizzata. L’innovazione non va demonizzata, ma compresa, raccontata e utilizzata in modo critico e responsabile. Ed è qui che il giornalismo ha un ruolo centrale. Chi può partecipare Il Premio è aperto a singoli e gruppi e classi, suddivisi in quattro fasce d’età: dai 3 agli 11 anni dagli 11 ai 14 anni dai 14 ai 19 anni dai 19 ai 29 anni Sono previste diverse sezioni: A) giornalismo tradizionale (articoli, interviste, reportage); B) graphic e data journalism (infografiche, storytelling digitale); C) bufala (notizie costruite con informazioni inventate, per imparare a riconoscere la disinformazione); D) creativa (opere artistiche, comunicazione visiva e narrativa); E) social (notizie vestite con i panni dei principali canali di comunicazione) Per questa edizione non è prevista alcuna quota di iscrizione: basta compilare il form online. Le modalità di partecipazione per ciascuna fascia d’età sono indicate nel regolamento disponibile online. Come partecipare Sul sito di Giornalisti Nell’Erba, nella sezione dedicata al premio sono disponibili: il form di iscrizione il regolamento il tema dell’edizione La partecipazione è gratuita. C’è ancora tempo: aspettiamo i vostri lavori. L’adesione è vincolata ad una iscrizione da effettuarsi entro il termine del 27 febbraio 2026 mentre dovrete inviare i vostri eleborati entro il 27 marzo 2027. Giuria e Partner Orgoglio di Giornalisti Nell’Erba è la sua giuria, composta da giornalisti, giornaliste, scienziati, scienziate, divulgatori e divulgatrici del settore ambientale. Quest’anno, oltre alla partnership con Frascati Scienza, l’edizione XVII è patrocinata dal Coordinamento FREE, associazione che promuove lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. La premiazione La cerimonia di premiazione, nel corso della quale saranno resi noti i nomi dei vincitori, si terrà l’8 maggio 2026 a Frascati presso le Mura del Valadier. Giornalisti Nell'Erba
Oltre la COP30, Dopo la COP30.
Dopo la chiusura del vertice sul clima in Brasile, torniamo a parlarne per quello che è stato: l'ennesima occasione per i potenti della terra di ripulirsi la faccia all'insegna dell'ecosostenibilità, mentre continuano a devastare i nostri territori per estrarre vita e risorse. Ma i popoli del Sud globale non ci stanno: l'ecologia che vogliamo parte dal basso, è popolare e pirata, e infiltra la casa del padrone minandone le fondamenta materiali. Sugli 87.9 FM di Radio Onda Rossa, ne discutiamo con Claudia Terra, ricercatrice e attivista della campagna Per il Clima Fuori dal Fossile, e l3 compagn3 di Ecologia Politica Roma. Il Global Mutirão (documento finale della COP) viene presentato come una grande chiamata collettiva all’azione, ma non introduce nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni, non anticipa le scadenze, non prevede sanzioni, non impone l’uscita dai combustibili fossili (non li nomina neanche). Chiede a tutti di fare di più, ma non dice chi deve fare cosa, entro quando e con quali strumenti. E soprattutto non distingue tra chi ha costruito la propria ricchezza distruggendo l'ambiente e chi oggi paga il prezzo più alto della crisi climatica senza averla causata. Così la responsabilità si diluisce, si nasconde dietro il linguaggio dell’“insieme”, e i grandi emettitori restano protetti, ancora una volta. Questo emerge ancora più chiaramente se guardiamo a ciò che sta accadendo fuori da questo linguaggio prudente e ambiguo. La Colombia, insieme ad altri Paesi del Sud globale, ha promosso un documento politico chiaro, che dice una cosa semplice ma fondamentale: la crisi climatica non si risolve senza affrontare la dipendenza da carbone, petrolio e gas. Quel documento chiede una uscita graduale, giusta e pianificata dai combustibili fossili ed è stato firmato da circa ottanta Paesi. L’Italia non ha firmato.  La COP30 è stata una vetrina, il Global Mutirão è un pezzo di carta che prova a vestire di responsabilità collettiva quello che resta una gestione di mercato della crisi climatica. Dove serviva vincolo e trasformazione strutturale — stop ai fossili, redistribuzione delle risorse, riparazioni storiche, smantellamento del modello estrattivista — si è preferito il compromesso, le formule vaghe, gli acceleratori volontari, e la finanza come rimedio universale. Non è una sconfitta solo delle politiche climatiche, è una sconfitta dei diritti dei popoli che subiscono l’estrazione, il colonialismo, la militarizzazione e la mercificazione della natura.  Mentre a Belém si fanno foto di gruppo e si parla di Mutirão (cooperazione), fuori dallo spazio mediatico infatti si mobilitano armamenti e si rimette al centro la disputa per l’accesso ai giacimenti. In quei giorni si sono tenuti anche altri incontri: la Cúpula dos Povos, il Vertice dei Popoli; il IV Incontro Internazionale delle Comunità Danneggiate dai Sistemi Energetici e la Contro-COP anarchica. Radio Onda Rossa ha seguito e raccolto voci: contadine, indigene, quilombola, periferiche. Queste realtà non si sono limitate a criticare la retorica del Mutirão: hanno costruito pratiche e documenti concreti — richieste di sovranità territoriale, agroecologia, fine delle concessioni estrattive e gestione comunitaria delle risorse — e hanno rifiutato il paradigma della finanza verde come soluzione. Questa COP30 è stata una farsa, ma è stata anche un’occasione preziosa: nelle strade di Belém si sono rinforzate alleanze globali dei movimenti sociali, si è parlato di agenda dal basso e si sono gettate le basi di azioni collettive contro il capitalismo estrattivo. Dunque non perdiamo tempo a sperare nelle promesse dei palazzi — organizziamoci, connettendo locali e internazionali e assaltiamoli, perché la vera transizione è già in cammino: è popolare, pirata, e non aspetta il permesso dei potenti. Nella colonna destra del sito di Onda Rossa trovate i vari contenuti fatti a Belém durante i giorni della Cop e delle controCop. 
Crescita economica e movimenti pro-Pal: che c’azzecca? – di Riccardo Leoncini
Il concetto di crescita economica è fondato su un modello lineare, anche se utilizza strumenti matematici non lineari. Ed è indubbio che l’utilizzo di modelli lineari permette l'avverarsi della logica cartesiana che ci invita a ridurre un problema complicato ad una serie di problemi semplici, a risolverli e poi a rimettere insieme le soluzioni ottenute, come in [...]
Acciaio, guerra e menzogne – di Franco Oriolo
Taranto ostaggio di una fabbrica morta e di una politica senza futuro Le promesse del ministro Urso, ripetute più volte nei tavoli su Genova e Taranto, arrivano sempre in ritardo e servono solo a prendere tempo. Da anni la politica rinvia le decisioni, copre le falle, produce comunicati invece di affrontare la realtà. Si [...]
La forza prevale sulla forma
Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia. di M. Minetti Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verticale né orizzontale, recentemente tradotto … Continua a leggere→
COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica
Le immagini che più di tutte racchiudono il significato e la portata delle mobilitazioni per la giustizia climatica che si sono tenute a Belém – in occasione della 30esima Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici, la COP30 – appaiono tra le migliaia e migliaia di manifestanti che il 15 novembre scorso hanno riempito le strade nella città brasiliana nella marcia per il clima. Una maschera di cartone di Chico Mendes accanto ad una bandiera palestinese, ed un “funerale” del carbone e del petrolio, nel mezzo di rappresentanti di movimenti sociali ed indigeni che nei giorni precedenti avevano partecipato ai lavori della Cupula dos Povos, organizzata all’interno dell’Università dello Stato di Parà. Immagini che uniscono vertenze, lotte, piattaforme per l’autodeterminazione dei popoli, la giustizia ecologica, la protezione dei territori e degli ecosistemi, intersezionalità e diritti contadini e al cibo, e che evocano guerre e violenza epistemica, quella dell’estrattivismo e quella della colonialità del potere. Non è un caso che proprio i giorni prima della marcia si fosse commemorato il 30esimo anniversario dell’esecuzione di Ken Saro Wiwa, ucciso assieme ad altri 8 attivisti del popolo Ogoni per essersi opposto alle attività di estrazione di petrolio nel delta del Niger da parte della Shell. Così i padiglioni e le tende allestite all’università di Parà hanno legato, connesso storie, analisi, proposte, esperienze di resistenza dal basso, organizzate attorno ad alcuni assi tematici, dalla transizione giusta alla liberazione dei popoli, alla resistenza all’estrattivismo, alle economie popolari. Un’evento che ha visto per la maggior parte la partecipazione di movimenti brasiliani, dai Sem Terra, ai popoli indigeni, a quelli per il diritto all’educazione, all’acqua, i movimenti di comunità vittime di megainfrastrutture quali le idrovie nel Cerrado brasiliano o le grandi dighe, che proprio nello stato di Parà hanno segnato in passato la storia della resistenza territoriale. Basti pensare alla storica riunione dei popoli indigeni di Altamira nel 1989, organizzata dal popolo Kayapò mobilitato contro le dighe sul fiume Xingù, e dal suo leader “spirituale”, Raoni, anch’esso presente a Belem. > I corsi e ricorsi storici riaffiorano nelle contraddizioni del modello e del > paradigma di riferimento dei governi “progressisti” dell’America Latina, > quelli ancora rimasti. In primis c’è il sostegno dei governi del PT alla > megadiga di Belo Monte, all’annuncio fatto da Lula, proprio alla vigilia della > COP30, di concessioni di esplorazione petrolifera all’impresa statale > Petrobras alla foce del Rio delle Amazzoni. Un vero elefante nella stanza per il governo Lula, scisso tra cultura sviluppista e rivendicazioni ambientali e dei popoli indigeni incarnate da due donne, la ministra per l’Ambiente Marina Silva e quella per le questioni indigene, Sonia Guajajara presenti alla marcia per la giustizia climatica. La contraddizione però, è passata in sordina, per evitare di dare alle destre un’argomento da utilizzare alla vigilia della campagna elettorale per le presidenziali. Il tutto è stato celato quindi all’interno di una rivendicazione generica sulla messa al bando dei combustibili fossili da parte di movimenti e di un numero crescente di governi che hanno aderito all’iniziativa internazionale per un Trattato vincolante sulla non proliferazione fossile. Non a caso la Colombia di Gustavo Petro è stata a prima ad annunciare la decisione di proibire ogni forma di estrattivismo fossile e minerario nella sua parte di Amazzonia e la convocazione di una conferenza internazionale sulla nonproliferazione fossile che si terrà nell’aprile 2026 a ridosso della nuova tornata elettorale nel paese. Poco prima, a marzo, è in programma il Forum Sociale PanaAmazzonico (FOSPA) che si svolgerà nella regione ecuadoriana del Pastaza, a Puyo, al cuore dell’Amazzonia ecuadoriana, zona di forte presenza di imprese petrolifere e di acerrima resistenza da parte dei popoli indigeni. Anni or sono, in quei luoghi si decise di mantenere il petrolio nel sottosuolo dell’area forestale di Yasuni, una vittoria consolidata lo scorso anno da un referendum popolare che vanificò i tentativi di boicottaggio da parte del governo del Presidente Daniel Noboa. di Rosa Jijon I diritti della Natura riconosciuti dalla Costituzione ecuadoriana sono stati al centro di varie iniziative all’interno della Cupula dos Povos, tra cui la sesta sessione del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, Verso un nuovo impegno con la Madre Natura, appuntamento conclusivo di una serie di sessioni tematiche su combustibili fossili e imprese minerarie canadesi. Prima in occasione della Climate Week di New York del settembre dello scorso anno, poi in tre sessioni (Serbia, Quito e Toronto) il Tribunale ha analizzato decine di casi di estrazione petrolifera, e progetti minerari di imprese canadesi, per lo più impegnate nella prospezione o estrazione di minerali “critici” o di “transizione”; necessari per la “transizione energetica” evidenziando le violazioni dei diritti delle comunità, dei difensori e difensore della Madre Terra, e della Natura. Parte del Tribunale, presieduto da Nnimmo Bassey storico attivista nigeriano e Ana Alfinito, avvocata brasiliana, è stata così dedicata all’analisi delle contraddizioni del modello di transizione energetica e la sua incompatibilità con il paradigma di riferimento del capitalismo estrattivista. Non a caso due importanti ricercatori del Pacto Ecosocial ed Intercultural del Sur, Maristella Svampa e Breno Bringel, hanno definito questa fase come quella del consenso della decarbonizzazione, caratterizzata da nuove forme di colonialismo e creazione di nuove zone di sacrificio per alimentare la transizione energetica nei vari Nord del mondo. Il Tribunale ha poi presentato le sue sentenze su combustibili fossili e imprese minerarie e la sua politica sui difensori della Madre Natura introdotta dall’intervento del Relatore Speciale ONU per i difensori dell’ambiente Michel Forst, ed adottato la sua dichiarazione finale “Per un nuovo impegno con la Madre Terra”, contributo politico ai lavori della Cupula dos Povos. > Nella sua dichiarazione il Tribunale afferma che la policrisi attuale ha > origine nei sistemi economici, politici, i e sociali determinati dalla > capitalismo, orientato alla crescita, oltre che al patriarcato, il razzismo e > l’antropocentrismo. Chiede che l’Amazzonia venga riconosciuta come soggetto di > diritto in base alla recente opinione consultiva della Corte Interamericana > dei Diritti Umani che per la prima volta riconosce i diritti intrinseci della > Natura. Questo però non basta, sarà urgente infatti porre fine all’estrazione di minerali e combustibili fossili dal suo sottosuolo oltre a rigettare false soluzioni alla crisi climatica quali il carbon trading o altre forme di “mercantilizzazione” della natura, o forme di “transizione verde” che vengono imposte a discapito dei diritti della Natura e dei popoli. Il Tribunale annuncia poi l’intenzione di tenere una sessione specifica su petrolio in Amazzonia proprio in concomitanza con il FOSPA in Ecuador, e riconosce il ruolo chiave delle comunità e dei difensori e difensore della Madre Terra, esortando la comunità internazionale a “riparare” ai danni causati da decenni di estrattivismo. Nel corso della Cupula dos Povos si sono tenuti altri Tribunali etici o di opinione, uno contro l’ecogenocidio convocato da movimenti di base brasiliani, confluiti nell’inizativa parallela della COP do Povo, altri due sul tema della transizione giusta ed il razzismo ambientale, e l’impatto delle imprese minerarie sui diritti dei popoli nello stato di Parà svoltosi in una zona periferica di Belem. Il Tribunale sulla transizione giusta promosso da ActionAid Brasile, ed ispirato alla sessione sul Cerrado del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), ha analizzato vari casi portati alla sua attenzione da comunità di donne “quilomboas”, (popolazioni afrodiscendenti) relative alla contaminazione causata dalle imprese minerarie, o dall’imposizione di megaimpianti eolici “made in France” per la produzione di idrogeno verde da esportare in Europa, in particolare nello stato di Cearà, esempio evidente di come il Green New Deal europeo contribuisce a perpetuare ingiustizie storiche nei confronti di territori sacrificabili allo sviluppo, verde o marrone che sia. Altro caso presentato da comunità “quilomboas” di Belém era relativo agli impatti provocati dai lavori per la preparazione delle infrastrutture necessarie per ospitare le decine di migliaia di delegati alla COP30. Tra questi l’inquinamento provocato da infrastrutture fognarie che scaricano reflui nei quartieri periferici di Belém, oppure un’operazione in puro stile greenwashing, con la piantumazione di alberi per creare una foresta ai margini dell’aeroporto di Belém e che invece non è stata mai ultimata lasciandosi dietro gravi danni ambientali per le popolazioni afrodiscendenti. > Uno dei leitmotiv delle mobilitazioni a Belém è stato proprio la forte > presenza di popoli indigeni e afrodiscendenti, “invisibili” al potere, ed alle > istituzioni e che a Belém hanno preso parola per denunciare le loro condizioni > di vita inique. Per molti popoli indigeni brasiliani e quilomboas Belém ha > forse rappresentato l’ultima opportunità di visibilità e di amplificazione > delle proprie richieste a fronte del rischio di un ritorno delle destre al > potere. E per questo è stato necessario alzare il livello delle mobilitazioni, con ben due irruzioni all’interno della zona “blu” quella dove si svolgono i negoziati ufficiali ben distante in termini topografici e politici dalla Cupula dos Povos. Proprio all’indomani dell’ultima azione di protesta del popolo Mundurukù, Sonia Guajajara annunciava la decisione di demarcare quelle terre, ed il lancio di una iniziativa intergovernamentale di 15 paesi, la prima in assoluto nel suo genere, per la demarcazione ed il riconoscimento dei diritti territoriali di popoli indigeni e comunità locali ed afrodiscendenti, e la protezione delle foreste. Dieci saranno quindi le terre indigene demarcate in Brasile, su un totale di 63 milioni di ettari che il governo intende regolalizzare, 59 milioni dei quali per i popoli indigeni e 4 per le comunità quilomboas. Colombia e Congo hanno annunciato iniziative simili. di Rosa Jijon L’appello alla demarcazione delle terre indigene era stato ripreso anche nella dichiarazione finale della Cupula dos Povos nella quale si chiedono anche il riconoscimento del ruolo centrale delle conoscenze ancestrali, la riforma agraria e la promozione dell’agroecologia, il contrasto a forme di razzismo ambientale, si condanna il genocidio del popolo palestinese e si chiede che le spese militari vengano destinate al recupero e risarcimento del debito ecologico causato dai disastri climatici e dall’estrattivismo fossile. La dichiarazione della Cupula sostiene la richiesta di nonproliferazione fossile ed una transizione giusta, sovrana e popolare fatta dai popoli e per i popoli, respingendo ogni forma di “falsa soluzione di mercato”. Tra queste il programma TFFF (Tropical Forests Forever Fund) un fondo promosso dal governo brasiliano con la leadership della Banca Mondiale che dovrebbe convogliare capitali pubblici e privati per 4 miliardi di dollari l’anno alla protezione delle foreste. > Il rischio, secondo le decine di organizzazioni che hanno firmato una > dichiarazione congiunta al riguardo, è che questo programma possa offrire alle > imprese l’ennesima occasione di greenwashing, oltre a non affrontare alla > radice le cause della deforestazione senza mettere al centro i diritti dei > popoli delle foreste. Temi questi che hanno caratterizzato anche il viaggio della Flotilla Amazzonica Yaku Mama che, partita dall’Ecuador, è arrivata a Belém dopo tremila kilometri di navigazione , richiamando alla memoria la storica “navigazione” della Senna da parte di una flotilla indigena in occasione della COP di Parigi di 15 anni fa. Il messaggio era e resta uno: è il momento di tracciare una linea rossa, la fine dell’economia fossile e del capitalismo estrattivista. Belém dimostra che da allora i movimenti sono cresciuti, si sono consolidati, e offrono alternative concrete e praticabili e sopratutto quanto mai urgenti, come si legge nella diachiazione di Belém del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, per noi umani e per tutto il vivente. La copertina è di Rosa Jijon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo COP30 a Belém: lotte indigene tra estrattivismo ed emergenza climatica proviene da DINAMOpress.
Quante vite costano i nostri smartphone. Crollo in una miniera di Rame e Cobalto
Una persona anonima ha filmato il momento in cui un pezzo di montagna è crollato su centinaia di persone. Sono immagini agghiaccianti che mostrano il panico e il caos in una nuvola di polvere. Quando tutto si è concluso, è rimasta la desolazione, insieme a un bilancio pesantissimo: almeno settanta morti. Il disastro è successo il 15 novembre in una miniera di rame e cobalto nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). È il tipo di incidente che di solito passa inosservato tra le disgrazie del mondo. Ma allora perché parlarne? Perché tutto, in questa storia, è scandaloso. E soprattutto riguarda da vicino anche noi, consumatori passivi. A estrarre dal sottosuolo congolese le ricchezze indispensabili per produrre i dispositivi digitali come i nostri smartphone e quelli della transizione ecologica come i pannelli solari, ci sono grandi aziende minerarie cinesi o occidentali. Ma anche centinaia di migliaia di singoli minatori, che cercano fortuna in pozzi abbandonati o non più redditizi. Sono questi minatori che agiscono “fuori dal sistema” a essere stati colpiti dalla catastrofe di Kalando. Articolo completo qui
Una ricerca di bellezza
ARTIVISMO È UN LIBRO CHE AFFIANCA 36 POESIE E 36 IMMAGINI. LE FOTO DI DANIELA DI BARTOLO SONO LA RISOLUZIONE VISUALE DELLE PAROLE DI ALESSANDRA PILLONI, LE PAROLE DI ALESSANDRA, LA VOCE DELLO SGUARDO DI DANIELA. IL LIBRO È IL FRUTTO DI UNA COSTANTE RICERCA DI BELLEZZA, IN FORTE RISONANZA CON IL PENSIERO CRITICO DELL’ECOFEMMINISMO, LADDOVE È DIFFICILE TROVARNE. IL RISULTATO? UN MANIFESTO LEGGERO E RESISTENTE Foto di Daniela Di Bartolo -------------------------------------------------------------------------------- “Siamo qui per una serie di incredibili sincronie e perfette simbiosi” Daniela Di Bartolo, donna delle erbe e della natura, insieme ad Alessandra Pilloni, archeologa e scrittrice operativa in Sardegna, hanno dato vita a un progetto editoriale tanto semplice quanto potente: Artivismo, edito da Introterra edizioni. Il titolo è una dichiarazione di azioni e intenti in cui le parole arte e attivismo si fondono creando un modo di vivere e di percepire la Terra. La delicatezza degli sguardi di Daniela Di Bartolo che prendono in prestito dalla vita attimi di equilibrio e perfezione accompagnano le parole di Alessandra Pilloni che dichiara con fermezza le sue posizioni, le sue battaglie, i suoi momenti di tregua. Il libro si compone di 36 poesie accompagnate da altrettante immagini che si abbracciano e si completano a vicenda. Nulla prevarica, tutto è in armonia. Le foto di Daniela sono la risoluzione visuale delle parole di Alessandra, le parole di Alessandra, la voce dello sguardo di Daniela. Nelle poesie si evince quanto patisca per la condizione della Terra, per le violenze che sistematicamente subisce, per la sofferenza che prova. La Terra, appunto, la difesa della Casa che ci ospita e della quale non riusciamo ad avere cura, il riconoscimento della bellezza nascosta nei dettagli della natura e nel passo lento sono i temi che hanno fatto sì che Alessandra e Daniela si incontrassero e che rendono Artivismo una ricerca di bellezza laddove è difficile trovarne. Il loro incontro ha la magia che solo il caso sa creare: da uno scambio di opinioni su un social, trasformato poi in corrispondenza fino alla nascita del progetto Artivismo tutto è stato naturale. Perché, come recita una delle quattro leggi della spiritualità indiana, le cose vanno sempre come devono. Artivismo, con la sua immediatezza, si pone come una voce fuori dal coro, come un manifesto leggero e resistente. -------------------------------------------------------------------------------- Una delle poesie raccolte nel libro: Sono uscita presto la bella di notte era ancora sveglia, mi ha detto che le stelle stanotte hanno avuto freddo perché da lassù hanno visto tutte le brutture del mondo accadere senza poter fare nulla. Gli ho detto che anch’io a volte mi sento così giù ed è proprio grazie a loro che ritrovo la speranza. In questo, stelle e fiori si somigliano, si schiudono per fare luce. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una ricerca di bellezza proviene da Comune-info.
Marxismo Ecologico nell’Antropocene. Intervista a John Bellamy Foster
Marxismo Ecologico nell’Antropocene Intervista a John Bellamy Foster, di Xu Tao and LvJiayi John Bellamy Foster è editore di Monthly Review e professore emerito di sociologia presso l’Università dell’Oregon. È autore, tra gli altri, di The Dialectics of Ecology (2024) e di Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx […] L'articolo Marxismo Ecologico nell’Antropocene. Intervista a John Bellamy Foster su Contropiano.