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Creare nuove comunità
LE OCCASIONI PER AGIRE IN MODO DIVERSO COMINCIANO A MOLTIPLICARSI CON GLI EVENTI ESTREMI CHE CI COSTRINGONO A INTERROMPERE LA ROUTINE DELLA VITA QUOTIDIANA PER PRESTARCI RECIPROCAMENTE AIUTO, SPECIE DOVE IL SOCCORSO DELLE ISTITUZIONI È CARENTE O ASSENTE. E LO SARÀ SEMPRE DI PIÙ. LA COSTRUZIONE DI NUOVE COMUNITÀ IN BASSO È ANCHE L’UNICA STRADA PER METTERE IN DISCUSSIONE IL CRESCENTE RAZZISMO Un incontro promosso da Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove nei giorni scorsi è stato presentato il progetto del bosco urbano comunitario al posto dell’ennesimo supermercato -------------------------------------------------------------------------------- Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché? Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo. Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi. Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al differente contesto. Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale. Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso, istituzionalizzazione del razzismo. Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Creare nuove comunità proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Murgia, Terra di Pace. Le contraddizioni di un territorio ancora militarizzato
C’è qualcosa di profondamente stridente nell’immaginare la Murgia vestita di mimetica. Da una parte c’è il territorio che da oltre vent’anni cerca di essere riconosciuto per ciò che è: un patrimonio naturale, paesaggistico, archeologico e culturale, il luogo dei pascoli, del grano, delle masserie, dei muretti a secco, delle lame e della pietra. Dall’altra c’è una Murgia che continua a essere considerata anche un grande spazio disponibile per le esigenze militari. La prossima Apulia Exercise, prevista dal 25 al 27 settembre nell’area a sud di Monte Caccia (clicca qui per la notizia), ne è una manifestazione emblematica. Quest’anno – si sottolinea – non saranno impiegate armi da fuoco. Ma non per questo si tratta di una semplice manifestazione sportiva: gli stessi organizzatori la definiscono soprattutto un’attività addestrativa, destinata a militari in servizio e in congedo, con un percorso di 25 chilometri e prove di infiltrazione, contro-interdizione, assalto a un posto di comando, uso di droni e simulazioni di intelligence. Perché una competizione militare deve svolgersi proprio qui nel Parco dell’Alta Murgia? Non è una domanda peregrina, è una domanda sul destino di un territorio. Perché questa terra, prima ancora di essere un parco, un geoparco o una meta turistica, è stata per decenni un territorio sottoposto alle esigenze della macchina militare. E la sua storia comincia molto prima delle esercitazioni di oggi. Pochi lo ricordano. Eppure, tra il 1959 e il 1963, nel cuore della Murgia barese e materana furono installate le basi dei missili americani Jupiter, armati con testate nucleari. Nel gennaio del 1963, durante la crisi di Cuba, gli Stati Uniti decisero di smantellare le basi Jupiter. E fu allora che la domanda sulla guerra e sul disarmo uscì dai confini delle discussioni politiche e diventò una questione concreta riguardante il territorio. Il 13 gennaio 1963 si svolse la Marcia della Pace di Altamura, promossa dal Comitato degli intellettuali baresi e lucani, con il sostegno di Tommaso Fiore, Fabrizio Canfora, organizzazioni sindacali e forze politiche della sinistra. Era una marcia contro la guerra, ma anche – e forse soprattutto – contro la trasformazione della propria terra in un ingranaggio della guerra. Pochi mesi dopo, l’ultimo Jupiter avrebbe lasciato la Murgia. Sembrava l’inizio di una storia diversa. Non lo fu. Tolti i missili, sulla Murgia arrivarono i poligoni militari. Negli anni Settanta e Ottanta il territorio fu progressivamente sottoposto a nuove forme di servitù. La Regione Puglia, con la deliberazione n. 400 del 23 febbraio 1983, destinò a poligoni militari permanenti circa 14.000 ettari, una superficie persino superiore alle richieste avanzate dalle autorità militari. I poligoni di Parisi Vecchio, Madonna di Buoncammino, Torre di Nebbia, Sentinella e Monte Scorzone divennero parte stabile del paesaggio murgiano. Ma quella presenza non fu accettata passivamente. Negli anni Ottanta furono soprattutto agricoltori e allevatori a mobilitarsi contro l’espropriazione dei terreni e contro un sistema che poteva sottrarre per lunghi periodi le loro terre all’attivitàagricola. Nel dicembre 1985 una nuova Marcia della Pace percorse il tratto Gravina-Altamura. Nel 1986 arrivò la straordinaria mobilitazione in occasione anche della lettera don Tonino Bello «Sogno di Isaia», sottoscritta da 10.000 cittadini. E il 19 dicembre 1987 una nuova, grande Marcia Gravina-Altamura, organizzata dal “Coordinamento contro la Militarizzazione e per lo Sviluppo dell’Alta Murgia”, portò in strada una partecipazione popolare di massa. Le marce riuscirono a congelare l’esproprio. Non riuscirono però a liberare la Murgia dalle servitùmilitari. Negli anni Duemila la mobilitazione riprese. L’8 novembre 2003 furono circa 15.000 le persone che parteciparono alla Marcia Gravina-Altamura, questa volta anche contro lo scandalo dei rifiuti tossici che aveva trasformato vaste aree della Murgia nella cosiddetta «Murgia avvelenata». Il 14maggio 2004 furono oltre 10.000. Quella stagione di mobilitazione contribuì a consolidare una consapevolezza nuova: la Murgia non era una terra marginale da utilizzare all’occorrenza, ma un patrimonio da tutelare e valorizzare.In questo lungo percorso nacque anche il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Una conquista importante. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: che cosa è diventato quel progetto? È questa la questione che non possiamo più rimuovere. È in tale prospettiva che acquista significato la Marcia Gravina-Altamura del 24 ottobre 2026 per la pace. Non è soltanto una manifestazione contro la guerra lontana. È una domanda rivolta al nostro stesso territorio: che cosa vogliamo fare della Murgia? Vogliamo continuare a considerarla uno spazio nel quale tutto può essere collocato, poligoni, esercitazioni, infrastrutture, servitù, scorie nucleari?Oppure vogliamo finalmente considerarla un bene comune, con una vocazione precisa: la tutela della natura, l’agricoltura, la ricerca, l’educazione, il turismo lento, la cultura, la salute, il lavoro, la vita delle comunità? La differenza non è soItanto linguistica. È una scelta politica. E c’è persino qualcosa di simbolico nel fatto che la Murgia venga attraversata contemporaneamente da pattuglie militari in esercitazione e da persone che marciano per la pace. LA MURGIA NON VUOLE ESSERE ADDESTRATA A FARE LA GUERRA. LA MURGIA HA BISOGNO DI ESSERE CONOSCIUTA E CURATA, VISSUTA E PROTETTA, PERCHÉ POSSA TORNARE PIENAMENTE A CIÒ CHE DEVE ESSERE: UNA TERRA DI VITA, DI LAVORO E DI COMUNITÀ. Giuseppe Dambrosio, Comitato Promotore Marcia Gravina-Altamura 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Il tempo nuovo di Spin time
COSA ACCADE A SPIN TIME? SONO PASSATE QUATTRO SETTIMANE DALL’INCENDIO. GRAZIE AI PERCORSI DI MUTUO AIUTO NATI NEGLI ANNI SCORSI, INTORNO ALLE 400 FAMIGLIE RIMASTE IN STRADA È ESPLOSA UNA STRAORDINARIA SOLIDARIETÀ, ROMA CAPITALE HA CERCATO SOLUZIONI ASCOLTANDO LA COMUNITÀ DI SPIN TIME, MA SOPRATTUTTO È STATO MESSO AL CENTRO IL DIRITTO ALL’ABITARE. UN PEZZO PICCOLO DI CITTÀ, FRAGILE E NON PRIVO DI LIMITI E CONTRADDIZIONI, HA RICORDATO A TUTTI E TUTTE CHE LE CITTÀ NON POSSONO ESSERE LASCIATE NELLE MANI DEI FONDI IMMOBILIARI, CHE IL FONDO INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE SGOMBERATO CHE OGGI SI RIFIUTA DI VENDERE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI NON È NEUTRALE ED ESISTE PER IMPOVERIRE QUARTIERI ED ESPERIENZE. IL 19 SETTEMBRE È STATA INDETTA UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE E CUI SEGUIRÀ IL 20 UN’ASSEMBLEA PUBBLICA, INTANTO TUTTI I RESIDENTI HANNO TROVATO UNA SISTEMAZIONE D’EMERGENZA, ALCUNE FAMIGLIE DEVONO ANCORA LASCIARE IL PRESIDIO E LO FARANNO NEI PROSSIMI GIORNI, ALTRE GRAZIE ALLA RETE SOCIALE DEL POLO CIVICO ESQUILINO STANNO TROVANDO UNA SISTEMAZIONE CHE CONSENTA DI NON ABBANDONARE IL QUARTIERE PER NON INTERROMPERE PERCORSI DI CURA E PER SALVAGUARDARE LA CONTINUITÀ SCOLASTICA. PRIMA, DURANTE E DOPO LA DUE GIORNI SPIN TIME FA SAPERE CHE NON SMETTERÀ DI RICORDARE CHE LE CITTÀ SONO DELLE PERSONE CHE LE ABITANO Il selciato è ancora bollente alle 7 di sera nell’estate più calda da quando si misura la temperatura terrestre. Ma centinaia di persone hanno partecipato all’importante assemblea pubblica convocata lunedì 25 agosto da Spin Time (400 famiglie sgomberate la notte del 29 luglio con il pretesto di un incendio), mentre prosegue l’interlocuzione con Roma Capitale. Riassumiamo. Sono passate quattro settimane dall’incendio, dallo sgombero e dall’inizio della trattativa con Roma Capitale. Al tavolo c’erano il prefetto Giannini, il sindaco Gualtieri, Baldo Reina (vicario generale della Diocesi di Roma), il questore di Roma Massucci, l’assessore capitolino al patrimonio Tobia Zevi e i rappresentanti della proprietà, Investire SGR. Gualtieri presenta una proposta che prevede l’acquisizione dell’immobile sulla base della valutazione dell’Agenzia del demanio per consentire, nel più breve tempo possibile, il rientro delle famiglie e delle persone più fragili. Il fondo immobiliare Investire SGR, proprietario dell’immobile ex-INPDAP in via Santa Croce in Gerusalemme rifiuta di vendere e di far rientrare centinaia di persone nel palazzo, coprendosi dietro la falsa ingiunzione di inabilità dello stabile e mette a disposizione del Comune 500mila euro per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time lavorano affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada, e hanno allestito insieme con reti, associazioni e con la Protezione Civile un presidio permanente con tende e gazebo. In pieno agosto in una città che vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei familiari sono poche. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura e per salvaguardare la continuità scolastica. Si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. Una soluzione tutt’altro che stabile. Le famiglie sgomberate dovranno avere alloggio entro tempi ragionevoli. Ma è un tempo nuovo quello che verrà nei prossimi mesi, un terzo tempo scandito dalla solidarietà di una città, di una popolazione e da migliaia di persone che hanno generato una mobilitazione nazionale, che eccede l’emergenza sociale e abitativa di Roma e ha prodotto la cristallina consapevolezza che nei prossimi mesi sono in gioco le possibilità di un modello di welfare comunitario. A Roma, come a Milano, a Torino, in Puglia, in Molise, in Albania, bisogna cambiare le politiche urbanistiche. I cittadini rifiutano la “presa” dei fondi immobiliari su città e territori, rifiutano il consumo di suolo e la turistizzazione e proprio nelle esperienze degli spazi sociali sottratti alla rendita, si sta elaborando una forma nuova di vita che non è affatto marginale ma offre diverse soluzioni: reti di mutuo aiuto, di solidarietà, di vicinato. Questo nuovo “modello”, sperimentato con successo da almeno vent’anni, tra limiti e contraddizioni, ha a sua volta fatto sì che si accumulasse un sapere comune delle lotte, delle emergenze, delle solidarietà, della cura e della tutela di parole, cose e azioni che oggi riguarda tutti gli esseri viventi sottoposti a distruttive tecnologie di governo, alla rapina indiscriminata di risorse, alla guerra planetaria permanente contro ciò che vive. Un filo rosso lega la lotta per Spin Time al tempo nuovo che viene: la lotta per il diritto all’abitare è lotta contro la precarietà, la lotta contro il lavoro precario è lotta contro la devastazione ambientale, per la formazione, contro il colonialismo e l’oppressione e contro l’idea che esistono popoli sacrificabili. Per questo la questione di Spin Time non riguarda solo Spin Time, dal momento che questa emergenza è stata creata con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza e si è rappresa nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato perfino l’accordo ponte proposto dal Comune. Il 19 settembre è stata indetta una manifestazione nazionale e cui seguirà il 20 un’assemblea pubblica, perché, come tutti gli interventi hanno ricordato, Spin Time non è un problema di ordine pubblico, non è un “pezzo” di città da sgomberare, è uno spazio nel quale da anni si danno risposte concrete all’emergenza abitativa, si fa cultura, scuola, solidarietà e mutualismo che hanno preso il posto dell’abbandono. Da oggi al 19 e 20 settembre il presidio continua per confermare tre scelte: che Spin Time deve rientrare a via di Santa Croce, che occorre cambiare le politiche urbanistiche delle città e, soprattutto, che le città non sono dei fondi immobiliari ma delle persone che le abitano. É in gioco una certa idea di città e di proprietà che a quanto pare vale di più e sorpassa anche le soluzioni amministrativamente e economicamente praticabili. Infatti, ciò che non da oggi emerge è che il capitalismo della rendita produce città nelle quali il valore dei territori viene misurato dal prezzo al metro quadro e non dalla qualità della vita di chi lo abita. I fondi immobiliari speculativi non sono neutrali, fanno politica e gli intrecci tra politiche governative, speculazione immobiliare, repressione, degrado e privatizzazione degli spazi pubblici, alimentato interessi e profitti e impoveriscono ambienti, luoghi storici, esperienze, quartieri, socialità. Studentati di lusso vengono presentati come risposta ai bisogni sociali mentre contemporaneamente persone non riescono a trovare una casa. Terre abitate vengono violate per inutili e dannose “grandi opere” o trasformate in piattaforme per grandi investimenti, grandi infrastrutture per grandi eventi e affitti brevi, mentre le comunità di quei territori rischiano di perdere progressivamente beni, risorse, vita. L’altra evidenza è l’alleanza tra la destra reazionaria che parla di poveri, di aiutare le periferie e i padroni delle città: è su indicazione del Viminale che Investire ha detto NO alla proposta dell’acquisto dello stabile da parte del Comune. Investire SGR è un fondo, è una organizzazione che gestisce molte realtà non solo a Roma, con un falso racconto di sé: sul suo sito web ci sono pagine intere di documenti che alludono alla responsabilità sociale, alla sostenibilità economica e ambientale, all’housing sociale, ma i soci di Investire sono fondazioni come Cariplo, che sarebbero impegnate nel sociale, Allianz e Assicurazioni Generali… Si possono fare tante azioni in questo senso, cominciare a bombardare di mail e di provocazioni questi soggetti, cominciare a dire che prendano una posizione chiara. Bisogna smascherare questi soggetti che hanno speculato senza limiti in questi anni a partire dalla vendita degli immobili pubblici e rimettere al centro un sapere comune che dice che lo spazio pubblico viene prima della massimizzazione del profitto e che il territorio non è una risorsa da sfruttare, è una terra, un luogo e un ambiente da abitare, curare e salvaguardare. La cosiddetta “rigenerazione urbana” deve nascere da processi partecipativi come chiedono perfino i bandi europei e che sia una rigenerazione che tenga conto della rigenerazione sociale. Per questo il “precedente” di Spin Time, come quello del Leoncavallo, di Askatasuna e delle esperienze di luoghi di vita vera e di vera comunità, non quella imposta con i “decreti sicurezza”, con la militarizzazione dei territori, con la razzializzazione delle persone e con l’esclusione sociale, parlano davvero a tutti e tutte, alle povertà diffuse come alla maggioranza delle popolazioni. Questo è il momento in cui queste esperienze iniziano a creare un varco aperto dalle mobilitazioni contro guerra e genocidio, contro i re e le regine di questo mondo, che non devono più sentirsi tranquilli del loro potere che quanto più si crepa tanto più è feroce. Le voci che da qualche anno abbiamo ascoltato dicono in maniera chiara che si mettono a disposizione della città e del paese queste esperienze e che Spin Time deve essere “il precedente” per mostrare che riabitare un palazzo non solo è possibile ma è imperativo in un momento storico in cui “le destre governano senza fare mezza proposta concreta”; che si vuole un modello economico e politico radicalmente diverso da quello che viene imposto, che le risorse siano investite nei quartieri, nel recupero del patrimonio pubblico, che vengano messe al servizio delle persone, che vengano investite nella casa, nella sanità, nella scuola, nei servizi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Prima le comunità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tempo nuovo di Spin time proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
Prima le comunità
ABBIAMO NUMEROSI CASI DI CREAZIONE IN BASSO DI FORZE SOCIALI, POLITICHE E CULTURALI A PROVA DI TENUTA, FONDATE IN VIA PRIORITARIA SU RELAZIONI DI FIDUCIA RECIPROCA. DALLE COMUNITÀ NO TAV, IN VAL SUSA, PASSANDO PER IL COLLETTIVO DI LAVORATORI DELLA EX-GKN DI FIRENZE, FINO AL CASO DI SPIN TIME, A ROMA, SOLO PER FARE ALCUNI ESEMPI. I CAMBIAMENTI PROFONDI DI CUI ABBIAMO BISOGNO – CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E POPOLARE, CONTRO IL COLLASSO CLIMATICO E AMBIENTALE – POSSONO NASCERE SOLTANTO IN COMUNITÀ APERTE DI QUESTO TIPO. SCRIVE GUIDO VIALE: “UNA COMUNITÀ DI LOTTA COSTITUITA PER RISPONDERE AD ALCUNE ESIGENZE DEI SUOI MEMBRI NON VA PENSATA COME UNA CELLULA SOCIALE, CON UN TERRITORIO E UNA POPOLAZIONE CHIUSI NEI PROPRI CONFINI… CONFLITTO E PARTECIPAZIONE SONO L’ANIMA DI OGNI COMUNITÀ E CRESCONO CONTESTUALMENTE: NON SI DÀ L’UNO SENZA L’ALTRA…” Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana, comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – “ristorante”, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità NoTav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupita e stupida di Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede astratte “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”. L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti; e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale; e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire; dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e, soprattutto, il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità, e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prima le comunità proviene da Comune-info.
August 23, 2026
Comune-info
Sentire il bosco, diventare comunità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- «A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di comunità, l’impegno per un fine comune» (Mancuso & Mori, 2026, p. 23) Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione, memoria, incontro e appartenenza. Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola, 2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati, aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013). Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità, percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra esperienza quotidiana. Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi, seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano. In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità. Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana, soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore estremo e alla perdita di biodiversità. Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone. Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo. Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una comunità di viventi. Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco, quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non umana che si sta sedimentando intorno ad esse. L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E, rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della comunità. Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo, conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città. Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una memoria. -------------------------------------------------------------------------------- Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT – Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentire il bosco, diventare comunità proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Monti comuni
I MONTES EN MANO COMÚN, O MONTES VECIÑAIS, SONO UN TIPO DI PROPRIETÀ COLLETTIVA, DIFFUSO IN OLTRE UN QUARTO DELLA GALIZIA, CHE PREVEDE LA COLLETTIVIZZAZIONE DEI BENI AGROFORESTALI TRA I RESIDENTI MA SOPRATTUTTO LA COLLETTIVIZZAZIONE DELLA GESTIONE SOCIO-ECOLOGICA DEL TERRITORIO. NELLA SEDE DELLA COMUNITÀ DI TAMEIGA, MUNICIPIO DI MOS, AD ESEMPIO, SI TROVA UN CAFFÈ COMUNITARIO, LA PISCINA DELLA COMUNITÀ E TANTE SALE PER ATTIVITÀ DI VARIO TIPO, ,COME IL CAMPO SCUOLA, PER GRANDI E PICCOLI Foto Comunidade De Montes De Tameiga -------------------------------------------------------------------------------- La giornata era davvero calda, e lo sapevamo anche senza leggere le cifre sul cruscotto della macchina. Il vento atlantico che sfrecciava fuori dai finestrini era quello che ci voleva per fare pace con il pianeta. Le altre lo pregustavano pensando al mare che le aspettava, mentre per noi cominciava un lungo pomeriggio di lavoro. Le nostre strade si separavano una volta arrivati a Vigo; noi proseguivamo verso l’interno, mentre loro rincorrevano la brezza verso l’oceano. Dovevamo raggiungere la comunità di Tameiga, municipio di Mos, dove ci aspettavano quattro signori di una certa età, con i quali avremmo trascorso alcune ore. Il motivo dell’incontro era ricostruire, seppur parzialmente, alcuni eventi occorsi a cavallo degli anni Settanta, quando assieme ad altri i nostri interlocutori avevano portato avanti la rivendicazione per il recupero dei Montes galiziani dopo gli anni della dittatura franchista. I Montes en Mano Común, o Montes Veciñais, sono un tipo di proprietà collettiva, caratteristico della Galizia, che prevede non solo la collettivizzazione dei beni agroforestali tra i residenti ma anche – anzi soprattutto – la collettivizzazione della gestione socio-ecologica del territorio in cui vivono. Hanno rappresentato per secoli il cardine del sistema agro-silvo-pastorale delle comunità galiziane, assicurando la produzione e ri-produzione del mondo umano e più-che-umano della campagna nord-occidentale della penisola iberica. Al giorno d’oggi, i montes Galiziani sono una delle proprietà collettive più peculiari in Europa, quasi un unicum, coprendo una superficie di quasi un quarto del territorio galiziano. Discendono direttamente da forme di proprietà del diritto germanico, fondato sull’uso e non sul diritto di proprietà privata, come avviene nel diritto romano. Soprattutto, diversamente da altri omologhi (come succede in Italia) alcune comunità hanno saputo aggiornare gli usi del territorio per poter mantenere vivo il valore sociale della collettività anche quando le attività agro-silvo-pastorali sono venute meno. Oltre alla delocalizzazione della produzione agricola e forestale in altre aree del mondo, i montes (che sono stati attivi e lavorati produttivamente fino al secolo scorso) hanno subito un duro attacco durante la dittatura fascista. Il progetto autarchico di Franco trasformò la galizia nella “fabbrica di legno” della Spagna, espropriando le terre collettive. Con l’appropriazione delle terre da parte dello Stato, le comunità persero il diritto di uso delle terre, e con esso anche il sistema sociale collettivo che garantiva un governo di democrazia diretta del territorio con secoli di storia alle spalle. Oggi il paesaggio di tanta parte dei montes galiziani si presenta come una grande piantagione di eucalipti e pini, frutto delle scelte industriali del regime franchista che, come altri regimi fascisti del tempo, preferì sostenere l’industria del legno e della carta contro i sistemi agro-silvo-pastorali che sostenevano le comunità locali. Il nostro interesse per i montes galiziani è nato dentro un progetto di ricerca internazionale sul patrimonio culturale e il cambiamento climatico. È vero che quando si parla di patrimonio culturale in genere si pensa ad edifici, statue o centri storici; per le montagne e i loro ecosistemi si dovrebbe parlare di patrimonio naturale e ci vengono in mente parchi nazionali, non certo musei. Invece, la storia dei montes della Galizia ci ricorda che il paesaggio intorno a noi – soprattutto in contesti fortemente antropizzati come quelli europei – è sempre un ibrido di natura e storia, cultura ed ecologia. È questo uno dei principi cardine della convenzione europea sul paesaggio del 2000 che proprio sottolinea il rapporto dialettico tra comunità umane e ambiente. Nel caso dei montes siamo in presenza non solo di un insieme di pratiche che determinano un certo esito paesaggistico, ma di un’idea di vita collettiva in grado di produrre un’alternativa radicale allo stato presente delle cose, basato sull’individualismo proprietario. Mentre eravamo pronti a raccogliere storie di resistenze passate e magari capire meglio l’evoluzione di un’idea di proprietà collettiva negli ultimi cinquant’anni, forse eravamo meno pronti a entrare in una comunità di montes come appare oggi. Sebbene la giornata fosse caldissima, una strana ondata di calore per la regione più atlantica della Spagna, appena varcato il cancello della comunità l’aria si era fatta più fresca. Non era suggestione: semplicemente stavamo parcheggiando l’automobile all’ombra degli alberi, dove, poco lontano, si vedeva un’area picnic attrezzata con bagni, acqua corrente e barbecue in pietra. Davanti a noi un grande edificio con un caffè comunitario – insomma gestito a prezzi popolari dalla comunità per la comunità – con una terrazza panoramica con vista impagabile sulla costa di Vigo, con il vento dell’oceano che ti accarezza anche a distanza di chilometri. Poco più in basso, la piscina della comunità. Ai piani superiori gli uffici della comunità, sale per riunioni e corsi di vario tipo. Alle pareti poster colorati annunciavano le attività per l’estate: il campo scuola per i più piccoli, concerti, spettacoli e le attività del coro (che si svolgono sotto nella sala concerti, sempre della comunità); quest’estate ci sarebbe anche stata la nostra scuola estiva che avrebbe portato lì una ventina di giovani ricercatori e ricercatrici da tutto il mondo interessate a studiare il patrimonio culturale, i commons e il cambio climatico. Siamo arrivati alla nostra intervista collettiva quasi tramortiti. Ci tornavano in mente le narrazioni tossiche che cercano di demolire ogni possibilità di alternativa. I sacerdoti dell’ineluttabile presente chiedono provocatoriamente a chi, come noi, critica il sistema capitalistico se voglia forse tornare nelle caverne oppure lo sfidano a elencare le cose alle quali sarebbe disposto a rinunciare per “il bene dell’ambiente”. Come se provare a non morire di tossicità fosse un favore che facciamo all’ambiente. Ammirando la piscina dalla terrazza della caffetteria, la vicenda dei montes galiziani sembrava l’incarnazione di quell’idea di Keito Saito sulla frugalità individuale e il lusso collettivo. Sarà che Samuele è diventato una star con il suo galiziano quasi perfetto, ma tutti ci salutano come se ci conoscessimo da sempre e per un pomeriggio ci sembra possibile l’impossibile, un altro modo di pensare la vita dentro una collettività che non presuppone sacrifici. Difficile pensare che ci si sacrifichi mentre si mangia un gelato al fresco degli alberi – non eucalipti – chiacchierando mentre si osserva l’oceano. I paradisi, tuttavia, non esistono; d’altra parte se esistessero ci si entrerebbe da morti e quindi, tutto sommato, non possono avere una grande attrattiva sui vivi. I montes hanno tanti problemi, molti dovuti all’eredità del regime franchista che ne ha sconvolto gli equilibri sociali ed ecologici. Altri sono dovuti all’emigrazione massiccia e allo spopolamento. Nell’intervista collettiva che abbiamo fatto questo maggio, ci hanno raccontato anche delle divisioni interne, dovute soprattutto al tentativo di quelli che chiamavano caciques (signorotti locali che furono spesso alleati silenziosi del potere franchista) di impossessarsi dei beni comuni. Non siamo finiti in paradiso, però qualche dubbio sulla favola triste che non ci sono alternative c’è venuto, mentre rientravamo a casa chiedendoci come sarebbe successo se invece ci fossimo fermati lì… -------------------------------------------------------------------------------- Il progetto di cui si parla in questo articolo è “WRENCH – Whispers of Time. Heritage as narrative of climate change” (finanziato attraverso la Belmont Forum dall’Agencia Estatal de Investigación, PCI2024-153536). Nel sito web di WRENCH sono disponibili molti materiali della ricerca. Sui commons come sistemi socioecologici si rimanda a Massimo De Angelis, Omnia Sunt Communia (Zed Books 2017) e al suo nuovo libro Sumud in uscita per Editpress. Sui montes galiziani si veda Xesús Balboa e Anna Maria Savelli, L’utilizzazione del ‘monte’ nella Galizia del secolo XIX (Quaderni Storici, 1992) e Grupo de Estudos da Propiedade Comunal – IDEGA, Os montes veciñais en man común: O patrimonio silente: naturaleza, economía, identidade e democracia na Galicia rural (Edicións Xerais de Galicia, 2006). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Communia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Monti comuni proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA PER RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Comune-info.net: Autonomia differenziata e controllo del territorio
DI RENATA PULEO SU COMUNE-INFO DEL 28 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Renata Puleo, pubblicato su Comune-info.net il 28 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle...continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)
La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi? La risposta, come sempre, è scomoda. In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare […] L'articolo Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano) su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Casalecchio. Parcheggi a pagamento davanti a Casa della Salute ma gratis ai centri commerciali
La logica del capitale continua a produrre assurdità come quella esposta nel titolo e le Giunte di Centro (ex Centro Sinistra) ci si infilano dentro che è un piacere! Anche a Casalecchio… La querelle è relativa alla scelta di rendere a pagamento il parcheggio antistante la Casa della Salute; infatti, […] L'articolo Casalecchio. Parcheggi a pagamento davanti a Casa della Salute ma gratis ai centri commerciali su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano