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Sardegna. Sciopero generale contro colonizzazione militare ed energetica
C’è una questione sarda dentro la crisi generale del capitalismo europeo e occidentale. Ed è una questione che il 30 ottobre, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base, assume un significato particolare: la lotta contro la colonizzazione energetica e militare dell’isola si intreccia con il conflitto sociale, con […] L'articolo Sardegna. Sciopero generale contro colonizzazione militare ed energetica su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
Comune come modo di vivere
IN QUESTE SETTIMANE, NELLE STRADE DELLA GRANDE PROTESTA IN FRANCIA TORNA SPESSO LA BANDIERA LA SCRITTA “VIVE LA COMMUNE”. IN REALTÀ NEI MOVIMENTI, LA PAROLA COMUNE SI È DIFFUSA NEGLI ULTIMI VENT’ANNI COME AGGETTIVO MA ANCHE COME SOSTANTIVO E PERFINO COME VERBO (COMMONING DA TO COMMON, FARE IN COMUNE), QUALE FORMULA DI CHI CERCA IL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO ATTRAVERSO PROCESSI CHE TENDONO ALL’AUTOGOVERNO, ALL’AUTORGANIZZAZIONE IN BASSO. MA È POSSIBILE RAGIONARE DI COMUNE NON LIMITANDOCI A RICONOSCERE FORME POLITICHE ALTERNATIVE ALLO STATO? SECONDO FRANCESCA RANDAZZO EISSEMAN Y EUGENIO SOSA CI SONO ESPERIENZE DA CUI POSSIAMO TUTTI IMPARARE MOLTO IN QUESTO TEMPO DI GRANDI CRISI: NELLE STRAORDINARIE E POCO RACCONTATE COMUNITÀ GARIFUNA (OLTRE MEZZO MILIONE DI PERSONE CHE VIVONO TRA NICARAGUA, HONDURAS E GUATEMALA) COME IN QUELLE ZAPATISTE, AD ESEMPIO, COMUNE È PRIMA DI TUTTO UNA PRATICA ATTRAVERSO LA QUALE UNA COMUNITÀ RINFORZA I PROPRI LEGAMI TRAMITE L’AGIRE COLLETTIVO, LA RECIPROCITÀ E LA CURA VICENDEVOLE: “NON SI TRATTA SEMPLICEMENTE DI UN’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA DIFFERENTE, MA È UN MODO DIVERSO DI ABITARE IL MONDO…”. UN MODO IN CUI LA LOTTA PER CAMBIARE LO STATO DELLE COSE NON SI SVILUPPA ATTORNO AL LAVORATORE SALARIATO, MA A COMUNITÀ CHE DIFENDONO TERRITORI, METTENDO IN DISCUSSIONE ANCHE UNA CONCEZIONE DELLA LOTTA CONCENTRATA SU SOGGETTI MASCOLINIZZATI E PRODUTTIVI Foto: Raúl Zibechi per Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Le lotte territoriali del popolo garifuna in Honduras permettono di aprire una discussione teorica sul rapporto tra Comune, classe e lotta di classe, al di là degli schemi che riducono il conflitto sociale a identità precostituite o a dispute strettamente economiche. L’esperienza garifuna dimostra che la difesa del territorio non può essere intesa solo come una rivendicazione culturale, etnica o giuridica, ma va considerata come una rivendicazione delle condizioni materiali e simboliche che rendono possibile la continuità di una forma collettiva di esistenza. Questo ci costringe a ripensare la Comune non limitandoci a vederla come una forma politica alternativa allo Stato o come un’organizzazione istituzionale della vita collettiva, ma considerandola come una pratica storica di produzione e riproduzione di ciò che si ha in comune. La comunità appare così come una forma sociale che si sostiene attraverso relazioni territoriali, memorie condivise, legami di parentela, pratiche di cura e modalità proprie di produrre significato. In questa prospettiva, la lotta territoriale garifuna permette di mettere in discussione alcune interpretazioni abituali della lotta di classe. Se la tradizione marxista ha spesso privilegiato la sfera della produzione e il rapporto capitale-lavoro come spazio paradigmatico dell’antagonismo, l’esperienza garifuna fa vedere che il conflitto può anche essere organizzato intorno alla difesa delle condizioni stesse di riproduzione della vita. Si tratta di una contesa che riguarda non solo l’appropriazione delle risorse, ma il fatto che possano esistere mondi sociali che non si lasciano ridurre alla logica del mercato. Come sostiene Kristin Ross (2020), le esperienze comunitarie non dovrebbero essere intese solo come eventi storici del passato, ma anche come fonti contemporanee di elaborazione politica e teorica. La Comune non è solo un oggetto di studio; è anche un’esperienza capace di trasformare le categorie su cui si fonda il nostro modo di concepire l’emancipazione. Sulla base di questa intuizione, non utilizzeremo qui l’esperienza garifuna per illustrare una teoria precostituita della Comune, ma la prenderemo in considerazione per esaminare e ampliare quella teoria. Dalla Comune evento politico alla Comune modo di vivere Una parte importante della tradizione sulla Comune si è concentrata sulle sue dimensioni politiche: forme di autogoverno, rapporto con lo Stato, organizzazione collettiva del potere o costruzione di istituzioni alternative. Tuttavia, le esperienze storiche di comunità che hanno mantenuto la propria esistenza in situazioni prolungate di dominazione ci obbligano a chiederci come fa una comunità a persistere storicamente quando la sua stessa esistenza è minacciata. Questo interrogativo sposta l’accento dalla presa del potere alla riproduzione della vita. La Comune cessa di apparire solo come una futura forma politica, ed è vista invece come una pratica quotidiana attraverso la quale comunità concrete producono, sostengono e difendono relazioni sociali non pienamente subordinate alla logica del capitale. In questo senso, l’esperienza garifuna ci permette di pensare alla Comune come a una forma storica di esistenza collettiva in cui territorio, memoria e comunità costituiscono dimensioni inseparabili. Il territorio non appare come uno spazio vuoto su cui successivamente si organizza una comunità politica; al contrario, la comunità esiste grazie al modo particolare in cui abita quel territorio, gli dà un significato e se ne prende cura. Questa concezione è in sintonia con quella di Silvia Rivera Cusicanqui (2016), secondo cui la Comune è un modello di civiltà alternativo al modello capitalistico occidentale. La Comune non si riduce a una struttura organizzativa o a un’associazione di individui che amministrano beni comuni. Costituisce una forma integrale di relazione tra esseri umani, natura, memoria e produzione della vita. In essa, conoscere, vivere e produrre fanno parte dello stesso tessuto. La Comune costituisce una micropolitica della vita quotidiana: una pratica attraverso la quale una comunità rinforza i propri legami tramite il lavoro collettivo, la reciprocità e la cura vicendevole. Non si tratta semplicemente di un’organizzazione economica diversa, ma è un modo diverso di abitare il mondo. L’esperienza garifuna permette di approfondire questa idea mostrando che la continuità di una comunità non dipende unicamente da istituzioni formali, ma deriva da pratiche storiche che riproducono la vita collettiva. La trasmissione della memoria, il rapporto con gli antenati, l’organizzazione familiare, la lingua, i rituali e il canto sono forme attraverso cui la comunità continuamente si ricrea. Colonialità del potere e dissidio sulla riproduzione della vita Per comprendere questa dimensione è necessario osservare le forme di dominazione in una prospettiva più ampia. La teoria della colonialità del potere formulata da Aníbal Quijano (2002) permette di analizzare il modo in cui la modernità coloniale ha organizzato le relazioni sociali tramite il controllo articolato di diverse sfere dell’esistenza. Per Quijano, il modello storico del potere coloniale moderno è strutturato attorno al controllo del lavoro e dei suoi prodotti; della natura e delle sue risorse; del sesso, della riproduzione e dell’organizzazione familiare; della soggettività, della conoscenza e della produzione di significati; dell’autorità collettiva e delle sue istituzioni. Queste sfere sono state articolate per mezzo di una classificazione sociale basata sull’idea di razza, che ha organizzato gerarchie e forme di dominazione su scala mondiale. Questo è fondamentale per comprendere il motivo per cui le lotte territoriali non possono ridursi a conflitti economici. Se la dominazione capitalistica-coloniale agisce simultaneamente sul lavoro, la natura, la riproduzione, la conoscenza e l’autorità, allora le lotte per l’emancipazione devono anche riguardare queste molteplici sfere dell’esistenza. La difesa territoriale garifuna non è solo una resistenza all’appropriazione economica dello spazio. Significa anche difendere forme proprie di conoscenza, di memoria, di legami con gli antenati, di esercizio dell’autorità e di rapporto con la natura. La rivendicazione del territorio è al tempo stesso una rivendicazione delle condizioni materiali e simboliche di riproduzione della comunità. La Comune può essere intesa come una categoria più ampia rispetto a una forma politica specifica. È una forma di esistenza che sfida la frammentazione moderna tra economia, cultura, natura e politica. In questo senso, la Comune costituisce un’alternativa di civiltà perché propone un altro modo di organizzare le relazioni tra gli esseri umani e il mondo. Classe, antagonismo e forme comunitarie di esistenza L’esperienza garifuna permette anche di rivedere il modo in cui sono state pensate la classe e la lotta di classe. Ciò implica un cambiamento fondamentale, basato sul fatto che le classi non sono gruppi sociali precostituiti che successivamente entrano in conflitto (Holloway, 2004a, 2004b, 2012). La classe è un rapporto di lotta. Non ci sono prima le classi e poi la lotta; le classi si costituiscono nell’antagonismo. Questo approccio permette di abbandonare una concezione rigida della classe come identità sociologica fissa e di intenderla come un processo storico attraverso cui si sviluppano relazioni sociali antagoniste. La lotta di classe non può essere ricondotta a soggetti predefiniti, ma deve essere analizzata come una relazione discorde in continua costituzione (Tischler, 2005). L’esperienza garifuna mostra che l’antagonismo sociale può emergere dove forme di riproduzione collettiva della vita vengono difese di fronte a processi di mercificazione e di espropriazione. La lotta non si sviluppa necessariamente attorno al lavoratore industriale salariato, ma si organizza attorno a comunità che difendono territori, memorie e relazioni sociali che rendono possibile la loro esistenza. Ciò non significa abbandonare la dimensione economica del conflitto, ma piuttosto ampliare la comprensione delle cause che producono l’antagonismo. L’accumulazione capitalistica non riguarda solo lo spazio produttivo; trasforma territori, relazioni comunitarie e forme storiche di riproduzione sociale. Per questo motivo, le lotte territoriali possono essere intese come espressioni contemporanee della lotta di classe quando ciò che si rivendica sono le condizioni di esistenza di fronte all’espansione di relazioni capitalistiche. L’esperienza garifuna permette dunque di spostare l’interrogativo. Non soltanto: chi controlla i mezzi di produzione? ma anche: chi controlla le condizioni che permettono la riproduzione di un modo di vivere? Questa domanda introduce dimensioni che nelle analisi di classe sono rimaste per molto tempo in una posizione subordinata: le cure, la memoria, il territorio e le forme comunitarie di organizzazione. Matrifocalità e riproduzione comunitaria Uno degli elementi che permettono di comprendere questa specificità è la centrale importanza della dimensione matrifocale nell’organizzazione sociale garifuna. La matrifocalità non deve essere intesa come un semplice tratto culturale o come una particolare distribuzione dei ruoli familiari. Si tratta di un principio organizzativo della vita comunitaria in cui convergono parentela, autorità morale, trasmissione culturale, memoria e cura collettiva. La centralità delle donne nella riproduzione comunitaria mette in discussione le moderne dissociazioni tra produzione e riproduzione. Ciò che sostiene la vita collettiva non sono soltanto le attività considerate produttive in senso economico, ma anche le reti di cura, di comunicazione e di organizzazione sociale che rendono possibile la continuità storica del gruppo. Questa dimensione permette di ampliare le categorie in base alle quali la Comune viene concepita. Se la riproduzione della vita costituisce il nucleo del conflitto politico, allora le pratiche storicamente associate alla cura e alla riproduzione sociale cessano di apparire come spazi secondari e arrivano a occupare un posto centrale nella comprensione dell’antagonismo. L’esperienza garifuna mette in luce in tal modo i limiti delle concezioni della lotta di classe concentrate esclusivamente su soggetti mascolinizzati e produttivi. La comunità non si riproduce solo nell’ambito lavorativo, ma anche nella famiglia, nel territorio, nella memoria e nelle pratiche simboliche che mantengono viva l’esistenza collettiva. Immaginari sociali e produzione del territorio comune Se la comunità non esiste unicamente perché condivide uno spazio fisico o determinate risorse materiali, è necessario prestare attenzione alla dimensione simbolica che permette di riconoscere quello spazio come territorio comune, cioè agli immaginari sociali. Gli immaginari sociali sono schemi socialmente costruiti che permettono di percepire la realtà, spiegarla e intervenire in essa (Pintos, 2005). Non si tratta di semplici rappresentazioni di un mondo già costituito, bensì di meccanismi attraverso i quali una società organizza i propri modi di vedere, distinguere e comprendere ciò che considera possibile o impossibile. In sintonia con Castoriadis (2022), si può dire che ogni società instaura un universo di significati immaginari che rende possibile la sua esistenza come realtà collettiva. Le istituzioni non si limitano ad organizzare pratiche; esprimono e producono significati condivisi riguardo al mondo sociale. Il territorio garifuna non può essere inteso solo come una superficie geografica o giuridica. È uno spazio prodotto da memorie, relazioni ancestrali, affetti, pratiche comunitarie e significati condivisi. Il territorio garifuna costituisce una costruzione sociale in cui convergono dimensioni materiali e simboliche (Randazzo 2019; Randazzo, Coto e Cacho, 2021). I territori sono solitamente comunitari, non individuali. Non sono semplicemente posseduti, ma sono abitati e curati, in un contesto di relazioni che vanno anche al di là delle categorie di proprietà collettiva o di beni comuni (Ostrom, 2006). Questo approccio permette di comprendere che i conflitti territoriali sono anche conflitti tra immaginari sociali. L’espansione capitalistica non solo trasforma le forme di proprietà e di uso del suolo; impone anche determinati modi di comprendere il mondo, la natura e il territorio. Di fronte a tutto ciò, le comunità difendono non solo uno spazio fisico, ma anche un modo diverso di intenderlo e di abitarlo. La teoria degli immaginari sociali permette di evitare due riduzionismi: quello economico, che vede il territorio solo come risorsa, e quello culturalista, che lo riduce a identità simbolica. Il territorio è simultaneamente materiale e dotato di significato; è una condizione di esistenza e un mondo condiviso. Autonomia e persistenza della comunità Questa concezione è in sintonia con le ricerche sull’autonomia e sulle esperienze comunitarie dell’America Latina (Durán Matute e Moreno, 2021). L’autonomia non appare come un’istituzione separata dallo Stato, ma emerge come una pratica quotidiana di riproduzione della vita. Non basta individuare chi governa; è fondamentale anche considerare come una comunità mantiene relazioni sociali capaci di preservare la propria esistenza collettiva. Su questo punto, l’esperienza zapatista studiata dalle autrici citate sopra è significativa perché pone un problema simile: come mantenere forme comunitarie di vita senza ridurle allo Stato e senza trasformarle unicamente in un’identità politica. L’autonomia implica la produzione di relazioni sociali alternative nel presente. L’esperienza garifuna si colloca in questa prospettiva, mostrando che la comunità si mantiene attraverso pratiche storiche di continuità e di resistenza. La sua autonomia non dipende solo da strutture formali, ma si basa sulla capacità quotidiana di riprodurre legami, memorie e immaginari che mantengono viva una forma di esistenza comunitaria. Per comprendere queste esperienze è necessario assumere una posizione epistemologica e politica che non trasformi i mondi comunitari in semplici oggetti di conoscenza esterna (Figueroa Arenas, 2024). La sfida è permettere che queste esperienze trasformino le nostre categorie analitiche. L’esperienza garifuna non rappresenta un’illustrazione periferica della teoria della Comune. Costituisce una fonte teorica che ci costringe ad ampliarla, in quanto fa vedere che la comunità non si mantiene unicamente tramite istituzioni politiche, ma è sostenuta da territori, memorie, cure, immaginari e pratiche di riproduzione della vita. Conclusione L’esperienza storica del popolo garifuna ci costringe a ripensare la teoria della Comune spostando la domanda dalle forme di organizzazione politica alle condizioni che rendono possibile la continuità storica di una comunità. Piuttosto che chiederci come si organizza una comunità, cerchiamo di interrogarci su come abbia fatto a continuare ad esistere per secoli nonostante il ripetersi di situazioni in cui si è trovata in condizioni di spoliazione, di sgomberi forzati e di mercificazione della vita. Una comunità non continua ad esistere semplicemente perché possiede un territorio, un’identità o determinate istituzioni. Continua ad esistere perché produce continuamente comunità. La forma comunitaria non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma è un processo permanente di ricreazione delle relazioni, delle memorie e dei significati che rendono possibile la vita collettiva. Questa produzione della comunità si realizza attraverso istituzioni immaginarie e pratiche quotidiane di riproduzione della vita che articolano territorio, matrifocalità, memoria, lingua, spiritualità e canto. Lungi dal costituire dimensioni separate, tutte questi elementi fanno parte dello stesso processo costitutivo attraverso cui la comunità si ricrea continuamente di fronte alle dinamiche di spoliazione promosse dal capitale e dallo Stato. In questo contesto, il canto occupa un posto privilegiato. Non costituisce una caratteristica culturale accessoria né un’espressione simbolica di una comunità precostituita. È una pratica costitutiva in cui la comunità produce se stessa. Il canto attualizza ogni volta la memoria collettiva, le genealogie, la lingua, il territorio, i legami con gli antenati e le relazioni che sostengono la vita comune (Ordóñez, Randazzo, e Coto, 2024). Il canto non rappresenta la comunità: la produce. L’esperienza garifuna arricchisce il quadro della riproduzione quotidiana di relazioni sociali non subordinate al capitale, è in sintonia con la concezione delle istituzioni immaginarie della società e trova negli immaginari sociali una dimensione costitutiva – e non semplicemente rappresentativa – della vita collettiva. Di conseguenza, la Comune non viene più concepita solo come una forma politica o istituzionale, ma viene intesa come la produzione continua di una comunità capace di ricreare le condizioni materiali e simboliche della propria esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Revista Crítica Anticapitalista (6/2026), nata all’interno del progetto editoriale Comunizar, promosso da una rete con base in Argentina e vocazione internazionale (sorella di Comune), una “rete porosa”, messa su attorno alla necessità di “pensare alternative radicali al sistema capitalista”. Traduzione a cura di Adele Cozzi di Camminardomandando per Comune. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici – Castoriadis, Cornelius (2022), L’istituzione immaginaria della società, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni (MI), ed. or. 1975 – Durán Matute, Inés, e Moreno, Rocío (2021), La lucha por la vida frente a los megaproyectos en México, «Revista Comunizar» – Figueroa Arenas, Selene (2024), El Taller de Historia Oral Andina (THOA) en Bolivia: Desalienación y descolonización de la historia [Tesis de licenciatura], Universidad Nacional Autónoma de México – Holloway, John (2004a), Cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta/Intra Moenia, Napoli, ed. or. 2002 – Holloway, John (a cura di) (2004b), Clase = Lucha. Antagonismo social y marxismo crítico, Herramienta / BUAP, Buenos Aires – Holloway, John (2012), Crack capitalism, DeriveApprodi, Bologna, ed. or. 2010 – Ordóñez, Ada; Randazzo, Francesca; Coto, Ramón (2024), Imaginarios Sociales de un texto escolar garífuna, in «Revista Calarma», 3 (4), pp. 19-54 – Ostrom, Elinor (2006), Governare i beni collettivi, Marsilio Editori, Venezia, ed. or. 1990 – Pintos, Juan Luis (2005), Construcción de la realidad e imaginarios sociales (Comunicación), in «Utopía y Praxis Latinoamericana», Universidad del Zulia Maracaibo, Venezuela, vol. 10, n. 29, aprile-giugno, pp. 37-65 – Quijano, Aníbal (2002), Colonialidad del poder, eurocentrismo y América Latina, in Lander, Edgardo (2002), La colonialidad del saber: eurocentrismo y ciencias sociales, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO) – Randazzo, Francesca (2019), Mujer garífuna, cuadros de danza y memoria social, in «Asparkia», n. 34, pp. 69-88 – Randazzo, Francesca; Coto, Ramón e Cacho, Xiomara (2021), Exploración de los imaginarios sociales de la etnicidad garífuna, Cuadernos Inter.c.a.mbio sobre Centroamérica y el Caribe, 18 (2) – Rivera Cusicanqui, Silvia (2016), Comunalidades anarquistas: una aproximación testimonial, in C. Crespo Flores (a cura di), Anarquismo en Bolivia: ayer y hoy, UMSS-CESU, pp. 13-20 – Ross, Kristin (2020), Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino, ed. or. 2015 – Tischler, Sergio (2005), Memoria, tiempo y sujeto, Instituto de Ciencias Sociales y Humanidades (BUAP)/F&G Editores, Guatemala -------------------------------------------------------------------------------- Libri Il libro di Raúl Zibechi Dopo la tormenta. La sfida comunitaria (Eleuthera) dedica un capitolo intero a “Autonomia e territorio garifuna in resistenza”. Il libro sarà presentato a Roma il 19 novembre alle ore 18, in un incontro promosso dalle redazione di Comune, di cui Zibechi fa parte da sempre, presso il Polo civico Esquilino (via Galileli 57). Zibechi interviene con un videocollegamento.. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Comune come modo di vivere proviene da Comune-info.
October 19, 2026
Comune-info
Urago Mella, Radici e Giardini: due weekend per tornare a guardare il territorio, la natura e la comunità
Dal 16 al 18 e dal 23 al 25 ottobre alla Pieve di Urago Mella una rassegna tra teatro, musica, incontri, libri, arte e memoria. Al centro il rapporto con i luoghi che abitiamo e con le comunità che li rendono vivi. «Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece una foglia ingiallita d’un ramo di ficus che sporgeva da un’inferriata, un gatto che si scaldava su un marciapiede, un tordo che s’innalzava sulle tegole, non gli sfuggivano mai.» Così scriveva Italo Calvino in Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Ed è proprio da questo sguardo, capace di accorgersi di ciò che normalmente attraversiamo senza vedere, che prende forma Radici e Giardini, la rassegna organizzata da SomebodyTeatro alla Pieve di Urago Mella. Due weekend, dal 16 al 18 ottobre e dal 23 al 25 ottobre, dedicati alla natura, alla memoria, al territorio e alle persone che lo abitano. Un programma che attraversa teatro, musica, letteratura, fotografia, incontri e arte, ma che prima ancora vuole essere un invito a fermarsi e guardare più da vicino il luogo in cui viviamo. Perché abitare un quartiere non significa soltanto risiedervi. Significa riconoscerne le storie, le trasformazioni, le persone, gli alberi, gli spazi condivisi, le tracce del passato e le possibilità del futuro. È questo il senso profondo della rassegna: mettere in relazione le radici di un territorio con ciò che quel territorio può ancora diventare. UN QUARTIERE COME UN LIBRO DA LEGGERE Urago Mella, nella zona nord-occidentale di Brescia, è un quartiere dalla forte identità popolare e comunitaria, caratterizzato da una vivace rete associativa e da un rapporto particolare con l’ambiente naturale. Il fiume Mella, il Parco delle Colline, i campi, gli orti, i parchi e i giardini costituiscono una presenza concreta, quotidiana, che racconta un rapporto antico tra la città e la natura. È proprio questa identità che SomebodyTeatro ha scelto di ascoltare e attraversare. La Pieve diventa così un luogo di incontro e di riflessione, dove la memoria del quartiere incontra il presente e prova a interrogare il futuro. Non una rassegna calata dall’alto, ma un progetto che nasce dentro il territorio e che al territorio vuole restituire occasioni di partecipazione, confronto e immaginazione. Un quartiere può essere letto come un libro: ci sono pagine già scritte, altre che rischiano di andare perdute e altre ancora tutte da inventare. Le iniziative di Radici e Giardini provano a sfogliarle insieme. LE RADICI: MEMORIA, TERRITORIO, PERSONE Il primo fine settimana, Radici – abitare un luogo, conservare la memoria, sarà dedicato al rapporto con i luoghi, alle storie che custodiscono e alle relazioni che li attraversano. Si parte venerdì 16 ottobre alle 20.30 con la presentazione di Radici – Il cammino di Vavilov, il romanzo d’esordio di Simona Duci, che dialogherà con Tiberio Faedi. Il libro è un romanzo d’avventura ambientato in un mondo vicino al collasso ambientale. La storia segue quattro esploratori che attraversano terre selvagge e città blindate per decifrare un enigma legato alla sopravvivenza del pianeta, sfidando il potere di un oscuro antagonista. Narrativa, ecologia e mistero si intrecciano in un’avventura ispirata alla figura del grande botanico e genetista russo Nikolaj Vavilov, pioniere dello studio della biodiversità agricola e della conservazione dei semi, e a una spedizione scientifica in Kirghizistan alla quale l’autrice ha partecipato in prima persona. La serata sarà accompagnata dalla performance musicale del duo Molom, con Milena Berta e Alessandro Pedretti. Per tutta la durata della rassegna sarà inoltre visitabile alla Pieve la mostra fotografica Eden Forever. Racconto di viaggio, realizzata da Simona Duci, reportage della spedizione scientifica del 2022 in Kirghizistan, organizzata da UNIBS, Orti Botanici di Ome e Kaki Tree Project, alla ricerca del Malus sieversii, il melo selvatico all’origine del melo domestico. Duci ha partecipato alla missione come giornalista e documentarista, raccontandone il viaggio e la ricerca. Il tema della memoria e delle persone tornerà sabato 17 ottobre alle 20.30 con Pictures of You – Le storie, performance live con immagini fotografiche dedicate agli abitanti di Urago Mella, realizzata da SomebodyTeatro in collaborazione con il CDQ Urago Mella, con improvvisazioni musicali di Alessandro Adelio Rossi. Domenica 18 ottobre alle 18.00 sarà invece dedicata al rapporto tra città, mobilità e trasformazioni urbane, con un prologo affidato a Dario Balotta, ambientalista ed esperto di trasporti e infrastrutture, seguito da Attaccati al tram, azione di lettura collettiva curata da SomebodyTeatro e dal gruppo AltaVoce, a partire da Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella traduzione di Umberto Eco. Durante il weekend, la Pieve ospiterà inoltre Il Salotto della Pieve, market di handmade e artigianato creativo, e momenti conviviali al Bar della Pieve. I GIARDINI: LA NATURA COME CURA Il secondo fine settimana, Giardini – la natura come cura, sposterà lo sguardo dalla memoria alla relazione con il mondo naturale. Venerdì 23 ottobre alle 19.30, Mani e canti proporrà una riflessione sul rapporto concreto e quotidiano con la terra: da una parte il lavoro e la cura del giardino con il giardiniere Alberto Gilberti, dall’altra la musica come possibilità di immaginare un mondo verde attraverso i tre album narrati da Giancarlo Turra, scrittore. Modera Tiberio Faedi. Sabato 24 ottobre alle 18.00, il professore Antonio Di Matola, curatore degli Orti Botanici di Ome, terrà la lectio La conoscenza della botanica come atto primario per un’etica profonda della natura: un invito a conoscere il mondo vegetale non come semplice sfondo della nostra vita, ma come parte fondamentale dell’ecosistema di cui siamo parte. Alle 20.30, Giardini, la cura dell’anima porterà invece il pubblico dentro la letteratura, da Omero alla poesia contemporanea, attraverso la lettura scenica di Beatrice Faedi e le tessiture sonore dei Minor Res, Bianca M. Sciarra e Diego Rinaldi. La rassegna si chiuderà domenica 25 ottobre alle 18.00 con Cenere, spettacolo teatrale prodotto da Spazio H.Vox Brescia, con la regia di Fabio Venturelli. Liberamente ispirato a Le Troiane di Euripide, lo spettacolo mette in relazione un testo antico più di duemila anni con la brutalità delle guerre contemporanee e con la condizione di chi, dopo la distruzione, si trova a dover ricostruire la propria vita. Anche in questo caso, dunque, il giardino non è soltanto un luogo fisico: è metafora di ciò che può essere distrutto, curato, ricostruito e fatto nuovamente crescere. UNA RASSEGNA CHE NASCE DAL TERRITORIO E TORNA ALLA COMUNITÀ A completare entrambe le giornate del secondo weekend ci sarà il Brocantage, dedicato al recupero, al riciclo e al riuso di abiti, oggetti e accessori, insieme agli appuntamenti conviviali al Bar della Pieve. La varietà delle proposte è parte integrante del progetto: non esiste un unico modo di entrare in relazione con un luogo. Lo si può fare attraverso un libro, una fotografia, una pianta, una canzone, uno spettacolo, una conversazione o semplicemente incontrando altre persone. «Ed è forse proprio qui – commenta la presidente di Someboby, Beatrice Faedi – che Radici e Giardini trova il suo significato più autentico: nel tentativo di ricostruire, attraverso l’arte e la cultura, una relazione più consapevole con i luoghi che abitiamo e con le persone con cui li condividiamo. Gli alberi possono essere una metafora potente di questo rapporto: hanno radici profonde, che li tengono legati alla terra e alla loro storia, ma crescono verso l’alto, cercando luce e spazio. Così anche una comunità: ha bisogno di conoscere le proprie radici per poter immaginare il proprio futuro. Radici e Giardini vuole essere, prima di tutto, questo: un’occasione per tornare a guardare. E per scoprire che, anche dentro un quartiere, ci sono ancora molte cose da vedere, da ascoltare e da raccontare». SOMEBODYTEATRO Beatrice Faedi, coordinamento artistico Elisa Lancini, organizzazione Francesca Lancelotti, Anna Tenchini, segreteria Tiberio Faedi, grafica e comunicazione Simona Duci, collaborazione e consulenza Andrea Pasotti, Stefania Vanoni, collaborazione progetto Pictures of You Per informazioni: hello@somebodyteatro.it – 339 3818207   Redazione Sebino Franciacorta
October 15, 2026
Pressenza
Bisogna inventare forme nuove di partecipazione
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono elezioni che chiedono di essere guardate ben oltre il risultato delle urne. A volte, dentro una competizione politica, emergono domande importanti che attraversano società intere. Le recenti elezioni in Brasile ce ne pongono una che non riguarda soltanto l’America Latina: che cosa accade quando la paura diventa più credibile della speranza? Sono stata molte volte in Brasile, ospite di persone del posto, e ho toccato con mano una paura della violenza estremamente concreta, trasversale ad ambienti sociali diversi. Ho conosciuto persone che avevano subito un furto con un’arma puntata addosso o che evitavano interi quartieri e strade che sapevano essere troppo pericolosi. Quando mi portavano in giro, mi spiegavano come vestirmi, cosa non mostrare, dove non fermarmi, come comportarmi. Ricordo soprattutto la naturalezza di quelle raccomandazioni. Non erano discorsi teorici sulla criminalità: erano semplicemente le istruzioni per sopravvivere alla vita quotidiana. La paura, quando è così pervasiva, non è soltanto un sentimento. È un modo di abitare il mondo. Modifica gli spostamenti, le abitudini, le relazioni. Ma soprattutto genera un’insicurezza profonda che sfocia spesso nella rabbia. Per questo non possiamo considerarla un’invenzione della propaganda, la paura è tremendamente reale. E proprio perché è reale, è politicamente potentissima. Prenderla sul serio significa ascoltarla, comprenderne le cause e costruire risposte. Cavalcarla, al contrario, significa trasformarla in uno strumento di consenso: indicare un nemico, promettere ordine immediato, far credere che una realtà complessa possa essere risolta da un uomo forte. Ma la paura non va negata, né può essere regalata a chi la usa per propri fini. Per sottrarla alla “politica della paura”, dobbiamo capire cosa si è rotto dentro le nostre società mentre noi continuavamo a usare vecchie mappe per orientarci. Il paradosso del voto: quando i numeri non bastano Come è potuto succedere, per esempio, che, in Brasile, molte donne nere che vivono nelle favelas abbiano scelto di votare per Flávio Bolsonaro, un politico maschilista e razzista che renderà la loro vita ancora più complicata? I governi di sinistra come quello di Lula hanno prodotto risultati e trasformazioni sociali storiche che non possono essere cancellati. Ma sarebbe un errore tragico pensare che quei risultati, per quanto fondamentali, bastino da soli a costruire consenso. Un progresso può essere reale e, allo stesso tempo, parziale. Una statistica può raccontare che la povertà è diminuita, che l’occupazione è cresciuta e che i diritti si sono ampliati. Ma la vita di una persona non è una statistica. Il voto è dettato dalle emozioni, dalle emergenze quotidiane, dallo stato d’animo. Quel miglioramento dello stato generale non migliora in modo significativo la vita delle persone. Molte donne nelle periferie vivono in uno stato di allarme continuo: la paura del marito violento, del figlio arruolato dal narcotraffico, dei proiettili vaganti, dei “banditi” che controllano il quartiere, della solitudine… Sulle spalle portano il peso di un lavoro precario o che manca, e la sensazione angosciante di non avere nessuno a cui rivolgersi. La politica non parla soltanto alla ragione che valuta i programmi: parla al bisogno primario di sentirsi protetti, riconosciuti, visti e ascoltati. E laddove questo ascolto manca, la gente si allontana. Il vuoto riempito dalle Chiese È in questa spaccatura tra il bisogno di protezione e l’assenza dello Stato che la destra ha trovato il suo più grande alleato: la Chiesa Evangelica. Dai primi anni ’80 a oggi, i cristiani evangelici in Brasile sono arrivati a rappresentare quasi un terzo della popolazione. Durante la sua presidenza, Jair Bolsonaro ha consolidato un’alleanza ferrea con potenti telepredicatori e leader religiosi, creando una vera e propria macchina di attivismo politico al servizio della sua famiglia. Ma oltre la macchina politica, c’è un dato umano: la chiesa evangelica ti offre una comunità reale. Ti offre un posto dove andare la domenica, qualcuno che ti ascolta quando sei disperato, una spiegazione chiara del mondo, regole per rimettere insieme una vita che sta crollando. Le politiche sociali e i sussidi statali sono fondamentali, ma spesso vengono percepiti come pratiche burocratiche e astratte. La comunità religiosa invece è lì, oggi, e ti dice: «Non sei solo. Sei dentro qualcosa». Se la sinistra si limita a gestire il governo dall’alto, riducendo la democrazia a un’erogazione di servizi, le persone rimangono sole. E quando rimani solo davanti a uno schermo, esposto agli algoritmi, alla propaganda e all’angoscia, la politica reazionaria e identitaria trova un terreno fertilissimo. La presenza nei territori e le infrastrutture della vita comune Dobbiamo allora farci le domande che abbiamo evitato per troppo tempo: dove può una persona raccontare ciò che le sta accadendo senza dover aspettare le elezioni? Dove può trovare qualcuno che ascolti un problema prima che diventi rabbia? Dove può incontrare altri con cui provare a risolverlo? Se la politica arriva nelle vite soltanto attraverso una legge, una conferenza stampa o un post sui social, viene percepita come qualcosa che accade altrove. La democrazia ha invece un disperato bisogno di presenza fisica nei territori. Ha bisogno di associazioni, cooperative, scuole aperte, centri culturali, spazi sportivi, reti di vicinato… Luoghi nei quali non si sia soltanto utenti o elettori, ma persone capaci di partecipare alla costruzione del bene comune. Questo significa anche ripensare il modo in cui guardiamo alle nostre città. Abbiamo lasciato che fossero la speculazione e la rendita a decidere come trasformarle, dimenticando che una città è il luogo in cui si vive insieme. Cosa succede quando un quartiere diventa troppo costoso, quando i servizi si allontanano, quando gli spazi pubblici si restringono e persino incontrarsi diventa difficile perché tutto deve essere consumato? Si impoverisce la possibilità stessa di costruire legami. Ecco perché case accessibili, trasporti, parchi, piazze, biblioteche e presidi sanitari non sono semplici voci di bilancio: sono le infrastrutture della vita comune. Una biblioteca può essere un luogo dove non ci si sente soli, una palestra può far incontrare ragazzi con storie diverse; una piazza è uno spazio in cui una comunità torna a vedersi. Anche la sicurezza cambia segno: non è soltanto controllo di polizia, ma è la certezza che nel tuo quartiere esistono relazioni, che una donna che subisce violenza trova un riparo, che un anziano non è isolato, che i giovani hanno un luogo in cui incontrarsi. La vera sicurezza è fatta di legami. Non una nuova promessa, ma una pratica Certamente non si tratta di tornare al passato. Bisogna inventare forme nuove di partecipazione. Lo Stato democratico può garantire scuola, sanità e giustizia, ma la democrazia non può vivere soltanto dentro le istituzioni. Ha bisogno di una società capace di organizzarsi, cooperare e assumersi responsabilità dal basso. Quando i luoghi intermedi scompaiono, il rapporto tra l’individuo e il potere diventa drammaticamente diretto: da una parte una persona sola con le proprie paure, dall’altra un leader che promette di proteggerla. La democrazia dovrebbe fare l’opposto: moltiplicare i legami tra le persone, non lasciarle sole davanti al potere. Il compito della politica progressista oggi non è dire alla gente «dovete tornare a credere nella politica», ma creare le condizioni perché le persone possano tornare a fare esperienza della politica. Non come spettacolo, non come scontro permanente, non soltanto come voto ogni cinque anni, ma come possibilità concreta di intervenire sulla propria vita. Allora la domanda iniziale cambia. Non è più soltanto: perché la paura diventa più forte della speranza? La vera domanda diventa: che cosa abbiamo smesso di costruire perché una persona impaurita possa trovare nella democrazia un luogo in cui sentirsi protetta, senza aver bisogno di affidarsi a un uomo forte? La risposta non può essere l’ennesima promessa elettorale. Deve essere una pratica quotidiana: essere presenti, ascoltare, rendere le città abitabili, difendere gli spazi comuni, costruire reti di mutualismo… La speranza non è l’opposto della paura. La paura continuerà a esistere: ci saranno sempre la precarietà, l’incertezza, il dolore. La speranza comincia nell’esatto momento in cui una persona scopre che non deve affrontare tutto questo da sola. È proprio questa la sfida della democrazia oggi: non promettere un mondo ipocritamente privo di paure, ma costruire una società nella quale le paure non diventino mai la porta attraverso cui consegnare tutto il potere a qualcuno. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bisogna inventare forme nuove di partecipazione proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Colleferro (RM). L’Hyperscale Data Center è una nuova fabbrica della guerra invisibile
Ci è stato raccontato che il bando internazionale promosso dal Comune di Colleferro per l’attrazione di investimenti legati ai Data Center e ai Supercomputer, è “parte di una strategia di sviluppo orientata all’innovazione tecnologica” e ospitare un mega Data Center Hyperscale da 150 Megawatt (MW), non è altro che il […] L'articolo Colleferro (RM). L’Hyperscale Data Center è una nuova fabbrica della guerra invisibile su Contropiano.
October 2, 2026
Contropiano
Spin Time in corteo il 19 Settembre
In collegamento con un'attivista di spin time lanciamo la due giorni del 19 e 20 Settembre di SpinTime contro gli abusi e la privatizzazione delle città. Inoltre, alcuni aggiornamenti sullo stato dell'abitare attuale delle famiglie cacciate dall'occupazione storica romana.  DI seguito il loro comunicato: Spin Time è un modello replicabile, una via possibile tra il pubblico burocratizzato e il privato speculativo, un motore generativo di nuove prospettive di trasformazione urbana a beneficio di tutt3. Con la manifestazione del 19 e l'assemblea del 20 settembre vogliamo costruire una coalizione ampia e trasversale per contrastare la finanziarizzazione delle città e sconfiggere il governo di destra loro alleato. Da più territori arriva già da tempo una richiesta di città che vogliamo costruire: una città fondata sulla partecipazione, sui diritti e sulla capacità di produrre comunità. È questa la sfida che vogliamo assumere insieme a tutte le realtà disponibili a sostenerla. Da una parte la nostra umanità, dall’altra le barbarie. Adelante!    
September 17, 2026
Radio Onda Rossa
Creare nuove comunità
LE OCCASIONI PER AGIRE IN MODO DIVERSO COMINCIANO A MOLTIPLICARSI CON GLI EVENTI ESTREMI CHE CI COSTRINGONO A INTERROMPERE LA ROUTINE DELLA VITA QUOTIDIANA PER PRESTARCI RECIPROCAMENTE AIUTO, SPECIE DOVE IL SOCCORSO DELLE ISTITUZIONI È CARENTE O ASSENTE. E LO SARÀ SEMPRE DI PIÙ. LA COSTRUZIONE DI NUOVE COMUNITÀ IN BASSO È ANCHE L’UNICA STRADA PER METTERE IN DISCUSSIONE IL CRESCENTE RAZZISMO Un incontro promosso da Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove nei giorni scorsi è stato presentato il progetto del bosco urbano comunitario al posto dell’ennesimo supermercato -------------------------------------------------------------------------------- Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché? Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo. Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi. Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al differente contesto. Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale. Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso, istituzionalizzazione del razzismo. Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Creare nuove comunità proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Murgia, Terra di Pace. Le contraddizioni di un territorio ancora militarizzato
C’è qualcosa di profondamente stridente nell’immaginare la Murgia vestita di mimetica. Da una parte c’è il territorio che da oltre vent’anni cerca di essere riconosciuto per ciò che è: un patrimonio naturale, paesaggistico, archeologico e culturale, il luogo dei pascoli, del grano, delle masserie, dei muretti a secco, delle lame e della pietra. Dall’altra c’è una Murgia che continua a essere considerata anche un grande spazio disponibile per le esigenze militari. La prossima Apulia Exercise, prevista dal 25 al 27 settembre nell’area a sud di Monte Caccia (clicca qui per la notizia), ne è una manifestazione emblematica. Quest’anno – si sottolinea – non saranno impiegate armi da fuoco. Ma non per questo si tratta di una semplice manifestazione sportiva: gli stessi organizzatori la definiscono soprattutto un’attività addestrativa, destinata a militari in servizio e in congedo, con un percorso di 25 chilometri e prove di infiltrazione, contro-interdizione, assalto a un posto di comando, uso di droni e simulazioni di intelligence. Perché una competizione militare deve svolgersi proprio qui nel Parco dell’Alta Murgia? Non è una domanda peregrina, è una domanda sul destino di un territorio. Perché questa terra, prima ancora di essere un parco, un geoparco o una meta turistica, è stata per decenni un territorio sottoposto alle esigenze della macchina militare. E la sua storia comincia molto prima delle esercitazioni di oggi. Pochi lo ricordano. Eppure, tra il 1959 e il 1963, nel cuore della Murgia barese e materana furono installate le basi dei missili americani Jupiter, armati con testate nucleari. Nel gennaio del 1963, durante la crisi di Cuba, gli Stati Uniti decisero di smantellare le basi Jupiter. E fu allora che la domanda sulla guerra e sul disarmo uscì dai confini delle discussioni politiche e diventò una questione concreta riguardante il territorio. Il 13 gennaio 1963 si svolse la Marcia della Pace di Altamura, promossa dal Comitato degli intellettuali baresi e lucani, con il sostegno di Tommaso Fiore, Fabrizio Canfora, organizzazioni sindacali e forze politiche della sinistra. Era una marcia contro la guerra, ma anche – e forse soprattutto – contro la trasformazione della propria terra in un ingranaggio della guerra. Pochi mesi dopo, l’ultimo Jupiter avrebbe lasciato la Murgia. Sembrava l’inizio di una storia diversa. Non lo fu. Tolti i missili, sulla Murgia arrivarono i poligoni militari. Negli anni Settanta e Ottanta il territorio fu progressivamente sottoposto a nuove forme di servitù. La Regione Puglia, con la deliberazione n. 400 del 23 febbraio 1983, destinò a poligoni militari permanenti circa 14.000 ettari, una superficie persino superiore alle richieste avanzate dalle autorità militari. I poligoni di Parisi Vecchio, Madonna di Buoncammino, Torre di Nebbia, Sentinella e Monte Scorzone divennero parte stabile del paesaggio murgiano. Ma quella presenza non fu accettata passivamente. Negli anni Ottanta furono soprattutto agricoltori e allevatori a mobilitarsi contro l’espropriazione dei terreni e contro un sistema che poteva sottrarre per lunghi periodi le loro terre all’attivitàagricola. Nel dicembre 1985 una nuova Marcia della Pace percorse il tratto Gravina-Altamura. Nel 1986 arrivò la straordinaria mobilitazione in occasione anche della lettera don Tonino Bello «Sogno di Isaia», sottoscritta da 10.000 cittadini. E il 19 dicembre 1987 una nuova, grande Marcia Gravina-Altamura, organizzata dal “Coordinamento contro la Militarizzazione e per lo Sviluppo dell’Alta Murgia”, portò in strada una partecipazione popolare di massa. Le marce riuscirono a congelare l’esproprio. Non riuscirono però a liberare la Murgia dalle servitùmilitari. Negli anni Duemila la mobilitazione riprese. L’8 novembre 2003 furono circa 15.000 le persone che parteciparono alla Marcia Gravina-Altamura, questa volta anche contro lo scandalo dei rifiuti tossici che aveva trasformato vaste aree della Murgia nella cosiddetta «Murgia avvelenata». Il 14maggio 2004 furono oltre 10.000. Quella stagione di mobilitazione contribuì a consolidare una consapevolezza nuova: la Murgia non era una terra marginale da utilizzare all’occorrenza, ma un patrimonio da tutelare e valorizzare.In questo lungo percorso nacque anche il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Una conquista importante. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: che cosa è diventato quel progetto? È questa la questione che non possiamo più rimuovere. È in tale prospettiva che acquista significato la Marcia Gravina-Altamura del 24 ottobre 2026 per la pace. Non è soltanto una manifestazione contro la guerra lontana. È una domanda rivolta al nostro stesso territorio: che cosa vogliamo fare della Murgia? Vogliamo continuare a considerarla uno spazio nel quale tutto può essere collocato, poligoni, esercitazioni, infrastrutture, servitù, scorie nucleari?Oppure vogliamo finalmente considerarla un bene comune, con una vocazione precisa: la tutela della natura, l’agricoltura, la ricerca, l’educazione, il turismo lento, la cultura, la salute, il lavoro, la vita delle comunità? La differenza non è soItanto linguistica. È una scelta politica. E c’è persino qualcosa di simbolico nel fatto che la Murgia venga attraversata contemporaneamente da pattuglie militari in esercitazione e da persone che marciano per la pace. LA MURGIA NON VUOLE ESSERE ADDESTRATA A FARE LA GUERRA. LA MURGIA HA BISOGNO DI ESSERE CONOSCIUTA E CURATA, VISSUTA E PROTETTA, PERCHÉ POSSA TORNARE PIENAMENTE A CIÒ CHE DEVE ESSERE: UNA TERRA DI VITA, DI LAVORO E DI COMUNITÀ. Giuseppe Dambrosio, Comitato Promotore Marcia Gravina-Altamura 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Il tempo nuovo di Spin time
COSA ACCADE A SPIN TIME? SONO PASSATE QUATTRO SETTIMANE DALL’INCENDIO. GRAZIE AI PERCORSI DI MUTUO AIUTO NATI NEGLI ANNI SCORSI, INTORNO ALLE 400 FAMIGLIE RIMASTE IN STRADA È ESPLOSA UNA STRAORDINARIA SOLIDARIETÀ, ROMA CAPITALE HA CERCATO SOLUZIONI ASCOLTANDO LA COMUNITÀ DI SPIN TIME, MA SOPRATTUTTO È STATO MESSO AL CENTRO IL DIRITTO ALL’ABITARE. UN PEZZO PICCOLO DI CITTÀ, FRAGILE E NON PRIVO DI LIMITI E CONTRADDIZIONI, HA RICORDATO A TUTTI E TUTTE CHE LE CITTÀ NON POSSONO ESSERE LASCIATE NELLE MANI DEI FONDI IMMOBILIARI, CHE IL FONDO INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE SGOMBERATO CHE OGGI SI RIFIUTA DI VENDERE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI NON È NEUTRALE ED ESISTE PER IMPOVERIRE QUARTIERI ED ESPERIENZE. IL 19 SETTEMBRE È STATA INDETTA UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE E CUI SEGUIRÀ IL 20 UN’ASSEMBLEA PUBBLICA, INTANTO TUTTI I RESIDENTI HANNO TROVATO UNA SISTEMAZIONE D’EMERGENZA, ALCUNE FAMIGLIE DEVONO ANCORA LASCIARE IL PRESIDIO E LO FARANNO NEI PROSSIMI GIORNI, ALTRE GRAZIE ALLA RETE SOCIALE DEL POLO CIVICO ESQUILINO STANNO TROVANDO UNA SISTEMAZIONE CHE CONSENTA DI NON ABBANDONARE IL QUARTIERE PER NON INTERROMPERE PERCORSI DI CURA E PER SALVAGUARDARE LA CONTINUITÀ SCOLASTICA. PRIMA, DURANTE E DOPO LA DUE GIORNI SPIN TIME FA SAPERE CHE NON SMETTERÀ DI RICORDARE CHE LE CITTÀ SONO DELLE PERSONE CHE LE ABITANO Il selciato è ancora bollente alle 7 di sera nell’estate più calda da quando si misura la temperatura terrestre. Ma centinaia di persone hanno partecipato all’importante assemblea pubblica convocata lunedì 25 agosto da Spin Time (400 famiglie sgomberate la notte del 29 luglio con il pretesto di un incendio), mentre prosegue l’interlocuzione con Roma Capitale. Riassumiamo. Sono passate quattro settimane dall’incendio, dallo sgombero e dall’inizio della trattativa con Roma Capitale. Al tavolo c’erano il prefetto Giannini, il sindaco Gualtieri, Baldo Reina (vicario generale della Diocesi di Roma), il questore di Roma Massucci, l’assessore capitolino al patrimonio Tobia Zevi e i rappresentanti della proprietà, Investire SGR. Gualtieri presenta una proposta che prevede l’acquisizione dell’immobile sulla base della valutazione dell’Agenzia del demanio per consentire, nel più breve tempo possibile, il rientro delle famiglie e delle persone più fragili. Il fondo immobiliare Investire SGR, proprietario dell’immobile ex-INPDAP in via Santa Croce in Gerusalemme rifiuta di vendere e di far rientrare centinaia di persone nel palazzo, coprendosi dietro la falsa ingiunzione di inabilità dello stabile e mette a disposizione del Comune 500mila euro per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time lavorano affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada, e hanno allestito insieme con reti, associazioni e con la Protezione Civile un presidio permanente con tende e gazebo. In pieno agosto in una città che vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei familiari sono poche. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura e per salvaguardare la continuità scolastica. Si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. Una soluzione tutt’altro che stabile. Le famiglie sgomberate dovranno avere alloggio entro tempi ragionevoli. Ma è un tempo nuovo quello che verrà nei prossimi mesi, un terzo tempo scandito dalla solidarietà di una città, di una popolazione e da migliaia di persone che hanno generato una mobilitazione nazionale, che eccede l’emergenza sociale e abitativa di Roma e ha prodotto la cristallina consapevolezza che nei prossimi mesi sono in gioco le possibilità di un modello di welfare comunitario. A Roma, come a Milano, a Torino, in Puglia, in Molise, in Albania, bisogna cambiare le politiche urbanistiche. I cittadini rifiutano la “presa” dei fondi immobiliari su città e territori, rifiutano il consumo di suolo e la turistizzazione e proprio nelle esperienze degli spazi sociali sottratti alla rendita, si sta elaborando una forma nuova di vita che non è affatto marginale ma offre diverse soluzioni: reti di mutuo aiuto, di solidarietà, di vicinato. Questo nuovo “modello”, sperimentato con successo da almeno vent’anni, tra limiti e contraddizioni, ha a sua volta fatto sì che si accumulasse un sapere comune delle lotte, delle emergenze, delle solidarietà, della cura e della tutela di parole, cose e azioni che oggi riguarda tutti gli esseri viventi sottoposti a distruttive tecnologie di governo, alla rapina indiscriminata di risorse, alla guerra planetaria permanente contro ciò che vive. Un filo rosso lega la lotta per Spin Time al tempo nuovo che viene: la lotta per il diritto all’abitare è lotta contro la precarietà, la lotta contro il lavoro precario è lotta contro la devastazione ambientale, per la formazione, contro il colonialismo e l’oppressione e contro l’idea che esistono popoli sacrificabili. Per questo la questione di Spin Time non riguarda solo Spin Time, dal momento che questa emergenza è stata creata con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza e si è rappresa nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato perfino l’accordo ponte proposto dal Comune. Il 19 settembre è stata indetta una manifestazione nazionale e cui seguirà il 20 un’assemblea pubblica, perché, come tutti gli interventi hanno ricordato, Spin Time non è un problema di ordine pubblico, non è un “pezzo” di città da sgomberare, è uno spazio nel quale da anni si danno risposte concrete all’emergenza abitativa, si fa cultura, scuola, solidarietà e mutualismo che hanno preso il posto dell’abbandono. Da oggi al 19 e 20 settembre il presidio continua per confermare tre scelte: che Spin Time deve rientrare a via di Santa Croce, che occorre cambiare le politiche urbanistiche delle città e, soprattutto, che le città non sono dei fondi immobiliari ma delle persone che le abitano. É in gioco una certa idea di città e di proprietà che a quanto pare vale di più e sorpassa anche le soluzioni amministrativamente e economicamente praticabili. Infatti, ciò che non da oggi emerge è che il capitalismo della rendita produce città nelle quali il valore dei territori viene misurato dal prezzo al metro quadro e non dalla qualità della vita di chi lo abita. I fondi immobiliari speculativi non sono neutrali, fanno politica e gli intrecci tra politiche governative, speculazione immobiliare, repressione, degrado e privatizzazione degli spazi pubblici, alimentato interessi e profitti e impoveriscono ambienti, luoghi storici, esperienze, quartieri, socialità. Studentati di lusso vengono presentati come risposta ai bisogni sociali mentre contemporaneamente persone non riescono a trovare una casa. Terre abitate vengono violate per inutili e dannose “grandi opere” o trasformate in piattaforme per grandi investimenti, grandi infrastrutture per grandi eventi e affitti brevi, mentre le comunità di quei territori rischiano di perdere progressivamente beni, risorse, vita. L’altra evidenza è l’alleanza tra la destra reazionaria che parla di poveri, di aiutare le periferie e i padroni delle città: è su indicazione del Viminale che Investire ha detto NO alla proposta dell’acquisto dello stabile da parte del Comune. Investire SGR è un fondo, è una organizzazione che gestisce molte realtà non solo a Roma, con un falso racconto di sé: sul suo sito web ci sono pagine intere di documenti che alludono alla responsabilità sociale, alla sostenibilità economica e ambientale, all’housing sociale, ma i soci di Investire sono fondazioni come Cariplo, che sarebbero impegnate nel sociale, Allianz e Assicurazioni Generali… Si possono fare tante azioni in questo senso, cominciare a bombardare di mail e di provocazioni questi soggetti, cominciare a dire che prendano una posizione chiara. Bisogna smascherare questi soggetti che hanno speculato senza limiti in questi anni a partire dalla vendita degli immobili pubblici e rimettere al centro un sapere comune che dice che lo spazio pubblico viene prima della massimizzazione del profitto e che il territorio non è una risorsa da sfruttare, è una terra, un luogo e un ambiente da abitare, curare e salvaguardare. La cosiddetta “rigenerazione urbana” deve nascere da processi partecipativi come chiedono perfino i bandi europei e che sia una rigenerazione che tenga conto della rigenerazione sociale. Per questo il “precedente” di Spin Time, come quello del Leoncavallo, di Askatasuna e delle esperienze di luoghi di vita vera e di vera comunità, non quella imposta con i “decreti sicurezza”, con la militarizzazione dei territori, con la razzializzazione delle persone e con l’esclusione sociale, parlano davvero a tutti e tutte, alle povertà diffuse come alla maggioranza delle popolazioni. Questo è il momento in cui queste esperienze iniziano a creare un varco aperto dalle mobilitazioni contro guerra e genocidio, contro i re e le regine di questo mondo, che non devono più sentirsi tranquilli del loro potere che quanto più si crepa tanto più è feroce. Le voci che da qualche anno abbiamo ascoltato dicono in maniera chiara che si mettono a disposizione della città e del paese queste esperienze e che Spin Time deve essere “il precedente” per mostrare che riabitare un palazzo non solo è possibile ma è imperativo in un momento storico in cui “le destre governano senza fare mezza proposta concreta”; che si vuole un modello economico e politico radicalmente diverso da quello che viene imposto, che le risorse siano investite nei quartieri, nel recupero del patrimonio pubblico, che vengano messe al servizio delle persone, che vengano investite nella casa, nella sanità, nella scuola, nei servizi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Prima le comunità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tempo nuovo di Spin time proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info