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Per una fotografia delle relazioni
VIVIAMO IMMERSI IN UN FLUSSO ININTERROTTO DI IMMAGINI CHE ANESTETIZZA LA NOSTRA CAPACITÀ DI ATTENZIONE. MA LA FOTOGRAFIA È ANCHE IN GRADO DI DEVIARE QUESTO FLUSSO: ACCADE CON LA COSIDDETTA FOTOGRAFIA UMANISTA, QUELLA CHE MOSTRA LE PERSONE NELLA LORO VITA DI OGNI GIORNO, LE LORO RELAZIONI CON GLI ALTRI E CON IL MONDO, UNA FOTOGRAFIA CHE NON SI LIMITA A DOCUMENTARE UNA REALTÀ MA CERCA DI RESTITUIRNE LA DIMENSIONE UMANA. SCRIVE MASSIMO TENNENINI, ANTROPOLOGO, FOTOGRAFO E FILMAKER, CHE ACCOMPAGNA LA VITA DI COMUNE DA MOLTI ANNI: «IL FOTOGRAFO NON DOVREBBE CERCARE SEMPLICEMENTE DI “RUBARE” UN’ESPRESSIONE O DI CATTURARE UN VOLTO, MA COSTRUIRE LE CONDIZIONI PERCHÉ QUELLA PERSONA POSSA MOSTRARSI. LA FOTOGRAFIA NASCE ALLORA DA UNA FORMA DI ASCOLTO…» Messico – Chiapas, nella Selva Lacandona -------------------------------------------------------------------------------- La fotografia umanista può essere definita come una forma di fotografia che pone l’essere umano nella sua vita quotidiana, le sua relazioni con gli altri e con il mondo al centro dello sguardo fotografico. Non si limita a documentare una realtà, ma cerca di restituirne la dimensione umana. Un elemento fondamentale è quindi lo sguardo. La fotografia nasce da uno sguardo partecipe, attento e rispettoso, che non considera la persona fotografata come un semplice oggetto da rappresentare, ma come un soggetto portatore di una storia, di una memoria e di una propria dignità. Cerca di suscitare una relazione emotiva e una riflessione sulla condizione umana. La realtà viene interpretata attraverso la sensibilità del fotografo, attraverso la scelta dell’istante, dell’inquadratura, della luce e soprattutto attraverso la relazione che si stabilisce con il soggetto. Una fotografia fatta attraverso uno sguardo umano: uno sguardo capace di osservare, comprendere e restituire dignità alla persona e alla realtà che la circonda. Il rapporto tra fotografo e soggetto è forse il punto più delicato della fotografia. Nel ritratto, infatti, il fotografo non si trova semplicemente davanti a una persona: si trova davanti a un’altra soggettività. Fotografare significa quindi stabilire, anche se per poco tempo, una relazione. Ogni ritratto è dunque il risultato di un incontro tra due sguardi. Questo aspetto assume un’importanza particolare. Il fotografo non dovrebbe cercare semplicemente di “rubare” un’espressione o di catturare un volto, ma costruire le condizioni perché quella persona possa mostrarsi. La fotografia nasce allora da una forma di ascolto: prima ancora di premere il pulsante, occorre osservare, aspettare, comprendere. È particolarmente importante distinguere tra guardare e vedere. Guardare può essere un atto rapido e superficiale; vedere implica invece attenzione. Un volto non è soltanto una fisionomia: porta con sé segni, esperienze, appartenenze, emozioni, silenzi. Nel ritratto, il fotografo cerca di attraversare quella superficie senza pretendere di possederne il significato. Questo è ancora più evidente quando si fotografano persone appartenenti a culture lontane da quella del fotografo. Esiste sempre il rischio di trasformare l’altro in un’immagine esotica, in una rappresentazione stereotipata della diversità. La fotografia dovrebbe invece cercare di restituire al soggetto la sua individualità: non “un indigeno”, non “un contadino”, non “un povero”, ma quella precisa persona, con il proprio sguardo e la propria storia. Nel ritratto, quindi, l’etica e l’estetica finiscono per incontrarsi. Come fotografiamo qualcuno dipende anche da come lo consideriamo. Una persona fotografata con rispetto può conservare nella fotografia una presenza, una dignità e una complessità che vanno oltre l’immagine stessa. In questa prospettiva, il ritratto non è semplicemente la fotografia di qualcuno, ma la fotografia di un incontro. Il volto che appare nell’immagine appartiene al soggetto, ma l’immagine appartiene anche alla relazione che si è stabilita tra chi ha fotografato e chi ha accettato di essere fotografato. Anche quando fotografa persone appartenenti a realtà lontane dalla propria, dovrebbe cercare di riconoscere nel soggetto una persona con una propria individualità, una propria storia e una propria dignità. Si crea così una relazione reciproca perché io guardo te e tu guardi me mentre ti guardo. In quel breve istante entrambi partecipano alla costruzione dell’immagine. Ciò che conta è la capacità del fotografo di cogliere qualcosa che vada oltre la superficie del volto: uno sguardo, una tensione, una fragilità, una fierezza. Non quando il fotografo riesce semplicemente a “rubare” un’espressione, ma quando riesce a creare le condizioni perché l’altro possa mostrarsi, anche solo per un istante, nella propria irriducibile individualità. Forse è proprio questo che rende il ritratto così affascinante: fotografare il volto dell’altro significa confrontarsi con ciò che dell’altro non potremo mai possedere completamente. L’immagine ce ne restituisce una traccia, un frammento, una presenza; tutto il resto rimane al di là della fotografia. In questo tipo di fotografia lo sguardo non dovrebbe essere soltanto curioso, ma attento e partecipe. Guardare l’altro significa cercare di avvicinarsi alla sua realtà senza pretendere di possederla o di comprenderla completamente. È uno sguardo che riconosce una distanza che può essere culturale, sociale, geografica, talvolta anche emotiva, ma cerca di trasformarla in una possibilità di incontro. Qui entra in gioco l’empatia. Essere empatici non significa necessariamente identificarsi con la persona fotografata, significa piuttosto riconoscere che davanti all’obiettivo c’è un individuo portatore di una propria storia, di una memoria, di emozioni e di una propria visione del mondo. Significa anche che a volte il gesto più rispettoso può essere quello di non scattare -------------------------------------------------------------------------------- Articolo scritto in occasione della Giornata mondiale della fotografia si celebra ogni anno il 19 agosto per ricordare l’invenzione del dagherrotipo nel 1839. Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, si occupa da molti anni dei popoli nativi dell’America Latina e in particolare delle popolazioni Maya del Guatemala e del Sud-Est messicano. Ha collaborato con la cattedra di Antropologia Economica e con quella di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione” dell’Università La Sapienza di Roma. Aiuto regista e autore dei testi, ha lavorato, tra l’altro, per la Rai (nella realizzazione di alcune inchieste), il ministero dell’Ambiente, la Cgil e alcune Ong (ha collaborato, tra l’altro, con organizzazioni indigene del Chiapas per la creazione di diverse “Case di salute”). Ha realizzato numerose mostre fotografiche e diversi audiovisivi. Il suo sito è www.tennenini.it. Un anno fa abbiamo scelto una fotografia di Massimo Tennenini per la copertina del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (ed. Eleuthera), che raccogli testi di Marco Calabria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una fotografia delle relazioni proviene da Comune-info.
August 28, 2026
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Stare svegli
Foto di Danny Burke su Unsplash C’è una canzone, prima ancora che uno slogan. Nel 1938 un musicista di nome Lead Belly scrive “Scottsboro Boys”, la storia di nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama, arrestati su un treno, quasi linciati prima ancora del processo. Alla fine della canzone, un avvertimento a chi come lui attraversa quello stato: se ci passate, tenete gli occhi aperti. “Stay woke“. Non è una metafora. È un consiglio pratico, di quelli che si danno a chi rischia la vita per un errore di percorso. Un modo per dire: io sono già stato dentro l’ingiustizia, tu non fidarti della quiete apparente. Da lì la parola ha camminato per decenni dentro le comunità afroamericane, passata di bocca in bocca, prima di ogni hashtag: un modo di volersi bene restando all’erta, di proteggersi a vicenda da un pericolo che per altri era invisibile e per loro era quotidiano. Poi, qualche anno fa, qualcosa si è spezzato. La parola è uscita da quella bocca ed è entrata in un’altra — talk show, meme, dibattiti — e a un certo punto ha smesso di indicare una vigilanza per diventare un’etichetta con cui accusare. Il passaggio non è stato annunciato. È successo nel punto esatto in cui qualcuno ha iniziato a usarla senza aver mai avuto bisogno di restare sveglio per sopravvivere. È lì che vorrei fermarmi. In quel punto di cerniera. Perché forse il problema non è la parola, è che l’abbiamo spostata senza chiederci se avevamo il diritto di portarcela via. Restare svegli, per chi l’ha coniato, non era una posizione da difendere nei dibattiti. Era un modo per accorgersi di chi restava indietro o veniva travolto, non come categoria astratta, ma come persona con un nome e una storia. Il lavoratore che muore in un cantiere o sotto il sole nei campi, nel silenzio di tutele evaporate in nome del profitto. La donna che chiede aiuto prima che sia troppo tardi e si scontra con la sottovalutazione o l’abbandono. Il ragazzo nato e cresciuto nelle nostre città a cui una legge cieca continua a ripetere che questa non è la sua casa, lasciandolo in una sospensione senza tutele. La persona anziana che rinuncia a curarsi perché la sanità pubblica è diventata un percorso ad ostacoli inaccessibile. Sono vite, non capitoli separati di un programma politico. Nessuno di loro vive la propria sopraffazione dividendo la mancanza di reddito dalla negazione della dignità: vive tutto insieme, nello stesso respiro faticoso. Forse è per questo che la parola, arrivata fin qui, suona così diversa da come è nata. Nel dibattito pubblico è diventata uno schieramento, si è o non si è, come se restare svegli fosse un’appartenenza invece che un’attenzione verso la sofferenza altrui. E una volta che un’attenzione diventa bandiera, smette di chiedere qualcosa a chi la usa. Diventa comoda. Viene da pensare a Simone Weil, quando scriveva che l’attenzione pura è la forma più rara e più alta di generosità. Per Weil, guardare davvero chi soffre non significa applicargli una categoria, un’etichetta o una teoria politica preconfezionata, ma rivolgergli una domanda semplicissima e spietata: «Qual è il tuo tormento?». Sotto la caricatura mediatica resta allora questa sola domanda originaria, che richiede lo sforzo di uno sguardo spogliato da ogni appartenenza. Non è un’ideologia da sbandierare, ma un esercizio continuo della presenza, la capacità di sostare di fronte al dolore dell’altro senza trasformarlo in un argomento di discussione. Qualcosa che va rinnovato ogni giorno, come chi, ancora oggi, ripete a chi ama: stai attento, tieni gli occhi aperti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stare svegli proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Dacci oggi il nostro nulla quotidiano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Mali Desha su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In un libro pubblicato a Lipsia nell’ottobre del 1844 dall’editore Wigand fa la sua apparizione un tipo d’uomo fin allora affatto sconosciuto, che ai contemporanei sembrò inammissibile e inaudito, ma che nel frattempo ci è diventato perfettamente familiare: l’uomo, che, come si legge nella prima e nell’ultima pagina, «ha fondato la sua causa su nulla», cioè un essere nel quale la dissoluzione di ogni fede e di ogni valore ha raggiunto la sua forma estrema, certamente il primo e insuperato nichilista, ma a patto di precisare che il nichilismo che è qui in questione è diventato oggi la condizione normale dell’umanità. Il libro si intitola L’unico e la sua proprietà, autore Max Stirner. Diciotto anni dopo, nella rivista «Il messaggero russo», Turgenev pubblica il romanzo in cui il tipo del nichilista (la parola fa qui la sua comparsa), incarnato dal protagonista Bazarov, è definito in questo modo: «un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». Nei Demoni, che esce in volume nel 1873, Dostoevskij decide di fare i conti col problema epocale del nichilismo, in particolare attraverso la figura di Kirilov. Dalla negazione nichilista dell’esistenza di Dio, Kirilov trae una conseguenza radicale che insieme assolutizza e sconvolge il suo stesso io. «Se non c’è Dio – egli afferma – io sono Dio. […] Se Dio c’è, tutta la volontà è sua, e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se non c’è, tutta la volontà è mia, e sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio… Sono obbligato a spararmi perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso… Per me non c’è idea più alta che quella che Dio non esiste… l’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per vivere senza uccidersi e questo è il senso di tutta la storia del mondo fino ad oggi. Io solo nella storia universale per la prima volta non ho voluto inventare Dio». È meditando su queste pagine che Nietzsche pensa la morte di Dio come l’evento fondamentale della modernità: «Il più grande avvenimento recente – che “Dio è morto”, che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa. […] Ma in sostanza si può dire che l’avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto la notizia di esso». Tanto per Nietzsche che per Dostoevskij, la morte di Dio e l’avvento del nichilismo significavano qualcosa di così terribile che gli uomini non avrebbero in alcun caso potuto accettare senza mettere in questione da cima a fondo la propria esistenza. Per una volta Nietzsche e Dostoevskij non erano stati buoni profeti. Il nichilismo è diventato la condizione normale dell’umanità, ma, a differenza di Kirilov, l’uomo comune sembra oggi convivere con la morte di Dio e col nichilismo senza soffrirne né darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse. È con questo nichilismo piatto e indifferente che noi abbiamo a che fare, è di questo nulla normale e quotidiano che dobbiamo render conto. E se, come lo stesso Nietzsche suggeriva, il nichilismo compiuto e afferrato come tale è la grande occasione dell’umanità per uscire dal suo destino letale, se cioè, come pensava Benjamin, il nichilismo può diventare il metodo di una nuova politica, allora la domanda che dobbiamo porci è: «perché questa occasione non è stata colta, che cosa ci ha impedito di porre veramente la nostra causa su nulla e, invece di farne la nostra condizione normale, trovare in esso una via di uscita dalle sorti dell’Occidente?». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY? > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dacci oggi il nostro nulla quotidiano proviene da Comune-info.
August 27, 2026
Comune-info
Ribellarsi alla guerra mondiale
TRUMP NON È UN PAZZO, È UN DISPERATO. PUTIN NON È UN PSICOPATICO, SEMPLICEMENTE, DAL SUO PUNTO DI VISTA, NON VUOLE PERDERE LA PRESA ANCHE SUI PAESI RIMASTI PIÙ O MENO NELLA SUA ORBITA. TRUMP E PUTIN SONO LA PUNTA DELL’ICERBERG DEI RIGURGITI NAZIONALISTI-SOVRANISTI-POPULISTI SEGUITI AL FALLIMENTO DI QUARANT’ANNI DI NEOLIBERISMO. LA GUERRA È COME NON MAI AL CENTRO DEL MONDO. ABBIAMO BISOGNO DI RIAPRIRE QUESTO CONCETTO PER RIFIUTARLO. LA VIOLENZA STRUTTURALE, ORGANIZZATA NEGLI ESERCITI, PIANIFICATA E FINANZIATA DAGLI STATI, RICORDA PAOLO CACCIARI IN QUESTA INTERVISTA RACCOLTA DALLA RIVISTA L’ALTRAPAGINA, NON È UN PORTATO NATURALE GENETICO DELLA SPECIE UMANA, MA UN PRODOTTO SOCIOCULTURALE STORICAMENTE DETERMINATO DAL COMPORTAMENTO DI ALCUNE ÉLITE DI UOMINI, RE E IMPERATORI, PRIMA, POI BANCHIERI E, ORA, OLIGARCHIE TECNOLOGICHE MULTIMILIARDARIE, CHE NEL CORSO DI GENERAZIONI E SECOLI HANNO ASSUNTO IL POTERE SULLE COSE E SUGLI ALTRI ESSERI UMANI. LE ODIERNE TENSIONI INTERNAZIONALI, INOLTRE, SONO DOVUTE PRIMA DI TUTTO ALL’ESPLODERE DI CONTRADDIZIONI PROVOCATE DA SECOLI DI COLONIALISMO. PER QUESTO SERVONO PRATICHE DI GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA. LA RICONCILIAZIONE PASSA ATTRAVERSO IL RICONOSCIMENTO, LA RESTITUZIONE, LA RIPARAZIONE, LA PRESA IN CURA DEL BENESSERE DI TUTTE LE POPOLAZIONI E DELLA TERRA. LA POLITICA ISTITUZIONALE NON RIESCE A METTERE IN DISCUSSIONE LA GUERRA PERCHÉ SIAMO IMMERSI IN UNA CULTURA CHE HA LA VIOLENZA, LA RAGIONE DEL PIÙ FORTE, COME ELEMENTO REGOLATIVO DELLE RELAZIONI UMANE: DA QUELLE INTERPERSONALI DOMESTICHE UOMO/DONNA, ADULTI/BAMBINI, ABILI/VULNERABILI A QUELLE INTRASPECIFICHE TRA ANIMALI UMANI E NON-UMANI PASSANDO PER QUELLE COMUNITARIE E TRA POPOLI… ALLA BASE DI TUTTO VI È UNA CONCEZIONE DELLA VITA ANDRO E ANTROPOCENTRICA: UN’IDEA GERARCHICA DELL’EVOLUZIONE DELLA VITA AL VERTICE DELLA QUALE PREVALE L’INDIVIDUO MASCHIO, BIANCO, ADULTO. È QUESTA CONCEZIONE CHE DOBBIAMO IMPARARE A SOVVERTIRE PER RIBELLARCI ALLA GUERRA MONDIALE A PEZZI IN CORSO La magia della periferia che accoglie il teatro: luglio 2026, Parco Buscicchio di Brindisi (foto Daniele Guadalupi) -------------------------------------------------------------------------------- Nella situazione attuale è tornata in voga l’idea della guerra. Chi la sostiene, chi la promuove e con quali obiettivi? Io temo che noi si sia difronte ad una tragedia simile quella del 1914. Oggi come allora le cancellerie degli stati nazionali invocano la guerra per regolare con la forza dei loro apparati militari l’egemonia politica e la superiorità economica in ogni parte del mondo. Ciò genera quella “guerra mondiale a pezzi” che Bergoglio ha magistralmente definito. Gli Stati Uniti, l’impero finora dominante, sono in difficoltà. Sono sopravanzati nelle capacità produttive dalla Cina e dai paesi del sudest asiatico, sono screditati agli occhi delle popolazioni del Terzo Mondo impoverite dalle politiche monetarie imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, sono minati al proprio interno da laceranti conflitti sociali acuiti da insopportabili disuguaglianze di classe e discriminazioni razziali, sono schierati dalla parte sbagliata sulla lotta al cambiamento climatico, alla povertà, alla fame, alle malattie, alle diseguaglianze (vedi il naufragio degli Obiettivi dello sviluppo al 2030 delle Nazioni Unite). Trump non è un pazzo, è un disperato. Putin pure non è un psicopatico che crede di essere uno zar, semplicemente – dal suo punto di vista – non può permettersi di perdere la presa anche sui paesi rimasti nella sua orbita come Bielorussia, Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Mongolia e nelle altre 24 repubbliche facenti parte della Federazione Russa, fra cui la Cecenia. Anche l’Europa non sta messa bene. Pur tradita e abbandonata, non riesce a staccarsi dal suo storico alleato, gli Stati Uniti. Gettatasi nel baratro del “Rearm EU” (800 miliardi di euro da reperire) precipita nella decadenza socioeconomica. Dio non voglia che il governo cinese caschi in una qualche trappola in Medioriente e la competizione commerciale e geopolitica si può trasformare in qualsiasi momento in un conflitto guerreggiato di dimensioni enormi, catastrofiche. La fragile camera di compensazione giuridica dell’Onu è stata la prima vittima dei rigurgiti nazionalisti-sovranisti-populisti seguiti al fallimento di quarant’anni di neoliberismo, deregulation, finanziarizzazione dell’economia-mondo. Le destre nazionaliste andate al potere in gran parte delle nazioni hanno ripristinato il diritto assoluto degli stati di decidere in autonomia dove e quando intervenire militarmente a difesa dei propri interessi nazionali, fosse anche “preventivamente” e lontano dai confini nazionali. Un’idea di “difesa” molto elastica e discrezionale. Senza dover giustificare le proprie azioni ad arbitri terzi neutrali, chi può stabilire chi è l’aggredito e chi l’aggressore? Chi è privo di responsabilità e chi invece le ha tutte? Chi stabilisce che non esiste una possibilità di superamento delle controversie e una riconciliazione dei contendenti? La logica mortifera della guerra contempla solo l’annientamento di una delle parti in lotta. Assistiamo a una guerra permanente tra gli stati e le nazioni e siamo spinti a credere alla inevitabilità della guerra. Perché è urgente promuovere una critica radicale dell’idea stessa di guerra? Per far accettare alle persone comuni di buon senso – come lo siamo tutti, al fondo – l’eventualità di entrare in guerra, impegnando denari pubblici che servirebbero ad altro, mandando qualcuno ad uccidere o ad essere ucciso, correndo il rischio di essere bersagli di bombardamenti, pagando per una infinità di anni i danni ambientali, e così via, è necessario convincerle che esiste un nemico esterno responsabile di tutti i nostri mali: decadenza economica, svalorizzazione dell’apporto degli individui al benessere collettivo, perdita dei diritti acquisiti e delle libertà personali e, finanche, delle tradizioni culturali e religiose. La narrazione pubblica prevalente è che i barbari siano alle porte pronti a depredarci e a scannarci. Ma chiediamoci: questa visione corrisponde alla realtà? Davvero Putin, che dopo quattro anni non riesce a “riconquistare” il Donbass, avrebbe l’insana intenzione di occupare Berlino? Crediamo davvero che gli islamici vengano in Europa per mettere il velo alle nostre donne? Crediamo davvero che i “comunisti” cinesi vogliano comprare le nostre imprese per farci lavorare da schiavi nelle loro fabbriche? Evocare gli spettri di Hitler, di Stalin e di altri satrapi funziona sempre bene per giustificare la “guerra giusta”, legittima, quella che ci difende dalle minacce dell’aggressore. Ma è questa la reale situazione attuale ed è questa la verità storica sulla nascita dei totalitarismi? Se affrontassimo con serietà i fatti scopriremmo con quali appoggi e complicità, e per sostenere quali interessi, si è affermato il fascismo in Italia e il Terzo Reich in Germania. Ed oggi scopriremmo che il declino del sistema socioeconomico di stampo neoliberista, la famosa “globalizzazione” dei mercati e dei capitali, è la conseguenza dell’esaurirsi delle condizioni dell’espansione coloniale delle grandi imprese multinazionali – non di altro. In queste condizioni il ricorso alle guerre non risolve alcuno dei motivi sostanziali endogeni della crisi plurima, multidimensionale e multifattoriale della civiltà occidentale. Ovvero, per essere più precisi: del modello di sviluppo capitalista neoliberista. Ma non è solo una questione di efficacia. La guerra, la violenza armata, la volontà di dominio, il ricorso all’uccisione è moralmente inaccettabile. È una questione di principio etico-politico non negoziabile. Abolire la guerra, ripudiarla, come recita un articolo della nostra Costituzione, e proclamare il disarmo non è un ideale astratto, ma dovrebbe essere un’”idea regolativa” della politica, avrebbe detto Kant. Una visione dei rapporti umani che dovrebbe costituire l’orizzonte dichiarato, la finalità ultima dell’agire politico. Una discriminante chiara, un riconoscimento identitario programmatico fondamentale che differenzia le formazioni politiche agli occhi delle popolazioni. Ma, si dice: l’etica deve fare i conti con la realtà esistente. Fino a che non si realizzano le condizioni di una “pace perpetua”, di fronte a minacce estreme, a pericoli esistenziali per le persone e le comunità, l’uso delle armi è moralmente giustificato, legittimo oltre che legale. Un “male necessario”, anzi persino “obbligatorio”, secondo Norberto Bobbio al tempo delle guerre jugoslave, una teoria tornata in auge oggi di fronte all’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Un lungo filone del pensiero politico-filosofico-morale occidentale, da Thommas Hobbes a Macchiavelli a Max Weber, sostiene che vi sono due etiche: una che attiene alla sfera personale inviolabile delle convinzioni profonde dei singoli individui, un’altra che è richiesta dalle responsabilità di governo degli uomini che stanno a capo delle istituzioni. La prima dice di non ammazzare e non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, principio posto a fondamento di pressoché tutte le religioni. La seconda assolutizza il fine dell’azione politica, che diventa perseguibile con ogni mezzo, derogando chi la compie dalle responsabilità sulle conseguenze che ne derivano. La seconda opzione porta i decisori politici a militarizzare le frontiere, creare eserciti, badare agli interessi del proprio stato con ogni mezzo, anche con la violenza. Decida il lettore quale delle due “bussole etiche” è più razionale/utopistica, convincente/cinica, realistica/distruttiva, capace di futuro/catastrofica… Sembra che le persone siano smarrite per il prolungamento delle guerre e propendono sempre più ad accettare la deterrenza militare e l’uso della forza. Perché? Fa davvero male leggere anche persone colte come Vito Mancuso sostenere che le guerre sono sempre esistite e quindi sempre esiteranno. No, la violenza strutturale, organizzata negli eserciti, pianificata e finanziata dagli stati non è un portato naturale genetico della specie umana, se così fosse Dio avrebbe condannato gli esseri umani ad uno stato di inimicizia perenne, ad un destino insuperabile, ma un prodotto socioculturale storicamente determinato dal comportamento di alcune élite di uomini, re e imperatori, prima, poi banchieri e, ora, oligarchie tecnologiche multimiliardarie, che nel corso di generazioni e secoli hanno assunto il potere sulle cose e sugli altri esseri umani. Non so se sia vero ciò che Freud aveva scoperto nella psiche umana: la “pulsione di morte”. Ma anche se fosse così, se in ognuno di noi covasse un istinto necrofilo – e io non lo credo -, allora il vivere in società dovrebbe servire proprio a contenere questi impulsi assassini promuovendo un sistema di valori opposto, quali la coesistenza, la cooperazione, la mutualità, la reciprocità, la pariteticità, l’equilibrio dei poteri, la giustizia distributiva… Affermare che questi valori sono utopie irrealistiche e irrealizzabili significa non voler vedere la loro dimensione politica, fattuale. Vi è una seconda considerazione errata di Mancuso, e di molti altri alla guida di stati ed eserciti: la deterrenza difensivista, secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”, è una tragica falsità. Se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Ecco perché il disarmo e la smilitarizzazione delle società (per quanto graduali e progressivi si possano immaginare) sono l’unica strada concreta, reale e realistica – come lo è stata per un certo periodo storico in Europa – per tenere a freno le guerre. La cultura attuale ha fatto cadere il tabù della guerra e ha promosso la sicurezza armata. Con quali obiettivi? Viene detto da chi governa, ripetuto dalle principali organizzazioni economiche e rilanciato dai media embedded che l’uso della forza armata è necessaria, perché è l’unico modo per tenere a bada le pretese dei nostri competitori, per respingere le spinte emigratorie, per assicurarci l’approvvigionamento di energia e materie prime a basso costo, insomma, per mettere al sicuro i nostri stili di vita. C’è un filo d’acciaio intrecciato che lega il modello di crescita economica di tipo capitalista, rapporti sociali di produzione basati sulla coercizione, sul profitto e l’accumulazione delle ricchezze, con gli eserciti e le guerre: si chiama violenza. Le odierne tensioni internazionali sono dovute all’esplodere di contraddizioni provocate da secoli di colonialismo dei paesi dell’ex Primo mondo praticato con gli archibugi portoghesi, con le mitragliatrici tedesche, con gli aeroplani statunitensi. Se davvero volessimo la pace dovremmo aprire i nostri cuori alla verità storica e alla giustizia distributiva. La riconciliazione passa attraverso il riconoscimento, la restituzione, la riparazione, la presa in cura del benessere di tutte le popolazioni e della Terra. Come si vede si tratta di due visioni del mondo molto diverse. La pace non è quindi “armistizio” tra le guerre. Secondo le nuove teorie di Trump, le tregue sono solo varianti tattiche giocate nel corso dei conflitti armati. L’azione di pace vera, quella che ci avvicina all’orizzonte del mondo senza guerre, è quella che disarma le opzioni politiche degli stati, propriamente quella “disarmante” indicata dal papa americano Robert Francis Prevost. Una azione di bonifica della violenza dal terreno socioculturale. Una “rivoluzione antropologica”, come scriveva papa Bergoglio, che non è un sogno per utopisti e nemmeno un compito da lasciare ai religiosi, a chi si occupa delle anime e non delle sofferenze dei loro corpi. È impegno politico immanente. Una politica guidata da principi etici e da comportamenti morali. Una politica che chiede responsabilità comuni e richiede impegno individuale diretto. In altre parole: disponibilità ad agire per cambiare la realtà delle cose. I miliardari al potere, armati delle nuove tecnologie, si preparano allo scontro finale tar il bene e il male, spingendo le popolazioni dando battaglia tra i vincitori e gli esclusi. Qual’ è la loro logica? Credo che sia davvero stravolgente – soprattutto per i cristiani – ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Un gruppo di oligarchi tecnologici della Silicon Valley guidato da Peter Thiel, cofondatore di Paypal, di Palantir e fornitore dei software per i sistemi d’arma del Pentagono e di Israele, si sono travestiti da teologi, si sono insediati nella Casa Bianca attraverso il vicepresidente D.J. Vince e il Dipartimento alla guerra, si chiama così ministero, Peter Brian Hegseth, hanno impugnato l’Antico Testamento e predicano la prossima Apocalisse. Lo scontro finale tra il Bene, gli Stati Uniti e Israele, e il Male, tutti i loro nemici. Vanno nelle scuole e tra i fedeli delle sette fondamentaliste cristiane-sioniste e chiedono di arruolarsi nella battaglia definitiva dell’Armageddon, cui seguirà il giudizio universale, l’espiazione collettiva, la resurrezione e infine il nuovo inizio nel Regno del Signore, i riferimenti sono a Daniele e Giosué e poi a Giovanni, Rivelazione Capitolo 16. L’immaginario apocalittico è uno strumento potentissimo per proiettare in una dimensione soprannaturale, astratta ed epica i conflitti di classe, raziali, geopolitici. Un ritorno al medioevo, che mette assieme il Wild Christianity, “cristianesimo selvaggio” delle origini, e il fondamentalismo evangelico bianco. Una visione messianica, nazional-cristiana delle guerre che Trump sta conducendo nel mondo. Come si sa, Leone XIV è stato preso di mira direttamente da Trump, dopo che il papa si è espresso con parole inequivocabili, parlando inglese per farsi capire meglio, nel viaggio in Africa: «Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia». E ancora: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni». Tramp si sente il presidente “salvato da Dio”, nell’attentato in piena campagna elettorale del13 luglio 2024, e mandato da Dio a riscattare in patria i veri americani, bianchi, maschi e credenti… Non proprio il Messia che ritorna sulla Terra, ma almeno quel Davide, mitologico re di Giudea, mille anni avanti Cristo, che ha il potere, katechon, di frenare l’avvento dell’Anticristo e procrastinare l’Apocalisse. Questa volta i riferimenti biblici sono a Paolo di Tarso. Folclore, direte voi, ma la Nuova destra Maga, Make America Great Again, è la corrente determinante del Partito repubblicano e riunisce vari capi di governo in America Latina e in Europa. Compresa la nostra Meloni. La guerra deve essere sconfitta sul piano etico con quella “Pace disarmata e disarmante” di cui ha parlato papa Leone. Perché la politica non riesce a parlare di una convivenza pacifica tra le persone e le istituzioni? Perché siamo immersi in una cultura che ha la violenza, la ragione del più forte, come elemento regolativo delle relazioni umane: da quelle interpersonali domestiche uomo/donna, adulti/bambini, abili/vulnerabili; a quelle intraspecifiche tra animali umani e non-umani; a quelle comunitarie tra clan, tribù, etnie, nazioni, stati; a quelle tra mondo e cosmo, tra materia e spirito. Alla base di tutto vi è una concezione della vita andro e antropocentrica. Un’idea gerarchica dell’evoluzione della vita al vertice della quale prevale l’individuo maschio, bianco, adulto, che possiede le chiavi del sapere e della ricchezza. Un’idea di uomo a cui – va detto – non poco è servita un’interpretazione della Genesi più che letterale: “soggiogherai” e “dominerai” il mondo”. Quando si dice che siamo nell’epoca geologica dell’Antropocene si svela solo un pezzo di verità. Non è “tutta” l’umanità a dominare le forze della natura e a volerle piegarle a piacimento. Ma una élite di persone in carne ed ossa che hanno creato un sistema di potere economico, militare, politico e ideologico che persegue un proprio delirio di onnipotenza con sconfinata tracotanza portandoci alle soglie di una catastrofe planetaria (stato permanente di guerra, emissioni di gas climalteranti fuori controllo, estinzioni delle specie vegetali e animali, contaminazioni di ogni tipo dei suoli e dei mari e via dicendo). Un maestro dell’ambientalismo, Giorgio Nebbia (comunista e credente), diceva che l’ecologia è una scienza in sé rivoluzionaria perché ci insegna a riconoscere e rispettare l’infinita rete delle interconnessioni che legano ogni forma di vita. È esattamente l’”ecologia integrale” di cui scriveva Bergoglio nella Laudato si’. Forse, la politica dovrebbe ripartire da qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ribellarsi alla guerra mondiale proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
La rana nella pentola
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È molto difficile poter descrivere gli effetti di questo cambiamento climatico che ha messo in ginocchio l’intero paese (e non solo) per il caldo. Così ho preferito anziché scrivere un saggio una breve storiella che può essere letta in pochi minuti. Una storiella neoliberista. La storiella, in parte, è nota a molte delle persone che leggeranno questo breve scritto, ma vale la pena di ricordarla perché è assai educativa, soprattutto di questi tempi. -------------------------------------------------------------------------------- Un giorno una rana fu messa in una pila d’acqua fredda per mano di un bambino un po’ capriccioso. La rana vi si trovava perfettamente a proprio agio e sguazzava allegramente dentro la pentola. Ma il bambino, per sua indole capriccioso, come abbiamo già detto, ma anche un po’ cattivello (si sa, ai bambini piace giocare in modo sadico a volte), accese un piccolo fornello alla base della pentola. Il secondo giorno la rana continuava a sguazzare allegramente nell’acqua che, nel frattempo, era diventata tiepida. Il terzo giorno, quando l’acqua cominciava a scaldarsi, la rana avvertì qualche lieve cambiamento dell’ambiente dove si trovava, ma non mostrò alcuna sensazione di sofferenza. La rana cominciò ad allarmarsi solo il quarto giorno: avvertiva che un leggero calore si diffondeva intorno ad essa. Il quinto giorno la rana smise di sguazzare ma, tutto sommato, soffriva appena un po’ più di caldo del giorno precedente. Poi iniziò, il sesto giorno, a preoccuparsi; sembrava facesse troppo caldo ma non se ne ebbe più di tanto. Il settimo giorno fece un gran balzo e uscì dalla pentola: si sentiva un po’ accaldata, le batteva forte il cuore e, passando, di balzo in balzo, davanti uno specchio scoprì: oh! Orrore, era diventata tutta rossa. Grosse pustole le ricoprivano il corpo e la sua pelle, inizialmente di colore verde e diventata ormai tutta rossa, si staccava a pezzi dal proprio corpo. Il cuore le batteva all’impazzata e, insieme allo spavento, le venne un infarto e stramazzò a terra. Lo stesso giorno il Servizio Meteorologico Nazionale avvertì via radio gli abitanti dell’intero Paese che la temperatura avrebbe raggiunto il valore di 45 gradi all’ombra. I primi a lasciare la città furono i Signori che, con i loro potenti Suv, si precipitarono a raggiungere le Grandi Montagne e ad occupare tutti i posti disponibili presso gli alberghi situati ad alta quota, alcuni addirittura salirono fino a 3.500 metri. Dopo di loro si misero in marcia, sulle loro meno potenti automobili, padri di famiglia con bambini e relative suppellettili al seguito. Gli altri, i poveri miserabili che non si potevano permettere di abbandonare la città, affollarono i supermercati dove potenti condizionatori consentivano loro di respirare, oppure si sdraiavano seminudi ai piedi dei pochi alberi rimasti (molti di questi alberi erano stati abbattuti l’anno precedente e sostituiti con “alberi” di cemento che non insudiciavano le strade con le loro foglie cadute). Giù nella Valle code di auto lunghe più di 20 chilometri erano ferme in attesa di salire sulle Grandi Montagne. Ma gli accessi erano loro sbarrati perché lassù in alto tutti i posti disponibili erano stati occupati. Dall’alto i Signori con indosso pesanti maglioni guardavano quella immensa distesa di auto ferme e facevano grandi risate al loro indirizzo. Nella Valle la temperatura aumentava anche a causa dei potentissimi condizionatori che erano accesi l’intero giorno negli alberghi situati in alto. Chiusi nei loro piccoli carapaci anche costoro accesero i condizionatori delle proprie auto, non potendo avanzare neppure di un metro. Il giorno dopo, di buon mattino, una piccola folla di Signori dall’alto osservò la scena che si prospettava loro nella Valle. Non c’era alcun movimento, nessuno usciva dalla propria auto e i motori erano silenziosi. Tutto il combustibile era stato consumato per tenere accesi i motori in modo che alimentassero i condizionatori. Nella Valle era sceso un gran silenzio. Anche in città c’era la stessa calma, un gigantesco blackout aveva spento i condizionatori dei supermercati e la folla era rimasta priva di aria fresca. All’interno del Supermercato Errelunga e in tutte le Tv dei grandi alberghi situati sulle Grandi Montagne, si udirono le previsioni del Servizio Meteorologico Nazionale che dicevano: “Oggi bel tempo soleggiato su tutto il Paese”. Non c’è alcun bisogno di commentare. Come nei film, anche in questo caso, ogni riferimento a persone, fatti e cose è puramente casuale, ma… -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rana nella pentola proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Quando si entra in queste case
-------------------------------------------------------------------------------- Quando si entra in queste case, la prima cosa che si sente non è un odore, né un rumore. È un tempo diverso. Un tempo che non corre più, che si è seduto negli angoli, sulle sedie sgangherate, sulle piastre della cucina economica, sulla bocca nera del camino. Il camino è sempre lì, a volte enorme, sproporzionato, come se fosse stato lui a reggere la casa. Davanti a quel vuoto annerito si capisce subito che qui la vita non girava attorno ai mobili, ma attorno al fuoco. Il fuoco scaldava, asciugava, cucinava, teneva insieme l’inverno e la famiglia. Era il centro, il cuore, il confine tra il freddo e la sopravvivenza. Accanto, spesso la cucina economica riposa come un animale fedele. Il ferro è consumato, le piastre segnate da anni di minestre povere, di pane duro, di acqua che bolliva per necessità più che per gusto. Non c’è estetica: c’è funzione. E la funzione racconta la vita più di qualsiasi fotografia. La luce entra dalle finestre come un ospite timido. Non illumina: sfiora, scivola sulle sedie, sulle coperte lise, sui tavoli storti. Ogni cosa sembra sospesa, come se aspettasse qualcuno che non tornerà. Fotografare queste stanze è un atto di ascolto. Si entra piano, si guarda piano, si respira piano. Perché qui la povertà non è un tema: è una vita. E la vita, anche quando è finita, merita rispetto. Questo album nasce così: dal desiderio di non lasciare che queste case, queste fatiche, questi silenzi, vengano inghiottiti dal tempo. Perché ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati. Ma che sarebbe un errore dimenticare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI VITO TETI: > Il mio paese non è un borgo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando si entra in queste case proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Sentire il bosco, diventare comunità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- «A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di comunità, l’impegno per un fine comune» (Mancuso & Mori, 2026, p. 23) Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione, memoria, incontro e appartenenza. Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola, 2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati, aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013). Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità, percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra esperienza quotidiana. Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi, seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano. In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità. Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana, soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore estremo e alla perdita di biodiversità. Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone. Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo. Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una comunità di viventi. Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco, quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non umana che si sta sedimentando intorno ad esse. L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E, rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della comunità. Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo, conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città. Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una memoria. -------------------------------------------------------------------------------- Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT – Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentire il bosco, diventare comunità proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
#06 Apocalypse Prompt | Pare che sia il signor La Morte, venuto per la mietitura – di Alessandro Verna
Eccoci con la serie Apocalypse Prompt di Alessandro Verna. Un nuovo episodio di una particolarissima auto-inchiesta dedicata al rapporto uomo-macchina nel presente. In questa puntata, il protagonista ragiona sul fatto che siamo noi, comuni mortali, a portare linfa all'IA. E lo facciamo attraverso gli atti più innocenti della nostra quotidianità: dal giocare con nostro [...]
August 17, 2026
Effimera
Tecnopolitica, svolta totalitaria
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Shamsudeen Adedokun su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La politica serve a governare e a decidere, quindi deve avere la capacità di interpretare e gestire gli eventi, oltre la mera autoreferenzialità. Quando il contributo avviene dall’esterno – l’associazionismo, fino ai movimenti rivoluzionari -, oltre i partiti, con la partecipazione propulsiva delle varie anime presenti nella società essa si arricchisce culturalmente e socialmente. Questo tipo di coinvolgimento, in larga parte, è morto da tempo. I partiti, a loro volta, dopo l’intrinseca crisi di riconoscimento a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, trasformati in qualcosa di diverso, attraversati da fenomeni di portata globale, e da essi dominati, rimangono gruppi di interesse particolare, distanti dalla materialità delle esistenze, e idonei solo a salvare forme anacronistiche mentre la sostanza cambia. Con l’arrivo di personalità forti, che concentrano il potere economico e indirizzano la comunicazione, capaci, a modo loro, di interpretare lo spirito dei tempi e comunque di influenzare le masse (Berlusconi, Trump, i sovranisti), meglio di chi si erge dall’alto di un sapere tecnocratico (Draghi, Lagarde, von der Leyen, Cottarelli, et similia), post-democrazia e post-verità sono diventate la normalità da fronteggiare per salvare la democrazia e la politica stessa. Da quando la tecnologia ha fatto passi da gigante, rimodellando il quotidiano di ognuno, un presente inevitabile che avvilisce le facoltà umane, essa è diventata strumento di potere a disposizione del potere. Una nuova Weltanschauung. Questo reazionari e tecnocrati lo sanno bene. Le innovazioni applicate in qualsiasi ambito economico, invece di snellire le attività non rappresentano altro che manifestazioni aggiornate di servilismo. E creano una nuova forma di burocrazia (digitale). Da un lato chi le distribuisce e padroneggia (sviluppatori, datori di lavoro) e dall’altro chi le subisce (gli utenti, i lavoratori). Un processo di alienazione continua con in più l’ansia da prestazione e la dipendenza da contenuti e app. La tecnica al servizio di altri settori, come quello militare o legato alla gestione dell’ordine pubblico, diviene mezzo di annichilimento oltre le regole giuridiche nel primo caso, e corre il rischio di mutare, in senso autoritario, i rapporti tra i consociati, nel secondo caso. Se i soggetti che dovrebbero avere ruoli di autorevolezza e responsabilità (genitori, educatori, esponenti delle istituzioni e delle forze armate, operatori sanitari, titolari di azienda) abdicano al loro ruolo viene a crearsi un vuoto difficile da colmare. Questa è una ferita aperta che ci trasciniamo dal momento in cui certe incombenze sono state delegate, acriticamente, alla tecnica. E adesso vengono a galla tutte le distorsioni prodotte. Pensiamo all’uso dei telefonini sin dalla tenera età. Oramai il danno è fatto. Correre ai ripari, attraverso le limitazioni, anche se tardive, può servire a recuperare quelle facoltà cognitive disperse nel buco nero della rete informatizzata. La crescita (anormale) velocizzata e mediata dalla tecnologia, ma che rallenta l’apprendimento, e modifica le relazioni e le esperienze di vita. Quando poi determinati episodi si verificano con una certa frequenza, sono i casi di bullismo, omofobia, intolleranza, accoltellamenti, risse, e chiamano in causa chi dovrebbe vigilare sui discenti, allora viene a concretizzarsi quella ibridazione con la macchina, che sopperisce all’affettività e trasforma le esistenze di quanti non sono in grado di padroneggiare gli stati d’animo. L’educazione, il rispetto, sembrano essere qualcosa di un’altra epoca, perdute nei meandri dell’odierna distopia. E con esse anche la prevenzione, l’invito al dialogo e all’ascolto. Sostituiti dall’uso della forza, che per mezzo delle leggi e dell’interventismo dei corpi dello Stato, disconosce le ragioni altrui, imponendo un modello che criminalizza e punisce ciò che è considerato devianza. Così, avviene in ambito di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico. Tutto appartiene al calderone securitario, che si tratti di singoli cittadini che vanno in escandescenza o di qualche fanatico religioso, fino alle manifestazioni dal basso e non eterodirette, che turbano maggioranza ed opposizione parlamentare, unite nel preservare il decoro dell’élite, e per questo incapaci di spiegare le ragioni delle lotte sociali. Per tale motivo il potere politico-mediatico tende a concentrarsi sui fatti di cronaca, per evidenziare la violenza dei sudditi (i manifestanti) ma non quella degli apparati e di chi dovrebbe tutelarli, ed oltre ad essere l’ennesima operazione di distrazione di massa con dati gonfiati (quanti agenti feriti) e opinabili, approfitta del clima di tensione creato ad hoc per far passare provvedimenti legislativi di restrizione delle libertà. Fermi preventivi, misure cautelari, utilizzo di dispositivi e mezzi tecnologici (i droni, l’intelligenza artificiale, le telecamere, i controlli biometrici) che, da strumenti da utilizzare in via eccezionale per garantire la sicurezza, rendono normale, in nome di un astratto pericolo, l’osservazione delle masse. Alla fine la tecnica serve a potenziare gli interessi che ci girano intorno: quelli economici, che da una società in pieno stato emergenziale (reale o creato) trovano beneficio (le tante piattaforme web, le strutture di tracciamento e quelle detentive), e quelli di una ridefinizione del fare politico pensato come reazione dell’uomo solo al comando. Dietro la retorica della sicurezza si delinea la svolta totalitaria che conduce alla dissoluzione della società. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnopolitica, svolta totalitaria proviene da Comune-info.
August 8, 2026
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