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L’alternativa siamo noi, torniamo ad immaginare
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- Mi inserisco nel prezioso dibattito Società in movimento ospitato da Comune per portare anche qui una questione che ho sollevato attraverso il mio monologo-reading “Gaza siamo noi. quale politica” che ho proposto al festival Sumud nel giugno scorso. Ovvero la questione dei diritti, del rapporto con il potere e con il nostro, potere. Diritti da salvaguardare, diritti da riconquistare, diritti da far valere… quest’altalena di conquiste e regressioni, salti avanti e passi indietro, in quasi cinquant’anni, è diventata stancante. Anzi per lo più ci ha sfinito, tanto che chi ha il potere di determinare le cose si sta prendendo tutto il campo lasciato libero. Questo avevo messo a fuoco nel mio monologo, proponendo di ritornare alla sostanza di quello che vogliamo. Perché il potere, è la quaestio. E la dinamica storica prodotta dalla democrazia borghese. Solo “il manifesto” di Pintor e Rossana, in controtendenza con la sconfitta alla Fiat e il giro di boa delle lotte faceva uscire uno speciale che si intitolava: “Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?” Bella domanda, no? Ma siccome nessuno l’ha raccolta, ci hanno pensato i padroni a rispondere, liberandoci dal lavoro. Quello tutelato dai diritti, naturalmente. Senza quindi dare qualcosa in cambio. E cosi oggi, a quarant’anni e passa da quel bivio, noi ci ritroviamo licenziatə a cinquant’anni, mentre paghiamo sempre di più per la nostra salute in termini di soldi o tempi di attesa, per non parlare delle medicine, o della scuola, o della casa, o dei trasporti, i servizi essenziali in sostanza, i bisogni primari, mentre esercitiamo inconsapevolmente lavoro gratuito per ottenere quei servizi negli innumerevoli siti web sui quali possiamo avere online quello che ci serve senza muoverci da casa, peccato che siamo noi a lavorare gratis al posto dell’impiegatə con cui una volta potevamo interloquire. Un aspetto non da poco dell’attuazione del noto motto “privatizzare i profitti socializzare le perdite”. Questo fa chi può farlo, e lo può fare chi ha mano libera, chi non trova ostacoli, chi ha campo libero. Lo chiamiamo potere, lo analizziamo, lo smascheriamo, lo denunciamo, ci scagliamo contro, ma non facciamo mai i conti con il nostro, potere. Con tutto quello che noi abbiamo costruito nella società. Eppure abbiamo costruito tanta alternativa. C’è una generale maturità di elaborazione in tanti settori, o almeno credo vada messa alla prova: il settore sanitario, la scuola, l’università, la ricerca, la casa, le carceri, l’ambiente, la cultura e lo spettacolo e via così, come in tutte le attività e i servizi messi in piedi nei nostri centri sociali come nella miriade di iniziative stabili nel territorio. Tanti anni fa un bravo economista marxista, Bruno Morandi, propose una serie di incontri dal titolo “Ipotesi per un’alternativa”. Si trattava di mettere in campo l’immaginazione: come immaginiamo la società che vogliamo? Come, un sistema che rimetta al centro l’Uomo (si diceva una volta, adesso abbiamo bisogno di una definizione che includa tutto il mondo vivente) e ci renda davvero liberi? Da troppo tempo abbiamo smesso di mettere legna al fuoco dell’immaginazione, ma è esattamente questo che ora dobbiamo fare. Sembra un paradosso ma non lo è: dobbiamo smettere di arrancare sull’emergenza, per l’appunto sempre più costellata di problemi che ci strozzano, dai più piccoli ai più grandi e tragici, e costruire la nostra rotta. Perciò io credo che bisogna chiamare a raccolta tutti i settori già attivi nel contestare tutto ciò che sta minando il loro ruolo nella società (la scuola, i movimenti per la casa, la salute, l’ambiente, la cultura, i trasporti ecc.) per proporre a chi ci lavora di mettere nero su bianco come immagina debba funzionare concretamente per tornare ad essere una ricchezza al servizio di tuttə, e successivamente rendere intersezionale l’elaborazione con assemblee comuni, per disegnare il quadro della società che vogliamo. Da ultimo ma non certo ultimo, io penso molto seriamente che da qui si esce solo lavorando alla possibilità di realizzare il Reddito Minimo Universale, e naturalmente per questo è necessario rivolgersi a chi da tempo lavora ad immaginare come sarebbe possibile realizzarlo. Ma Il lavoro deve essere liberato dalla tagliola dello sfruttamento, come devono esserlo i servizi e tutto ciò che continua sempre più vorticosamente ad essere messo a profitto. È questo che leva l’acqua ai pesci della precarietà, dell’instabilità, del ricatto, in due parole: a una società costruita sulla divisione in classi. Un tema che sembra archiviato dall’orizzonte comune dei partiti più o meno di sinistra, peraltro convinti di potersi intestare il No al referendum, e che già parlano di primarie. Non possiamo arrivare così alle elezioni. No. Dobbiamo creare noi quell’organizzazione che dicevo prima, perché siano i partiti a dover fare i conti con noi, e non il contrario. Vogliamo ispirarci al confederalismo democratico? Discutiamone, ma io è di credo che sia urgente discutere, di immaginazione, organizzazione, struttura. Dobbiamo tornare a immaginare, e far valere tutto ciò che siamo stati in grado di costruire in ogni settore trattandolo, questa volta, come una vera alternativa al Sistema, non solo come il nostro modo di vivere. È il nostro potere, e ci mette in condizione di uscire da una dinamica storica basata sulla legge del più forte, basata a sua volta sulla violenza, mitigata, arginata, dall’ipocrisia borghese dello “Stato di diritto” con cui, come vediamo dalla Palestina al Minnesota, passando per l’Iran e il Venezuela, il potere, come esercizio della violenza, non ha più bisogno di mascherarsi. Il potere come esercizio di governo invece è potenzialmente in mano a ognuno di noi, a cominciare dal modo in cui stabiliamo le nostre relazioni. Quando parliamo di abbattimento del patriarcato, di ascolto, rispetto, cura, parliamo anche di maturare questa consapevolezza; una cultura dell’interdipendenza che alimenta i nostri legami, le nostre relazioni come esseri umani, perciò fuori dai ruoli sociali, dalle appartenenze più o meno riconosciute (così pesanti finora anche fra noi) è la strada per fare i conti con il potere senza ignorarlo, dando realmente un’alternativa strutturale a un nuovo sistema, non più, anzi mai più, basato sul patriarcato. -------------------------------------------------------------------------------- Anna Maria Bruni, progetto Il Filo di Arianna contro la violenza di genere, Casa dei Diritti e delle Differenze -------------------------------------------------------------------------------- L’ARTICOLO FA PARTE DI QUESTA DISCUSSIONE: > Società in movimento -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’alternativa siamo noi, torniamo ad immaginare proviene da Comune-info.
April 7, 2026
Comune-info
Pasqua
-------------------------------------------------------------------------------- La nota deposizione di Cristo nel sepolcro, dipinta da Caravaggio (oggi nei Musei Vaticani) -------------------------------------------------------------------------------- “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È il simbolo del dolore umano. (…) Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo”, scrive Natalia Ginzburg, ebrea e atea, in un articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1988. Forse è da qui che si può ripartire. Da un’immagine che non divide, non impone, non urla. Che non chiede di credere, ma di guardare. Un uomo tradito, venduto, martoriato. Un uomo solo. Un uomo che muore. E insieme, in quel corpo, tutti gli altri. Tutti quelli che la storia continua a produrre: i volti cancellati, i corpi senza nome, le vite che scorrono sotto i nostri occhi mentre ci insegnano a non vedere. Il crocifisso li rappresenta tutti, scrive Ginzburg. Forse è questo che ancora ci inquieta. Non è un segno di appartenenza. È uno specchio. Ci riguarda, anche quando pensiamo di esserne fuori. Anche quando ci sentiamo dalla parte giusta. Perché dentro quella storia — in modi diversi — ci siamo tutti. E allora, forse, Pasqua non è una risposta. È un modo di stare. Stare davanti al dolore senza distogliere lo sguardo. Stare dentro una idea semplice e difficile: che il prossimo esiste. E che non possiamo far finta di niente. Dobbiamo augurarci di avere la forza e la capacità di opporci sempre all’orrore a cui stiamo assistendo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALESSANDRO SANTORO: > Pasqua laica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
I popoli e le guerre
DA DECENNI LE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE DELL’AMERICA LATINA SI AUTO-ORGANIZZANO DAL BASSO, TRASFORMANDO IL LORO MONDO E LE LORO RELAZIONI SOCIALI SENZA PENSARE DI IMPADRONIRSI DELLO STATO. È DA LORO CHE POSSIAMO IMPARARE MOLTO IN QUESTA LUNGA TORMENTA GLOBALE CHE CI HA TRAVOLTO. L’ILLUSIONE CHE PRENDENDO IN MANO LO STATO SI POSSANO PRODURRE CAMBIAMENTI IN PROFONDITÀ È DIFFICILE DA METTERE IN DISCUSSIONE. EPPURE, DOBBIAMO PRENDERE ATTO, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE «NON ESISTONO E NON POSSONO ESISTERE STATI RIVOLUZIONARI, PERCHÉ SONO APPARATI CREATI PER IL CONTROLLO E L’OPPRESSIONE DELLE POPOLAZIONI, CON LE LORO FORZE ARMATE E DI POLIZIA, IL LORO APPARATO DI GIUSTIZIA E I LORO MECCANISMI DI “EDUCAZIONE” DELLA POPOLAZIONE…» Numerose comunità afrodiscendenti da decenni custodiscono in modo straordinario gli ecosistemi tropicali di diversi angoli dell’America latina: la vita quotidiana e le lotte sono portate avanti senza aver preso alcun potere. Foto di Ronald Gonzáles pubblicata su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, si distingueva tra guerre tra Stati e guerre contro classi e popoli oppressi. Questa era la posizione di coloro che si rifiutarono di sostenere lo sforzo bellico richiesto dalla borghesia durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) tra le Potenze Centrali (Impero austro-ungarico, tedesco e ottomano) e gli Alleati (Francia, Russia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e altre nazioni occidentali). Lenin e Trotsky rimasero soli con una manciata di internazionalisti (si diceva che potessero stare tutti in due taxi), mentre la maggior parte del movimento socialista, riunita nella Seconda Internazionale, deviò dalla rotta appoggiando i crediti di guerra. Di fronte a questo tradimento – poiché questa corrente aveva assicurato a tutti che non avrebbe mai sostenuto la guerra – il movimento si frammentò e si indebolì considerevolmente. Solo l’attivismo degli operai e dei contadini russi, e in seguito quello di altri paesi, riuscì a raddrizzare la situazione. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, più di 20 milioni di persone dovettero morire, stipate in trincee infette sotto il comando di ufficiali spietati e crudeli. La ribellione degli operai costretti alla guerra fu fondamentale sia per il trionfo della Rivoluzione russa sia per il vasto movimento che si diffuse in tutto il continente europeo, chiedendo una pace immediata. I bolscevichi furono al centro del rifiuto della guerra, facendosi portavoce del movimento operaio e contadino. Una volta al potere, firmarono il Trattato di Brest-Litovsk, impopolare perché la Russia perse territorio, ma necessario per porre fine al massacro e mantenere le promesse di coloro che si erano presentati al Palazzo d’Inverno con gli slogan “Pace, terra e pane”. Nella seconda guerra mondiale, scoppiata nel 1939, non si seguirono gli stessi schemi, poiché fin dai tempi della Rivoluzione russa la Terza Internazionale promuoveva la “difesa della patria sovietica” contro l’aggressione nazista, o contro qualsiasi nemico esterno o interno. Difendere l’URSS era sinonimo di difendere uno Stato che aveva assassinato milioni di contadini e centinaia di migliaia di operai comunisti. Secondo gli standard odierni, dovremmo definirlo uno Stato genocida. Questo profondo cambiamento ha avuto conseguenze durature per i movimenti rivoluzionari, che perdurano ancora oggi. Una di queste è la difficoltà di distinguere tra popoli e governi o Stati. Difendere il popolo è un principio fondamentale per chiunque si consideri di sinistra, ma oggi queste categorie sono intrappolate in una sorta di confusione che offusca ogni distinzione. Abbiamo sempre difeso il popolo vietnamita, attaccato dall’imperialismo yankee, con lo stesso fervore con cui sosteniamo il popolo cubano o ucraino, attaccati dalle rispettive potenze imperialiste. Da questo momento in poi, la sinistra e il pensiero critico ufficiale hanno affinato le proprie argomentazioni, affermando che gli Stati Uniti non sono uguali alla Russia o alla Cina, sostenendo che questi non sono imperialisti o, quantomeno, non altrettanto ostili quanto gli yankee. Possiamo affermare che le “rivoluzioni trionfanti” hanno smussato gli spigoli più aspri del pensiero critico fino a renderlo irriconoscibile a causa del suo zelo statalista. Ondate di mobilitazione popolare si sono abbattute contro stati e governi progressisti, come dimostrano le impressionanti rivolte in Cile, Ecuador e Colombia dal 2019. L’energia collettiva del popolo viene neutralizzata da governi e partiti che lavorano per rafforzare i propri stati-nazione. Il danno causato dalla svolta sovietica verso la difesa dello stato è così profondo e duraturo che lo spirito ribelle popolare non riesce più a immaginare un orizzonte al di là delle istituzioni che lo opprimono. A questo punto, le rivoluzioni che seguirono la Rivoluzione russa non riuscirono a modificare il loro atteggiamento nei confronti dello Stato e, quando hanno vinto, hanno ripetuto più o meno le stesse argomentazioni dei bolscevichi. Qualcuno potrà obiettare, se non sarà necessario difendere governi e stati che si dicono rivoluzionari. Capisco che si tratta di un dibattito necessario ma quasi marginale nella realtà attuale. La mia opinione è che non esistono e non possono esistere stati rivoluzionari, perché sono apparati creati per il controllo e l’oppressione delle popolazioni, con le loro forze armate e di polizia, il loro apparato di giustizia e i loro meccanismi di “educazione” della popolazione. Essere un rivoluzionario, come già accennava il capitán Marcos, significa essere un professionista nell’impadronirsi del potere statale. “Un rivoluzionario intende fondamentalmente trasformare le cose dall’alto, non dal basso, al contrario del ribelle sociale”. Difficile da accettare. Ma non è forse la logica della ribellione sociale proprio ciò che le comunità indigene, nere e contadine di questo continente hanno praticato, organizzandosi dal basso, trasformando il loro mondo senza pensare di impadronirsi dello stato? Come sempre, non c’è niente come imparare dai popoli, seguendo i loro passi e lasciando che la vita collettiva faccia il suo lavoro trasformando il dolore in speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I popoli e le guerre proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
L’incertezza al comando
QUELLO CHE GLI USA DI TRUMP FANNO E DICONO NON È SOLO ORRIBILE, MA QUASI SEMPRE CONTRADDITTORIO. CERTO, GLI USA HANNO MENO POTERE GLOBALE DI UN TEMPO. MA È ALTRETTANTO CERTO CHE NON È LA PRIMA VOLTA CHE ANNUNCI DI GUERRA O DI SVOLTE GEOPOLITICHE SERVONO IN REALTÀ A MUOVERE I MERCATI. LA NOVITÀ ORA È CHE LA CONTRADDIZIONE È DIVENTATA LA LEVA SISTEMATICA DI OSCILLAZIONE: L’INCERTEZZA NON È DUNQUE SOLO GESTITA, MA PRODOTTA E SFRUTTATA IN TEMPO REALE PER FARE SOLDI. SCRIVE MASSIMO DE ANGELIS: «IL PROBLEMA, ALLORA, NON È SOLO SMASCHERARE IL FAKE, MA CAPIRE COME SOTTRARSI, ALMENO IN PARTE, A QUESTO CIRCUITO. E QUESTA È GIÀ UNA QUESTIONE POLITICA CONCRETA: RICOSTRUIRE SPAZI DI VITA E COOPERAZIONE CHE NON SIANO CONTINUAMENTE ESPOSTI A QUESTE OSCILLAZIONI, DOVE LA RIPRODUZIONE DELLA VITA POSSA RIACQUISTARE UNA PROPRIA AUTONOMIA RISPETTO ALLA VOLATILITÀ DEL COMANDO…» Sudario per Gaza al Mulino di comunità della Casa delle agricoltura di Castiglione d’Otranto (maggio 2025). Da sette anni, in Salento c’è un mulino che è al tempo stesso un luogo di ricerca e di condivisione, dove qualsiasi piccolo produttore può utilizzare le macine a pietra, scambiare semi, proteggere grani antichi, produrre farine bio a prezzi equi, sperimentare margini di autonomia – come fanno su altri versanti anche le comunità energetiche, i Gruppi di acquisto solidale, le Mag-Mutue di autogestione… – dentro un sistema che tende invece a negarli -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni Donald Trump sta sostenendo, allo stesso tempo, di aver già vinto la guerra, di starla vincendo ora, di aver bisogno di aiuto per vincerla e, insieme, di non aver bisogno di alcun aiuto. Tutto questo per distruggere un programma nucleare che, a suo dire, aveva già distrutto l’anno scorso. A ciò aggiunge che serve un deal, senza il quale la guerra non può finire, salvo poi dichiarare che gli Stati Uniti potrebbero uscirne comunque tra poche settimane, anche senza accordo. A ogni dichiarazione i mercati salgono o scendono. E il sospetto è evidente: Trump ha trovato il meccanismo perfetto per fare soldi — lui e la sua cricca — sapendo in anticipo cosa verrà detto alla prossima conferenza stampa. Non è la prima volta che annunci di guerra o di svolte geopolitiche muovono i mercati — è successo molte volte nella storia — ma qui la novità è che la contraddizione stessa del discorso diventa leva sistematica di oscillazione: una forma di crisiscraft comunicativo in cui l’incertezza non è solo gestita, ma prodotta e sfruttata in tempo reale. E qui il punto si radicalizza: in un contesto del genere, ogni dichiarazione tende a funzionare come fake, anche quando è “vera”. Non perché sia necessariamente falsa in senso fattuale, ma perché il suo valore di verità è subordinato alla sua funzione performativa nelle oscillazioni, diventa un segnale più che un contenuto. In questo senso, la distinzione tra vero e falso slitta verso un regime in cui, direbbe Michel Foucault, la verità è inseparabile dai dispositivi di potere che la producono: non è ciò che corrisponde ai fatti, ma ciò che opera efficacemente dentro un campo di forze. Qui la “fake news” non è più l’eccezione patologica, ma la forma normale di un discorso che organizza mercati, guerra e aspettative attraverso la gestione strategica dell’incertezza. Valorizzazione, riproduzione e rischio sistemico Il punto chiave è che questa gestione attiva dell’incertezza è una risorsa sistemica per il capitale. Non solo perché consente agli insider di trarne profitto, ma perché alimenta la volatilità — materia prima della finanza — disciplina i comportamenti dal basso, e giustifica interventi eccezionali che riallineano il sistema senza metterne in discussione le gerarchie. L’incertezza, in questo senso, non è disfunzione: è strumento di governo. Ma proprio qui emergono i rischi. Se ogni enunciato è insieme vero e falso a seconda della sua funzione, la fiducia si deteriora. Gli attori — investitori, imprese, governi, ma anche famiglie — smettono di reagire alle informazioni e iniziano a reagire alla loro presunta manipolazione: gli investitori vendono per paura che il segnale sia “gonfiato”, le imprese rinviano investimenti perché non si fidano delle prospettive, i governi accumulano scorte o alzano barriere in via precauzionale, le famiglie riducono i consumi o si indebitano in modo difensivo. Si aprono così dinamiche di panico, fuga o paralisi. La produzione di incertezza rischia allora di oltrepassare una soglia: da strumento di regolazione diventa fattore di disintegrazione. In altre parole, nel breve periodo ciò che alimenta la valorizzazione — soprattutto in alcuni settori specifici come armamenti, energia (dove spesso si tratta di rendite legate ai prezzi) e finanza — può trarre profitto dalla volatilità; ma nel medio-lungo periodo questa stessa dinamica finisce per erodere le condizioni della riproduzione, sia del capitale nel suo insieme (che richiede un minimo di affidabilità per investire e coordinarsi), sia soprattutto della riproduzione sociale, cioè la capacità concreta di organizzare e sostenere la vita. E noi, dentro tutto questo, non siamo spettatori. Siamo corpi che assorbono e metabolizzano queste oscillazioni: nei prezzi che paghiamo, nell’energia che consumiamo, nelle scelte quotidiane che dobbiamo continuamente riadattare. La volatilità che genera profitto in alto si traduce in instabilità della riproduzione sociale in basso. Ma c’è di più. In questo regime, diventiamo anche co-produttori involontari di quel circuito: reagendo, condividendo, cercando di anticipare la prossima mossa, adattandoci a segnali instabili. È così che il potere — ancora con Michel Foucault — non si limita a imporre verità, ma organizza le condizioni in cui noi stessi le produciamo e le facciamo circolare. Il problema, allora, non è solo smascherare il “fake”, ma capire come sottrarsi — almeno in parte — a questo circuito. E questa è già una questione politica concreta: ricostruire spazi di vita e cooperazione che non siano continuamente esposti a queste oscillazioni, dove la riproduzione della vita possa riacquistare una propria autonomia rispetto alla volatilità del comando. Una nuova normalità nella forma del comando? A partire da queste dinamiche, si può leggere quella che appare come “metodologia trumpiana” non semplicemente come uno stile personale, ma come un possibile salto di soglia nel modo in cui il comando governa la variabilità del sistema. Non si tratta più — o non solo — di ridurre l’incertezza per stabilizzare, ma di produrla e modularla attivamente per orientare comportamenti, aspettative e flussi di valore. In questo senso, la contraddizione comunicativa non è rumore, ma strumento: una forma di crisiscraft che opera direttamente sul terreno della valorizzazione e della coordinazione sociale. Questo apre una domanda decisiva: si tratta di una parentesi legata a una figura specifica, o di una modalità destinata a sedimentarsi oltre e dopo Donald Trump come tratto della governance capitalistica? La questione non è secondaria, perché ciò che qui si intravede è un possibile spostamento del regime di regolazione: da una legittimità fondata su coerenza, previsione e compromesso, a una legittimità fondata sulla capacità di navigare — e produrre — instabilità. In questo senso, per quanto distruttivo possa apparire, questo metodo possiede una sua razionalità sistemica. Di fronte a contraddizioni sempre più difficili da comporre in forma “progressista” — entro i vincoli stessi dell’accumulazione capitalistica — come le diseguaglianze globali, la crisi ecologica e la saturazione dei circuiti di valorizzazione, la produzione e gestione dell’incertezza diventa una modalità di governo della complessità eccedente. Ma proprio qui sta il limite di questa razionalità: nel momento in cui l’incertezza diventa principio ordinatore, cresce il rischio che il sistema perda la capacità di coordinarsi e riprodursi su basi stabili. È una strategia che può funzionare come adattamento alla crisi, ma che tende anche ad approfondirla, spingendo sempre più oltre la soglia tra regolazione e disintegrazione. Resta allora aperta la domanda — che è insieme analitica e politica — se questo passaggio rappresenti una fase transitoria o l’emergere di una nuova normalità del comando, in cui la gestione attiva della crisi e della variabilità diventa il modo ordinario di governare il capitalismo contemporaneo a fronte delle profonde crisi della riproduzione sociale che il capitalismo, in quanto tale, non può risolvere. In questo senso, la domanda su Trump — se rappresenti un’eccezione o un anticipo — torna a essere immediatamente pratica. Se questa modalità di governo dell’incertezza tende a sedimentarsi come nuova normalità del comando, allora la questione non è solo interpretarla, ma disinnescarne gli effetti sulla vita quotidiana. Non si tratta di uscire dall’incertezza in astratto, ma di riconfigurare i circuiti della riproduzione in modo che non siano integralmente esposti alla sua manipolazione: ridurre la dipendenza dai segnali instabili del mercato, rafforzare forme di cooperazione che non reagiscono in tempo reale alle oscillazioni del comando, costruire spazi in cui il valore della vita non sia continuamente tradotto in volatilità. È qui che la critica del fake incontra il terreno del commoning: non come rifugio, ma come pratica attiva di sottrazione e ricomposizione, capace di riaprire margini di autonomia dentro un sistema che tende invece a chiuderli. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’incertezza al comando proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
Quando emerge un movimento
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- La riflessione di Lea Melandri intorno a cosa sia emerso nella società con la vittoria del No al referendum sulla giustizia e con la grande manifestazione No Kings è totalmente condivisibile, soprattutto quando indica come in entrambe le occasioni si siano espresse da una parte una nuova generazione di giovani che già aveva attraversato con mobilitazioni oceaniche e blocchi delle città un autunno all’insegna del No al genocidio, alle guerre, al riarmo e all’autoritarismo; dall’altra una connessione intergenerazionale con realtà e movimenti che hanno camminato nelle medesime piazze portando rivendicazioni anticapitaliste e antipatriarcali. Si tratta di un blocco sociale che dall’autunno ad oggi ha reso evidente un paradosso che caratterizza da molti anni la nostra società, ovvero il fatto che, quantitativamente parlando, il numero di persone che dentro lotte, vertenze, pratiche ed esperienze è in campo per suggerire un’alternativa di società non è mai stato così ampio, ma contemporaneamente non ha mai contato così poco. In parte, ciò è stato dovuto ad un’insufficienza interna alle realtà di cui stiamo parlando, ciascuna delle quali, pur sapiente e radicale nel proprio “specifico”, quasi mai ha ricondotto quello che faceva dentro un orizzonte di cambiamento generale, dai più considerato illusorio. Da questo punto di vista, l’autunno delle mobilitazioni a supporto di Gaza e della Global Sumud Flotilla e questa primavera NO Kings che ha visto in campo nuove e ampie convergenze dal basso costituiscono un decisivo passo in avanti. In parte preponderante, ciò e dovuto ad una crisi profondissima della democrazia rappresentativa, sia nella sua sostanza di fondo – decidono più tre grandi fondi finanziari che decine di parlamenti – sia nella funzione di sintesi dei bisogni della società. È una crisi che interroga senza indulgenza il ruolo dei partiti – non a caso i più spiazzati dall’emersione dei movimenti sociali – e la loro utilità sociale. Perché oggi la separatezza tra il mondo istituzionale e quello che si muove dentro la società è tale per cui chi sta nelle istituzioni dà per scontato che una parte maggioritaria della popolazione non partecipi al voto e non ha dunque nessuna esigenza di ascoltarla, preferendo competere sull’esclusivo consenso della minoranza votante. Lo testimonia il fatto che, nonostante la drammaticità della crisi del capitalismo non permetta più mediazioni – è infatti totalmente sparito nei decenni lo spazio della socialdemocrazia – dentro il quadro istituzionale si continui a cianciare della necessità strategica di un centro moderato e si continuino a tenere in vita figure politiche, la cui vera cifra sta nelle imitazioni che consentono al comico di turno. È quasi fisiologico che un mondo istituzionale siffatto tenda a pensare che, siccome il No al referendum e la manifestazione No Kings hanno inferto un colpo politico decisivo alle strategie del governo di destra, chi ha votato al referendum e chi ha inondato le piazze sia immediatamente acquisito alle strategie del centro-sinistra e non aspetti altro che le primarie per capire a chi fare riferimento. Come dire a costoro che le moltitudini di questi mesi vogliono camminare sulla testa dei re e delle regine, non per sostituirli con altri re e altrettante regine, ma per riappropriarsi di una democrazia partecipativa e dal basso, capace di fare strame di ogni relazione dominio-sudditanza, sia essa espressa nelle scelte geopolitiche e in quelle economico-finanziarie, sia essa agita nelle relazioni di genere e nel rapporto con la natura? Forse andrebbe aperto un ciclo di assemblee popolari, in tutti i territori e in tutte le città del Paese, per mettere a confronto tutte le esperienze in campo e, avendo chiara l’urgenza di interrompere la deriva della guerra e la militarizzazione della società e delle relazioni, iniziare a immaginare e praticare un’alternativa di società che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni. Sapendo che se una trasformazione è in campo, a nessuno sarà concessa l’autoriproduzione di sé e dei propri desueti rituali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando emerge un movimento proviene da Comune-info.
April 3, 2026
Comune-info
Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Desiderare mondi nuovi
È NEI PIANI BASSI DELLA SOCIETÀ E NEI MOVIMENTI DELLE DONNE, NELLE GLOBAL SUMUD FLOTILLA CHE OCCORRE CALARSI PER IMMAGINARE UN PERCORSO DI CAMBIAMENTO SOCIALE, CHE DEV’ESSERE PERÒ, PRIMA DI TUTTO, DESIDERATO. LORENZO GUADAGNUCCI INTERVIENE SULLA DISCUSSIONE COMINCIATA CON GLI ARTICOLI DI LEA MELANDRI, UNA MAGGIORANZA RUMOROSA FINORA INASCOLTATA, E ANDREA SEGRE, NUOVE COMUNITÀ DEMOCRATICHE E ANTIFASCISTE. ALTRI INTERVENTI SONO LEGGIBILI QUI Disegno di Gianluca Costantini -------------------------------------------------------------------------------- La drammatica fase storica che stiamo vivendo può essere descritta come un tradimento, attuato dalle attuali classi dirigenti, della missione storica delle democrazie europee nate dopo la seconda guerra mondiale. È la missione scritta nelle Costituzioni democratiche e progressiste, aperte perfino al socialismo, e in quelle che andrebbero chiamate “istituzioni del pacifismo”: le Nazioni Unite, la Dichiarazione universale del diritti umani, la Corte di giustizia internazionale, la Convenzione contro il genocidio, il diritto internazionale, tutte istituzioni concepite in un’Europa in macerie con il preciso fine di prevenire le guerre e svuotare le menti dal veleno ideologico del Novento: il nazionalismo, origine ultima delle tragedie del secolo. Negli ultimi mesi, con la vorticosa opera di distruzione compiuta attraverso le guerre, il genocidio del popolo palestinese, lo sgretolamento delle regole internazionali, le politiche di riarmo, abbiamo assistito all’accelerazione di un processo in corso ormai da tempo e che vede coinvolte, con diversi gradi di responsabilità ma senza una reale opposizione, tutte o quasi tutte le élite politiche europee, incluse le forze politiche solitamente definite di sinistra o comunque progressiste. Negli stessi mesi, come ha osservato Lea Melandri, nella società civile europea si è manifestata viceversa una fortissima contestazione dello status quo, una forte ribellione alle scelte compiute nei palazzi del potere: la solidarietà con il popolo palestinese, l’invio della Flotilla verso Gaza, le manifestazioni pacifiste e contro l’economia di guerra, da ultimo anche il No intergenerazionale (inclusa una bella fetta di giovani normalmente astensionisti) al referendum meloniano sulla giustizia hanno dimostrato che esiste un fortissimo contrasto – un vero e proprio distacco politico e perfino esistenziale – fra associazioni, movimenti e singoli non rassegnati e non pacificati e gli apparati politici tradizionali, che faticano, anche nelle componenti meno integrate nel “sistema”, a trovare canali di dialogo con “quelli che stanno in basso”. Il tradimento, del resto, crea barriere; la lontananza etica ed esistenziale non favorisce la comunicazione. La lunga storia della dialettica fra partiti e movimenti, insomma, sembra essersi fermata, e non da ora. Melandri, parlando di Non una di meno, fa notare quanto poco i partiti abbiano prestato ascolto a ciò che si muoveva nella società, se non per cooptazioni di piccolo cabotaggio, ma potremmo anche ricordare l’esperienza del movimento per la giustizia globale, a cavallo del millennio, fra Porto Alegre, Genova e oltre, la fase storica nella quale le sinistre europee hanno pensato di poter gonfiare le loro vele col vento del neoliberismo, ciò che le ha condannate all’irrilevanza e alla perdita di senso del loro stesso agire. Si discute oggi se il no al referendum possa essere il preludio al riscatto elettorale del centrosinistra italiano, ma forse dovremmo soprattutto immaginare quali passi compiere per favorire ciò di cui abbiamo più bisogno: un riscatto ideologico, prima ancora che elettorale, di forze politiche rimaste senza idee e prospettive se non “vincere le elezioni”, e invece bisognose di strumenti aggiornati di comprensione del mondo. Oggi è nei movimenti delle donne, nelle Global Sumud Flotilla, nel nuovo ecologismo dei movimenti indigeni, nelle mobilitazioni giovanili per la giustizia climatica, nelle convergenze fra operai in lotta e cittadini anche loro in lotta che si sta forgiando un pensiero all’altezza dei tempi, ed è in questi ambienti che occorre calarsi per immaginare un percorso di cambiamento, che dev’essere però, prima di tutto, desiderato, e non sappiamo quanto gli attuali partiti siano davvero coscienti del tradimento di cui dicevamo e del radicale mutamento di rotta necessario. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Società in movimento -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Desiderare mondi nuovi proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Società in movimento
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kins. Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- La primavera ha segnato un passaggio tutt’altro che ordinario: il referendum, ben oltre il suo perimetro tecnico, e la grande manifestazione No Kings hanno reso visibile un segmento di società capace, quantomeno, di incrinare la cultura politica dominante. Un segnale che non nasce dal nulla: già in autunno i movimenti avevano dimostrato, attorno a Gaza, una potente azione di protesta e solidarietà. Eppure, lo sfondo resta carico di ombre. Le guerre in corso, l’avanzata di un’onda nera su scala globale e lo spettro di un nuovo cataclisma economico continuano a definire un tempo inquieto. Proprio per questo, abbiamo bisogno di pensare insieme. Come possono i movimenti ma anche la società più complessiva creare qui e ora alfabeti nuovi per proteggersi dalla tormenta in corso? Nell’articolo Una maggioranza rumorosa finora inascoltata Lea Melandri ha scritto a proposito di come il referendum e i deliri sulle primarie rendono evidente la distanza tra partiti e società, tuttavia gli ultimi eventi dicono anche che dal basso è possibile essere massa consapevole: un nuovo movimento giovanile e intergenerazionale stupisce nelle piazze e nella vita di ogni giorno. Quell’articolo ha aperto una discussione su Comune. Dopo la risposta di Andrea Segre, Nuove comunità democratiche e antifasciste, sono intervenuti altri e altre. [Pagina in costante aggiornamento] -------------------------------------------------------------------------------- Una maggioranza rumorosa finora inascoltata [Lea Melandri] Nuove comunità democratiche e antifasciste [Andrea Segre] Come restare movimento e radicarsi nei territori [Emilia De Rienzo] Una gran voglia di umano [Claudio Tosi] Partiti o movimenti? [Guido Viale] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Società in movimento proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Una gran voglia di umano
-------------------------------------------------------------------------------- Minneapolis. Foto di Susan Williams -------------------------------------------------------------------------------- C’è una gran voglia di umano in giro che affratella questo unirsi tra sconosciuti di ogni età e provenienza nelle strade e nelle piazze: ci si unisce in nome di un rifiuto dell’arroganza violenta e sprezzante di chi pretende di comandare imponendo sopraffazione e morte a chi non è suddito, succube o omologato. C’è una necessità che vive nelle voci e nei corpi di chi testimonia con i propri passi la forza della sua convinzione, uscendo per recarsi al seggio, preparando gli slogan, i cartelli, i canti per scendere in piazza per l’ambiente, per la pace, per la democrazia. È una necessità che richiama quella espressa negli anni Settanta da chi aveva a cuore l’evoluzione del nostro sistema in termini di realizzazione dei principi affermati nella Costituzione “volte al cambiamento di un sistema patriarcale e capitalista che, affossando principi elementari di giustizia, libertà, rispetto per le diversità e per l’ambiente, sta trasformando il mondo in un sistema di guerra1” come scrive Lea Melandri su Comune. È una necessità sorgiva, perché è legata a un’urgenza mossa non dalla paura, come disperatamente vorrebbe chi, abbarbicato al suo potere corrotto, spinge al baratro per impedire riequilibri e rinnovamento, ma dal desiderio. E il desiderio è una guida potente, perché affonda le radici nell’essenza della nostra umanità e ci dà il coraggio, l’ardire, di dare fiducia a una crescente, ancora indistinta, ma persistente, sensazione che ci sia una diffusa voglia di riunificazione di tutti quei dualismi con i quali dissezioniamo la nostra umanità: maschi e femmine, giovani e vecchi, mente e corpo, sessualità e politica, uomo e ambiente e via andare. È una spinta laica di profonda religiosità, che trascende i credi ma recupera l’essenza del rilegare (re-ligere) non in termini di sudditanza verso la divinità, ma di piena aderenza alla propria essenza umana, in funzione emancipatrice e scardinante dei presupposti del sistema patriarcale e capitalista, da sempre centrato sull’esigenza di dividere per utilizzare, separare per mettere in competizione, distinguere per, appunto, disumanizzare. Nelle piazze del 28 marzo “contro i re e le loro guerre” c’era una radicale denuncia alle aberrazioni e alle politiche criminali, imperialiste e coloniali di una classe di leader dissennati e feroci. Ma costruita sulla voglia e sulla gioia, sul senso di accoglienza, di inclusione, di appartenenza nutrita nei confronti dell’altro, di qualsiasi genere, età, provenienza, condizione sociale fosse. Una testimonianza di massa per la piena attuazione di quella Costituzione fondata sulla pari opportunità di tutti a godere delle tutele e diritti di cittadinanza e a poter partecipare appieno “all’organizzazione politica economica e sociale del Paese2”, difesa solo pochi giorni prima con il No al referendum contro lo squilibrio dei poteri che ha registrato un’affluenza di 4,6 milioni di votanti (10%) in più di quanto stimato dai sondaggisti. Una marea di voti che, come rileva Andrea Segre, sempre sul nostro, anch’esso irrinunciabile, Comune-info.net “è fortemente giovanile e che spinge finalmente verso una voglia di futuro, sapendo benissimo che per avere un futuro bisogna avere radici salde in principi comuni irrinunciabili come quelli della Costituzione…3” che il movimento non considera un’icona da venerare, ma un patto da realizzare pienamente, perché, continua Segre, il movimento che è emerso come onda potente in questo lungo buio dell’umanità “non vuole la conservazione della democrazia, ma la sua realizzazione progressiva e trasformativa4”. In questa immagine c’è una radicalità rivendicativa di umanità, che ribadisce la necessità di abbandonare la narrazione sulla paura che ha costruito l’immaginario di precarietà, invasione, chiusura identitaria in cui ci dibattiamo per affacciarci a una constatazione di quanto sia forte, possibile, sperimentata la possibilità invece di nutrire la fiducia, di aprirsi all’altro con serenità, di ascoltarne le ragioni e di mettersi insieme in cammino perché sia il sistema “patriarcale e capitalista” a doversi ripensare, abbandonando la sfrenata e ormai palesemente disumana concezione di ogni essere come strumento e merce. Nella “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “di fatto la libertà e l’uguaglianza” oltre che dei cittadini direi l’intera categoria dei viventi, c’è tutto il sistema produttivo capitalista, che ha nell’opulenza la sua promessa e nella predazione il suo quotidiano. E quello a cui assistiamo, con uno sgomento che sta ritrovando la forza del riscatto, non è l’aberrazione del capitalismo, è la sua essenza strutturale. Perché prima che nella disumanità dei tiranni le ragioni della guerra sono nella struttura del capitalismo che si regge solo distruggendo con la guerra interi paesi e arsenali per far fronte al suo intrinseco bisogno di sfruttare, iper-produrre e buttare. E allora, uniamo le voci, le lotte, i cori e con “la flotta dei cori in lotta” che ha sfilato al canto di “Nessun Re Nessun altare5” ritessiamo le ragioni dell’umano, che sono trasversali, intergenerazionali, interclassiste, interspecie e intergenere e che hanno solo bisogno che la nostra fiducia riprenda respiro per prendere il coraggio di realizzare, progressivamente e trasformativamente la nostra capacità di vivere e convivere pacificamente. -------------------------------------------------------------------------------- 1 https://comune-info.net/una-maggioranza-rumorosa-finora-inascoltata/ 2 Art 3 della Costituzione Italiana: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 3 https://comune-info.net/la-massa-che-stupisce/ 4 ibid 5 Composizione: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una gran voglia di umano proviene da Comune-info.
April 1, 2026
Comune-info
Un referendum pieno di NO e una piazza piena di Sì
Lenin disse una volta che “ci sono decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”. Potremmo descrivere così questo arrivo della primavera che ha visto la straordinaria vittoria del NO al referendum sulla giustizia e la grande manifestazione nazionale No Kings che ha portato a Roma trecentomila persone. Naturalmente, ciò che è accaduto non è avvenuto senza una sedimentazione nella società di un autunno che ha visto piazze oceaniche contro guerra, genocidio, riarmo e autoritarismo, animate da una generazione di giovani, scesa in campo per restarci. Come ha dimostrato partecipando in massa al referendum e dando sostanza al movimento No Kings. Il governo Meloni ha accusato il colpo e ora naviga dentro una tempesta dalla quale, tra teste che cadono, “riforme” che evaporano, elezioni anticipate annunciate e smentite, non sa se e come uscirne. Perché deve fronteggiare un NO al referendum che ha fermato la torsione autoritaria delle istituzioni, una delle cifre fondanti del programma di governo meloniano, e una straordinaria manifestazione del movimento No Kings che ha costruito un luogo di riconoscimento collettivo per tutte le lotte, le pratiche e le esperienze che quotidianamente e nei territori suggeriscono un’alternativa di società. Il fatto nuovo è stata la convergenza di tutte queste realtà, che nel “camminare sulla testa dei re” e nell’opporsi a tutte le loro guerre, ha riempito di SI le strade di Roma, affermando i principi della giustizia sociale e climatica, della fine della precarietà, della dignità del lavoro, della difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, del diritto alla pace e al futuro, della lotta al patriarcato, di una democrazia partecipativa, diffusa e dal basso. Ha detto che un nuovo mondo è in marcia, che è in grado di bloccare tutto per interrompere il baratro della guerra in cui vorrebbero rinchiuderci, e che è tempo di scrutare l’orizzonte, se lo facciamo tutte e tutti insieme. Un movimento è in campo con la forza e la ricchezza che accompagnano ogni stato nascente e con la fragilità che ogni esistenza comporta. Di fronte a sé ha diverse direzioni da intraprendere e altrettante trappole da evitare. Una prima direzione riguarda la reticolarità territoriale: il nostro non è un paese di grandi città con nient’altro attorno, bensì un complesso di comunità locali dentro le quali, contro i re che vogliono mettere a valore territorio e patrimonio pubblico, servizi e relazioni, occorre rivendicare la partecipazione diretta alle decisioni collettive, fino a sperimentare forme di autogoverno territoriale sociale ed ecologico. Una seconda direzione riguarda l’Europa, perché ciò che accade nel nostro paese è qualcosa che va molto oltre lo stesso, e deriva da un’Unione Europea che ha deciso di sostituire il welfare con il warfare, di militarizzare l’economia e la società e di voler arruolare tutte le coscienze. Senza un vero movimento europeo, l’inversione di rotta rischia di rivelarsi impossibile. Una terza direzione riguarda il processo stesso di convergenza, che non può mai darsi un perimetro definito ma continuare a tendere all’inclusione massima possibile, perché se ci si pensa maggioritari dentro la società occorre che tutto questo si tramuti in processi concreti e non abbia l’evanescenza di una sorta di sondaggio d’opinione. Se queste sono le possibili direzioni verso le quali camminare, occorre rilevare le possibili trappole lungo il percorso. La prima trappola è quella dell’identitarismo e della compulsione organizzativista. Un movimento non è mai solo diretto o solo spontaneo; spesso, soprattutto quando riesce, è il frutto della capacità di reti e realtà sociali di intuire i movimenti carsici che attraversano la società, mettendo a disposizione luoghi di incontro e di riconoscimento reciproco. Ma un movimento prolifera se mette insieme, e permette loro di sentirsi comode, tutte le culture che variamente lo promuovono e che grazie ad esso si trasformano. Nessuna reductio ad unum può far bene, perché se tutte e tutti siamo aria nessuno può immaginare di essere polmone. La seconda trappola è quella della artificiosa rappresentanza, ovvero la pratica ormai consolidata dentro i partiti istituzionali di fingersi sintesi di ciò che dentro la società si muove. E se qualche leader istituzionale ha subito pensato di aver incamerato i No al referendum e i colori della piazza No Kings, occorrerà spiegare bene come non si abbattono i Re per sostituirli con altri, ma è proprio di un’altra democrazia che si sta parlando. La terza trappola riguarda la gerarchia delle lotte, diretta conseguenza dell’agenda che ogni movimento prima o poi tende a darsi. Se la semplice formula No Kings ha saputo accomunare tutti i No soggettivamente espressi in un percorso comune, ciò è dovuto al fatto che oggi il capitalismo è pervasivo e non lascia alcuno spazio al di fuori di sé; questo significa sia che ogni lotta dice un pezzo di verità su questo modello, sia che ciascuna è necessaria tanto per cambiare i rapporti di forza dentro la società quanto per costruire quel caleidoscopio di contenuti necessario all’alternativa di società. Non siamo in campo contro l’attuale dominio per costruirne un analogo in futuro. Nelle urne del referendum e nei colori delle strade di Roma abbiamo sperimentato la vertigine della bellezza, perché l’orizzonte allarga lo sguardo ma mette anche i brividi sulle nostre capacità di sostenerlo. Ad un autunno che ha sbalordito tutte e tutti noi è seguita una primavera apertasi con allegria e determinazione. Non ci resta che continuare a camminare, senza smettere di domandare L'articolo Un referendum pieno di NO e una piazza piena di Sì proviene da Comune-info.
April 1, 2026
Comune-info