Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no
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Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A
Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte
improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del
mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf
sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non
hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in
sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi.
A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di
opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a
Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio
Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi,
all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un
rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le
buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i
prossimi cinque anni”.
Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in
tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole.
Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma,
forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel
semplice slogan guadagnano voti.
Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti.
È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo
spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le
disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico,
le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero
fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato
uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come
trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come
difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più
in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che
non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia,
l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze
secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è
garantito.
Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune
L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco
alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui
impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade
quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra
emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha
assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più
spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che
premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione
del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come
ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità,
buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a
una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità.
Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel
discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo
vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di
risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e
dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo
vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e
responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di
ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste
in Francia e in Germania.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare
come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è
un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero
viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene
presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è
più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una
qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori?
I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una
società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare
loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato
fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto,
legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il
confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più
pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a
rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la
sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per
rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione
del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli
altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno
significasse sottrarla a qualcun altro.
Abbiamo smesso di immaginare
Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che
desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede
l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù
e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non
mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da
respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri?
Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non
accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a
immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà.
Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa
ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di
scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che,
proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro
diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico
criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità
di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui
scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo
costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è
semplice.
I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro
progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda
soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero
di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E
diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a
respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel
disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che
conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima
di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono
letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento.
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