L’alternativa siamo noi, torniamo ad immaginare
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Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune
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Mi inserisco nel prezioso dibattito Società in movimento ospitato da Comune per
portare anche qui una questione che ho sollevato attraverso il mio
monologo-reading “Gaza siamo noi. quale politica” che ho proposto al festival
Sumud nel giugno scorso. Ovvero la questione dei diritti, del rapporto con il
potere e con il nostro, potere.
Diritti da salvaguardare, diritti da riconquistare, diritti da far valere…
quest’altalena di conquiste e regressioni, salti avanti e passi indietro, in
quasi cinquant’anni, è diventata stancante. Anzi per lo più ci ha sfinito, tanto
che chi ha il potere di determinare le cose si sta prendendo tutto il campo
lasciato libero. Questo avevo messo a fuoco nel mio monologo, proponendo di
ritornare alla sostanza di quello che vogliamo.
Perché il potere, è la quaestio. E la dinamica storica prodotta dalla democrazia
borghese. Solo “il manifesto” di Pintor e Rossana, in controtendenza con la
sconfitta alla Fiat e il giro di boa delle lotte faceva uscire uno speciale che
si intitolava: “Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?” Bella domanda, no?
Ma siccome nessuno l’ha raccolta, ci hanno pensato i padroni a rispondere,
liberandoci dal lavoro. Quello tutelato dai diritti, naturalmente. Senza quindi
dare qualcosa in cambio.
E cosi oggi, a quarant’anni e passa da quel bivio, noi ci ritroviamo licenziatə
a cinquant’anni, mentre paghiamo sempre di più per la nostra salute in termini
di soldi o tempi di attesa, per non parlare delle medicine, o della scuola, o
della casa, o dei trasporti, i servizi essenziali in sostanza, i bisogni
primari, mentre esercitiamo inconsapevolmente lavoro gratuito per ottenere quei
servizi negli innumerevoli siti web sui quali possiamo avere online quello che
ci serve senza muoverci da casa, peccato che siamo noi a lavorare gratis al
posto dell’impiegatə con cui una volta potevamo interloquire. Un aspetto non da
poco dell’attuazione del noto motto “privatizzare i profitti socializzare le
perdite”.
Questo fa chi può farlo, e lo può fare chi ha mano libera, chi non trova
ostacoli, chi ha campo libero. Lo chiamiamo potere, lo analizziamo, lo
smascheriamo, lo denunciamo, ci scagliamo contro, ma non facciamo mai i conti
con il nostro, potere. Con tutto quello che noi abbiamo costruito nella società.
Eppure abbiamo costruito tanta alternativa. C’è una generale maturità di
elaborazione in tanti settori, o almeno credo vada messa alla prova: il settore
sanitario, la scuola, l’università, la ricerca, la casa, le carceri, l’ambiente,
la cultura e lo spettacolo e via così, come in tutte le attività e i servizi
messi in piedi nei nostri centri sociali come nella miriade di iniziative
stabili nel territorio.
Tanti anni fa un bravo economista marxista, Bruno Morandi, propose una serie di
incontri dal titolo “Ipotesi per un’alternativa”. Si trattava di mettere in
campo l’immaginazione: come immaginiamo la società che vogliamo? Come, un
sistema che rimetta al centro l’Uomo (si diceva una volta, adesso abbiamo
bisogno di una definizione che includa tutto il mondo vivente) e ci renda
davvero liberi? Da troppo tempo abbiamo smesso di mettere legna al fuoco
dell’immaginazione, ma è esattamente questo che ora dobbiamo fare. Sembra un
paradosso ma non lo è: dobbiamo smettere di arrancare sull’emergenza, per
l’appunto sempre più costellata di problemi che ci strozzano, dai più piccoli ai
più grandi e tragici, e costruire la nostra rotta.
Perciò io credo che bisogna chiamare a raccolta tutti i settori già attivi nel
contestare tutto ciò che sta minando il loro ruolo nella società (la scuola, i
movimenti per la casa, la salute, l’ambiente, la cultura, i trasporti ecc.) per
proporre a chi ci lavora di mettere nero su bianco come immagina debba
funzionare concretamente per tornare ad essere una ricchezza al servizio di
tuttə, e successivamente rendere intersezionale l’elaborazione con assemblee
comuni, per disegnare il quadro della società che vogliamo.
Da ultimo ma non certo ultimo, io penso molto seriamente che da qui si esce solo
lavorando alla possibilità di realizzare il Reddito Minimo Universale, e
naturalmente per questo è necessario rivolgersi a chi da tempo lavora ad
immaginare come sarebbe possibile realizzarlo. Ma Il lavoro deve essere liberato
dalla tagliola dello sfruttamento, come devono esserlo i servizi e tutto ciò che
continua sempre più vorticosamente ad essere messo a profitto. È questo che leva
l’acqua ai pesci della precarietà, dell’instabilità, del ricatto, in due parole:
a una società costruita sulla divisione in classi.
Un tema che sembra archiviato dall’orizzonte comune dei partiti più o meno di
sinistra, peraltro convinti di potersi intestare il No al referendum, e che già
parlano di primarie. Non possiamo arrivare così alle elezioni. No. Dobbiamo
creare noi quell’organizzazione che dicevo prima, perché siano i partiti a dover
fare i conti con noi, e non il contrario.
Vogliamo ispirarci al confederalismo democratico? Discutiamone, ma io è di credo
che sia urgente discutere, di immaginazione, organizzazione, struttura. Dobbiamo
tornare a immaginare, e far valere tutto ciò che siamo stati in grado di
costruire in ogni settore trattandolo, questa volta, come una vera alternativa
al Sistema, non solo come il nostro modo di vivere.
È il nostro potere, e ci mette in condizione di uscire da una dinamica storica
basata sulla legge del più forte, basata a sua volta sulla violenza, mitigata,
arginata, dall’ipocrisia borghese dello “Stato di diritto” con cui, come vediamo
dalla Palestina al Minnesota, passando per l’Iran e il Venezuela, il potere,
come esercizio della violenza, non ha più bisogno di mascherarsi. Il potere come
esercizio di governo invece è potenzialmente in mano a ognuno di noi, a
cominciare dal modo in cui stabiliamo le nostre relazioni. Quando parliamo di
abbattimento del patriarcato, di ascolto, rispetto, cura, parliamo anche di
maturare questa consapevolezza; una cultura dell’interdipendenza che alimenta i
nostri legami, le nostre relazioni come esseri umani, perciò fuori dai ruoli
sociali, dalle appartenenze più o meno riconosciute (così pesanti finora anche
fra noi) è la strada per fare i conti con il potere senza ignorarlo, dando
realmente un’alternativa strutturale a un nuovo sistema, non più, anzi mai più,
basato sul patriarcato.
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Anna Maria Bruni, progetto Il Filo di Arianna contro la violenza di genere, Casa
dei Diritti e delle Differenze
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L’ARTICOLO FA PARTE DI QUESTA DISCUSSIONE:
> Società in movimento
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