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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Dafne. Un racconto
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- “Dafne. Un racconto di fantasia molto reale” è un testo di Alessandro Meo “Sante” apparso in Genova 2001-2021. Cerchi della memoria (Edizione Elementi Kairos), un libro curato da Ilaria Bracaglia, Gabriele Salvatori e Maddalena Tiburzio. Raccontare non è solo fare memoria ma connetterci agli altri. Siamo fatti di atomi, ma anche di storie, ricordava Eduardo Galeano. -------------------------------------------------------------------------------- Mi chiamo Dafne, ho ventisette anni e vivo a Genova praticamente da sempre. Seguo con attenzione i movimenti della città da quando ho più o meno 17 anni, dalla scuola ai collettivi dei centri sociali e ora, da qualche anno, frequento le assemblee di Non una di meno che è lo spazio nel quale mi sento veramente a casa. Ma questa è una storia a parte. Questo racconto invece ha a che fare con l’esperienza di una bimba in quelle giornate di luglio di 20 anni fa. Un bimba di soli 7 anni, è vero, ma che ne conserva un ricordo importante, a volte confuso, a volte lucido. Sicuramente un ricordo che per la mia famiglia ha significato tanto. In quegli anni vivevamo in un piccolo appartamento in affitto nel centro storico di Genova. Diciamo, per chi non lo conosce, che abitavamo in una parallela di via del Campo, luogo storico che il grande Faber ha fatto conoscere ai più. Mia mamma e mio papà, lei zeneize doc, lui genovese di adozione e romano di origine, lavoravano nella scuola. Mio padre insegnava italiano alle medie, mia mamma matematica in un liceo scientifico di Quarto, poco fuori della città. L’aria di Genova in quei giorni me la ricordo bene: le inferriate, le barriere metalliche, i controlli dei documenti, e mio padre che sbuffava. Non capivo praticamente nulla e poco mi veniva raccontato, tanta forse era l’incertezza o l’incredulità di fronte a quella situazione. Il primo ricordo nitido è mia nonna che si presenta a casa il martedì di quella settimana, valigia alla mano. Avrebbe passato un po’ di giorni a casa con noi, in vacanza, percepivo io. E sinceramente mi faceva piacere, la nonna mi riempiva di attenzioni e di regali, insomma un po’ come tutte le nonne. Mi ricordo un gran caldo, come sempre a luglio. E il giorno dopo il suo arrivo una serata magica, una gran festa vicino al mare. I miei mi avevano portato con loro, anche se mamma non era poi così d’accordo. Comunque io mi ero divertita un sacco e mamma mi ha confessato anni dopo che quella sera era ubriaca da far schifo. Anni dopo mi sono resa conto da sola che quel folletto che saltava e faceva ballare tutti, e lo fa tutt’ora, era Manu Chao. Ha un grande successo. A me sinceramente non ha mai convinto, grande idolo dei frikkettoni, mentre insomma io ho sempre prediletto il punk, magari anche grezzo da garage. Ma anche questa è un’altra storia. Ero felice. Mia nonna in quei giorni stava infrangendo tutte le regole educative della casa. I miei erano genitori erano super-progressisti, ma insomma le regole non mancavano soprattutto per quel riguardava tv e affini. E in quei giorni, in barba alle regole venne spostata la televisione che stava in salotto nella mia stanzetta e nonna si portò una piccola tv, apposta per lei, da mettere in cucina. Insomma un paradiso, incredibile. Cartoni come se non ci fosse un domani e io di certo non facevo domande per paura che quel sogno potesse finire. Il giorno dopo la grande festa i miei uscirono presto di casa, che ancora dormivo. Da anni frequentavano i movimenti della città. Tante volte mi avevano portato a visitare la comunità di San Benedetto al Porto. Erano amici di Don Gallo, l’unico prete che ha mai messo piede nella nostra piccola casa e di certo non per benedirla. Entrambi facevano parte del sindacato di base della scuola. Quel giorno era un altro giorno di musica e di balli. O almeno così avevo intuito per quelle volte che mia nonna mi aveva permesso di uscire sul balcone. Avevo passato tutta la giornata a vedere i cartoni animati ma quando il corteo dei migranti stava passando nelle vicinanze del centro, mia nonna mi aveva preso in braccio per farmi vedere quell’enorme massa di gente che saltava e ballava, un’altra grande festa dopo quella col folletto spagnolo della sera prima. A quel punto, questo me lo ricordo benissimo, avevo chiesto a mia nonna per la prima volta cosa stesse succedendo in città. La sua risposta era stata che in città c’era una grande riunione fra i presidenti del mondo e si stava organizzando una grande festa di accoglienza. Ma poi aveva concluso: ”Non dire che te l’ho detto, che è una sorpresa e i tuoi poi mi sgridano!” Ti credo. Pensa se mia madre avesse saputo di questa spiegazione a dir poco fantasiosa quanto si sarebbe incazzata, mio padre nemmeno a dirlo che la sopportava a stento, la nonna, che poi era la suocera. Mi ero tenuta il segreto ovviamente, forse per paura che sparisse il televisore che era magicamente piazzato davanti al mio letto. Quella sera i miei sono tornati a casa tardi, inebriati da quell’aria di festa, raccontavano alla nonna, ridendo, della bellezza di quella giornata, delle migliaia di persone, dei sans papier. Hanno giocato con me fino alle ore piccole, mi hanno strapazzato con allegria, insomma c’era un’aria che non si respirava da tempo in casa. E se ne sono andati a dormire prendendosi per mano, bellissimi, come se si fossero conosciuti quella sera stessa. Il giorno seguente il clima era cambiato… I suoni della festa erano scomparsi nella mia percezione, dalla mia cameretta non si udivano più la musica e i balli delle grandi adunate dei giorni precedenti. Faceva un gran caldo e nonostante questo nonna aveva deciso di tenere chiusa la finestra del balcone e di accendere il ventilatore mentre passava quella giornata lunghissima incollata al suo piccolo televisore in cucina. Non parlava e il suo volto preoccupato mi inibiva dal farle domande. Perché se è una festa non posso partecipare? Perché quell’espressione triste sul suo viso? A 7 anni è difficile dare risposte a domande così. Sentivo sirene in lontananza e non capivo, ricordo che il perenne rumore dell’elicottero sopra le nostre teste iniziava a spaventarmi. Ero rinchiusa nel mio piccolo mondo protetto, attendendo con trepidazione il rumore delle due mandate della porta di casa che significava il ritorno dei miei genitori a casa, finalmente. Questo sarebbe avvenuto più tardi, molto più tardi. Era già ora di dormire per me, quando li avevo sentiti entrare, vociare, discutere, litigare fra di loro. Era terribile e quando li ho sentiti piangere non sono riuscita più a trattenermi in quella veglia nel letto e sono scappata fuori. Mi sono gettata d’istinto fra le braccia di mia mamma, e loro due sforzandosi di sorridere, ma ancora singhiozzando, sono riusciti all’unisono, in coro, a pronunciare solo una parola: “Amore!”. C’è voluto parecchio tempo prima che capissi che quel giorno i carabinieri avevano ammazzato un ragazzo. All’inizio pensavo fosse un loro amico, perché in genere si piange la morte di qualcuno che si conosce, pensavo allora. Invece non si erano mai conosciuti ma molti anni dopo, ancora nelle loro parole e nei loro racconti, sono riuscita a percepire il sentimento che univa mia mamma e mio papà a quel ragazzo, diventato poi un simbolo. Comunque sia, in quel momento, ovviamente credendo ancora alle bugie di mia nonna, continuavo solo a chiedermi quale diamine di festa fosse quella dove si finisce piangendo. Mi avevano riportato coccolandomi nel mio letto, impegnandosi goffamente a farmi sorridere e finalmente mi ero addormentata, anche un po’ cullata dalla loro voci che continuavo ad ascoltare. Il giorno seguente, lo stesso copione: avevo sentito il rumore della porta aprirsi e chiudersi e i passi allontanarsi, ma con mio grande stupore avevo trovato mio papà a preparare la colazione. Solo mia mamma mancava all’appello, l’avrei riabbracciata a sera. La tavola era imbandita come fosse festa. Succo d’arancia, merendine, cioccolata. E mio papà che con una dolcezza infinita si sforzava, nervoso, a scherzare. Era un grande bluff chiaramente, una commedia amorosa, ma a 7 anni non lo potevo comprendere, ero solo felice di quel risveglio. Abbiamo passato una giornata meravigliosa, giocato assieme, guardato i cartoni, mentre nell’altra stanza andava senza sosta la diretta sul piccolo televisore della nonna. E ovviamente l’attenzione di mio padre andava e veniva. Quando a sera si è aperta la porta ed è entrata mia mamma siamo corsi ad abbracciarla tutti e due, e mio padre probabilmente aveva un espressione ancora più infantile della mia nell’accoglierla a casa. L’ultima cosa che vi posso raccontare rappresenta uno dei ricordi più forti che ho della mia infanzia. Uno di quei ricordi che una si porta appresso per tutta la vita e che di certo ha segnato una svolta nella vita dei miei genitori. La mattina dopo, la domenica, ultimo giorno di quella assurda settimana, svegliandomi avevo trovato i miei imbambolati, in silenzio di fronte al televisore spento. Non dicevano una parola, guardavano il vuoto, sembravano totalmente assenti dalla realtà. Prosciugati, probabilmente, da un dolore che ovviamente io non potevo comprendere in quel momento. Nemmeno io ebbi la forza di fiatare, e da lì iniziò una settimana di silenzi che terminò solo quando decisero di portami a casa della nonna, a Sestri. Era estate, avevo voglia di spiaggia, di bagni e con la nonna ci stavo bene. Mi ricordo che però provavo tristezza per loro. Non capivo gli avvenimenti e probabilmente avevo paura che non si volessero più bene come una volta. Sette anni dopo sono andata per la prima volta con loro, il 20 luglio, a piazza Alimonda. Mi hanno fatto conoscere Haidi, la mamma di Carlo Giuliani e mi hanno raccontato per bene la storia della scuola Diaz. Quella storia un po’ già la conoscevo, ma ascoltarla da loro mi ha aperto la porta di quel ricordo indelebile. Per la prima volta ho capito cosa era successo quella domenica mattina di fine luglio. I miei genitori erano – ora sono in pensione – insegnanti per passione. Ci anno sempre creduto. Quell’ultima notte, il luogo più importante delle loro vite era stato trasformato in una “macelleria messicana”, nello stadio di Santiago del Cile. Avevano trasformato il futuro in un inferno. Le macchie di sangue su quei banchi se le portano ancora appresso, ne sono sicura. Era una scuola. Praticamente un tempio, un luogo sacro per loro. Ma badate bene, non il sacro dei bigotti. Il sacro che era amore per un altro mondo possibile. Sacro che era Giusto. Quel sacro che avevano imparato da quel prete con il sorriso dolce che avevo visto nella nostra piccola casa accanto a via del Campo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dafne. Un racconto proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Modernità e automazione
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jezael Melgoza su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nella modernità dispiegata del XX secolo – ovvero nella fase più organica e compiuta del mondo moderno – si sono trasformate radicalmente, proprio sul piano teoretico, talune importanti coordinate interpretative della realtà oggettiva. Tra queste un posto di assoluto rilievo è stato occupato dal vistoso mutamento di significazione del concetto di Lógos (λόγος), il quale normalmente si traduce con “parola”, “discorso”, ma anche col termine ragione. E accanto a esso c’è stato un ulteriore cambiamento che ha riguardato il concetto di sapere e in particolare la sua declinazione di scienza e conoscenza scientifica. Questi mutamenti sono strettamente legati alla trasformazione storica e culturale del concetto di tecnica (τέχνη, téchne), che in origine indicava soprattutto la perizia nella produzione artigiana, e per estensione il “saper fare” in senso lato, il “saper operare” del soggetto-uomo. Nel VI Libro dell’Etica Nicomachea Aristotele distingueva l’attività umana in pràxis e techne (o anche, più insistentemente, poíesis, ποίησις): mentre la prima, la praxis, andava riferita all’agire comportamentale dell’uomo (o anche all’agire morale o sentimentale), ovvero a un agire che aveva il proprio scopo in se stesso, la seconda occorreva concepirla sempre al servizio di una realizzazione, e funzionava come un mezzo per costruire una situazione definita o un qualcosa di oggettivo. In sostanza, Aristotele adoperava le parole poíesis e téchne – e più tardi nei tre libri della Retorica ancora la parola τέχνη “tecnica” – come sostanziale sinonimo dell’arte riferibile alla produzione artigiana, e più in generale come sinonimo del sapere operativo – come un sistema stabile e articolato di procedure, regole e accorgimenti – finalizzato a produrre effetti sulla natura o, nel caso della retorica (τέχνη ῥητορική), effetti sulla società. Se cambia la relazione tra gli esseri umani e le cose Nel contesto del Novecento la “tecnica” cessa di essere una semplice, ancorché strutturata, operazione di intervento sulle cose o sulle articolazioni della società al fine di costruire, correggere, modificare o inventare ex novo. Diviene, invece, una modalità dell’azione umana complessiva, e anzi si presenta come un prioritario modo di essere dell’agire degli esseri umani. Con la particolarità che comincia come tecnica-agita-dall’uomo e poi continua come tecnica-separata-dall’uomo. Il punto è che una ragione intrisa di tecnica e parallelamente una scienza che diviene man mano tecnologia – come pure i saperi stessi che si tecnicizzano, particolarizzandosi e specializzandosi sempre di più – non si limiteranno a produrre effetti tangibili, bensì rimodelleranno il quadro complessivo del rapporto tra gli esseri umani e le cose, modificando lo stesso spazio specifico degli uomini. Così il nostro agire concreto da un certo momento in poi si distinguerà tra un “fare generico”, collegato alle esperienze di vita e quindi importante, sì, per l’individuo che fa le esperienze, ma poco significativo per l’insieme del genere umano; e un altro tipo di fare, che è il “fare tecnico”. Anche quest’ultimo verrà portato avanti da concreti e specifici individui, ma essi lo faranno, per così dire, a nome dell’intero consorzio umano. E soprattutto questo altro-tipo-di-fare produrrà effetti validi erga omnes e si presenterà stabilmente collegato a tali effetti. Insomma, il fare della modernità dispiegata è molto diverso, costitutivamente diverso, dal fare della tradizione passata. È, per dirla in breve, un fare sempre agito da specifici esseri umani, e però caratterizzato in partenza da una reale tensione all’autonomia. Prima, per secoli e millenni, avevamo avuto una dimensione binaria: il soggetto umano da un lato, e, dall’altro, ciò che stava di fronte a lui (le cose, un altro uomo o anche la società in cui era ricompreso); e, in una tale situazione, il fare, quale che fosse, si dimensionava come semplice prolungamento del soggetto-uomo. Adesso, con la modernità dispiegata consolidatasi nel XX secolo, abbiamo una realtà almeno tripartita: l’uomo, le cose (o la società degli uomini) e l’azione tecnica. Quest’ultima resasi, non dico indipendente, ma relativamente separata dall’uomo. E anzi, in tendenza, sempre più separata dall’uomo. I tre passaggi storici dell’automazione In questo percorso del “fare tecnico” che si autonomizza rispetto all’uomo (che poi è ciò che rende diverso il XX secolo dagli anni precedenti), io distinguerei tre momenti. Essi sono venuti alla luce in successione, ma sono anche rimasti in co-esistenza tra loro. Il primo momento si è definito come secca trasformazione della ragione, del lógos, in razionalità eminentemente tecnologica; il secondo momento è consistito nella vera e propria automazione della razionalità tecnologica, il che l’ha resa qualcosa di più e di diverso dalla semplice tecnica-che-costruisce; il terzo momento si è affermato con la razionalità artificiale – quella che normalmente chiamiamo intelligenza artificiale -, la quale si costruisce come struttura, come luogo, come spazio di attività razionali del tutto differenti, appunto perché artificiali, tanto dalla razionalità puramente tecnologica quanto dalla razionalità automaticamente organizzata. Va sottolineato, comunque, che si tratta di trasformazioni aggiuntive e non sostitutive. La semplice ragione tecnologica continuerà a vivere accanto alla ragione-automatizzata (o se si preferisce alla automazione-della-ragione), ed entrambe continueranno a esistere e operare anche nella fase dell’affermazione conclamata della intelligenza artificiale. Si tratta, è facile intuirlo, di concretizzazioni molto diverse dell’azione tecnica. Nella fase della razionalità semplicemente tecnologica l’essere-umano continuerà a svolgere un ruolo significativo nella dinamica operativa: è ancora lui che “maneggerà”, per così dire, la tecnica, nonostante essa non sia già più l’instrumentum del passato, bensì un sistema razionalmente strutturato di procedure e pratiche. A sua volta, l’automazione della tecnica tenderà a restringere la presenza dell’uomo alla sola fase di avvio dell’attivazione e gli assegnerà una funzione soprattutto di supervisione e controllo; e per il resto sarà la struttura tecnologica automatizzata ad operare direttamente. Infine, nel contesto della razionalità artificiale l’uomo limiterà il suo agire alla semplice ricezione dell’effetto prodotto: qualunque esso sia – una immagine, un suono, un oggetto tridimensionale, un servizio, una informazione, una sensazione, ecc. – esso verrà interamente costruito dal dispositivo di razionalità artificiale. La questione decisiva non è tuttavia costituita dalle peculiari modalità operative dell’azione tecnica nei passaggi storici del Novecento che si strutturano prima come razionalità tecnologica, poi come automazione della razionalità tecnologica, e infine come razionalità compiutamente artificiale. Il dato veramente significativo è costituito, infatti, dalle conseguenze trasformative che si producono negli esseri umani. La tecnica, cioè, non trasforma solo se stessa e la natura sulla quale opera, ma anche chi la impiega. In altre parole, il suo utilizzo comporta necessariamente, per ciascuno dei tre stadi, una vera e propria ri-parametrazione complessiva della identità umana. L’essere umano alle prese con la tecnologia non potrà essere più lo stesso che aveva adoperato unicamente il semplice instrumentum; così come l’essere umano chiamato a vivere in un contesto di automazione della razionalità tecnologica dovrà giocoforza pensare e muoversi in maniera diversa da chi operava nel puro stadio della razionalità tecnologica. E parimenti avverrà per coloro che si ritroveranno fianco a fianco con l’Intelligenza artificiale: anch’essi somiglieranno pochissimo – come consapevolezza di sé e come visione del mondo – agli uomini degli stadi precedenti. È insomma direttamente il contenuto umano quello che effettivamente cambia. Assieme al cambiare della razionalità umana. Naturalità compressa Detto in estrema sintesi, con la razionalità tecnologica si comprime, e anzi tendenzialmente si perde, diventa diversa e comunque meno significativa la naturalità degli esseri umani, quella che i greci comprendevano nel termine piuttosto ampio di φύσις (physis, che si traduce, sì, con “natura”, ma anche con “qualità costitutiva”, “carattere”, “indole”). Del resto, il verbo da cui il vocabolo origina, φύω (phýo), significa “nascere”, “crescere”, “germogliare”, ma anche “essere portato”, “essere disposto”. Così, riferita agli esseri umani, la naturalità indica non solo il loro legame con la natura ma anche, e soprattutto, l’importanza nella loro vita dei caratteri, per così dire, “a-razionali”. Si intenda bene: non dico “caratteri non razionali” ma a-razionali, separati cioè dalla razionalità in senso stretto. Mi riferisco perciò alle passioni, ai sentimenti, come pure ai sogni, alle speranze, e via dicendo. Per l’appunto, la naturalità. Che non è semplicemente la natura che sta attorno a noi, ma anche quella che sta dentro di noi, ovvero l’insieme delle componenti istintuali non ricompresi nel Lógos, e che nondimeno caratterizzano realmente gli individui al pari della ragione (Ratio). Il concetto di naturalità è stato discusso, con diverse impostazioni, da quasi tutti i filosofi del Novecento. Cito, in particolare, un grande pensatore nichilista come Martin Heidegger, che richiamava l’attenzione sul diretto contrario della naturalità, e cioè sulla “razionalità impositiva”, sulla dinamica del Ge-Stell. Essa è l’agire im-positivo dell’Io sull’oggetto, che lo modifica traendolo, appunto, dalla sua condizione naturale e lo “pro-voca”, lo induce a svelare “i suoi tesori”, ovvero a metter fuori la sua forza creatrice e annullarsi in essa. Come avviene – è un suo esempio – col fiume che, attraversato dalla centrale idroelettrica, si trasforma realmente in energia. E il punto essenziale è che questa fuoriuscita dalla naturalità che la razionalità tecnologica impone alle cose riguarda anche l’individuo stesso che “provoca”, che modifica l’oggetto che sta di fronte a lui rendendolo strutturalmente finalizzato allo scopo, e perciò togliendogli la coseità che lo contraddistingue. Anche questo Io-che-provoca viene infatti a sua volta provocato: si trasforma e diventa l’essere-umano-che-cerca, smarrendo la sua originaria condizione di entità in armonia col mondo. La sua spinta a costruire, a creare, a trasformare la natura in senso utilitaristico si riversa perciò anche sugli esseri umani: tutti, e persino lui stesso, vengono indirizzati anch’essi in senso utilitaristico e riposizionati nell’ambito del Ge-stell, nella concreta e totalizzante pratica della im-posizione. Su altro versante e con altre prospettive anche i marxisti critici della Scuola di Francoforte, in particolare Max Horkheimer e Theodor Adorno, si sono cimentati con la “razionalità tecnologica”, proponendo il paradigma concettuale della ragione strumentale, la quale non soltanto diviene indistinguibile dagli strumenti che utilizza, ma riordina nel suo schema l’insieme delle conoscenze e dei saperi accumulati storicamente dall’umanità, trasformando se stessa in un affilatissimo strumento dei meccanismi costrittivi di sfruttamento e oppressione. Si tratta, in sostanza, dei processi di disumanizzazione capitalistici già analizzati da Marx e riproposti nell’Età contemporanea sotto l’egida dello Stato autoritario. E su questa stessa linea insisterà Herbert Marcuse, con la sottolineatura della irreggimentazione degli esseri umani, dell’appagamento consumistico e della unidimensionalità del vivere moderno. Premere il bottone. Null’altro La razionalità tecnologica automatizzata, oltre a confermare l’affievolirsi della naturalità, comprime in aggiunta un’altra caratteristica fondativa della dimensione umana: quella che i greci indicavano, come abbiamo visto, con la parola ποίησις (poiesis, “creazione”, “produzione”), ovvero la fatticità, la tensione umana al fare. Ed è notevole che il vocabolo poiesis significasse in Età classica anche “poesia”, “poema”, “carme”, “opera poetica”. Il verbo ποιέω (poieo) riguardava, infatti, tanto il “fare” e il “costruire” in senso materiale, quanto il “suscitare”, il “far nascere”, il “creare” e l’“agire” in senso complessivo. Il punto è che con la razionalità tecnica s’era già abbondantemente perduta la seconda serie di significazioni dell’attività creativa, dell’attività produttiva degli esseri umani, quella finalizzata a dinamiche di produzione e creazione non strettamente materiali. Ma adesso, con la automazione della razionalità tecnologica è resa problematica proprio la fatticità nella sua interezza. Il singolo essere umano diviene, in sostanza, un accessorio della macchina. È essa che davvero si muove e che costruisce, in senso proprio, un effetto, un qualcosa di definito; e l’io-operaio può solamente seguire la sua cadenza, quando ci riesce: proprio come Chaplin che, in Tempi Moderni, vediamo furiosamente alle prese con la catena di montaggio. Si dirà: ma l’uomo rimane necessario perché preme il bottone. Appunto: serve solo a premere il bottone. Tutto il resto, passaggio per passaggio, avviene in modo automatico, lo fa la macchina, ovvero il sistema strutturato di automazione. E questa situazione è intrinsecamente alienante. Lo è proprio sul punto decisivo: perché collocando l’uomo laggiù, vicino al bottone, o magari vicino a uno schermo che riproduce visivamente le operazioni che avvengono all’esterno di lui, il processo produttivo lo ricomprende solo come un segmento specifico dell’insieme e allontana da lui proprio la concretezza reale, il “farsi” effettivo delle cose. In altre parole, il processo lavorativo attivato sotto l’egida della razionalità tecnologica automatizzata si estranea dall’essere umano. Quando dalla produzione artigiana, dove il manufatto è una creazione dell’artigiano, si passa alla produzione in serie, dove il manufatto è costruito dalla catena di montaggio, l’essere umano si aliena realmente, come direbbe Marx, “rispetto al suo lavoro”. Perché se il mio lavoro consisterà semplicemente nel premere un bottone e tutto il resto andrà da sé, io non avrò alcun reale controllo su quello che avviene. Non sarò più facitore di cose. La mia poiesis si contrarrà e diverrà evanescente. Macchine senza esperienza di vita Col terzo passaggio, quello della razionalità tecnologica artificiale, l’estraneazione si approfondisce ulteriormente, in quanto l’essere umano tenderà a separarsi vistosamente proprio dalla razionalità in quanto tale. Tenderà a distanziarsi, cioè, dal νοῦς (nous, “mente” “ragione”, perspicacia”). Il verbo da cui deriva, νοέω (noeo, “comprendo”, “capisco”), è indirizzato nella lingua greca soprattutto alla comprensione immediata, intuitiva; quella più lontana dalla comprensione descrittiva e indagativa delle scienze. Ma con l’Intelligenza Artificiale sarà proprio questo aspetto a entrare in crisi. A prima vista sembrerebbe non esserci affatto separazione tra l’uomo e il dispositivo di razionalità artificiale. Anzi, l’impressione è che con l’Intelligenza Artificiale si arrivi persino al dialogo, e che si abbia di fronte soltanto un formidabile interlocutore. Presumiamo, cioè, che sia essa, l’Intelligenza Artificiale a correre dietro l’uomo e a cercare di essere come lui. E invece il dato prevalente è esattamente l’opposto: è l’uomo che si conforma al ritmo dell’Intelligenza Artificiale. Il punto è che la macchina informatica e robotica, anche quella più sofisticata, procede con dinamiche di connessione e non di congiunzione. Il suo rapporto con gli oggetti, e con noi stessi, è sempre mediato dalle connessioni algoritmiche programmate dentro di essa. Il che vuol dire che le cose, quali che siano, non entrano mai dentro il dispositivo di Intelligenza Artificiale in guisa di realtà-vive-che-lo-“attraversano”, e che di conseguenza lo ri-definiscono in forme parzialmente nuove. Non si trasformano, cioè, in esperienza di vita, in autocostruzione del sé. La (non)esperienza che fa la macchina dotata di Intelligenza Artificiale, anche la più evoluta, è costituita semplicemente dalla crescita abnorme della mole delle descrizioni matematiche che si installano elettronicamente dentro di essa e che noi forziamo, tramite i programmi operativi, a riorganizzarsi in forma di algoritmi, comprendendo in essi tutti gli input arrivati nei suoi circuiti di silicio, compresi i salti quantici matematicamente prevedibili. La macchina è insomma una pura attività di calcolo. Non è un essere vivente, non ha sentimenti, non ha emozioni, non prova soddisfazione neppure quando raggiunge un risultato complesso. Anche perché gli aggettivi, e in particolare gli aggettivi che esprimono giudizi di sintesi generale, come appunto la parola “complesso”, sono del tutto fuori dalla sua portata. Essa è sempre e solo calcolo: sia nei termini della matematica dell’esattezza e sia nei termini della matematica della probabilità. Calcolo strabiliante, ovviamente: perché arriva in pochi secondi a risultati che impegnerebbero un uomo, o anche più uomini, per settimane e mesi di lavoro. Ma quando noi “interloquiamo” con essa – interloquiamo, ovviamente, per modo di dire – questa sua essenziale caratteristica di “calcolatore” non la percepiamo. Non la vediamo come una semplice macchina calcolatrice e accettiamo la sua risposta senza incertezze. Ci abituiamo, in altre parole, a pensare anche noi secondo il sistema dei calcoli. E mentre teniamo ferma apoditticamente la convinzione che il risultato del calcolo sia univocamente generato dagli addendi, non riusciamo a vedere la forza del processo inverso: e cioè che anche gli addendi sono generati dal risultato. Sono “generati”, nel senso che vengono alla luce proprio perché plasmati dalla struttura della somma cui afferiscono. In altre parole: l’intelligenza artificiale è programmaticamente estranea alle domande di senso. Anzi è organizzata solo per rispondere a definite domande e non per costruire domande ex-novo. E se la comunicazione è pervasivamente incentrata, come di fatto sta succedendo oggi, attorno all’Intelligenza Artificiale dei motori di ricerca, succede che man mano, senza neppure avvedercene, anche noi umani diveniamo spontaneamente inclini a scansare le domande sul senso e a usare i punti interrogativi solo per l’informazione spicciola, per le curiosità di vario genere e per le minuzie più particolari. In sostanza, si affievoliscono dentro di noi il perché delle cose e la visione d’insieme. Entrano insomma in crisi esattamente l’azione del nous dentro di noi e la dimensione noetica del nostro camminare nel mondo. E questo induce a una trasformazione davvero gigantesca della Identità Umana. È una trasformazione, peraltro, assai veloce, che non possiamo non vedere all’opera attorno a noi: poiché una buona parte della attività noetica degli esseri umani, del Nous che li ha caratterizzati fin dalla notte dei tempi, è stata già oggi modellizzata (e quindi profondamente snaturata), convertita in macchinario e posta di fronte a ciascun Io come altro da lui. Verso Marte Dunque: la razionalità tecnologica, la razionalità automatizzata, la razionalità artificiale. Attraverso questi tre passaggi avvenuti in successione, e però tuttora attivamente compresenti, la soggettività umana è stata obbligata a riformulare – praticamente e, riuscendoci solo in parte, anche intellettualmente – il suo rapporto con la natura, con la φύσις, il suo rapporto con la fatticità, con la ποίησις e finanche il suo rapporto con la razionalità nel suo complesso, col νοῦς, col pensiero intuitivo e non dimostrativo. E questo significa che nel nostro tempo le due domande kantiane – “che cos’è l’uomo?” “cosa può sperare?” – acquistano un inevitabile segno di angoscia. Un’angoscia che non c’era affatto allora, nell’Età dell’Illuminismo, che pure era un’epoca di piena modernità. Ma sul finire del Settecento si trattava di una modernità non ancora dispiegata in tutte le sue manifestazioni, cosa che avverrà invece nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento. Detto in estrema sintesi, le domande proposte da Immanuel Kant avevano il sapore di una sfida. Erano le parole dell’essere umano che sfida il mondo attorno a lui e si propone di percorrerlo arricchendo la sua stessa dimensione umana. Oggi invece il nostro percorso di esseri umani si carica di un alone di obiettiva inquietudine: perché in un mondo in cui il sapere scientifico è diventato irreversibilmente tecnologia, e la tecnologia è diventata a sua volta razionalità automatica, e la razionalità automatica a sua volta è diventata intelligenza artificiale, ebbene in un mondo siffatto il cammino dell’uomo si impoverisce proprio sul lato del logos. Facciamo delle cose straordinarie, arriviamo sulla Luna e si prepara l’esplorazione di Marte, ma si impoverisce vistosamente la visione d’insieme. Costretti a pensare, prendere posizione e agire Certo, agli uomini resta ancora inalterato il piano dell’ethos; e la parola greca ἦθος (“costume”, “abitudine”, ma anche “carattere”, “modo di essere”) indicava in origine, significativamente, proprio il “posto da vivere”. Abbiamo perciò assieme a noi la potenza straordinaria della speranza, della ragione utopica, della fantasia: il piano, in sostanza, della interiorità. Ma già porre in premessa un tale indirizzo – il dire cioè al soggetto-uomo: tu, essere umano, puoi sognare, sperare e provare sentimenti, ma la conoscenza e in prospettiva la creazione medesima di cose, eventi e situazioni da ora in poi li dovrai condividere col sistema macchinico che tu stesso hai creato -, beh, già questa ruvida partizione rende noi contemporanei molto, molto diversi dai nostri progenitori. Sia quelli del passato remoto e sia quelli del passato più prossimo. E soprattutto non garantisce la prospettiva di un mondo davvero a misura umana. Del resto, per come è fatto nel profondo, per il contenuto umano che ha maturato nel corso dei millenni, l’essere umano non riuscirebbe mai a vivere convintamente in forma scissa. Il punto è che non è più possibile ricacciare indietro la tecnologia e le dinamiche che l’hanno concretizzata nel XX secolo. E non sarebbe neppure giusto, perché sul piano operativo la razionalità tecnologica, la razionalità tecnologica automatizzata e la razionalità tecnologica artificiale facilitano davvero le condizioni del lavoro e del vivere in senso lato. È grazie a loro che la ricchezza di cui gli esseri umani possono disporre è cresciuta così tanto, in una misura del tutto impensabile nel periodo del vecchio instrumentum. Dunque, c’è poco da questionare: non si può tornare indietro, e non è neppure giusto farlo. Al tempo stesso, però, per quanto continuamente incalzato e affascinato dalle novità tecnologiche che ha attorno, l’essere umano non può accontentarsi di un vivere costitutivamente in bilico tra il desiderio di “andare oltre” e le realizzazioni concrete di cui dispone. La “domanda di senso” tornerà inevitabilmente a riproporsi dentro di lui; e le compressioni che l’identità umana subisce nei suoi effettivi spazi di libertà e di fantasia non saranno sopportabili in eterno. Se la vita concreta degli uomini e delle donne della modernità dispiegata si stabilizza con una naturalità meno pronunciata, una poieticità meno praticata e una razionalità meno dinamica rispetto alle generazioni passate, allora prima o poi il dubbio su cosa si guadagni e cosa si perda si farà strada. Per dirla in breve, in un mondo tecnologicamente organizzato il singolo uomo, l’essere umano individualmente preso, sarà meno in grado di giungere a una visione compiuta – ossia dimensionata sul piano storico – della realtà del mondo e della stessa realtà particolare che lo circonda; e soprattutto sarà anche meno capace di contribuire allo sforzo collettivo per arrivare a un vivere umano più armonico e felice. Sarà, cioè, meno capace di protagonismo storico. Ma se questo è, non possiamo lasciare le cose al loro andamento naturale. Siamo costretti a prendere posizione e agire. E del resto non riusciremmo a starcene nella nostra inerzia neppure se lo volessimo scientemente con tutte le nostre forze. Ce lo impedirebbe proprio il nostro humus biologico-esistenziale, l’attitudine insopprimibile che abbiamo dentro di noi a modificare, costruire, pensare e immaginare. La domanda diviene allora la seguente: che mai potrà implicare l’agire per raddrizzare l’andamento spontaneo delle cose nel rapporto tra gli esseri umani e la tecnologia? Per come la vedo io, implica anzitutto che ci si impegni per ricondurre, quanto più possibile, i dispositivi tecnologici alla dimensione concettuale – concettuale, perché praticamente non è più possibile – dell’instrumentum. Dovremmo, cioè, sforzarci di concepirli non come “entità” con le quali interloquire, ma appunto come strumenti da adoperare. Non smarrendo mai la percezione della distanza che esiste tra noi esseri umani e le macchine. Esse sono combinazioni di input, noi siamo pensieri e azioni. Ma questo tentativo di concettualizzare i dispositivi tecnologici in forma di instrumentum lo potremo portare avanti soltanto se realizzeremo contemporaneamente un rapporto più armonico e disteso con le necessità materiali che ci assediano da tutte le parti. Fin quando vivremo l’attività di lavoro come costrizione, come fatica, e non anche come creazione, come realizzazione del nostro stesso contenuto di umanità, la spinta spontanea sarà, infatti, il ripiegamento, l’affidarsi, per l’appunto, alle macchine. E la stessa impresa di “controllarle”, ovvero di ricondurle concettualmente a instrumentum, la vivremo come un affanno, come un penare improbo che è meglio scansare. Solo che riportare l’attività di “lavoro necessario” – quello effettivamente indispensabile per vivere in modo agiato e comodo – a una sorta di “giocosa felicità” comporterà, piaccia o no, la riformulazione organica dell’insieme dei rapporti sociali e del modo di vivere. Comporterà, per esempio, il far rientrare nell’ambito della nostra quotidianità, sia nel tempo dell’otium latino (l’attività finalizzata alla costruzione dell’autoconsapevolezza del sé e all’arricchimento intellettuale) e sia nelle fasi del negotium (l’impegno fattivo di lavoro e di attività politico-sociale) l’elemento decisivo della convivialità; o l’elemento della fantasia estetica, o anche l’elemento della creazione artistica. Dovremmo costruire, in altre parole, una società in cui la produzione in serie non significhi ripetizione all’infinito di forme e assetti standardizzati, ma realizzazione infinita di forme cangianti. Una società, insomma, che preveda, sì, anche la catena di montaggio, ma la concepisca in modo diverso da come è oggi. Per intenderci: una catena di montaggio lungo la quale gli addetti introducano a piacimento un elemento creativo, un segno estetico, una forma particolare. Possano, cioè, immettere sull’oggetto un qualcosa che, da un lato, riporti la macchina (e l’oggetto medesimo) sotto il loro controllo e la loro guida; e che, dall’altro, realizzi un’attività di lavoro più libera e creativa. So bene di avventurarmi sul sentiero scivoloso delle immagini avveniristiche. E però dovremo pur cominciare a camminare in questa direzione, verso una società globalmente incentrata su relazioni amichevoli e conviviali; caratterizzata non solo dalla utilità ma anche dalla estetica degli oggetti con cui abbiamo a che fare. E dovremo deciderci, una volta e per tutte, a muovere gli strumenti, compresi quelli più innovativi e potenti, non solo per arrivare a uno “scopo utile” ma anche, e anzi soprattutto, per immetterci realmente in una vita davvero degna: attraversabile, senza barriere, da segmenti di affettività e dolcezza. E che ci trasformi, sì, in persone appagate, ma anche, ed essenzialmente, in esseri umani felici. In grado di guardare con occhi sorridenti e ingenua freschezza il mondo che hanno davanti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Il bastone e la mano -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > L’opinione di Humpty Dumpty -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Modernità e automazione proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Domande intorno all’agricoltura digitale
-------------------------------------------------------------------------------- Campagne di Villa Literno (). Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- “Digitalizzazione e transizione giusta nella produzione agroalimentare Trasformazioni tecnologiche, lavoro, natura e governance” è il titolo una ricerca – a cura di Maura Benegiamo, Alessandra Corrado, Emanuele Leonardi – che cerca di pensare una transizione giusta per l’agricoltura. Il volume nasce da un progetto di ricerca nazionale (finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) intitolato “Dijust: cibo digitale e transizione giusta”. Il progetto “Dijust” ha analizzato in particolare tre casi, rappresentativi di differenti filiere, territori e modelli produttivi dell’agricoltura italiana: il caso della viticoltura in Toscana (con particolare riferimento alle aree del Chianti e dei Colli del Candia); il caso della filiera del pomodoro da industria in Emilia-Romagna (nelle province di Piacenza e Parma); il caso della filiera del pomodoro in Puglia (incentrato sulla provincia di Foggia). Tra i punti di partenza della ricerca, due ci sembrano emergere con forza: il bisogno di favorire una trasformazione in chiave ecologica dei sistemi agroalimentari e la necessità di un approccio critico rispetto alla narrazione dominante che racconta la digitalizzazione come un processo non solo inevitabile ma in grado di garantire ovunque vantaggi economici, ambientali e qualitativi a tutti gli attori coinvolti. Nell’introduzione, tra l’altro, si legge: “La digitalizzazione può rappresentare un’opportunità importante, ma solo se inserita in una trasformazione più ampia e orientata alla giustizia sociale e ambientale. In assenza di questo ripensamento, rischia invece di diventare un ulteriore fattore di concentrazione e disuguaglianza….”. È possibile leggere e scaricare gratuitamente il libro “Digitalizzazione e transizione giusta nella produzione agroalimentare” su rosenbergesellier.it. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIOVANNI PANDOLFINI: > Compagno drone non mi convinci -------------------------------------------------------------------------------- Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo? -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Domande intorno all’agricoltura digitale proviene da Comune-info.
July 9, 2026
Comune-info
La conversione ecologica può salvare l’Europa
-------------------------------------------------------------------------------- Piantumazione di alberi a Soave -------------------------------------------------------------------------------- L’Europa, insieme alla sua figliastra, l’Unione Europea, si sta dissolvendo perché non ha più una visione del suo ruolo e del suo futuro, né una ragione per tenere insieme i suoi sparsi membri. Molti accorrono al suo capezzale per cercare di ridargliene una. C’è chi propone che recuperi “competitività” (per non sparire) investendo soldi che non ha in informatica, armi e tecnologia: ricetta vecchia come il cucù che ha fatto la fortuna del suo principale propagandista, ma non della sua destinataria (l’Europa, appunto). C’è invece chi, nelle vesti di critico critico, propone di rilanciare l’Europa inventando un nuovo welfare: non quello in via di dissoluzione, che non ha futuro, ma un welfare diverso, innovativo, efficiente, meno assistenziale, che potrebbe farle recuperare i suoi valori positivi (quelli negativi, come colonialismo, razzismo, militarismo, sovranismo, nazismo, meglio dimenticarli) non più sostenibili alla vecchia maniera. Né l’una né l’altra ricetta, né quelle intermedie, sembrano avere però molto appeal; ma tant’è… In realtà l’Europa una “visione” e una ragione di esistere ce le ha da tempo; ma le hanno offuscate entrambe i suoi governanti, concordi solo nella corsa per spennare i rispettivi paesi finanziando l’industria delle armi per sostenere la guerra alla Russia e quella ai migranti. Quella visione nascosta circola però da tempo tra le schiere disperse ma sempre più numerose delle persone che si mobilitano per la pace (e contro tutte le guerre), per la Palestina (e contro il genocidio perpetrato da Israele), per salvaguardare il proprio territorio (contro la speculazione edilizia e le Grandi opere devastanti ), per salvare vite e accogliere profughi e migranti (contro respingimenti, torture e “remigrazione”), per la costruzione di comunità fondate su rapporti di cura e mutuo appoggio (reciprocità, contro l’individualismo, la competizione, il consumismo, lo sfruttamento e lo spreco di talenti umani e risorse della Terra). E per tanto altro. È una visione che abbina indissolubilmente la salvaguardia degli equilibri ecologici della Terra e il perseguimento di giustizia ed eguaglianza tra gli esseri umani; la pace con il pianeta e quella tra i popoli e che ha in sé una dimensione sia spirituale, culturale, che fisica, materiale. E si compendia in due nomi: Alex Langer e papa Francesco. Ma quella visione non avrebbe potuto sopravvivere all’oblio e all’indifferenza dei potenti della Terra se non fosse stata condivisa (spesso inconsapevolmente, perché chiamata spesso con altri nomi) da migliaia e migliaia di persone. Si tratta, in una formula, della “conversione ecologica”: l’unico approccio che potrebbe restituire all’Europa il ruolo che si era autoassegnata alcuni decenni fa per poi trasformarlo in pura finzione; ma anche un ruolo attuale, nel portare a mediazione le guerre in corso; se non fosse essa stessa parte in causa, apertamente schierata a sostegno degli uni contro gli altri. La conversione ecologica non è un progetto e meno che mai un sistema da instaurare, un punto di arrivo definito; è un processo in fieri che per tradursi in programmi ha bisogno del concorso attivo – questo sì, consapevole – di tutti coloro a cui deve essere affidata la sua realizzazione: a partire, oggi, dalla “convergenza” sotto il suo ombrello delle tante visioni, sigle, organizzazioni, progetti che si stanno accorgendo di avere in comune molto di più di quello che le separa. Ma soprattutto è una visione condivisa che può permettere a tutti di farsi parte del confronto diretto con l’inconcludenza (nel migliore delle ipotesi), l’irresponsabilità, l’inerzia, l’ipocrisia e il cinismo (nel peggiore e più realistico dei casi) dell’establishment europeo e con la sua attuale dedizione alla guerra. Non c’è traccia, nelle proposte che hanno accesso al dibattito politico pubblico sul futuro dell’Europa, di qualcosa che assomigli anche solo da lontano alla conversione ecologica. Non c’è nemmeno traccia, se non con qualche accenno burocratico e formale, di una preoccupazione per lo stato dell’”ambiente”, per la morte della “natura”, per il futuro catastrofico della Terra. Eppure ha appena fatto, e presto rifarà, un caldo da matti, con tante conseguenze ormai note: tanto da far capire a (quasi) tutti che il nostro pianeta ha ormai imboccato una deriva senza più molte vie di uscita. Ma in quei consessi ufficiali lo stato della Terra resta “il convitato di pietra”. Mai che venga in mente a qualcuno dei geopolitici impegnati nel gioco dei tre cantoni (in cui il problema è come farne occupare uno all’Europa), che lo sconvolgimento climatico e ambientale che sta investendo il nostro continente e il mondo non potrà non cambiarne le regole (se ci sono). L’acqua prenderà a scarseggiare davvero (con tanti saluti al raffreddamento degli impianti nucleari e dei data-center in programma). Scarseggeranno anche i raccolti, con milioni di nuovi morti per fame e aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo. Si alzeranno i livelli dei mari, con miliardi da investire per cercare di proteggere alcune delle principali città del mondo. Si moltiplicheranno i dissesti idrogeologici e gli incendi, con le popolazioni locali che dovranno cercare di supplire con la loro iniziativa all’inerzia dei rispettivi governi. Crescerà a dismisura la pressione di profughi e migranti in fuga da terre rese inabitabili dal calore, dall’arsura, dalle alluvioni o dalle guerre. E così via. Fare la guerra per moltiplicare i disastri a cui la popolazione sarà già esposta per via dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze suonerà sempre più assurdo. Non sarebbe dunque ora di cominciare a includere queste prospettive nello scenario del gioco tra le grandi potenze? E le misure per affrontarle tra le “carte” da giocare per risollevare le sorti del continente e del mondo? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La conversione ecologica può salvare l’Europa proviene da Comune-info.
July 9, 2026
Comune-info
Politica risentimento o desiderio?
-------------------------------------------------------------------------------- A Scampia, quarant’anni, c’è una meravigliosa palestra capace di trasformare la rabbia in forza per cambiare il mondo: il carnevale sociale (foto Bruno Santo, 2023) -------------------------------------------------------------------------------- In un’intervista pubblicata su Domani (l’11 luglio 2025), Judith Butler propone una riflessione che va ben oltre il dibattito politico del momento. Una frase, in particolare, fa molto riflettere: «Una vera trasformazione è capace di liberare il desiderio dal risentimento». È una frase semplice solo in apparenza. In realtà racchiude una domanda decisiva: su quali emozioni può costruirsi una democrazia? Viviamo in un tempo attraversato dalla rabbia. È una rabbia che nasce da condizioni reali: il lavoro precario, l’aumento delle disuguaglianze, l’erosione del welfare, il costo della vita, le guerre, la sensazione diffusa di aver perduto il controllo sul proprio futuro. Sarebbe un errore considerarla un sentimento irrazionale o da reprimere. La rabbia è spesso la prima reazione all’ingiustizia. Butler, infatti, non sostiene che la rabbia sia illegittima. La domanda che pone è un’altra: che cosa ne facciamo? Una politica può limitarsi a raccoglierla, darle voce e indirizzarla contro qualcuno. Oppure può trasformarla in una domanda di giustizia e in un progetto di futuro. Negli ultimi anni molte destre hanno dimostrato una notevole capacità di parlare alla rabbia sociale. Lo fanno offrendo spiegazioni semplici a problemi complessi e indicando responsabili immediatamente riconoscibili: i migranti, le minoranze, le persone LGBTQ+, l’Europa, chi viene descritto come un privilegiato o una minaccia. La sofferenza sociale non viene negata. Viene però trasformata in risentimento. Il risentimento è qualcosa di diverso dalla rabbia. La rabbia denuncia un’ingiustizia; il risentimento cerca un colpevole. La prima può aprire la strada a un cambiamento; il secondo finisce spesso per alimentare esclusione e ostilità. Per spezzare questo meccanismo, Butler opera un ribaltamento cruciale: ricorda che migranti, donne, persone queer e non bianche non sono esterne alla classe lavoratrice contemporanea, ma ne fanno pienamente parte. Condividono forme diverse della stessa precarietà, dello stesso sfruttamento e della stessa esposizione all’incertezza economica. Il risentimento si regge su una falsa separazione: mette i penultimi contro gli ultimi, offrendo l’illusione che la propria sicurezza dipenda dall’esclusione dell’altro. Riconoscere che la vulnerabilità è comune significa sottrarre al risentimento il suo capro espiatorio. Significa spostare lo sguardo: il conflitto non si gioca tra gruppi sociali contrapposti, ma tra forme di vita e una struttura economica che mercifica le esistenze e trasforma i diritti in privilegi. Per questo Butler sostiene che una politica democratica non può limitarsi a organizzare la rabbia. Deve saper parlare al desiderio. Il desiderio, nel suo linguaggio, non è un sogno privato né un’illusione. È la capacità di immaginare una società nella quale la dignità di ciascuno non dipenda dall’umiliazione di qualcun altro. È la possibilità di vedere un futuro condiviso invece di un nemico da combattere. Questa riflessione richiama, quasi naturalmente, il pensiero di Ernst Bloch. In Il principio speranza, Bloch scrive che gli esseri umani non vivono soltanto di ciò che esiste, ma anche di ciò che ancora non esiste e che tuttavia può essere costruito. La speranza non è evasione dalla realtà; è la capacità di riconoscere nel presente possibilità ancora incompiute (le intuizioni di Bloch sono il cuore dello straordinario libro di John Holloway, La speranza. In un tempo senza speranza, ndr). Senza questa capacità, la politica si riduce ad amministrare paure. Un riferimento importante evocato da Butler è Hannah Arendt. È lei a distinguere con chiarezza tra potere e violenza, due concetti che siamo abituati a confondere. Nel linguaggio comune pensiamo che il potere coincida con la forza. Arendt capovolge questa idea. Il vero potere nasce quando gli esseri umani agiscono insieme, riconoscono la legittimità delle istituzioni e costruiscono uno spazio pubblico condiviso. Il potere vive del consenso, della partecipazione, della fiducia reciproca. La violenza, invece, compare quando questo consenso si indebolisce. Per questo Arendt afferma che la violenza può distruggere il potere, ma non può sostituirlo. Quando una società ha bisogno di ricorrere sempre più frequentemente alla repressione, alla costruzione di nemici e alla concentrazione del potere, non sta diventando più forte. Sta mostrando la fragilità della propria base politica. Anche ciò che oggi viene spesso celebrato come decisionismo o leadership forte può essere letto in questa prospettiva: non come un rafforzamento della democrazia, ma come il segno di una difficoltà crescente nel costruire consenso attraverso il confronto, la mediazione e il riconoscimento reciproco. La forza della democrazia non consiste nell’eliminare il conflitto. Consiste nel renderlo abitabile, nel permettere che differenze profonde convivano senza trasformarsi in inimicizia. Ecco perché il tema del desiderio assume un significato così importante. Le democrazie non sopravvivono soltanto grazie alle Costituzioni o alle leggi. Hanno bisogno di un’immaginazione collettiva, della capacità di rendere desiderabile una convivenza fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla giustizia. Quando questa immaginazione si spegne, resta il risentimento. E il risentimento cerca quasi sempre qualcuno da accusare prima ancora di cercare una soluzione. Forse il compito più urgente della politica, ma anche della scuola, della cultura e dell’educazione, è proprio questo: non negare la rabbia, bensì impedirle di trasformarsi in odio. Aiutarla a diventare desiderio di giustizia e speranza di un futuro condiviso. Perché una democrazia che smette di alimentare il desiderio finisce inevitabilmente per lasciare spazio a chi promette sicurezza attraverso la paura, identità attraverso l’esclusione e forza attraverso la riduzione della libertà. Liberare il desiderio dal risentimento significa allora restituire alla politica la sua funzione più alta: non amministrare le paure, ma rendere di nuovo pensabile — e desiderabile — un mondo più giusto. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Politica risentimento o desiderio? proviene da Comune-info.
July 6, 2026
Comune-info
Dove sono i giusti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Colin Lloyd su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Chi sono i giusti? Che cosa significa essere giusto? Certo non si tratta di una qualità di un soggetto, di un attributo di questo o quell’uomo, questa o quella donna. La giustizia – ha scritto Walter Benjamin – è uno stato del mondo, è una dimensione dell’essere, non della volontà o dell’intenzione. Giuste sono le cose, diceva Spinoza, quando le vedi non in un certo tempo o in un certo luogo, ma quando le vedi in Dio. Per questo la giustizia è qualcosa che non puoi mai avere, ma solo contemplare. E, tuttavia, quando vedi le cose come sono in Dio, l’esser fiore di quel fiore, l’essere sorriso di quel sorriso, l’esser innocente di quell’innocente, allora provi un’esigenza a cui non puoi sottrarti, un’esigenza che non ti chiede né comanda nulla, ma che agisce in te al di là di ogni volontà o di ogni intenzione, è così, e non c’è nient’altro da fare. Non dimenticherò mai le parole di una ragazza che faceva parte di un’organizzazione della resistenza in un paese occupato dai nazisti. Era stata arrestata e torturata e non aveva parlato. Quando fu liberata, i compagni volevano festeggiarla come un eroe, le dicevano che se era riuscita a sopportare la tortura era per la forza delle sue convinzioni politiche, per la sua fedeltà alla causa e simili sciocchezze. Ma essa scuoteva la testa e diceva soltanto: no, l’ho fatto perché così mi piaceva, per capriccio. Aveva visto la giustizia, aveva sentito un’esigenza che la scavalcava da tutte le parti, ma non aveva pensato un solo istante di essere giusta, che la giustizia potesse appartenerle. Se avesse soltanto creduto nella giusta causa, ma non avesse visto la giustizia, avrebbe ceduto alla tortura, avrebbe parlato. Per questo, secondo la tradizione ebraica, i giusti, gli zaddiqim, sono nascosti nel mondo, nascosti soprattutto a sé stessi. E per questo c’è qualcosa di paradossale nel voler premiare i giusti, come se si trattasse dell’altra faccia di quella giustizia che consiste nel punire i colpevoli. Come la pena non può mai provenire dalla giustizia, ma solo dal diritto, così nemmeno il premio e il riconoscimento appartengono alla giustizia. Il giusto riconosciuto e premiato, lo zaddiq non più nascosto non è più un giusto. Il mistero del diritto, cioè il mistero della colpa e della pena, non dev’essere confuso col mistero della giustizia. Per questo è, forse, bene che i colpevoli siano puniti, ma non è altrettanto sicuro che i giusti debbano essere premiati. Essi vanno per il mondo non riconosciuti fino alla fine dei tempi e solo in questo modo, dice la leggenda, essi salvano il mondo. Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dove sono i giusti proviene da Comune-info.
July 5, 2026
Comune-info
Luisa Muraro e la rosa di Silesio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Yeyo Salas su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di  Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa. -------------------------------------------------------------------------------- Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili. Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni. La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazione per vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla. Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole, che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà. Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi. Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma. Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci». -------------------------------------------------------------------------------- Roberta De Monticelli, filosofa teoretica, ha insegnato a Ginevra e Milano. Tra i suoi ultimi libri Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione (Laterza). Molti dei suoi articoli sono raccolti su Phenomenologylab.eu. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ROSA MORDENTI: > La forza felice per dire no -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Luisa Muraro e la rosa di Silesio proviene da Comune-info.
July 4, 2026
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