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Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi. A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi, all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i prossimi cinque anni”. Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole. Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma, forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel semplice slogan guadagnano voti. Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti. È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico, le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia, l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è garantito. Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità, buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità. Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste in Francia e in Germania. Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori? I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto, legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno significasse sottrarla a qualcun altro. Abbiamo smesso di immaginare Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri? Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà. Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è semplice. I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no proviene da Comune-info.
October 15, 2026
Comune-info
Uguali davanti alla vita
-------------------------------------------------------------------------------- Domenica 11 ottobre è stata promosso l’iniziativa “Una panchina per Giulio”, nel quartiere Quadraro di Roma. Sono intervenuti rappresentanti del Comune di Roma, Ascanio Celestini, Cgil, Articolo 21, Clara Santini di Khora spazio di resistenze, Mauro Caliste (presidente del Municipio Roma V), Maurizio Mattana (presidente della Commisione Cultura), Associazione Dottorandi e ricercatori in Italia e Comitato promotore “Una panchina gialla per Giulio Regeni al Quadraro vecchio”. Ad accompagnare la mattinata, le musiche di Daniele Mutino, Ziad Trabelsi, Pietro Barale, Pasquale Innarella e le letture di Ascanio Celestini e associazione QuadraCoro -------------------------------------------------------------------------------- Sono nato nel 1972. Enrico Berlinguer nel mese di marzo diventa segretario del Partito Comunista italiano. Due giorni dopo Gian Giacomo Feltrinelli esplode accanto a un traliccio dopo essere entrato in clandestinità. A Milano Giorgio Strehler è il direttore del Piccolo e rappresenta i suoi spettacoli in via Rovello, nel palazzo conosciuto come luogo di tortura fascista. In quei giorni viene ucciso il commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Pinelli. A Cannes trionfa “La classe operaia va in Paradiso” e “Il caso Mattei”. A Berlino “I racconti di Canterbury”, di Pasolini. De Sica vince il quarto Oscar con “Il Giardino dei Finzi-Contini”. Il boom è finito da un pezzo e anche il Sessantotto con l’autunno caldo. Il centrosinistra era nato quasi dieci anni prima e già aveva perso quella potenza riformatrice che aveva illuso il paese. Erano già stati organizzati due colpi di Stato e le strade stanno smantellando ogni speranza di radicare il cambiamento del paese. Sono nato nel 1972. Sono andato a scuola l’anno del sequestro Moro. Il corpo del presidente della Democrazia cristiana viene abbandonato in una Renault 4, nelle stesse ore in cui si ritrova in Sicilia quello di Peppino Impastato. Le grandi riforme, dallo Statuto dei lavoratori alle leggi sul divorzio e l’aborto, si chiudono con la Legge 180. La liberalizzazione dell’etere che aveva fatto nascere le radio libere sta dando forza alla televisione privata che con Berlusconi caratterizzerà tre splendidi decenni da Drive-in a Striscia la notizia. Karol Wojtyła viene eletto papa, Sandro Pertini presidente della Repubblica. Goldrake è trasmesso per la prima volta sulla Rete 2. Sono nato nel 1972. I feticci del Sessantotto e del Settantasette li ho vissuti di rimbalzo dieci anni dopo, quando in Europa cade il muro di Berlino e viene giustiziato Nicolai Ceaucescu. In Cina si massacrano gli studenti a piazza Tienanmen. In Giappone si vende il Game Boy. Gli americani eleggono George Bush. Va in onda la prima puntata dei Simpson. Sono nato nel 1972. La mia generazione si è mossa a casaccio nella corrente del riflusso, ha ereditato le conquiste di altri e si è trovata a difenderle con le armi di plastilina che fornivano gli anni Ottanta. Nel migliore dei casi la mia generazione ha abbozzato una lotta in trincea per non perdere libertà e diritti, per non farsi strappare valori e ideali, la difesa di qualcosa che già c’è e rischia di sparire. Ha preso il posto della lotta per un mondo possibile, futuro, evaporato in un’estate del 2001 tra gli scontri di Genova e l’attacco alle Torri Gemelle. Sono nato nel 1972 E penso che una generazione non può non ritagliarsi una propria utopia, anche se ridimensionata. Una generazione non può vivere solo delle utopie altrui. Così i sogni delle generazioni passate si sono adattati alla trasformazione del politico nel personale. Quei sogni sono usciti dal corpo sociale per entrare nei corpi di persone defunte, ma con un nome, cognome e testimoni che ne raccontano la storia, che li raccontano vivi. E nel raccontarli vivi riconoscono che nei loro corpi si è infilata l’ingiustizia che fino a qualche decennio fa combattevamo nelle strade contro un potere fatto di palazzi protetti da eserciti e leggi. La solitudine delle lotte politiche del nuovo millennio si ritrova nei corpi e nel dolore di quei corpi lasciati soli. In quei corpi vediamo, come dicono i genitori di Giulio Reggeni, tutto il male del mondo. Così, chiediamo verità per Giulio Reggeni e Mario Paciolla, andiamo in piazza, nei tribunali, per Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, prendiamo posizione contro quelli che liquidano la morte di Davide Bifolco e Ugo Russo, come un fatto di cronaca nella giungla di Napoli in mano alla camorra, contro quelli che derubricano la morte di Giuseppe Uva come uno che si era andato a cercare. Noi pensiamo che se non siamo uguali davanti alla legge possiamo almeno essere uguali davanti alla vita. -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’iniziativa “Una panchina per Giulio”, promossa nel quartiere Quadraro di Roma l’11 ottobre. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uguali davanti alla vita proviene da Comune-info.
October 12, 2026
Comune-info
Decrescita e rifiuto del potere
IN METAPOLITICA DELLA DECRESCITA (ELEUTHERA), SERGE LATOUCHE RAGIONA SULLA RELAZIONE TRA DECRESCITA E CONCETTI COME BENE COMUNE, ECONOMIA SOLIDALE, SOBRIETÀ, PLURIVERSALISMO, PEDAGOGIA DELLE CATASTROFI, MA IL VOLUME SI APRE CON UN CAPITOLO CORAGGIOSO SULLA DEMOCRAZIA. L’ORIZZONTE DI SENSO, IN UN TEMPO CONTRADDISTINTO DA POPULISMI E REGIMI AUTORITARI O DALL’ESALTAZIONE PER LE PRIMARIE, È QUELLO DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA CAPACE DI BATTERE SENTIERI INEDITI. LATOUCHE, PARLANDO DI AUTORGANIZZAZIONE IN BASSO CHE NON ASPIRA A IMPADRONIRSI DELLO STATO, RICHIAMA, AD ESEMPIO, L’ESPERIENZA DELLE COMUNITÀ ZAPATISTE MA ANCHE QUELLE AYMARA, CHE IL MONDO HA CONOSCIUTO VENT’ANNI FA CON LA STRAORDINARIA LOTTA PER L’ACQUA DI COCHABAMBA, RICONOSCENDO IMPORTANTI AFFINITÀ CON LA RESISTENZA GANDHIANA DEL SATYĀGRAHA (DISOBBEDIENZA PASSIVA) E DEL SWARAJ (AUTOGOVERNO). “IL RIFIUTO DEL POTERE – SCRIVE – È IL MODO IN CUI SI ESPRIME LA FORZA DEI POVERI”. QUANTO È PROFONDO IL BISOGNO DI CAMBIARE LA DIREZIONE DEL NOSTRO SGUARDO Uno degli appuntamenti di Transizioni fest 2026. Foto Mag2 -------------------------------------------------------------------------------- La «conversione» massiva del popolo alla decrescita – che resta l’obiettivo degli obiettori di crescita – rappresenta un punto di forza, ma in quanto «potere di» (auctoritas) e non in quanto «potere su» (potestas). I partiti politici pos­sono eventualmente appropriarsi, in tutto o in parte, del progetto e proporre un loro programma e calendario. Ma dal momento che l’esercizio del potere è di per sé un tra­dimento dell’utopia, si tratta innanzitutto di ottenere dai governanti in carica (quali che siano) il rispetto della volontà del popolo decrescente, non di prendere il suo posto. Non è lo Stato in sé che ci interessa, ma il potere e la dialettica del potere e del contropotere. Detto altrimenti, la decrescita non mira alla presa di potere, ma ad avere una presa sul potere. A nostro avviso, questa «rivoluzione nella rivoluzione» è stata tentata dal movimento zapatista in Chiapas. Già dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona, l’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) rigetta la presa del potere da parte dell’armata rivoluzionaria. Il che segna una prima rottura con la tradizione latinoamericana, rottura che sarà approfondita in seguito, come lo confermano le numerose dichiarazioni degli zapatisti. Questa nuova visione ha così tracciato la via per tutta una serie di cambiamenti in America Latina che potreb­bero segnare, nei decenni a venire, il destino dell’umanità. La si ritrova anche nei portavoce aymara che hanno portato avanti la guerra dell’acqua nell’aprile del 2000 a Cochabamba. Secondo Oscar Olivera: «L’esperienza di Cochabamba dimostra che possiamo cambiare il mondo in cui viviamo a partire dalla base, senza fondare un par­tito, senza vincere le elezioni e senza prendere il potere, solo recuperando la nostra ‘voce’ e superando le nostre ‘paure’». Il rifiuto del potere è il modo in cui si esprime la forza dei poveri con l’intento di farsi sentire senza correre il rischio di essere traditi. Ed era appunto questa la strategia gandhiana del satyāgraha e del swaraj – resistenza/disobbedienza passiva e autogoverno – che il Partito del Congresso non ha seguito e che Nehru si è affrettato ad abbandonare. Questo rifiuto del potere avvicina il progetto della decre­scita all’anarchia, ma qui, a differenza di quest’ultima, non si tratta del rifiuto, per principio, di qualsiasi potere, bensì del rifiuto di esercitarlo in nome del progetto utopico. Il che si ricollega tanto all’idea di Claude Lefort secondo cui il potere non è da prendere, ma da contestare, quanto a certe analisi del filosofo Giorgio Agamben (“La potenza destituente – dice Agamben in un’intervista al quotidiano tedesco Die Zeit del 2015 – deve inventare strategie alternative, la cui definizione sarà il compito della politica a venire. Un potere che sia rovesciato da una violenza costituente tornerà facilmente sotto un’altra forma nell’incessante, desolata, chiusa dialettica tra potere costituente e potere costituito, violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva”). Il compito della società civile, secondo il movimento della decrescita, dovrebbe quindi consistere nel controllare il potere e nell’esercitare su di esso le pressioni necessarie per ottenere l’accoglimento delle rivendicazioni popolari. Di conseguenza, si tratta di ripensare l’organizzazione poli­tica costruendola a partire dalla società stessa. Come precisa Jérôme Baschet (in La scintilla zapatista), «L’idea di autonomia non esprime altro che questa logica di autonomizzazione e auto-organiz­zazione della società; il che non significa che quest’ultima s’impadronisca dello Stato, né che questo scompaia com­pletamente […] così si avrebbe, da un lato, un apparato statale che la società controlla dall’esterno, costringendolo a obbedirle; dall’altro, l’auto-organizzazione della società che costruisce da sé e dal basso nuove forme di potere». Nel progetto zapatista ritroviamo la preoccupazione – che condividiamo – di conciliare la concretezza della spe­cificità locale con la visione di un mondo al tempo stesso unico e plurale. In altre parole: «Costruire un mondo in cui molti mondi abbiano il loro posto» (subcomandante Marcos, 2009). Se a livello locale il funzionamento dell’autonomia è relativamente agevole, la sfida più ardua sarà sempre quella di impedire l’ingerenza abusiva delle istanze superiori che operano necessariamente più lontane dal controllo della base. Il funzionamento di tali istanze superiori, in questo contesto, fa riemergere la problematica secolare del «buon governo» nel senso tecnico del termine, ovvero la guida della nave che trasporta l’intera società nella direzione del bene comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Decrescita e rifiuto del potere proviene da Comune-info.
October 11, 2026
Comune-info
Ritrovare lo sguardo del poeta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- È sempre più difficile imparare a muoversi liberamente tra informazioni, dati, teorie. C’è un bisogno diffuso enorme, che non riguarda soltanto ragazzi e ragazze, di un’alfabetizzazione di base indispensabile per valutare il grado di validità dei concetti che utilizziamo nell’interpretare il mondo e ciò che facciamo nella vita di ogni giorno. Pasolini, una vita anzi due (Editori Laterza) per molte ragioni è un testo di grande valore non solo perché racconta lo sguardo del poeta sul mondo, ma soprattutto perché riesce nell’intento di non isolare Pasolini dal tempo che lui viveva e interpretava con lucidità e passione. Celestini dimostra prima di tutto che per sapere quello che qualcuno ha detto bisogna andarselo a leggere e studiare in profondità, il che richiede sempre pazienza e fatica. “Nella camminata di queste pagine – si legge all’inizio del libro – mi rifaccio tutta la strada per incontrarlo nei libri e nei film, nelle parole e nelle immagini. Per guardare in questo tempo appena passato come lo guardava lui. Come lo vedeva Pasolini ai tempi di Pasolini…”. Una delle conseguenze di questa lezione fondamentale è rompere il ridicolo quanto pericoloso e persistente tentativo della destra di appropriarsi di Pasolini, associandolo al proprio immaginario. Negli ultimi anni, per inventarsi che Pasolini la pensa come loro, sempre più spesso estrapolano frasi che, fuori dal loro contesto, piegano come vogliono. Naturalmente il libro dimostra perché Pasolini sia stato una voce scomoda e necessaria, capace di analizzare il conflitto tra sfruttati e sfruttatori con uno sguardo sempre indipendente e critico. Pasolini, come pochi, ha anticipato la mutazione antropologica della società capitalistica. C’è un passaggio nel libro, apparentemente marginale, ma assai significativo in questo scenario. Celestini racconta come Pasolini da bambino abbia vissuto con la sua famiglia a Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Cremona, Scandiano, oltre che Reggio Emilia e Bologna: “È possibile immaginare questo bambino che ascolta lingue diverse nelle diverse città e paesi…”. Un ascolto arricchito dai tanti viaggi e dall’incontro con persone ricche e povere, ma anche sconvolto da un mondo che comincia a bruciare per l’avvicinarsi della guerra. È evidente che questo esercizio di ascolto avrebbe segnato per sempre il modo di vivere e di raccontare di Pasolini. Inevitabilmente emergono anche alcune risonanze tra lo stile narrativo e teatrale di Celestini e lo sforzo pasoliniano di dare voce agli ultimi, alle molte Mariacarmen che abitano il mondo, alle periferie geografiche e umane: su questo fronte Poveri cristi, volume in cui di Ascanio Celestini raccoglie e rielabora i suoi ultimi tre spettacoli teatrali, resta un capolavoro. Celestini e Pasolini rifiutano l’assuefazione al presente ma risultano scomodi perché entrambi, in modo diverso, si chiedono cosa significhi cercare di rinunciare sempre alla violenza ma soprattutto al potere per cambiare il mondo. Ascanio ci ha confessato recentemente la sua difficoltà a raccontare in questo tempo. Non sappiamo se sia il dilagare della sofferenza sociale nel mondo e il dominio della violenza che precipitano in modo così aggressivo sugli animi riflessivi, empatici e inquieti come quello di Ascanio. Sappiamo però che abbiamo un gran bisogno della sua attitudine all’ascolto e all’elaborazione delle storie altrui. Pasolini, ricorda Ascanio, si definiva uno “scrittore che inventa schemi di favole”: forse entrambi, in un mondo che produce incubi su scala industriale, con le loro storie e le loro “favole” ci permettono prima di tutto di rompere, per dirla con Stefania Consigliere, la paralisi dell’immaginazione, quell’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ritrovare lo sguardo del poeta proviene da Comune-info.
October 10, 2026
Comune-info
Christa, Maricarmen e altre storie di sadismo di massa
COSA ACCADE QUANDO OGNI FRAMMENTO DELLA VITA SOCIALE È TRAVOLTO DA UN’EPIDEMIA DI DEMENZA? Istubalz, 2024 -------------------------------------------------------------------------------- American brainrot + Heroes. Suicidio e omicidi di massa (Timeo ed.) uscì nel 2015, prima che Trump conquistasse la presidenza del paese leader del Mondo Libero (libero di ammazzarsi, a dio piacendo). Sostenitore accanito della diffusione delle armi, razzista dichiarato, stupratore certificato, il leader dell’Occidente è il simbolo della demenza senile, aggressiva e sadica, della razza dominatrice nell’epoca del suo esaurimento. In questo decennio lo schizo sadismo di massa ha superato ogni possibile immaginazione. Dal crudele trattamento dei migranti nelle città nord-americane in cui la milizia razzista ICE aggredisce e sequestra quotidianamente migliaia di persone – alla ferocia di popoli che si esercitano nel genocidio contro i loro vicini – i concetti di trauma e di vendetta illuminano di luce terminale la storia di una società impotente a contrastare l’iper-potenza dell’astrazione finanziaria e degli automatismi tecnologici. È tempo di riprendere il discorso sulla furia suicida che si è scatenata nel paese guida della civiltà bianca, per immaginare il decorso della malattia e per trovare vie di fuga. Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere (DeriveApprodi), dello psicoanalista argentino Yago Franco, spiega che la competizione liberista unita alle tecnologie digitali hanno trasformato la società in una fabbrica dell’infelicità, ma nel lungo periodo questa si è trasformata in una fabbrica della cattiveria. Spesso gli umani infelici diventano cattivi. La cattiveria non è un concetto scientifico, ma non sempre è indispensabile essere scientifici. La scienza, forse, seguirà. Spesso chi soffre di depressione cerca nell’aggressività una via d’uscita al proprio stato. Sul piano storico questa evoluzione della depressione in forme di violenza è una buona spiegazione del fascismo, del razzismo, del militarismo. Maricarmen e l’acampada Lo dimostra ad esempio la vicenda di Maricarmen, morta dopo essere stata sfrattata da un fondo di investimento che aveva acquistato l’appartamento in cui la signora, di 87 anni, aveva vissuto per settant’anni, moltiplicando il costo dell’affitto. Non è un caso eccezionale, succede tutti i giorni. L’automatismo tecno-finanziario è sistematicamente feroce, indifferente al dolore che provoca nella vita delle persone. Ma poiché in Spagna non si è estinta la solidarietà, contro lo sfratto di Maricarmen si sono mobilitate centinaia di migliaia di persone. Allora, per mitigare la crudeltà finanziaria, il governo di sinistra ha proposto un decreto, ma coloro che cercano voti esibendo il loro sadismo l’hanno bocciato. Nel frattempo lo sfratto di Maricarmen è stato cancellato. Ma lei è morta senza poter rientrare nel suo appartamento. Fejoo, leader dei franchisti del partito popular ha detto che loro (i sadici) non permetteranno che la sinistra usi l’emozione a fini politici. D’accordo. Lasciamo da parte l’emotività. A me pare che la ragione dovrebbe essere sufficiente per capire che la vita delle persone, dei giovani come degli anziani dovrebbe essere più importante del profitto e della speculazione finanziaria. Non si tratta di emozioni. Non soltanto. Si tratta del fatto che il neoliberismo, insieme alla solidarietà, ha distrutto la ragionevolezza e ha seminato una follia sadica che oggi travalica ogni limite e diviene nazionalismo aggressivo, guerra, genocidio. Sadismo di massa In realtà da sempre la follia ha accompagnato la vita delle folle come un sussurro e come un urlo, come un segreto da nascondere o una colpa da reprimere. Ma ci sono momenti in cui il dilagare della sofferenza sociale e psichica, la percezione di un pericolo estremo per la vita collettiva e individuale si manifestano in forme che la razionalità politica non può contenere. Allora si scatenano ondate di ferocia, di vero e proprio sadismo di massa come i pogrom che tormentarono gli ebrei per secoli, o come il genocidio che Israele persegue da settantacinque anni contro i palestinesi o come lo strangolamento cui l’Occidente sottopone oggi il popolo cubano. Nel passato la demenza era stato mentale d’eccezione. Ora ha acquisito carattere sistemico per ragioni profonde: l’accelerazione dello stimolo info-neurale (il bombardamento mediatico, l’urlo ininterrotto del dolore altrui, il vociferare aggressivo di centomila imbonitori….) ha prodotto effetti devastanti a livello psichico, e perfino a livello cognitivo. A causa dell’iper-stimolazione digitale la soglia dell’attenzione si contrae a pochi secondi: l’esperienza non diviene mai coscienza, perché lo stimolo evapora dopo pochi istanti. Ogni giorno i segni dell’epidemia di demenza si moltiplicano. Israele, sadismo di massa e crollo psichico Un paese che barcolla tra sadismo di massa e crollo psichico è oggi Israele, come dimostra The Bibi Files, un documentario statunitense del 2024 diretto da Alexis Bloom che presenta filmati trapelati degli interrogatori relativi al processo a Benjamin Netanyahu. Vietato in Israele dove circola attraverso lo streaming illegale, The Bibi Files è un documentario sconvolgente da cui emerge in modo chiarissimo che nel 2023 Netanyahu aveva bisogno di salvarsi dalle accuse che lo stavano mettendo in pericolo. Quando ricevette segnali che lo avvertivano di un attacco di Hamas pensò che da lì veniva la sua salvezza. Come reagisce la mente israeliana all’evidenza che il principale responsabile della morte di milleduecento israeliani è Benjamin Netanyahu? (leggi anche Le soldatesse che avevano avvertito di un imminente attacco di Hamas – e furono ignorate) Il documentario di Brandon Kramer, Holding Liat, raccontando la storia di due ostaggi e della loro famiglia, ci mostra bene lo sgretolamento politico, ma prima di tutto psichico della società israeliana: il film segue la reazione della famiglia di Liat Beinin Atzili dopo che lei e il marito sono stati rapiti dalla loro abitazione in un kibbutz vicino al confine con Gaza durante gli attacchi del 7 ottobre. La crocifissione di Christa C’è poi la crocifissione di Christa, sullo sfondo di un paese turpe, gli Usa, torvo e travolto dalla ferocia razzista e dalla violenza sessista. Chi è Christa Pike? Quel che ne sappiamo è che un Tribunale del Tennessee l’ha condannata a morte perché a diciott’anni, insieme a un ragazzo, aveva ucciso brutalmente una compagna di scuola. Quel che non ne sappiamo è che nacque con sindrome alcolica fetale, perché la madre beveva molto in gravidanza. Fin da piccola avrebbe avuto crisi convulsive e problemi di controllo degli impulsi. Tra i 2 e i 5 anni, la bimba avrebbe subito abusi sessuali ripetuti dal compagno della nonna. A scuola fece un disegno esplicito su quello che subiva. I genitori furono convocati, ma non ci fu alcuna indagine né intervento dei servizi sociali. Cresciuta in un paese di fanatici e stupratori seriali, dopo avere subito violenza tentò il suicidio a dodici anni. Venne rinchiusa in un centro di rieducazione. Altri stupri negli anni dell’adolescenza. Ma di tutto questo il Tribunale che l’ha giudicata non ha voluto sapere niente. Lo psichiatra Jonathan Pincus ha definito la sua storia familiare “quasi insopportabilmente abusiva”. La psicologa Bethany Brand ha scritto che Pike ha subito “eventi avversi più gravi del 99% della popolazione statunitense”, ma la giuria non ha mai sentito nulla di tutto questo. L’avvocato rinunciò a far testimoniare la psicologa che aveva preparato le prove attenuanti. La difesa sulla pena durò poche ore e non fece valere nemmeno la giovane età. Anno dopo anno la questione della crocifissione di Christa venne discussa. La sua condizione mentale, la giovane età al momento del crimine, avrebbero dovuto indurre ad un atto di clemenza. Ma le autorità del Tennesse non conoscono la clemenza. Recentemente, nel settembre di quest’anno la madre della ragazza uccisa da Christa (Colleen Slemmer) ha detto che non intendeva rinunciare alla vendetta: “Ha commesso il crimine. Deve pagare. Voglio che Pike muoia perché mia figlia possa riposare in pace”. Il 30 Settembre Christa è stata legata al letto. Le hanno fatto un’iniezione di pentobarbital. Ma lei non è morta. Allora, nel nome di dio e dell’America le hanno fatto una seconda iniezione di pentobarbital. A quel punto Christa è andata in coma. “È grave e sta ricevendo cure per salvarle la vita”, ha detto il legale Randy Spivey in una conferenza stampa dopo la nuova esecuzione fallita. La senatrice trumpiana Marsha Blackburn che corre per diventare governatrice del Tennessee propone il ritorno alla sedia elettrica, ma qualcun altro consiglia di mettere a morte Christa davanti a un plotone di esecuzione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Christa, Maricarmen e altre storie di sadismo di massa proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Bisogna inventare forme nuove di partecipazione
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono elezioni che chiedono di essere guardate ben oltre il risultato delle urne. A volte, dentro una competizione politica, emergono domande importanti che attraversano società intere. Le recenti elezioni in Brasile ce ne pongono una che non riguarda soltanto l’America Latina: che cosa accade quando la paura diventa più credibile della speranza? Sono stata molte volte in Brasile, ospite di persone del posto, e ho toccato con mano una paura della violenza estremamente concreta, trasversale ad ambienti sociali diversi. Ho conosciuto persone che avevano subito un furto con un’arma puntata addosso o che evitavano interi quartieri e strade che sapevano essere troppo pericolosi. Quando mi portavano in giro, mi spiegavano come vestirmi, cosa non mostrare, dove non fermarmi, come comportarmi. Ricordo soprattutto la naturalezza di quelle raccomandazioni. Non erano discorsi teorici sulla criminalità: erano semplicemente le istruzioni per sopravvivere alla vita quotidiana. La paura, quando è così pervasiva, non è soltanto un sentimento. È un modo di abitare il mondo. Modifica gli spostamenti, le abitudini, le relazioni. Ma soprattutto genera un’insicurezza profonda che sfocia spesso nella rabbia. Per questo non possiamo considerarla un’invenzione della propaganda, la paura è tremendamente reale. E proprio perché è reale, è politicamente potentissima. Prenderla sul serio significa ascoltarla, comprenderne le cause e costruire risposte. Cavalcarla, al contrario, significa trasformarla in uno strumento di consenso: indicare un nemico, promettere ordine immediato, far credere che una realtà complessa possa essere risolta da un uomo forte. Ma la paura non va negata, né può essere regalata a chi la usa per propri fini. Per sottrarla alla “politica della paura”, dobbiamo capire cosa si è rotto dentro le nostre società mentre noi continuavamo a usare vecchie mappe per orientarci. Il paradosso del voto: quando i numeri non bastano Come è potuto succedere, per esempio, che, in Brasile, molte donne nere che vivono nelle favelas abbiano scelto di votare per Flávio Bolsonaro, un politico maschilista e razzista che renderà la loro vita ancora più complicata? I governi di sinistra come quello di Lula hanno prodotto risultati e trasformazioni sociali storiche che non possono essere cancellati. Ma sarebbe un errore tragico pensare che quei risultati, per quanto fondamentali, bastino da soli a costruire consenso. Un progresso può essere reale e, allo stesso tempo, parziale. Una statistica può raccontare che la povertà è diminuita, che l’occupazione è cresciuta e che i diritti si sono ampliati. Ma la vita di una persona non è una statistica. Il voto è dettato dalle emozioni, dalle emergenze quotidiane, dallo stato d’animo. Quel miglioramento dello stato generale non migliora in modo significativo la vita delle persone. Molte donne nelle periferie vivono in uno stato di allarme continuo: la paura del marito violento, del figlio arruolato dal narcotraffico, dei proiettili vaganti, dei “banditi” che controllano il quartiere, della solitudine… Sulle spalle portano il peso di un lavoro precario o che manca, e la sensazione angosciante di non avere nessuno a cui rivolgersi. La politica non parla soltanto alla ragione che valuta i programmi: parla al bisogno primario di sentirsi protetti, riconosciuti, visti e ascoltati. E laddove questo ascolto manca, la gente si allontana. Il vuoto riempito dalle Chiese È in questa spaccatura tra il bisogno di protezione e l’assenza dello Stato che la destra ha trovato il suo più grande alleato: la Chiesa Evangelica. Dai primi anni ’80 a oggi, i cristiani evangelici in Brasile sono arrivati a rappresentare quasi un terzo della popolazione. Durante la sua presidenza, Jair Bolsonaro ha consolidato un’alleanza ferrea con potenti telepredicatori e leader religiosi, creando una vera e propria macchina di attivismo politico al servizio della sua famiglia. Ma oltre la macchina politica, c’è un dato umano: la chiesa evangelica ti offre una comunità reale. Ti offre un posto dove andare la domenica, qualcuno che ti ascolta quando sei disperato, una spiegazione chiara del mondo, regole per rimettere insieme una vita che sta crollando. Le politiche sociali e i sussidi statali sono fondamentali, ma spesso vengono percepiti come pratiche burocratiche e astratte. La comunità religiosa invece è lì, oggi, e ti dice: «Non sei solo. Sei dentro qualcosa». Se la sinistra si limita a gestire il governo dall’alto, riducendo la democrazia a un’erogazione di servizi, le persone rimangono sole. E quando rimani solo davanti a uno schermo, esposto agli algoritmi, alla propaganda e all’angoscia, la politica reazionaria e identitaria trova un terreno fertilissimo. La presenza nei territori e le infrastrutture della vita comune Dobbiamo allora farci le domande che abbiamo evitato per troppo tempo: dove può una persona raccontare ciò che le sta accadendo senza dover aspettare le elezioni? Dove può trovare qualcuno che ascolti un problema prima che diventi rabbia? Dove può incontrare altri con cui provare a risolverlo? Se la politica arriva nelle vite soltanto attraverso una legge, una conferenza stampa o un post sui social, viene percepita come qualcosa che accade altrove. La democrazia ha invece un disperato bisogno di presenza fisica nei territori. Ha bisogno di associazioni, cooperative, scuole aperte, centri culturali, spazi sportivi, reti di vicinato… Luoghi nei quali non si sia soltanto utenti o elettori, ma persone capaci di partecipare alla costruzione del bene comune. Questo significa anche ripensare il modo in cui guardiamo alle nostre città. Abbiamo lasciato che fossero la speculazione e la rendita a decidere come trasformarle, dimenticando che una città è il luogo in cui si vive insieme. Cosa succede quando un quartiere diventa troppo costoso, quando i servizi si allontanano, quando gli spazi pubblici si restringono e persino incontrarsi diventa difficile perché tutto deve essere consumato? Si impoverisce la possibilità stessa di costruire legami. Ecco perché case accessibili, trasporti, parchi, piazze, biblioteche e presidi sanitari non sono semplici voci di bilancio: sono le infrastrutture della vita comune. Una biblioteca può essere un luogo dove non ci si sente soli, una palestra può far incontrare ragazzi con storie diverse; una piazza è uno spazio in cui una comunità torna a vedersi. Anche la sicurezza cambia segno: non è soltanto controllo di polizia, ma è la certezza che nel tuo quartiere esistono relazioni, che una donna che subisce violenza trova un riparo, che un anziano non è isolato, che i giovani hanno un luogo in cui incontrarsi. La vera sicurezza è fatta di legami. Non una nuova promessa, ma una pratica Certamente non si tratta di tornare al passato. Bisogna inventare forme nuove di partecipazione. Lo Stato democratico può garantire scuola, sanità e giustizia, ma la democrazia non può vivere soltanto dentro le istituzioni. Ha bisogno di una società capace di organizzarsi, cooperare e assumersi responsabilità dal basso. Quando i luoghi intermedi scompaiono, il rapporto tra l’individuo e il potere diventa drammaticamente diretto: da una parte una persona sola con le proprie paure, dall’altra un leader che promette di proteggerla. La democrazia dovrebbe fare l’opposto: moltiplicare i legami tra le persone, non lasciarle sole davanti al potere. Il compito della politica progressista oggi non è dire alla gente «dovete tornare a credere nella politica», ma creare le condizioni perché le persone possano tornare a fare esperienza della politica. Non come spettacolo, non come scontro permanente, non soltanto come voto ogni cinque anni, ma come possibilità concreta di intervenire sulla propria vita. Allora la domanda iniziale cambia. Non è più soltanto: perché la paura diventa più forte della speranza? La vera domanda diventa: che cosa abbiamo smesso di costruire perché una persona impaurita possa trovare nella democrazia un luogo in cui sentirsi protetta, senza aver bisogno di affidarsi a un uomo forte? La risposta non può essere l’ennesima promessa elettorale. Deve essere una pratica quotidiana: essere presenti, ascoltare, rendere le città abitabili, difendere gli spazi comuni, costruire reti di mutualismo… La speranza non è l’opposto della paura. La paura continuerà a esistere: ci saranno sempre la precarietà, l’incertezza, il dolore. La speranza comincia nell’esatto momento in cui una persona scopre che non deve affrontare tutto questo da sola. È proprio questa la sfida della democrazia oggi: non promettere un mondo ipocritamente privo di paure, ma costruire una società nella quale le paure non diventino mai la porta attraverso cui consegnare tutto il potere a qualcuno. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bisogna inventare forme nuove di partecipazione proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
L’alba trionfa sulla notte
GENOCIDI, GUERRE INFINITE, DESTRE AL POTERE, CRISI CLIMATICA: IMPOSSIBILE NON PERCEPIRE LA FORZA DELLA NOTTE. L’ALBA CHE SPAZZA VIA L’OSCURITÀ DEL BUIO DIVENTA ALLORA NON UNA CERTEZZA, MA UN ORIZZONTE DI SENSO, UNO STENDARDO DI LOTTA CONTRO LA NOTTE DEL MONDO ATTUALE, DEL CAPITALISMO. IL NOSTRO GRIDO: “NO! QUESTO MONDO NON CI PIACE!”. SCRIVE JOHN HOLLOWAY: “VIVIAMO NEL MEZZO DI UNA CATASTROFE UNICA, CHE CI GETTA ROVINA SU ROVINA AI PIEDI, ACCUMULANDOLE SENZA FINE, MA LA SFIDA IMPORTANTE E TERRIBILE NON È PARLARE DELLE ROVINE, BENSÌ TROVARE IL FIORE TRA LE ROVINE…” -------------------------------------------------------------------------------- Un numero enorme di persone ha partecipato in Valsusa sabato 3 ottobre alla manifestazione per fermare l’Avigliana-Orbassano, un pezzo della Tav Torino-Lione. La presenza dei giovani è stata una delle caratteristiche dell’ennesima marcia No Tav. Questo straordinario movimento ne ha visti di governi e partiti pronti a decretare la fine della protesta… Ne ha viste di notti. E di albe. Foto Luca Perino (qui il suo potente reportage fotografico) -------------------------------------------------------------------------------- Il 17 luglio, Raoul Vaneigem e la sua compagna Eleni inviarono un messaggio alla loro mailing list dicendo: “L’aube s’emporte sur la nuit“, “L’alba trionfa sulla notte”. Fu l’ultimo messaggio pubblico di Raoul. Undici giorni dopo, il 28 luglio, si è spento. L’alba trionfa sulla notte. Un messaggio toccante da parte di qualcuno che si trovava ad affrontare gli ultimi giorni della sua vita; aveva 92 anni. Ma più di questo, è una sintesi della sua eredità, di tutto ciò che ci aveva raccontato in tanti scritti diversi, a cominciare, per me e per molti altri, dal suo libro del 1967, Trattato sul vivere per l’uso delle giovani generazioni. Generalmente considerato uno dei due classici del movimento situazionista degli anni ’60 in Francia, questo libro presentava un netto contrasto con l’altro classico del movimento, La società dello spettacolo, di Guy Debord. Il libro di Debord si concentra molto di più sul potere della notte, su come siamo intrappolati in questo mondo di false apparenze. L’alba trionfa sulla notte. Una dichiarazione personale, una sintesi della sua eredità, e più di questo: uno slogan, uno stendardo di lotta che dobbiamo innalzare contro la notte del mondo attuale, del capitalismo. Va contro la tendenza attuale di gran parte del discorso anticapitalista, che ripete incessantemente: “La notte sta vincendo sull’alba”, o semplicemente: “La notte sta vincendo, non ci sarà più l’alba”. Le ultime parole di Raoul ci lasciano con una sfida, la sfida di pensare al mondo dalla prospettiva dell’alba. Non in modo semplicistico o ottimistico, ma di pensare alla tragedia del mondo attuale con la nostra forza, con noi stessi. Pensare dalla vita e non dalla morte. La sfida di pensare dalla vita è espressa con straordinaria forza nelle prime righe del suo libro, dal meraviglioso titolo: Lettera ai miei figli e ai figli del mondo a venire. Hai avuto il privilegio di nascere in un momento cruciale della storia; un’epoca in cui tutto si trasforma, in cui nulla sarà più come prima… Una civiltà crolla, un’altra nasce. La sventura di ereditare un pianeta in rovina si mescola a una felicità incomparabile: quella di assistere alla lenta nascita di una società come la storia non ha mai conosciuto, se non fosse per la folle speranza, alimentata da migliaia di generazioni, di poter un giorno condurre una vita degna di un essere umano, una vita finalmente libera dalla miseria, dalla barbarie e dalla paura. Una nuova società sta lentamente emergendo dalla nebbia. (2012, 15) Naturalmente, Raoul non è stato il solo a insistere nel pensare dall’alba, ma lo ha fatto con straordinaria coerenza e forza. La battaglia è sempre in corso, nel pensiero anticapitalista ma anche nella propria mente: pensare dalla morte, dalla notte, è costantemente pervasivo. È una battaglia molto reale. Soprattutto in questo momento, sarebbe impossibile non percepire la forza della notte. Persino nel caso degli zapatisti, indubbiamente la forza di speranza più articolata nel mondo di oggi, si avverte la forza dello scontro tra notte e alba. Nella loro meravigliosa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’ottobre 2019, in cui annunciavano il loro viaggio in Europa, iniziano con un’analisi dettagliata dell’attuale catastrofe globale, proseguendo: E questo abbiamo deciso: che è di nuovo tempo che i cuori danzino, e che né la loro musica né i loro passi siano di lamento e rassegnazione. In altre parole, l’alba trionfa sulla notte, la danza trionfa sul lamento. L’alba pura o la danza pura sarebbero prive di significato se non riconoscessimo la notte in cui viviamo, il lamento che ci circonda, ma parlare solo della notte e dedicarci al lamento riproduce involontariamente la notte che stiamo lamentando. Vedere la notte è facile; ciò che è difficile è danzare, pensare dalla prospettiva dell’alba. Alba e notte: lo stesso conflitto si può riscontrare nelle interpretazioni del Capitale di Marx. La tensione è già presente nel primo paragrafo: La ricchezza delle società dominate dal modo di produzione capitalistico appare come un “enorme accumulo di merci”, e la singola merce come la forma elementare di ricchezza. La nostra indagine, pertanto, inizia con l’analisi della merce. La ricchezza è l’alba, almeno se la intendiamo nel senso che Marx esprime nei Grundrisse, come “movimento assoluto del divenire umano” (Marx, Grundrisse 2001, vol. 1: 447-448). La merce è la notte. Dopo aver iniziato con l’alba (la ricchezza), Marx si contraddice immediatamente affermando che la sua indagine inizia con la notte (la merce). Quasi tutte le interpretazioni del Capitale seguono il Marx della seconda frase, intendendo la grande opera come un’analisi del dominio capitalistico. Ma se seguiamo il Marx delle prime parole, vediamo che la sua opera è in realtà un’analisi del potere della ricchezza, della sua capacità di sovvertire la merce. Marx scriveva nel contesto dell’ascesa della lotta della classe operaia e diceva ai suoi compagni che, nonostante le apparenze, il potere della ricchezza è la crisi permanente del capitale. Vale a dire, l’alba avrebbe trionfato sulla notte, un’alba radicata nella loro ricchezza e nelle loro lotte. Lo stesso contrasto è presente nelle nostre discussioni, cioè all’interno e intorno alla nostra magnifica rivista, Anticapitalist Critique. Penso in particolare alla critica di Sergio Tischler all’interpretazione isolata della nona tesi di Walter Benjamin. La tesi è molto nota: C’è un dipinto di Klee intitolato Angelus Novus. Raffigura un angelo, apparentemente sul punto di distogliere lo sguardo da qualcosa su cui è fisso. I suoi occhi sono selvaggi, la bocca spalancata e le ali spiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Il suo volto è rivolto al passato. In quella che a noi appare come una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe, che gli scaglia ai piedi rovine su rovine, accumulandole senza fine. L’angelo vorrebbe fermarsi, risvegliare i morti e ricostruire ciò che è stato distrutto. Ma un uragano soffia dal paradiso e turbina tra le sue ali, ed è così forte che l’angelo non riesce più a ripiegarle. Questo uragano lo trascina irresistibilmente verso il futuro, al quale volta le spalle, mentre la montagna di rovine cresce davanti a lui fino al cielo. Questo uragano è ciò che noi chiamiamo progresso. È un’immagine molto potente che ha avuto una grande influenza negli ultimi anni. Ma è un’immagine notturna. È la notte del progresso, e l’immagine è molto importante perché implica una critica radicale del progressismo e del marxismo ortodosso. Ma manca l’alba. Se non viene letta come parte della costellazione di tesi, come spesso accade, diventa semplicemente un’immagine di dominio. La critica di Sergio (in Astillas de Tiempo Rebelde e in altri testi) a tale interpretazione è proprio questa: viviamo nel mezzo di una catastrofe unica, che ci getta rovina su rovina ai piedi, accumulandole senza fine, ma la sfida importante e terribile non è parlare delle rovine, bensì trovare il fiore tra le rovine. Vedere le rovine è facile; la sfida scientifica è vedere il fiore che cresce tra le rovine e comprenderne la forza. Il fiore cresce tra le rovine; l’alba trionfa sulla notte. Lotta di classe. Pensare solo alle rovine, alla notte, alle merci o alla guerra contro l’umanità, senza pensare al fiore, all’alba, alla ricchezza, alla danza della resistenza, significa dimenticare la lotta di classe, rinchiudersi nel lamento e nella rassegnazione. La lotta di classe si esprime in molti modi: è il fiore contro le rovine, l’alba contro la notte, la ricchezza contro la sua perversione mercantile, la danza contro la catastrofe capitalista. Siamo noi, la prima persona plurale, contro la nostra oggettivazione come terza persona. È la nostra unione autonoma contro la dittatura eteronoma, cioè la comune contro lo Stato. L’alba trionfa sulla notte. Ma noi continuiamo a vivere nella notte, una notte sempre più buia. L’alba trionfa sulla notte. Non si tratta di una cecità ottimistica. Al contrario, perdersi nella notte è cecità; insistere sull’alba significa aprire gli occhi sul fatto che “la sventura di ereditare un pianeta in rovina si mescola a una felicità incomparabile: quella di assistere alla lenta nascita di una società come la storia non ha mai conosciuto”. Non come una certezza, ma come una direzione, come una dinamica, come una potenzialità, come un impegno, come una lotta. In questo risiede la sfida politica e scientifica: come contribuire alla comprensione e alla forza di questa “lenta nascita di una società come la storia non ha mai conosciuto”? Purtroppo non ho conosciuto personalmente Raoul, sebbene abbia avuto l’enorme onore di scambiare email con lui e di essere invitato a scrivere una postfazione per l’edizione inglese della sua Lettera ai miei figli e ai figli del mondo a venire e una prefazione per la raccolta dei suoi articoli pubblicata da Comunizar, Abrir lo imposible. El revoloteo de las insurgencias de la vida cotidiana (“Aprire l’impossibile. Il tumulto delle insurrezioni della vita quotidiana”). Qui voglio semplicemente dire grazie, grazie, grazie per tutto quello che hai fatto per rafforzare l’alba contro la notte. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Revista Crítica Anticapitalista, nata all’interno del progetto editoriale Comunizar, promosso da una rete con base in Argentina e vocazione internazionale (sorella di Comune), una “rete porosa”, messa su attorno alla necessità di “pensare alternative radicali al sistema capitalista” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’alba trionfa sulla notte proviene da Comune-info.
October 6, 2026
Comune-info
Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro
DOMENICA 4 APRILE C’È IL PRIMO TURNO DELLE ELEZIONI GENERALI IN BRASILE CHE VEDONO LO SCONTRO PER LA PRESIDENZA TRA LULA E L’ESPONENTE DELL’ESTREMA DESTRA FLÁVIO BOLSONARO, FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO, ORA AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER IL TENTATIVO DI COLPO DI STATO NEL 2022. QUESTE ELEZIONI AVVENGONO MENTRE IL SISTEMA MONDIALE STA AFFONDANDO: IN MOMENTI COME QUESTI, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, I PROFETI AUTORITARI VINCERANNO SEMPRE. “MA ATTENZIONE, C’È UN PUNTO CIECO CHE NON VOGLIAMO VEDERE: ANCHE LA NOSTRA CULTURA POLITICA STA AFFONDANDO, STA RIVELANDO I SUOI LIMITI… IL PRINCIPALE, A MIO AVVISO, È LA CIECA FIDUCIA NELLO STATO, NEI GOVERNANTI, NELLE POLITICHE DEI DIRITTI, NEL VALORE DELLE LEGGI… NEL MOMENTO DEL NAUFRAGIO, CIÒ DI CUI LE PERSONE HANNO BISOGNO SONO ANCORE DI SALVEZZA COLLETTIVE, E LE UNICHE CHE CONOSCIAMO QUANDO GLI STATI-NAZIONE AFFONDANO SI CHIAMANO AUTONOMIE…” Febbraio 2026: comunità indigene occupano la sede della multinazionale Cargill in Amazzona, costringendo Lula a revocare il decreto di privatizzazione di tre grandi fiumi. Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Quando il Titanic affonda, emergono i salvatori rumorosi, che gridano che la salvezza sta nel seguirli, lanciando insulti e puntando il dito contro i presunti colpevoli, senza mai offrire argomentazioni o spiegazioni. Loro sono la soluzione, il loro intransigente e violento autoritarismo patriarcale che si limita a impartire ordini, promuovendo la salvezza individuale di pochi eletti e disprezzando chi è lento e chi semplicemente dubita. Quando il Titanic affonda, non ha senso incolpare i capitalisti che hanno costruito una nave difettosa (per quanto colpevoli possano essere), né il capitano che era distratto o ubriaco nel momento del massimo pericolo. L’analisi razionale e positivista non porta da nessuna parte perché non offre percorsi concreti per superare l’imminente morte collettiva. In momenti come questi, i profeti autoritari vinceranno sempre, anche se il loro intervento è apparentemente irrazionale e intriso di fanatismo. Il sistema mondiale sta affondando. O meglio, viene affondato dalle grandi potenze che combattono tra loro per il primato globale. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Unione Europea e una piccola legione di potenze che aspirano all’egemonia regionale, come l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’India, il Brasile, il Sudafrica, il Pakistan, il Giappone e poche altre. Come sottolineava Fernand Braudel, quando la nave del mondo affonda, è allora che emergono i punti deboli della sua costruzione. «Il naufragio è sempre il momento più significativo; ancor più significativi delle strutture profonde della vita sono i suoi punti di rottura, il suo deterioramento improvviso e lento sotto l’effetto di pressioni contraddittorie», scriveva in Storia e scienze sociali. Ma attenzione: c’è un punto debole, un punto cieco che non vogliamo vedere: anche la nostra cultura politica sta affondando; sta rivelando i suoi limiti, i suoi «punti di rottura», per usare le parole del saggio. Il principale, a mio avviso, è la cieca fiducia nello Stato, nei governanti, nelle politiche dei diritti, nel valore delle leggi e dei discorsi. Ovvero, in tutto ciò che non farà altro che cullare le masse con delle storie. «La culla dell’uomo è cullata dalle storie. Le grida di angoscia dell’uomo sono soffocate dalle storie», scriveva León Felipe. Insomma, leggi e programmi sociali. La sinistra è maestra nell’arte di raccontare storie, nel crederci e nel convincere i propri seguaci a crederci. Nel frattempo, i Bolsonaro offrono soluzioni, indicando dove si trovano le porte, anche se conducono all’abisso. In questa costruzione di salvatori e profeti fanatici, convergono diverse correnti: dagli eredi delle dittature militari (incluse le dittature elettorali), ai criminali e ai mafiosi che possiamo riassumere come capitalisti. Perché questo è il capitalismo che esiste realmente, il capitalismo delle mafie della droga, delle armi e dei prodotti farmaceutici, a cui dobbiamo aggiungere le mafie bibliche, gli evangelici e i neopentecostali. Qui è necessario fare una pausa. Un recente articolo del quotidiano El País riassume il bolsonarismo come la somma di “panico morale, fervore evangelico e guerra culturale”. Vero, ma è necessario chiedersi perché milioni di brasiliani – o persone di qualsiasi altra nazionalità – seguano profeti fanatici; perché le donne povere delle favelas scelgano un uomo violento e maschilista che le disprezza. Il corrispondente lo spiega molto chiaramente: “Il motore del cambiamento sociale è incarnato dalla donna nera povera alla quale la comunità religiosa offre una rete di sostegno più efficace dello Stato. È quella donna brasiliana il cui marito ha smesso di abusare di lei da quando ha smesso di bere, che ha imparato a leggere con le Scritture, o che vede nelle lezioni di chitarra dei figli un’alternativa sicura alle strade dove il crimine offre soldi facili e prestigio” (El País, 27/09/2026). Queste sono le ragioni per cui seguono i fanatici. Non le opzioni ideologiche che la sinistra sta prendendo in considerazione. Nel momento del naufragio, ciò di cui le persone hanno bisogno sono ancore di salvezza collettive, e le uniche che conosciamo quando gli stati-nazione affondano si chiamano autonomie. Non ce ne sono altre. Quando San Paolo, Città del Messico, Lima e molte altre città crolleranno, quelli in cima fuggiranno in elicotteri, aerei e convogli protetti da bande armate. Quelli in basso, quelli intrappolati nella stiva del Titanic da quelli in cima perché non c’erano abbastanza scialuppe di salvataggio, saranno condannati. A meno che non inizino a costruire autonomie fin da ora, di ogni tipo. Abbiamo maestri che ci mostrano questa strada, perché la stanno già percorrendo, perché “la metateoria degli zapatisti è la nostra pratica” (Subcomandante Galeano), e questo non ha bisogno di discorsi. La sinistra non può andare oltre lo stato-Titanic per molte ragioni. Tra le altre, perché non può accompagnare i popoli della terra senza la pretesa di guidarli. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il Titanic affonda, compaiono i Bolsonaro proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
Non arrendersi all’orrore
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, “Piazza del mondo”. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- Ogni giorno ci troviamo davanti all’orrore che siamo e all’orrore che commettiamo come esseri umani. Ogni giorno tocchiamo con mano quanta aggressività, cattiveria, crudeltà si riversi sui nostri simili, su tutti i viventi del pianeta. Eppure, proprio dentro questo tempo, Mariangela Gualtieri ci invita a non smarrire la capacità di guardare anche ciò che ancora splende. In una bellissima intervista sul manifesto (Nella parola poetica e luminosa di Mariangela Gualtieri), cita a memoria Emily Dickinson: «Fedeli a se stessi e al mistero, il resto è tradimento del vero». Essere fedeli a se stessi significa, ad esempio, non smettere di cercare ciò che è vero, autentico, umano, senza pretendere di possederlo interamente. La verità, con la V maiuscola, è mistero. Bisogna allora essere fedeli alla ricerca. Il cammino è, come dice Bobbio, un labirinto, fatto di tentativi ed errori, e non si percorre in solitudine: prende forma nel dialogo e nell’incontro. La responsabilità della ricerca è personale, ma la strada diventa strada solo quando è un passaggio condiviso. Qui la speranza smette di essere una semplice attesa fiduciosa. Gualtieri dice di amare l’idea «che il meglio di noi stia davanti, non nel passato, che la nostra sia una grande avventura di spirito, di carne e di pensiero e che ci aspetti un’ascesa». Lo ritroviamo in Maria Zambrano: «La storia non avrebbe senso se non fosse la rivelazione progressiva dell’uomo». Un uomo che si rivela nel tempo, e nella possibilità di diventare altro da ciò che è stato. Zambrano parla del «labirinto della speranza umana» e scrive che «scoprire una strada, aprirla, tracciarla, è l’azione più umana, perché è azione e conoscenza insieme». Anche la speranza è un cammino: cercare una strada quando ancora non la vediamo, aprirla passo dopo passo. Forse è questo che significa non arrendersi all’orrore. Non negarlo. Non distogliere lo sguardo. Ma neppure permettere che occupi tutto il nostro sguardo. Gualtieri ci invita a vedere ancora «il tepore e lo splendore di questa nostra terra» e a pronunciare i nostri grazie ogni giorno: a nessuno, a noi stessi, alla terra, alle forze invisibili che guidano l’universo. Ma la gratitudine, davanti a tutto questo, non è un lusso? Guardare più spesso il cielo, aver cura di qualcuno, tenere vicini i poeti che hanno scritto parole grate. Non sono gesti ingenui. Sono un modo per non lasciare che l’odio ci abitui all’odio, che la violenza diventi normale, che l’indifferenza finisca per sembrarci l’unico modo possibile di stare al mondo. Cercare la bellezza non significa fuggire dalla realtà. Significa guardarla con uno sguardo ancora più attento. Gualtieri parla di stupore e consapevolezza come di due modi quasi opposti di stare al mondo e dice di cercare di praticarli entrambi: «Stare quasi in ebetudine, essere ben raziocinanti». Quell’«ebetudine» non è apatia o svuotamento, ma pura ricettività, la capacità di lasciarsi disarmare dalla meraviglia prima di riarmare il pensiero critico. Lo stupore ci impedisce di abituarci a ciò che vediamo; la consapevolezza ci impedisce di trasformare lo stupore in ingenuità. Tenere insieme ciò che sembra opposto: la bellezza e l’orrore, lo stupore e la consapevolezza, il mistero e la ricerca. Non per confonderli, ma per non lasciare che una parte cancelli l’altra. E allora possiamo ancora pronunciare la parola speranza. Non come certezza che tutto andrà bene, ma come decisione di non considerare conclusa la possibilità dell’umano. «La parola speranza si illumina, smette per un attimo di sembrare impossibile da pronunciare, riprende vigore», dice Gualtieri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non arrendersi all’orrore proviene da Comune-info.
October 2, 2026
Comune-info
La sfida comunitaria
L’IMMAGINAZIONE DELLE SINISTRE ISTITUZIONALIZZATE, DAI PARTITI AI SINDACATI, RESTA IN GRAN PARTE DEL MONDO CONCENTRATA SULLO STATO E SULLA CONQUISTA DEL POTERE. LE AZIONI DI RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE RIVELANO INVECE LA PRESENZA DI UN IMMAGINARIO DELL’AUTONOMIA CHE SI FA STRADA TRA L’IMMAGINARIO DEL CAPITALISMO E QUELLO DEL SOCIALISMO. «SIAMO STANCHI DI STUDIARE COME IL CAPITALISMO DOMINA E SFRUTTA. ORA LA NOSTRA PREOCCUPAZIONE È COME SARÀ LA NUOVA REALTÀ» DICONO LE COMUNITÀ ZAPATISTE CHE, INSIEME AD ALTRI PEZZI DI SOCIETÀ IN MOVIMENTO, SPERIMENTANO TANTI MODI IN CUI È GIÀ POSSIBILE RICOSTRUIRE LE SOCIETÀ DEVASTATE DAL CAPITALISMO. NELL’INTRODUZIONE DEL LIBRO DOPO LA TORMENTA. LA SFIDA COMUNITARIA (ELÈUTHERA), RAÚL ZIBECHI SCRIVE: “IN QUESTO LAVORO HO RACCOLTO ALCUNI TESTI CHE MIRANO A MOSTRARE COME TRA I MOVIMENTI E I POPOLI IN LOTTA SIANO STATE CREATE RELAZIONI E FORME DI VITA CHE APPARTENGONO AL MONDO NUOVO CHE VOGLIAMO CREARE…”. L’IMMAGINARIO CHE GUARDA ALL’AUTONOMIA RISULTA POTENTE, DIVERSO: IN ITALIA, ZIBECHI PENSA ALLE FABBRICHE RECUPERATE DAI LAVORATORI E ALLA RESISTENZA NO TAV. “DOBBIAMO CONCEPIRE LE AUTONOMIE NON COME ISTITUZIONI, MA COME ORGANISMI VIVENTI CAPACI DI CAMBIARE…” È possibile trovare o prenotare il libro in qualsiasi libreria. A Roma si può acquistare a prezzo scontato (15 euro invece di 18) attraverso Comune, di cui Zibechi fa parte da sempre, scrivendo a info@comune-info.net La partecipatissima Sagra del Peperoncino rebelde promossa al Forte Prenestino, Roma, il 27 settembre dal Nodo solidale per sostenere differenti realtà di lotta in Messico -------------------------------------------------------------------------------- L’immaginazione è fondamentale per chi aspira a cambiare il mondo. Se non siamo capaci di immaginare un mondo nuovo, diverso, non potremo costruirlo. Non intendo dire che tutto dipende dall’immaginazione, ma quest’ultima sembra essere un prerequisito in grado di orientare le energie collettive, come ha dimostrato per decenni il movimento operaio immaginando un mondo governato non da «dèi, re o tribuni», ma dai lavoratori stessi, come propone L’Internazionale. In un recente incontro delle comunità zapatiste, dedicato a «piramidi, storia, amori e, chiaramente, disamori»1, il subcomandante Moisés ha parlato del «potere dell’immaginazione». Ha spiegato che lo zapatismo in un primo momento immagina qualcosa di concreto, poi vi riflette collettivamente e infine comincia ad abbozzare una pianificazione per renderlo realtà. «Siamo stanchi di studiare come il capitalismo domina e sfrutta; ora la nostra preoccupazione è come sarà la nuova realtà». Questo è il tema principale affrontato dallo zapatismo negli ultimi anni. Le azioni di resistenza delle comunità indigene, nere e contadine dell’America Latina rivelano la presenza di un immaginario dell’autonomia che si fa strada tra l’immaginario del capitalismo e quello del socialismo reale. Si tratta di una realtà nuova, di un qualcosa che non esisteva tre o quattro decenni or sono, quando l’autonomia era solo una riflessione teorica ancorata a esperienze passate, per lo più del secolo precedente. Purtroppo, l’immaginazione delle sinistre istituzionalizzate (dai partiti ai sindacati) rimane concentrata sullo Stato e sulla conquista del potere. Continuano a sognare immaginari «Palazzi d’inverno» o «Bastiglie» da prendere d’assalto e sperano che da lì cambieranno il mondo, contro ogni esperienza storica che dimostra il contrario. In ogni caso, centocinquanta anni dopo la Comune di Parigi e poco più di un secolo dopo la rivoluzione russa, l’immaginario statalista appare logorato; è sempre meno interessante e attraente per i giovani, per le donne che lottano e per chi aderisce alle più diverse forme di dissenso. L’immaginario che guarda all’autonomia, invece, risulta potente, diverso, attrae molte persone e soprattutto ha una grandissima vitalità. In Italia, penso alle fabbriche recuperate dai lavoratori, alla resistenza all’alta velocità in Val di Susa o alla Fattoria senza padroni di Mondeggi nei suoi primi anni, per citare alcune realtà che ho conosciuto direttamente. La cosa interessante è che si tratta di una visione strettamente legata a esperienze concrete, che hanno i loro problemi e le loro carenze2 (che cosa non li ha?), ma in cui predominano la creatività e la freschezza di un’aria nuova. Nel caso degli zapatisti, la cui esperienza permea naturalmente gran parte del mio pensiero, è importante notare che, dopo aver portato avanti per tre decenni il proprio cammino verso l’autonomia, ora stanno intensificando l’impegno ad approfondire ciò che stanno costruendo. Da qui emergono alcune proposte che mirano a eliminare o appiattire le piramidi (simbolo del dominio capitalistico e patriarcale), nonché la creazione del Común3 come orizzonte del tipo di società desiderabile. Ci stanno dicendo che l’autonomia è qualcosa di positivo e necessario, ma che non è sufficiente se manteniamo la proprietà privata e le gerarchie. D’altra parte – e credo che questo sia fondamentale – dobbiamo concepire le autonomie non come istituzioni, ma come organismi viventi capaci di cambiare, di modificare il proprio corso, il che può avvenire in un senso sempre più anticapitalistico. Non c’è nulla di prestabilito, e coloro che intraprendono questo cammino hanno bisogno di sperimentare, di percorrere la strada, e poi di vedere come proseguire. E naturalmente può anche succedere che alcune esperienze di autonomia si indeboliscano e finiscano per ricadere in pratiche stataliste. In questo lavoro ho raccolto alcuni testi che mirano a mostrare come tra i movimenti e i popoli in lotta siano state create relazioni e forme di vita che appartengono al mondo nuovo che vogliamo creare per sottrarci al collasso di civiltà ormai in corso. In generale, non configurano una società nuova o mondi completamente nuovi, ma stanno creando i fili e le trame che possono intessere l’arazzo che desideriamo e che stiamo sognando. In questo lavoro, dopo aver affrontato la crisi sistemica e il collasso in atto, mi soffermo brevemente sulla decomposizione delle nostre società e sulla mutazione degli Stati-nazione, tenuti sotto controllo dall’1 per cento che se n’è impadronito per tutelare i propri interessi. Questa deriva del capitalismo in termini di predazione spiega in gran parte la scelta di alcuni popoli per l’autonomia territoriale. Mi piace sempre sottolineare che non si è trattato di una scelta ideologica, ma piuttosto di una scelta motivata dalla pura necessità di sopravvivere in mezzo alla catastrofe che stanno vivendo. Dedico il capitolo quarto al problema della centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, una proposta che il marxismo ha imposto in tutti i processi, basata sulla falsa idea che la proprietà statale sia molto diversa dalla proprietà privata. Ciò significa ignorare che la gestione della proprietà statale richiese la creazione di una fascia di amministratori e burocrati che, con il tempo, sono diventati una nuova classe dominante, oppressiva quanto la vecchia borghesia. Con mia sorpresa, molti militanti e attivisti si sono sintonizzati con la spiritualità come forza potenzialmente emancipatrice. Conoscere dall’interno alcune comunità Guaraní Mbya nel sud dello Stato di São Paulo, comprendere il ruolo che le «case di preghiera» svolgono nella coesione collettiva e nella determinazione a rimanere popoli indigeni, mi ha portato ad approfondire questo argomento. Mi è parso evidente che un rigido materialismo non è sufficiente a spiegare le scelte degli esseri umani, e in particolare a sostenere la vita collettiva. Credo che quel tipo di materialismo abbia anche contribuito alla crisi del socialismo e del pensiero critico, una crisi che viviamo, e che patiamo, da decenni. È tuttavia essenziale separare la spiritualità dalla religione. La spiritualità indigena non ha istituzioni né autorità. Le «case di preghiera» sono costruzioni semplici, fatte di fango e foglie di palma, dove tutte e tutti sono uguali, senza la minima gerarchia se non quella che nasce dai saperi e dall’età. Ci sono due idee che il marxismo e il pensiero critico hanno ereditato e portato a estremi pericolosi per la vita: la «stupidità della vita contadina» e la religione come «oppio dei popoli». Al contrario, le spiritualità popolari alimentano gli immaginari di un mondo migliore, come hanno ripetutamente dimostrato le pratiche concrete del movimento operaio. I quindici governi territoriali autonomi dell’Amazzonia peruviana, così come le decine di esperienze di autonomia nell’Amazzonia brasiliana (che non è stato possibile includere in questo volume), sono una scintilla di speranza per tutti i popoli e le classi oppresse. Sebbene queste realtà siano nate e si collochino in aree geografiche marginali, mi sono soffermato su di esse per due motivi: da un lato, ci insegnano che l’autonomia è necessaria per affrontare tanto la crisi climatica quanto l’avanzata predatoria del capitale; dall’altro, perché ben 51 popoli amazzonici peruviani hanno deciso di intraprendere questo cammino, che ciascuno realizzerà secondo i suoi tempi. Il popolo Garifuna, in Honduras, è stato per me una rivelazione, mostrandomi quanto ci sia ancora da scoprire per quelli come noi che viaggiano per incontrare comunità e gruppi di resistenza dal basso. Le comunità che risiedono sulla costa caraibica stanno creando nuove relazioni sociali e di produzione, nonostante la violenza del narcotraffico e dei grandi proprietari terrieri, e la complicità di uno Stato oligarchico e mafioso. Nei territori recuperati hanno sostituito le monocolture di palma da olio con le loro colture tradizionali, come il cocco (che non è solo un alimento, ma ha anche un ampio uso cerimoniale). Inoltre, stanno diversificando le loro colture dando una particolare attenzione ai prodotti alimentari, ovvero impiantando coltivazioni di cereali, allevamenti di pollame e fabbriche di olio di cocco. Non solo, ma presto inaugureranno la «Casa dei saperi» garifuna, una sorta di «università» di cui il popolo potrà usufruire per la propria formazione. Tutto ciò non ha fatto che rafforzare la resistenza garifuna, nonostante i crimini quasi costanti commessi dai loro oppositori. Si tratta di uno degli esempi più chiari della possibilità di costruire qualcosa di nuovo nonostante tutte le prevedibili avversità. L’ultimo capitolo è dedicato agli impatti dello zapatismo in America Latina. Si può parlare di un certo numero di impatti diretti e di alcuni impatti indiretti, difficili da tracciare perché a livello discorsivo molti non menzionano ciò a cui si ispirano per costruire la propria autonomia. Quello che è certo è che tre decenni or sono non esisteva una corrente autonomista nel nostro continente, e neppure nel mondo. Oggi possiamo affermare che negli ultimi anni questa corrente si è formata, non tanto a livello di organizzazione stabile e gerarchica ma a livello di una sensibilità che riesce a incidere su molti spazi e momenti della vita dei popoli. Non intendo dire che le diverse esperienze seguano lo zapatismo o si allineino alle sue iniziative, ma che molte traggono ispirazione dall’Ejército zapatista de liberación nacional (EZLN), mentre altre stanno convergendo in quella direzione perché hanno bisogno di preservare la vita. Infine, voglio ringraziare la casa editrice elèuthera, con cui ho pubblicato Il paradosso zapatista quasi trent’anni fa. Continuare per tutto questo tempo a pubblicare libri critici è come nuotare controcorrente, soprattutto ora che le tempeste stanno diventando sempre più frequenti e devastanti. Un ringraziamento speciale va alla traduttrice, Maria Adele Cozzi, che si è dedicata con molto impegno a un lavoro per il quale ha rifiutato qualsiasi compenso economico, con il desiderio di condividere e sostenere le scelte di quella generazione di persone impegnate che hanno dato un senso alle lotte del XX secolo, lavorando per convinzione e non per interesse. È una specie in via di estinzione che dobbiamo riconoscere, rispettare e, spero, emulare se desideriamo rimanere da questa parte delle barricate. Montevideo, gennaio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Note all’Introduzione 1. Semillero «De pirámides, de historia, de amores y, claro, desamores». A questi incontri, gli zapatisti danno il nome di semilleros (semenzai di idee, di riflessioni). Si veda in proposito la relazione elaborata da Ya basta Napoli e pubblicata da Comune: Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore (consultato il 31 gennaio 2026) [N.d.T.]. 2. Si vedano per esempio le problematiche che nel 2024 hanno indotto un gruppo di persone che facevano parte della comunità di Mondeggi ad abbandonare l’esperienza, esprimendo dettagliatamente i motivi della propria scelta: Mondeggibenecomunque.noblogs.org (consultato il 2 febbraio 2026) [N.d.T.]. 3. Per quanto riguarda il Común, si veda la nota 3 del capitolo quarto [N.d.T.], dedicata al superamento dei municipi autonomi e delle giunte del buon governo e l’istituzione del Común, il livello comunitario di base di autogoverno -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La sfida comunitaria proviene da Comune-info.
October 2, 2026
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