Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE
OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE
FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL
CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I
COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA
DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash
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Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa
scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una
guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto
che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze
russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti
e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la
NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già
razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge
della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la
nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500
chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente
intercettabile.
Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la
guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i
“tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a
esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già
tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un
elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente
intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione
delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue
forme di riproduzione.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà
della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto
minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono
32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del
2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22
aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara
Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a
decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica
Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —:
quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque
un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo
e del modo di produzione capitalistico.
Guerra e accumulazione del capitale
Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione
capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e
sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale
attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso
abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti
fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e
riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è
l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale
che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene
spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta
necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea
Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti,
hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione
capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica
all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è
descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del
capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di
produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al
lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un
nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con
altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.
Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso:
ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati,
economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le
proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi:
l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del
capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa
competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La
guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo.
David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione
per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato
coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing
(appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della
finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha
superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha
istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir
Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è
una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee
del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e
della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare,
Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si
organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”,
nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle
frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione.
L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse
naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette
territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di
queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche
empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti
delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non
abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è
che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di
estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto
una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di
produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo
geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme
del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e
nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente
fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa
infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende
qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande
volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o
minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le
forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono
sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e
distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei
minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre
contemporanee.
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LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI:
> Stiamo sprofondando nella tormenta
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Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro
intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico
dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la
difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale
(IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di
acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova
domanda di estrattivismo.
Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla
cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali
che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La
transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima
frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura
materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del
commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti
contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di
strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è
ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta
avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso
cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un
esempio paradigmatico.
Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la
devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al
grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità
espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è
precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni
indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende
necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva
dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile.
Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo
È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi,
sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore
ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica
delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra
ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi
umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in
Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente
interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed
estrattivismo.
In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate
Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il
potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del
Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno
d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali,
regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze
sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi
accesso alle risorse e influenza geopolitica.
In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino
consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base
navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo
Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle
miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo
i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023
sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che
hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le
sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022,
lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si
trovasse a Mosca, ospite di Wagner.
L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate
attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle
popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati
internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato
proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici
delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge
soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle
comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali
dell’accumulazione.
Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato
centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati
interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili,
ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della
più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono
dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al
rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche,
stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi
osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica
genocidaria.
Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico
occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre
guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare
anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto
l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni
percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica:
milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle
migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica
comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un
principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda
che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di
lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale
contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore,
posizione geopolitica e utilità economica.
Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo,
tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il
tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e
semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione
mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale
attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo
decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo
il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre
trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con
interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree
minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso
la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda
come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria
congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e
Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista
territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle
catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali
smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza.
Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua
struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che
prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto.
Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste
occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle
forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo.
Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale:
producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della
sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a
muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal
Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario
separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal
Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto
(peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla
spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di
trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e
capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le
migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi
di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana.
La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo
attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di
transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva
del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale.
Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i
corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare
ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche
l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la
stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel
Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo
sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento
dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa
avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono
la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono,
come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il
capitalismo del XXI secolo.
Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e
periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi
imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai
mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra
capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità:
la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici,
riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase
particolarmente esplosiva.
È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo
internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una
autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti.
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1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine
Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021.
truthout.org
2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un
Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia:
l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale
di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza
autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica
dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on
Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo
Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa
l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo
rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine
globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons
from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999
3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di
De l’État, 4 voll., 1976-1978)
4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei
conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026
5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si
veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome
I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006
6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione
economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria
marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi,
Einaudi, Torino, 1968
7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso
autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book,
Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54
8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York,
2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in
Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017
9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003
10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si
veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York,
2020
11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove
forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson,
Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed
estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021
12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de
entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología
Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB),
Cochabamba, 2015
13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R.
Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025
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