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LOMBARDIA: RAPPORTO ECOSISTEMA DI LEGAMBIENTE, INQUINAMENTO ATMOSFERICO PRINCIPALE CRITICITA’
“Tutte le città lombarde soffrono dell’inquinamento atmosferico da Pm 10, Pm2,5, da ossidi di azoto, quindi da tutto quello che è prodotto dai motori diesel e dalle attività umane ed anche civili come i caminetti o le stufe a pellet perché ovviamente inquinano molto di più che altri sistemi.” Si salvano parzialmente i comuni come Varese, Como, Lecco, le zone prealpine più ventilate. Questo è il dato del rapporto Ecosistema urbano 2026 evidenziato da Barbara Meggetto presidente di Legambiente Lombardia. Brescia ad esempio è al quindicesimo posto nella classifica dei 106 capoluoghi italiani ma per quanto riguarda i parametri dell’aria è 98esima per il biossido di azoto, 82esima per il Pm10 e 78esima per il Pm2,5, 44esima per l’ozono. Brescia dall’anno scorso ha migliorato di 3 posizioni (era 18esima) mentre 10 anni fa era 83esima. Intervista a Barbara Meggetto  presidente di Legambiente Lombardia Ascolta o scarica
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Continuare a immaginare il futuro a Belgrado
SULLE PAGINE DI COMUNE LO ABBIAMO SCRITTO IN MOLTI MODI DIVERSI: PENSIAMO CHE I CAMBIAMENTI PROFONDI NON PASSINO DA GOVERNI E PARLAMENTI, MA NATURALMENTE QUESTO NON SIGNIFICA CHE LULA E BOLSONARO SONO LA STESSA COSA… VALE COMUNQUE LA PENA RAGIONARE SU QUELLO CHE È ACCADUTO IN SERBIA, SULLE REGIONI E SULLA CULTURA POLITICA CHE HA VISSUTO IN QUESTI ANNI IL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI E DELLE STUDENTESSE NATO MOLTO PRIMA DELLE ELEZIONI NEI CORTILI UNIVERSITARI, MA ANCHE SUI SOGNI DEI GIOVANI CHE TENDONO A SOMIGLIARSI DA UN CAPO ALL’ALTRO DEL MONDO, SULLA CONSAPEVOLEZZA CHE L’ATTIVITÀ DI GOVERNO È RICCA DI LIMITI E CONTRADDIZIONI, SULLA CAPACITÀ DI CONTINUARE A IMMAGINARE E SPERIMENTARE MONDI NUOVI DENTRO E FUORI DALLE ISTITUZIONI -------------------------------------------------------------------------------- L’ingresso dell’università di Belgrado. Foto Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è un momento, nella vita di un Paese, in cui la rabbia smette di essere soltanto rabbia e diventa qualcos’altro. Diventa metodo. Diventa pazienza organizzata. Diventa possibilità diluita. Diventa, a volte, un sogno che si rifiuta di restare tale per incidere nella realtà. È quello che è successo in Serbia, dove un movimento nato nei cortili delle università, tra aule che da tempo discutevano di democrazia e futuro, ben prima di affacciarsi alle urne, ha fatto quello che nessun partito tradizionale era riuscito a fare in oltre un decennio: ha sconfitto alle elezioni Aleksandar Vučić e il suo apparato di potere. Un movimento di protesta che è cresciuto gradualmente e non ha avuto bisogno di un leader carismatico a guidare la carica, né di una macchina di partito, di finanziamenti, di apparati consolidati: ha avuto bisogno soltanto di una piazza che per due anni non ha smesso di accoglierli, di una generazione che ha scelto di non guardare altrove, di migliaia di passi che, notte dopo notte, hanno battuto le stesse strade finché le strade non hanno imparato il loro nome. La Lista studentesca, così si chiama, senza il bisogno di un nome altisonante, perché il nome lo aveva già scritto la piazza nei due anni precedenti, fatti di manifestazioni enormi (partite a ridosso del tragico crollo alla stazione di Novi Sad del novembre 2024 e delle successive inchieste sulla corruzione), di notti insonni e turbolente, di un paese che non voleva più voltarsi dall’altra parte. Studentska lista – Studenti pobeđuju, il loro motto fin dalla prima ora: “Lista studentesca – Gli studenti vincono”. E alla fine, quando le urne hanno parlato, hanno detto una cosa chiarissima, quasi commossa nella sua precisione aritmetica: i candidati degli studenti hanno ottenuto quasi il 53% dei consensi, contro il 39% del Partito progressista serbo di Vučić, conquistando 140 seggi su 250. Un ribaltamento netto, inequivocabile, di quelli che la storia impiega decenni a digerire e che invece, in Serbia, è arrivato in una sola notte di ottobre. E a renderlo ancora più potente c’è un numero che da solo racconta la febbre di un intero paese: quasi il 70% degli aventi diritto si è recato alle urne, una delle affluenze più alte mai registrate, come se ogni singolo cittadino avesse sentito, per una volta, che il proprio gesto contasse quanto un battito di cuore collettivo. Persino chi ha perso ha dovuto riconoscerlo, in diretta, senza scappatoie: il presidente uscente Vučić ha ammesso la sconfitta in diretta tv, dicendo semplicemente che il suo partito “ha perso le elezioni”. Poche parole che, per chi aveva dominato la scena politica serba per così tanto tempo, devono essere pesate come macigni, il suono di un’epoca intera che si chiude con la stessa semplicità con cui si chiude una porta dopo un lungo inverno. È qui che va reso onore a qualcosa che spesso dimentichiamo: il valore della protesta come atto democratico, non come semplice sfogo. Per due anni le piazze serbe sono state accusate di essere tafferugli, caos, gioventù ingestibile. E invece quel rumore era democrazia che cercava una forma, era il suono sordo di un popolo che bussava a una porta chiusa da troppo tempo. Era un popolo che, non trovando rappresentanza nelle istituzioni, l’ha costruita da zero, nelle strade, prima ancora che nei seggi elettorali, con le mani nude e la pazienza ostinata di chi non ha altro che il proprio corpo da mettere in piazza. Protestare non è l’opposto di governare: è, spesso, la sua prima condizione necessaria, il grembo oscuro e rumoroso da cui ogni cambiamento vero deve nascere. Senza quella piazza con la condivisione di tempo e prospettive da parte di migliaia di giovani, senza quelle notti, non ci sarebbe stata nessuna lista da votare. E a chi guarda questa storia con lo stupore di chi assiste a qualcosa di inedito, vale la pena ricordare che la Serbia non è sola in questa traiettoria, che i sogni dei giovani, quando sono abbastanza ostinati, tendono a somigliarsi da un capo all’altro del mondo. Certo a volte sono storie molto differenti ma che hanno una base comune, l’entusiasmo e la voglia di cambiare. Facendo riferimento solo al nuovo millennio ricordo bene, circa quindici anni fa, dall’altra parte dell’oceano, un’altra generazione di studenti scendeva in piazza in Cile, chiedendo un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Tra quei volti c’era un giovane Gabriel Boric, allora leader studentesco, che da quella piazza avrebbe percorso una strada lunga ma diritta fino al Palazzo de La Moneda, diventando presidente del Cile nel 2022 insieme a una squadra di governo che portava con sé, letteralmente, lo spirito di quelle manifestazioni: ministri e ministre cresciuti politicamente negli stessi cortei universitari, nelle stesse assemblee studentesche, con lo stesso odore di gas lacrimogeno ancora addosso. Il parallelo non è perfetto, lo so bene, e le differenze contano quanto le somiglianze: il Cile ha avuto un decennio di transizione, un leader riconoscibile attorno a cui costruire un progetto, una coalizione politica che si è via via strutturata attorno a quella generazione. La Serbia, invece, sembra voler resistere ancora alla tentazione del volto unico, della leadership verticale, scommettendo su una lista senza gerarchie riconoscibili (i “capolista” non hanno assunto un valore di leader vero e proprio), quasi a voler dimostrare che un sogno collettivo può restare tale anche quando diventa governo. Ma il filo che unisce le due storie è innegabile: entrambe dimostrano che le piazze universitarie, lungi dall’essere un episodio passeggero di gioventù ribelle, possono diventare la fucina di una classe dirigente reale, capace di passare dall’opposizione di strada alla responsabilità di governo, senza perdere per strada il fuoco che le ha generate. Se il Cile sa sussurrare qualcosa alla Serbia di oggi, è una lezione antica quanto la speranza: la limpidezza luminosa delle piazze dovrà, prima o poi, fare i conti con l’ombra pesante del potere. Dovrà misurarsi con la polvere e la fatica di governare un Paese fatto di carne e ossa e non più soltanto di sogni scanditi all’unisono. Lo sa bene Gabriel Boric, che una volta varcata la soglia del palazzo di governo ha dovuto portare sulle spalle il peso delle riforme sfuggite, dei compromessi dolorosi, degli estenuanti confronti dentro e fuori i palazzi e di quel divario tagliente tra l’utopia urlata nei cortei e la misura stretta di un accordo in parlamento. Certo, non è una condanna senza appello, ma un avvertimento che stringe il cuore: quella stessa purezza che oggi fa grande la voce degli studenti serbi sarà domani il loro banco di prova più aspro. È il prezzo, inevitabile e altissimo, che ogni sogno deve pagare quando sceglie di abbandonare il calore della strada per entrare, finalmente, nelle stanze fredde dove si scrivono le leggi. E c’è, in filigrana, un’altra scommessa identitaria che il paese dovrà affrontare: i vincitori hanno promesso che i rapporti con la Russia non verranno recisi e che non ci saranno sanzioni contro Mosca, mantenendo la Serbia militarmente neutrale, mentre la questione dell’adesione all’Unione Europea verrà affidata a un referendum popolare. Una posizione di equilibrio, forse necessaria, ma che dovrà misurarsi con le pressioni di un continente diviso, in bilico come tutta la Serbia tra due mondi che la chiamano a sé. E mentre Belgrado festeggia (nello stesso giorno in cui festeggia Lula in Brasile), non si può fare a meno di guardare al resto d’Europa e di chiedersi se quella febbre serba non sia, in realtà, un sintomo più ampio, il segno visibile di un malessere che da settimane, da mesi, attraversa il continente intero. In questi stessi giorni d’autunno, infatti, un’altra generazione è scesa in piazza, meno organizzata, meno vittoriosa, ma non meno ostinata nella propria rabbia. In Italia, da Torino a Bologna, da Milano a Roma, decine di migliaia di giovani hanno occupato scuole e università, hanno piantato tende davanti agli atenei, hanno marciato dietro a uno slogan che suona come un atto d’accusa diretto: “soldi per la scuola, non per la guerra”. Non è un movimento politicizzato, ideologico, nel senso tradizionale del termine, non ha ancora trovato la propria lista, il proprio leader, la propria disciplina organizzativa; è piuttosto un’onda di fondo, a tratti informe, spinta da un senso di soffocamento che le istituzioni tendono a rubricare frettolosamente come “disordine” o “tensione”. Ma quelle fiamme che occasionalmente si accendono nei cortei non sono che fumo negli occhi, concedendo un assist perfetto alla narrazione della criminalizzazione. Si punta l’indice contro la reazione, additandola come mera violenza, per non dover mai rendere conto della causa: la violenza ben più profonda, silenziosa e sistematica dell’abbandono sociale, della mancanza di prospettive e del vuoto di politiche per le nuove generazioni. È un grido che si scaglia contro un copione che i giovani italiani, come quelli spagnoli e francesi, conoscono a memoria: un carovita che divora gli stipendi, affitti che inghiottono metà del salario, un diritto allo studio che si fa sempre più raro e costoso, mentre i bilanci statali si gonfiano di miliardi destinati al riarmo. È lo stesso filo rosso, cucito su scala continentale: dalla Spagna, dove la crisi degli alloggi ha spinto migliaia di persone in piazza, fino all’Italia, dove gli studenti denunciano miliardi stanziati in spese militari mentre si azzerano i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica, la sanità e il welfare. È la stessa domanda, posta con accenti diversi da Lisbona a Belgrado, da Madrid a Roma: perché un continente che si professa ricco non riesce più a garantire una casa, un’istruzione, un futuro ai suoi giovani e trova invece sempre nuove risorse per gli armamenti? Non sono proteste identiche a quella serba, certo: dove gli studenti di Belgrado hanno saputo trasformare la rabbia in organizzazione e l’organizzazione in voto, quelle italiane e spagnole restano ancora, in larga parte, grido senza struttura, fuoco senza regia, a tratti tradita da frange e modalità che appaiono violente e che rischiano di offuscarne la sostanza più vera e più giusta (lascio volontariamente fuori dall’analisi la storia, nota, degli infiltrati che è storia “in vigore” dagli anni ’70 e riproposta puntualmente ad ogni movimento sociale insorgente). Ma è proprio per questo che la vittoria serba, vista da qui, assume il valore di una promessa: dimostra che quella rabbia diffusa per l’Europa, quella fame di futuro che brucia nelle piazze italiane e spagnole, non è destinata per forza a restare soltanto un incendio, ma può, se trova pazienza e metodo, farsi un giorno anche lei percorso di cambiamento, governo, storia. E qui si apre una domanda che attraversa, carsica, tutta questa storia e che vale la pena di enunciare con il nome di chi l’ha posta con più radicalità. Vent’anni fa, John Holloway scriveva Cambiare il mondo senza prendere il potere, un libro che è rimasto un manifesto per intere generazioni di movimenti. Era la lezione, dichiaratamente ispirata agli zapatisti del Chiapas, secondo cui la vera trasformazione sociale non passa per la conquista delle istituzioni, ma per la costruzione di spazi di autonomia, di relazioni diverse, di un “potere di fare” che si sottrae al “potere di comandare”. Non a caso gli zapatisti, per farsi vedere, hanno scelto di coprirsi il volto: il passamontagna non nasconde un’identità, la moltiplica, dice che chiunque può essere il subcomandante, che la lotta non ha bisogno di un volto riconoscibile per esistere e per contare. Eppure la Serbia, in queste ore, sembra raccontare quasi l’esatto contrario, o forse solo un capitolo successivo della stessa storia. Gli studenti serbi non hanno indossato passamontagna: hanno mostrato il volto, hanno costruito una lista, si sono presi la briga di entrare in un parlamento, di contare seggi, di misurarsi con il linguaggio arido e concreto del potere formale. È come se, senza dirlo esplicitamente, avessero risposto a Holloway con un emendamento silenzioso: si può anche provare a cambiare il mondo prendendolo, il potere, a patto di non lasciarsi cambiare da esso nel processo. Il paradosso è tutto qui, ed è un paradosso fertile: la stessa energia orizzontale, anonima, che in Chiapas ha scelto il volto coperto come atto politico, a Belgrado ha scelto il voto scoperto come stesso identico atto politico. Due strade diverse per la medesima domanda che ancora oggi, da Roma a Madrid, da San Cristóbal a Belgrado, i giovani si ostinano a porre al mondo: è possibile restare fedeli alla propria rabbia originaria anche una volta seduti nelle stanze dove si decide? Eppure, qualunque cosa accada da qui in avanti, resta un fatto che nessuna difficoltà futura potrà cancellare: per una notte, in Serbia, la democrazia dal basso ha vinto, e ha vinto con la grazia disarmata di chi non chiedeva permesso a nessuno. Non con un re, un leader, ma con migliaia di nomi senza volto che hanno scelto di crederci fino in fondo, di camminare al buio finché il buio non si è fatto alba. E forse è proprio questo, oggi, il messaggio che da Belgrado attraversa l’Europa intera, fino alle strade di Milano e di Roma e alle strade in fiamme di Parigi e di Madrid: che il sogno di una generazione, quando trova la pazienza per non restare solo rabbia, può ancora cambiare la forma del mondo sotto i propri passi. E se governare sarà sempre più difficile che protestare, è altrettanto vero che senza il coraggio di protestare nessuno, da nessuna parte, avrebbe mai la possibilità di provare a farlo. In un mondo in cui il neoliberismo domina le scelte strategiche e uniforma i partiti alla difesa delle economie dei potenti, quel coraggio resta l’ultimo, insostituibile argine per continuare a immaginare il futuro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Continuare a immaginare il futuro a Belgrado proviene da Comune-info.
October 27, 2026
Comune-info
ELEZIONI ISRAELE, CHRISTIAN ELIA: “NETANYAHU POTREBBE PERDERE, MA SULLA QUESTIONE PALESTINESE NON CAMBIERÀ NULLA”
Urne aperte per le elezioni politiche oggi, martedì 27 ottobre, nello stato di Israele per la prima volta dal 7 ottobre 2003, dopo oltre 3 anni di genocidio, guerre, invasioni e occupazione su più fronti. Gli aventi diritto al voto sono 7 milioni e 300mila. I seggi rimarranno aperti fino alle ore 21 italiane. Alle 12 l’affluenza è al 31,5%, il dato più alto dal 1977. Gli ultimi sondaggi disponibili prevedono un testa a testa tra il blocco dell’attuale premier Netanyahu e dei coloni fascisti e quello del suo principale avversario, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, a capo di una coalizione – sempre sionista – che va dal centrosinistra all’ultradestra nazionalista laica. Il blocco oggi al potere è dato tra i 50 e i 52 seggi, mentre l’opposizione sionista tra 54 e 56, sotto la maggioranza di 61. Fuori dai due schieramenti corrono alcuni partiti minori, come i Riservisti (che da un lato chiedono la leva obbligatoria ma dall’altro vogliono mettere Netanyahu sotto indagine per il 7 ottobre) o i partiti della sinistra antisionista e della comunità palestinese, dati uniti tra i 12 e i 14 seggi, possibile ago della bilancia. Una novità, infine, è rappresentata dalla lista “Un posto per tutti noi” legata al movimento contro l’occupazione Standing Together. “La società israeliana arriva a queste elezioni a pezzi, le lacerazioni al suo interno sono ormai profondissime e non solo intorno alla figura di Netanyahu”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista esperto di medio oriente Christian Elia. Le spaccature riguardano anche gli equilibri tra quelle “mille anime che, a volte, si ha la sensazione – e non è una sensazione – che solo la continua violenza contro i palestinesi tenga insieme”, prosegue Elia. Tra queste contrapposizioni, specifica il nostro ospite, “c’è ormai una sorta di resa dei conti tra un modello laico di società e uno confessionale; c’è poi una resa dei conti tra gli ambienti militari e quelli della politica; c’è, infine, anche una resa dei conti fra le minoranze, quindi i drusi, i cristiani, i gruppi di ebrei ortodossi e soprattutto i palestinesi”. Per quanto riguarda le coalizioni in corsa, secondo Christian Elia “per la prima volta dopo tanto tempo Netanyahu può perdere davvero”. “Il problema – commenta il giornalista – è con chi perde: se si confrontano i programmi della coalizione di Eisenkot e quella di Netanyahu ci si rende conto che cambia davvero poco, innanzitutto sulla questione palestinese. Anche per questo l’ago della bilancia saranno i partiti cosiddetti arabo-israeliani, che in realtà sono i palestinesi del ’48 che decisero di restare. I partiti più importanti, come Balad e Hadash, hanno trovato un accordo per formare una lista unica. Ovviamente un loro accordo con l’attuale blocco di potere è praticamente impossibile. Se si alleano con qualcuno di alleano con Eisenkot. C’è da dire, tuttavia, che Eisenkot era il capo di stato maggiore israeliano dell’operazione ‘Piombo fuso’ su Gaza”. Se la coalizione di Eisenkot dovesse vincere ma senza trovare un accordo con i partiti dei palestinesi del 1948, potrebbe crearsi una situazione di stallo nella quale potrebbe spuntarla ancora una volta Netanyahu. “In questo scenario il rischio è che il presidente israeliano dia di nuovo all’attuale premier l’incarico di formare un nuovo governo. Questo però vedrebbe un Netanyahu piuttosto bloccato nelle sue decisioni perché farebbe sempre fatica a trovare una maggioranza in parlamento”, commenta Christian Elia in conclusione dell’intervista alla nostra emittente. L’intervista di Radio Onda d’Urto al giornalista Christian Elia sulle elezioni nello stato di Israele. Ascolta o scarica.
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
EX ILVA, LA PROCURA CHIEDE GLI ARRESTI PER GLI EX DIRIGENTI DEL PERIODO 2019 – 2024 PER I CONTROLLI SULLE EMISSIONI
La Procura di Taranto ha chiesto gli arresti domiciliari per Lucia Morselli, ex ad di Acciaierie d’Italia, per l’ex direttore di stabilimento Alessandro Labile e per il dirigente dell’Ispra Francesco Astorri. L’inchiesta ipotizza i reati di disastro ambientale, truffa sulle quote di Co2, corruzione e associazione per delinquere. L’inchiesta riguarda in particolare delle presunte irregolarità sui controlli ambientali nella gestione delle emissioni di anidride carbonica e benzene. Astorri, in particolare, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe falsato gli esiti dei controlli nello stabilimento per favorire l’impresa. Le presunte irregolarità sulle quote di emissione di CO2 avrebbero consentito, secondo la Procura, un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Unione europea. Ci sono dieci richieste di misure interdittive, che verranno vagliate dai giudici a partire dalla prossima settimana. Gianmario Leone, giornalista del Corriere del Taranto. Ascolta o scarica Sempre sull’ex Ilva, domani è atteso il vertice a Palazzo Chigi, la cui convocazione ha congelato le proteste dei lavoratori dopo 5 giorni di blocchi stradali. Oggi scade anche il termine assegnato dalla Corte d’Appello di Milano per lo stop all’area a caldo. Attesa la decisione della Cassazione, mentre il governo ha autorizzato l’azienda a mantenere gli impianti in pre-riscaldo fino al 15 dicembre.
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
L’IA dentro e fuori di noi
LE RECENTI DICHIARAZIONI DI ESPERTI SUL PERICOLO PER L’UMANITÀ RAPPRESENTATO DALLO SVILUPPO INCONTROLLATO DELL’IA NON SEMBRANO AVER PRODOTTO ALCUNA REAZIONE SIGNIFICATIVA. MOLTI, GIUSTAMENTE, HANNO PAURA DEI DATA CENTER, PERCHÉ COMPRENDIAMO CHE CI SUCCHIANO L’ACQUA DI CUI ABBIAMO BISOGNO. MA QUALI SONO LE ALTRE RAGIONI PER PREOCCUPARCI SUL SERIO PER LO SVILUPPO DELLA COSIDDETTA INTELLIGENZA ARTIFICIALE? C’È LA POSSIBILITÀ DI UTILIZZARLA COME STRUMENTO CHE FAVORISCE LA LIBERAZIONE DALLE MOLTE ASFISSIE CHE OPPRIMONO LE NOSTRE VITE? SAPPIAMO CHE L’IA SI BASA SU UN CONTINUO PROCESSO DI CODIFICAZIONE, CIOÈ DI INTERPRETAZIONE DI PAROLE E IMMAGINI E TRADUZIONE IN CODICI CHE, A LORO VOLTA, VENGONO REINTERPRETATI E RITRADOTTI IN PAROLE. CI SONO ALMENO TRE ELEMENTI CHE CARATTERIZZANO QUESTO PROCESSO, APPARENTEMENTE SOLTANTO TECNICO. IL PRIMO: NOI SIAMO A TUTTI GLI EFFETTI PARTE DI QUESTO SISTEMA: LA TRADUZIONE CHE L’IA OPERA CON NOI E SU DI NOI MODIFICA CONTINUAMENTE LA NOSTRA RELAZIONE CON IL MONDO. IL SECONDO: QUELLA TRADUZIONE AVVIENE CON UNA VELOCITÀ E PERVASIVITÀ IMPENSABILE FINO A POCHI ANNI FA. IL TERZO: È UN PROCESSO CHE, PROPRIO PER QUESTI ELEMENTI, INFLUENZA E ALTERA LA COSTITUZIONE DELLE SOGGETTIVITÀ, SOPRATTUTTO DEI PIÙ GIOVANI “Io non ho paura di Berlusconi in sé. Ho paura del Berlusconi in me” (Gian Piero Alloisio, artista italiano) “L’intelligenza artificiale vi spaventa?“. È con questa domanda, rivolta ai relatori invitati, che la moderatrice ha dato inizio all’incontro su “Traduzione e IA”, presso la Scuola Superiore di Educazione del Politecnico di Lisbona, il 15 ottobre. Si tratta di una domanda complessa, alla quale non è possibile rispondere con un semplice sì o no. La difficoltà – molto ben argomentata dai relatori e dalle relatrici – risiede nell’ampia gamma di attività e sfumature che le caratterizzano, e con le quali tutti noi abbiamo a che fare, fidandoci, o meno, dei potenti mezzi che l’IA ci offre quotidianamente. Oltre ad essere complessa, quella domanda va direttamente al cuore del problema che definisce il rapporto tra noi e l’IA. Che cosa ci spaventa abitualmente? Ciò che conosciamo – anche se non sempre in modo diretto – e che, come abbiamo imparato nel corso dei secoli, può nuocerci (le malattie, la guerra, il fuoco, ecc.). Sono gli elementi che appartengono al nostro orizzonte di riferimento; con essi manteniamo un rapporto di “familiarità”, rientrano nelle letture e negli ascolti quotidiani, attraverso gli innumerevoli mezzi di comunicazione che ci circondano. Vi spaventa la guerra? Vi spaventa il licenziamento dal vostro lavoro, lo sfratto dalla vostra casa? Lì sarebbe più facile rispondere sì o no, e argomentare con spiegazioni esaurienti. Ma ci sono altri elementi con cui abbiamo un rapporto diverso, meno diretto. Sono quelli che non possiamo dire di conoscere; con questi riusciamo a mantenere solo un rapporto di “esteriorità”. Si tratta, in questo caso, di cose che stanno “là fuori”, delle quali non abbiamo, direttamente o indirettamente, alcuna esperienza. Possono essere elementi di natura empirica, mitologica, fantasmagorica, a seconda delle nostre attitudini, abitudini mentali, al nostro retaggio storico personale o collettivo. Il rapporto con questi elementi si fonda su qualcosa di diverso dalla paura. Come può spaventare, in fin dei conti, qualcosa che non conosciamo, come per esempio un volo in astronave nello spazio, incontrare un lupo mannaro, o essere un abitante della Terra di Mezzo sotto il dominio di Sauron? Mark Fisher, in The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo – l’ultimo libro che ha pubblicato in vita – ci offre una lettura di questa differenza tra il familiare e l'”infamiliare”. Questo può aiutarci a dare una risposta più contestualizzata alla domanda della moderatrice, ma esige, prima di tutto, una riformulazione del punto di partenza. Sono pochi, al di fuori delle comunità di specialisti, coloro che sanno esattamente come funziona l’IA, al di là di ciò che tutti già conosciamo. L’elaborazione di miliardi di informazioni trasformate in token, che dialogano con le nostre proposizioni, a loro volta “tokenizzate”, è l’unica parte del processo con cui abbiamo una certa familiarità. Tutto il resto continua a stare “là fuori”, in una scatola nera che raccoglie codici, metodologie, fonti, agenti, studi e simulazioni che potrebbero dirci molto sulla dimensione e sul funzionamento del processo. Ancora meno, probabilmente, sono coloro che cercano di sapere come quei processi stanno alterando i principi basilari del nostro essere raziocinante e che influenza potrebbero avere sulla costituzione delle soggettività, soprattutto dei più giovani, quelli che oggi hanno, diciamo, dai 10 ai 15 anni. Studi recenti riportati nell’articolo di Melanie Challanger su AEON, Deskilling the body, mostrano come l’uso massiccio degli strumenti più comuni dell’IA comprometta seriamente alcune delle nostre capacità. Il corpo sarà interessato da un processo di riduzione progressiva delle abilità, fisiche e mentali, che sono alla base del nostro rapporto con il mondo. La nostra ignoranza totale su quelle componenti e su queste minacce ci mette al riparo dal sentire o non sentire paura. Tutt’al più, le collochiamo nel dominio dello strano e dell’inquietante, non in quello delle esperienze veramente spaventose. Le recenti dichiarazioni di esperti sul pericolo per l’umanità rappresentato dallo sviluppo incontrollato dell’IA non hanno prodotto alcuna reazione significativa. Nessuno può sapere con certezza le ragioni di quelle dichiarazioni; resta il fatto che il dibattito che hanno innescato non è durato più di una settimana. Abbiamo paura, sì, dei data center, perché comprendiamo che ci succhiano l’acqua di cui abbiamo bisogno, mangiano quantità incredibili di energia che potrebbe mancare per le nostre necessità. Ma basta che siano lontani da dove viviamo e tutto scompare, continuiamo con le nostre pigre ricerche. L’IA sta entrando rapidamente nelle nostre vite, ma lo fa attraverso un processo che la distingue da ciò che è accaduto nel corso della storia del capitalismo. Non ci lascia il tempo di indagare che cosa essa sia realmente (un avverbio complicato, ma, in attesa di trovarne uno migliore, manteniamolo), perché la sua evoluzione è così rapida da lasciarci disorientati. Chi può dire, al di fuori degli specialisti, di aver seguito attentamente l’evoluzione del machine learning, al deep learning e ora all’IA agentica? Ciò che la distingue dalle altre innovazioni degli ultimi due secoli è proprio la posizione che mantiene rispetto a ciò che siamo: una posizione di esteriorità. A partire da quella posizione, l’IA agisce, ci agisce, producendo in noi sensazioni che, con le parole di Fisher, generano, più che paura, qualcosa riconducibile allo strano e all’inquietante. La parola chiave per comprendere il senso e la funzione di questi due termini è, per ora, il fuori. Il fuori non è semplicemente ciò che sta al di là della nostra portata, ma piuttosto il fuori assoluto, una lontananza che non si può misurare in termini spaziali o temporali, indifferente alla nostra vita e alla nostra morte. Deleuze, che per Fisher rappresenta un riferimento importante, ha definito in modo inequivocabile che cos’è il fuori. È il regno delle forze, delle forze del fuori, che cambiano nel passaggio tra differenti formazioni storiche. Le forze dell’uomo entrano in relazione con queste, attraverso la piega che le forze del fuori producono. In questo ripiegamento le forze del fuori vanno a costituire la parte più profonda del nostro interno. “Non esiste interno – scrive Fisher – se non come piega dell’esterno; lo specchio si crepa, io sono un altro e lo sono sempre stato”. Il fuori che diventa interno è il processo di soggettivazione. L’IA, oltre ad agire, agisce su di noi attraverso noi stessi. È così che si producono i rapporti di potere, di cui siamo parte, perché, consapevolmente o inconsapevolmente, contribuiamo a formarli. Mark Fisher descrive questo processo, prendendo come riferimento il concetto lacaniano di jouissance (godimento), che tiene insieme piacere e dolore. “Un lavoro di jouissance […] non ‘redime’ la negatività in alcun senso: la sublima. Ossia, trasforma un oggetto comune che causa dispiacere in una Cosa che è tanto terribile quanto seducente, che non può più essere classificata come positiva o negativa. La Cosa sovrasta, non può essere contenuta, ma esercita fascino”. Le nostre forze entrano in rapporto con le nuove forze del fuori, che trovano oggi la loro più forte connotazione in tutto ciò che l’IA ci presenta. Capire quali sono gli elementi che entrano in gioco nella composizione della soggettività, ridefinirne i confini è il compito che ci ha lasciato l’operaismo, da cui non vogliamo distanziarci. La posta in gioco è, ancora una volta, contrastare con tutti i mezzi l’asfissia che opprime le nostre vite. Ciò che consideriamo strano e inquietante, da un lato, e familiare, dall’altro, è ciò che consente di aggiornare la nostra lettura di dove siamo e di ciò che siamo, il nostro ambito di riferimento. Restare bloccati in vecchi schemi “retropici” ci allontana dalla possibilità di scorgere le condizioni di possibilità della nostra agentività. Detto in altre parole, quelle definizioni ci aiutano a ripensarci nel e contro il nuovo scenario che, in modo sempre più drammatico, sta ridefinendo il “diagramma” in cui abbiamo bisogno di collocare le nostre azioni. C’è un secondo elemento che ci aiuta a descrivere la complessità del rapporto tra noi e l’IA. Non a caso, è lo stesso che era nell’oggetto dell’incontro al Politecnico di Lisbona: la traduzione. Possiamo affermare che la traduzione è la condizione ontologica di qualunque stato, entità, lingua, cultura. Tutto è sempre e già tradotto da e verso qualcos’altro. Rada Iveković, in uno dei suoi studi sulle politiche della traduzione, On permanent translation (We are being translated), definisce tutti noi come esseri costantemente in-traduzione. Immaginarci come soggetti iniziatori, non tradotti, significa collocarci all’origine della storia, in “uno stato puro, un corpo senza anima”. L’IA si basa su un continuo processo di codificazione, che rimanda a quello dell’interpretazione e della traduzione. Interpretare le parole e le immagini e tradurle in token, conduce alla produzione di codici che, a loro volta, vengono reinterpretati e ritradotti in parole, per mezzo di una ricodificazione. Tradurre e interpretare non sono atti neutri di per sé: producono sempre una tensione tra chi e cosa viene tradotto, l’atto di tradurre e il risultato. È una parzialità che diviene ancor più evidente nella produzione da parte dell’IA di qualunque informazione che ci propone. Si colloca sul confine tra dentro e fuori, traduce quel confine, lo rende mobile, spostandolo in una direzione o nell’altra. Noi siamo a tutti gli effetti parte di quel processo: la traduzione che l’IA opera su di noi e tramite noi agisce in sintonia con quanto detto sopra riguardo ai confini che definiscono la nostra “familiarità” con il mondo. Aggiunge, sottrae, altera elementi, modifica la nostra relazione con il mondo, con una velocità e pervasività impensabile fino a un decennio fa. Come esseri costantemente in-traduzione, viene eliminata dal processo di soggettivazione che ci forma la possibilità di rivendicare una condizione essenzialista. “La corporalità animata non è solo la condizione della traduzione, ma rende la traduzione necessaria”. Questa necessità della traduzione non può essere subita. I suoi percorsi, certamente indotti dai costanti e violenti flussi di informazione che ci attraversano, tendono a proporci nuovi confini di ciò che dobbiamo considerare “familiare”. È successo con il Covid, sta succedendo in modo sempre più drammatico con la guerra. La combinazione di familiarità e traduzione definisce il campo al cui interno i processi di soggettivazione possono e devono farsi antagonisti – come sta già accadendo nel ciclo di lotte che sta attraversando l’Europa e il mondo – imponendo fratture e ricomposizioni dei nostri confini, attraverso l’immaginazione, il sabotaggio, la fuga e la diserzione. -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’IA dentro e fuori di noi proviene da Comune-info.
October 27, 2026
Comune-info
BRESCIA: INTERVISTE E INTERVENTI DALL’ASSEMBLEA STUDENTESCA CONTRO CAROVITA, GUERRA E TAGLI ALL’ISTRUZIONE
Si è svolta oggi pomeriggio, lunedì 26 ottobre, l’assemblea studentesca chiamata dal Collettivo Onda Studentesca. L’appuntamento era a Campo Marte, con l’obiettivo dichiarato di intavolare un dibattito aperto “sulla Gen Z in piazza, sulle dinamiche delle mobilitazioni e sulla necessità di unire le diverse forme di lotta”. Alla base della discussione, il carovita, la guerra e i tagli all’istruzione, ma anche quanto sta accadendo nelle piazze di mezza Europa, Italia compresa, dove in diverse città studenti, studentesse, giovani e giovanissimi/e si stanno mobilitando, subendo una feroce repressione. Sullo sfondo, anche lo sciopero del 30 ottobre, che a Brescia vedrà un corteo con partenza, alle ore 9, dalla metro San Faustino. Una quarantina le studentesse e gli studenti presenti, provenienti perlopiù dagli istituti superiori cittadini. Tra loro, anche alcuni studenti e studentesse dell’Università di Brescia e alcuni giovanissimi che si sono appena affacciati al mondo del lavoro. Di seguito, alcune delle loro voci e delle loro riflessioni, che abbiamo raccolto in apertura di dibattito.   Intervento di apertura del Collettivo Onda Studentesca Ascolta o scarica Due studentesse dell’UniBs Ascolta o scarica Due studentesse del Calini Ascolta o scarica Uno studente dell’Olivieri Ascolta o scarica Un ex studente del De André Ascolta o scarica Intervento sulla scuola del Collettivo Onda Studentesca Ascolta o scarica Tre studentesse dell’Olivieri Ascolta o scarica Un altro studente dell’Olivieri Ascolta o scarica
October 26, 2026
Radio Onda d`Urto
FRANCIA: PRESIDI IN TUTTO IL PAESE IN RICORDO DELLE VITTIME DELL’ATTENTATO RAZZISTA DI TRAPPES
Un attentato razzista frutto di un clima di xenofobia crescente alimentata dal partito RN della Le Pen è avvenuto il 23 ottobre a Trappes, comune a sud ovest di Parigi con una forte composizione popolare e pluriculturale, una delle banlieus dove ci sono state varie rivolte giovanili. L’assassino  ha ucciso Pengo Bossio Wangi un giovane di origine famigliare africana e ha dato la caccia alle persone razzializzate ferendone gravemente 5  tra cui una bambina di 12 anni. La matrice è chiaramente razzista e islamofobica. Domenica si è svolta una manifestazione ad Aubervilliers, dove il giovane assassinato si allenava in una palestra di MMA a cui hanno partecipato alcune migliaia di persone, tra famigliari, amici, atleti e militanti antirazzisti e antirazziste.  Oggi si terranno presidi nelle città francesi alle ore 19, a Parigi sarà in Place Stalingrad. Collegamento dalla capitale francese con Massimo Meloni compagno italiano a Parigi da oltre 40 anni che fa parte di un collettivo di Gilet Jaunes del quartiere Belleville Ascolta o scarica  
October 26, 2026
Radio Onda d`Urto
BRASILE: LE CLASSI POPOLARI FANNO VOLARE LULA. 10 MILIONI DI VOTI IN PIU’ DEL PRIMO TURNO: SCONFITTO BOLSONARO JR
Il Brasile, il Paese più popoloso di tutto il SudAmerica con quasi 215 milioni di abitanti (oltre che l’economia più forte del Continente)  sceglie ancora una volta Luiz Inácio Lula da Silva. Per la quarta volta, l’ex lustrascarpe, venditore di strada, operaio metalmeccanico, sindacalista, cofondatore in piena dittatura del Pt, il Partito dei Lavoratori, sarà quindi nuovamente il presidente progressista del Paese, spinto in particolare da un’ondata di voti nella storica roccaforte popolare del Nord-Est, dove ha toccato punte statali sopra il 70% dei consensi; voti arrivati dalle classi popolari, dalle comunità rurali e quelle operaie, fortemente preoccupate di un possibile ritorno all’ultradestra del Brasile, in tandem con il vicino argentino Milei. Lula, 81 anni da compiere il 27 ottobre, è stato così rieletto presidente al ballottaggio di domenica 25 ottobre con un rotondo 51,7%, riuscendo per la prima volta nella storia della democrazia verdeoro a ribaltare il risultato del primo turno. Il leader del Pt ha così battuto nettamente la destra reazionaria di Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente fascista e golpista Jair, che sta scontando 27 anni di carcere per tentato golpe, sempre contro Lula, durante la cerimonia d’insediamento del 2022. La vittoria di Lula è figlia della capacità di mobilitare anche chi, al primo turno, si era astenuto, o aveva espresso voto bianco o nullo.  In termini assoluti, Lula passa infatti da meno di 54 milioni di voti al primo turno a oltre 64 milioni del ballottaggio, mentre il fascista Bolsonaro – che grida già ai brogli, ascoltato al momento solo da Trump – cresce solo di 3 milioni di voti, passando da oltre 56 milioni a meno di 60 milioni, nonostante il sostegno esplicito incassato da alcuni candidati minori e da tutto l’establishment economico e finanziario, non solo nazionale. Dopo la riconferma elettorale, le piazze di tutto il Brasile si sono riempite di centinaia e centinaia di migliaia di persone in festa per Lula, anche se forse più per lo scampato pericolo di tornare nelle grinfie del clan dell’ultradestra di Bolsonaro. Lula si è rivolto alla folla nella metropoli di Sao Paulo, dicendosi ‘eternamente grato al popolo brasiliano per ogni gesto di fiducia, ogni voto e ogni passo preso in difesa della democrazia. L’emozione di questo viaggio rafforza la certezza che abbiamo ancora molto da costruire insieme. Questa vittoria non è una destinazione, ma il rinnovamento del nostro impegno verso il Brasile, la giustizia sociale, la sovranità e la speranza per un futuro migliore per tutti”. E ancora: “Queste elezioni mi hanno insegnato molte cose; posso garantirvi che cambieremo il nostro modo di governare il Brasile”. Parole rivolte oltre che alla piazza al Parlamento di Brasilia, in mano alla destra, e a borse e mercati internazionali, in fortissimo calo dopo la sconfitta del loro beniamino Bolsonaro. Da Porto Alegre, Brasile, la corrispondenza con Samuele, nostro collaboratore dallo stato del Rio Grande do Sul. Ascolta o scarica Dal Brasile la corrispondenza anche con Josè Carlos Leonel, del portale ofatomaringa.com, basato a Maringà, stato del Paranà. Ascolta o scarica
October 26, 2026
Radio Onda d`Urto
CI HA LASCIATO A 88 ANNI LO STORICO E MILITANTE RIVOLUZIONARIO ANTONIO MOSCATO. IL RICORDO DELLA SAGGISTA E COMPAGNA CINZIA NACHIRA
Se n’è andato la notte del 24 ottobre 2026, all’età di 88 anni, lo storico e compagno Antonio Moscato. Già docente di storia all’ Università di Lecce, dove è stato per oltre vent’anni, titolare della cattedra di “storia del movimento operaio” (unica in Italia) fino al 2005, quando andò in pensione. Antonio Moscato non è stato solo un rigoroso storico marxista, ma anche un militante rivoluzionario e convinto antistalinista: formatosi nella sezione italiana della Quarta internazionale con Livio Maitan, ha aderito alle diverse organizzazioni della sinistra radicale, fino all’esperienza di sinistra anticapitalista. Il suo contributo intellettuale, sempre appassionato e mai scontato, è stato ospitato in diverse occasioni anche sulle frequenze di Radio Onda d’Urto. L‘ultima volta nel 2022, una settimana dopo l’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina. Il tema dei cambiamenti in atto nella Russia post-sovietica era al centro dei suoi studi, insieme a quelli sul Medio-Oriente e soprattutto sulle vicende dei paesi latinoamericani, in particolare Cuba. Grande studioso della vita e del pensiero di Che Guevara, sulla sua pagina web aveva riorganizzato il materiale accumulato durante la sua attività di docente e ricercatore storico. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto abbiamo tracciato la biografia di Antonio Moscato e valorizzato l’importanza del suo contributo con Cinzia Nachira, saggista esperta di Medio Oriente e per tanti anni a fianco di Antonio nella produzione di scritti e ricerche. Ascolta o scarica
October 26, 2026
Radio Onda d`Urto
CISGIORDANIA: ARRESTATE E DEPORTATE DA ISRAELE PER AVER DIFESO IL POPOLO PALESTINESE. LA TESTIMONIANZA DELLE ATTIVISTE
Arrestate e deportate da Israele dopo una visita a una famiglia palestinese a Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata. È quanto accaduto il 22 ottobre a cinque attiviste italiane e ad altri sei internazionali, fermati prima da coloni israeliani e poi dalla polizia mentre si trovavano nel villaggio per esprimere solidarietà e sostegno alla popolazione palestinese. Dopo 48 ore di detenzione illegale, le attiviste sono state espulse da Israele.  Ai microfoni di Radio Onda d’Urto sono intervenute Noah e Laila, due delle attiviste italiane coinvolte, che denunciano le intimidazioni e le minacce subite durante la detenzione. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato diffuso: “Siamo le cinque ragazze italiane arrestate ed deportate dalle forze di occupazione israeliane. Il 22 ottobre undici attivistə internazionali, oltre a noi una tedesca, un britannico, un irlandese, uno statunitense, un’austriaca e un’ ungherese, sono statə detenutə da coloni israeliani e poi dalla polizia israeliana mentre visitavano una famiglia palestinese a Masafer Yatta, nella West Bank occupata. Non c’è davvero differenza tra esercito e coloni: in diversi posti viene delegato proprio a questi ultimi il controllo del territorio. E quando non è così, la comunicazione e la complicità tra esercito, polizia e coloni è più che stretta. La stampa racconta che la Farnesina ha ottenuto il nostro rimpatrio. Ma qui non c’è proprio nulla da ottenere: noi non volevano essere espulse, volevamo restare in solidarietà con il popolo palestinese. Quello che la Farnesina dovrebbe ottenere è, al contrario, una spiegazione delle ragioni per cui siamo state arrestate e detenute per 48 ore, rinchiuse in delle celle senza avere accesso a un processo e a contattare i nostri affetti. Il governo dovrebbe chiedere perché nei territori palestinesi persone internazionali non possano stare accanto alle famiglie indigene mentre raccolgono le olive nella loro terra e cercano semplicemente di vivere la propria quotidianità. Come mai le loro case e le loro terre vengono arbitrariamente sottratte, occupate, dichiarate zone di addestramento militare, cacciando le famiglie che ci abitano da sempre. Ci chiediamo inoltre come sia possibile che criminali di guerra possano godersi le vacanze in Italia, all’interno di resort privati, scortati da Digos e polizia senza subire alcuna conseguenza. Come sempre nei media europei, fa notizia l’arresto di persone internazionali e non la violenza sistemica che i Palestinesi subiscono ogni giorno dalla Nakba del 1948 e ancora prima. Le famiglie palestinesi vivono sotto un regime di apartheid e terrore imposto dall’occupazione israeliana e sotto la costante minaccia di espulsione e pulizia etnica. Vedono negati i permessi per costruire le proprie case o di accedere alle loro terre, dove i coloni indisturbati possono pascolare i loro greggi rubati ai palestinesi e costruire strade e colonie illegali sotto la legge internazionale. Le persone sono tagliate fuori dalle proprie fonti di acqua, i loro pozzi, le strade e le case, vengono distrutti. Una violenza costante per costringere la gente ad abbandonare la propria terra. Non possiamo evitare di pensare alle proteste dei contadini e gli autotrasportatori del Sud Italia, che piangono vicino ai loro alberi di ulivo e al fatto che il lavoro di una vita non permetta loro di arrivare a fine mese. Non possiamo dimenticare delle migliaia di armi che escono dalle industrie della Leonardo a partecipazione statale e alle innumerevoli mobilitazioni contro il riarmo che hanno invaso le strade, le scuole, i porti e le stazioni durante questi anni. Davanti a tutto questo, il Governo è rimasto in silenzio. Al posto di ascoltare le proteste contro il carovita e dare delle risposte alle piazze, continua a finanziare la macchina di morte che porta avanti il genocidio, l’occupazione e lo sterminio in Palestina. Quello che ci è successo è inaccettabile ma la situazione delle persone palestinesi è cento volte peggiore. Sono arrestate ogni giorno, nessun ministero degli esteri interviene per loro conto, nessun media si mobilita in loro difesa. Anche bambine e bambini sono detenuti illegalmente nelle carceri israeliane al cui interno gli vengono inflitte violenze fisiche, psicologiche e sessuali e nelle quali spesso muoiono, nel silenzio assordante del mondo. Lo sappiamo bene, anche perchè durante la nostra detenzione abbiamo ricevuto minacce e derisioni. Un agente ha alluso a come si sarebbe divertito con noi la mattina della partenza, e alla potenziale minaccia di uno stupro. Paura con la quale abbiamo dovuto convivere tutta la notte nella nostra cella. Chiediamo alla comunità internazionale di smettere di trattare la violenza sionista come una nota a piè di pagina. Chiediamo che il Governo italiano non si limiti semplicemente a delle note di condanna che non hanno alcun risultato né significato reale. Che si attivi per garantire protezione alle famiglie palestinesi di Hebron e di tutta la Palestina occupata. Vogliamo lo stop delle deportazioni e dei ban per gli attivisti, vogliamo la rottura di qualsiasi tipo di rapporto economico e commerciale con l’entità sionista. Chiediamo la chiusura delle ambasciate israeliane in italia e la fine di ogni tipo di complicità. Lo Stato deve fare pressione affinché i coloni responsabili dello sterminio della popolazione in West Bank come a Gaza, e tutte le strutture statali che li rendono possibili, rispondano delle proprie azioni; e che si ponga fine all’impunità che rende la vita dei palestinesi sacrificabile. Solidarietà con il popolo di Massafer Yatta. Solidarietà con la Palestina. Non smetteremo mai di lottare per una Palestina libera e per la libertà di tutte le popolazioni oppresse.“
October 26, 2026
Radio Onda d`Urto