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Umanità e nuove tecnologie
-------------------------------------------------------------------------------- Altri articoli sulla relazione con l’intelligenza artificiale: L’amaro calice [Franco Berardi Bifo] Pensiero e immaginazione [Giorgio Agamben] Quella nuova morte in vita toccata alla donna [Lea Melandri] Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano [Paolo Mottana] Gli algoritmi non hanno vita propria [Raúl Zibechi] Alexa e le altre [Stefano Rota] La retorica dell’innovazione [Sara Gandini e Paolo Bartolini] Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech [S.P. e D.L.] -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Zulfugar Karimov su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Magnifica humanitas di Leone XIV è un’enciclica molto significativa anche per coloro che non sono credenti o appartengono ad altre fedi. Lo è perché affronta senza giri di parole una delle novità sostanziali del nostro tempo, e cioè il fatto che la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando in profondità non soltanto il modo di intervenire dell’uomo nel mondo e sulla natura, ma anche l’identità umana in quanto tale. Del resto, la tecnica ha avuto sempre una doppia valenza: da un lato, è stata la forza strumentale che ha permesso all’uomo di intervenire effettivamente nel mondo e di modellarlo alla sua maniera; ma, dall’altro, è stata anche un elemento decisivo dell’autocostruzione dell’identità umana. Inoltre, la tecnica ha prodotto esiti storicamente contraddittori: è stata globalmente positiva in quanto ha ampliato gli spazi di esistenza degli esseri umani, ma è stata anche continuamente negativa poiché ha allargato le condizioni di infelicità per la gran parte dell’umanità. Il carattere positivo e il carattere negativo della tecnica lo si è storicamente collegato alle finalità con le quali gli uomini l’hanno concretamente utilizzata. Si può anzi dire che il giudizio non sia mai stato veramente sulla tecnica in quanto tale, bensì sui fini dell’uomo. Giudizio morale, ovviamente. E politico. Ora però è accaduto che la estrema pervasività sociale ed esistenziale dello strumentario artificiale emerso dalla Terza o Quarta Rivoluzione industriale (a seconda delle ricostruzioni)1 – appunto quella della digitalizzazione, della Intelligenza Artificiale e della robotica applicata – ha acquisito una sorta di “forza propria”. Poiché penetrano nel profondo della quotidianità delle persone, questi nuovi strumenti non li possiamo più designare alla vecchia maniera, ovvero come semplici arnesi inerti o anche come puri dispositivi automatici. Essi ormai cooperano, con tutta evidenza, alla costruzione dei processi decisionali, assumono un rilievo via via maggiore nella determinazione dei rapporti tra uomini e natura, e soprattutto con-costruiscono, assieme all’essere umano, lo stesso immaginario collettivo. Peraltro, la preminenza degli strumenti tecnologici nella costruzione dell’identità umana si estende spontaneamente anche agli assetti civili e di potere all’interno della società. Intendiamoci: un determinato livello di interconnessione fra tecnologia e dinamiche sociali c’è sempre stato; e ripetutamente si sono poste, nel dibattito teoretico e non solo politico, le questioni nodali della finalità storica dell’agire tecnico, della salvaguardia dell’interesse pubblico nel suo utilizzo e del controllo reale dei dispositivi tecnologici. Anzi, ha sempre avuto grande rilevanza la questione giuridica della proprietà degli strumenti tecnici, se cioè dovessero appartenere a coloro che concretamente li adoperavano oppure a individui esterni al ciclo lavorativo o addirittura al potere pubblico. Si tratta perciò di questioni discusse anche in passato, poiché tutti i dispositivi tecnici necessitano comunque di cura e di impegno; e il contesto sociale e gli istituti politici sono chiamati giocoforza ad assumere oneri anche considerevoli per realizzarli, manutenerli, adoperarli e custodirli. Ma l’onere è divenuto adesso davvero gigantesco. In progressione, tende a coinvolge la totalità delle forze e delle risorse. Dall’Età degli “oggetti al servizio della società” si sta passando, giorno dopo giorno, con stupefacente naturalezza, alla “società al servizio degli strumenti”, e praticamente al servizio dei centri, sempre più verticalizzati e impenetrabili, di elaborazione, implementazione e controllo. Leone XIV procede con paradigmi di ordine teologico o, per meglio dire, teologico-filosofici e non puramente filosofici. Nel suo lessico e nelle sue convinzioni il concetto cristiano di “persona” e la dignità della persona, come pure il concetto cristiano di cura del Bene Comune, sul presupposto che ogni persona proviene da Dio e ogni bene è un dono di Dio, si pongono come riferimento imprescindibile dell’argomentazione. E tuttavia, al netto di questi riferimenti, la riflessione del Pontefice costituisce un punto di interlocuzione utile per qualsivoglia ragionamento su questi aspetti decisivi del nostro tempo. Egli ricorre a due episodi biblici: la Torre di Babele (Genesi, 11) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia dopo il periodo della cosiddetta “cattività Babilonese” (II Libro di Esdra). Papa Prevost li mette in esplicita opposizione tra loro. La Torre di Babele nasceva dal desiderio degli esseri umani dei primordi, caratterizzati da una sola provenienza e da una sola lingua, di costruire una figurazione visibile della loro potenza, che rappresentasse in modo inequivocabile la loro superiorità rispetto a qualunque altro essere vivente. Decisero perciò di innalzare una torre la cui cima arrivasse al cielo. Era una impresa imponente poiché significava convogliare tutte le conoscenze e tutte le capacità di lavoro in un’unica straordinaria direzione. E però, sottolinea papa Leone, il progetto nascondeva una profonda insidia: “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da una uniformità che elimina la diversità e che invece della comunione sceglie l’omologazione”.2 In sostanza, la Torre, che di fatto è una vera e propria città in verticale, la si edificava sulla base dell’orgoglio. Come è noto, il racconto biblico procede con Dio che interviene e confonde le loro lingue, di modo che attorno alla costruzione le persone non si capiscono più; e ciò li induce a raggrupparsi per affinità linguistiche e a cercare altrove una collocazione, abbandonando l’impresa. Detto en passant, il pontefice non si sofferma sul significato dell’intervento divino, limitandosi a dire che la questione, agli occhi di Dio, era costituita esattamente dal processo di omologazione, dall’uniformità che si produceva attorno alla Torre per lo stesso fatto che tutti si sentivano impegnati a costruirla. La dignità delle persone, la loro specificità ne usciva compromessa.3 Ed è a questo punto che nell’Enciclica subentra la figura di Neemia. Questi era stato lungamente cortigiano, con funzioni di coppiere, del re assiro Ataserse. Saputo però della decadenza della città di Gerusalemme ormai mezza spopolata (siamo nel periodo della cosiddetta “cattività babilonese”), egli chiede al re il permesso di porvi rimedio. Il re acconsente e lo invia con pieni poteri a Gerusalemme per ricostruire la città. Il pontefice mette in evidenza che pur avendone il potere Nemia “non impone soluzione dall’alto; convoca le famiglie; affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire; ascolta le paure; coordina gli sforzi; fronteggia le opposizioni”.4 In sostanza, il racconto evidenzia come la ricostruzione della città proceda non con una dinamica di omologazione, ma in un contesto di responsabilità condivisa da tutto il popolo. Ancor prima di un luogo che assembla pietre, la città si caratterizza come luogo che costruisce legami. E la lingua comune che a Gerusalemme viene ritrovata non è quella dello uniformità, insiste Prevost, bensì “quella della comunione”.5 La conclusione è piuttosto netta. La tecnologia non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male. Però non è neutrale: “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.6 È evidente che Babele rappresenta in qualche modo il digitale: è la pretesa di un linguaggio unico e di un’impresa unitaria cui tutti sono chiamati a conformarsi. Neemia mantiene invece la pluralità di voci, di rapporti e di visioni. Egli si muove all’insegna del principio dell’edificare assieme, con l’accettazione della diversità in quanto risorsa e come spinta alla fraternità. E tuttavia il digitale si era presentato all’inizio proprio in tale veste: come uno strumento formidabile che apriva alla pluralità delle voci. Anzi, in tanti l’hanno inteso e l’hanno indicato come la raggiunta possibilità per tutti di far sentire la propria opinione. Anche l’opinione di chi non aveva mai avuto la forza di farsi ascoltare. Ben presto, però, questa sua autoproclamata caratteristica ha mostrato evidentissime crepe e si è rivelata ben poco veritiera. Si è cominciato perciò a sospettare, sulla base di non pochi dati di fatto, che i nuovi dispositivi contenessero una intrinseca carica impositiva di regole e comportamenti anziché spazi di libertà. Di fatto, le voci umane sono tornate a essere discriminate anche all’interno della digitalizzazione. Con una linea di discrimine in particolare nei confronti delle persone più fragili e vulnerabili. Per essere davvero tale, l’accettazione della pluralità delle voci implica che venga accolta senza riserve anche la fragilità degli esseri umani. E questo è un tema particolarmente delicato proprio sul piano teoretico. Non è un caso che la Chiesa degli ultimi tempi lo abbia richiamato con forza. E io sottolineo convintamente che si è trattato di un richiamo meritorio proprio sul piano storico. Benché esso rimanga corposamente ambiguo sul piano teoretico. Non si tratta, infatti, nell’impianto teologico, di una semplice specificazione dei contenuti di solidarietà nei confronti di singole, sfortunate persone, bensì della dimensione della fragilità in quanto tale, in quanto limite costitutivo della condizione umana: “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”.7 In una tale affermazione c’è, sì, la positiva critica ai “modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli”,8 ma c’è anche, a mio avviso, la tradizionale diffidenza cattolica verso la spinta umana all’autoaffermazione e alla libera scelta etica. In altre parole, la precisazione che la fragilità debba essere, per così dire, “socialmente lavorata”, come pure la sottolineatura che il desiderio di felicità umana sia una forza positiva inscritta nel cuore degli uomini e indirizzata verso tutti gli ambiti del vivere,9 non cancellano, benché siano affermazioni culturalmente avanzate, la convinzione di fondo di ogni scrittura teologica: ossia l’idea che il creato non stia mai sullo stesso piano del creatore, e che è perciò un errore non riconoscere la condizione ontologica di minorità dell’uomo e la necessità di affidarsi a Dio.10 In ogni caso, è proprio il tema della corresponsabilità che funge da asse paradigmatico nel discorso di Prevost. Come Neemia invitava a “curare ciascuno il suo tratto di muro” nell’azione condivisa dell’edificare assieme, così la corresponsabilità, ovvero la responsabilità che ognuno di noi ha degli altri, appare la leva più efficace per affrontare la sfida della robotica e della digitalità del nostro tempo. La questione, insomma, scrive il pontefice, non è di tirare subito le somme a proposito delle nuove tecnologie, ma esattamente di “restare umani”. Solo che è esattamente il concetto di “umano” a non essere scontato. Per un credente l’umano è il soffio di bontà innata che l’essere umano, in quanto figlio di Dio, possiede dentro di sé, pur se magari senza consapevolezza. È un qualcosa di inalterato e già compiuto in partenza. Invece, per uno come me, che non è credente, il “contenuto di bene” non ci viene dall’esterno della nostra storia ma sta tutto dentro il provare e riprovare storico degli uomini. È perciò un contenuto costitutivamente incompiuto e costitutivamente aperto, che ci chiama a un continuo intervento intellettuale e non solo morale. L’umanità è passata per molte tragedie e molti orrori; e però accanto alle tragedie e agli orrori ci sono state ininterrottamente anche le felicità e le dolcezze. Ed è in questo percorso duplice e contraddittorio che l’umanità ha costruito – cioè, per come la vedo io, ha propriamente “inventato” – il paradigma straordinario dell’umano. Trarlo dalla pesantezza della storia non è stato facile, ma l’essere umano alla fine c’è riuscito. È questo il punto che dobbiamo mettere a tema. Ed è su questo che le riflessioni del papa, pur provenendo da un’altra ricostruzione filosofica, possono obiettivamente aiutare. L’interrogativo è cioè se la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica applicata del mondo di oggi ci aiutino a tenere in piedi il discrimine tra l’orrore e la dolcezza; se ci aiutino, cioè, a “restare umani”. Il dubbio, infatti, è che essi possano mettere in crisi proprio i contenuti di umanità che nel tempo della modernità, credenti e non credenti, abbiamo tutti cercato faticosamente e contraddittoriamente di sviluppare e mantenere vivi. Ed è un dubbio che non può essere liquidato sbrigativamente, con un sì o con un no. Anzi, io temo che questo interrogativo saremo costretti a tenerlo giocoforza aperto per un lungo periodo storico. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Normalmente si intende per Terza rivoluzione industriale l’introduzione, generalizzatasi negli anni ‘70 del XX secolo, dell’elettronica e dell’informatica nei contesti lavorativi, mentre la Quarta rivoluzione industriale si baserebbe sulla convergenza tra le tecnologie per così dire “fisiche” e l’insieme delle tecnologie digitali, ivi compresa l’Intelligenza Artificiale. Cfr. J. Rifkin, La terza rivoluzione industriale. Come il “potere laterale” sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo, Mondadori, Milano 2011 e K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Franco Angeli, Milano 2016. 2 Cfr. Leone XIV, Magnifica humanitas, Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2026, p. 21. 3 L’interpretazione teologica ha messo costantemente in guardia da una lettura del Dio biblico come figura gelosa delle sue prerogative alla maniera degli dèi greci, che erano sempre pronti a punire la hybris, ovvero la tracotanza degli esseri umani, costitutivamente incapaci di mantenersi nei propri limiti. Nell’episodio della Torre, cioè, Dio confonde le lingue non perché si “senta sfidato”, ma per amore. Lo fa alla luce del disegno provvidenziale di non concentrare la stirpe umana in un solo luogo ma di diffonderla in tutta il globo terracqueo. Papa Leone va comunque al di là di questa lettura e recupera paradossalmente l’elemento della “punizione”: non perché la Torre rappresenti una sfida a Dio, ma perché essa era una sfida alla specificità, alla pluralità costitutiva delle voci umane. Non a caso, a Babele contrappone immediatamente l’edificazione delle mura di Gerusalemme e la figura di Neemia. 4 Leone XIV, Magnifica humanitas, p. 22. 5 ibidem 6 Ibidem, p. 23. 7 Ibidem, p. 25. 8 Ibidem. 9 “Dio ha infatti inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita … La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca” in Ibidem. 10 Per esemplificare: la condanna insistita dell’eutanasia da parte della Chiesa ha molto a che vedere con questa convinzione cardine della ragione teologica. Non proviene soltanto, come può sembrare di primo acchito, dalla esaltazione incondizionata della vita in quanto dono di Dio, ma è generata anche dalla difficoltà concettuale di accettare la libera scelta umana proprio sul passaggio decisivo dell’esistere, che è appunto la decisione sul termine della vita. Ciò che è stato creato non può mai essere, per definizione, pareggiato alla potestà di Dio. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Umanità e nuove tecnologie proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
VALLE CAMONICA : DALL’11 AL 13 SETTEMBRE LA 13ª EDIZIONE DELLA FESTA DELLA CGIL
Torna con tre giorni di dibattiti, incontri, e cucina, la festa della Cgil Valle Camonica Sebino.  Dall’11 al 13 settembre, la festa si tiene presso l’Area Feste di Rogno (BG). Il programma completo e le varie informazioni al seguente link: https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/09/Fondata-sul-Lavoro.pdf Ai microfoni di Radio Onda d’Urto presentiamo l’iniziativa con Barbara Distaso, segretaria generale Cgil Valle Camonica Sebino. Ascolta o scarica.
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Boitumelo su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’articolo L’amaro calice di Franco Berardi Bifo descrive con lucidità molti dei rischi dell’epoca che stiamo attraversando: concentrazione del potere tecnologico, delega sistematica di competenze cognitive, progressiva ibridazione tra umano e macchina, uso militare dell’intelligenza artificiale, giganteschi investimenti finanziari forse non sostenibili. È una diagnosi severa e, in buona parte, condivisibile. Il punto su cui vale la pena discutere è la conclusione che Bifo ne trae, perché da quegli stessi fenomeni si può ricavare una deduzione diversa. L’intelligenza artificiale che osserviamo oggi è certamente plasmata da un capitalismo tecnologico fortemente concentrato, da interessi geopolitici e militari e da modelli economici fondati sull’estrazione di dati e attenzione. Ma non è evidente che queste caratteristiche appartengano necessariamente all’AI. C’è un passaggio, nell’argomentazione di Bifo, che ritorna più volte: ciò che sta accadendo tende a diventare ciò che deve accadere. La militarizzazione diventa il destino dell’AI. La delega cognitiva diventa disattivazione inevitabile del pensiero. La concentrazione economica diventa appropriazione definitiva del general intellect. La produzione simbolica artificiale diventa preludio alla scomparsa dell’umano. È proprio questa trasformazione della contingenza in necessità che vorrei mettere in discussione. Non per negare il rischio, ma il rischio esiste proprio se esistono ancora alternative. La Chiesa è contro il paradigma tecnocratico, non contro l’AI Un punto di partenza interessante è proprio l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, da cui prende le mosse anche Bifo. L’enciclica formula una critica molto netta al paradigma tecnocratico: la convinzione che tutto ciò che può essere tecnicamente realizzato debba essere realizzato e che efficienza, ottimizzazione e controllo costituiscano criteri sufficienti per organizzare la società. Ma non identifica la tecnologia con quel paradigma. Al contrario, riconosce esplicitamente il valore del progresso tecnico e concentra la propria critica sulla distribuzione del potere, sui fini che orientano la tecnologia e sulle istituzioni che possono governarla. A mio parere è un passaggio decisivo. Quando parla della destinazione universale dei beni, Magnifica Humanitas include esplicitamente, al §67, tra le nuove forme di proprietà brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati, e considera problematico che questi beni restino concentrati nelle mani di pochi quando mancano adeguate forme di condivisione e di accesso. Sul tema specifico dell’AI l’enciclica va ancora oltre. Ai §§108–109 afferma che la proprietà dei dati non può essere lasciata soltanto ai privati, invita a immaginare forme per gestirli come beni comuni o collettivi e collega la destinazione universale dei beni alla ricerca di un accesso universale alle tecnologie e alla formazione. Al §110 chiarisce inoltre che «disarmare» l’AI non significa rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata, economica e cognitiva e alla concentrazione monopolistica del potere. La distinzione è sottile ma fondamentale: il problema non è necessariamente l’AI, il problema è chi la possiede, chi ne decide i fini, secondo quali incentivi viene progettata e chi ha il potere di utilizzarla. Da questa prospettiva il contrario della tecnocrazia non è l’abbandono della tecnologia ma la sua democratizzazione. Criticare il tecno-capitalismo non significa accettarne l’inevitabilità La concentrazione di potere denunciata da Bifo non è immaginaria. Pieter Verdegem definisce l’“AI capitalism” attraverso la commodificazione e l’estrazione dei dati, la concentrazione nell’accesso al talento AI e alla capacità computazionale e le dinamiche di monopolizzazione che ne derivano. Propone il paradigma dei commons come alternativa per ripensare proprietà, governance e distribuzione del valore. Anche la letteratura più specificamente politica mostra che una parte importante dell’élite tecnologica non considera affatto la tecnologia come un semplice strumento. James Rushing Daniel ha analizzato la retorica messianica con cui Peter Thiel interpreta e propone una trasformazione dell’ordine capitalistico. Ali Riza Taşkale interpreta le visioni di Thiel, Elon Musk e Marc Andreessen come una traduzione di immaginari fantascientifici in strategie e forme di governance che incidono sui rapporti di potere reali. Questa critica rafforza, non indebolisce, parte della diagnosi di Bifo, ma conduce anche a una domanda diversa: se il problema è una particolare concentrazione di potere economico, tecnologico e politico, perché dovremmo considerarla una proprietà intrinseca della tecnologia invece che un regime storico della tecnologia? L’oligopolio non è una legge dell’informatica. La sorveglianza non è una proprietà matematica dei transformer. Il monopolio del compute non è un requisito ontologico dell’intelligenza artificiale. Sono configurazioni economiche, industriali e politiche. E ciò che è politicamente costruito può almeno in principio essere politicamente trasformato. L’AI è essenzialmente una tecnologia di guerra? Qui la tesi di Bifo merita una verifica più diretta. Che l’intelligenza artificiale sia ormai una tecnologia strategica e militare è difficile da contestare. Sistemi autonomi, intelligence, targeting, cyberwarfare, sorveglianza, logistica e analisi dei dati fanno dell’AI una componente sempre più importante dell’apparato militare contemporaneo. Il problema nasce quando da questo si passa ad affermare che le risorse necessarie allo sviluppo dell’AI provengano “quasi esclusivamente” dal sistema militare e che le sue applicazioni essenziali siano militari. È la formulazione utilizzata da Bifo. I dati disponibili raccontano una realtà più complessa. Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel solo 2025 gli investimenti privati statunitensi nell’AI hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari. Nello stesso rapporto, l’industria risulta aver prodotto oltre il 90% dei modelli di frontiera considerati rilevanti; l’adozione organizzativa dell’AI ha raggiunto l’88% e il valore annuo stimato degli strumenti di AI generativa per i consumatori statunitensi è arrivato a 172 miliardi di dollari all’inizio del 2026. Questi dati non dimostrano affatto che la dimensione militare sia marginale. L’AI è una tecnologia dual-use: ricerca pubblica, procurement statale e militare, competizione geopolitica, cloud, chip e mercato privato possono alimentarsi reciprocamente. La presenza di impieghi civili non esclude quindi un ruolo strutturale degli interessi militari e strategici. Ridimensionano però la formulazione più forte di Bifo: che le risorse dell’ecosistema AI provengano «quasi esclusivamente» dal sistema militare e che il suo valore d’uso sia essenzialmente la guerra. I dati mostrano almeno un ecosistema molto più composito, nel quale capitale privato, industria civile, ricerca pubblica e impieghi militari interagiscono. Esiste inoltre già un valore d’uso civile massivo e misurabile: ricerca scientifica, medicina, educazione, sviluppo software, accesso all’informazione, attività professionali e una quantità crescente di processi economici. Questo non neutralizza la militarizzazione, ma impedisce di identificarla con l’intero valore d’uso della tecnologia. Disarmare l’AI, allora, non significa fingere che il suo uso militare non esista, significa impedire che la logica militare diventi il paradigma che ne determina sviluppo, priorità e controllo. E questa distinzione è importante proprio perché apre uno spazio politico: se l’AI fosse per essenza una tecnologia di guerra, non ci sarebbe molto da governare. Se invece la militarizzazione è una delle possibili traiettorie del suo sviluppo, allora quella traiettoria può essere contrastata. E la bolla? C’è poi la questione finanziaria. Bifo, seguendo Cory Doctorow, interpreta l’attuale corsa all’AI come una possibile bolla. È plausibile che valutazioni, investimenti infrastrutturali e aspettative di rendimento possano rivelarsi eccessivi; non possiamo però considerare già dimostrato né che l’intero settore costituisca una bolla né quale sarebbe la sua dimensione. Non sarebbe, in ogni caso, la prima volta che una trasformazione tecnologica reale viene accompagnata da una forte componente speculativa. Ma sono due domande differenti. La prima è: oggi le aziende e le soluzioni dell’AI valgono realisticamente quanto gli investimenti fatti? La seconda è: l’AI produce capacità e utilità reali? Una risposta negativa alla prima non determina automaticamente una risposta negativa alla seconda. Gli stessi dati dello Stanford AI Index mostrano contemporaneamente una crescita eccezionale degli investimenti, un’adozione organizzativa arrivata all’88% e un valore economico percepito dagli utenti già misurabile. Questo non dimostra che le valutazioni finanziarie siano sostenibili, ma rende difficile far coincidere una possibile sopravvalutazione del capitale con l’assenza di utilità della tecnologia. Una eventuale correzione finanziaria potrebbe quindi dirci molto sul modo in cui il capitale ha valutato l’AI ma direbbe assai meno sull’utilità della tecnologia in sé. Anche qui occorre evitare di trasformare la critica a un determinato regime economico in una definizione ontologica della tecnologia che quel regime sta finanziando. L’AI come diritto universale e bene comune Proprio da questa critica alla concentrazione stanno emergendo, nella ricerca e nel dibattito istituzionale, filoni diversi ma convergenti: l’AI come infrastruttura sociale, la proposta di diritti di partecipazione e accesso, i Digital Public Goods, i commons e la public AI. Sono categorie differenti — politiche, istituzionali e giuridiche — e non vanno trattate come sinonimi; condividono però l’idea che sviluppo e accesso all’AI non debbano essere governati esclusivamente dal mercato e dalla proprietà privata. Il position paper TheRighttoAI, pubblicato nei Proceedings di ICML 2025, propone concettualmente un “Right to AI”: individui e comunità dovrebbero partecipare in modo significativo allo sviluppo e alla governance dei sistemi che incidono sulla loro vita. Si ispira al “diritto alla città” di Henri Lefebvre e tratta l’AI come infrastruttura sociale. Non descrive un diritto giuridico già riconosciuto né un diritto individuale ad accesso gratuito e illimitato a qualsiasi modello. Il preprint Should AI Be come an Intergenerational Civil Right? compie un passo ulteriore e propone di riconoscere l’accesso all’AI come diritto civile intergenerazionale, collegando equità di accesso, sostenibilità energetica, rete e capacità computazionale. È una proposta normativa e di ricerca, non la descrizione di un diritto già riconosciuto dal diritto internazionale o dagli ordinamenti nazionali. Nel 2026 United Nations University, Asian Development Bank e UN Office of Digital and Emerging Technologies hanno pubblicato AI Systems as Digital Public Goods. Il report non dichiara che l’AI sia già un bene pubblico digitale: rileva che oggi pochissimi sistemi soddisfano in pratica il DPG Standard e analizza le condizioni di apertura, accountability, salvaguardia, capacità locale, finanziamento ed equità necessarie perché alcuni sistemi possano diventarlo. Altri lavori sviluppano tasselli complementari. Huang e Siddarth analizzano il rapporto tra modelli generativi e digital commons; Chan, Bradley e Rajkumar propongono un public data trust che attribuisca ai cittadini una parte del potere decisionale e redistribuisca, secondo il modello proposto, una quota del valore economico associato ai dati; Tan e colleghi sostengono che l’open source, da solo, non democratizzi l’AI se compute, post-training, deployment e oversight restano concentrati, e propongono per questo una public AI sostenuta da infrastrutture e istituzioni pubbliche. Nessuna di queste proposte dimostra che un’AI comune e democratica nascerà inevitabilmente, né che esista già un diritto universale all’AI. Dimostrano però qualcosa di più modesto e, per questa discussione, sufficiente: esistono modelli accademici e istituzionali concretamente elaborati per organizzare accesso, proprietà e governance in modo diverso dall’attuale concentrazione proprietaria. L’attuale modello proprietario non è l’unicomodello pensabile. Disattivazione cognitiva: un rischio reale, non una legge naturale Uno dei punti più forti di L’amarocalice riguarda la delega cognitiva. Se affidiamo alle macchine la scrittura, la memoria, la ricerca, il ragionamento e progressivamente anche la decisione, non rischiamo di perdere proprio le capacità che deleghiamo? Il rischio esiste. Uno studio presentato a CHI 2025 ha raccolto da 319 knowledge worker 936 esempi di prima mano sull’uso dell’AI generativa in attività lavorative. È una survey basata su resoconti auto-riferiti: trova che una maggiore fiducia nella GenAI è associata a un minore esercizio del pensiero critico auto-riferito, mentre una maggiore fiducia nelle proprie capacità è associata all’effetto opposto. Non dimostra quindi una perdita cognitiva causale, generale o permanente. Lo stesso studio contiene però un’altra informazione importante: qualitativamente, il lavoro critico non scompare necessariamente, ma tende a spostarsi verso verifica delle informazioni, integrazione delle risposte e supervisione del compito. Soprattutto, altri esperimenti mostrano che risultati diversi sono possibili. Un trial randomizzato pubblicato su Scientific Reports nel 2025 ha confrontato, in uno specifico corso universitario di fisica, un tutor AI progettato secondo principi pedagogici espliciti con lezioni in aula basate su active learning. In quel contesto gli studenti hanno ottenuto maggiori guadagni di apprendimento in meno tempo e hanno riferito maggiore coinvolgimento e motivazione. È una controprova causale importante, ma circoscritta a quello specifico design e contesto didattico. I due risultati non si contraddicono. Il punto è questo: gli effetti cognitivi dell’AI non sono uniformi e dipendono almeno dal compito, dal grado di affidamento dell’utente, dal design del sistema, dal contesto e dalla quantità di delega. Un sistema progettato e usato per sostituire sistematicamente lo sforzo cognitivo può favorire dipendenza e passività. Un sistema progettato per provocare domande, fornire feedback, sostenere la verifica e strutturare l’apprendimento può invece, in determinati contesti, migliorare risultati e coinvolgimento. La “disattivazione cognitiva” non è quindi una fantasia, ma non è neppure una legge naturale dell’intelligenza artificiale. La “disattivazione cognitiva” va quindi trattata come un rischio reale e condizionato, non come un esito uniforme o una legge naturale dell’intelligenza artificiale. Produzione simbolica e mutazione antropologica Bifo coglie però un punto ancora più profondo. Per la prima volta una parte crescente della produzione di testi, immagini, musica, codice e altri oggetti simbolici può essere affidata a sistemi non biologici. Questo modifica inevitabilmente il nostro ambiente cognitivo e negarlo sarebbe inutile. Ma anche qui esiste una differenza tra trasformazione e sostituzione. La scrittura ha trasformato la memoria umana. La stampa ha trasformato la trasmissione del sapere. Le reti digitali hanno trasformato attenzione, comunicazione e accesso all’informazione. L’AI probabilmente trasformerà ancora più profondamente il rapporto tra produzione, conoscenza e decisione. La domanda decisiva non è allora se l’AI ci trasformerà, è chi decide la forma di quella trasformazione. Se lasciamo che essa sia determinata esclusivamente dalla competizione tra corporation, dalla massimizzazione dell’engagement, dalla sostituzione del lavoro, dalla sorveglianza e dalla superiorità militare, la mutazione descritta da Bifo diventa perfettamente plausibile. Ma questo è precisamente il motivo per cui la questione dell’AI è politica. Non siamo davanti soltanto a una nuova macchina. Siamo davanti alla costruzione di una nuova infrastruttura cognitiva. Acqua, petrolio e AI: perché il calice può essere condiviso Qui può essere utile un paragone volutamente semplice. Perché l’acqua è stata progressivamente riconosciuta come diritto umano e spesso pensata come bene comune, mentre il petrolio viene trattato prevalentemente come risorsa strategica ed economica? Non soltanto per ciò che sono fisicamente: è anche il risultato di una storia politica e normativa. Nel 2010 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari come diritto umano. Questo non significa che l’acqua abbia ovunque lo stesso regime giuridico o proprietario. Significa però che il suo accesso essenziale è stato riconosciuto a livello internazionale come qualcosa che non può essere ridotto alla sola capacità individuale di pagamento. Il petrolio ha seguito una storia differente. In molti ordinamenti le risorse del sottosuolo appartengono allo Stato, ma estrazione, distribuzione e valorizzazione sono organizzate soprattutto attraverso imprese pubbliche o private, concessioni, mercati e rendite. L’analogia con l’AI naturalmente si ferma qui: l’AI non è acqua, e nessuno muore biologicamente dopo tre giorni senza un chatbot. Ma politicamente il paragone aiuta a formulare la domanda. L’AI sta rapidamente diventando una risorsa per: accedere alla conoscenza; scrivere e comprendere; studiare; lavorare; programmare; ricercare; orientarsi tra quantità enormi di informazioni. Se questa trasformazione continuerà, essere esclusi dall’accesso a strumenti cognitivi avanzati potrebbe significare essere progressivamente esclusi da opportunità economiche, culturali e sociali. In questo senso — politico, non biologico — l’AI comincia ad assomigliare più all’acqua che al petrolio. È inoltre costruita sopra risorse collettive. C’è una seconda ragione: i sistemi di AI non sono nati nel vuoto. Dipendono da decenni di ricerca scientifica pubblica e privata, dalla rete Internet, da università, protocolli aperti, linguaggi, biblioteche digitali, produzione culturale e da enormi quantità di dati e testi prodotti socialmente. Questo non significa che tutto ciò che è pubblicamente accessibile sia automaticamente un “bene comune”: contenuti disponibili online possono restare protetti da copyright, privacy, licenze o altri diritti, e non spariscono proprietà intellettuale e diritti di chi ha investito capitale e lavoro.Sarebbe una semplificazione opposta. Significa però che l’idea secondo cui chi ha costruito un modello possa considerare l’intero valore che esso genera come risultato esclusivo della propria attività privata è altrettanto semplicistica. È precisamente questa tensione che i lavori sui digital commons stanno cercando di affrontare. Huang e Siddarth osservano che molti modelli generativi sono addestrati su dati pubblicamente disponibili e usano infrastrutture pubbliche, pur in un ecosistema nel quale convivono contenuti aperti e contenuti soggetti a diritti. Chan, Bradley e Rajkumar propongono un public data trust che licenzi dati di addestramento a sviluppatori commerciali in cambio di una quota dei ricavi. Tan e colleghi sostengono che l’apertura di codice o pesi non sia sufficiente senza infrastrutture e istituzioni capaci di garantire accesso effettivo, sostenibilità e accountability pubblica. È interessante che Magnifica Humanitas arrivi, da un percorso completamente differente, a una conclusione affine: al §67 include espressamente brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati tra le nuove forme di proprietà sottoposte al principio della destinazione universale dei beni; ai §§108–109 lega proprietà dei dati, partecipazione e accesso alle tecnologie al bene comune. Perché l’AI dovrebbe essere un bene comune? La domanda potrebbe allora essere rovesciata. Non soltanto: perché l’AI dovrebbe essere un bene comune? Ma: perché dovremmo considerare naturale che una futura infrastruttura cognitiva generale sia governata esclusivamente secondo diritti proprietari e capacità di pagamento? Parlare di costruire l’AI come bene comune non significa necessariamente nazionalizzare i modelli, abolire l’impresa privata o rendere gratuito ogni servizio. E non significa sostenere che l’AI sia già oggi, in senso giuridico, un bene comune o un diritto universale riconosciuto. Il “comune”, qui, non è un attributo naturale della tecnologia ma un possibile regime di accesso, gestione, controllo e responsabilità. Può essere costruito in molti modi: accesso universale a capacità di base; infrastrutture pubbliche di calcolo; modelli aperti; data trust; standard interoperabili; diritti di partecipazione; audit indipendenti; limiti alla concentrazione; redistribuzione di una parte delle rendite; servizi pubblici di AI per scuola, ricerca, sanità e pubblica amministrazione. Sono scelte politiche. Esattamente come sono scelte politiche quelle che oggi stanno producendo un’AI concentrata, proprietaria e sempre più integrata negli apparati militari. Il calice condiviso Forse è allora possibile accettare quasi interamente la diagnosi di Bifo e rifiutarne la prognosi. Sì: esiste una concentrazione senza precedenti di capitale e potere tecnologico. Sì: esiste una militarizzazione crescente dell’intelligenza artificiale. Sì: esiste il pericolo di una delega cognitiva che impoverisca le capacità umane. Sì: una parte dell’attuale corsa all’AI potrebbe essere alimentata da dinamiche speculative. Sì: l’ingresso di sistemi artificiali nella produzione simbolica modifica profondamente ciò che intendiamo per attività umana. Ma nessuno di questi fatti dimostra che il loro esito sia già scritto. Il rischio più grande sarebbe forse proprio crederlo. Perché se la concentrazione, la militarizzazione e la disattivazione cognitiva fossero la necessaria destinazione dell’intelligenza artificiale, alla politica resterebbero soltanto due possibilità: accettare il nuovo mondo oppure rifiutare la tecnologia. Se invece sono il prodotto di un determinato regime economico, di determinati incentivi e di determinate istituzioni, esiste una terza possibilità: cambiarne il governo. L’intelligenza artificiale può certamente diventare uno strumento di dominio, guerra e sostituzione dell’umano. Ma può anche essere costruita come infrastruttura di conoscenza, educazione, ricerca, partecipazione e potenziamento delle capacità individuali. Non sarà la tecnologia a decidere quale delle due cose accadrà. Lo decideranno, almeno in parte, le istituzioni, i diritti, le forme di proprietà e le comunità che riusciremo — o non riusciremo — a costruirle intorno. Il calice dell’AI non deve quindi essere bevuto in silenzio da una minoranza che ne controlla il contenuto. E non deve necessariamente essere rifiutato come se contenesse un veleno inevitabile. Può essere condiviso. Forse la vera domanda posta dall’intelligenza artificiale non è se l’umano sia destinato a scomparire. È se saprà ancora esercitare una delle capacità più profondamente umane: decidere collettivamente il proprio futuro. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti essenziali – Franco Berardi Bifo, “L’amaro calice”, Comune-info, 6 settembre 2026. https://comune-info.net/2026/09/06/lamaro-calice/ – Leone XIV, Magnifica Humanitas, Lettera enciclica, 15 maggio 2026, in particolare §§4, 67, 95–110. https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html – Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, The 2026 AI Index Report, 2026. https://hai.stanford.edu/ai-index/2026-ai-index-report Pieter Verdegem, “Dismantling AI capitalism: the commons as an alternative to the power concentration of Big Tech”, AI & Society 39, 727–737 (2024; pubblicato online nel 2022). DOI: 10.1007/s00146-022-01437-8. – Rashid Mushkani, Hugo Berard, Allison Cohen, Shin Koseki, “Position: The Right to AI”, Proceedings of the 42nd International Conference on Machine Learning, PMLR 267, 81876–81896, 2025 [position paper]. https://proceedings.mlr.press/v267/mushkani25b.html – Jon Crowcroft, Rute C. Sofia, Dirk Trossen, Vassilis Tsaoussidis, “Should AI Become an Intergenerational Civil Right?”, arXiv:2512.11892, 2025 [preprint / proposta normativa]. https://arxiv.org/abs/2512.11892 – Serge Stinckwich, Natalie Wong, Ally S. Nyamawe, Jia An Liu, Farhan Latif, Jaimee Stuart, AI Systems as Digital Public Goods, United Nations University, commissionato da Asian Development Bank e prodotto con UN ODET, 25 giugno 2026 [report istituzionale]. https://unu.edu/publication/ai-systems-digital-public-goods – Saffron Huang, Divya Siddarth, “Generative AI and the Digital Commons”, arXiv:2303.11074, 2023 [preprint]. https://arxiv.org/abs/2303.11074 – Alan Chan, Herbie Bradley, Nitarshan Rajkumar, “Reclaiming the Digital Commons: A Public Data Trust for Training Data”, arXiv:2303.09001, accettato ad AIES 2023. https://arxiv.org/abs/2303.09001 – Joshua Tan, Nicholas Vincent, Katherine Elkins, Magnus Sahlgren, Joseph Low, David Pham, Sampo Pyysalo, Jenia Jitsev, “Position: If open source is to win, it must go public”, ICML 2026 Spotlight, arXiv:2507.09296v3 [position paper]. https://arxiv.org/abs/2507.09296 – Hao-Ping (Hank) Lee, Advait Sarkar, Lev Tankelevitch, Ian Drosos, Sean Rintel, Richard Banks, Nicholas Wilson, “The Impact of Generative AI on Critical Thinking: Self-Reported Reductions in Cognitive Effort and Confidence Effects From a Survey of Knowledge – Workers”, CHI 2025, Article 1121, 1–22. DOI: 10.1145/3706598.3713778. – Greg Kestin, Kelly Miller, Anna Klales, Timothy Milbourne et al., “AI tutoring outperforms in-class active learning: an RCT introducing a novel research-based design in an authentic educational setting”, Scientific Reports 15, 17458 (2025). DOI: 10.1038/s41598-025-97652-6. – James Rushing Daniel, “Rewriting the plan of the world: Peter Thiel’s messianic rhetoric and the end of progressive neoliberalism”, Quarterly Journal of Speech 111(2), 272–295 (2025; online 2024). DOI: 10.1080/00335630.2024.2340046. – Ali Riza Taşkale, “Materialized Science Fiction: The Tech Oligarchy’s Blueprint for a New Global Order”, Global Studies Quarterly 6(1), ksag002, 2026. DOI: 10.1093/isagsq/ksag002. -United Nations General Assembly, A/RES/64/292, “The human right to water and sanitation”, 28 luglio 2010. https://digitallibrary.un.org/record/687002 -------------------------------------------------------------------------------- Stefano Lena lavora da molti anni nel mondo della tecnologia e oggi utilizza quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale. Non è un ricercatore né uno specialista di filosofia della tecnologia: è un cittadino europeo che, proprio perché usa l’AI e ne osserva da vicino l’evoluzione, cerca di porsi domande sulle sue conseguenze sociali, economiche e umane. -------------------------------------------------------------------------------- Articolo scritto da Stefano Lena con il supporto dell’intelligenza artificiale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
UN SECOLO FA L’ATTENTATO DELL’ANARCHICO GINO LUCETTI CONTRO MUSSOLINI CHE SI SALVO’ PER UN SECONDO DI RITARDO.
Oggi, 11 settembre 2026, ricorre il centesimo anniversario dell’attentato dinamitardo compiuto a Roma  dall’anarchico Gino Lucetti contro Benito Mussolini, che si salvò per un soffio. Nato a Carrara nel 1900, scalpellino e militante anarchico, Gino Lucetti,  ex ardito durante la prima guerra mondiale ed esperto in esplosivi partecipò all’esperienza degli Arditi del popolo che volevano contrastare con la forza la violenza crescente delle camicie nere.  Venne coinvolto  in scontri armati con i fascisti nel 1920-1922 e per alcuni anni emigrò in Francia. Esattamente un secolo fa organizzò un attentato contro il Duce lanciando una bomba a mano contro la sua automobile: l’ordigno rimbalzò sulla capote dell’autovettura ed esplose poco lontano. Per un solo secondo di ritardo Mussolini si salvò. Gino Lucetti subito arrestato fu condannato a 30 anni di carcere e subì una detenzione molto dura, in regime di isolamento. Venne liberato solo nell’ottobre 1943 dopo lo sbarco alleato in Italia. Pochi giorni dopo la sua scarcerazione avvenuta a Napoli fu trasferito, per riprendersi dalle dure condizioni della carcerazione, sull’isola di Ischia,  dove morì a causa di un bombardamento tedesco. La sua azione contro Mussolini restò ben viva nell’immaginario degli anarchici italiani e toscani in particolare che gli tributarono l’omaggio di chiamare con il suo nome una formazione partigiana, il Battaglione Lucetti operante nel territorio di Carrara, sulle Alpi Apuane e nella zona di Sarzana, dove il 21 luglio 1921 la resistenza armata degli Arditi del popolo e della popolazione cacciò una colonna di circa 500 fascisti che marciava contro la cittadina per una spedizione punitiva . Ripercorriamo questa pagina di storia con Pio Acito Ascolta o scarica  
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
STRETTO DI BAB EL-MANDEB, GLI HOUTI PRENDONO L’ISOLA DI ZUQAR E IL PAKISTAN POTREBBE ENTRARE IN GUERRA
Guerra per il controllo degli Stretti commerciali. A Hormuz, dopo i bombardamenti incrociati dei giorni scorsi, le navi passano al lumicino: i dati preliminari sul tracciamento delle navi mostrano che ieri i transiti attraverso lo Stretto sono scesi a sette, rimanendo ben al di sotto della media degli ultimi 10 giorni di 15 attraversamenti giornalieri. Questa mattina la marina iraniana ha colpito una nave senza pilota statunitense di “tipo Sail-drone” nel Golfo. Altro capitolo è lo Stretto di Bab el-Mandeb, una delle rotte mercantili più importanti al mondo, il cui controllo è conteso con una feroce battaglia dai ribelli Houti, sostenuti dall’Iran, e dalle forze governative yemenite appoggiate dai sauditi. Bombe dell’aviazione dell’Arabia Saudita hanno colpito questa mattina l’aeroporto di Mocha, città yemenita sul Mar Rosso conquistata ieri dagli Houti insieme all’isola di Zuqar, mentre questa mattina i ribelli hanno preso il pieno controllo dell’intero litorale. E il Pakistan potrebbe entrare in guerra. Il commento ai microfoni di Radio Onda d’Urto di Alberto Negri, analista di questioni internazionali ed editorialista de Il manifesto   Ascolta o scarica
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
FRANCE: “L’ALLIANCE DES NUMEROS 10 DES QUARTIERS POPULAIRES” PARTE DA SAINT DENIS PER PRENDERE PAROLA
“Il nome che ha preso questa iniziativa è “Alliance des numéros 10 des quartiers populaires”, un’espressione calcistica che designa chi crea la dinamica di gioco e questo vuol dire che i quartieri popolari in questa campagna presidenziale non vogliono restare spettatori ma diventare attori, vogliono prendere la parola e vogliono esserci.“Alice Ferraglio, compagna bresciana che vive e lavora da anni oltralpe ed è consigliera comunale a Saint Denis, comune della banlieu nord di Parigi comincia un ciclo di corrispondenze periodiche che verteranno sulle prossime presidenziali del 2027 e sul contesto di mobilitazioni sociali e sindacali in cui si svilupperà la campagna elettorale. “La strategia elettorale de La France Insoumise (LFI) è di andare a cercare i voti di quelli che normalmente si astengono perché da un punto dell’analisi di classe sono le persone che hanno un interesse concreto e materiale a votare per il nostro programma. Queste persone si trovano soprattutto nei quartieri popolari, nei quartieri periferici, non soltanto nelle aree urbane ma anche nelle zone rurali. Per andare a intercettare questo tipo di voto è nata una iniziativa cittadina che non è della LFI anche se ci sono esponenti della LFI dei quartieri popolari che vi aderiscono, penso ad esempio al nostro sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko; è una dinamica nata da degli attivisti, da esponenti di associazioni ma anche da influencer dei quartieri popolari che fanno politica sui social.” Questa iniziativa è partita con una sua prima manifestazione domenica 30 agosto proprio a Saint Denis,  la seconda città più popolosa della regione Île-de-France dopo Parigi con circa 150 mila abitanti: “differenti persone provenienti da diverse realtà non solo politiche ma associative hanno preso la parola in sostegno della campagna presidenziale di Jean-Luc Mélenchon perché vedono nella La France Insoumise la possibilità di portare la loro voce, le loro situazioni ed i loro problemi che vivono quotidianamente, e di provare ad avere una risposta. E’ stato l’inizio di una campagna di questa Alliance des numero 10 che continuerà in tutta la Francia, in tutte quelle zone, quartieri popolari, urbane e rurali.” Prossime tappe sono già previste a Marsiglia,Lille, Strasburgo, Tolosa ed in altre città. Intanto in Francia oltre ad alcune vertenze e lotte sindacali sono ci saranno prossimamente due importanti mobilitazioni: il 20 settembre in decine di città si terranno manifestazioni (quella principale a Parigi) “contro la legge definita Permis de tuer, permesso di uccidere; legge approvata il 7 luglio, proposta dai repubblicani, sostenuta dal governo e voluta dall’estrema destra. Concede la presunzione di legittima difesa agli appartenenti delle forze dell’ordine,  cosa significa questo? Che quando un agente sparerà a qualcuno, normalmente ad un manifestante o a una persona razzializzata perché sono queste categorie nel mirino delle forze dell’ordine, non ci sarà la necessità di spiegare la legittimità di quell’atto; lo sparo sarà a priori considerato legittimo e sarà a carico degli eventuali famigliari della vittima provare che quello sparo è stato illegittimo. Questo creerà problemi allo stato di diritto.” Le manifestazioni sono sostenute anche da amnesty International, da LFI e dal collettivo SAVE (Stop Aux Violences d’Etat). Mentre per il 29 settembre è stata indetta una manifestazione dall’intersindacale “per contestare i tagli del governo e domandare una rivalorizzazione dei salari, perché il giorno seguente ci sarà la presentazione della manovra economica finanziaria 2027.” La corrispondenza di Alice Ferraglio, compagna bresciana che vive e lavora da anni oltralpe ed è consigliera comunale a Saint Denis Ascolta o scarica
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
VENERDÌ 11 SETTEMBRE ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
L’economista e nostro collaboratore, Andrea Fumagalli, torna su Radio Onda d’Urto con la rubrica settimanale di analisi critica dei fatti economici della settimana. Nella puntata di oggi, venerdì 11 settembre, abbiamo analizzato i dati istat sulla produzione industriale; l’aumento dei tassi deciso dalla Bnca Centrale Europea e le ricadute economiche dopo 25 anni dal’11 settembre. L’impennata dei prezzi provocata dallo choc energetico rischia di durare a lungo.  La Banca centrale europea alza i tassi di interesse di un quarto di punto per contrastare l’impennata dell’inflazione provocata dallo choc energetico legato alla guerra in Iran. Il tasso sui depositi sale dal 2,25% al 2,50%. È il secondo rialzo del costo del denaro dall’inizio dell’anno. Quali sono le ricadute sui risparmi e sui mutui Totalmente ferma a luglio rispetto allo stesso mese del 2025, stagnante nei primi sette mesi del 2026 se paragonata allo stesso periodo dell’anno precedente. La produzione industriale è ancora nel pantano, come dimostrano i dati Istat. A luglio la produzione  ha registrato un  +0,7% rispetto a giugno (mese in cui si era registrato un calo dell’1,0%). 25 anni fa l’11 settembre 2001 un giorno che assoceremo sempre ai crolli. Sono crollate le Torri gemelle, è crollato il mito della pax americana post-Guerra fredda, e sono crollate anche le nostre economie. 25 anni sono passati durante i quali tutto è cambiato, si è assistito a cambiamenti strutturali. Vale per molti aspetti delle nostre vite , ma io volevo sottolineare gli aspetti geo-economici e finanziari. Andrea  Fumagalli Milano, docente di economia politica all’Università di Pavia.  Ascolta o scarica
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
MORTE DI EMMA BONINO, IL RICORDO DI SIMONETTA CRISCI
E’ morta questa mattina all’età di 78 anni Emma Bonino. Figura apicale del Partito Radicale italiano, presidente di +Europa fino al 2025, già ministra dei governi Letta e Prodi, commissaria europea, fondatrice Non c’è Pace senza Giustizia, Emma Bonino era stata ricoverata in ospedale, presso il Santo Spirito di Roma, il 7 settembre per un aggravamento delle sue condizioni di salute. Ieri era uscita dalla terapia intensiva dell’ospedale ed era stata trasferita in una struttura privata, sulla base di quanto concordato tra il medico curante e i medici del Santo Spirito. Il ricordo ai nostri microfoni dell’avvocata e femminista storica Simonetta Crisci Ascolta o scarica
September 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra
LA GUERRA MONDIALE IN CUI CI TROVIAMO STA INCIDENDO IN PROFONDITÀ SULLE FORME MATERIALI E IDEOLOGICHE DELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DEI SAPERI, SULLE CONDIZIONI DELLA RICERCA SCIENTIFICA DENTRO E FUORI LE ISTITUZIONI ACCADEMICHE, E SULL’INTEGRAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA TRA SCUOLE, UNIVERSITÀ E MERCATO. C’È BISOGNO DI APRIRE CAMPI DI SPERIMENTAZIONE COLLETTIVA SU COME COLTIVARE SAPERI ALTRI CONTRO UNA SOCIETÀ GERARCHICA E SEMPRE PIÙ PROIETTATA VERSO LA GUERRA Foto di Samuel Yongbo Kwon su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione, discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra, mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo. L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi da più di quattro anni. Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie. Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni, culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra, militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre le mura scolastiche e i dipartimenti universitari. La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche, e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di lavoro e di studio di milioni di persone. La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite. Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova legittimazione.  Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare, come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale, che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è immerso.  Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.  -------------------------------------------------------------------------------- Indice dell’opuscolo -------------------------------------------------------------------------------- In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie, all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa competizione internazionale. Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025, quando ha  auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026, dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di «investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle «scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca, istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti. Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025). Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati (anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del governo della scienza.  Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.  Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione. Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli. L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti dentro le scuole e le università. L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro, l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione, lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno. Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra, precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica. -------------------------------------------------------------------------------- Introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra (DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto e iniziativa politica (i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di legge del governo Meloni). Per saperne di più e organizzare una discussione del libro: laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte Connessioniprecarie.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra proviene da Comune-info.
September 11, 2026
Comune-info
BERGAMO: “NO AL NUOVO PIANO DI SVILUPPO DELLO SCALO DI ORIO AL SERIO”. PARTECIPATO PRESIDIO DAVANTI ALLA SACBO
È stato molto partecipato il presidio chiamato nel tardo pomeriggio di oggi, giovedì 10 settembre, davanti sede bergamasca di SacBo, la società che gestisce lo scalo aeroportuale bergamasco. Obiettivo dell’iniziativa, manifestare la propria opposizione al nuovo piano di sviluppo dell’aeroporto di Orio al Serio, trafficato hub del low-cost in tutto il Nord Italia. Tra i partecipanti, abitanti del territorio, ma anche comitati cittadini e ambientalisti, esponenti politici e realtà locali che da anni si battono contro l’inquinamento ambientale e i rischi sanitari a cui sono soggette le aree più esposte allo scalo. Tra loro anche lavoratori e lavoratrici dell’aeroporto – legati ai sindacati di base, come la Cub – per ribadire all’unisono come “la salute delle persone che vivono nei comuni limitrofi all’aeroporto è prioritaria rispetto agli obiettivi di crescita dello scalo orobico”. Una mobilitazione destinata a crescere e di cui è già previsto un prossimo appuntamento: il 22 settembre, sotto il Comune di Bergamo, ovvero quando in Consiglio comunale approderà proprio il maxiampliamento di Orio al Serio. Ai nostri microfoni Sara Agostinelli, giornalista e nostra collaboratrice, in collegamento dal presidio Ascolta o scarica
September 10, 2026
Radio Onda d`Urto