Continuare a immaginare il futuro a BelgradoSULLE PAGINE DI COMUNE LO ABBIAMO SCRITTO IN MOLTI MODI DIVERSI: PENSIAMO CHE I
CAMBIAMENTI PROFONDI NON PASSINO DA GOVERNI E PARLAMENTI, MA NATURALMENTE QUESTO
NON SIGNIFICA CHE LULA E BOLSONARO SONO LA STESSA COSA… VALE COMUNQUE LA PENA
RAGIONARE SU QUELLO CHE È ACCADUTO IN SERBIA, SULLE REGIONI E SULLA CULTURA
POLITICA CHE HA VISSUTO IN QUESTI ANNI IL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI E DELLE
STUDENTESSE NATO MOLTO PRIMA DELLE ELEZIONI NEI CORTILI UNIVERSITARI, MA ANCHE
SUI SOGNI DEI GIOVANI CHE TENDONO A SOMIGLIARSI DA UN CAPO ALL’ALTRO DEL MONDO,
SULLA CONSAPEVOLEZZA CHE L’ATTIVITÀ DI GOVERNO È RICCA DI LIMITI E
CONTRADDIZIONI, SULLA CAPACITÀ DI CONTINUARE A IMMAGINARE E SPERIMENTARE MONDI
NUOVI DENTRO E FUORI DALLE ISTITUZIONI
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L’ingresso dell’università di Belgrado. Foto Unsplash.com
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C’è un momento, nella vita di un Paese, in cui la rabbia smette di essere
soltanto rabbia e diventa qualcos’altro. Diventa metodo. Diventa pazienza
organizzata. Diventa possibilità diluita. Diventa, a volte, un sogno che si
rifiuta di restare tale per incidere nella realtà. È quello che è successo in
Serbia, dove un movimento nato nei cortili delle università, tra aule che da
tempo discutevano di democrazia e futuro, ben prima di affacciarsi alle urne, ha
fatto quello che nessun partito tradizionale era riuscito a fare in oltre un
decennio: ha sconfitto alle elezioni Aleksandar Vučić e il suo apparato di
potere.
Un movimento di protesta che è cresciuto gradualmente e non ha avuto bisogno di
un leader carismatico a guidare la carica, né di una macchina di partito, di
finanziamenti, di apparati consolidati: ha avuto bisogno soltanto di una piazza
che per due anni non ha smesso di accoglierli, di una generazione che ha scelto
di non guardare altrove, di migliaia di passi che, notte dopo notte, hanno
battuto le stesse strade finché le strade non hanno imparato il loro nome. La
Lista studentesca, così si chiama, senza il bisogno di un nome altisonante,
perché il nome lo aveva già scritto la piazza nei due anni precedenti, fatti di
manifestazioni enormi (partite a ridosso del tragico crollo alla stazione di
Novi Sad del novembre 2024 e delle successive inchieste sulla corruzione), di
notti insonni e turbolente, di un paese che non voleva più voltarsi dall’altra
parte. Studentska lista – Studenti pobeđuju, il loro motto fin dalla prima ora:
“Lista studentesca – Gli studenti vincono”.
E alla fine, quando le urne hanno parlato, hanno detto una cosa chiarissima,
quasi commossa nella sua precisione aritmetica: i candidati degli studenti hanno
ottenuto quasi il 53% dei consensi, contro il 39% del Partito progressista serbo
di Vučić, conquistando 140 seggi su 250. Un ribaltamento netto, inequivocabile,
di quelli che la storia impiega decenni a digerire e che invece, in Serbia, è
arrivato in una sola notte di ottobre. E a renderlo ancora più potente c’è un
numero che da solo racconta la febbre di un intero paese: quasi il 70% degli
aventi diritto si è recato alle urne, una delle affluenze più alte mai
registrate, come se ogni singolo cittadino avesse sentito, per una volta, che il
proprio gesto contasse quanto un battito di cuore collettivo. Persino chi ha
perso ha dovuto riconoscerlo, in diretta, senza scappatoie: il presidente
uscente Vučić ha ammesso la sconfitta in diretta tv, dicendo semplicemente che
il suo partito “ha perso le elezioni”. Poche parole che, per chi aveva dominato
la scena politica serba per così tanto tempo, devono essere pesate come macigni,
il suono di un’epoca intera che si chiude con la stessa semplicità con cui si
chiude una porta dopo un lungo inverno.
È qui che va reso onore a qualcosa che spesso dimentichiamo: il valore della
protesta come atto democratico, non come semplice sfogo. Per due anni le piazze
serbe sono state accusate di essere tafferugli, caos, gioventù ingestibile. E
invece quel rumore era democrazia che cercava una forma, era il suono sordo di
un popolo che bussava a una porta chiusa da troppo tempo. Era un popolo che, non
trovando rappresentanza nelle istituzioni, l’ha costruita da zero, nelle strade,
prima ancora che nei seggi elettorali, con le mani nude e la pazienza ostinata
di chi non ha altro che il proprio corpo da mettere in piazza. Protestare non è
l’opposto di governare: è, spesso, la sua prima condizione necessaria, il grembo
oscuro e rumoroso da cui ogni cambiamento vero deve nascere. Senza quella piazza
con la condivisione di tempo e prospettive da parte di migliaia di giovani,
senza quelle notti, non ci sarebbe stata nessuna lista da votare.
E a chi guarda questa storia con lo stupore di chi assiste a qualcosa di
inedito, vale la pena ricordare che la Serbia non è sola in questa traiettoria,
che i sogni dei giovani, quando sono abbastanza ostinati, tendono a somigliarsi
da un capo all’altro del mondo. Certo a volte sono storie molto differenti ma
che hanno una base comune, l’entusiasmo e la voglia di cambiare. Facendo
riferimento solo al nuovo millennio ricordo bene, circa quindici anni fa,
dall’altra parte dell’oceano, un’altra generazione di studenti scendeva in
piazza in Cile, chiedendo un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Tra
quei volti c’era un giovane Gabriel Boric, allora leader studentesco, che da
quella piazza avrebbe percorso una strada lunga ma diritta fino al Palazzo de La
Moneda, diventando presidente del Cile nel 2022 insieme a una squadra di governo
che portava con sé, letteralmente, lo spirito di quelle manifestazioni: ministri
e ministre cresciuti politicamente negli stessi cortei universitari, nelle
stesse assemblee studentesche, con lo stesso odore di gas lacrimogeno ancora
addosso. Il parallelo non è perfetto, lo so bene, e le differenze contano quanto
le somiglianze: il Cile ha avuto un decennio di transizione, un leader
riconoscibile attorno a cui costruire un progetto, una coalizione politica che
si è via via strutturata attorno a quella generazione. La Serbia, invece, sembra
voler resistere ancora alla tentazione del volto unico, della leadership
verticale, scommettendo su una lista senza gerarchie riconoscibili (i
“capolista” non hanno assunto un valore di leader vero e proprio), quasi a voler
dimostrare che un sogno collettivo può restare tale anche quando diventa
governo. Ma il filo che unisce le due storie è innegabile: entrambe dimostrano
che le piazze universitarie, lungi dall’essere un episodio passeggero di
gioventù ribelle, possono diventare la fucina di una classe dirigente reale,
capace di passare dall’opposizione di strada alla responsabilità di governo,
senza perdere per strada il fuoco che le ha generate. Se il Cile sa sussurrare
qualcosa alla Serbia di oggi, è una lezione antica quanto la speranza: la
limpidezza luminosa delle piazze dovrà, prima o poi, fare i conti con l’ombra
pesante del potere. Dovrà misurarsi con la polvere e la fatica di governare un
Paese fatto di carne e ossa e non più soltanto di sogni scanditi all’unisono. Lo
sa bene Gabriel Boric, che una volta varcata la soglia del palazzo di governo ha
dovuto portare sulle spalle il peso delle riforme sfuggite, dei compromessi
dolorosi, degli estenuanti confronti dentro e fuori i palazzi e di quel divario
tagliente tra l’utopia urlata nei cortei e la misura stretta di un accordo in
parlamento.
Certo, non è una condanna senza appello, ma un avvertimento che stringe il
cuore: quella stessa purezza che oggi fa grande la voce degli studenti serbi
sarà domani il loro banco di prova più aspro. È il prezzo, inevitabile e
altissimo, che ogni sogno deve pagare quando sceglie di abbandonare il calore
della strada per entrare, finalmente, nelle stanze fredde dove si scrivono le
leggi.
E c’è, in filigrana, un’altra scommessa identitaria che il paese dovrà
affrontare: i vincitori hanno promesso che i rapporti con la Russia non verranno
recisi e che non ci saranno sanzioni contro Mosca, mantenendo la Serbia
militarmente neutrale, mentre la questione dell’adesione all’Unione Europea
verrà affidata a un referendum popolare. Una posizione di equilibrio, forse
necessaria, ma che dovrà misurarsi con le pressioni di un continente diviso, in
bilico come tutta la Serbia tra due mondi che la chiamano a sé.
E mentre Belgrado festeggia (nello stesso giorno in cui festeggia Lula in
Brasile), non si può fare a meno di guardare al resto d’Europa e di chiedersi se
quella febbre serba non sia, in realtà, un sintomo più ampio, il segno visibile
di un malessere che da settimane, da mesi, attraversa il continente intero. In
questi stessi giorni d’autunno, infatti, un’altra generazione è scesa in piazza,
meno organizzata, meno vittoriosa, ma non meno ostinata nella propria rabbia. In
Italia, da Torino a Bologna, da Milano a Roma, decine di migliaia di giovani
hanno occupato scuole e università, hanno piantato tende davanti agli atenei,
hanno marciato dietro a uno slogan che suona come un atto d’accusa diretto:
“soldi per la scuola, non per la guerra”. Non è un movimento politicizzato,
ideologico, nel senso tradizionale del termine, non ha ancora trovato la propria
lista, il proprio leader, la propria disciplina organizzativa; è piuttosto
un’onda di fondo, a tratti informe, spinta da un senso di soffocamento che le
istituzioni tendono a rubricare frettolosamente come “disordine” o “tensione”.
Ma quelle fiamme che occasionalmente si accendono nei cortei non sono che fumo
negli occhi, concedendo un assist perfetto alla narrazione della
criminalizzazione. Si punta l’indice contro la reazione, additandola come mera
violenza, per non dover mai rendere conto della causa: la violenza ben più
profonda, silenziosa e sistematica dell’abbandono sociale, della mancanza di
prospettive e del vuoto di politiche per le nuove generazioni. È un grido che si
scaglia contro un copione che i giovani italiani, come quelli spagnoli e
francesi, conoscono a memoria: un carovita che divora gli stipendi, affitti che
inghiottono metà del salario, un diritto allo studio che si fa sempre più raro e
costoso, mentre i bilanci statali si gonfiano di miliardi destinati al riarmo.
È lo stesso filo rosso, cucito su scala continentale: dalla Spagna, dove la
crisi degli alloggi ha spinto migliaia di persone in piazza, fino all’Italia,
dove gli studenti denunciano miliardi stanziati in spese militari mentre si
azzerano i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica, la sanità e il welfare.
È la stessa domanda, posta con accenti diversi da Lisbona a Belgrado, da Madrid
a Roma: perché un continente che si professa ricco non riesce più a garantire
una casa, un’istruzione, un futuro ai suoi giovani e trova invece sempre nuove
risorse per gli armamenti? Non sono proteste identiche a quella serba, certo:
dove gli studenti di Belgrado hanno saputo trasformare la rabbia in
organizzazione e l’organizzazione in voto, quelle italiane e spagnole restano
ancora, in larga parte, grido senza struttura, fuoco senza regia, a tratti
tradita da frange e modalità che appaiono violente e che rischiano di offuscarne
la sostanza più vera e più giusta (lascio volontariamente fuori dall’analisi la
storia, nota, degli infiltrati che è storia “in vigore” dagli anni ’70 e
riproposta puntualmente ad ogni movimento sociale insorgente). Ma è proprio per
questo che la vittoria serba, vista da qui, assume il valore di una promessa:
dimostra che quella rabbia diffusa per l’Europa, quella fame di futuro che
brucia nelle piazze italiane e spagnole, non è destinata per forza a restare
soltanto un incendio, ma può, se trova pazienza e metodo, farsi un giorno anche
lei percorso di cambiamento, governo, storia.
E qui si apre una domanda che attraversa, carsica, tutta questa storia e che
vale la pena di enunciare con il nome di chi l’ha posta con più radicalità.
Vent’anni fa, John Holloway scriveva Cambiare il mondo senza prendere il potere,
un libro che è rimasto un manifesto per intere generazioni di movimenti. Era la
lezione, dichiaratamente ispirata agli zapatisti del Chiapas, secondo cui la
vera trasformazione sociale non passa per la conquista delle istituzioni, ma per
la costruzione di spazi di autonomia, di relazioni diverse, di un “potere di
fare” che si sottrae al “potere di comandare”. Non a caso gli zapatisti, per
farsi vedere, hanno scelto di coprirsi il volto: il passamontagna non nasconde
un’identità, la moltiplica, dice che chiunque può essere il subcomandante, che
la lotta non ha bisogno di un volto riconoscibile per esistere e per contare.
Eppure la Serbia, in queste ore, sembra raccontare quasi l’esatto contrario, o
forse solo un capitolo successivo della stessa storia. Gli studenti serbi non
hanno indossato passamontagna: hanno mostrato il volto, hanno costruito una
lista, si sono presi la briga di entrare in un parlamento, di contare seggi, di
misurarsi con il linguaggio arido e concreto del potere formale. È come se,
senza dirlo esplicitamente, avessero risposto a Holloway con un emendamento
silenzioso: si può anche provare a cambiare il mondo prendendolo, il potere, a
patto di non lasciarsi cambiare da esso nel processo. Il paradosso è tutto qui,
ed è un paradosso fertile: la stessa energia orizzontale, anonima, che in
Chiapas ha scelto il volto coperto come atto politico, a Belgrado ha scelto il
voto scoperto come stesso identico atto politico. Due strade diverse per la
medesima domanda che ancora oggi, da Roma a Madrid, da San Cristóbal a Belgrado,
i giovani si ostinano a porre al mondo: è possibile restare fedeli alla propria
rabbia originaria anche una volta seduti nelle stanze dove si decide?
Eppure, qualunque cosa accada da qui in avanti, resta un fatto che nessuna
difficoltà futura potrà cancellare: per una notte, in Serbia, la democrazia dal
basso ha vinto, e ha vinto con la grazia disarmata di chi non chiedeva permesso
a nessuno. Non con un re, un leader, ma con migliaia di nomi senza volto che
hanno scelto di crederci fino in fondo, di camminare al buio finché il buio non
si è fatto alba. E forse è proprio questo, oggi, il messaggio che da Belgrado
attraversa l’Europa intera, fino alle strade di Milano e di Roma e alle strade
in fiamme di Parigi e di Madrid: che il sogno di una generazione, quando trova
la pazienza per non restare solo rabbia, può ancora cambiare la forma del mondo
sotto i propri passi.
E se governare sarà sempre più difficile che protestare, è altrettanto vero che
senza il coraggio di protestare nessuno, da nessuna parte, avrebbe mai la
possibilità di provare a farlo. In un mondo in cui il neoliberismo domina le
scelte strategiche e uniforma i partiti alla difesa delle economie dei potenti,
quel coraggio resta l’ultimo, insostituibile argine per continuare a immaginare
il futuro.
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