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Scommesse da milioni di dollari in Borsa pochi minuti prima degli annunci di Trump: sospetti di insider trading, l’analisi data per data
Il Gazzettino.it. Di Mario Landi. Sospetti di insider trading sulla presidenza Trump. Gli analisti lo avevano già fatto notare, ma ora i movimenti in Borsa prima degli annunci del presidente americano, che hanno fatto guadagnare milioni di dollari ai trader, sono diventati il fulcro di un’analisi della Bbc, che ha esaminato i dati sui volumi di scambio di diversi mercati finanziari e li ha confrontati con alcune delle dichiarazioni di Trump che hanno maggiormente influenzato i mercati. La ricerca della Bbc ha rilevato un modello ricorrente di picchi di interesse poche ore, o talvolta minuti, prima che un post sui social media o un’intervista venissero resi pubblici. Alcuni analisti sostengono che presenti tutte le caratteristiche dell’insider trading illegale, in cui le “scommesse” vengono effettuate da persone sulla base di informazioni non disponibili al pubblico. Altri sostengono che la situazione sia più complessa e che alcuni operatori di mercato siano diventati più abili nell’anticipare gli interventi del presidente. Ecco cinque degli esempi più significativi analizzati dalla Bbc.  «LA GUERRA È PRATICAMENTE FINITA». IL 9 MARZO 2026 Alcuni dei movimenti più significativi si sono verificati nel mercato dei futures sul petrolio. A nove giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Trump ha dichiarato alla Cbs News in un’intervista telefonica che il conflitto era «praticamente concluso». 18:29 (ora del meridiano di Greenwich): impennata delle scommesse sul petrolio 19:16: Trump afferma che la guerra è quasi finita 19:17: Il prezzo del petrolio cala del 25%. La notizia dell’intervista sarebbe stata resa pubblica per la prima volta alle 15:16 ora della costa orientale degli Stati Uniti (19:16 ora di Londra), quando il giornalista ne ha parlato su X. I commercianti di petrolio hanno reagito alla notizia che il conflitto potrebbe finire molto prima del previsto vendendo petrolio, con un crollo dei prezzi di circa il 25%. Tuttavia, i dati di mercato mostrano un’enorme impennata di scommesse sul ribasso del prezzo del petrolio alle 18:29, ben 47 minuti prima della pubblicazione del giornalista. I trader che hanno piazzato quelle scommesse avranno guadagnato milioni di dollari dalle fluttuazioni dei prezzi del petrolio. Continua qui.
April 22, 2026
InfoPal
GOVERNO PONE LA FIDUCIA AL NUOVO DECRETO LIBERTICIDA SULLA “SICUREZZA”. PROTESTE DENTRO E FUORI DALL’AULA DELLA CAMERA
Il governo Meloni ha posto la fiducia in Aula alla Camera al decreto sicurezza. A chiederla il ministro Piantedosi. Poche ore prima il dl liberticida era stato al centro di una protesta portata avanti dalle opposizioni: occupati i banchi del governo in una votazione sulle pregiudiziali. “Non potete bloccare i lavori del Parlamento, liberate i banchi del governo”, aveva detto il presidente di turno Fabio Rampelli che ha poi espulso il dem Arturo Scotto e sospeso la seduta. Un decreto scritto così male che è stato oggetto di osservazioni da parte del Colle e degli avvocati, in particolare per la norma che introduce un incentivo per i legali che “consigliano” agli assistiti migranti le pratiche di rimpatrio volontario. Sotto accusa nello specifico la norma che prevede la vergognosa mancetta da 615 euro per gli avvocati che “sponsorizzano” i rimpatri (fintamente) volontari dei loro clienti migranti, anzichè difenderli e cercare di ottenere la possibilità di restare dove vivono, molto spesso da anni e decenni, in Italia. Ieri sera il sottosegretario Mantovano ha incontrato, convocato al Quirinale Mattarella: ‘Così non va’, avrebbe detto il capo dello Stato all’esponente governativo Le dichiarazioni di voto sono previste domani a partire dalle 16 e poi ci sarà la chiama per appello nominale dei deputati. “Contestualmente” il governo approverà un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che “verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine”. Lo ha raccontato al termine della riunione il presidente del gruppo M5s Riccardo Ricciardi. “Le modifiche non cambiano nulla, la norma va cancella”, replica il presidente dell’Unione delle camere penali Francesco Petrelli. Il commento di Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone. Ascolta o scarica.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
MONZA: DAL 24 AL 26 APRILE TRE GIORNI CONTRO LA GUERRA”DISERTA, SABOTA, RESISTI”
“Diserta, sabota, resisti”: a Monza tre giorni di mobilitazione contro la guerra. Nel fine settimana della Festa della Liberazione l’iniziativa promossa dalla Foa Boccaccio nelle giornate del 24, 25 e 26 aprile. “Di fronte all’occupazione genocidiaria della popolazione palestinese – si legge nel comunicato – e all’aggravarsi dei conflitti in corso che vedono Nato, Usa e Israele protagonisti di un’imponente offensiva imperialista, l’unica risposta del nostro governo è stata prendere la strada dell’economia di guerra”. L’invito è di disertare la propaganda bellica, sabotare la guerra e chi la produce e resistere contro l’imperialismo. Il programma della tre giorni prevede il 24 aprile la presentazione della tre giorni e della fanzine “Lo vogliamo fare” del Collettivo Schmiffov; il 25 aprile pranzo, seguito dalla passeggiata antimilitarista, dalle mostre fotografiche e dal concerto con dj set; il 26 aprile incontri con esponenti di movimenti antagonisti europei e di approfondimenti sul tema della guerra e della Palestina. La location sara’ resa nota nella giornata di venerdi sui canali social della Foa Boccaccio di Monza.  La presentazione con una compagna di Monza Ascolta o scarica    DISERTA SABOTA RESISTI 24-25-26 aprile 2026. Tre giorni contro la guerra a Monza! Monza produce guerra! Di fronte all’occupazione genocidiaria della popolazione palestinese e all’aggravarsi dei conflitti in corso che vedono NATO, USA e Israele protagonisti di un’imponente offensiva imperialista, l’unica risposta del nostro governo è stata prendere la strada dell’economia di guerra, che sta portando profitti record nelle casse di Leonardo s.p.a. (142 miliardi di ordini fino al 2030) e di molte altre piccole e medie imprese che operano nel settore della difesa. Anche il territorio monzese e la sua provincia “vantano” aziende che si arricchiscono attraverso la produzione e il trasporto di armi, o in generale di componentistica o servizi destinati all’industria bellica. Ne è un esempio lampante l’azienda metalmeccanica MasperoTech, sita in Via Ercolano 2 a Monza (quartiere Sant’Albino), da quest’anno membro della Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (AIAD): tra i suoi principali acquirenti c’è Isr4ele. MasperoTech si amplierà in un comparto di oltre 45mila metri quadrati, preparandosi a diventare uno dei poli industriali più strategici della città. Se da una parte la corsa al riarmo arricchisce grandi e piccoli industriali e depreda territori, dall’altra il carovita derivante dai conflitti in corso, impoverisce fette sempre più ampie della popolazione. Da sempre guerre e carneficine ingrassano le pance di pochi a scapito della vita di milioni di persone in tutto il mondo. A queste gravi implicazioni economiche e sociali si accompagna la normalizzazione del discorso pubblico sulla guerra e la sempre più pervasiva presenza di militari nelle strade e nelle scuole. Mentre aziende belliche implementano collaborazioni con le università, si pianifica la reintroduzione del servizio di leva per reclutare nuova carne da cannone. Tutto questo non è normale: ci stiamo solo abituando. Contro l’idea che contro tutto ciò non si possa più fare niente e che si sia destinati inevitabilmente ad un futuro di morte e devastazione, dedichiamo questo 25 aprile all’opposizione alla guerra. La Resistenza antifascista crebbe e si rafforzò infatti proprio a partire da un netto rifiuto delle politiche imperialiste del regime Nazifascista e oggi più che mai quelle istanze risuonano attuali. Nessun dubbio, nessuna esitazione: contro la guerra e il mondo che ne ha bisogno. DISERTA la propaganda bellica! SABOTA la guerra e chi la produce! RESISTI contro l’imperialismo! VENERDI 24 APRILE h 20.30 presentazione della 3 giorni e del libro “Lo vogliamo fare. Dalla globomalattia alla globoguerra”, a cura del collettivo SMIFFHOV (AgenziaX, 2025). SABATO 25 APRILE h 12.30 Grande pranzo popolare collettivo h 16.00 Passeggiata antimilitarista per le vie di Monza h 17.30 “Fotografia e Militanza”: incontro con Tulyppe (https://www.instagram.com/tulyppe/), fotografo parigino del collettivo Encrage, per ragionare su come fotografare le mobilitazioni contemporanee e perché. A seguire, presentazione della mostra fotografica. h 19.00 Live e DJ Set con Nicky (rapper – MB) https://www.instagram.com/eh.nickyy/ Ionico Ionico (no wave – MI) https://www.instagram.com/ionico.ionico/ PEG (rapper – MB) https://www.instagram.com/peg.mnzoo/ Struggimento (anarcho punk – MI) Cranial Putrefaction (noisegrind – MB) https://www.instagram.com/cranial_putrefaction/ A seguire DJ SET TEKNO DOMENICA 26 APRILE h 15.00 Presentazione del Dossier “MADE IN ITALY – Per l’industria del genocidio” a cura dei Giovani Palestinesi d’Italia. h 16.30 Unione Europea e riarmo: incontro internazionale con Studenti contro la Leva (Germania) e Mala Idf (Parigi) h 18.00 Presentazione del progetto editoriale DISFARE
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
GUERRE, ARMI E AMBIENTE. A BRESCIA IL SEMINARIO ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE MICHELETTI
“Guerre, armi e ambiente. Difendere la pace, salvare il pianeta”. E’ questo il titolo del seminario in programma mercoledì 22 aprile 2026 presso la sede della Fondazione Micheletti di Brescia, in via Cairoli 9.  Un pomeriggio di approfondimento – dalle ore 14.30 alle ore 17.30 – presso la sala di lettura della Fondazione con le comunicazioni di Mariam Ahamad, Emanuele Leonardi, Marino Ruzzenenti, Enzo Ferrara e Pirous Fateh-Moghadam a tema guerra e l’impatto su ambiente e interi popoli (in fondo all’articolo locandina e programma completo). Come spiega lo storico ambientale Marino Ruzzenenti ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le guerre “oltre ai danni che provocano immediatamente cioè i morti, i feriti, i bombardamenti, lasciano un’eredità pesantissima che è destinata a durare per decenni su quei territori, in termini di invivibilità, di danni all’ambiente, danni di dispersione di inquinanti di ogni genere da metalli pesanti a gas tossici, a polveri, a diossine, PCB, polveri di amianto.” Ruzzenenti sintetizza con questa premessa l’importanza di riflettere sulla correlazione tra guerra, armi e ambiente, con le conseguenti implicazioni, che saranno al centro del seminario in programma domani, mercoledì, a Brescia. “E’ un aspetto che viene spesso sottovalutato”, sottolinea Ruzzenenti. “Tutti questi danni rendono invivibile quei territori perchè tutto questo inquinamento significa provocare danni alla salute a tutti coloro che dovranno ricostruirsi una vita. Per di più il nesso tra guerra ed ambiente è tremendo perchè è chiaro che nel momento in cui si fa la guerra non solo si investono risorse per gli armamenti come sta avvenendo in tutto l’occidente e anche nel mondo ma queste risorse non possono e non vengono investite per affrontare la vera e grande crisi che attende l’umanità che è la crisi ecologica e la crisi sociale connessa con la crisi ecologica”. L’intervista completa allo storico dell’ambiente e collaboratore della Fondazione Micheletti Marino Ruzzenenti, per presentare il seminario “Guerre, armi e ambiente”. Ascolta o scarica.   Il Programma 22 aprile ore 14 e 30 – 17 e 30, sala di lettura della Fondazione Luigi Micheletti, via Cairoli 9, Brescia. Coordina i lavori Davide Caselli. Comunicazioni di 15-20 minuti: * Le grandi mobilitazioni per la Palestina, Mariam Ahmad Dai movimenti per il clima del 2019 a quelli recenti per la Palestina, Emanuele Leonardi Verso un mondo post-occidentale, Marino Ruzzenenti Il peso ambientale delle armi, “merci oscene”, Enzo Ferrara Il danno alla salute delle guerre, a Gaza e non solo, Pirous Fateh-Moghadam Al termine previsto un momento conviviale. L’avvento di Trump sembra stia mettendo in discussione in Occidente la narrazione consolidatasi negli ultimi trent’anni: la globalizzazione neoliberista è vincente e destinata a sconfiggere gli stati del terrore e le autocrazie conseguendo l’uniformazione al modello occidentale, fondato sul libero mercato, i diritti individuali, la democrazia. Questo ottimismo, inoltre, è messo a dura prova dagli orrendi crimini contro l’umanità perpetuati da Israele a Gaza, con il sostegno di buona parte dell’Occidente, nonché dall’illegale aggressione all’Iran da parte degli Usa e di Israele, e infine dalla guerra “alle porte di casa” tra Russia e Ucraina, tutt’ora in corso, che minaccia di scatenare un conflitto mondiale nucleare. In verità, studiosi più attenti, da diversi versanti ideologici, da tempo stanno mettendo radicalmente in discussione questa narrazione: John Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, Luiss University Press, Roma 2019; F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Roma-Bari 2023; E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024; A. Colombo, Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina, Milano 2025. Dunque, forse, staremmo transitando verso un mondo post-occidentale, del tutto nuovo rispetto a cinque secoli di storia in cui il dominio del sistema economia mondo capitalistico (I. Wallerstein; S. Arrighi) è appartenuto sempre ad una potenza occidentale (Spagna, Paesi Bassi, Inghilterra, Stati Uniti). Potrebbe affermarsi, per la prima volta nella modernità, un mondo multipolare, senza alcuna potenza dominante ed egemone, come sembrano auspicare i BRICS, un nuovo mondo che affida davvero e concordemente a istituzioni internazionali condivise il compito di derimere i conflitti tra le nazioni, sapendo che, in ogni caso, le grandi sfide della crisi ecologica e sociale rimangono del tutto aperte e richiedono un impegno comune. In questo contesto complesso e in continua evoluzione vano visti con grande preoccupazione la corsa agli armamenti decisa dall’Ue, nonché il conseguente accantonamento dei pur timidi propositi di affrontare la crisi ecologica con il Green Deal o e i fallimenti delle ultime Cop convocate per la crisi climatica. Un focus particolare intendiamo dedicare alla Palestina, sia per valorizzare le recenti mobilitazioni giovanili, sia perché si tratta di un caso esemplare del rapporto perverso tra guerra e crisi ambientale: oltre alle tante vittime umane, quasi tutte civili, causate dalla criminale aggressione di Israele a Gaza, quei territori sono stati resi invivibili dalle distruzioni e dagli inquinanti dispersi in ambiente a seguito dei bombardamenti; a ciò si aggiungerebbe il paradosso di una ricostruzione affidata ai Petrostati del Golfo (gli stessi che hanno fatto fallire le Cop impedendo che si potessero anche solo citare i fossili) e con la regia degli Usa che l’ultima Cop l’hanno addirittura disertata. Il seminario, dunque, ha lo scopo di approfondire questi temi per rilanciare una prospettiva di pace, unica condizione per affrontare sia la crisi ecologica, che la crisi sociale, ambedue aggravate dai trent’anni di egemonia neoliberale. I materiali prodotti potrebbero poi essere raccolti in un dossier da pubblicare su “Altronovecento”. Brevi bio dei partecipanti: * Davide Caselli, professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio (GSPS-08/B) e insegna Culture urbane e Sociologia del territorio e comunicazione ambientale al Corso di laurea triennale di Scienze della comunicazione e Welfare locale e istituzioni culturali al Corso di laurea magistrale in Valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale presso il Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le politiche sociali, il lavoro sociale, il ruolo di esperti ed expertise nelle società contemporanee e i processi di finanziarizzazione. Su questi temi ha pubblicato il libro, Esperti. Come studiarli e perché (il Mulino, 2020) e diversi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. * Mariam Ahmad, 26 anni, Palestinese nata e cresciuta a Brescia, studentessa di sistemi agricoli sostenibili presso l’università degli studi di Brescia. Giovane attivista da sempre impegnata nella causa palestinese. * Emanuele Leonardi, Professore Associato presso l’Università di Bologna dal 2024, svolge le sue attività nell’ambito della sociologia economica. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare all’ecologia politica, all’ambientalismo operaio e ai movimenti per la giustizia climatica. Attualmente incentra la sua ricerca sui temi della Transizione Giusta, in particolare nel contesto dei progetti PRIN ‘Just Transition in the Factory’ e PRIN PNRR ‘Digital Food and Just Transition’. Suoi articoli sono ospitati in riviste prestigiose quali “Ecological Economics”, “Globalizations, Sustainability: Science, Practice and Policy”, “Sociologia del Lavoro”, e “Partecipazione e Conflitto”. Per l’editore Orthotes ha pubblicato Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita (2017) e L’era della giustizia climatica (2023 – con Paola Imperatore). * Marino Ruzzenenti, responsabile del Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Luigi Micheletti, ultimo testo in uscita per Altreconomia, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea. * Enzo Ferrara, chimico ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica-INRIM e presidente del Centro Studi per la pace dedicato a Domenico Sereno Regis (Torino), Direttore del Gruppo di Redazione di “Medicina Democratica”, socio della cooperativa “Epidemiologia & Prevenzione”, redattore e collaboratore delle riviste “Gli Asini”, “Altronovecento”, “Vision For Sustainability e Close Encounters in War”. * Pirous Fateh-Moghadam, laureato in medicina e specializzato in Igiene e Medicina preventiva presso l’Università di Bologna, con master universitario di II livello in Epidemiologia Applicata presso l’Istituto superiore di sanità/Università Tor Vergata di Roma. Lavora presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Asuit di Trento. I suoi interessi professionali maggiori sono il monitoraggio della salute e dei fattori che la determinano ponendo attenzione anche alle disuguaglianze sociali nella salute, alle relazioni tra salute e sostenibilità ambientale e all’impatto sulla salute di guerra e militarismo. Coordina il gruppo di lavoro di promozione della pace dell’Associazione Italiana di Epidemiologia ed è l’autore di Guerra o salute, Il Pensiero Scientifico Editore, 2023.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI DI AMNESTY INTERNATIONAL: “ORDINE MONDIALE BASATO SU RAZZISMO, PATRIARCATO, DISUGUAGLIANZE”
Martedì 21 aprile 2026 presso l’Aula Magna del Rettorato all’Universita’ Roma Tre è stato presentato il Rapporto 2026 di Amnesty International, uno dei più autorevoli documenti a livello globale sullo stato dei diritti umani. L’iniziativa è stata occasione di approfondimento e confronto sulle principali tendenze internazionali, analizzando la situazione dei diritti fondamentali in 144 Paesi. Il Rapporto – pubbicato quest’anno per la prima volta da Roma TrE-Press, la casa editrice dell’Ateneo – rappresenta uno strumento essenziale per comprendere le dinamiche contemporanee legate a libertà civili, giustizia sociale e tutela delle persone. Amnesty, nel suo rapporto pubblicato in Italia da Roma Tre Press, scrive che “il 2025 è stato segnato da attacchi predatori al multilateralismo, al diritto internazionale e alla società civile, portatori dell’idea di un ordine mondiale basato su razzismo, patriarcato, disuguaglianza e agende contrarie ai diritti umani”. La documentazione prodotta nei primi mesi di quest’anno descrive “pervasivi crimini di diritto internazionale e un crescente attacco al sistema della giustizia internazionale, che stanno danneggiando gravemente le fondamenta del sistema globale di protezione dei diritti umani”. “Per tutto il 2025, voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali, come mostruosi cacciatori che fanno razzia di trofei d’ingiustizia. Leader politici come Trump, Putin e Netanyahu, tra molti altri, hanno portato avanti le loro conquiste per un dominio economico e politico attraverso distruzione, repressione e violenza su larga scala. Invece di affrontare i predatori, nel 2025 gran parte dei governi ha optato per l’acquiescenza, inclusa la maggior parte dei paesi europei. Alcuni hanno cercato perfino di imitare il predatore. Altri hanno abbassato la testa nascondendosi sotto la loro ombra. Pochissimi quelli che hanno scelto di opporsi. Questo ordine mondiale predatorio alternativo soffoca il dissenso e reprime le proteste, utilizza una retorica disumanizzante e facilita i crimini d’odio e l’uso strumentale della legge. È fondato non sul rispetto per la nostra umanità comune, ma sulla supremazia commerciale e l’egemonia tecnologica”. Il Rapporto 2026 sottolinea anche come “Le pratiche autoritarie si sono intensificate a livello mondiale. I governi di Afghanistan, Cina, Egitto, India, Iran, Kenya, Regno Unito, Usa e Venezuela, tra i vari paesi, hanno represso le proteste con la violenza, criminalizzato il dissenso attraverso leggi antiterrorismo o securitarie o hanno fatto ricorso a sparizioni forzate, esecuzioni e tattiche poliziesche illegali. Tortura e maltrattamento, anche attraverso l’utilizzo di armi a scarica elettrica, sono rimasti fenomeni diffusi…”. Una parte del Rapporto 2026 è dedicata al traffico e al commercio di armi e strumenti repressivi di massa:” Rischiando la complicità, gli stati hanno continuato a compiere e a facilitare trasferimenti irresponsabili di armi, anche verso attori implicati nella commissione di crimini di diritto internazionale. Gli Usa hanno guidato la fornitura di un massiccio sostegno militare a Israele. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito armi, compresi sofisticati armamenti di fabbricazione cinese e mezzi blindati per il trasporto delle truppe alle Forze di supporto rapido del Sudan, che il gruppo ha utilizzato in Darfur”. I governi hanno utilizzato la tecnologia per mettere in pratica e rafforzare le loro pratiche autoritarie. Il Rapporto evidenzia come sia cresciuto anche “l’attivismo globale contro il flusso di armi a Israele ; gli scioperi che hanno riempito le piazze in Italia e le azioni dei lavoratori portuali in Francia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Svezia, per esempio, puntavano a interrompere le rotte commerciali di armi verso Israele”. Una parte importante è dedicata alle violazioni dei diritti delle persone rifugiate e migranti: ” In tutto il mondo i governi hanno messo in atto pratiche autoritarie nel contesto dell’asilo e della migrazione. Alcuni hanno autorizzato misure illegali o hanno aggirato processi legislativi per istituire politiche sulla migrazione dannose. Nel 2025, gli Usa e gli stati europei, tra cui Cipro, Finlandia, Grecia, Italia, Polonia e Ungheria, così come altri paesi, hanno adottato o applicato misure estreme per effettuare espulsioni e altri tipi di rimpatrio e impedire gli arrivi irregolari di persone rifugiate e migranti, in violazione dei loro obblighi sui diritti umani. Iran e Pakistan hanno costretto al rimpatrio o hanno espulso rispettivamente più di 1,8 milioni e 990.000 cittadini e cittadine afgani, nonostante le continue violazioni commesse dai talebani. Tra dicembre 2024 e febbraio 2025, le autorità etiopi hanno espulso più di 600 eritrei rimandandoli con la forza in Eritrea, dove il governo considerava la loro richiesta di asilo all’estero una prova di tradimento”. Non mancano discriminazione e violenza di genere: “In tutto il mondo donne e ragazze sono state vittime di violenza di genere e hanno incontrato ostacoli nell’accesso a protezione, giustizia e rimedio, aggravati in alcuni casi dalla discriminazione per altri motivi, come ad esempio migrazione, casta, lavoro, classe o religione. In Afghanistan, i decreti talebani vietavano alle donne l’istruzione, il lavoro e la libera circolazione e alimentavano la violenza di genere e i matrimoni infantili. Per quanto riguarda l’Italia desta preoccupazione il cronico status di carceri e centri di detenzione per migranti: “Le condizioni e il trattamento delle persone detenute, sia nelle carceri sia nei centri di detenzione per migranti, hanno destato preoccupazioni circa il ricorso a tortura e maltrattamento. I livelli di violenza contro donne e ragazze sono rimasti elevati. È stata promulgata una legge draconiana che ha indebitamente limitato la libertà di riunione pacifica. Giornalisti e giornaliste hanno subìto minacce, attacchi e sorveglianza. Persistevano gli ostacoli per accedere all’aborto. I tentativi del governo di esaminare le richieste di asilo extra territorialmente in Albania sono stati bloccati dai tribunali. La cooperazione in tema di migrazione con Libia e Tunisia è proseguita nonostante le prove di gravi violazioni dei diritti umani. L’Italia non ha consegnato all’Icc un cittadino libico arrestato in base a un mandato dell’Icc stessa. Quasi sei milioni di persone vivevano in povertà. I cambiamenti climatici indotti dalle attività umane hanno causato migliaia di morti. Almeno 1.195 persone sono morte in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere l’Italia. Si sono verificati diversi naufragi appena al di fuori delle acque territoriali italiane. Le Ong di soccorso hanno criticato la risposta tardiva delle autorità italiane alle segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà, che ha messo a rischio la vita delle persone”. La presentazione con Alba Bonetti presidente di Amnesty International Italia Ascolta o scarica 
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Nata dopo anni di speranza, uccisa in un istante: come un cecchino israeliano ha posto fine alla vita di Retaj
Gaza-Quds News. Una bambina di nove anni, nata dopo anni di difficoltà, era finalmente tornata a scuola in una tenda costruita sulle rovine di Gaza. Pochi istanti dopo, il proiettile di un solo cecchino ha posto fine alla sua vita, trasformando un luogo di insegnamento  in una scena di perdita e dolore. In una fragile tenda costruita sulle rovine della casa distrutta della sua famiglia a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, le grida di una madre lacerano l’aria pesante. “Riportate Retaj”, ripete Ola Rayhan, la voce tremante per il dolore che la sopraffà. Intorno a lei, le donne piangono in silenzio. Le loro lacrime riecheggiano una tragedia che è diventata fin troppo comune a Gaza. Retaj Rayhan aveva solo nove anni. Era appena tornata a scuola. Giovedì scorso, la mattina è iniziata con un senso di speranza. Il padre di Retaj, Abdul Raouf Rayhan, ha accompagnato la figlia in un’aula improvvisata. I volontari avevano allestito la tenda solo cinque giorni prima sopra le macerie della scuola Abu Ubaida ibn al-Jarrah a Beit Lahia. Per Retaj, quel momento significava tutto. Dal genocidio di Gaza iniziato il 7 ottobre 2023, non era più andata a scuola. Quella mattina ha segnato il suo primo passo di ritorno all’apprendimento, alla routine, alla vita dopo il genocidio. “Era così felice”, ricorda suo padre con la voce rotta. “Pensavo che la scuola le avrebbe restituito ciò che la guerra le aveva portato via”. All’interno della tenda, i bambini sedevano su semplici panche di legno. Teli di nylon sostituivano le pareti. Eppure, quello spazio aveva uno scopo ben preciso: ripristinare l’istruzione in un luogo dove quasi tutto il resto era crollato. Il proiettile di un cecchino nella bocca di una bambina Pochi istanti dopo, quella fragile speranza si è infranta. Retaj era in piedi davanti alla classe, in attesa che la sua insegnante le correggesse il quaderno. Senza preavviso, un singolo proiettile trapassava la tenda. La colpiva in bocca. Il sangue sgorgava a fiotti mentre lei crollava a terra davanti ai compagni. I bambini che aveva assistito alla scena hanno poi descritto lo shock. Un attimo prima, era lì in piedi sorridente. Un attimo dopo, giaceva immobile a terra. Un cecchino israeliano, posizionato lungo la “linea gialla” settentrionale, le sparava il colpo che la uccideva. Non c’è stato tempo di reagire. Nessun tempo per salvarla. Una corsa disperata senza ospedali. Gli insegnanti si sono precipitati per aiutarla. Nessuna ambulanza era disponibile, hanno caricato Retaj su un carretto trainato da un animale e si sono diretti verso il punto di soccorso medico più vicino. Le forze israeliane hanno  distrutto gli ospedali in tutto il governatorato settentrionale di Gaza, lasciando famiglie e insegnanti praticamente senza accesso alle cure di emergenza. Il viaggio non dava speranze. “È stata colpita direttamente”, dice suo padre. “Non aveva alcuna possibilità di sopravvivere”. La telefonata l’ha raggiunto poco dopo. Un’insegnante gli ha dato la notizia che nessun genitore dovrebbe mai sentire: Retaj non c’era più. Sangue su un quaderno scolastico. Tornato nella tenda della famiglia, Abdul Raouf stringe il quaderno di sua figlia. Le sue pagine recano le ultime tracce della sua vita. Macchie di sangue si mescolano alla sua scrittura, preservando l’ultimo istante prima che il proiettile la colpisca. La sua ultima frase è ancora visibile: “Il nostro villaggio è pulito”. È una frase semplice. La frase di una bambina. Un riflesso di innocenza in un luogo circondato dalla distruzione. Il proiettile ha trapassato quelle parole, ponendo fine alla frase e alla vita che racchiudeva. “L’ho accompagnata a scuola con le sue stesse gambe”, dice il padre. “È tornata a casa solo un corpo”. Si ferma, incapace di continuare. La lunga attesa di una famiglia, una perdita improvvisa. Retaj non era un’altra bambina in una zona di guerra. I suoi genitori l’avevano aspettata per anni. Dopo cinque anni di cure mediche, l’avevano finalmente concepita con la fecondazione in vitro. Era diventata il centro delle loro vite.  Suo zio, Alaa Rayhan, ricorda come avesse comprato da poco dei vestiti nuovi. Aveva intenzione di indossarli per il suo imminente matrimonio. “Quella gioia si è trasformata in lutto”, dice a bassa voce. Ora, quei vestiti sono rimasti intatti. Sua madre li stringe in silenzio, incapace di parlare per il dolore. Lì vicino, il fratellino di cinque anni di Retaj piange. Non comprende la morte. Sa solo che sua sorella non c’è più. Una comunità ammutolita dalla paura. A poche centinaia di metri di distanza, la tenda della scuola è vuota. Dopo il colpo, gli studenti terrorizzati sono fuggiti. Lo spazio che un tempo era pieno di risate e determinazione ora è avvolto dal silenzio. Le mura distrutte della scuola originale si stagliano sullo sfondo, testimoni dei ripetuti attacchi al sistema scolastico di Gaza. All’interno della tenda, sono ancora visibili le tracce del proiettile. Il sangue macchia ancora il suolo dove Retaj è caduta. La scena racconta una storia che le parole a malapena possono  descrivere. Nonostante gli sforzi per rilanciare l’istruzione, anche i tentativi più semplici comportano rischi mortali. “Sembra che l’occupazione non voglia che si tenti di salvare la vita”, dice suo padre, indicando la distruzione che li circonda. Secondo il Ministero della Salute, le forze israeliane hanno ucciso 21.510 bambini dall’inizio del genocidio, fino al 5 aprile. La cifra è stata diffusa in una dichiarazione in occasione della Giornata del Bambino Palestinese. L’istruzione ha subito devastanti  perdite. Il Ministero dell’Istruzione di Gaza riferisce che 785.000 studenti hanno perso l’accesso all’istruzione negli ultimi due anni. Gli attacchi israeliani hanno ucciso 88 insegnanti e 45 accademici. Circa il 95% delle scuole nella Striscia di Gaza sono ora danneggiate o distrutte. Più di 30 istituti di istruzione superiore sono stati colpiti. Questi numeri rivelano un collasso sistematico del sistema educativo. Scuole, università e persino aule temporanee sono diventate insicure. Il percorso scolastico di Retaj è durato solo pochi minuti. La sua storia è iniziata con un padre che accompagnava la figlia a scuola, sperando di ricostruire un senso di normalità. Si è conclusa con un proiettile che ha trasformato una tenda scolastica in un luogo di morte. Suo nonno, Raed Rayhan, stringe il rosario e cerca di confortare la famiglia. Parla di una paura più profonda che ai bambini di Gaza venga negata non solo la sicurezza, ma anche la dignità e un futuro. Retaj si unisce ora alle migliaia di bambini la cui vita è finita prima che potesse iniziare. A Gaza, persino un quaderno scolastico, una panca di legno o una tenda di nylon possono diventare un bersaglio. E per famiglie come quella dei Rayhan, il confine tra speranza e perdita si fa sempre più sottile con il passare dei giorni.
April 21, 2026
InfoPal
GERMANIA: PROCESSO ULM5 PER UN’AZIONE CONTRO CHI ARMA IL GENOCIDIO. PRIMA UDIENZA IL 27 APRILE
Il 27 aprile si aprirà a Stoccarda il processo per un’azione diretta contro una fabbrica di armi della Elbit Systems ad Ulm nella Germania meridionale avvenuta l’8 settembre scorso; 5 persone erano state arrestate.  “L’obiettivo dell’azione era interrompere il flusso di armi verso Israele e fermare il genocidio a Gaza visto che l’Elbit Systems continua a fornire l’86% delle armi e delle tecnologie che servono all’esercito israeliano nel portare avanti il genocidio in Palestina – spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Ari, della Brigata transfemminista di Berlino –la Germania continua ad essere complice del genocidio: è il secondo fornitore al mondo di armi a Israele.” Le persone arrestate, quattro su 5 non sono di cittadinanza tedesca, si trovano in carcere in detenzione preventiva anche se nessuno durante l’azione è stato ferito. Sono state accusate di violazione di suolo privato e di appartenenza ad un’organizzazione criminale.” Le udienze del processo sono fissate fino alla fine di luglio. Vengono tenute in condizioni di detenzione  molto dure: “sono in isolamento dalle 20 alle 23 ore al giorno e hanno diritto solo ad un’ora o al massimo due ore di visita al mese. I colloqui sono sorvegliati da un investigatore di polizia e devono svolgersi in tedesco, quindi deve esserci un traduttore per chi non parla questa lingua. A livello pratico significa che gli investigatori di polizia  non sempre arrivano o arrivano in ritardo, con riduzione della durata delle visite o addirittura con la loro cancellazione arbitraria.” Per l’inizio del processo e per le successive udienze è prevista la mobilitazione e la presenza di realtà e soggettività solidali: da Berlino partiranno dei pullman il 26 aprile e i collettivi si alterneranno per esserci costantemente. Ci saranno manifestazioni a Berlino ma anche in Irlanda, in Francia ed in altri paesi.” La corrispondenza da Berlino di Ari della Brigata transfemminista Ascolta o scarica per ulteriori informazioni https://www.instagram.com/theulm5/
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
DL “SICUREZZA”: TILT ISTITUZIONALE E MAGGIORANZA IN CONFUSIONE SUL PROVVEDIMENTO ULTRALIBERTICIDA
Governo e maggioranza, bacchettati persino dal Quirinale, corrono affannati per convertire in legge l’ultimo e cosiddetto “dl sicurezza”, voluto in pompa magna a febbraio 2026, pochi giorni dopo la manifestazione di 50mila persone contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino. Dentro il testo c’è un pacchetto molto ampio di misure in materia di sicurezza pubblica, immigrazione, cortei, ordine pubblico, tutele e poteri per le forze di polizia. Ne abbiamo parlato su Radio Onda d’Urto Federica Resta, ricercatrice in diritto penale e avvocata; Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe e Nicoletta Dosio, storica compagna del movimento No Tav in Val di Susa Partiamo dal tema delle ultime ore, l’emendamento della maggioranza che introduce un compenso, dello stato, per il legale che offre consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario, anzichè difenderne i diritti, a partire da quello di rimanere dove vive, cioè in Italia. La mancetta è di circa 600 euro, ma solo per ognuno degli assistiti effettivamente rimpatriati. Il Consiglio nazionale forense ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento, mai avvenuto secondo l’organo di rappresentanza degli avvocati. Federica Resta, ricercatrice in diritto penale e avvocata. Ascolta o scarica Sempre nel nuovo pacchetto sicurezza c’è il capitolo che riguarda le sostanze. Forum Droghe esprime una netta condanna l’approvazione dell’emendamento presentato dal senatore Lisei alla legge di conversione del decreto sicurezza, che introduce una nuova stretta repressiva mascherato da intervento tecnico. Si tratta di un ulteriore e grave peggioramento della legislazione sulle droghe, che va nella direzione opposta rispetto a quanto sarebbe necessario: ridurre il ricorso al carcere, limitare la repressione penale, contrastare il sovraffollamento e riportare razionalità e proporzionalità in un sistema sanzionatorio da anni segnato da automatismi ideologici e da effetti socialmente devastanti. “Siamo di fronte all’ennesimo irrigidimento repressivo”, dichiara a Radio Onda d’Urto Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe. Ascolta o scarica C’è poi il capitolo più corposo, quello espliticamente pensato contro le manifestazioni, il conflitto e il dissenso. Nel testo viene dettagliato il “divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico, con la sentenza di condanna per uno dei reati” indicati, una ventina. Viene anche introdotta l’ipotesi di arresto in flagranza differita. Sanzione amministrativa da un minimo di 413 euro a un massimo di 10mila euro per i promotori di manifestazioni che non ne danno avviso, almeno tre giorni prima, al questore.  Il commento ai nostri microfoni di Nicoletta Dosio storica del movimento No Tav in Val di Susa. Ascolta o scarica In chiusura c’è anche il capitolo che amplia a dismisura i poteri investigativi della polizia penitenziaria per reati commessi in carcere. Agenti di polizia penitenziaria potranno entrare in carcere con un’identità falsa, mescolarsi tra i detenuti e raccogliere informazioni sui reati compiuti dentro le mura.Non solo: gli agenti possono anche istigare i reati stessi. In pratica i poliziotti, fingendosi detenuti, potranno comprare o vendere droga, cellulari o far girare soldi sporchi perché saranno “finalizzate all’acquisizione di prove”. Con un’aggiunta su cui giuristi e difensori penalisti hanno espresso importanti dubbi: uno scudo penale che mette gli agenti al riparo da conseguenze giudiziarie per gli atti compiuti durante l’operazione sotto copertura.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Pensare il futuro mentre il presente crolla
-------------------------------------------------------------------------------- Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il Ramadan, preparato a Casa Acmos, Torino, un luogo che da oltre vent’anni apre le porte a giovani che vogliono condividere la sobrietà nei consumi, l’accoglienza, l’approccio nonviolento ai conflitti e la formazione permanente -------------------------------------------------------------------------------- Era il 1942 e il 1943 quando Simone Weil, nel pieno della tragedia della guerra e poco prima di perdere la vita, dedicava tutte le sue energie a pensare una costituente per l’Europa. Un anno prima Altiero Spinelli e gli altri antifascisti confinati a Ventotene immaginavano il loro Manifesto, a cui ancora oggi continuiamo a guardare. Perché tornare a questi esempi, così noti? Perché in entrambi c’è qualcosa che oggi sembra smarrito: la capacità di pensare il futuro mentre il presente crolla. Non dopo, non quando tutto sarà finito. Ma dentro la crisi, dentro la ferita della storia. È una lucidità che non consola. Non promette ritorni. Sa, piuttosto, che nulla di ciò che verrà potrà essere semplicemente una restaurazione di ciò che è stato. Eppure oggi, anche quando arrivano segnali che sembrano incrinare equilibri dati per intoccabili, la tentazione è quella di accontentarsi. Di leggere ogni cambiamento come un possibile ritorno alla normalità. Come se bastasse che qualcosa finisca perché tutto possa ricominciare come prima. È questa, forse, la forma più sottile di rinuncia: la nostalgia. Affidarsi al passato per difendersi dall’inquietudine del presente. Immaginare che la storia possa riavvolgersi, che le democrazie possano semplicemente essere ripristinate, che le categorie di ieri bastino ancora a leggere il mondo. Ma ciò che Weil e Spinelli avevano compreso è esattamente il contrario: il “dopo” non esiste se non viene pensato a partire da ciò che accade. Non si esce indenni da una frattura storica. La si attraversa, e da lì si prova a immaginare. Per questo oggi il problema non è solo politico, nel senso più ristretto del termine. È più profondo: riguarda la nostra incapacità di sottrarci a un presente che si impone come unico orizzonte possibile. Una sorta di presentismo che soffoca l’immaginazione e riduce la politica a gestione dell’esistente. E tuttavia, proprio qui si apre una domanda decisiva: chi è chiamato a pensare — e a costruire — il futuro? Se restiamo dentro l’idea che la politica sia solo ciò che accade nelle istituzioni, nei partiti, nelle leadership, allora la risposta sarà sempre delegata. Qualcuno dovrà farlo al posto nostro. Ma forse è proprio questo il limite da superare. Perché il futuro non nasce prima nei programmi, ma nelle pratiche. Non prende forma solo nelle decisioni ufficiali, ma nei modi in cui viviamo, lavoriamo, insegniamo, costruiamo relazioni. Lo si intravede ogni volta che la partecipazione rompe la passività. Non come gesto improvviso, ma come esito di un lavoro lento, spesso invisibile. Anche i referendum, quando accadono davvero, non nascono all’improvviso. Sono lo sbocco di una trama di rifiuti disseminati nel tempo e nello spazio: tanti “no” che prendono forma nei territori, nelle esperienze quotidiane, nei conflitti locali, nelle parole che circolano e resistono. È lì che qualcosa comincia a muoversi. Quando ciò che sembrava frammentato trova un punto di convergenza. Quando una somma di voci isolate diventa, per un momento, voce collettiva. Ma proprio per questo il referendum non è un punto di arrivo. È un passaggio. Perché senza quel lavoro diffuso, la politica ufficiale resta vuota. Resta forma senza vita, linguaggio senza esperienza, promessa senza radicamento. Al contrario, quando nei territori si moltiplicano pratiche democratiche partecipate, quando le persone tornano a esercitare una responsabilità condivisa, allora anche ciò che sembra impensabile può accadere. È in questi momenti che un “No King” può emergere — non come esplosione improvvisa, ma come rivelazione di qualcosa che era già in atto. Un rifiuto che si è costruito nel tempo, fino a diventare visibile, fino a trovare la forza di nominarsi. E forse è proprio qui che possiamo tornare a Weil, a Spinelli, a Zambrano. Perché ciò che li accomuna non è solo la capacità di immaginare il futuro dentro la crisi, ma il modo in cui questo immaginare non è mai separato dalla vita. In Weil è attenzione radicale al reale, fino a farsi responsabilità. In Spinelli è progetto che nasce anche nelle condizioni più estreme e non rinuncia a incidere nella storia. In Zambrano è una ragione che non si chiude nella tecnica o nel calcolo, ma si lascia attraversare dall’esperienza, diventando capace di generare senso. Tre modi diversi di dire la stessa cosa: il futuro non si attende, non si delega, non si eredita. Si pensa, certo. Ma soprattutto si comincia a vivere. E comincia sempre da qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensare il futuro mentre il presente crolla proviene da Comune-info.
April 21, 2026
Comune-info
TORINO: TROVATO SENZA VITA UN CICLOFATTORINO, USB CHIEDE “MEZZI ADEGUATI, COME FURGONI, PER LE CONSEGNE”
È stato trovato morto, a quanto pare a distanza di ore dall’incidente, un ciclofattorino di 32 anni, vittima di un incidente durante una consegna nella zona collinare di Torino. Il rider, Adnan El Sayed, è stato trovato senza vita a Cavoretto da un passante. Secondo le prime ricostruzioni il corpo, trovato tra la vegetazione, riportava diversi traumi. Al momento sembra che l’uomo abbia perso il controllo della sua bici elettrica mentre si trovava in discesa. Inizialmente, la bici sarebbe stata notata verso le 18,30 ma solo alle 23 la stessa persona che aveva visto la bicicletta, ripercorrendo la stessa strada, si è avvicinata e ha chiamato i soccorsi dopo aver visto parzialmente il corpo spuntare dalla vegetazione.  Lorenzo Montanari, della Federazione del Sociale di Torino ed esecutivo nazionale Usb Ascolta o scarica  
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto