Un posto dove giocare
LA STORIA DI DUE PORTE DA CALCIO RIMOSSE DA UN PARCO E APPRODATE AL TIBURTINO
III RACCONTA MOLTO PIÙ DI UNA VICENDA DI QUARTIERE. PARLA DI SPAZIO PUBBLICO,
INFANZIA, SPORT POPOLARE E DEL DIRITTO DEI BAMBINI A GIOCARE SENZA ESSERE
SCHIACCIATI DALLA BUROCRAZIA O DALLA LOGICA DELLA PRESTAZIONE. IN FONDO, DIETRO
QUELLE PORTE, C’È UN’IDEA SEMPLICE E RADICALE: UNA CITTÀ EDUCA ANCHE QUANDO
LASCIA SPAZIO A UN PALLONE
Finalmente iniziano i mondiali di calcio maschili? No. L’interesse per questa
edizione è stato già ampiamente limitato negli ultimi mesi e non certo per
l’esclusione, l’ennesima, dell’Italia Finalmente è stato trovato un posto (e che
posto!) per le porte che erano state sistemate inizialmente nel parco di Carlo
Felice dalla scuola calcio dell’Esquilino Football Club.
Dal parco erano state rapidamente rimosse perché non erano state richieste le
autorizzazioni necessarie a sistemarle lì e qualche cittadino “preoccupato” dal
fatto che i bambini le stessero effettivamente usando e che effettivamente ci
stessero giocando, disturbato forse dall’ormai inusuale rumore, dall’inusuale
confusione che tanto “fastidio” arreca alla cittadinanza “per bene”, che vuole
“dormire” sonni tranquilli, si era lamentato invitando l’amministrazione a farle
rimuovere.
Si poteva forse ragionare sul “senso” di quell’azione e sul risultato prima di
toglierle: bambini che nuovamente si ritrovano al parco per giocare a pallone in
un paese che ha per decenni, certo, in un’altra era dal punto di vista
democratico, fatto dello spazio pubblico il luogo per antonomasia dell’incontro
e della formazione motoria, libera e autogestita.
Considerate le riflessioni che in queste settimane hanno occupato le pagine dei
giornali, a ridosso dell’inaugurazione dell’ennesima edizione dei mondiali di
calcio maschili alla quale non parteciperemo, si poteva forse immaginare una
soluzione diversa, ma la preoccupazione rispetto alla legittimità
dell’operazione ha prevalso.
Via le porte.
Si poteva forse aprire un tavolo tecnico e verificare insieme alla cittadinanza,
all’associazione degli amici del parco, d’accordo con l’Esquilino FC sulla
“operazione porte da calcio”, come procedere. Invece si è preferito la strada
più breve e veloce. Rimuoverle. La meno coraggiosa, confessiamocelo.
E così, oltre al danno, togliere ai bambini del territorio uno spazio finalmente
impreziosito da porte “vere” con cui giocare a pallone come si faceva una volta,
per strada, si poteva unire la beffa di vedere abbandonate quelle porte chissà
dove.
Ma grazie a una bellissima collaborazione tra il circolo dell’Arci Concetto
Marchesi di Tiburtino III, l’Osteria Scuppiata Itinerante Anticapitalista,
grazie alle moltissime realtà sociali e culturali che si sono unite e hanno
collaborato alla riuscita dell’iniziativa, dalla Borgata Gordiani, all’Atletico
San Lorenzo, al Kung-Fu della Luna e la tartaruga dell’Esquilino, dalla Capoeira
del Kilombo Urbano, dalla Ciclofficina di Centocelle, allo Yoga Riot, allo
Skatebord di Beat SB, le porte hanno trovato una seconda casa al Tiburtino III.
Anche il Tiburtino non è più la borgata dove Vittorio De Seta andò a girare lo
sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, all’inizio degli anni Settanta.
Quel pullulare di bambini e bambine che scorrazzano nelle immagini dello
sceneggiato per le strade del quartiere tra prati e campi sterrati inseguiti dal
loro maestro, un vago ricordo.
Nel film il calcio non ha molto spazio, ma le scene in cui Bruno D’Angelo,
interpretato da Bruno Cirino, trasposizione cinematografica di Albino
Bernardini, figura quasi mitologica della pedagogia democratica nel nostro
paese, prova a capire le ragioni dell’emarginazione e dell’insuccesso scolastico
dei ragazzi che gli erano toccati, nella classe differenziale alla quale lo
avevano assegnato, ancora oggi emozionanti.
Tra caccia alle lucertole, fionde per colpire barattoli abbandonati per la
strada, gare di motorini, il maestro Bernardini-D’Angelo segue i suoi ragazzi un
po’ ovunque, entra nelle loro baracche, fa lezione in mezzo ai campi e
accompagna Remo fino al mercato di Piazza Ungheria ai Parioli. Lì impara che il
suo alunno invece di frequentare la scuola vende le teste d’aglio per 100 lire
alle ricche borghesi.
Lo sceneggiato mostra come quella del maestro sia un’esperienza di vera e
propria “osservazione partecipante”, che fin dai primi giorni di scuola lo mette
in condizione di riflettere sulle difficoltà immediate di quei ragazzi che
difficilmente potevano essere preoccupati dalla storia del Risorgimento o della
Prima guerra mondiale e avevano bisogno di un insegnamento diverso.
Emblematica la scena in cui discute proprio del senso oppressivo della scuola
con il direttore che lo viene a trovare nella sua classe e rimane quasi
scioccato dal fatto che la predella della cattedra si sia trasformata in una
libreria dove ora i ragazzi possono sistemare i loro lavori. Ecco, le riprese
interne invece furono girate nelle aulee dell’allora Scuola statale d’arte, oggi
Liceo artistico Enzo Rossi di via del Frantoio, proprio a due passi dal circolo
dell’Arci dove sono state sistemate le porte.
In qualche modo ci piace pensare che tra quell’esperienza e l’arrivo delle porte
al Tiburtino III si sia stabilita una connessione pedagogica e anche politica.
La seconda edizione dei “Giochi tiburtini” patrocinata dal comitato romano della
Uisp è stata infatti organizzata proprio per informare il quartiere del fatto
che un campetto da calcio è ora a disposizione e augurarsi che quegli spazi un
tempo così ricchi di umanità si possano riempire di nuovo.
Anche per correre appresso a un pallone: nel campo ora riqualificato e
liberamente accessibile al territorio dove campeggiano le porte che secondo
l’amministrazione non potevano rimanere nel Parco di Carlo Felice dove erano
state sistemate dai genitori dell’Esquilino FC.
La speranza è che moltiplicando l’esistenza di luoghi come questi, si possa
contendere all’approccio competitivo nel quale sono immersi i bambini, oggi
egemonico, il loro interesse per il gioco.
La speranza è che organizzando iniziative che si ispirino a un modo diverso di
concepire l’attività fisica, lo sport, il gioco, sia possibile per loro fare
esperienze più ricche e positive di quanto non avvenga oggi, impegnati come sono
in campionati, tornei, partite in cui il desiderio di vittoria, portato ai suoi
massimi eccessi, stritola e compire quello del divertimento più spensierato.
Peggio. Il divertimento è diventato la vittoria. E se non si ottiene quella si
torna tristi e abbattuti a casa come dopo una sconfitta nella finale di
champions league.
Come il maestro D’Angelo prova a smontare il sistema oppressivo della scuola
autoritaria degli anni Settanta e a segnalare riprendendo una vecchia
espressione di Bruno Ciari, che è proprio la scuola a creare il disadattamento
dei bambini, così oggi è in corso una partita difficilissima tra chi vorrebbe
sottrare il calcio agli interessi economici che lo hanno trasformato in un
business e i protagonisti di questa trasformazione violenta e ingiusta.
Quando i genitori di Esquilino FC, durante le giornate delle vacanze di Natale,
si diedero appuntamento per fissare le porte al campetto di Carlo Felice a
questo pensavano, questo avevano in mente.
Se l’amministrazione nonostante le ripetute sollecitazioni, nonostante il numero
enorme di attività promosse in quello spazio, nonostante l’urgenza, non
raccoglieva la proposta di ragionare su una ridefinizione di quello spazio di
terra, perché potesse ospitare con modalità più “strutturate” il calcio, allora
ci avrebbe pensato l’Esquilino FC acquistando con le quote dei soci delle porte
e sistemandole nel parco perché i bambini e le bambine del quartiere potessero
usarle liberamente.
E funzionava.
Perché i bambini e le bambine del quartiere hanno subito “preso la palla al
balzo” e sfruttato la presenza delle porte per ricominciare a giocare
liberamente.
Per fortuna, alla fine, alla maggioranza della cittadinanza, ai media che si
interessarono alla storia, ad alcuni volenterosi genitori dell’Esquilino FC che
cominciarono a scriverne e parlane, sembrò un grande errore.
Per fortuna, per una volta la reazione, se non indignata, sicuramente di
incomprensione prevalse e dopo alcune giornate di intesi scambi telefonici con
rappresentanti delle istituzioni ci si accordò perché dopo la rimozione delle
porte a Carlo Felice si aprisse un ragionamento sulla ridefinizione dell’area,
da anni sempre rinviato a data da destinarsi.
Ora un tavolo tecnico si è aperto con l’obiettivo di definire un progetto di
collaborazione anche a Carlo Felice ma intanto sapere che quelle bellissime
porte non sono state perse e acquistate inutilmente e invece si trovano al
Tiburtino III e a disposizione di quel territorio, riempie di orgoglio chi ama
il calcio popolare e inclusivo, di chi crede ancora che non ci possa essere
emancipazione senza educazione.
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