Quale patrimonio culturale cristiano rivendicano le due premier europee, l’italiana Giorgia Meloni e la danese Mette Frederiksen?

Pressenza - Thursday, August 13, 2026

Nel messaggio congiunto, pubblicato sui rispettivi profili social, la premier italiana Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, pur appartenenti a formazioni politiche storicamente distanti – destra/estrema destra, la Meloni; socialdemocratica, la Frederiksen – puntano il dito sul pericolo imminente di un’invasione dell’islam tramite i flussi migratori dai paesi dell’Asia Occidentale (Medio Oriente), del Magreb e dell’Africa subsahariana. Esprimono così la loro visione di un’Europa roccaforte che desiderano difendere: «…siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa».

Le due premier, dunque, individuano il pericolo mortale per l’Europa non in una invasione di eserciti armati di tutto punto, ma nella «immigrazione incontrollata», alla quale rispondono promuovendo «una politica migratoria rigorosa». Le due signore definiscono “illegale” l’immigrazione che, fino a poco tempo era definita, irregolare, per cui le persone migranti diventano automaticamente “migranti illegali”, anche se provengono da Paesi in guerra, fuggono da carestie, o semplicemente desiderano espatriare per migliorare le loro condizioni di vita. Dimenticano che il diritto di emigrare è sancito dalla Dichiarazione ONU dei Diritti umani.

Tutto il discorso è basato sulla criminalizzazione dei migranti, sugli «impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».

Affermazioni apodittiche, almeno per l’Italia, smentite da inchieste e statistiche sull’aumento della criminalità, in un Paese che della criminalità organizzata è il capofila (vedi mafia, ndrangheta e camorra). Inoltre la «pressione crescente sui servizi pubblici» non tiene conto di quanto l’immigrazione abbia contribuito a tenere scuole aperte, cantieri attivi, campi lavorati e prodotti agricoli che troviamo nei supermercati. L’erosione poi della fiducia dei cittadini, più che dalla realtà è prodotta dalla percezione indotta da una narrazione xenofoba e islamofobica spalmata dai media dei partiti di destra e estrema destra in ogni occasione.

La soluzione prospettata è la “remigrazione”, nella fattispecie la realizzazione di «centri di rimpatrio in Paesi terzi», fuori dall’Europa. La realizzazione fallimentare del Centro per il rimpatrio in Albania, evidentemente non ha insegnato niente. La negazione dei diritti umani nei CPR italiani è sotto gli occhi di tutti, con situazioni di precarietà per mancanza di cure mediche, di cibo scarso e spesso avariato, di alloggi inadeguati e sovraffollati, con frequenti episodi di autolesionismo e suicidi indotti. I CPR sono stati definiti lager e, per questa ragione, dovrebbero essere chiusi e non esportati in altre nazioni.

Ma il punto che mi preme mettere in evidenza è che questo: le due leader presentano il loro programma come difesa e riproposizione di valori “cristiani”, dunque ancorato alle “radici cristiane” dell’Europa. Ecco quanto affermano: «Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo».

E quale sarebbe questo “patrimonio culturale cristiano”? E il Vangelo di Gesù, dove lo mettiamo? La buona novella annunciata ai poveri della liberazione dalla miseria, agli incarcerati dalle prigioni, agli ammalati dalla malattia, agli stranieri di essere accolti e non respinti? Che possiamo dirci ancora cristiani – come affermava Benedetto Croce – è oggi abbastanza discutibile. Che poi si spacci per cristiano ciò che è il capovolgimento del messaggio evangelico, mi rende abbastanza inquieto. Per questo motivo, le chiese cristiane, che oltretutto hanno fatto passi importanti a livello ecumenico e interreligioso, hanno preso posizione e devono continuare a farlo, ancora con più convinzione, contro questa deriva.

Sono molto d’accordo con quanto affermato da Fulvio Ferrario, teologo valdese, in un recente post su Facebook: «Certo, Gesù Cristo non è un marchio di proprietà delle chiese, però è un nome rispetto al quale le chiese hanno responsabilità: una di esse consiste nel dire che è profondamente ingiusto utilizzarlo, insieme a sostantivi e aggettivi derivati (cristianesimo, cristiani) per propinare ideologie disumanizzanti. […] le chiese sono impegnate da decenni sul fronte opposto, non in nome del «patrimonio culturale cristiano», bensì di Gesù. Il partito trasversale della remigrazione, però, lasci almeno in pace il cristianesimo, che, con tutta la sua storia carica di tragedie e tradimenti, un rapporto con Gesù, e con le persone con le quali lui si identificava, cerca comunque di mantenerlo».

 

 

 

 

Pierpaolo Loi