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MODENA: PRESIDIO ANTIFASCISTA CONTRO IL CONVEGNO XENOFOBO ‘REMIGRAZIONE E RICONQUISTA’
I fascisti del cosidetto comitato Remigrazione e Riconquista hanno annunciato un convegno, venerdì 12 dicembre, nella città di Modena, storicamente impegnata in battaglie antifasciste. In risposta all’evento, che riunirà esponenti di gruppi estrema destra come CasaPound e il Veneto Fronte Skinhead, si è sviluppata rapidamente una mobilitazione antifascista con l’intento di opporsi all’iniziativa fascista e per contrastare la presenza di questi movimenti in città. Cittadini e vari gruppi antifascisti hanno quindi annunciato un presidio; l’appuntamento è alle 18:30 al direzionale Modena due. “Questa mobilitazione è nata con il passaparola e ad oggi la proposta è quella di ritrovarsi in prossimità della sede fascista e per contestare questo ritrovo. Tuttavia, siccome gli organizzatori di questo evento sulla remigrazione hanno comunicato un cambio di sede, si è in attesa di capire se si riesce a scoprire dove sono andati a rintanarsi per poter poi spostare quello che è il presidio di contestazione” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Maurizio della nostra redazione Emilia Romagna. Ascolta o scarica.
Brescia. Di qui non si passa
Nessuna sorpresa Questa volta la città non si è fatta cogliere di sorpresa. Ai vari gruppi neofascisti, articolazione movimentista del governo nazionale e dell’opposizione di destra in Piazza Loggia, non è riuscito ieri ripetere l’ exploit dell’ anno scorso, quando proprio nella notte del 13 dicembre avevano stupito i cittadini […] L'articolo Brescia. Di qui non si passa su Contropiano.
“BRESCIA SCHIFA I FASCISTI”: DIRETTA DALLA MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA DI PIAZZA LOGGIA
“Brescia schifa i fascisti”. Sabato 13 dicembre 2025 mobilitazione antifascista e antirazzista contro la calata dell’estrema destra fascista e xenofoba di del nord Italia e di parte del centro Italia, riunita sotto il cappello del sedicente comitato “remigrazione e riconquista”, con l’esplicito obiettivo di cacciare dall’Italia milioni di persone, tutte quelle migranti. Un input copiato pari pari dai padroni globali – i vari Trump, Musk, Milei, Orban – che i fascisti declinano da qualche mese in salsa italiana. Oggi, sabato 13 dicembre, tocca a Brescia, nella zona della periferia sud, tra via Sardegna e il parco Tarello. La Brescia antifascista si ritrova invece in centro storico, dalle ore 15.30, con piazza Loggia indicata da Centro sociale autogestito Magazzino 47, Associazione Diritti per Tutti e Collettivo Onda Studentesca per la manifestazione “Brescia schifa i fascisti – per la remigrazione dei fascisti nelle fogne della storia”. Una chiamata ripresa da numerose realtà antirazziste e antagoniste, comunità migranti, sindacati di base e partiti di sinistra, mentre la rete Io Accolgo (con Cgil e Anpi) si ritrova nell’attigua piazza Rovetta. La Questura ha vietato ogni manifestazione che non sia statica. La città, fin dal mattino, è militarizzata, tra blindati, idranti, agenti sia in centro che attorno al parco Tarello, oltre a un elicottero in cielo. La mobilitazione antifascista è comunque confermata, oltre che per opporsi alla vulgata fascista (non molto dissimile, sia che si tratti di quella “identitaria” o in doppietto al governo), a respingere “riarmo ed economia di guerra, impoverimento e precarietà, conformismo, repressione del dissenso, deriva autoritaria. Questo è il degrado vero, causato dal governo Meloni, amico e protettore dei fascisti. Non le persone immigrate! La nostra sicurezza sono la scuola e la sanità pubbliche, i diritti sociali, un reddito degno, la libertà di lottare. Non i carri armati e il razzismo! Boicottare il genocidio, Palestina libera! BRESCIA SCHIFA I FASCISTI, ORA E SEMPRE, che siano al governo o che siano in strada“. La diretta su Radio Onda d’Urto del pomeriggio di sabato 13 dicembre: Ore 15.55 – Ancora da piazza Loggia, dove i manifestanti si sono spostati dalla zona del Municipio alla Stele che ricorda la strage fascista, di Stato e della Nato del 28 Maggio 1974, che fece 8 vittime e oltre un centinaio di feriti durante una manifestazione antifascista. In diretta Francesco, della Redazione. Ore 15.30 – La prima corrispondenza da piazza Loggia a Brescia con Francesco, della Redazione di Radio Onda d’Urto, e gli aggiornamenti su quanto sta accadendo nella zona del parco Tarello. Ascolta o scarica.
Resistere alla “remigrazione”: un presidio a Gallarate
Sabato 6 dicembre, intorno alle 15:30, davanti alla Stazione di Gallarate si sono radunate diverse persone e associazioni coordinate dalla Rete Antifascista Militante della provincia di Varese (RAV) in risposta alla manifestazione indetta dal Comitato Remigrazione e Riconquista di domenica 30 novembre, sempre a Gallarate. Insieme a Mario Macaluso della RAV hanno presenziato anche esponenti politici locali come Alessandro Pennati, di Europa Verde – Verdi per la provincia di Varese, Massimo Uboldi del Movimento 5 Stelle, Angelo Renna di Rifondazione Comunista, e altri rappresentanti di ANPI, Collettivo da VA a Gaza oltre a liberi cittadini indignati e contrari ad ogni espressione fascista xenofoba e razzista, lasciata passare come libera espressione. La manifestazione tenutasi il 30 novembre nasceva cavalcando l’onda emotiva della cittadinanza, legata a un fatto di cronaca, uno stupro, avvenuto il 21 novembre ad opera di un uomo di origine gambiana. Ma già a maggio 2025 presso il Teatro Comunale Condominio di Gallarate si era tenuto un summit internazionale di esponenti dell’ultradestra per parlare di “remigrazione” e di “sostituzione etnica” con il sostegno da parte dell’amministrazione comunale. Questi fatti ed altri episodi di intimidazioni, manifestazioni e atti vandalici accaduti nel corso degli ultimi due anni imputabili a persone di gruppi organizzati della destra estrema varesina, hanno spinto il Comitato RAV a organizzare il presidio per mantenere alta l’attenzione su quanto sta succedendo. Gli interventi sono stati chiari e hanno ben spiegato come, da sempre, nella storia, in momenti di instabilità economica e sociale, il veicolo che porta in giro idee di esclusione, intolleranza, razzismo vero e proprio, sia la paura del diverso. Dopo questi ultimi sei anni, tra Covid, guerra Russo-Ucraina, genocidio del popolo palestinese, guerre dei dazi a livello internazionale, cambiamenti climatici, gli anticorpi della democrazia sono sempre più bassi. La gente ha paura, ed è più semplice prendersela con le minoranze, che siano etniche, di genere o politiche. Una certa parte di politici di destra soffia sul fuoco delle insicurezze dei singoli, per guadagnare consensi e potere proponendo soluzioni semplici a problemi complessi come sono le questioni migratorie. È stato ricordato come gli europei, che oggi gridano alla Remigrazione, sono i discendenti di chi da centinaia di anni ha sfruttato, ucciso, colonizzato popoli in altre parti del mondo. Oggi queste popolazioni hanno la possibilità di spostarsi per cercare una vita migliore rispetto a quella offerta dai loro paesi di origine e la soluzione positiva dell’Europa democratica dovrebbe essere quella dell’accoglienza organizzata e strutturata, non certo quella della repressione e dei respingimenti di massa, compresi gli spostamenti degli esseri umani da uno stato all’altro come ha cercato di fare il governo Italiano con i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in Albania. La legge che ancora regolamenta i flussi migratori in Italia è la Legge Bossi Fini del 2002 e questo crea molti disagi nella gestione dei permessi, delle possibilità di lavoro, dell’amministrazione delle pratiche relative all’immigrazione, disagi che possono portare anche a spirali di malessere per le persone che sono ostacolate nell’ottenere documenti in regola e una vita dignitosa. Per questo motivo molta gente si ritrova in situazioni estreme, e spesso finisce per strada o nelle baraccopoli, si pensi a certe condizioni di vita nel sud Italia. Il mondo è cambiato dal 2002 e forse le norme dovrebbero essere aggiornate se si vuole risolvere e gestire seriamente la questione dell’immigrazione in Italia. Di certo la Remigrazione, basata su convinzioni complottiste e xenofobe, non è la soluzione, oltre che a essere uno schiaffo alla Storia, alla Resistenza e alla Costituzione Italiana. In piazza si è detto di come la vera sicurezza di cui tutti i cittadini avrebbero bisogno, dovrebbe essere quella della certezza del lavoro, stabile e pagato dignitosamente, di un welfare efficiente, della sanità per tutti, di un ambiente sano e soprattutto di pace. Invece oggi i politici europei parlano di riarmo, di preparazione della guerra con fondi che potrebbero essere investiti per i veri bisogni dei cittadini. È sempre il veicolo della paura che porta la classe politica di destra ad additare lo straniero come il principale responsabile delle azioni violente soprattutto contro le donne, ma i dati parlano di ben altro. Le statistiche raccontano che la maggior parte delle donne maltrattate fisicamente o psicologicamente o addirittura uccise, in Italia, lo sono ad opera di compagni, mariti o ex compagni. Certo che esistono anche episodi di cronaca che coinvolgono persone straniere, ma il problema italiano della violenza di genere non si risolve solo nelle strade e con pene più restrittive, bensì con l’educazione. E proprio i rappresentanti del governo Meloni, ci raccontano di come l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non sia necessaria. Anche se nei bagni di un istituto scolastico, il Liceo Giulio Cesare di RomaSabato 6 dicembre, intorno alle 15:30, davanti alla Stazione di Gallarate si sono radunate diverse persone e associazioni coordinate dalla Rete Antifascista Militante della provincia di Varese (RAV) in risposta alla manifestazione indetta dal Comitato Remigrazione e Riconquista di domenica 30 novembre, sempre a Gallarate. Insieme a Mario Macaluso della RAV hanno presenziato anche esponenti politici locali come Alessandro Pennati, di Europa Verde – Verdi per la provincia di Varese, Massimo Uboldi del Movimento 5 Stelle, Angelo Renna di Rifondazione Comunista, e altri rappresentanti di ANPI, Collettivo da VA a Gaza oltre a liberi cittadini indignati e contrari ad ogni espressione fascista xenofoba e razzista, lasciata passare come libera espressione. La manifestazione tenutasi il 30 novembre nasceva cavalcando l’onda emotiva della cittadinanza, legata a un fatto di cronaca, uno stupro, avvenuto il 21 novembre ad opera di un uomo di origine gambiana. Ma già a maggio 2025 presso il Teatro Comunale Condominio di Gallarate si era tenuto un summit internazionale di esponenti dell’ultradestra per parlare di “remigrazione” e di “sostituzione etnica” con il sostegno da parte dell’amministrazione comunale. Questi fatti ed altri episodi di intimidazioni, manifestazioni e atti vandalici accaduti nel corso degli ultimi due anni imputabili a persone di gruppi organizzati della destra estrema varesina, hanno spinto il Comitato RAV a organizzare il presidio per mantenere alta l’attenzione su quanto sta succedendo. Gli interventi sono stati chiari e hanno ben spiegato come, da sempre, nella storia, in momenti di instabilità economica e sociale, il veicolo che porta in giro idee di esclusione, intolleranza, razzismo vero e proprio, sia la paura del diverso. Dopo questi ultimi sei anni, tra Covid, guerra Russo-Ucraina, genocidio del popolo palestinese, guerre dei dazi a livello internazionale, cambiamenti climatici, gli anticorpi della democrazia sono sempre più bassi. La gente ha paura, ed è più semplice prendersela con le minoranze, che siano etniche, di genere o politiche. Una certa parte di politici di destra soffia sul fuoco delle insicurezze dei singoli, per guadagnare consensi e potere proponendo soluzioni semplici a problemi complessi come sono le questioni migratorie. È stato ricordato come gli europei, che oggi gridano alla Remigrazione, sono i discendenti di chi da centinaia di anni ha sfruttato, ucciso, colonizzato popoli in altre parti del mondo. Oggi queste popolazioni hanno la possibilità di spostarsi per cercare una vita migliore rispetto a quella offerta dai loro paesi di origine e la soluzione positiva dell’Europa democratica dovrebbe essere quella dell’accoglienza organizzata e strutturata, non certo quella della repressione e dei respingimenti di massa, compresi gli spostamenti degli esseri umani da uno stato all’altro come ha cercato di fare il governo Italiano con i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in Albania. La legge che ancora regolamenta i flussi migratori in Italia è la Legge Bossi Fini del 2002 e questo crea molti disagi nella gestione dei permessi, delle possibilità di lavoro, dell’amministrazione delle pratiche relative all’immigrazione, disagi che possono portare anche a spirali di malessere per le persone che sono ostacolate nell’ottenere documenti in regola e una vita dignitosa. Per questo motivo molta gente si ritrova in situazioni estreme, e spesso finisce per strada o nelle baraccopoli, si pensi a certe condizioni di vita nel sud Italia. Il mondo è cambiato dal 2002 e forse le norme dovrebbero essere aggiornate se si vuole risolvere e gestire seriamente la questione dell’immigrazione in Italia. Di certo la Remigrazione, basata su convinzioni complottiste e xenofobe, non è la soluzione, oltre che a essere uno schiaffo alla Storia, alla Resistenza e alla Costituzione Italiana. In piazza si è detto di come la vera sicurezza di cui tutti i cittadini avrebbero bisogno, dovrebbe essere quella della certezza del lavoro, stabile e pagato dignitosamente, di un welfare efficiente, della sanità per tutti, di un ambiente sano e soprattutto di pace. Invece oggi i politici europei parlano di riarmo, di preparazione della guerra con fondi che potrebbero essere investiti per i veri bisogni dei cittadini. È sempre il veicolo della paura che porta la classe politica di destra ad additare lo straniero come il principale responsabile delle azioni violente soprattutto contro le donne, ma i dati parlano di ben altro. Le statistiche raccontano che la maggior parte delle donne maltrattate fisicamente o psicologicamente o addirittura uccise, in Italia, lo sono ad opera di compagni, mariti o ex compagni. Certo che esistono anche episodi di cronaca che coinvolgono persone straniere, ma il problema italiano della violenza di genere non si risolve solo nelle strade e con pene più restrittive, bensì con l’educazione. E proprio i rappresentanti del governo Meloni, ci raccontano di come l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non sia necessaria. Anche se nei bagni di un istituto scolastico, il Liceo Giulio Cesare di Roma, si stilano liste di ragazze da stuprare e se il ministro della giustizia considera che nel subconscio e nel codice genetico dell’uomo vi sia una resistenza alla parità di genere. Il presidio di Gallarate davanti alla Stazione ha avuto l’intento di coinvolgere i cittadini che pensano che in questi tempi così cupi, dove si cerca di normalizzare cose che in realtà normali non sono affatto, come il razzismo, il genocidio, il riarmo, bisogna incontrarsi, guardarsi in faccia, unirsi e non dividersi, per opporre Resistenza, come dovere morale e civile di una sana democrazia nata dalla Costituzione antifascista. Per chi volesse continuare a tenere alta l’attenzione sulla questione e a seguire le iniziative proposte dal RAV, il profilo Istragram è il seguente: https://www.instagram.com/rete_antifa_vareseprovincia/. Monica Perri
Brescia, la città dell’accoglienza si prepara a respingere il razzismo
BRESCIA — Mentre le luci della decima Marcia per l’Accoglienza e la Cittadinanza si spengono, lasciando nelle vie del centro il passo di duemila persone che il 18 ottobre hanno sfilato per una società di pace e fraternità, sulla città si addensa una nuova ombra: una riunione pubblica sulla cosiddetta “remigrazione”, prevista per il 15 novembre. Dietro l’apparente neutralità del termine, si cela una delle più radicali teorie della destra estrema europea: quella secondo cui l’Occidente sarebbe vittima di una “sostituzione etnica”, e che i migranti — giudicati “non assimilabili” alla cultura nazionale — dovrebbero essere rimpatriati forzatamente. A dar voce a questa ideologia, destinata a scuotere il dibattito pubblico, sono esponenti di gruppi e movimenti noti per la loro matrice neofascista: da CasaPound Italia alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads al locale Brescia ai Bresciani. Tra i relatori annunciati, anche Francesca Totolo, collaboratrice del Primato Nazionale e autrice per la casa editrice Altaforte, legata allo stesso ambiente politico.   LA RISPOSTA DELLA CITTÀ La reazione del fronte civico bresciano non si è fatta attendere. Sotto lo slogan “Razzisti, Brescia non vi accoglie!”, la rete di associazioni riunite nel movimento #IoAccolgo Brescia ha diffuso un comunicato fermo e senza ambiguità: «Razzismo e xenofobia non devono avere cittadinanza nella nostra città». Il documento — firmato da numerose organizzazioni del terzo settore, del volontariato e della società civile — ricorda come Brescia abbia già dato prova di compattezza contro le derive xenofobe. Un anno fa, infatti, la città aveva risposto con un corteo imponente alla marcia di alcuni gruppi neofascisti nei pressi della stazione ferroviaria, riaffermando i principi di solidarietà e convivenza sanciti dalla Costituzione. UN MOSAICO DI CULTURE I numeri parlano chiaro: al 31 dicembre 2023, i nuovi residenti stranieri nel comune di Brescia sono 38.000, e 155.000 in tutta la provincia, provenienti da 140 Paesi diversi. Una realtà che, lungi dal rappresentare una minaccia, costituisce una delle forze vitali della città: «Brescia è bella anche grazie a chi viene da altri Paesi del mondo: vogliamo che rimanga bella e giusta», recita il comunicato. Proprio per questo le associazioni promotrici della marcia hanno chiesto un incontro con il Prefetto, che ha garantito una pronta disponibilità. L’obiettivo è chiaro: sollecitare le istituzioni a vigilare affinché gli spazi pubblici non diventino palcoscenico di ideologie che negano i valori democratici e il rispetto della persona. La storia di Brescia, ferita nel 1974 dalla strage di Piazza della Loggia, pesa come un monito collettivo contro ogni rigurgito di odio. Non è solo questione di ordine pubblico, ma di identità civile. Nel linguaggio dei promotori di #IoAccolgo, si avverte la consapevolezza che l’accoglienza non è mera tolleranza, bensì una scelta culturale e politica: un argine contro la barbarie, una riaffermazione del principio di umanità. La città dei diritti, della solidarietà e del lavoro si prepara dunque a un nuovo banco di prova. «Ci stiamo preparando ad accoglierli — scrivono ironicamente gli organizzatori — ma Brescia non accoglie il razzismo».   Redazione Sebino Franciacorta
La battaglia di Los Angeles
Un primo schizzo di queste giornate di lotta. CARTOLINA DAL PRECIPIZIO La violenta aggressione del senatore Alex Padilla è stata certamente fra gli eventi più clamorosi della guerra mossa da Donald Trump alla California. L’episodio è avvenuto durante la conferenza stampa in cui la ministra della sicurezza Kristi Noem ha dichiarato che le sue milizie sarebbero rimaste a Los Angeles fino alla «liberazione della città dall’oppressivo socialismo della sindaca Karen Bass e del governatore Gavin Newsom», la prima formulazione esplicita di un auspicato regime change in uno Stato dell’Unione. Dopo aver sdoganato per anni la dialettica del sopruso, dell’insulto e dell’ingiuria, il regime che si è impadronito del governo più potente del mondo ha adottato senza più mezzi termini la prepotenza come prassi politica e fatto di Los Angeles il banco di prova per un salto di qualità verso «l’autoritarismo competitivo”, il termine coniato da Steven Levitski per i regimi come la Turchia o l’Ungheria di Orbán, in cui permangono gli orpelli superficiali della democrazia (elezioni, cariche e istituzioni dello stato) ma di fatto c’è poco che contrasti davvero il potere quasi assoluto di un tiranno autocratico.  * * di Luca Celada Nel caso americano, l’uomo che vuole farsi Re riunisce disturbi della personalità narcisista, smisurata ambizione e interessi personali, oltre a possibili sintomi di incipiente demenza senile. La conferma elettorale e l’immunità preventiva ottenuta dalla Corte suprema, lo rendono più potente e pericoloso di ognuno di suoi 45 predecessori, in una carica che l’ordinamento statunitense investe già comunque di enorme potere esecutivo.  L’attacco al senatore di Los Angeles ne è stata la rappresentazione plastica. Le immagini di Padilla, spintonato fuori dalla sala stampa mentre tenta di obiettare, buttato a terra e ammanettato dietro la schiena per aver posto una domanda, hanno restituito in un piano sequenza, tutta la violenza iniettata nel discorso pubblico in un decennio di trumpismo e dato all’America un’idea abbastanza chiara di cosa si ottiene quando a un decennio se ne aggiunge un altro.  L’attacco al senatore di Los Angeles ne è stata la rappresentazione plastica. Le immagini di Padilla, spintonato fuori dalla sala stampa mentre tenta di obiettare, buttato a terra e ammanettato dietro la schiena per aver posto una domanda, hanno restituito in un piano sequenza, tutta la violenza iniettata nel discorso pubblico in un decennio di trumpismo e dato all’America un’idea abbastanza chiara di cosa si ottiene quando a un decennio se ne aggiunge un altro.  * * di Luca Celada A Los Angeles, il presidentissimo ha deciso di imporre la presidenza reinventata come carica imperiale. Mobilitando l’esercito e schierandolo sulle strade con mezzi corazzati e armi da guerra in «supporto alle operazioni di rimozione» degli immigrati, Trump ha sfondato la linea rossa della proibizione costituzionale contro l’impiego delle forze armate per il controllo dell’ordine pubblico. L’obbiettivo, ovviamente, non è la semplice imposizione dell’ordine o anche il completamento della «maggiore deportazione di sempre». L’esercito del presidente, schierato in una città americana contro la volontà delle autorità locali, rappresenta un oltraggio senza precedenti all’ordinamento federalista, mirato a consolidare il potere e servire da monito ad altre amministrazioni «inadempienti», in particolare le grandi città “santuario” dove per ordine presidenziale, attraverso il social Truth, verranno presto dislocate altre forze di «liberazione involontaria». * * di Luca Celada Con l’operazione California il trumpismo ha superato a destra gli epigoni dei sovranismi europei. Il governo che si appresta a istituire un «ministero per la remigrazione» si pone ora a paradigma di ogni delirio eugenetico, pur accarezzato dalle ultradestre occidentali, ma che nessuno aveva per ora avuto l’ardire di mettere in pratica in questi termini. Mentre ci si stracciavano le vesti per la caduta di Francia, Germania o Inghilterra in mano alle destre identitarie, è stato l’occidentale “faro di democrazia” a capitolare per primo. In sei mesi gli Stati Uniti hanno subito un’accelerazione vertiginosa verso un regime post-democratico che vediamo ora prendere forma. Non ha esagerato il governatore della California quando nel suo appello alla cittadinanza ha detto: «ll momento che avevamo temuto è giunto». LA “REMIGRAZIONE” E IL REGNO DI STEPHEN MILLER A differenza di molti altri leader sovranisti, Donald Trump non è un ideologo. È piuttosto il più agnostico degli opportunisti, un istintivo demagogo che ha individuato il panico identitario e la paranoia razziale come gli espedienti più efficaci per raggiungere il potere. Nel processo ha altresì abilitato pericolosi fanatici elevando figure dagli anfratti reconditi della rete e dalle milizie neofasciste a posizioni di smisurato potere – dagli autori del Project 2025 agli insurrezionalisti graziati del 6 gennaio.  Per la pratica “remigrazione” l’architetto dell’epurazione è Stephen Miller, il quarantenne ministro ombra, affettuosamente noto alle concittadine e ai concittadini come “Santa Monica Goebbles”, grazie al physique du rôle e a un fattore simpatia che lo avvicina al propagandista hitleriano. Miller è ricordato come fanatico sin dai tempi in cui frequentava il liceo di Santa Monica, il quartiere balneare di Los Angelese. Invece di dedicarsi al surf e alle canne come molte compagne e molti compagni, inveiva già allora, come unico militante conservatore della scuola, contro correttezza politica, bidelli sfaticati e soprattutto l’eccessiva presenza di studenti di origine ispanica. * di Luca Celada La rapida carriera attraverso gabinetti politici e podcast di estrema destra hanno affinato il fanatismo di gioventù in pratica di odio full-time. Oggi, come l’esponente forse più potente del gabinetto Trump, Miller è «singolarmente dotato della capacità di odiare», nelle parole del corrispondente della ABC News, Terry Moran. Moran, che per la sua valutazione postata sui social è stato licenziato dall’emittente su richiesta della Casa Bianca, ha scritto che Miller «si nutre di odio alla stregua di un sostentamento spirituale», ed è difficile dargli torto. È stato Miller, nella settimana prima che scattasse l’operazione Los Angeles, a convocare una cinquantina di comandanti di agenzie del servizio immigrazione (la più famigerata è ICE, ma ve ne sono molte altre, riunite sotto l’egida del DHS – Department of Homeland Security). In una sfuriata che testimoni dicono abbia rimbombato nei corridoi della Casa Bianca, Miller ha definito patetici i numeri degli arresti praticati fino ad allora e ordinato che venissero moltiplicati. La quota minima sarebbe stata fissata a 3000 arresti al giorno.  * di Luca Celada Basta quindi privilegiare clandestini con effettive fedine penali (e rientranti quindi nell’ipotetica categoria dell’«invasione criminale» tanto sventolata da Trump). D’ora in avanti tutto valeva, erano da prendere e far sparire immigrati da ogni dove e con ogni mezzo. I risultati non si sono fatti attendere: colonne di mezzi corazzati hanno tuonato nelle strade della città dove più della metà dei 14 milioni di cittadini sono ispanici, il 30% sono nati all’estero e potenzialmente un milione e mezzo non hanno permesso di residenza legale. Pattuglie in assetto “Falluja” [città iraqena dove l’esercito statunitense ha effettuato pesanti operazioni militari, che hanno anche portato a stragi di civili, ndr] o in alternativa squadre paramilitari con maschere sui volti e senza nominativi sulle divise, si sono sparse nei quartieri, nei posti di lavoro, poi nei campi agricoli del cesto da dove proviene più della metà della verdura del paese e dove il 75% dei braccianti non hanno permessi (con la piena connivenza delle aziende) e hanno cominciato a strappare violentemente la gente dalle loro vite.  Si sono prodotte scene drammatiche di famigliari che tentavano di bloccare le auto senza insegne sulle quali venivano caricati le desaparecidas e i desaparecidos, e sono state arrestate e stati arrestati e a loro volta malmenate e malmenati, bambine e bambini strappate e strappati dalle braccia di madri, “rimozioni” strazianti anche di minorenni in affidamento… scene scomposte di violenza indiscriminata e pianificata, documentata non solo nei telefonini dei testimoni. Le squadracce sono spesso accompagnate da telecamere per la produzione di filmati propagandistici. La ministra Noem (famigerata per i selfie fatti nel lager salvadoregno di CECOT) è notoriamente seguita da truccatori e troupe personali quando si unisce ai rastrellamenti.  * di Luca Celada Alcune di queste agenzie mantengono canali social dove vengono diffusi i video degli arresti, montati su accattivanti basi musicali. Siamo oltre i semplici “servitori dello Stato” che seguono i proverbiali ordini e più vicini a milizie fedeli al tiranno con carta bianca per far fronte a una cittadinanza dissenziente. Già durante il primo mandato, gli agenti preposti al confine erano stati elevati a una specie di guardia pretoriana da Trump, che li aveva spesso disposti in formazione sui palchi dei suoi comizi. Lo scorso aprile il presidente ha promulgato un ordine esecutivo intitolato “sguinzagliare le forze dell’ordine” – le immaginabili conseguenze si stanno ora esplicitando sulle strade di Los Angeles. Gli agenti delle varie agenzie per l’immigrazione sono stati impiegati nella seconda metropoli del Paese come forza di occupazione, strumenti della volontà presidenziale. Nella sua fatidica conferenza stampa, la ministra Noem era affiancata da un ufficiale della Border Patrol, Gerald Bovino, che ha definito «mozzafiato» (breathtaking) la prospettiva di poter improvvisamente menare le «mani come da tempo molti avrebbero voluto». Occorre puntualizzare che non si tratta qui dell’interdizione di clandestini alla frontiera. Quando si parla di “remigrazione” si intende la rimozione di persone che in molti casi vivono a lavorano in città da decenni, hanno famiglie, case, figlie e figli con la cittadinanza, pagano tasse.  * * di Luca Celada Quello che passa in questi giorni in città, dove interi quartieri hanno ormai le saracinesche abbassate e la gente ha paura di uscire di casa per timore di venire “scomparsa” senza rivedere più i propri cari, è una sindrome “cisgiordana”: la città come territorio occupato da forze ostili, il controllo militare di una popolazione da sottomettere e infine eliminare. Le immagini di pattuglie in assetto di guerra che rovistano nelle stanze di bambine e bambini a East Los Angeles non possono non rimandare quelle dei soldati IDF che si provano i vestiti abbandonati nelle case distrutte a Gaza. Il completamento di una metastasi “israeliana” che porta infine i suoi frutti avvelenati nel cuore dell’Occidente connivente.  La resistenza non è tollerata, chi obietta viene arrestato e tacciato di fiancheggiamento. L’abrogazione del giusto processo per le persone deportate, poi per le e gli studenti straniere si è inevitabilmente allargato alla cittadinanza e sempre più a politici di opposizione – altro sicuro sintomo autoritario. Un’escalation intimidatoria che per ultimo ha fatto scattare le manette, apposte dai soliti energumeni, al revisore dei conti e candidato a sindaco di New York, Brad Lander, accusato di «fiancheggiamento». A oggi la stessa sorte è toccata al sindaco di Newark, Ras Baraka (ostruzione di pubblico ufficiale), alla giudice del Wisconsin Hannah Dugan (favoreggiamento di clandestino), alla parlamentare del New Jersey LaMonica McIver (interferenza con agenti federali) e, negli stessi locali del Congresso, all’assistente del parlamentare di New York Jerry Nadler.  * * di Luca Celada Ognuno di questi è un inesorabile passo verso l’extralegalità che arruola reparti scelti al servizio diretto del regime e sancisce il ministero di Giustizia come arma di repressione di stato. Sono passati sei mesi ma gli Stati Uniti sono già lontani anni dal Paese che furono. E c’è la sensazione di essere sulla soglia di un’escalation ancora più sanguinosa, una marea montante di violenza politica che questa settimana ha registrato l’assassinio di Melissa Hortman, la capogruppo democratica nel Parlamento del Minnesota, giustiziata nella sua casa assieme al marito da un fanatico antiabortista. Per chi ha seguito la parabola trumpista non si tratta di una sorpresa ma dello sviluppo inevitabile dei semi di astio e odio piantati senza tregua a ogni livello della dialettica e della società. L’ESTENSIONE AGLI ALTRI STATI Mentre Tom Homan (“zar” delle deportazioni) e gli altri scherani rivendicano il diritto e l’intenzione di rimanere a Los Angeles «finché vorremo e rimuovere chiunque e dovunque ogni giorno», non c’era bisogno dei tweet notturni di Trump per capire che il modello è replicabile e preventivato in tutte le città ove occorrerà «impartire una lezione». Tutto lascia supporre una continuata escalation dello scontro sociale intenzionalmente ricercato ed esasperato per imporre condizioni insostenibili ed eventuali ulteriori giri di vite nel caso di inevitabili reazioni.  Perché sennò sarebbe stato reclutato Enrique Tarrio, il neofascista dei Proud Boys che stava scontando una pena di 22 anni di reclusione per sedizione, prima di essere graziato e liberato assieme agli altri 1.400 imputati del tentato golpe del 6 gennaio? Nel giorno delle manifestazioni No Kings, mentre il governatore della Florida Ron DeSantis comunicava alla cittadinanza che sarebbe stato lecito e legale investire manifestanti con la propria auto, Tarrio invitava cittadine e cittadini ad assistere le autorità denunciando immigrati irregolari tramite l’apposita app per la delazione (IceRaid) che a fronte della denuncia anonima prevede ricompense in criptovaluta.  * di Luca Celada Il sistema utilizza l’intelligenza artificiale per individuare soggetti target, parte del massiccio trasferimento di materiali e sistemi militari al complesso industriale-repressivo. Mentre nel cielo di Los Angeles volteggiano elicotteri militari Black Hawk e le manifestazioni vengono monitorate da droni Predator MQ-9 reaper in dotazione alla Customs and Border patrol (gli stessi usati per raccogliere intelligence in Iraq e Afganistan), il governo ha firmato un contratto di $130 milioni con la Palantir di Peter Thiel per analizzare e «raffinare» dati di sorveglianza delle persone migranti. Uno scorcio del panopticon distopico che si va delineando con la partecipazione attiva del complesso tech-militare di Silicon Valley. È un complesso securitario che trova la prima applicazione su larga scala non contro la cupola criminale di cui vaneggia la demagogia, ma contro la popolazione sul cui lavoro poggia la possente economia californiana, quarta nella classifica mondiale – quella «gente da terzo mondo» che il nazionalismo bianco vorrebbe ora che fosse «sfruttata a casa propria».  * di Luca Celada Los Angeles, la metropoli più multietnicamente integrata è l’anatema del modello sovranista che esige dunque la sua distruzione. Perché il “completamento della missione» di cui farneticano i comunicati e gli editti su Truth Social equivarrebbe all’estinzione della vita cittadina, quella di un territorio il cui congenito meticciato affonda nella storia (e nella conquista militare che a metà Ottocento lo strappò al Messico). Una geografia bilingue e biculturale, dall’identità non tanto divisa quanto stratificata, segnata da guerre e conquiste, immigrazioni incrociate, in cui, come sostengono i circa 50 milioni di persone di origine ispanica che abitano non solo a Los Angeles o in California ma in tutto il Southwest (California, Arizona, Nuovo Messico e Texas), la gente non ha passato il confine, ma è stata attraversata dalle frontiere fluide e mutevoli. Imporre la scelta binaria ha men che meno senso qui, dove è proprio la dualità, invece, a essere realtà quotidiana, accettata, per inciso, anche dagli altri gruppi etnici, senza particolari patemi. Esigere prove di lealtà nazionale misconosce insomma le dinamiche fondamentali di una comunità che si è in buona parte mossa oltre assunti coloniali che le forze del suprematismo pretendono ora di reintrodurre con la forza, il nefasto “esperimento” denunciato dalla sindaca Karen Bass.   * di Luca Celada Il senatore Padilla, figlio di un cuoco di fast food e di una collaboratrice domestica, giunto a laurearsi al MIT e a farsi eleggere, rappresenta l’essenza della parabola classica che nel crogiolo americano muove dall’immigrazione attraverso sacrificio e lavoro fino ai frutti della generazione istruita che esprime l’investimento generazionale collettivo. Il sogno americano nella sua forma più paradigmatica – articolo di fede delle e degli immigrati ispanici come lo fu prima di loro per le ondate irlandesi, mediterranee ed est europee.   Le botte date a Padilla come una volta ai «messicani presuntuosi», puntando al membro più prestigioso della classe marginalizzata, non solo promuovono la criminalizzazione di massa ma ristabiliscobo icasticamente le gerarchie razziali.  Ed è impressionate assistere alla rapidità con cui il regime torna a imporre antichi schemi. Scheletri e fantasmi di antichi razzismi nazionali si agitano catarticamente sulle strade dove le squadracce imperversano con un’impunità che nemmeno il Ku Klux Klan nelle campagne sudiste aveva. Nel mirino delle colonne corazzate che possono apparire in ogni luogo, o le auto non identificate da cui in ogni momento possono balzare fuori individui mascherati vi è infatti l’intera popolazione non bianca per la quale si prospetta, ora concretamente, il ritorno a un’America “great” solo per qualcun altro. Questo «laboratorio di innovazione autoritaria», come lo ha definito la storica del fascismo Ruth Ben Ghiat, che, nel suo 250° anniversario, potrebbe mettere fine all’esperimento americano, ha quindi molto in comune con patologie nazionali fin troppo note. di Luca Celada Nei giorni della protesta del No Kings e di quelle precedenti, ho visto in quasi ogni loaclità – Downtown, Paramount, South Central, sui campus – giovani latinos e latinas, di solito ragazze con cartelli su cui dichiaravano di esser presenti «para mis padres», per i miei genitori. In inglese o spagnolo proclamavano il bisogno fisiologico di esserci per ripagare genitori e antenati dei sacrifici che li avevano portati fin la.  Ricordo in particolare Jenesis, 18 anni, che all’imbrunire del 11 giugno, negli ultimi minuti prima del coprifuoco ci ha tenuto a venire dal sobborgo ispanico di Huntington Park con la toga della cerimonia del diploma conseguito quello stesso pomeriggio, per mostrare al cordone di cinquanta agenti in tenuta anti-sommossa il suo cartello che rifiutava il teorema della «crisi dell’immigrazione». E mostrargli la faccia della propria meglio gioventù e del meglio che ha da offrire questo Paese oggi in bilico su un precipizio. L’immagine di copertina è di Luca Celada SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La battaglia di Los Angeles proviene da DINAMOpress.
LOMBARDIA: IL “REMIGRATION SUMMIT” RESTA SENZA SEDE (PER ORA)
Il Remigration Summit – ovvero la kermesse neonazista europea – era attesa sabato  17 maggio al Dolce Milan Hotel Malpensa di Somma Lombardo, in provincia di Varese. L’hotel si è però tirato indietro, negando la disponibilità della sala alla calata di razzisti, suprematisti e nazisti vari coinvolti per l’occasione. Difficile dire cosa accadrà adesso, e dove andranno i nazisti, tuttavia resta in campo la mobilitazione antifascista, con diverse piazze dentro e fuori Milano, come spiega ai nostri microfoni Valter Boscarello di Memoria Antifascista, con il quale abbiamo fatto il punto sulla situazione attuale, sui temi al centro di questo summit nero e sui suoi obiettivi sottesi, oltre a cosa si sta muovendo in campo antifascista. Ascolta o scarica