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Il Movimento Umanista alla 9ª Conferenza Internazionale sulle religioni del mondo
In un momento storico segnato da conflitti, divisioni, crisi ambientali e disuguaglianze, la 9ª Conferenza Internazionale sulle religioni del mondo (ICWR-26) tenutasi tra il 24 e il 25 ottobre alla Minhaj University di Lahore, Pakistan, si è proposta come un terreno di riflessione per comprendere come le tradizioni religiose possano contribuire a sanare società lacerate, attraverso compassione, leadership etica, solidarietà interreligiosa e azione collettiva. Studiosi, ricercatori, policy makers, guide religiose e studenti hanno discusso del ruolo della religione nel favorire pace, giustizia  sociale e convivenza sostenibile. Tra i vai e interessantissimi temi al centro del confronto, un focus particolare è stato dedicato all’inclusione di minoranze e settori marginalizzati, il contributo di donne e giovani come agenti di rinnovamento, le ferite ecologiche, il rapporto tra tecnologia digitale e spazi sacri e la collaborazione interreligiosa contro le disuguaglianze. Il filo rosso che attraversa questi ambiti è costituito da una domanda semplice e al contempo spinosa: che cosa spinge un essere umano a prendersi cura degli altri, anche quando il contesto sociale lo spinge nella direzione opposta? Le religioni danno una risposta attraverso la fede e la tradizione. Esiste però anche un’altra strada, quella di chi lavora sulla coscienza senza passare per il dogma, ma mettendosi in gioco attraverso l’esperienza, arrivando a sperimentare la stessa fede nell’umano e nei principi che ne elevano la coscienza comuni a molte tradizioni religiose. Così anche il Movimento Umanista ha trovato spazio in questo fertile ambito dedicato al dialogo e alla concertazione. Partendo dal concetto di promozione dello lo sviluppo umano personale e sociale attraverso la nonviolenza attiva e la non discriminazione, l’intervento umanista si è incentrato sul carattere aconfessionale del proprio operato, sottolineandone al contempo la forte matrice spirituale. Il punto di partenza umanista è un principio che non ha bisogno di una cornice religiosa per essere condiviso: ogni essere umano, per il solo fatto di nascere, ha diritto alla salute, all’alimentazione, all’istruzione, alla casa e a un’esistenza dignitosa. Da qui l’aspirazione a una Nazione Umana Universale, in cui la diversità etnica, culturale e religiosa sia valorizzata e non temuta. Nel contesto del dibattito instaurato all’interno della Conferenza, l’Umanesimo tratta fortemente la componente interiore, coltivata con pratiche meditative e lavoro personale radicate nella ricerca spirituale; esso non si configura tuttavia come religione, perché sostituisce il concetto di “dogma” con quello di “esperienza”. Ciò che chiede a chi lo pratica è di osservare e indagare il funzionamento della propria coscienza. Infatti, i meccanismi della coscienza sono comuni a tutti gli esseri umani, indipendentemente dal luogo e dalla cultura in cui nascono e proprio per questo possono essere studiati e orientati verso la nonviolenza e la solidarietà. In questo senso la coscienza umana diventa il minimo comune denominatore, il terreno su cui persone di fedi diverse, o di nessuna fede, possono incontrarsi. Il principio che sintetizza questa visione recita: “Niente al di sopra dell’essere umano, nessun essere umano al di sotto di un altro”. Dentro c’è una tesi precisa sul cambiamento sociale. L’Umanesimo sostiene che le strutture economiche, politiche e culturali che producono ingiustizia vadano trasformate, ma che questa trasformazione non possa essere separata da quella personale. Persona e struttura si influenzano a vicenda: un sistema ingiusto si riproduce anche attraverso i comportamenti di chi lo abita e un individuo non può cambiare davvero senza confrontarsi con le dinamiche sociali che lo hanno formato. Da questa tesi discende una conseguenza che tocca direttamente il tema dell’interreligiosità e dell’inclusione. Se non ci si può attendere che le istituzioni siano, da sole, portatrici di miglioramento, allora la responsabilità del cambiamento ricade anche sui singoli e sulle comunità. Coltivare internamente una coerenza tra pensiero, sentimento e azione produce di riflesso una coerenza sociale. È qui che l’Umanesimo incontra la regola d’oro che attraversa le grandi tradizioni monoteiste: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”. Il punto, però, non è l’adesione a un precetto religioso, ma la verifica diretta di ciò che quel precetto produce nelle relazioni. Questo orientamento porta con sé un cambio di prospettiva anche sull’aiuto. Il modello dell’umanitarismo classico vede chi dona e chi riceve, con una distanza spesso gerarchica tra i due. L’Umanesimo propone invece la reciprocità: chi riceve è chiamato a dare a sua volta. La relazione non si esaurisce nel trasferimento di risorse, ma diventa uno scambio e chi ha beneficiato di un progetto ne diventa parte attiva. È su questa base che Energia per i Diritti Umani, organizzazione di stampo umanista, ha avviato collaborazioni con le comunità dei Paesi in cui opera. Il progetto più recente, concluso a luglio, ha riguardato una serie di campagne di sensibilizzazione contro la violenza di genere nella periferia di Dakar, in Senegal. Le attività sono state affidate a operatrici locali, che hanno lavorato nelle scuole e nelle case seguendo una metodologia che si articola su due piani, quello personale e quello sociale. Il primo piano è quello del lavoro interno. Prima di parlare agli altri, le operatrici hanno dovuto interrogarsi sui meccanismi di violenza interiorizzata, anche quelli che le riguardavano direttamente. Hanno studiato le discriminazioni di genere e sono partite dalla propria esperienza personale, perché senza questo passaggio il messaggio rischia di restare teorico o, peggio, di riprodurre gli stessi schemi che si vogliono combattere. Il secondo piano è stato quello dell’attività sociale. Una volta individuati i nodi e le contraddizioni interne anche al proprio vissuto biografico, le operatrici hanno portato il tema in classe e nelle famiglie con maggiore consapevolezza, affrontandolo da angolature diverse: l’istruzione, la religione, il diritto al lavoro. Il cambiamento, in questo schema, procede in due direzioni che si alimentano a vicenda: più una persona lavora su di sé, più la sua azione sociale diventa coerente e credibile. Particolarmente significativa è stata la formazione delle operatrici sul ruolo della religione nella decostruzione degli stereotipi di genere. Grazie al contributo del prof. Qadri, tra gennaio 2025 e gennaio 2026 le operatrici hanno approfondito il Corano e la Sunnah, scoprendo come l’interpretazione dei precetti islamici sia stata distorta da una cultura patriarcale. Questa cultura ha spesso legittimato prassi discriminatorie nei confronti delle donne. Si tratta di un fenomeno culturale, che va nettamente distinto dal dettato religioso, troppo spesso oggetto di strumentalizzazione. Qui il dialogo tra Umanesimo e religione diventa concreto. La distinzione tra ciò che una tradizione professa e ciò che la cultura dominante ne ha fatto è esattamente il tipo di lavoro che la 9a Conferenza Internazionale sulle Religioni ha indicato come necessario alla conclusione dei lavori: distinguere il messaggio dei fondatori dalle strutture di potere che lo hanno piegato. Ne emerge che la religione può essere un potente strumento di giustizia sociale, a condizione di non essere asservita a interessi di sistema. La tradizione musulmana, come dimostra l’esperienza di Dakar, si fonda nel suo nucleo più profondo sui valori di solidarietà e ricerca della verità, gli stessi a cui si ispira il Movimento Umanista. È su questo terreno comune, più che su differenze dottrinali, che può crescere una giustizia sociale davvero universale. Il confronto tra le ricchissime testimonianze delle varie confessioni religiose nell’ambito della Conferenza e l’esperienza di Energia per i Diritti Umani improntata all’Umanesimo convergono su una domanda: come superare la sofferenza a livello personale e collettivo? Ci si è lasciati proprio su questo, con l’idea che la risposta passi da percorsi personali di coerenza e da reti costruite a livello locale e di comunità, capaci di decostruire ciò che il sistema ha prodotto sul piano sociale. Il tentativo potente e profondamente umano della conferenza di riunire persone sinceramente ispirate e determinate a vedere un cambiamento nel mondo, lo scambio di idee e la volontà di progettazione rappresentano un terreno comune da cui vale senza dubbio la pena ripartire.   Redazione Italia
October 28, 2026
Pressenza
Il dialogo impossibile crea l’inferno sociale
Nella società contemporanea la morale ha smesso di essere un ponte verso l’alterità per trasformarsi nell’ennesimo palcoscenico dell’Io. Quello che il filosofo Byung-Chul Han definisce come l’autentico dramma del nostro tempo non è la mancanza di valori, ma l’ipertrofia di una moralità performativa, dove l’individuo non cerca il bene comune, ma la continua auto-celebrazione della propria presunta purezza. Questo narcisismo morale si traduce nell’espulsione sistematica dell’Altro, ridotto a mero specchio in cui riflettere la propria superiorità etica. Quando la convinzione dei propri valori diventa uno strumento di branding personale e di auto-ottimizzazione neoliberista, il dialogo cessa di esistere, sostituito da un monologo collettivo in cui ognuno parla a se stesso lodando la propria rettitudine. Questa cecità di fronte all’alterità trova una sponda chiarificatrice nella letteratura del Novecento, in particolare nella visione di Luigi Pirandello. Per Pirandello, l’essere umano è intrappolato in una forma, una maschera che la società gli impone o che egli stesso si costruisce per darsi una coerenza. Il dramma pirandelliano è proprio l’impossibilità di comunicare davvero: noi crediamo di intenderci, ma non ci intendiamo mai, perché nelle parole che pronunciamo mettiamo il senso delle cose come è soltanto dentro di noi, mentre l’altro le accoglie col senso che vi dà lui, secondo il suo mondo interiore. Se a questa intrinseca frammentazione dell’identità si somma il moralismo digitale odierno, la maschera pirandelliana diventa rigida, inflessibile e aggressiva. Il narcisista morale si barrica dietro la propria maschera di virtù e rifiuta a priori la prospettiva altrui, considerandola non come un punto di vista differente, ma come un errore morale da sradicare. L’ecosistema comunicativo attuale, dominato dai social network e dalla logica dell’Uguale analizzata da Han, esaspera questa dinamica. Non esiste più uno spazio pubblico per il confronto dialettico, ma solo arene in cui esibire indignazione e ricevere conferme dalla propria bolla ideologica. L’ascolto profondo richiede il coraggio della vulnerabilità, la capacità di farsi ferire e trasformare dalla voce dell’altro. Il narcisista morale, al contrario, cerca solo la gratificazione dell’approvazione o la catarsi della condanna del diverso. In questo scenario, le parole perdono il loro potere generativo e diventano pietre, barriere che rendono i soggetti atomi isolati, incapaci di un autentico incontro.  La crisi del dialogo moderno è dunque una crisi della relazione, in cui l’ossessione per il proprio Io morale ha tragicamente cancellato il volto di chi ci sta di fronte. Per ogni piccola o grande tribù gli altri sono percepiti come nemici. Quindi ogni dialogo diventa impossibile, perché il presupposto del dialogo dovrebbe essere la capacità di non credere fino in fondo alla propria verità morale. Se non sai di non sapere, non sei più in grado di dialogare. La civiltà si affermò con il dialogo socratico e sta morendo senza dialogo nei battibecchi infiniti e autoreferenziali. Pensare di non aver ragione, coltivare dubbi, questi sono i presupposti perduti per dialogare e non fare monologhi. Apriamoci agli altri con amore per accettare ogni diversità. L’inferno non sono gli altri, ma è l’idea che non siamo più in grado di tollerare. Ray Man
October 25, 2026
Pressenza
Verde Urbano ‘latu sensu’, dalla Bretagna a Bologna – Green Deal
Le ondate di calore di una estate ufficialmente riconosciuta da Copernicus come la più calda mai registrata in Europa Occidentale hanno portato non solo a riflettere sulla urgenza di misure emergenziali in ambito urbano, a partire dalla creazione di rifugi climatici, ma anche alla nascita di una fitta rete di gruppi di cittadini impegnati nella difesa degli spazi verdi che una folle politica di cementificazione distruttrice di suolo per il profitto di pochi intende aggredire senza ritegno, come sappiamo dalle mappe di Ispra curate da Michele Munafò. Ci ricorda Elena Granata come abbiamo progettato città impermeabilizzando il suolo, tombando fiumi e canali, canalizzando l’acqua piovana, eliminando il verde spontaneo. Oggi sappiamo che le città devono trattenere l’acqua, veder aumentare la permeabilità dei suoli e piantare alberi depavimentando, creando ombra, riducendo l’asfalto e appoggiandosi al verde come infrastruttura climatica di sopravvivenza. Secondo Paolo Pileri il progetto urbano ‘deve togliere’ ripensando e ridisegnando gli spazi, rivedendo proporzioni e geometrie per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante. Ripermeabilizzazione e depavimentazione significano rimozione completa dell’asfalto e poi ricostituzione del suolo che ne aumenti la permeabilità, dando nuovo fiato alla cultura delle green belts e dei green corridors, decenni fa progettati in funzione della tutela di biodiversità ed ancor più della necessità di dotare le città di barriere vegetative periurbane, come difesa dal particolato fine, che rende cancerogena l’aria padana secondo lo IARC di Lione allora diretto da Renzo Tomatis, con cui condivisi la militanza nella redazione del “Sapere” di Giulio Maccacaro. Spazi verdi: il percorso di Bologna e Parigi Si inserisce in questo contesto una riflessione dell’amico Mauro Felicori, rigeneratore della Reggia di Caserta e prima Dirigente apicale del Comune di Bologna: con lui, Francesco Indovina e Bernardo Rossi Doria lavorammo anche, quaranta anni fa, alla proposta di dedicare uno spazio pubblico di Bologna ad una “Biblioteca ed Emeroteca dell’Ambiente”, che divenisse anche custode degli Archivi dell’Associazionismo ecologista di cui conoscevamo il rischio di dispersione. Sempre in quegli anni a Bologna Pier Luigi Cervellati, lavorando sull’OrtoFotoPiano della città, spiegava come realizzando piccole porte nei muri perimetrali dei giardini che abbellivano gran parte dei palazzi in Centro Storico si sarebbe potuto dare vita ad uno splendido Parco Urbano diffuso da rendere accessibile al passeggio ed alla fruizione pubblica, ovviamente accessibile solo secondo tempistiche coerenti con le esigenze degli abitanti e con rigorosi controlli all’accesso e misure di sorveglianza dei percorsi. L’ iniziativa che Mauro Felicori propone oggi nasce da quando a Parigi gli venne mostrata la mappa termica della città con le aree colorate in base alla temperatura media, mappa da cui emergeva il cimitero del Père-Lachaise come grande areale verde, con qualità dell’aria migliore rispetto alle zone circostanti e fonte d’Ossigeno paragonabile al Bois de Boulogne. Maturò allora in lui l’idea che i nostri cimiteri, nati ‘fuori le mura’ ma già ormai pienamente urbani, potrebbero diventare formidabili foreste urbane, spazi verdi pubblici di grande fascino, contributo alla lotta alla crisi climatica. Peraltro il calo delle sepolture ed il crescente ricorso alla cremazione hanno portato al calo drastico di fabbisogno di spazio cimiteriale, almeno di uno a cinquanta secondo Felicori, per cui a Bologna, Rimini, Ferrara ettari di spazi verdi liberati potrebbero essere riprogettati a giardini e piccoli parchi, mentre i cimiteri monumentali, per il loro significato storico andrebbero tutelati e valorizzati come patrimonio culturale, musei a cielo aperto. Tra sacro e profano: il mistero degli enclos bretoni Questo ragionamento, con cui concordo, mi rimanda ai frequenti viaggi d’un tempo tra l’Inghilterra meridionale del gotico perpendicolare e l’amata Bretagna degli enclos paroissiaux, complessi parrocchiali recintati da lastre di roccia piantate verticalmente, alla maniera delle recinzioni costruite dai Cimbri tra Lessinia e Cansiglio, per separare lo spazio sacro da quello profano. Agli enclos, realizzati in granito bretone tra il XVI e il XVIII secolo attorno al cimitero del borgo, si accede attraverso un arco trionfale per arrivare alla chiesa ornata da splendidi jubès lignei, alla cappella funeraria, all’ossario ed al calvario, raffigurazione in pietra della Passione di Cristo scolpita in occasione di calamità o pestilenze con figure recanti abbigliamento dell’epoca, con funzione didattica per “elevare” a Dio l’anima dei credenti, rivolta ad una popolazione rurale ancora fortemente legata agli antichi culti pagani e per lo più analfabeta. Si ipotizza che ciò possa ricondurre alle croci che i primi Celti convertiti al Cristianesimo ponevano in cima ai menhir (Carnac è sito bretone). Viaggiando per enclos, seduti all’imbrunire a un tavolino del bistrot di paese sorseggiando cydre brut dopo aver gustato una galette de sarrasin, era usuale vedere molte persone, soprattutto donne, superare ritualmente la lastra di granito posta orizzontalmente all’ingresso del prato luogo delle sepolture per fare visita ai propri defunti. Avvertivo sempre, così, segni forti di una cultura riconducibile alle concezioni celtiche della morte che i Celti vivevano come legata alla resurrezione, paragonandola al sole che sorge e tramonta e quindi deve essere nascosta ma sentita il più possibile come evento familiare. Questo ricordo mi rafforza nel condividere la riflessione di Mauro Felicori. *Walter Ganapini è membro onorario del Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
Dichiarazione umanista sulle elezioni in Brasile del 25 ottobre
> Il processo elettorale brasiliano va oltre i confini nazionali e si inserisce > in un crocevia storico mondiale: la lotta tra il progetto umanizzatore e > l’escalation internazionale dell’antiumanesimo. Quella stessa dinamica > distruttiva si ripercuote direttamente in Brasile attraverso il bolsonarismo, > fedele espressione di quel fascismo internazionale e della cultura della > violenza. Il Nuovo Umanesimo si fonda su sei pilastri non negoziabili: porre l’essere umano al centro come valore e preoccupazione fondamentale; lottare per la reale uguaglianza delle opportunità; celebrare la diversità personale e culturale, rifiutando qualsiasi tipo di discriminazione; difendere la conoscenza libera da dogmi; garantire la libertà di credo e di pensiero; e ripudiare ogni forma di violenza, sia essa fisica, economica, razziale, di genere, psicologica, religiosa o istituzionale. Alla luce di ciò, la nostra posizione non si riduce a un mero sostegno puntuale alla candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, ma costituisce un atto di resistenza etica e storica contro la barbarie. Riconosciamo nel suo programma l’impegno a favore della dignità umana, del superamento della miseria e della fame, degli investimenti nella sanità e nell’istruzione, della ricostruzione della sovranità nazionale, della difesa dei diritti fondamentali e della possibilità di continuare ad avanzare verso una democrazia reale. Per questo motivo, lanciamo un appello a tutte le forze umaniste, progressiste e non violente del Brasile e del mondo affinché si uniscano. È ora di superare la paura, porre fine alla crudeltà sociale e affermare, attraverso la metodologia della non violenza attiva, che nulla è al di sopra dell’essere umano e che nessun essere umano è al di sopra di un altro, spianando la strada verso una Nazione Umana Universale. PRIMI FIRMATARI Movimento Umanista, attraverso i suoi organismi internazionali e i suoi fronti d’azione: Centro Mondiale di Studi Umanisti – CEH Pindorama (Brasile), Mondo senza Guerre e senza Violenza – Brasile, Gruppo di base Warmis – Convergenza delle Culture, Comunità per lo Sviluppo dell’Essere Umano e Partito Umanista del Brasile Comunità del Messaggio di Silo di Butantã, San Paolo/SP, Santo Amaro, San Paolo/SP, Caucaia do Alto, Cotia/SP, Collettivo Diáspora Amarela del Messaggio di Silo, San Paolo/SP, Comunità del Messaggio di Silo di Porto Alegre/RS, Tobias Barreto/SE, Santa Cecília, San Paolo/SP, «Siriú» Garopaba e «Monte Verde», Florianópolis/SC, Rizzo, San Paolo/SP, Maricá – RJ e Paraisópolis/Sud di Minas. Progetto «No alla violenza nelle scuole» – Pernambuco, Azione Sociale Umanista per la Salute e il Benessere, Associazione degli Educatori di Cohab II – Bamboo, San Paolo/SP. Firma questo manifesto:   https://forms.gle/RcShjxUoyQnCkVev8 https://docs.google.com/spreadsheets/d/e/2PACX-1vThF-w_2NOEZ8k_VnWlVgYPzN1kwwnxjYbkTYySVmCh8SPaWzCKfFcuAoGuiIRrizqGKc6nn2gXHA4R/pubhtml?gid=10109320&single=true Redação Rio de Janeiro
October 23, 2026
Pressenza
Il 25 ottobre a Faenza la tradizionale ‘Pedalata del Dialogo’
IN CONCOMITANZA ALLA XXV GIORNATA ECUMENICA DEL DIALOGO CRISTIANO-ISLAMICO E ALLA XVI GIORNATA DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO, LE COMUNITÀ RELIGIOSE DELLA CITTÀ SI INCONTRANO TRA LORO E CON I FAENTINI. L’INIZIATIVA È ORGANIZZATA DAL TAVOLO DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO E PROMOSSA DAL SETTORE ECUMENISMO DELLA DIOCESI DI FAENZA-MODIGLIANA, CHE SPIEGA: Domenica 25 ottobre, ospitando la tradizionale Pedalata del Dialogo, Faenza si farà scenario di un importante momento di condivisione, un percorso su due ruote per accorciare le distanze, conoscersi e riscoprire la bellezza dell’incontro. L’appuntamento assume quest’anno un significato ancora più profondo: oltre a celebrare la XXV Giornata Ecumenica del Dialogo Cristiano-Islamico e la XVI Giornata del Dialogo Interreligioso, l’iniziativa guarda alla data simbolo del 27 ottobre, in cui ricorre il 40° anniversario dello storico incontro interreligioso di Assisi del 1986, voluto da papa Giovanni Paolo II. Inoltre, l’evento si inserisce nelle celebrazioni per i 60 anni della dichiarazione conciliare Nostra aetate, recentemente commemorata dalla Santa Sede con la significativa Nota “Un cammino di speranza“. Organizzando la Pedalata, il Tavolo del Dialogo Interreligioso, promosso dal settore Ecumenismo della Diocesi con il patrocinio del Comune e dell’URF (Unione della Romagna Faentina), invita tutta la cittadinanza a muoversi insieme lungo le vie del rispetto reciproco, un modo concreto per tessere legami di pace in un tempo storico complesso. Le diverse fedi che abitano la nostra città usciranno dai propri luoghi per incontrarsi e stringere la mano all’intera comunità faentina. La manifestazione conferma il medesimo e collaudato percorso dello scorso anno, un cammino a tappe ricco di significati. Il ritrovo è fissato alle ore 15.30 alla chiesa di San Francesco, dove all’interno del chiostro sarà anche possibile visitare la Mostra sul Dialogo Interreligioso, una mostra sul dialogo strutturata in vari pannelli, precedentemente allestita nella chiesa di San Bartolomeo in occasione del Festival della Comunità educante. La prima sosta avverrà in via della Croce 16, davanti alla pietra d’inciampo dedicata ad Amalia Fleischer, per un momento di profonda memoria storica. La carovana proseguirà poi verso la Chiesa Ortodossa Rumena (piazza San Rocco 4) alle 16.15, per fare tappa successiva alle 17 alla Chiesa Apostolica Evangelica (via Piero della Francesca 49). Il cammino condiviso si concluderà alle 17.30 al Centro di Cultura Islamico in via Luigi Galvani 84/3, dove l’arrivo suggellerà la conclusione di questo fraterno itinerario cittadino tra le diverse confessioni. Unirsi a questo cammino significa testimoniare che il dialogo non è un concetto teorico, ma una strada da percorrere insieme. Gli organizzatori ricordano a tutti i partecipanti l’obbligo del rispetto del codice della strada: nei tratti pedonali e sui marciapiedi le biciclette andranno condotte a mano, mentre per tutti i bambini è obbligatorio l’uso del casco. INFORMAZIONI: https://diocesifaenza.it/pedalata-del-dialogo-2026-le-comunita-religiose-di-faenza-si-incontrano/ CONTATTI : ecumenismoedialogo@diocesifaenza.it   Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Patrick Boylan, un amico partito verso l’eternità
Patrick ha lasciato il suo corpo malato. Quella notizia attesa che ci ha dato, stamattina, via whatsapp la sua vicina di casa, in un tenero gesto di affetto. Ripercorrere le cose fatte con lui, per rendergli il doveroso omaggio, è qualcosa per me di complicato. L’immagine che ho scelto è quella del Patrick burlone, in mezzo alle statue per Assange, A volte burbero e polemico, sempre denso nel suo rigore intellettuale è stato il mio, il nostro compagno di tante azioni (stavo per scrivere battaglie ma lui mi ha subito corretto perché non amava le parole anche lontanamente militariste): la liberazione di Julian Assange, l’attivismo di PeaceLink, la nascita di Eirenefest, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, la sua associazione degli Statunitensi per la Pace e la Giustizia, gli innumerevoli articoli di cronaca ed approfondimento per Pressenza. Anche se non siamo sempre in grado di comprendere la trasformazione di un’azione in un’altra, sappiamo che le sue azioni continueranno in noi e nel mondo e nulla le potrà fermare. Olivier Turquet
October 15, 2026
Pressenza
Perù: Una proposta dallo spirito umanista per trasformare l’istruzione superiore
Qualsiasi progetto educativo che aspiri a essere serio e genuino deve essere necessariamente integrale se vuole trasformare la vita umana. È precisamente ciò che realizza Jadira del Rocío Jara Nunayalle, umanista e riconosciuta specialista in gestione curricolare e accreditamento universitario e docente di corsi post-laurea in diverse università del Paese, nella sua recente pubblicazione intitolata DAR: Direzione, Azione e Rinnovamento. Richiamando la radice latina del verbo dare (offrire, donare), l’autrice sottolinea che educare è un atto di dedizione che trascende il meramente tecnico per raggiungere una sintesi equilibrata di scienza, tecnica e umanesimo. Questa prospettiva ci ricorda che la vera qualità universitaria non risiede nell’accumulo smisurato di esigenze burocratiche, bensì nell’articolazione fluida tra la progettazione curricolare, il lavoro docente e la trasformazione integrale dello studente. Esistono numerose pubblicazioni sulla pianificazione per competenze nell’istruzione superiore dedicate all’elaborazione di programmi didattici, alla progettazione degli insegnamenti e alla predisposizione di rubriche di valutazione con notevole accuratezza tecnica. La proposta di Jara Nunayalle risulta molto più audace, poiché non si limita alla sola organizzazione operativa di contenuti o indicatori, ma subordina tutto questo procedimento tecnico a un’intenzionalità etica orientata alla crescita umana e piena dello studente. Il contributo del testo risiede nel far convergere la psicologia educativa istruzionale di John Biggs con l’Approccio Umanista Universalista ispirato a Silo. Dal primo, l’autrice riprende l’allineamento costruttivo e la precisione della tassonomia SOLO (dalle sue iniziali in inglese, Structure of Observed Learning Outcome, traducibile come struttura dei risultati di apprendimento osservati); dal secondo, recupera l’etica della nonviolenza attiva e della cura dell’altro che conferiscono alla progettazione curricolare, e, in definitiva, alla pratica pedagogica, un orizzonte veramente umano e trascendente. Questa proposta metodologica si articola in tre processi interconnessi: Direzione: Definisce l’orizzonte formativo mediante la pianificazione congiunta in équipe docenti (co-docenza), superando l’isolamento del professore e garantendo un allineamento sia orizzontale sia verticale degli apprendimenti. Azione: Sviluppa la proposta in aula mediante dinamiche flessibili e partecipative che promuovono il lavoro collaborativo in équipe diverse, la riflessione critica e la costruzione attiva della conoscenza. Rinnovamento: Promuove la trasformazione personale e relazionale attraverso una valutazione integrale (autovalutazione, valutazione tra pari ed eterovalutazione), la metacognizione e la trascendenza dell’apprendimento verso l’impegno comunitario. DAR ha origine nella pratica stessa. Nella sezione introduttiva, l’autrice condivide la genesi della sua metodologia come apprendimento situato e testimoniale, maturato nelle aule di un’università pubblica già diversi anni fa. Lì, di fronte al logoramento e alla rigidità dei tradizionali processi di accreditamento, è emersa una risposta concreta e sperimentata per restituire vitalità e finalità pedagogica alla gestione accademica. È così che la metodologia DAR si erge infine non solo come guida tecnica, ma come autentico manifesto pedagogico che rivendica l’istruzione superiore come atto di impegno nei confronti degli studenti. Recensione di «DAR: Direzione, Azione e Rinnovamento. Una metodologia per la gestione dell’apprendimento intenzionale nell’istruzione superiore», di Jadira del Rocío Jara Nunayalle (Lima: Corta Rama Editores / ACRECERTI, 2026). Juan Carlos Díaz Lara Docente dell’Università Antonio Ruiz de Montoya – Dipartimento di Filosofia e Teologia Redacción Perú
October 8, 2026
Pressenza
Pressenza riceve in Perù un riconoscimento per la sua campagna «Il Buon Governo è un diritto»
L’Associazione Nazionale dei Giornalisti del Perù (ANP) ha riconosciuto la Campagna Internazionale di Pressenza «Il Buon Governo è un diritto», presentata da Judith Purizaga Granados, redattrice dell’agenzia in Perù. La cerimonia si è svolta il 30 settembre 2026, nell’ambito delle attività commemorative per la Giornata del Giornalista peruviano. Di: Erika Vicente. Lanciata nel 2025, la campagna promuove la trasparenza e la lotta alla corruzione, e rivendica il buon governo come un diritto della cittadinanza. Attraverso una copertura informativa internazionale, mira a dare visibilità alle iniziative e alle rivendicazioni sociali che contribuiscono a una buona governance. Nell’ambito di questa iniziativa, la redazione di Pressenza in Perù ha organizzato il webinar «Il Buon Governo è un diritto», uno spazio di confronto sulle sfide della governance, della trasparenza e sul ruolo della società di fronte alla corruzione. La registrazione dell’incontro è disponibile online. La campagna si inserisce nell’approccio del giornalismo nonviolento di Pressenza, impegnata nella difesa dei diritti umani e delle rivendicazioni delle popolazioni che cercano di partecipare alle decisioni che riguardano le loro vite. Premi “Roberto Mejía Alarcón” e “Melissa Alfaro” Durante la cerimonia, l’ANP ha premiato lavori giornalistici legati alla difesa della libertà di espressione e dei diritti umani. La presidente della sezione di Lima, Jeanette Pérez Osorio, ha sottolineato l’importanza di questi spazi di riconoscimento e riflessione per la categoria. Tra i lavori premiati figuravano nella categoria “Roberto Mejía Alarcón” l’articolo “Omaggio ai grandi della nostra cultura” di Agustín Pérez Aldave (primo posto), “Prevenzione della violenza di genere” di Gladis Núñez Castillo (secondo posto) e l’articolo “Informare in Perù è oggi la cronaca di una morte annunciata?” di Juan Mendoza Paucarmayta (terzo posto); oltre alla Menzione d’onore alla campagna “Il buon governo è un diritto” pubblicata su Pressenza. Nella categoria “Melissa Alfaro” per studenti di giornalismo, sono emerse creatività, impegno sociale e nuove forme di raccontare le storie, come “Prova finale” di Sandra Ponce Cano e Carlos Salazar Carbonero (primo posto – Universidad Nacional Federico Villarreal); il lavoro “Tra zampette – Difesa degli animali indifesi” di Lesly Malma Rodríguez (Universidad Nacional Federico Villarreal); Ariana Leyva Guerrero (dell’Istituto ISIL) e Gabriela Millán Peláez (Universidad de San Martín de Porres) al secondo posto. E al terzo posto, Matías Tasayco, Adriana Vargas, María Rodríguez, Eros Olivares e Angello Laman (Universidad de San Martín de Porres) con il loro lavoro “Anche Dio ha il Wifi” e; altre menzioni d’onore per produzioni come “Il Denaro MP4”, “Quando la parola trasforma”, “Gli eroi dimenticati del Cenepa”, “Malattie rare, storie straordinarie”, “Legge morta per i bambini malati di cancro” e “Economia e aumento dei prezzi”. Redacción Perú
October 6, 2026
Pressenza
Colombia: 4ª. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza con scambio a Barrancabermeja
Nel Giorno Internazionale della Nonviolenza, la Colombia ha concluso la sua partecipazione alla 4ª. Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza questo venerdì 2 ottobre, con il Forum Umanista per la Pace e la Nonviolenza tenutosi a Barrancabermeja, dove ha risuonato un impegno: “Finora si è detto: l’opera della giustizia sarà la pace. D’ora in poi diremo: l’opera della pace sarà la giustizia”. L’evento è stato organizzato dai membri del Parco di Studio e Riflessione Kolibrí con il sostegno dell’Università della Pace e ha avuto l’obiettivo di “promuovere uno scenario partecipativo e umanista che favorisca la riflessione collettiva sulla pace, la nonviolenza, la trasformazione sociale, l’ambiente e le comunità LGTBIQ+ a partire dall’educazione, dalla cultura, dalla salute e dalla partecipazione cittadina” hanno dichiarato gli organizzatori. I partecipanti hanno potuto confrontarsi con professionisti e leader sociali di spicco come Richard Alvarez Ahumada, i dottori Cecilia Umaña Cruz, José Danerys Vargas, Esther Rincón Alvarado, Elcida Martinez Peinado, Edwin Ortiz e Oscar Porras Atencia, che hanno parlato dell’importanza della Pace e della Nonviolenza attiva. Il Forum ha permesso di mettere in evidenza l’azione umana nel mondo, per “denunciare la situazione più pericolosa mai vissuta, con il rischio di una terza guerra mondiale nucleare e l’aumento della spesa per gli armamenti, mentre in zone sempre più vaste del pianeta molte popolazioni si trovano emarginate per la mancanza di diritti umani, cibo e acqua” hanno dichiarato. Un altro degli obiettivi del Forum è stato “continuare a creare consapevolezza del fatto che è unicamente attraverso la metodologia della ‘nonviolenza’ che si può ottenere la ‘pace’ e aprire il futuro all’intera specie umana; inoltre, mettere in risalto le diverse azioni positive che persone, gruppi e popoli stanno già intraprendendo per garantire l’effettiva applicazione dei diritti umani e la non discriminazione, e per promuovere la collaborazione, la coesistenza pacifica e la non aggressione. Tutto ciò riceve scarsa copertura nei mezzi di comunicazione ufficiali”. I membri del Forum Umanista per la Pace e la Nonviolenza hanno dichiarato che continueranno nel compito di “dare voce alle nuove generazioni che vogliono raccogliere il testimone e lasciare il proprio segno, instaurando la cultura della nonviolenza nell’immaginario collettivo, nell’educazione, nella politica, nella società… È arrivato il momento della coscienza nonviolenta”. Redacción Colombia
October 5, 2026
Pressenza
4 ottobre, S. Francesco d’Assisi
Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, l’ISDE–Medici per l’Ambiente richiama istituzioni, mondo sanitario e scientifico e cittadini alla responsabilità di proteggere insieme salute, ambiente e pace di fronte alle grandi crisi del nostro tempo: “La tutela della salute passa dalla cura della Terra. Il messaggio di Francesco è oggi un richiamo alla responsabilità per il nostro futuro”_ ____________________   La guerra non rappresenta soltanto un problema politico, militare o umanitario: è uno dei più gravi determinanti evitabili di morte, malattia, distruzione ambientale e disuguaglianza. Da questa considerazione prende le mosse il nuovo documento di posizione di ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente, intitolato “La prevenzione della guerra è prevenzione primaria dei danni alla salute”. 2026 Guerra salute e ambiente Il documento propone di guardare ai conflitti anche attraverso la lente della sanità pubblica. Le conseguenze, infatti, vanno molto oltre le vittime direttamente provocate dalle armi: la distruzione dei sistemi sanitari e delle infrastrutture civili, l’interruzione delle cure, la fame, le migrazioni forzate, i traumi psichici, l’impoverimento e la disgregazione delle reti sociali possono produrre effetti che durano per anni e coinvolgono anche le generazioni successive. 2026 Guerra salute e ambiente GUERRA, AMBIENTE E CRISI CLIMATICA ISDE sottolinea anche la dimensione ambientale dei conflitti. Le guerre possono contaminare aria, acqua e suolo, distruggere ecosistemi e biodiversità, produrre macerie e rifiuti pericolosi e compromettere risorse essenziali per la salute delle popolazioni. A questo si aggiungono le emissioni climalteranti legate alle attività militari, ai combattimenti, alla distruzione delle infrastrutture e alla successiva ricostruzione. 2026 Guerra salute e ambiente Il documento richiama una stima del Conflict and Environment Observatory e di Scientists for Global Responsibility secondo cui l’insieme delle forze armate mondiali e delle relative filiere sarebbe responsabile di un’impronta pari a circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. ISDE precisa però che si tratta di una stima dell’intero settore militare, non delle sole guerre in corso, e che il dato non comprende pienamente le emissioni dei combattimenti, delle distruzioni e della ricostruzione. 2026 Guerra salute e ambiente Da qui la richiesta di una rendicontazione pubblica, trasparente e comparabile delle emissioni delle forze armate e, nei limiti in cui sia scientificamente possibile stimarle, di quelle associate ai conflitti. SICUREZZA UMANA, DIPLOMAZIA E DISARMO Uno dei punti centrali del documento riguarda il concetto stesso di sicurezza. Se la guerra produce malattia e morte, sostiene ISDE, diplomazia, prevenzione dei conflitti, controllo degli armamenti, non proliferazione e disarmo possono essere considerati anche strumenti di prevenzione sanitaria. Questo approccio, precisa l’associazione, non nega il diritto alla difesa individuale e collettiva riconosciuto dal diritto internazionale né il dovere delle istituzioni di proteggere le popolazioni dalle aggressioni. L’obiettivo è invece affiancare agli strumenti di difesa il rafforzamento della diplomazia, della mediazione, della cooperazione internazionale e delle capacità civili di prevenzione e gestione dei conflitti. 2026 Guerra salute e ambiente Particolare attenzione viene riservata al disarmo nucleare e alla necessità di considerare, accanto alle minacce militari, anche crisi climatica, pandemie, insicurezza alimentare e idrica, povertà, disuguaglianze e degrado degli ecosistemi. PROTEGGERE CHI SUBISCE UN’AGGRESSIONE E LAVORARE PER FERMARE LA GUERRA Il documento affronta esplicitamente anche il rapporto tra diritto alla difesa e prevenzione della guerra: «Aggressione e resistenza non sono equivalenti». Le popolazioni aggredite, ricorda ISDE, mantengono i diritti riconosciuti dal diritto internazionale e la resistenza può assumere forme civili e nonviolente ma, nelle condizioni previste dal diritto internazionale, anche forme di difesa armata. 2026 Guerra salute e ambiente Per l’associazione, riconoscere questi diritti non è incompatibile con l’obiettivo di impedire che la guerra diventi permanente e che l’escalation militare venga considerata l’unica strada disponibile. La priorità deve rimanere la protezione dei civili, dei bambini, dei feriti e dei malati, degli operatori e delle strutture sanitarie e delle infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza delle popolazioni. 2026 Guerra salute e ambiente LE RICHIESTE DI ISDE ALLE ISTITUZIONI Nel documento ISDE formula una serie di richieste alle istituzioni italiane, europee e internazionali. Tra queste: valutare e rendere pubblici gli impatti sanitari, ambientali, climatici e sociali delle politiche militari; rafforzare diplomazia preventiva e mediazione; rilanciare politiche multilaterali di controllo degli armamenti, disarmo e non proliferazione; valutare il costo-opportunità delle spese militari rispetto agli investimenti in salute, istruzione, ricerca, riduzione delle disuguaglianze e politiche climatiche. 2026 Guerra salute e ambiente ISDE chiede inoltre maggiore trasparenza nei rapporti fra decisori pubblici e industria degli armamenti, una tutela effettiva dell’obiezione di coscienza secondo gli standard internazionali, la protezione delle infrastrutture civili e sanitarie e un rafforzamento della tutela dell’ambiente durante e dopo i conflitti. 2026 Guerra salute e ambiente UN RUOLO PER MEDICINA E SANITÀ PUBBLICA La parte conclusiva chiama direttamente in causa il mondo sanitario. Secondo ISDE, la medicina non può limitarsi a curare le vittime: medici, ricercatori e istituzioni sanitarie hanno anche il compito di studiare, documentare e comunicare le conseguenze dirette e indirette dei conflitti e contribuire alla loro prevenzione. 2026 Guerra salute e ambiente Per questo l’associazione propone sistemi indipendenti di sorveglianza degli effetti dei conflitti su mortalità, malattie, salute mentale, salute materno-infantile, sistemi sanitari, ambiente e clima, insieme a un maggiore coinvolgimento delle istituzioni sanitarie e delle società scientifiche nella valutazione degli impatti delle politiche che possono aumentare il rischio di conflitto. 2026 Guerra salute e ambiente Il messaggio finale sintetizza l’impostazione dell’intero documento: la guerra non è una calamità naturale, ma deriva da decisioni e processi umani e può quindi essere oggetto di prevenzione. Per ISDE, pace, prevenzione dei conflitti, disarmo, tutela dell’ambiente e del clima, sicurezza umana e libertà di coscienza rientrano tutti in una prospettiva di prevenzione primaria. 2026 Guerra salute e ambiente. Redazione Italia
October 4, 2026
Pressenza