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Armi nucleari e la distruzione dello spirito umano
Intervento presentato nell’ambito della tavola rotonda di Pressenza intitolata «Armi nucleari, minacce esistenziali e giornalismo: uno sguardo al futuro» durante il 3° Festival della Comunicazione della Juntanza de Nuestra América CIESPAL, a Quito, in Ecuador, venerdì 20 marzo 2026. Le armi nucleari hanno già distrutto la società che avrebbero dovuto proteggere. Anche senza che una sola bomba sia esplosa, la loro mera esistenza ha corrotto il tessuto morale, etico e umano della nostra civiltà. Generano una forma di violenza istituzionale così profonda, una disumanizzazione così totale, che la società destinata a essere protetta da esse sta crollando dall’interno, disintegrandosi davanti ai nostri occhi. Tendiamo a ragionare in termini materiali. Ci rassicuriamo: nessuna bomba nucleare cadrà su New York, Città del Messico, Parigi, Berlino, Calcutta o Pechino. Ma ciò che non vediamo è il livello di distruzione psicologica e spirituale che queste armi hanno già provocato: una paura diffusa e una violenza ambientale che superano ciò che gli esseri umani possono sopportare per crescere, per svilupparsi e rimanere pienamente umani. Questa è la vera crisi dell’era nucleare. Consideriamo gli Stati Uniti, l’unico paese che ha usato queste armi, e che continua a essere il più potente del mondo, eppure una nazione in uno stato di paura permanente, che opera in modalità di sopravvivenza. Spende più in sicurezza e in spese militari che il resto del mondo messo insieme, non per forza, ma per gestire una paura irrazionale: la paura dell’altro, degli immigrati, dell’opposizione politica, del cambiamento stesso. Le armi nucleari non hanno creato sicurezza, hanno creato una civiltà ostaggio del proprio arsenale. Queste armi hanno anche provocato un effetto più sottile e forse più dannoso: hanno distorto la nostra bussola interiore. Hanno eroso la nostra capacità di distinguere tra gli stati interiori di declino e compulsione, il crepuscolare, il moribondo, e qualcosa di molto più significativo: la possibilità di crescita interiore, di profondità, di una vita orientata verso uno scopo piuttosto che verso la sopravvivenza. Quando l’annientamento è uno stato mentale permanente, diventa più difficile immaginare, e molto più difficile costruire, qualcosa per cui valga la pena vivere. Noi, come comunicatori, siamo anche noi parte del problema. Trasmettiamo la violenza come una sorta di radiazione, normalizzandola,  trasformandola in un elemento fisso della nostra coscienza quotidiana, fino a quando la lotta sembra quasi impossibile. Conflitto dopo conflitto, bomba dopo bomba, genocidio dopo genocidio, lo spirito umano viene spazzato via da un nemico invisibile. Anche quando i droni fanno gran parte della strage e non viene fatta esplodere nessuna arma nucleare, la distruzione spirituale è la stessa. Siamo sorpresi dal crollo dell’ordine internazionale, ma perché dovremmo esserlo? Le stesse strutture che hanno prodotto quest’arma demoniaca, trasformando l’equilibrio di potere in un meccanismo di distruzione di massa, ora si aggrappano disperatamente al controllo a qualsiasi costo. Abbiamo normalizzato l’assurdo e ora ne subiamo le conseguenze. Siamo nella fase finale di questo processo. E anche se non venisse utilizzata alcuna arma nucleare in Iran, in Ucraina o in qualsiasi altro luogo, la loro esistenza è in definitiva insostenibile. La prossima civiltà non avrà altra scelta che andare oltre, non come atto di idealismo, ma per necessità, reindirizzando l’energia e le risorse spese negli arsenali nucleari verso le priorità che rendono davvero possibile la vita umana e che valgono la pena di essere vissute. Lavorare per l’eliminazione delle armi nucleari significa lavorare per l’umanizzazione del mondo. Video completo della presentazione: https://youtu.be/epcjQedyAok?si=1co-TMhE6KLBroov   Foto dell’evento https://photos.app.goo.gl/AfiH18Wdx1uaQBfv5 Il Festival de la Juntanza si è affermato come forum regionale dedicato alla riflessione e allo scambio su temi quali la comunità, le basi sociali e la comunicazione alternativa, intesa come pratica politica, culturale e sociale al servizio del pieno diritto alla comunicazione. David Andersson
March 25, 2026
Pressenza
Serra Yilmaz, “Cara Istanbul” ed altri luoghi: partenze ritorni ripartenze
Bir varmis bir yokmus “c’era una volta e non c’era una volta” Tutte le favole in Turchia  cominciano così. Questo l’incipit della recente pubblicazione di Serra Yilmaz, Cara Istanbul  (Rizzoli, 2026), presentata – in dialogo con l’Autrice – da Valeria Cammarata* lo scorso 25 febbraio a Palermo al Centro diaconale della Noce (in via G. Evangelista Di Blasi, 12). I numerosi partecipanti hanno seguito l’evento con grande entusiasmo dovuto in parte  dall’accoglienza degli organizzatori ed in parte dalla spontanea simpatia dell’Autrice,  particolarmente nota per le collaborazioni da attrice nei film di Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti,  La finestra di fronte, Saturno contro, La dea fortuna). Il romanzo appartiene al genere autobiografico nel senso più autentico del significato. Non a quel genere di romanzo autobiografico dove la finzione si mescola alla narrazione, ma ad un  genere, del tutto personale, nel quale l’Autrice conduce un’indagine retrospettiva sul proprio vissuto lungo le linee di uno spazio delimitato della città d’origine: Istanbul. Un luogo percepito come spazio urbano smisurato, la città dai mille centri recita il titolo del quarto capitolo, ma anche luogo di memoria, di storia, di arte, di bellezza … e la memoria, si sa , è fatta  di ricordi, di emozioni, di affetti mai sopiti, dunque eterni ed infine di spazi concettuali, dove  albergano i vissuti individuali. Di vissuti si parla, infatti, nel libro che si incontrano e si separano, per rincontrarsi (a volte). E sempre nella memoria, si rievocano le prime relazioni affettive rappresentate da figure  archetipiche come le nonne: nella lingua turca, anneanne  (la nonna materna, l’unica realmente  conosciuta)  e dede (i nonni uomini). Figure quasi oniriche, fantasmagoriche intrise di odori, sapori e ricette di cucina legate alle  tradizioni turche, e poi i genitori, primi veri sostenitori di un sapere organico, ben costruito, colto. Di una cultura sapiente, elegante e protesa, sin dall’inizio della storia verso il teatro, la recitazione, il cinema e il multilinguismo. Fra le relazioni più intime, infine, si incontrano “gli altri amori”: il marito, la figlia, gli incontri e le perdite  – il divorzio, il confronto con la morte dei propri cari e con la malattia, anche questa  vissuta come parte integrante della vita. Una storia in cui si parla anche di partenze verso altri luoghi, di ripartenze e di ritorni. Ma la Istanbul di Serra Yilmaz è soprattutto la città dei cambiamenti tanto inevitabili quanto  irreversibili: il luogo delle contraddizioni, degli estremi, dell’Est e dell’Ovest ed infine il luogo  della trasformazione, dove tutto proviene da qualcosa per divenire qualcos’altro. Come tutti i luoghi, si direbbe…  Certo, ma anche di più, quando si tratta di luoghi che si vorrebbe non cambiassero mai. Serra Yilmaz, tuttavia, racconta, distingue, analizza fatti e momenti, sensazioni, suggestioni, ma  anche sapori, saperi… saperi ancestrali: letture di tarocchi e di fondi di caffè, dove tra il serio e il  faceto si nascondono le verità più profonde che appartengono ai recessi dell’anima, alle verità  inconfessabili, al non detto. Il tutto attraversato dallo sguardo ironico e da una irriducibile  leggerezza che risulta contagiosa e sorprendentemente empatica già dalle prime pagine. Una postura del tutto singolare rispetto alla vita. Una scrittura squisita e deliziosamente  accattivante.   (*) DOCENTE DI LETTERATURE COMPARATE E CULTURAL STUDIES  PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SCIENZE PSICOLOGICHE, PEDAGOGICHE, DELL’ESERCIZIO FISICO E DELLA  FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ UNIPA   Redazione Palermo
March 23, 2026
Pressenza
Tanzania: 5 giorni di arte e cultura all’insegna di pace, nonviolenza e sovranità alimentare
Dal 17 al 22 marzo 2026 si è tenuto ad Arusha, in Tanzania, il Festival dell’Arte, della Musica e della Cultura per la pace, la nonviolenza e la sovranità alimentare. L’iniziativa, promossa nell’ambito delle attività del “Tavolo Tematico” di Musica, Arte e Cultura del Forum Umanista Mondiale, ha visto la partecipazione di numerosi artisti umanisti dell’Africa orientale e meridionale. Oltre alla musica dal vivo, il programma prevedeva performance artistiche, arti visive ed espressione creativa, dibattiti sulla sovranità alimentare, dialoghi per la pace e la nonviolenza e un intenso scambio culturale, fondamentale per promuovere la comprensione e la fratellanza. Sono stati cinque giorni all’insegna della creatività, dell’unità e dello scambio culturale tra artisti, musicisti, poeti e voci della comunità. Gli organizzatori sottolineano il potere dell’arte e del dialogo nel promuovere i valori della dignità umana, della tutela dell’ambiente e del diritto delle comunità a un’alimentazione sana e locale. L’evento è stato ospitato dalle organizzazioni Four Rivers of Blessings e MTO Wa Baraka. IL MONTE MERU AFRICANO Nei pressi di Arusha, all’interno dell’omonimo parco nazionale, si trova il Monte Meru, un antico vulcano che, in senso allegorico (e probabilmente senza alcun nesso con questa collocazione fisica), riveste un ruolo centrale nella mitologia indù, buddista e giainista come centro spirituale dell’universo, luogo della creazione e dimora degli dei. In queste tradizioni, il Monte Meru – il cui significato letterale in sanscrito è “alto” – collega il cielo e la terra, occupando uno spazio primordiale simile all’axis mundi in diverse culture. Esiste anche, sebbene meno conosciuta in Occidente, una mitologia africana legata al popolo Meru, un’etnia bantu giunta alle pendici di questa montagna circa 800 anni fa, proveniente dal Monte Kenya, una regione dove vive ancora oggi. Un collegamento interessante è che questo gruppo umano risalì verso quella regione del Kenya seguendo il corso del fiume Tana dall’oceano, le cui rive sono oggi il luogo in cui gli attivisti umanisti intendono realizzare un Parco di Studio e Riflessione, simile a quelli esistenti nei cinque continenti, ispirati alla dottrina di Silo, pensatore e guida spirituale del Nuovo Umanesimo. Secondo la tradizione orale dei Meru (Wameru in swahili), gli esseri umani trascorsero i loro primi tempi in un luogo paradisiaco chiamato Mbwa (o Mbwaa), dove non avevano bisogno né di coltivare né di indossare abiti. Murungu (noto anche come Ngai o Mwene Nyaga nelle culture keniane vicine) è la divinità creatrice suprema nella cosmologia dei Meru. Approfittando quindi della vicinanza al Monte Meru in Africa, l’intenzione è stata quella di entrare in contatto con il meglio dell’essere umano partendo da Arusha, in Tanzania, e da altri luoghi, attraverso la cultura della pace e della nonviolenza, la creatività e l’umanesimo. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Javier Tolcachier
March 22, 2026
Pressenza