Ceuta, davvero i 50.000 marocchini erano “migranti”?

Pressenza - Monday, August 3, 2026

Spiegare cosa è successo a Ceuta venerdì mattina non è semplice, a differenza di quello che i media mainstream nazionali e internazionali hanno cercato di fare. Ceuta è una miscellanea di storia coloniale, vicende diplomatiche irrisolte tra Spagna e Marocco, rivendicazioni territoriali e soprattutto militarizzazione sistematica di un territorio.

Ceuta, insieme a Melilla, è una città autonoma di sovranità spagnola fisicamente situata in Marocco con un 85.000 abitanti e che dista circa 400 chilometri da Melilla. Non sono solo gli unici due possedimenti spagnoli nell’area: appartengono a Madrid anche le altre plazas de soberania, ovvero lacerti di terra peninsulare disabitati, una minuscola area rivierasca che ospita solo un presidio militare e alcune isole nei pressi del territorio marocchino.

Negli ultimi decenni, i rapporti tra Rabat e Madrid hanno alternato momenti di collaborazione e periodi di forte tensione, come nel caso dello scontro quasi militare che si innescò nel 2002 intorno all’isola di Perejil (di fatto poco più di uno scoglio), territorio che – pur appartenendo geograficamente al Marocco – la Spagna vuole per sè, sebbene il suo status politico e amministrativo non sia chiaro, in quanto non è né parte della città autonoma di Ceuta né considerata un territorio sovrano (1).

Ceuta e Melilla sono ex piazzeforti che fanno parte da secoli del Regno di Spagna e che non sono mai state integrate amministrativamente nel Protettorato spagnolo del Marocco (1912-1956) né nelle altre strutture più propriamente coloniali con cui Madrid occupava porzioni di Nord Africa. Rabat vive con un certo disagio la presenza sulla propria costa di quegli spicchi in cui si parla castigliano che ricordano l’epoca coloniale.

Gli immigrati regolari con cittadinanza marocchina sono circa 4.500. Si stima che più del 40% degli abitanti di Ceuta provvisti di cittadinanza spagnola siano di religione musulmana. In più, ci sono una comunità ebraica e una comunità induista che hanno un antico radicamento in città.

La posizione di Ceuta e Melilla determina che la pressione migratoria sui loro confini con il Marocco sia intensa e costante. Per questo motivo, fin dal 1990, la Spagna, ha progettato e costruito le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla: divisioni parallele, inizialmente, di tre metri di altezza coronate da filo spinato lunghe rispettivamente 8 km e 12 km per le quali l’Unione Europea ha speso 30 milioni di euro. Una successiva opera d’innalzamento della barriera l’ha portata a sei metri d’altezza, con il consenso dell’agenzia europea Frontex. La recinzione è organizzata attraverso sistemi di vigilanza alternati e camminamenti per il passaggio di veicoli adibiti alla sicurezza; cavi posti sul terreno connettono una rete di sensori elettronici acustici e visivi; un’illuminazione ad alta intensità; e un sistema di videocamere di vigilanza a circuito chiuso e strumenti per la visione notturna. Inoltre, come tattiche di controllo e contenimento dei flussi migratori alle frontiere delle enclavi spagnole, vi è l’uso ingente dei proiettili di gomma da parte della Guardia Civil spagnola contro i migranti che tentano di superare le barriere terrestri o di raggiungere le coste a nuoto (2).

Il Marocco si oppose fin da subito alla costruzione della barriera poiché considera Ceuta e Melilla un’occupazione del proprio territorio, motivo per il quale dal 1956 – anno della sua indipendenza – le rivendica come proprie e, dal 1975, ne ha richiesto l’annessione. L’esistenza della Barriera ha provocato in questi anni, secondo i dati di organizzazioni umanitarie, la morte di circa 4.000 persone, annegate nel tentativo di attraversare lo stretto di Gibilterra od entrare illegalmente in Spagna.

Le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla sono a tutti gli effetti dei muri moderni che rientrano nelle 70 barriere e recinzioni di confine che sono nate dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 a oggi.

Questa recinzione – con tutto il suo carico politico, istituzionale e militare – è all’origine di molteplici episodi di violenza militare e repressione sistematica.

Nel 2005, nel 2014, nel 2018 si sono verificati dei picchi improvvisi in cui centinaia o migliaia di migranti hanno tentato di entrare, via mare o scavalcando le recinzioni, a Ceuta o Melilla. La repressione spagnola non si è mai fatta attendere: si innescarono scontri con le forze dell’ordine, registrando morti e feriti.

Nel maggio 2021, circa 10.000 migranti sono entrati illegalmente a Ceuta nel giro di due giorni. Questa ondata rappresentò il culmine di uno screzio diplomatico: in quel caso Rabat non aveva apprezzato che Madrid avesse ospitato sotto falso nome in un ospedale spagnolo il leader del Fronte Polisario, il movimento armato che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco, in quanto territorio marocchino. In quel caso, i migranti furono rimpatriati nel giro di pochi giorni.

In questi giorni è avvenuta quella che il clamore mediatico ha definito una delle “più gravi crisi migratorie della storia della Spagna e dell’Europa”. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, tra 40mila e 60mila persone hanno raggiunto a nuoto o aggirando il frangiflutti l’enclave spagnola di Ceuta, sul versante nord del Marocco. Secondo le ultime stime del Ministero degli Interni spagnolo, circa 49.000 migranti hanno varcato in circa 24 ore la frontiera di Ceuta. In realtà, tutto si è risolto nel minor tempo possibile. Quella che, venerdì mattina, per la Spagna sembrava essere “l’emergenza più grave degli ultimi 5 anni” – da quando nel 2021 il Marocco allentò i controlli alla frontiera e circa 8.000 persone entrarono nel territorio spagnolo – , venerdì sera era già risolta: su circa 50mila arrivi, i rimpatri sono stati 48.300 per non parlare delle conseguenze della repressione. Ad avere la peggio sono state le 84 persone morte in mare nel tentativo di raggiungere il porto franco: questa è vera e più grande tragedia.

Dove risiede l’origine di tutto questo? A tal proposito sono scaturite diverse opinioni – tutte vere e verificabili -, ma credo che si debba fare un’analisi molto più complessa legata alla difficoltà contemporanea di lasciarci alle spalle il tragico, drammatico e vergognoso passato coloniale. Sembra che si voglia fare di tutto per non parlare dell’insensatezza – in termini di creazione di una pace vera – delle enclavi coloniali che le vecchie ex potenze coloniali europee hanno ancora oggi (penso a Inghilterra, Spagna, Francia). Sembra che si voglia tener vivo questo retaggio coloniale e colonialista, trovandogli una liceità nel nostro presente.

Ha fatto impressione vedere la nostra stampa nazionale definire i manifestanti marocchini come “migranti”. Nessuno che si sia scandalizzato del fatto che si sia usato il termine “migranti” per definire cittadini marocchini che hanno cercato di entrare, caso vuole, proprio in una città spagnola in territorio marocchino. Quindi non stiamo parlando di “50.000 migranti”, stiamo parlando di 50.000 persone che, normalmente, vivono a 2 centimetri di distanza da questa città spagnola. Stiamo parlando di gente che non migra, ma al massimo rivendica i propri territori (che essi sia convinti o eterodiretti da altri, questo è un altro discorso).

A livello di senso, migrerebbero di più gli spagnoli che per arrivare a Ceuta e Melilla devono prendere un’imbarcazione, attraversare lo Stretto di Gibilterra ed arrivare, dopo 2 ore e 30 minuti a Ceuta.

Questa la dice lunga sul linguaggio coloniale usato per dare un altro volto agli eventi. Le 50.000 persone che hanno “invaso” Ceuta sono un atto politico ben preciso.

Inoltre, Ceuta e Melilla sono roccaforti militarizzate ed è qui che risiede l’origine degli scontri tra Marocco e Spagna sulle due enclavi: nella violenza istituzionalizzata, nel militarismo, nel mantra della “difesa dei confini”, che immancabilmente diventano “muri”.

Dal 1989 per ogni chilometro del Muro di Berlino sono sorti, nel “mondo occidentalizzato”, più di 130 km di barriere per separare noi dagli altri. Muri forzati, fuori dal tempo, militarizzati e quindi da difendere che si dividono in muri fisici, come il Muro Cisgiordano tra israeliani e palestinesi; il Muro del Sinai tra Israele ed Egitto; il muro di Tijuana tra Messico e Stati Uniti; il Peace Lines in Irlanda tra la Belfast cattolica e la Belfast protestante; il Muro di Riga che separa Russia; e Lettonia e il Muro tra Ungheria e Serbia. Poi ci sono i muri giuridici, di cui un esempio è il dramma della Rotta Balcanica; e infine i muri culturali che possono essere spiegati solo guardando ai barconi nel Mediterraneo in cerca di accoglienza, senza parlare di quelli che affondano.

Dal 1993, con la militarizzazione dei flussi migratori in risposta alla crisi dei rifugiati e al fenomeno dell’immigrazione, la Fortezza Europa ha portato alla morte più di 40mila persone in mare. E questo la dice lunga sulla nostra percezione collettiva di “invasione” da parte dei marocchini. Se l’invasione ha un prezzo così alto in vite evidentemente non è un’invasione, poichè laddove colui che viene chiamato “invasore”, perde in partenza, nasconde una guerra a tutti gli effetti.

Nell’ambito di questa ipocrisia, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato subito di voler valutare la possibilità di sospendere temporaneamente il Trattato di Schengen con la Spagna (3), qualora la Spagna non avesse risolto il problema ed avesse permesso l’introduzione sproporzionata di migranti nell’area Schengen. Eppure è la stessa Italia che non vuole l’arrivo dei migranti marocchini, ma cerca i soldi marocchini: non a caso siamo il primo paese dell’Unione Europea per l’esportazione di armi verso il Marocco, con oltre 25 milioni di euro autorizzati nel biennio 2023-2024, superando la Francia.

Come ha scritto Giorgio Cremaschi su Il Fatto Quotidiano sulla caso Ceuta: “Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante. I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.”

 

 

(1) La maggior parte delle popolazioni spagnola e marocchina non era a conoscenza della sua esistenza fino all’11 luglio 2002, quando un gruppo di sei gendarmi marocchini allestì delle tende su una piccola spianata incastonata tra le ripide pareti rocciose dell’isola, secondo il Marocco, per usarla come posto di osservazione contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. Questa azione provocò un incidente diplomatico in risposta al quale la Spagna chiese il ritorno allo status quo precedente all’occupazione marocchina. Uno degli argomenti spagnoli a sostegno della loro rivendicazione sull’isola di Perejil si basa sul fatto che la bozza del piano di autonomia per Ceuta del 1987 includeva l’isola di Perejil entro i confini municipali della città. Tuttavia, ciò non è stato incluso nel testo definitivo del 1994 dello Statuto di Autonomia della città. Né il Trattato di Fez del 1912 né il Trattato di Indipendenza del Marocco (Dichiarazione congiunta ispano-marocchina del 7 aprile 1956) menzionano l’isola di Perejil. Insomma, un’isola dimenticata ed ignorata per secoli da marocchini e spagnoli, ma che a risvegliato vecchi sentimenti di riconquista. A seguito dell’arrivo di un gruppo di gendarmi marocchini sull’isolotto nel 2002, successivamente sostituiti dai marines e in seguito sfrattati dalle truppe spagnole, l’isola è stata nuovamente lasciata disabitata (status quo ante), senza alcun trattato bilaterale o multilaterale in vigore riguardante la sovranità sull’isolotto. All’epoca, la rivendicazione del Marocco su Ceuta e Melilla fu indicata come la causa principale dell’incidente . In realtà, diversi analisti sottolinearono in seguito che la forza militare sproporzionata impiegata dalla Spagna per riconquistare l’isolotto costituiva un implicito avvertimento al Marocco riguardo alle sue rivendicazioni sulle due città nordafricane.

(2) Amnesty International ha denunciato ripetutamente l’uso illegale e sproporzionato della forza da parte delle autorità spagnole e marocchine alle frontiere di Ceuta e Melilla, compreso l’impiego di proiettili e sfere di gomma, gas lacrimogeni e cariche contro i migranti durante i tentativi di attraversamento. https://www.amnesty.it/marocco-spagna-sei-mesi-dopo-indagini-ferme-e-inadeguate-sulle-37-morti-alla-frontiera-di-melilla/ https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/31/ong-scontri-con-lanci-di-pietre-alle-frontiere-di-ceuta-e-melilla_52369e5e-57c9-46b5-8350-15c81af1138d.html

(3) L’accordo garantisce la libera circolazione di persone all’interno di 29 Paesi europei, di cui 25 membri dell’Unione Europea e 4 membri esterni, ossia Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia, anche in questo caso, si applicano delle norme speciali, secondo cui devono essere effettuati controlli dei documenti al momento della partenza da Ceuta e Melilla verso la Spagna peninsulare o verso altri Paesi dell’area Schengen.

 

Ulteriori informazioni:

https://www.geopop.it/ceuta-melilla-marocco-dove-si-trova-migranti-spagna-exclave-cose/

https://www.ilpost.it/2026/08/01/ceuta-marocco-spagna/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/31/migranti-ceuta-europa-colonialismo-notizie/8466090/

Lorenzo Poli