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Ai margini dell’Europa: salute mentale, abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati a Ceuta
AUDREY BENSON, ATTIVISTA DI NO NAME KITCHEN 1 Questo articolo accompagna la pubblicazione del report “Sobrevivir al Limbo: una investigación sobre (ab)uso de sustancias y conductas autolesivas en menores no acompañados en Ceuta” 2, che approfondisce le condizioni di vita, la salute mentale e l’accesso ai diritti dei minori non accompagnati a Ceuta (enclave-confine tra Spagna e Marocco). Attraverso testimonianze dirette, osservazione sul campo e analisi del contesto istituzionale, il report documenta l’impatto dell’abbandono sistemico e delle politiche di frontiera sul benessere di questi ragazzi. Rayan (15 anni, Tetouan) era accasciato sulla spalla di Ana nella sala d’attesa dell’Ospedale Universitario di Ceuta. Aveva il viso contuso e gonfio a causa di una caduta. Ana ed io, entrambe volontarie di No Name Kitchen (NNK), lo avevamo accompagnato all’ospedale perché potessero visitarlo. Siamo rimaste sedute lì per ore, pensando che si fosse semplicemente addormentato. Ma quando finalmente hanno chiamato il suo nome e lui non ha risposto, ci siamo rese conto che qualcosa non andava: non stava dormendo. Era svenuto. Alla fine siamo riuscite a farlo alzare e a portarlo nella sala visite. Aveva fatto uso di hashish, Klonopin e Lyrica per tutto il giorno. Quell’episodio è diventato il simbolo di una realtà che ho osservato durante un periodo di volontariato con No Name Kitchen (NNK), organizzazione che sostiene le persone in movimento in diverse frontiere d’Europa. Come referente sanitaria, ho fornito primo soccorso e supporto all’accesso ai servizi sanitari di emergenza. Ciò che mi colpiva non erano solo le lesioni fisiche, ma la diffusione di abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati, segnali evidenti di un profondo disagio psicologico. Il consumo di sostanze e l’autolesionismo a Ceuta non devono essere interpretati come ribellione adolescenziale, patologia individuale o devianza culturale. Si tratta di strategie di adattamento plasmate dalle condizioni in cui questi ragazzi sono costretti a vivere. Questo è importante perché il modo in cui definiamo un problema determina il modo in cui vi rispondiamo. Se definiamo questi ragazzi «pericolosi», giustifichiamo la sorveglianza. Se li definiamo «disobbedienti», giustifichiamo la punizione. Se li definiamo «spezzati», corriamo il rischio di ridurli alle loro ferite. Ma se comprendiamo il consumo di sostanze e l’autolesionismo come risposte all’abbandono, la domanda cambia. Non è più «Cosa c’è che non va in questi minori?», ma «Cosa abbiamo permesso che accadesse intorno a loro e cosa servirebbe affinché la sopravvivenza non fosse solo meno dolorosa, ma un atto di gioia e dignità?». In questo contesto, i cosiddetti “comportamenti dannosi” rappresentano strategie di sopravvivenza sviluppate in risposta a stress estremo, esclusione e abbandono istituzionale. Tra questi rientrano l’uso di sostanze (hashish, Lyrica, Roche, colla) e l’autolesionismo non suicidario, come tagli e ustioni. A livello europeo, la letteratura documenta un elevato carico di sofferenza mentale tra i minori non accompagnati. Le ricerche riportano alti tassi di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, oltre a una maggiore incidenza di autolesionismo e consumo di sostanze rispetto ai coetanei accompagnati. Detenzione, discriminazione e isolamento sono indicati come fattori di rischio rilevanti. Nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, invece, mancano quasi del tutto ricerche e sistemi di monitoraggio sulla salute mentale dei minori migranti. La maggior parte delle informazioni proviene dal lavoro sul campo delle organizzazioni e da sporadiche segnalazioni sui diritti umani. Questa invisibilità contribuisce al sottofinanziamento dei servizi e alla mancanza di controllo sulle pratiche dannose. Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco, rappresenta uno dei pochi punti di accesso terrestri tra Africa ed Europa. Ogni anno molti minori, soprattutto marocchini, rischiano la vita attraversando il mare a nuoto. La città ospita centinaia di minori non accompagnati in un sistema di accoglienza da tempo sotto pressione e incapace di rispondere adeguatamente ai bisogni esistenti. Una volta arrivati, molti restano bloccati per anni. Non possono raggiungere legalmente la Spagna continentale senza un trasferimento ufficiale e spesso vivono in strutture sovraffollate o per strada. I respingimenti continuano a essere segnalati nonostante le condanne internazionali, mentre razzismo e discriminazione permeano sia le istituzioni sia la vita quotidiana. La maggior parte dei sette centri per minori è gestita da soggetti privati. I ragazzi descrivono condizioni dure e punitive, soprattutto per chi viene considerato “problematico”. Un ex dipendente, intervistato da NNK, ha confermato episodi di violenza, insulti e negligenza. Anche l’assistenza sanitaria appare insufficiente: non vi sono medici a tempo pieno e la somministrazione dei farmaci ricade spesso su personale non qualificato. Resoconti locali hanno inoltre evidenziato gravi carenze nell’accesso ai servizi di salute mentale e tempi di attesa incompatibili con bisogni spesso urgenti. Questi ragazzi vivono molteplici forme di marginalizzazione: sono migranti, minori, musulmani e spesso vittime di discriminazione razziale. Il razzismo anti-marocchino, alimentato da narrazioni politiche ostili, contribuisce a rafforzare esclusione e vulnerabilità. Ahmed, 15 anni, reclutato come spacciatore quando era bambino, cerca di costruirsi un’immagine di forza per sopravvivere alla vita di strada. Racconta di aver smesso di assumere pillole perché aumentavano il desiderio di autolesionarsi. «Ora fumo solo erba», dice, percependola come un’alternativa meno pericolosa. Opportunità educative, sportive e culturali sono limitate. Molti ragazzi vengono allontanati dagli spazi pubblici o guardati con sospetto. Anche le attività organizzate da NNK – sport, nuoto, tagli di capelli e momenti di socialità – sono spesso oggetto di controlli e sorveglianza. In tutta la Spagna, i minori migranti che vivono per strada incontrano ostacoli nell’accesso a scuole, centri giovanili e servizi comunitari, perdendo così importanti fattori di protezione. Abbiamo osservato un fenomeno significativo. Quando i ragazzi disponevano di maggior libertà di movimento e di spazi di socializzazione, si registravano meno episodi di autolesionismo, meno consumo problematico di sostanze e meno accessi al pronto soccorso. Questo suggerisce che il contesto sociale può influenzare direttamente il livello di sofferenza e il rischio di comportamenti dannosi. Per questo sono necessari un monitoraggio sistematico della salute mentale a Ceuta, servizi accessibili e informati sul trauma, percorsi rapidi di presa in carico e accesso garantito a fattori stabilizzanti come sonno, alimentazione, attività ricreative e spazi pubblici sicuri. Occorrono inoltre tutele effettive contro i respingimenti e investimenti pubblici stabili nell’assistenza sanitaria, educativa e sociale. Come osserva lo psichiatra Bessel van der Kolk in The Body Keeps the Score, la rabbia che non trova uno sbocco può trasformarsi in depressione, odio verso se stessi e comportamenti autodistruttivi. Questo è il costo dell’abbandono cronico: frontiere che feriscono e istituzioni che voltano le spalle. È una realtà che dovrebbe spingere decisori politici, società civile e comunità locali a creare spazi sicuri in cui il dolore possa essere accolto prima di trasformarsi in ulteriore sofferenza. 1. L’adattamento dell’articolo è a cura di Francesca Fusaro e Alessia Albano di No Name Kitchen ↩︎ 2. Il report completo è disponibile in spagnolo e inglese ↩︎
Aggiornamento sullo sciopero della fame a oltranza del difensore dei diritti umani saharawi e prigioniero politico Naâma Asfari
Ricorre il 32° giorno dello sciopero della fame a oltranza intrapreso dal difensore dei diritti umani saharawi e prigioniero politico Naâma Asfari, detenuto nel carcere di Kenitra (Marocco). Nonostante il progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute, le autorità marocchine non hanno ancora avviato alcun dialogo sulle legittime richieste che hanno spinto Naâma Asfari a intraprendere quella che lui stesso ha definito “La Battaglia per la Dignità”. Secondo quanto riferito dalla sua famiglia, Asfari ha perso nove chilogrammi dall’inizio dello sciopero, ma resta fermamente determinato a proseguirlo fino a quando le sue richieste non saranno soddisfatte. La principale delle sue rivendicazioni è che il Marocco dia piena attuazione alle decisioni e alle raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT) relative ai prigionieri del gruppo di Gdeim Izik, nonché al Parere del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria (WGAD). Chiede inoltre di essere trasferito, insieme agli altri detenuti politici saharawi interessati, in istituti penitenziari situati nel Sahara Occidentale, affinché possano essere più vicini alle proprie famiglie. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha adottato numerose decisioni individuali riguardanti membri del gruppo di Gdeim Izik, accertando violazioni della Convenzione contro la Tortura. In tali decisioni il Comitato ha concluso che le condanne si fondavano su confessioni estorte mediante tortura o coercizione, successivamente utilizzate come prove, senza che le autorità marocchine avessero svolto indagini indipendenti ed efficaci sulle denunce di tortura presentate dai detenuti. Per questo motivo, il Comitato ha chiesto al Marocco di annullare le condanne, archiviare le accuse, liberare i detenuti e garantire loro un pieno risarcimento e adeguate riparazioni. Le decisioni del Comitato riguardano i seguenti detenuti: * Naâma Asfari (Comunicazione n. 606/2014) * Sidi Abdallah Abbahah (Comunicazione n. 871/2018) * Abdeljalil Laaroussi (Comunicazione n. 891/2018) * Mohamed Bourial (Comunicazione n. 923/2019) * Mohamed Bani (Comunicazione n. 999/2020) * Hassan Dah (Comunicazione n. 1135/2022) * Mohamed Lamine Haddi (Comunicazione n. 1136/2022) * Ahmed Sbai (Comunicazione n. 1156/2022) * Sidi Ahmed Lemjayed (Comunicazione n. 1166/2023) Inoltre, il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, con il Parere n. 23/2023 (WGAD), ha stabilito che la detenzione dei prigionieri di Gdeim Izik costituisce una detenzione arbitraria ai sensi del diritto internazionale e ha chiesto la loro immediata liberazione, nonché il riconoscimento di un adeguato risarcimento e di altre forme di riparazione, in conformità agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Mentre Naâma Asfari entra nel secondo mese di sciopero della fame, il persistente silenzio delle autorità marocchine desta crescente preoccupazione per il rapido deterioramento delle sue condizioni di salute e rende ancora più urgente un intervento della comunità internazionale e delle Nazioni Unite affinché le proprie decisioni vengano finalmente attuate e siano garantiti i suoi diritti fondamentali.  Campagna ORALIBERI RETE SAHARAWI ITALIA Redazione Italia
July 10, 2026
Pressenza
Appello per i prigionieri politici saharawi nelle carceri marocchine
La vita dei prigionieri politici saharawi detenuti nelle carceri marocchine è oggi in grave pericolo. Lo sciopero della fame a tempo indeterminato avviato l’8 giugno da Naàma Asfari nel carcere di Kenitra, al quale dal 30 giugno si sono uniti altri prigionieri politici saharawi, richiama con urgenza l’attenzione della comunità internazionale sulle loro condizioni di detenzione e sulla sistematica violazione dei diritti fondamentali. Da oltre dieci anni questi prigionieri sono privati della libertà. Molti hanno più volte fatto ricorso allo sciopero della fame come estrema forma di protesta. Oggi le condizioni di salute di Naàma Asfari e di altri suoi compagni risultano gravemente compromesse. Il Gruppo Diritti Umani e Territori Occupati, insieme alla Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, ha promosso un’azione di sensibilizzazione presso le istituzioni italiane. L’On. Laura Boldrini, Presidente del Comitato permanente sui Diritti Umani della Camera dei Deputati, e l’On. Stefano Vaccari, Presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia con il popolo saharawi, hanno presentato un’interrogazione al Governo italiano per sollecitare un intervento urgente a tutela di Naàma Asfari e altri prigionieri politici saharawi. E’ stato inoltre rivolto un appello al Santo Padre affinché richiami l’attenzione della comunità internazionale su questa emergenza umanitaria. I prigionieri politici saharawi furono arrestati dopo lo smantellamento dell’accampamento pacifico di Gdeim Izik, nei pressi di El Aaiun, l’8 novembre 2010. Le loro condanne sono state oggetto di ripetuti rilievi da parte degli organismi delle Nazioni Unite e, in diversi casi, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha accertato violazioni della Convenzione contro la tortura, chiedendo riparazione e il pieno rispetto dei loro diritti. II Gruppo Diritti Umani, riunito il 1° luglio 2026, invita le associazioni, le istituzioni e il movimento di solidarietà a sostenere la campagna ORA LIBERI, affinché siano garantite cure mediche indipendenti, il rispetto dei diritti fondamentali e la liberazione dei prigionieri politici saharawi. La difesa dei loro diritti non riguarda soltanto il destino di alcuni uomini, ma la credibilità dei principi di giustizia, di legalità internazionale e di tutela della dignità umana sui quali si fonda ogni società democratica. Nadia Conti Coordinatrice Gruppo Diritti Umani in Italia Movimento di Solidarietà con il Popolo Saharawi www.retesaharawi.it email: oraliberi@gmail.com Redazione Italia
July 5, 2026
Pressenza
Il prigioniero saharawi Naama Asfari prosegue lo sciopero della fame e lancia un messaggio al Marocco
Nell’ambito del suo costante monitoraggio della situazione dei prigionieri civili saharawi nelle carceri marocchine, la Lega per la protezione dei prigionieri saharawi nelle carceri marocchine segue con profonda preoccupazione lo sciopero della fame a tempo indeterminato iniziato dal prigioniero civile saharawi Naâma Asfari l’8 giugno scorso, all’interno del carcere di Kenitra (Marocco), in segno di protesta contro la propria situazione e quella dei suoi compagni prigionieri civili saharawi. In un nuovo sviluppo di questo caso, la famiglia del detenuto ha riferito di essere stata contattata telefonicamente lunedì mattina, 22 giugno, e che lui li ha informati di aver ricevuto la visita del medico del carcere, accompagnato da un membro dell’organismo noto come «Consiglio Nazionale Marocchino per i Diritti Umani». Durante questa visita, il detenuto Naâma Asfari ha ribadito al membro del Consiglio Marocchino per i Diritti Umani la sua posizione di principio di boicottare tale organo e di rifiutare qualsiasi collaborazione con esso, data la sua comprovata mancanza di indipendenza e il fatto che non sia altro che uno strumento del Makhzen (Governo del Marocco, N.d.T.) privo di qualsiasi contenuto realmente legato ai diritti umani. Ciononostante, ha affidato al suo emissario un messaggio umanitario e giuridico urgente, secondo il quale l’amministrazione penitenziaria marocchina è tenuta ad avviare un dialogo serio ed efficace con lui e con tutti i detenuti civili saharawi, e ad adoperarsi per soddisfare le loro legittime rivendicazioni, che possono essere sintetizzate in un punto essenziale: il rispetto dei diritti fondamentali e legittimi dei detenuti, conformemente a quanto garantito dalle carte internazionali. La famiglia ha sottolineato, durante questo contatto, che il figlio è determinato a proseguire il suo sciopero della fame a tempo indeterminato fino a quando non saranno soddisfatte le sue rivendicazioni personali e quelle dei suoi compagni nelle carceri marocchine, respingendo qualsiasi tentativo di guadagnare tempo senza ottenere progressi concreti sul campo. Da parte sua, la Lega per la protezione dei prigionieri saharawi nelle carceri marocchine denuncia con la massima fermezza la politica del «fare orecchie da mercante» praticata dallo Stato di occupazione marocchino di fronte alle legittime rivendicazioni dei prigionieri civili saharawi, ignorando i loro diritti umani e giuridici più elementari. Esprimendo al contempo la propria viva preoccupazione per le condizioni di salute del prigioniero in sciopero della fame, la Lega lancia un appello alle coscienze sensibili, alle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, agli organi delle Nazioni Unite e alle organizzazioni non governative, affinché intervengano con urgenza ed esercitino pressioni efficaci sulle autorità di occupazione marocchine, al fine di: 1. rispondere immediatamente alle rivendicazioni dei detenuti e porre fine alla politica di negligenza medica. 2. rispettare effettivamente le risoluzioni dell’ONU, in particolare quella del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria del 2023, che ha richiesto in modo esplicito e chiaro l’immediata liberazione del gruppo «Gdeim Izik» e di tutti i detenuti saharawi arbitrariamente incarcerati. La Lega, nel dichiarare la propria assoluta solidarietà al prigioniero Naâma Asfari e a tutti i prigionieri civili saharawi, ritiene la comunità internazionale responsabile, storicamente e moralmente, di porre fine a questa sofferenza persistente e a ogni forma di ritorsione e detenzione arbitraria subita dai civili saharawi nelle prigioni dell’occupazione marocchina. Lega per la protezione dei prigionieri saharawi nelle carceri marocchine   -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Redacción España
June 27, 2026
Pressenza
L’economia di guerra di Israele e il processo di normalizzazione
In tutta la Regione, gli accordi procedono silenziosamente anche mentre le guerre si espandono, vincolando la normalizzazione a un sistema che prospera sul conflitto. di Mohamad Hasan Sweidan (*) La guerra di Israele non è più confinata a un singolo fronte o area geografica. Dall’Operazione Onda di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, le operazioni militari di Tel Aviv si sono
Il Marocco trasforma la nebbia in acqua potabile
Sulle aride montagne di Aït Baâmrane, nel sud del Marocco, una tecnologia innovativa sta trasformando la vita di centinaia di famiglie rurali: enormi reti installate sui pendii catturano l’umidità della nebbia proveniente dall’Oceano Atlantico e la trasformano in acqua potabile. Il sistema, considerato uno dei più grandi progetti di raccolta della nebbia al mondo, permette di ottenere migliaia di litri d’acqua ogni giorno in una regione colpita dalla siccità e dall’avanzata del deserto. L’iniziativa funziona grazie a reti speciali che condensano le minuscole goccioline sospese nella nebbia. L’acqua raccolta viene convogliata in serbatoi e distribuita alle abitazioni vicine utilizzando pompe alimentate con energia solare. Grazie a questo sistema, molte donne e ragazze hanno abbandonato le lunghe camminate quotidiane alla ricerca di acqua, un compito che per anni ha limitato l’accesso all’istruzione e ha influito sull’economia familiare. Organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno sottolineato che il progetto è un esempio di adattamento climatico sostenibile per le regioni colpite dalla scarsità d’acqua. Gli esperti ritengono che questa esperienza potrebbe essere replicata in altre zone aride dell’Africa e dell’America Latina, specialmente nelle comunità dove la nebbia è frequente ma l’accesso all’acqua rimane limitato. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO Pressenza IPA
May 23, 2026
Pressenza
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
Bloccati in Marocco
Dall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato rifugio in paesi vicini 2. > “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”. > (fonte: UNHCR) Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3. In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime 4. Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare domanda di asilo presso l’agenzia onusiana. Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un reinsediamento che non arriva. UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH (Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse. Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un paese terzo è di fatto bloccato. Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero, lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e materiale. Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti arbitrari. > «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della > polizia», afferma Sikouk. GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da quanto previsto sulla carta. DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato. Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno economico 5. L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura dei diritti umani nel paese. L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945 persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità. Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46 euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli 800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla” rispetto al costo della vita a Rabat. L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12 ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di assistenza. A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce “spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali. Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel 2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo. Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro, mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli salire per evitare che vi facciano ritorno. IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non all’assistenza reale alle persone. GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo, ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6. Il razzismo e il negazionismo istituzionale La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini generici e privi di sviluppo specifico. La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva. Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla razza non è considerato un reato grave. Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco. La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina. Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali; l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento. Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”, attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani cristiani. Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari. IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di rifugiato. Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto psicosociale e sussidi economici. La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa, è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata. A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo. I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema vulnerabilità“. Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del paese. Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine, accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi internazionali. L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere decisionale. Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono. MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti basilari come la salute e il sostegno economico. GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria immagine. Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche all’interno delle stesse strutture umanitarie. Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7. Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite. Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio diplomatico nel continente africano. La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni internazionali. 1. Segui Sudan su HRW ↩︎ 2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎ 3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎ 4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella regione ↩︎ 5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎ 6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎ 7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e attacchi ↩︎
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …
“Fin nel Morrocco”: esercizio di pieno e vuoto, uguale e diverso
Settimo giorno – Essaouira Scendendo verso l’Atlantico la terra si distende nel verde della pianura mentre il cielo ritrova, tra nubi residue, il suo azzurro. Il portaoggetti del pullman è stipato di giacconi ormai inutili e speriamo nella clemenza del tempo per questo nostro penultimo giorno di viaggio prima di raggiungere nuovamente Casablanca. Già pregustiamo, dopo tanto mangiare di carni, il pesce cotto alla brace sulla spiaggia di Essaouira, l’antica Mogador. Intanto attraversiamo la foresta di cedri il cui legno vedremo lavorato tra i banchi del mercato. E lo sguardo si apre dal verde della vegetazione ai tetti della città e, finalmente, sull’azzurro del mare. E di mare sa anche il pasto del pranzo consumato alle cinque del pomeriggio dopo aver acquistato il pesce al mercato e avere atteso per l’ultimo turno della brace. Per smaltire spigole, gamberi, saraghi, calamari, tonno, accompagnati dalla tipica insalatina di pomodori e cipolla, ci concediamo un ultimo, forse, giro tra le botteghe e le bancarelle del grandissimo mercato dentro le mura. È sempre una girandola di colori e forme che invita a desiderare di portarsi via tutto, così come è esposto, ma bisogna pur fare i conti con l’esiguo spazio ormai rimasto nelle valigie e il vuoto lasciato nel portafoglio. Le ultime contrattazioni sperano di esaurire, facendo buoni affari, i diram rimasti e pieno e vuoto si rincorrono ancora. Non può essere ora di cena troppo presto e, rompendo il digiuno alcolico, troviamo un locale dove servono birra, vino e cocktail accompagnati da musica dal vivo e successivo djset in terrazza. Possiamo scatenarci nel ballo insieme a tutte le lingue e gli sguardi del mondo! Tornando verso il riad, nonostante quasi tutti i locali siano ormai chiusi, troviamo lo spazio e il tempo per un pasto veloce a mezzanotte: gustiamo lentamente una shawara col kebab prima di sprofondare nel sonno. Ottavo giorno – ritorno a Casablanca Essaouira ci saluta con la pioggia del mattino ma ci concede una tregua per un’ultima passeggiata sulle terrazze della fortezza affacciata sull’oceano e la sua spuma di onde alte. Ci aspettano alcune ore di viaggio per tornare a Casablanca e alla nostra ultima notte in Marocco. Viaggiamo sotto un cielo plumbeo che conferma la necessità, percepita all’inizio del viaggio, di scardinare preconcetti e aspettative su quest’Africa così ricca di paesaggi diversi con tutti i suoi colori. Fa freddo in Africa e il vento sferza la costa, come ovunque sull’Atlantico, facendo delle sue spiagge la California africana per gli amanti del windsurf. Si fa più biondo il fieno sulle spighe come gialle sono le piccole margherite che schiacciano l’occhio dai bordi della strada alle sorelle del mio Sud nel vecchio continente mentre qui noi siciliani siamo chiamati fratelli. Eppure molti di quelli con i quali la conversazione, in una lingua mista di italiano, inglese e francese, è andata oltre il saluto, ci parlano di famiglia che in Italia sta al Nord: Modena, Brescia, Milano. È la grande famiglia allargata quella di cui parlano, fratelli e sorelle, cugini e parenti più lontani. Anche stavolta un’altra Africa di diverse migrazioni. Diversa rotta porta la pancia delle navi stipate di auto cariche sui tetti da Tunisi a Trapani e altre sono le imbarcazioni che dalle spiagge libiche tentano il disperato approdo a Lampedusa. I poveri sono diversamente poveri. Fantasmi le ombre scure che spariscono nella notte alla stazione centrale di Palermo con i sacchetti di porzioni di cibo distribuiti da volontari e invadente presenza i mendicanti di Essaouira con i loro stracci lerci tra i passi dei turisti o immobili per la questua agli angoli delle strade. Diversi ed uguali come i senzatetto sotto i portici di ogni grande città. Intanto, prima di entrare in autostrada, attraversiamo più piccoli insediamenti urbani dalle costruzioni basse che si sviluppano lungo la via principale, come in tutti i paesi di provincia attraversati da auto di passaggio mentre il paesaggio mantiene il suo sguardo di pianura. Greggi sparse guidate da più o meno giovani pastori dagli abiti lunghi e il capo coperto come il San Giuseppe delle statuine di un presepe si spostano nelle distese di campi da foraggio e di erbe selvatiche. E poi di nuovo il nuovo, o forse solo più consueto, paesaggio di Casablanca, città moderna con il suo traffico e i fumi di smog nell’aria nonostante il vento dell’Atlantico che anche qui si gonfia di onde da lontano. Domani si vola a casa. Maria La Bianca
April 13, 2026
Pressenza