“Se questa è Europa: Ceuta mette alla prova il Patto UE su migrazione e asilo”
Dal 30 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo.
L’attraversamento non autorizzato di decine di migliaia di persone in pochi
giorni ha messo nuovamente in crisi il dispositivo di frontiera tra Spagna e
Marocco. L’ennesima crisi che si somma, tra le altre, alla strage di Beliounech
del 2005, a quella del Tarajal del 2015 e quella di Barrio Chino del 2022.
Secondo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e Caminando Fronteras,
questa estate hanno perso la vita almeno 141 persone. Un numero che si aggiunge
al macabro conto di vittime di una frontiera che da vent’anni continua a
uccidere. L’ennesima strage, ma la prima dall’entrata in vigore del nuovo Patto
Europeo su Migrazione e Asilo.
Che cosa succede quando le garanzie previste dal diritto europeo incontrano le
pratiche quotidiane di una frontiera? E cosa resta di quelle garanzie per chi
non riesce nemmeno ad accedere alle procedure di asilo?
È a partire da queste domande che nasce “Se questa è Europa. Ceuta: il Patto UE
su migrazione e asilo alla prova della prima crisi del dispositivo di frontiera”
1, il rapporto di monitoraggio giuridico curato da Nicola Datena, Luna
Selimovic’ e Clara Tacconi per l’associazione di promozione sociale Le Carbet.
Il rapporto ricostruisce le procedure applicate dalla Spagna tra il 12 giugno e
il 13 ottobre 2026, dai giorni precedenti agli attraversamenti di massa fino
allo sgombero del campo del Guano di fine settembre. L’analisi si basa sulla
normativa, sui documenti ufficiali e sulle verifiche condotte direttamente sul
territorio tra l’8 e il 13 ottobre ed evidenzia serie contraddizioni tra le
garanzie previste dalla normativa e le pratiche adottate sul campo.
FUORI DALLE PROCEDURE: ESPULSIONI SOMMARIE E RITORNI FORZATI
Un primo aspetto problematico sollevato dal rapporto è che la Spagna ha iniziato
ad applicare i regolamenti del Patto attraverso una semplice istruzione
amministrativa, in assenza della legge nazionale di attuazione e del meccanismo
indipendente di monitoraggio previsto dalla normativa europea. Ma il problema
non si esaurisce nelle modalità con cui le nuove norme sono state recepite.
“Le regole del Patto valgono solo per chi arriva al CATE (Centro di Accoglienza
Temporanea per Stranieri – ndr) e chiede asilo. Prima e dopo prevalgono regole
esterne alla procedura, informali e non prevedibili.”
Le persone che non accedono al CATE del Tarajal per formalizzare la domanda di
asilo affrontano destini differenti: respingimenti a caldo, permanenze
prolungate senza identificazione ed espulsioni sommarie verso il Marocco
attraverso un varco nella recinzione.
All’interno del rapporto, anche alcune testimonianze dirette di queste pratiche
di espulsioni informali:
“La polizia oggi è arrivata e ha detto ai giovani “alzatevi e venite con noi, vi
porteremo al valico di frontiera, vi prenderemo le impronte digitali e
scopriremo la vostra identità, chi siete. e poi vi riporteremo nei campi
temporanei”. Quindi i ragazzi si sono fidati di loro, ma quando sono arrivati
alla frontiera li hanno costretti ad uscire in Marocco. – R., Ceuta, 11 ottobre
2026
Oltre alle violazioni dei diritti fondamentali che comportano queste pratiche,
il rapporto sottolinea anche che queste modalità di consegna non permettono
nemmeno di distinguere tra rientri volontari ed espulsioni vere e proprie,
sollevando serie perplessità anche sulla trasparenza dei dati ufficiali forniti
dal Governo spagnolo.
Foto tratte dal rapporto
SGOMBERI DEI CAMPI INFORMALI E PRECARIETÀ COME STRUMENTI DI GESTIONE
Un altro aspetto analizzato dal rapporto è la gestione delle persone rimaste
escluse da strutture di accoglienza e di riparo dopo gli attraversamenti di
questa estate.
Come denunciato da No Name Kitchen, molte persone si erano riversate nelle
spiagge di Ceuta perché nelle zone boscose, dove si erano inizialmente riparate,
hanno subito aggressioni notturne e rastrellamenti. Gli sgomberi dei ripari di
fortuna sulle spiagge della città hanno ridotto la presenza visibile delle
persone sfollate, che tuttavia non hanno ricevuto soluzioni abitative
alternative: numerose persone si sono disperse nei quartieri della città e
nuovamente nelle zone montuose circostanti, spesso senza accesso all’assistenza
e alle tutele necessarie. Lo sgombero del campo del Guano, che conclude il
periodo preso in esame dal rapporto, rappresenta una delle tappe di questo
processo.
> Le persone sono spaventate dall’incontro con le autorità e spesso decidono di
> vivere nascoste.
Accoglienza insufficiente, sgomberi, violenze e informazioni contraddittorie
contribuiscono a rendere sempre più insostenibile la permanenza sul territorio.
È proprio su questo punto che il rapporto solleva una delle questioni più
rilevanti: la precarietà è soltanto una conseguenza dell’emergenza oppure è
diventata, nei fatti, una modalità di gestione della stessa?
Quando mancano un alloggio, un’assistenza adeguata e prospettive credibili,
restare può diventare sempre più difficile. Il ritorno in Marocco rischia allora
di apparire come l’unica alternativa possibile, anche in assenza di un
provvedimento formale di espulsione. Il rapporto invita così a interrogarsi
sulle forme indirette attraverso cui il controllo delle frontiere può
condizionare le scelte e i movimenti delle persone migranti.
“UN HOTSPOT SU SCALA TERRITORIALE”
Il report prende in considerazione anche gli effetti della gestione
dell’emergenza sul territorio di Ceuta, che arriva a definire “un hotspot su
scala territoriale”.
> Le persone sulla base di procedure informali di polizia sono state confinate
> nell’intera città di Ceuta, senza provvedimenti individuali e senza alcun tipo
> di procedura formale.
La gestione dell’emergenza finisce così per coinvolgere l’intero spazio urbano,
mentre l’insufficienza dell’accoglienza e la mancanza di prospettive alimentano
l’isolamento di chi è rimasto bloccato a Ceuta. Il risultato è una situazione in
cui le persone rimangono intrappolate in uno spazio ristretto, esposte
all’incertezza delle procedure e alla difficoltà di costruire alternative alla
propria permanenza.
A questa situazione si aggiunge l’assenza di solidarietà da parte degli altri
Stati europei, che lascia alla Spagna il peso della gestione degli arrivi senza
una risposta condivisa a livello dell’Unione. Una contraddizione che interroga
direttamente il principio di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi il sistema
europeo comune di asilo.
“Il Patto prometteva la condivisione della responsabilità tra Stati membri. La
risposta degli altri Stati è stata la chiusura. (…) Non risulta che il
meccanismo di solidarietà del Reg. 2024/1351 sia stato attivato o discusso per
la Spagna. La Spagna, dal canto suo, non ha distribuito le persone nemmeno sul
proprio territorio. La solidarietà si è rovesciata in contenimento.”
Foto tratte dal rapporto
LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL RAPPORTO RIGUARDANO ANCHE L’ITALIA
Per quanto riguarda l’Italia, le autrici del rapporto avvertono: “Il decreto del
21 luglio 2026 estende la frontiera a intere province, con il rischio di creare
spazi di trattenimento come quello di Ceuta”.
A partire dal caso di Ceuta, Se questa è Europa chiede quindi di concentrare la
nostra attenzione oltre la gestione contingente di una crisi. Il Patto europeo
su migrazione e asilo va valutato non soltanto attraverso le disposizioni che
introduce, ma anche osservando cosa accade alle persone quando quelle
disposizioni vengono applicate, quando le procedure non sono accessibili a tuttə
e quando l’emergenza giustifica interventi che incidono sulla libertà di
movimento e sulle possibilità di chiedere protezione.
La questione è capire quale spazio rimanga per le garanzie fondamentali quando
le procedure di frontiera diventano il principale strumento di governo della
mobilità e quando l’emergenza rischia di trasformarsi in una condizione
permanente.
Su questo gli autori e le autrici del rapporto giungono a una conclusione netta,
che non lascia spazio a dubbi: ”Alla prima prova reale, il Patto non ha
mantenuto le sue promesse. Con la sua entrata in vigore i problemi sono rimasti
invariati, le violazioni dei diritti fondamentali si sono aggravate e i problemi
di gestione delle richieste di protezione internazionale sono diventati più
complessi e macchinosi”.
1. Scarica il rapporto completo ↩︎