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Il Marocco trasforma la nebbia in acqua potabile
Sulle aride montagne di Aït Baâmrane, nel sud del Marocco, una tecnologia innovativa sta trasformando la vita di centinaia di famiglie rurali: enormi reti installate sui pendii catturano l’umidità della nebbia proveniente dall’Oceano Atlantico e la trasformano in acqua potabile. Il sistema, considerato uno dei più grandi progetti di raccolta della nebbia al mondo, permette di ottenere migliaia di litri d’acqua ogni giorno in una regione colpita dalla siccità e dall’avanzata del deserto. L’iniziativa funziona grazie a reti speciali che condensano le minuscole goccioline sospese nella nebbia. L’acqua raccolta viene convogliata in serbatoi e distribuita alle abitazioni vicine utilizzando pompe alimentate con energia solare. Grazie a questo sistema, molte donne e ragazze hanno abbandonato le lunghe camminate quotidiane alla ricerca di acqua, un compito che per anni ha limitato l’accesso all’istruzione e ha influito sull’economia familiare. Organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno sottolineato che il progetto è un esempio di adattamento climatico sostenibile per le regioni colpite dalla scarsità d’acqua. Gli esperti ritengono che questa esperienza potrebbe essere replicata in altre zone aride dell’Africa e dell’America Latina, specialmente nelle comunità dove la nebbia è frequente ma l’accesso all’acqua rimane limitato. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO Pressenza IPA
May 23, 2026
Pressenza
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
Bloccati in Marocco
Dall’aprile 2023 il Sudan brucia. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohammed Hamdan Dagalo 1, detto “Hemetti“, ha prodotto quella che l’ONU definisce la peggiore crisi di sfollamento al mondo: circa 15 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, oltre 4 milioni dei quali hanno cercato rifugio in paesi vicini 2. > “Il Sudan è oggi teatro della più grave crisi di sfollamento al mondo”. > (fonte: UNHCR) Il 70% degli ospedali è fuori servizio, intere regioni come il Darfur e il Kordofan sono devastate dalla carestia, da esecuzioni sommarie, da violenze sessuali sistematiche e da massacri che presentano, secondo organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, i tratti distintivi di una campagna di pulizia etnica e possibili crimini contro l’umanità 3. In questo contesto, il Marocco è diventato una tappa obbligata per migliaia di sudanesi in fuga. Non una meta scelta, ma un approdo imposto dalla chiusura di altre vie: la Libia con le sue milizie, l’Egitto con le sue condizioni durissime 4. Secondo le stime delle organizzazioni della società civile locale, le persone sudanesi registrate presso l’UNHCR a Rabat sono tra 2.700 e 3.000, ma il numero reale è considerato molto più alto, data la bassa propensione a presentare domanda di asilo presso l’agenzia onusiana. Si tratta di una comunità eterogenea, persone di ogni genere e età, spesso con titoli universitari e carriere interrotte dalla guerra, che non ha scelto il Marocco come destinazione finale ma vi si trova bloccata, in attesa di un reinsediamento che non arriva. UNA PROTEZIONE CHE NON PROTEGGE La situazione sul campo è quella che descrivono le organizzazioni di difesa dei diritti umani che operano a Rabat. I rappresentanti di GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’Accompagnement des Étrangers et des Migrants) e AMDH (Association Marocaine des Droits Humains), nella persona del suo presidente Hakim Sikouk, hanno risposto a dei quesiti sulla condizione specifica dei rifugiati sudanesi in Marocco. Le loro risposte convergono sulla gravità della situazione, pur rivelando approcci e sensibilità diverse. Il primo nodo critico riguarda l’accesso alla procedura di asilo. Le pratiche UNHCR richiedono dai sei mesi a un anno e mezzo, e molti sudanesi rinunciano a presentare domanda perché, come spiega il referente di GADEM, lo status di rifugiato non garantisce un miglioramento concreto: il reinsediamento in un paese terzo è di fatto bloccato. Sikouk è più diretto: l’attesa per un colloquio può durare un anno intero, lasciando le persone in una condizione di totale insicurezza giuridica e materiale. Anche quando il riconoscimento arriva, la protezione rimane formale. Lo Stato marocchino non riconosce ufficialmente il documento rilasciato dall’UNHCR come titolo di soggiorno: i rifugiati registrati restano esposti ad arresti arbitrari. > «Lo status non garantisce alcuna protezione reale contro le azioni della > polizia», afferma Sikouk. GADEM conferma: la protezione è arbitraria nei fatti, indipendentemente da quanto previsto sulla carta. DORMIRE PER STRADA DAVANTI ALL’UNHCR Le condizioni di vita sono di estrema vulnerabilità. Molti rifugiati sudanesi sono senza alloggio e dormono per strada, emblematicamente davanti alla sede stessa dell’UNHCR a Rabat, circondata dal filo spinato. Sul fronte degli aiuti economici, il quadro è tanto frammentato quanto allarmante. Secondo i dati AMDH di gennaio 2026, i rifugiati sudanesi presenti in Marocco sono circa 4.300, ma solo il 20% beneficia di un qualsiasi sostegno economico 5. L’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) è una delle principali organizzazioni non governative del Marocco dedicate alla promozione e alla difesa dei diritti umani. Fondata nel 1979 a Rabat, gioca un ruolo di rilievo nel denunciare violazioni, sostenere le libertà civili e promuovere la cultura dei diritti umani nel paese. L’UNHCR ha dichiarato di aver fornito assistenza finanziaria a circa 1.945 persone considerate tra le più vulnerabili, in un contesto in cui il budget del programma è coperto solo al 38%. A partire da marzo 2025, i programmi in Marocco sono stati ridotti del 30% a causa di una crisi finanziaria globale, limitando i servizi alle sole situazioni di estrema vulnerabilità. Chi riesce ad accedere agli aiuti riceve al massimo 500 dirham al mese, circa 46 euro: una cifra già di per sé insufficiente, ulteriormente ridotta rispetto agli 800 dirham precedentemente erogati. Sikouk la definisce semplicemente “nulla” rispetto al costo della vita a Rabat. L’accesso al lavoro formale è praticamente impossibile: chi riesce a lavorare lo fa nell’edilizia o nei mercati informali, per 8-10 euro al giorno in turni di 12 ore. L’accesso alle cure sanitarie è critico, in particolare per le malattie croniche, con strutture partner che spesso non rispondono alle richieste di assistenza. A questa precarietà strutturale si aggiungono pratiche sistematiche di allontanamento forzato. GADEM documenta costantemente quello che definisce “spostamento forzato interno“: i rifugiati vengono arrestati nelle grandi città come Rabat e Casablanca e abbandonati in zone remote del paese, nel sud, lontano dalle reti di supporto e dalle sedi delle organizzazioni internazionali. Il GADEM (Groupe Antiraciste de Défense et d’accompagnement des Etrangers et Migrants) è un’organizzazione antirazzista con sede in Marocco, fondata nel 2006. Si dedica alla difesa, all’accompagnamento e alla tutela dei diritti di stranieri e migranti, combattendo discriminazioni e razzismo. Sikouk riporta casi di persone abbandonate ad Agadir senza telefono né denaro, mentre il rappresentante di GADEM riferisce come le forze dell’ordine istruiscano i conducenti degli autobus diretti verso le città di non farli salire per evitare che vi facciano ritorno. IL MAROCCO COME GENDARME. MA NON SOLO Sul piano politico, le due organizzazioni offrono letture complementari. Sikouk descrive un Marocco che agisce come gendarme delle frontiere europee in cambio di finanziamenti: i fondi ricevuti dall’UE vanno quasi esclusivamente al rafforzamento del controllo dei confini e delle procedure repressive, non all’assistenza reale alle persone. GADEM aggiunge una dimensione strategica: il Marocco non è un esecutore passivo, ma un attore consapevole che usa la gestione dei flussi migratori come leva politica nelle negoziazioni con Bruxelles, avendo capito e sfruttato la frammentazione interna all’Europa. La crisi di Ceuta del 2021, ricordano, non fu solo un’emergenza: fu uno strumento diplomatico 6. Il razzismo e il negazionismo istituzionale La questione razziale in Marocco è caratterizzata da un profondo divario tra la realtà vissuta dai migranti e il quadro normativo e discorsivo ufficiale dello Stato. Sul piano legale, il Codice Penale marocchino contiene solo due articoli che menzionano il razzismo e la discriminazione razziale, formulati con termini generici e privi di sviluppo specifico. La vaghezza della norma lascia a giudici e avvocati un ampio margine interpretativo, svuotando di fatto la legge di qualsiasi efficacia punitiva. Sikouk è esplicito: nel sistema attuale, insultare una persona in base alla razza non è considerato un reato grave. Il principale ostacolo alla costruzione di un quadro normativo adeguato è il rifiuto istituzionale di riconoscere il problema. Nel 2023, durante l’esame periodico delle Nazioni Unite a Ginevra, l’attuale Ministro della Giustizia marocchino ha dichiarato che il dibattito sul razzismo è proprio degli Stati Uniti e dell’Europa, ma non riguarda il Marocco. La posizione ufficiale dello Stato si appoggia su uno scudo religioso: essendo il Marocco un paese musulmano, l’argomento è che nessun musulmano oserebbe mai discriminare un altro essere umano. Questa logica classifica il razzismo come un non-problema, ignorando al contempo la storia coloniale e quella della schiavitù che hanno strutturalmente condizionato la società marocchina. Il paradosso è che, mentre mancano leggi contro il razzismo, ne esistono altre che istituzionalizzano la discriminazione su base nazionale. L’articolo 416 del Codice del Lavoro vieta agli stranieri di ricoprire cariche sindacali; l’articolo 439 impedisce loro di candidarsi come delegati dei lavoratori. Le procedure per l’assunzione di stranieri sono talmente complesse da lasciare alle autorità un potere discrezionale totale, esercitabile in qualsiasi momento. Sul piano sociale, l’assenza di sanzioni ha prodotto una normalizzazione di comportamenti discriminatori. I rifugiati sudanesi, in quanto musulmani, godono nei quartieri popolari di una parziale protezione informale: la partecipazione alla vita delle moschee permette loro di essere percepiti come “fratelli”, attenuando alcune forme di aggressione rispetto ai migranti subsahariani cristiani. Questo però non li mette al riparo dal razzismo delle forze dell’ordine. Sikouk riporta casi in cui la polizia ha arrestato cittadini marocchini del sud solo per il colore della pelle, ignorando le loro proteste in darija (arabo colloquiale marocchino) e scambiandoli per migranti irregolari. IL RAPPORTO CON L’UNHCR: TRA CRISI FINANZIARIA E CONFLITTO APERTO In Marocco, in assenza di un sistema nazionale di asilo, è l’UNHCR a svolgere le funzioni di registrazione delle persone e determinazione dello status di rifugiato. Al termine del 2025, i sudanesi rappresentavano il gruppo più numeroso tra i registrati, con circa 5.290 persone. Attraverso organizzazioni partner come l’Associazione Marocchina per la Pianificazione Familiare e la Fondazione Orient-Occident, l’agenzia dovrebbe garantire cure mediche, supporto psicosociale e sussidi economici. La procedura di reinsediamento verso paesi terzi, Canada, Stati Uniti ed Europa, è formalmente tra le funzioni dell’UNHCR ed è quella più attesa dai rifugiati sudanesi. Nella pratica, è quasi del tutto bloccata. A partire da marzo 2025, una crisi finanziaria globale ha costretto l’ufficio marocchino dell’UNHCR a tagliare i propri programmi e il personale di un terzo. I servizi sono ora garantiti solo alle persone in condizione di “estrema vulnerabilità“. Sul piano procedurale, ottenere il documento di richiedente asilo può richiedere fino a otto mesi, mentre l’attesa per la determinazione dello status supera spesso l’anno e mezzo. Poiché il Marocco non riconosce formalmente il documento UNHCR come titolo di soggiorno, i rifugiati in possesso di certificati ONU restano comunque esposti ad arresti e spostamenti forzati verso il sud del paese. Sikouk definisce l’UNHCR un “collaboratore” delle autorità marocchine, accusandolo di passività di fronte alle violazioni dei diritti umani e di non esercitare alcuna pressione sullo Stato affinché rispetti gli obblighi internazionali. L’AMDH denuncia inoltre che l’agenzia si rifiuta sistematicamente di incontrare i propri rappresentanti, pur continuando a ricevere altre organizzazioni. GADEM critica invece il modello di lavoro: i donatori impongono le proprie agende e le associazioni locali vengono ridotte a mere esecutrici, senza reale potere decisionale. Dall’inizio del 2026, i rifugiati sudanesi organizzano sit-in ogni lunedì davanti alla sede di Rabat per denunciare i ritardi e il senso di abbandono. MEDIA, VISIBILITÀ E IL RISCHIO DELLO SCIACALLAGGIO ETICO Sul ruolo dei media, le due organizzazioni esprimono posizioni complementari ma con accenti diversi. Per Sikouk, la pressione mediatica internazionale è “la nostra forza” principale: rendere visibile una comunità che soffre nell’ombra è una forma diretta di pressione sullo Stato marocchino, costringendolo a confrontarsi pubblicamente con le proprie mancanze nel garantire diritti basilari come la salute e il sostegno economico. GADEM introduce però una cautela necessaria. Il referente mette in guardia contro quello che definisce “sciacallaggio etico“: operatori dell’informazione che filmano rifugiati in condizioni di estrema miseria per fini personali o di visibilità, approfittando del fatto che persone in condizione di vulnerabilità non sono realmente in grado di negoziare il proprio consenso o la propria immagine. Denuncia inoltre come certi media contribuiscano a costruire lo stereotipo del rifugiato sudanese “violento“, semplicemente perché organizza manifestazioni per rivendicare diritti fondamentali. Una narrazione che viene a volte ripresa anche all’interno delle stesse strutture umanitarie. Sul fronte del conflitto in Sudan, la distanza e la difficoltà di accesso al terreno hanno spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti di rilevazione satellitare: immagini di Google Earth e sensori termici per individuare fosse comuni o concentrazioni di cadaveri laddove l’accesso umano è negato 7. Una documentazione che sopperisce all’impossibilità di inviare reporter, ma che non sostituisce la presenza diretta e il rapporto con le comunità colpite. Il Marocco, nel frattempo, usa i propri canali ufficiali per costruire un’immagine pubblica controllata sul tema della migrazione, cercando appoggio diplomatico nel continente africano. La narrazione statale e quella dei media indipendenti si muovono su binari opposti: da una parte il tentativo di normalizzare e invisibilizzare, dall’altra la denuncia di ciò che avviene davanti alle sedi delle istituzioni internazionali. 1. Segui Sudan su HRW ↩︎ 2. United Nations High Commissioner for Refugees, Sudan Emergency – Operational Data Portal, aggiornamenti 2025-2026 ↩︎ 3. Vedi anche il quadro generale su UNHCR Global Focus ↩︎ 4. Le dinamiche di queste rotte sono documentate anche dall’International Organization for Migration, che monitora gli spostamenti forzati nella regione ↩︎ 5. Trapped between borders and bureaucracy, Al Jazeera (18 aprile 2026) ↩︎ 6. Studi del Migration Policy Institute evidenziano come l’Unione Europea deleghi sempre più il controllo migratorio a paesi terzi ↩︎ 7. Sul fronte del conflitto in Sudan, la difficoltà di accesso al terreno ha spinto media e ricercatori a ricorrere a strumenti alternativi, tra cui database indipendenti come ACLED, che monitora in tempo reale violenze e attacchi ↩︎
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …
“Fin nel Morrocco”: esercizio di pieno e vuoto, uguale e diverso
Settimo giorno – Essaouira Scendendo verso l’Atlantico la terra si distende nel verde della pianura mentre il cielo ritrova, tra nubi residue, il suo azzurro. Il portaoggetti del pullman è stipato di giacconi ormai inutili e speriamo nella clemenza del tempo per questo nostro penultimo giorno di viaggio prima di raggiungere nuovamente Casablanca. Già pregustiamo, dopo tanto mangiare di carni, il pesce cotto alla brace sulla spiaggia di Essaouira, l’antica Mogador. Intanto attraversiamo la foresta di cedri il cui legno vedremo lavorato tra i banchi del mercato. E lo sguardo si apre dal verde della vegetazione ai tetti della città e, finalmente, sull’azzurro del mare. E di mare sa anche il pasto del pranzo consumato alle cinque del pomeriggio dopo aver acquistato il pesce al mercato e avere atteso per l’ultimo turno della brace. Per smaltire spigole, gamberi, saraghi, calamari, tonno, accompagnati dalla tipica insalatina di pomodori e cipolla, ci concediamo un ultimo, forse, giro tra le botteghe e le bancarelle del grandissimo mercato dentro le mura. È sempre una girandola di colori e forme che invita a desiderare di portarsi via tutto, così come è esposto, ma bisogna pur fare i conti con l’esiguo spazio ormai rimasto nelle valigie e il vuoto lasciato nel portafoglio. Le ultime contrattazioni sperano di esaurire, facendo buoni affari, i diram rimasti e pieno e vuoto si rincorrono ancora. Non può essere ora di cena troppo presto e, rompendo il digiuno alcolico, troviamo un locale dove servono birra, vino e cocktail accompagnati da musica dal vivo e successivo djset in terrazza. Possiamo scatenarci nel ballo insieme a tutte le lingue e gli sguardi del mondo! Tornando verso il riad, nonostante quasi tutti i locali siano ormai chiusi, troviamo lo spazio e il tempo per un pasto veloce a mezzanotte: gustiamo lentamente una shawara col kebab prima di sprofondare nel sonno. Ottavo giorno – ritorno a Casablanca Essaouira ci saluta con la pioggia del mattino ma ci concede una tregua per un’ultima passeggiata sulle terrazze della fortezza affacciata sull’oceano e la sua spuma di onde alte. Ci aspettano alcune ore di viaggio per tornare a Casablanca e alla nostra ultima notte in Marocco. Viaggiamo sotto un cielo plumbeo che conferma la necessità, percepita all’inizio del viaggio, di scardinare preconcetti e aspettative su quest’Africa così ricca di paesaggi diversi con tutti i suoi colori. Fa freddo in Africa e il vento sferza la costa, come ovunque sull’Atlantico, facendo delle sue spiagge la California africana per gli amanti del windsurf. Si fa più biondo il fieno sulle spighe come gialle sono le piccole margherite che schiacciano l’occhio dai bordi della strada alle sorelle del mio Sud nel vecchio continente mentre qui noi siciliani siamo chiamati fratelli. Eppure molti di quelli con i quali la conversazione, in una lingua mista di italiano, inglese e francese, è andata oltre il saluto, ci parlano di famiglia che in Italia sta al Nord: Modena, Brescia, Milano. È la grande famiglia allargata quella di cui parlano, fratelli e sorelle, cugini e parenti più lontani. Anche stavolta un’altra Africa di diverse migrazioni. Diversa rotta porta la pancia delle navi stipate di auto cariche sui tetti da Tunisi a Trapani e altre sono le imbarcazioni che dalle spiagge libiche tentano il disperato approdo a Lampedusa. I poveri sono diversamente poveri. Fantasmi le ombre scure che spariscono nella notte alla stazione centrale di Palermo con i sacchetti di porzioni di cibo distribuiti da volontari e invadente presenza i mendicanti di Essaouira con i loro stracci lerci tra i passi dei turisti o immobili per la questua agli angoli delle strade. Diversi ed uguali come i senzatetto sotto i portici di ogni grande città. Intanto, prima di entrare in autostrada, attraversiamo più piccoli insediamenti urbani dalle costruzioni basse che si sviluppano lungo la via principale, come in tutti i paesi di provincia attraversati da auto di passaggio mentre il paesaggio mantiene il suo sguardo di pianura. Greggi sparse guidate da più o meno giovani pastori dagli abiti lunghi e il capo coperto come il San Giuseppe delle statuine di un presepe si spostano nelle distese di campi da foraggio e di erbe selvatiche. E poi di nuovo il nuovo, o forse solo più consueto, paesaggio di Casablanca, città moderna con il suo traffico e i fumi di smog nell’aria nonostante il vento dell’Atlantico che anche qui si gonfia di onde da lontano. Domani si vola a casa. Maria La Bianca
April 13, 2026
Pressenza
“Fin nel Morrocco, e l’isola de’ Sardi”
Scoprendo un’altra Africa – Primo giorno La campagna marocchina che da Casablanca ci accompagna a Rabat è un paesaggio consueto di arbusti e cespugli fioriti, oltre la diversa nomenclatura, lungo il ciglio della strada e di pietraie di terra rossa. Anche i minareti che si stagliano tra i tetti degli agglomerati urbani poco distanti confondono l’abitudine ai campanili delle chiese nostrane. Quello che richiede all’occhio un esercizio di meraviglia è l’assenza di ostacoli fino al confine col cielo di pianura che in questo primo giorno di viaggio si offre netto allo sguardo. E così salutiamo la grande metropoli industriale, la spianata della moschea monumentale interdetta al nostro passo, i quartieri alti di ville murate e più rudimentali muri che nascondono i tetti popolari fioriti di parabole e biancheria stesa sulle grate alle finestre in assenza di balconi. E non sembra ancora Africa o forse è solo un’altra Africa, come del resto ovunque in questo smisurato continente a giocare tra l’immaginario e I’immagine, l’aspettativa e l’attesa di questo giorno di sabato con il suo carico di umanità. Sempre verde ti accoglie la capitale Rabat e anche qui tutto è grande: i due stadi di calcio, il vecchio e il nuovo, il secondo costruito per i mondiali che verranno, qui, nel 2030. E poi le concessionarie delle grandi case automobilistiche, svincoli e rotonde attrezzate per i giochi dei bambini. Grandi i parcheggi per i pullman. Grande il cimitero ebraico. Lunga la strada che conduce alla porta centrale del palazzo reale. Grande l’ombra del verde sui giardini botanici. Poi la casba recupera tutto il suo sapore mediterraneo nell’intonaco bianco su per le scale e nelle file ordinate delle palme e delle sue sorellastre sintetiche, a mimetizzare i ripetitori.  Nei vassoi offerti per il tè la menta riproduce i suoi profumi affacciata sull’oceano. Fuori da Rabat, in direzione di Meknes, il rosso della terra è appena un’intuizione sotto il manto verde dell’erba e ancora fanno ombra le chiome di un bosco lussureggiante alle scampagnate familiari nel pomeriggio del sabato. E si distende, allontanandosi dal mare, la terra. Più avanti, appena il tempo di assecondare la sonnolenza del dopo pranzo, e il paesaggio si fa più morbido, in un susseguirsi di linee curve e diverso verde, ora più scuro a tratti, ora più chiaro, di terra coltivata e macchie improvvise di giallo a fare l’occhiolino al sole e ad il suo oro. Giovani ulivi, alberi da frutto, fitto di margherite a bordo strada. Rari casolari di campagna, bocca sdentata nel sorriso brillante dei colori. E sempre azzurro, il cielo di questo mite aprile allontana il grigio ticchettio sulla tettoia di plastica dei giorni passati a casa mia dove la primavera gioca a nascondino e non si fa trovare. Arriverà in questo nord d’Africa il deserto che già minaccia, oltre la sua stagione prolungata delle piogge, il sud d’Europa. Nomi i continenti e senza confini il mutare inarrestabile delle stagioni nel suo clima di fuoco. Poi, già da lontano le case di Meknes cambiano il paesaggio. Meknes: rossa dentro, verde fuori, divisa in due anche tra vecchio e nuovo nei secoli della sua costruzione. Altro è il calore della casa che ci accoglie a cena, calore buono di cucina e pasto condiviso in abbondanza. Per noi ha cucinato Adjira con i sapori e i profumi della terra, lavoro alacre delle mani a incocciare il dono del grano e inchino alla pietanza sul fuoco, a terra. Zucca, patate, verza e ancora ceci, fave, fagioli sapientemente dosati con l’agrodolce della cipolla addolcito dall’uvetta, inumiditi nel brodo dove la carne ha cotto lentamente. È il cous cous marocchino delle sette verdure che troneggia al centro della tavola dove ci ritroviamo a ringraziare per questa giornata con tutto quello che ci ha donato. Ora ancora strada, ormai nel buio, per raggiungere Fes e il sonno ristoratore. Fes…ta di mani operose e voci, fumi, sapori.  Capo, Ballarò, Vucciria…suk! – Secondo giorno Fes ci accoglie in una fresca mattina che ci tiene un po’ coperti nelle sue viuzze all’ombra in direzione della conceria. Ed eccola, uscendo al sole, anticipata dalle pelli stese sulle mura. Arrivati in cima ad un discreto numero di scale ringraziamo del dono fatto all’entrata. L’odore è insopportabile e ci dà sollievo il mazzetto di menta sotto il naso. Ci affacciamo su un susseguirsi di vasche di pietra e diversi ordini di tetti dove le pelli vengono trattate e messe ad asciugare. L’odore così pungente è dovuto al guano di piccione, uno degli ingredienti della concia giunto dai tetti della città forniti di piccionaie. Qui si cucina tajine di piccione e i suoi escrementi vengono venduti a 20 euro al sacco.  A prescindere da qualunque considerazione ecologista e di scelta etico-alimentare, si tratta di economia circolare dalla tavola al negozio. Saliamo poi su una collina e dalla terrazza di un albergo a cinque stelle ci affacciamo sui trecentoquarantasette quartieri della città divisa in tre: la nuova, quella del quartiere andaluso e tra le due la vecchia, dentro le mura con le sue quattordici porte e le diecimila stradine e fuori con il quartiere ebraico e i giardini. Ora il sole alto ci invita a spogliarci delle giacche e di tutti i pensieri che non siano questo stare qui, ora, esposti ai suoi raggi. Un attimo di pausa prima di riprendere la strada per visitare una fabbrica artigianale dove lavorano centoventi mastri ceramisti. Oggi è giorno di turni di riposo in alternativa al canonico venerdì ma possiamo ugualmente vederli all’opera, con le mani sull’argilla al tornio, a seguire attentamente il disegno con una punta finissima di pennello e colore e infine seduti per terra a colpi precisi di scalpello per le trentacinque diverse forme di piccoli pezzi da mosaico. Ancora strada e ci lasciamo inghiottire dal suk e i suoi fumi di carne sulla griglia, piccole cucine e improvvisati tavolini condivisi per un pasto veloce dove non manca mai un bicchiere di tè alla menta e boccioli di gelsomino. Un po’ come a casa, alla mia tavola, gusto un piccolo lemmo di macco di fave chiacchierando con una giovane ingegnera marocchina nata a Bergamo e, almeno per il momento, residente a Parigi, dove lavora. Giro girotondo, quanto è bello il mondo! Un manipolo irriducibile di noi rinuncia al tempo del riposo per una veloce camminata nelle stradine strette che con tutto il loro carico di vita sulla testa ci portano finalmente ad un Hammam con milleduecento anni di storia e, con l’ennesimo bicchiere di tè alla menta in mano, attendiamo di concederci più che un riposo. “Dalle Alpi alle piramidi” Da Efram a Merzouga – Terzo giorno Da Fes, scendendo a sud verso il deserto, si sale in montagna e cambia il paesaggio, con i tetti a spiovere delle case e i boschi, curatissimi nel sottobosco. Più avanti passeremo da Efram, piccola città a ridosso della foresta delle scimmie ed il suo piccolo lago. I marocchini ricchi, a cui non piace il mare, vengono qui in estate, nelle ville o in appartamenti in affitto, dice la guida, quando si sciolgono le nevi più in alto e arriva l’acqua alle sorgenti. In inverno si viene a sciare. Terra dell’Atlante e di uno dei quattro gruppi etnici in cui si sono divisi i berberi, diversi per lingua, arrivati qui dall’Egitto.   Il paesaggio, prima di Efram, ai bordi della strada si fa a tratti più brullo di terra e pietra e l’occhio, cercando il verde dei boschi sulla linea ondulata dell’orizzonte, si imbatte nei tetti rossi dell’università privata “Dei fratelli”, anche questa per i ricchi che da qui, una volta laureati, vedranno riconosciuto il loro titolo in tutto il mondo. A sinistra comincia la recinzione del palazzo reale: in ogni città il re del Marocco ha una sua dimora e così anche qui, in questa piccola Svizzera.  Un leone di pietra ci accoglie all’ingresso di Efram, in questa Africa la montagna ci è sorella per altezza raggiungendo la stessa di Piano Battaglia. Altra cosa la catena innevata che si confonde con il cielo bianco oltre l’altopiano di vegetazione bassissima che stiamo attraversando, preludio del deserto che raggiungeremo alla sua porta ancora tra qualche ora di viaggio dopo la sosta del pranzo. Adesso cambiano i colori. Il verde, che aveva spadroneggiato, cede il posto a tutte le tonalità della terra rossa, ramata, ocra, vicina ai colori della nostra Lampedusa che qui sembra rivendicare la sua maternità africana, così diversa dalle sue sorelle sicule di origine vulcanica. Anche la temperatura si fa via via più calda. Greggi di pecore si mimetizzano col paesaggio grazie al loro vello scuro. La terra è tonda ma qui è anche piatta, ai piedi delle montagne in un crescendo di alture curvilinee assecondate dell’asfalto che la attraversa arrampicandosi fiancheggiata da pareti di roccia e terra asciutta, spaccata. Anche qui squarci di verde di conifere piantumate in epoche diverse, cura dell’uomo al respiro della terra. Chissà in quale respiro trovano ristoro gli uomini e le donne che popolano questi luoghi in abitazioni basse, chiare, essenziali, dello stesso colore asciutto della terra, accompagnando i loro giorni al seguito delle greggi! Lungo la strada a noi si accompagna sulla destra un corso d’acqua che ci regala il verde di un anticipo di oasi e i merli di un caravanserraglio mentre improvvisamente, a sinistra, si stende, nel rosso estremo della terra, uno specchio azzurro di lago. E ancora terra e tetti d’argilla cruda e palme. Donne sull’uscio del defunto in visita alla casa nell’abito tradizionale nero. Ragazzi in divisa all’uscita di scuola. E poi, alle spalle il rilievo violaceo e finalmente, davanti, in fondo a tutto, le prime dune. E infinito vuoto di sabbia piatta recintata di canne perché il vento non la porti sulla strada. Un tutto pieno di emozioni.   Maria La Bianca
April 7, 2026
Pressenza
Puntata del 03/02/2026@0
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero: 6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata internazionale di azione congiunta dei porti I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e lotta il 6 febbraio 2026. In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni, convocata sulle seguenti motivazioni: per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra; per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali; per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche; per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e automazione dei porti. Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio: Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale del porto Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso principale del porto. Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto). Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC (International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM. Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici: Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano. Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del porto di Brema. Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la Palestina e indipendenti. Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del “Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti degli scioperi generali al grido ICE OUT. In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del 6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà alle 4 del pomeriggio. Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori petroliferi del Brasile. Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze nazionali e internazionali. Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra mettendo insieme più sindacati di più paesi. Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo. La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie. Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per analizzare il fenomeno. Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6 febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare, subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il licenziamento diretto. Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali. L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci, avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in carico la vertenza. Buon ascolto
February 5, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 03/02/2026@1
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero: 6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata internazionale di azione congiunta dei porti I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e lotta il 6 febbraio 2026. In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni, convocata sulle seguenti motivazioni: per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra; per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali; per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche; per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e automazione dei porti. Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio: Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale del porto Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso principale del porto. Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto). Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC (International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM. Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici: Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano. Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del porto di Brema. Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la Palestina e indipendenti. Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del “Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti degli scioperi generali al grido ICE OUT. In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del 6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà alle 4 del pomeriggio. Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori petroliferi del Brasile. Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze nazionali e internazionali. Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra mettendo insieme più sindacati di più paesi. Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo. La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie. Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per analizzare il fenomeno. Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6 febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare, subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il licenziamento diretto. Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali. L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci, avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in carico la vertenza. Buon ascolto
February 5, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 03/02/2026@2
Il primo argomento della puntata è stato quello dello sciopero internazionale dei porti, indetto e coordinato dal CALP e dal sindacato di base USB, e che sempre nelle acque del Mediterraneo avrà luogo in Grecia, nei Paesi Baschi, in Marocco e in Turchia. Anche qui in Italia ci saranno manifestazioni che vedranno protagonisti i portuali di ben 11 città, coinvolti attivamente contro la logistica di guerra. Abbiamo intervistato Riccardo dei CALP per farci spiegare le rivendicazioni e la portata di questa iniziativa, per poi addentrarci sulle condizioni generali vissute da chi lavora nei porti e che da qualche anno a questa parte si ritrova volente o nolente in prima linea contro la logica di guerra permanente e riarmo. Di seguito il comunicato dello sciopero: 6 Febbraio 2026: “I Portuali non lavorano per la guerra”. Giornata internazionale di azione congiunta dei porti I sindacati Enedep di Grecia, Lab dei Paesi Baschi, Liman-Is di Turchia, ODT del Marocco e USB in Italia hanno chiamato la Giornata internazionale di azione e lotta il 6 febbraio 2026. In quella giornata, i lavoratori portuali di circa 21 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina, manifesteranno e sciopereranno insieme, una forma concreta di protesta al quale non si assisteva da decenni, convocata sulle seguenti motivazioni: per garantire che i porti europei e mediterranei siano luoghi di pace e liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra; per opporsi agli effetti dell’economia di guerra sui nostri salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza per bloccare tutte le spedizioni di armi dai nostri porti verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, e per chiedere un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali; per opporsi al piano di riarmo dell’UE e per fermare l’imminente piano dell’UE e dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche; per respingere il riarmo come alibi per introdurre ulteriore privatizzazioni e automazione dei porti. Ecco l’elenco delle iniziative in Italia indette per quel giorno: Genova – ore 18.30 – Varco San Benigno Livorno – ore 17.30 – piazza 4 Mori Trieste – ore 17.30 – Cia K. Ludwig Von Bruck presso autorità portuale Trieste Ravenna – ore 15.00 Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale) Ancona – ore 18.00 Piazza del Crocifisso Civitavecchia – ore 18.00 – Piazza Pietro Gugliemotti Salerno – ore 17.00 – varco principale al porto Bari – ore 16:00 – Terminal Porto Crotone – ore 17.30 – Piazza marinai d’Italia presso l’entrata del porto. Palermo – ore 16.30 – Varco Santa Lucia Cagliari – ore 17:00 – via Roma lato porto Queste sono le principali iniziative convocate nei principali porti europei dalle organizzazioni sindacali che hanno chiamato il 6 febbraio: Pireo (Grecia) – Appuntamento alle 10.30 l.t. davanti all’ingresso principale del porto Elefsina (Grecia) – Appuntamento alle ore 10.30 l.t davanti all’ingersso principale del porto. Bilbao (Paesi Baschi) – Ore 10.00 preso il porto Pasaia/ San Sebastian (Paesi Baschi) – ore 10.00 presso il porto Mersin (Turchia) – ore 10.30 l.t. terminal porto Tangeri (Marocco) – ore 10.00 presso l’ingresso del porto (al momento da confermare visto il grave allarme meteo che potrebbe chiudere il porto). Hanno espresso solidarietà e sostegno alla giornata del 6 febbraio l’IDC (International Dockworkers Council), la WFTU (Federazione Sindacale Mondiale) e la TUI Tppfc – Federazione dei trasporti Europei sempre della FSM. Sono arrivate adesioni in supporto e solidarietà da altri porti europei tramite gruppi indipendenti di lavoratori portuali e movimenti sociali e politici: Amburgo – Manifestazione con più appuntamenti che parte alle ore 13.00 presso il terminal Hapag-Lloyd per finire alle ore 17.00 davanti al consolato americano. Brema – Manifestazione dalle ore 12.30 alle ore 14.15 presso l’Eurogate del porto di Brema. Marsiglia – Manifestazione dalle 12.00 alle 14.00 davanti all’ingresso del porto commerciale di Fos-De-Mer alla presenza di sindacalisti e portuali per la Palestina e indipendenti. Per quanto riguarda oltre l’Europa, la giornata del 6 febbraio sta incontrando molte adesioni e manifestazioni di solidarietà soprattutto da USA e Sud America che sono in via di aggiornamento nelle prossime ore Al momento, negli USA abbiamo ricevuto il sostegno da parte del movimento del “Stop Us-Led War” attivo anche in Venezuela e Colombia e abbiamo anche ricevuto la solidarietà del sindacato di Minneapolis SEIU Local 26, tra i protagonisti degli scioperi generali al grido ICE OUT. In Colombia segnaliamo l’iniziativa convocata in solidarietà con la giornata del 6 febbraio dal movimento “Green go home” davanti all’ambasciata USA di Bogotà alle 4 del pomeriggio. Manifestazione di solidarietà e vicinanza anche dal sindacato dei lavoratori petroliferi del Brasile. Dalle ore 17.30 del 6 febbraio presso tutti i canali social di USB sarà disponibile la diretta della giornata con interventi e contributi dalle piazze nazionali e internazionali. Si profila una giornata di lotta e di solidarietà internazionale, la dimostrazione che si può concretamente fare qualcosa contro la guerra, le aggressioni, le rapine di risorse e contro gli effetti dell’economia di guerra mettendo insieme più sindacati di più paesi. Un primo punto di partenza ma che marca un livello di mobilitazione che può mettere in difficoltà i disegni di sfruttamento dei portuali e di tutti i lavoratori da parte di chi oggi pensa di guidare il mondo. La solidarietà internazionale è una parte essenziale del nostro futuro!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della serata ha riguardato un appuntamento che si terrà venerdì 6 febbraio presso il Laboratorio Malaerba a Torino, ovvero un evento a metà tra reading teatrale e di riflessione sul tema delle mafie. Abbiamo ospitato al telefono Antonio Vesco, antropologo e sociologo che si occupa appunto di studio dei fenomeni mafiosi per farci raccontare qualcosa di più su questo evento, oltre che per parlarci del suo ultimo libro “Criminalità immaginate” edito da Tangerin edizioni, da cui sono estratti molti brani di questa sorta di conferenza teatrale. Ci siamo fatti spiegare il perchè il mondo considerato mafioso e quello del precariato lavorativo finiscono per incrociarsi all’interno del testo di Antonio Vesco e da quali casi di studio è partito per analizzare il fenomeno. Vi invitiamo perciò a partecipare a questo evento che ricordiamo si terrà il 6 febbraio alle ore 19:30 presso il Laboratorio Malaerba in Via Verres 4 a Torino. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della serata è stato quello di un provvedimento disciplinare, subito da una lavoratrice che lavorava come dipendente da più di trent’anni presso il supermercato Pam di via Sabotino a Grosseto a fronte di un provvedimento disciplinare erogato dall’azienda che le è costato il licenziamento diretto. Il tutto è partito da un banalissimo episodio: La dipendente dopo il turno di lavoro aveva fatto compere presso lo stesso esercizio per il quale lavorava, ma dopo aver fatto cadere per incidente un flacone di detersivo, con il permesso del responsabile del punto vendita, ne ha preso un altro dagli scaffali. L’azienda la accusa pertanto di furto. Ne abbiamo parlato con Paolo Martellucci, avvocato della lavoratrice, che assieme al siundacato FILCAMS CGIL ha preso in carico la vertenza. Buon ascolto
February 5, 2026
Radio Blackout - Info
I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale
Con la conferenza online del 27 gennaio, le 5 organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori portuali, l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB Lavoro Privato in Italia hanno confermato la giornata di lotta dei portuali del 6 febbraio con lo slogan […] L'articolo I portuali non lavorano per la guerra, 6 febbraio giornata di lotta internazionale su Contropiano.
February 1, 2026
Contropiano