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“Se questa è Europa: Ceuta mette alla prova il Patto UE su migrazione e asilo”
Dal 30 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo. L’attraversamento non autorizzato di decine di migliaia di persone in pochi giorni ha messo nuovamente in crisi il dispositivo di frontiera tra Spagna e Marocco. L’ennesima crisi che si somma, tra le altre, alla strage di Beliounech del 2005, a quella del Tarajal del 2015 e quella di Barrio Chino del 2022.  Secondo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e Caminando Fronteras, questa estate hanno perso la vita almeno 141 persone. Un numero che si aggiunge al macabro conto di vittime di una frontiera che da vent’anni continua a uccidere. L’ennesima strage, ma la prima dall’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Che cosa succede quando le garanzie previste dal diritto europeo incontrano le pratiche quotidiane di una frontiera? E cosa resta di quelle garanzie per chi non riesce nemmeno ad accedere alle procedure di asilo? È a partire da queste domande che nasce “Se questa è Europa. Ceuta: il Patto UE su migrazione e asilo alla prova della prima crisi del dispositivo di frontiera” 1, il rapporto di monitoraggio giuridico curato da Nicola Datena, Luna Selimovic’ e Clara Tacconi per l’associazione di promozione sociale Le Carbet. Il rapporto ricostruisce le procedure applicate dalla Spagna tra il 12 giugno e il 13 ottobre 2026, dai giorni precedenti agli attraversamenti di massa fino allo sgombero del campo del Guano di fine settembre. L’analisi si basa sulla normativa, sui documenti ufficiali e sulle verifiche condotte direttamente sul territorio tra l’8 e il 13 ottobre ed evidenzia serie contraddizioni tra le garanzie previste dalla normativa e le pratiche adottate sul campo. FUORI DALLE PROCEDURE: ESPULSIONI SOMMARIE E RITORNI FORZATI Un primo aspetto problematico sollevato dal rapporto è che la Spagna ha iniziato ad applicare i regolamenti del Patto attraverso una semplice istruzione amministrativa, in assenza della legge nazionale di attuazione e del meccanismo indipendente di monitoraggio previsto dalla normativa europea. Ma il problema non si esaurisce nelle modalità con cui le nuove norme sono state recepite.  “Le regole del Patto valgono solo per chi arriva al CATE (Centro di Accoglienza Temporanea per Stranieri – ndr) e chiede asilo. Prima e dopo prevalgono regole esterne alla procedura, informali e non prevedibili.” Le persone che non accedono al CATE del Tarajal per formalizzare la domanda di asilo affrontano destini differenti: respingimenti a caldo, permanenze prolungate senza identificazione ed espulsioni sommarie verso il Marocco attraverso un varco nella recinzione. All’interno del rapporto, anche alcune testimonianze dirette di queste pratiche di espulsioni informali: “La polizia oggi è arrivata e ha detto ai giovani “alzatevi e venite con noi, vi porteremo al valico di frontiera, vi prenderemo le impronte digitali e scopriremo la vostra identità, chi siete. e poi vi riporteremo nei campi temporanei”. Quindi i ragazzi si sono fidati di loro, ma quando sono arrivati alla frontiera li hanno costretti ad uscire in Marocco. – R., Ceuta, 11 ottobre 2026 Oltre alle violazioni dei diritti fondamentali che comportano queste pratiche, il rapporto sottolinea anche che queste modalità di consegna non permettono nemmeno di distinguere tra rientri volontari ed espulsioni vere e proprie, sollevando serie perplessità anche sulla trasparenza dei dati ufficiali forniti dal Governo spagnolo. Foto tratte dal rapporto SGOMBERI DEI CAMPI INFORMALI E PRECARIETÀ COME STRUMENTI DI GESTIONE Un altro aspetto analizzato dal rapporto è la gestione delle persone rimaste escluse da strutture di accoglienza e di riparo dopo gli attraversamenti di questa estate.  Come denunciato da No Name Kitchen, molte persone si erano riversate nelle spiagge di Ceuta perché nelle zone boscose, dove si erano inizialmente riparate, hanno subito aggressioni notturne e rastrellamenti. Gli sgomberi dei ripari di fortuna sulle spiagge della città hanno ridotto la presenza visibile delle persone sfollate, che tuttavia non hanno ricevuto soluzioni abitative alternative: numerose persone si sono disperse nei quartieri della città e nuovamente nelle zone montuose circostanti, spesso senza accesso all’assistenza e alle tutele necessarie. Lo sgombero del campo del Guano, che conclude il periodo preso in esame dal rapporto, rappresenta una delle tappe di questo processo. > Le persone sono spaventate dall’incontro con le autorità e spesso decidono di > vivere nascoste. Accoglienza insufficiente, sgomberi, violenze e informazioni contraddittorie contribuiscono a rendere sempre più insostenibile la permanenza sul territorio. È proprio su questo punto che il rapporto solleva una delle questioni più rilevanti: la precarietà è soltanto una conseguenza dell’emergenza oppure è diventata, nei fatti, una modalità di gestione della stessa? Quando mancano un alloggio, un’assistenza adeguata e prospettive credibili, restare può diventare sempre più difficile. Il ritorno in Marocco rischia allora di apparire come l’unica alternativa possibile, anche in assenza di un provvedimento formale di espulsione. Il rapporto invita così a interrogarsi sulle forme indirette attraverso cui il controllo delle frontiere può condizionare le scelte e i movimenti delle persone migranti. “UN HOTSPOT SU SCALA TERRITORIALE”  Il report prende in considerazione anche gli effetti della gestione dell’emergenza sul territorio di Ceuta, che arriva a definire “un hotspot su scala territoriale”.  > Le persone sulla base di procedure informali di polizia sono state confinate > nell’intera città di Ceuta, senza provvedimenti individuali e senza alcun tipo > di procedura formale. La gestione dell’emergenza finisce così per coinvolgere l’intero spazio urbano, mentre l’insufficienza dell’accoglienza e la mancanza di prospettive alimentano l’isolamento di chi è rimasto bloccato a Ceuta. Il risultato è una situazione in cui le persone rimangono intrappolate in uno spazio ristretto, esposte all’incertezza delle procedure e alla difficoltà di costruire alternative alla propria permanenza. A questa situazione si aggiunge l’assenza di solidarietà da parte degli altri Stati europei, che lascia alla Spagna il peso della gestione degli arrivi senza una risposta condivisa a livello dell’Unione. Una contraddizione che interroga direttamente il principio di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi il sistema europeo comune di asilo. “Il Patto prometteva la condivisione della responsabilità tra Stati membri. La risposta degli altri Stati è stata la chiusura. (…) Non risulta che il meccanismo di solidarietà del Reg. 2024/1351 sia stato attivato o discusso per la Spagna. La Spagna, dal canto suo, non ha distribuito le persone nemmeno sul proprio territorio. La solidarietà si è rovesciata in contenimento.” Foto tratte dal rapporto LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL RAPPORTO RIGUARDANO ANCHE L’ITALIA Per quanto riguarda l’Italia, le autrici del rapporto avvertono: “Il decreto del 21 luglio 2026 estende la frontiera a intere province, con il rischio di creare spazi di trattenimento come quello di Ceuta”. A partire dal caso di Ceuta, Se questa è Europa chiede quindi di concentrare la nostra attenzione oltre la gestione contingente di una crisi. Il Patto europeo su migrazione e asilo va valutato non soltanto attraverso le disposizioni che introduce, ma anche osservando cosa accade alle persone quando quelle disposizioni vengono applicate, quando le procedure non sono accessibili a tuttə e quando l’emergenza giustifica interventi che incidono sulla libertà di movimento e sulle possibilità di chiedere protezione. La questione è capire quale spazio rimanga per le garanzie fondamentali quando le procedure di frontiera diventano il principale strumento di governo della mobilità e quando l’emergenza rischia di trasformarsi in una condizione permanente. Su questo gli autori e le autrici del rapporto giungono a una conclusione netta, che non lascia spazio a dubbi: ”Alla prima prova reale, il Patto non ha mantenuto le sue promesse. Con la sua entrata in vigore i problemi sono rimasti invariati, le violazioni dei diritti fondamentali si sono aggravate e i problemi di gestione delle richieste di protezione internazionale sono diventati più complessi e macchinosi”. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Spesso certe notizie scompaiono dai nostri radar, ma la gente implicata, no. A Ceuta ci sono tanti ragazzi che aspettano ancora tra cartoni e coperte improvvisate delle soluzioni. Arrivano dal Marocco e, come tutti i ragazzi del mondo, hanno un’idea abbastanza precisa di ciò che vorrebbero diventare. Youssuf sogna di fare il barbiere, Mohamed il calciatore, Omar di aprire un bar. Non hanno smesso di immaginare un futuro diverso da quello che è capitato loro in sorte, continueranno comunque a sognare quei ragazzi. A pochi passi da dove si trovano c’è l’Europa. Da una parte una promessa di opportunità, libertà e benessere; dall’altra una frontiera che li respinge. Ma a Ceuta i loro destini si risolvono nello spazio di una notte. Racconta Claudio Fava su Domani: “Duemila baracche tirate su nella spiaggia di Benitez, poi, all’alba, non c’è più nulla: sono venuti a prenderli di notte, hanno fatto un rapido triage, asilo umanitario per nessuno, tutti espulsi. Se vanno via con le buone, potranno riprovarci. Altrimenti resteranno fuori dall’Europa per i prossimi cinque anni”. Siamo in Spagna, oltretutto una Spagna con un governo di sinistra, ma è così in tutta Europa dove le destre stanno prendendo il sopravvento e dettano le regole. Nelle piazze di tutta Europa aumentano i consensi grazie al loro programma, forte, sintetico, efficace: remigrazione. E lo sanno molto bene, con quel semplice slogan guadagnano voti. Negli ultimi anni abbiamo imparato a ripetere che non possiamo accogliere tutti. È una constatazione che, in alcuni casi, contiene una parte di verità. Ma troppo spesso è diventata anche il modo per interrompere ogni altra domanda. Come se le disuguaglianze globali, il colonialismo, le guerre, lo sfruttamento economico, le frontiere e la sorte di chi nasce dalla parte sbagliata del mare fossero fenomeni naturali, sottratti alla responsabilità umana. È qui che si è consumato uno slittamento più profondo. Abbiamo progressivamente smesso di chiederci come trasformare ciò che appare ingiusto e abbiamo iniziato a chiederci soltanto come difendere ciò che possediamo. Il valore delle cose sembra misurarsi sempre più in termini di sicurezza, proprietà, protezione del proprio benessere. Ciò che non rientra in questo perimetro perde consistenza morale. La cura, la giustizia, l’attenzione verso chi resta indietro vengono percepite come esigenze secondarie, quasi un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è garantito. Se la derisione del più debole diventa linguaggio comune L’indifferenza, del resto, raramente nasce da una scelta deliberata. Cresce poco alla volta. Si insinua nelle abitudini, nei gesti quotidiani, nel modo in cui impariamo a convivere con la sofferenza senza più lasciarcene toccare. Accade quando il dolore degli altri diventa parte del paesaggio. Oggi, però, sembra emergere qualcosa di ancora più inquietante. Per molto tempo l’indifferenza ha assunto soprattutto la forma del voltarsi dall’altra parte. Ora, sempre più spesso, non basta più ignorare. Assistiamo a una trasformazione culturale che premia l’ostentazione della durezza. Il rifiuto diventa spettacolo. La derisione del più debole diventa linguaggio comune. L’empatia viene liquidata come ingenuità o debolezza, mentre il disprezzo si presenta come realismo, lucidità, buon senso. Non siamo soltanto di fronte a una società stanca. Siamo di fronte a una società che rischia di fare dell’incattivimento un’identità. Questo cambiamento non resta confinato ai comportamenti individuali. Entra nel discorso pubblico, diventa linguaggio politico e cerca consenso. In Italia lo vediamo chi governa trasforma l’espulsione e il respingimento in una promessa di risanamento, ma anche nella retorica che presenta la difesa dei confini e dell’identità nazionale come risposta privilegiata alle inquietudini sociali. Lo vediamo nelle parole di Vannacci, Salvini e Meloni, pur con ruoli, posizioni e responsabilità politiche differenti. E lo ritroviamo, in forme proprie di ciascun Paese, nella crescita e nella legittimazione delle destre nazionaliste in Francia e in Germania. Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni diverse, né di liquidare come irrazionale ogni preoccupazione legata alle migrazioni. La questione è un’altra: che cosa accade quando la paura viene alimentata, quando lo straniero viene rappresentato prima di tutto come una minaccia e quando il rifiuto viene presentato come una prova di coraggio? Che cosa accade quando la durezza non è più qualcosa di cui vergognarsi, ma diventa un segno di appartenenza, una qualità da esibire, persino una ragione per sentirsi migliori? I leader politici non si limitano a raccogliere le paure che attraversano una società. Con le parole che scelgono contribuiscono anche a orientarle, a dare loro una direzione, a stabilire chi merita protezione e chi può essere lasciato fuori. Per questo il linguaggio non è mai irrilevante: ciò che viene ripetuto, legittimato e trasformato in senso comune finisce per modificare anche il confine di ciò che siamo disposti ad accettare. Ed è questo il passaggio più pericoloso. Non quando smettiamo di vedere il dolore, ma quando iniziamo a rivendicare come un valore la nostra capacità di restarne immuni. Non quando la sofferenza altrui ci lascia indifferenti, ma quando la utilizziamo per rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo, a una comunità, a una visione del mondo. Quando il benessere dei nostri viene contrapposto a quello degli altri, come se la dignità fosse una risorsa limitata e riconoscerla a qualcuno significasse sottrarla a qualcun altro. Abbiamo smesso di immaginare Vale allora la pena fermarsi e domandarsi: è davvero questo il futuro che desideriamo? Una società nella quale il benessere di alcuni richiede l’impoverimento morale di tutti? Una società che considera la durezza una virtù e la compassione una colpa? Una società nella quale si può ottenere consenso non mostrando la capacità di affrontare i problemi, ma indicando qualcuno da respingere e convincendoci che la sua esclusione ci renderà più sicuri? Abbiamo smesso di immaginare, di visualizzare un mondo in cui sia non accettabile il sacrificio di alcuni a beneficio di altri. Ricominciare a immaginare non significa inseguire un’utopia o negare i limiti della realtà. Significa rifiutare l’idea che il presente coincida con il destino. Significa ricordare che ciò che oggi appare inevitabile è quasi sempre il risultato di scelte, rapporti di forza, decisioni politiche e culture condivise. E che, proprio per questo, può essere messo in discussione. Immaginare un futuro diverso significa anche non accettare che le nostre paure diventino l’unico criterio con cui guardare il mondo. Significa provare a distinguere la necessità di affrontare problemi concreti dalla tentazione di trovare qualcuno su cui scaricarli. Significa non rinunciare alla domanda su quale società vogliamo costruire, anche quando le risposte sono difficili e nessuna soluzione è semplice. I ragazzi di Ceuta continuano ad aspettare tra i cartoni, aggrappati ai loro progetti e alle loro speranze. Forse la domanda che ci pongono non riguarda soltanto il loro futuro. Riguarda il nostro. Perché una società smette davvero di immaginare quando non riesce più a vedere alternative all’ingiustizia. E diventa più povera ancora quando, per sentirsi al sicuro, non si limita a respingere l’altro, ma sente il bisogno di disprezzarlo, fino a fare di quel disprezzo una ragione di orgoglio. Intorno a loro si consuma una discussione che conosciamo bene: c’è chi li considera un problema da contenere e chi vede prima di tutto delle persone da aiutare. Di fronte alla stessa realtà si aprono letture opposte. Da una parte la paura, dall’altra il riconoscimento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Continueranno a sognare i ragazzi di Ceuta. Noi no proviene da Comune-info.
October 15, 2026
Comune-info
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). --------------------------------------------------------------------------------  Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto del presente documento è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
A Feminist and Postcolonial Critique of World Bank and International Monetary Fund Interventions in the SWANA Region
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università Roma Tre Department of Political Sciences Master’s Degree in International Studies – Course of International Law and Development A FEMINIST AND POSTCOLONIAL CRITIQUE OF WORLD BANK AND INTERNATIONAL MONETARY FUND INTERVENTIONS IN THE SWANA REGION Giorgia Fabbris (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Questa tesi affronta il seguente interrogativo di ricerca: i programmi di aggiustamento strutturale, attuati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, hanno perpetuato storicamente le dinamiche coloniali all’interno delle economie di alcuni Paesi della regione SWANA, e quale impatto hanno avuto sull’uguaglianza di genere a livello locale? Per esplorare tali questioni, questo studio ha adottato le teorie post-coloniali e femministe come principali quadri analitici di riferimento, concentrandosi su Egitto e Marocco tra gli anni ’80 e il primo decennio degli anni 2000 come casi di studio centrali. Nel corso della tesi verrà utilizzato il termine SWANA: sta per “South-West Asia and North Africa” (Asia sud-occidentale e Nord Africa) e rappresenta un modo meno eurocentrico per riferirsi a quella che è comunemente nota come regione MENA (“Medio Oriente e Nord Africa”), in quanto evita di utilizzare l’Europa come punto di riferimento geografico. Il termine SWANA non è stato ampiamente adottato, ma rappresenta un approccio più coerente con la prospettiva post-coloniale sulle relazioni internazionali. La tesi è strutturata in tre capitoli principali, a cavallo tra le discipline del Diritto Internazionale, delle Relazioni Internazionali e dell’Economia Politica. Il primo capitolo, intitolato “Panoramica della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale”, offre un’introduzione completa alle due Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI), radicandone l’evoluzione all’interno del quadro del Diritto Internazionale e delle Organizzazioni Internazionali. Questo capitolo si apre con una panoramica storica delle loro origini, a partire dalle conseguenze della Prima Guerra Mondiale e dalla Grande Depressione del 1929, periodo durante il quale gli economisti di tutto il Nord del mondo proposero strategie alternative per scongiurare future crisi sistemiche. Il capitolo delinea poi l’architettura istituzionale di entrambe le organizzazioni, mappando analogie e differenze nei rispettivi organi di governance, strutture di adesione e sistemi di voto. Infine, esamina come gli interventi delle IFI si siano evoluti di pari passo con i principali stravolgimenti geopolitici ed economici della seconda metà del Novecento. In particolare, nel corso degli anni ’70 le attività del FMI si sono discostate dal loro scopo originario – fornire un sostegno a breve termine ai Paesi con problemi valutari e proteggere il commercio e i pagamenti internazionali da restrizioni – verso prestiti condizionati a lungo termine nel Sud del mondo. Contestualmente, a partire dagli anni ’70 la Banca Mondiale si è orientata sempre più verso strategie di riduzione della povertà. Il capitolo si conclude analizzando i meccanismi contemporanei delle IFI, concentrandosi su come le diverse linee di credito impongano programmi di aggiustamento strutturale ancorati ai pilastri neoliberisti, come la contrazione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati. Il secondo capitolo si sposta verso la disciplina delle Relazioni Internazionali, offrendo una valutazione critica attraverso i paradigmi del Postcolonialismo e del Femminismo. Dopo una breve introduzione alla disciplina generale delle Relazioni Internazionali, il capitolo si divide in due sezioni principali: la prima si concentra sulle teorie post-coloniali, mentre la seconda affronta quelle femministe. Ogni sezione fornisce una panoramica della rispettiva teoria, presentandone i contributi principali, prima di esplorare la sua intersezione con l’economia politica e offrire una valutazione critica delle IFI da ciascuna prospettiva. Il terzo capitolo, intitolato “Interventi delle IFI nella regione SWANA”, è organizzato in tre sezioni. La prima sezione contestualizza la regione SWANA e presenta i casi di studio comparativi di questa tesi: Egitto e Marocco. Questi due Paesi sono stati scelti per i loro prolungati sforzi di aggiustamento, l’elevato numero di condizionalità e per le caratteristiche specifiche delle loro economie. Inoltre, pur appartenendo alla stessa regione, il Marocco ha stretti legami con l’area del Maghreb e l’Europa, mentre l’Egitto presenta connessioni economiche con l’area dell’Asia sud-occidentale. La seconda sezione approfondisce la storia dell’Egitto e del Marocco negli ultimi 150 anni; viene poi delineato un quadro comparativo socio-economico dei due Paesi, per comprendere i contesti in cui sono state attuate le riforme strutturali prescritte dalle IFI. La terza e ultima sezione sintetizza la storia istituzionale delle IFI con le traiettorie interne di entrambi i Paesi, valutando le più ampie ripercussioni sociali e civili dei loro interventi. Il capitolo si conclude analizzando gli impatti di genere dell’aggiustamento strutturale e affrontando due temi ampiamente dibattuti nella critica post-coloniale: la politica dei sovrapprezzi (surcharges) del FMI e il fenomeno del “colonialismo verde”. Per quanto riguarda l’analisi dei prestiti, l’arco temporale inizia con i primi dibattiti legati alla nascita delle due istituzioni e si conclude nel 2011. Questa scelta nasce dal desiderio di offrire una panoramica storica fin dall’inizio della relazione tra le IFI e i due casi di studio, bilanciando al contempo la profondità accademica con i necessari vincoli di ricerca. Questa tesi ha prodotto tre risultati principali. In primo luogo, l’analisi della genesi della BM e del FMI, unitamente alla descrizione delle loro strutture organizzative e dei sistemi di voto, riflette disparità profonde e radicate tra il Nord e il Sud del mondo. In secondo luogo, integrando gli approcci femministi all’economia, questa ricerca dimostra che, anche nel caso delle IFI, le politiche presentate come neutrali dal punto di vista del genere nascondono spesso pregiudizi fortemente radicati che penalizzano in modo sproporzionato le donne. L’ultimo risultato risiede nelle sfumate differenze nel modo in cui le IFI hanno interagito con i due Paesi: le dinamiche si sono modificate nel tempo in base al panorama politico interno e alla leadership al potere. La rilevanza di questa ricerca risiede nelle profonde trasformazioni socio-economiche che stanno attualmente ristrutturando la regione SWANA, dove Paesi come l’Egitto e il Marocco affrontano da decenni crisi di debito sistemiche e una crescente dipendenza dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. Analizzare queste dinamiche è fondamentale per comprendere come la governance economica internazionale si intersechi con le dinamiche locali, alimentando disuguaglianze sociali e disordini civili. Concentrandosi su Egitto e Marocco, questa tesi offre una prospettiva comparativa su come la condizionalità neoliberista operi nella regione SWANA. Nonostante l’ampia letteratura che traccia gli indicatori macroeconomici e le prestazioni fiscali dei programmi delle IFI, le analisi economiche tradizionali trascurano di frequente le asimmetrie strutturali di potere a livello globale e gli effetti di genere di queste politiche. Esiste una lacuna significativa nella ricerca mainstream, che tende a separare la macroeconomia dalle sue ramificazioni di genere e post-coloniali. Nello specifico, le valutazioni ordinarie raramente affrontano il modo in cui la riduzione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati alterino il lavoro riproduttivo interno e, soprattutto, come i modelli strutturali dell’era coloniale persistano attraverso le moderne condizionalità dei prestiti. Questa tesi affronta direttamente tale lacuna della letteratura integrando il Diritto Internazionale e l’Economia Politica con le teorie post-coloniali e femministe delle Relazioni Internazionali. In questo modo, l’attenzione si sposta dalle metriche puramente finanziarie alle esperienze vissute dai gruppi marginalizzati, in particolare le donne, mettendo a nudo i pregiudizi sistemici inerenti alle architetture finanziarie internazionali. Per valutare criticamente i programmi di aggiustamento strutturale in Egitto e Marocco, questa tesi adotta una metodologia qualitativa e basata sullo studio di casi comparati. Il fondamento empirico di questo studio si basa sulla ricerca documentale e sull’analisi critica del discorso applicata a fonti primarie: queste includono gli Accordi Istitutivi (Articles of Agreement) del FMI e della BM, i contratti di prestito storici e contemporanei, i dataset economici delle organizzazioni internazionali insieme ai dati istituzionali interni. Piuttosto che accettare questi documenti come testi tecnocratici neutrali, essi vengono scrutinati per svelare i presupposti neoliberisti sottostanti e le dinamiche di potere intrinseche al loro linguaggio. Inoltre, si impiega un quadro comparativo per esaminare l’Egitto e il Marocco. I due Paesi hanno attraversato traiettorie storiche differenti, sia nel periodo coloniale che in quello post-coloniale, il che li rende casi di studio idonei per un confronto regionale più ampio. Questa comparazione strutturata consente una comprensione sfumata di come le direttive economiche globali interagiscano con le specifiche strutture nazionali. Inoltre, la ricerca mostra un elevato grado di interdisciplinarità, poiché fa da ponte tra Diritto Internazionale, Relazioni Internazionali, Economia Politica e Storia: considerato l’ampio spettro delle dinamiche degli aggiustamenti strutturali, questo approccio è apparso il migliore per affrontare l’argomento. Un pilastro fondamentale di questa ricerca è il suo approccio storicizzato, applicato in modo coerente a tutte le dimensioni analitiche: dall’evoluzione istituzionale delle IFI e dallo sviluppo delle teorie delle Relazioni Internazionali, fino alla traiettoria politica ed economica dell’Egitto e del Marocco.
Porti per la Pace, Lavoro con Dignità. I portuali scioperano il 30 ottobre in sei paesi
In seguito al Terzo Incontro Internazionale dei Sindacati dei Lavoratori Portuali e dei Lavoratori dei Porti del Mediterraneo e dell’Europa, tenutosi a Istanbul nel maggio 2026, i sindacati partecipanti hanno lanciato una giornata internazionale comune di mobilitazione per il 30 ottobre 2026. L’incontro si è concentrato sulla lotta contro le […] L'articolo Porti per la Pace, Lavoro con Dignità. I portuali scioperano il 30 ottobre in sei paesi su Contropiano.
October 6, 2026
Contropiano
[radio africa] Radio Africa: Etiopia, Marocco, Sudafrica
Etiopia: a quasi quattro anni dalla firma di un fragile accordo di pace a Pretoria nel novembre 2022, la guerra è tornata nel nord dell'Etiopia. La nuova coalizione all'offensiva in Tigray, Afar e Amhara è il risultato di un'inaspettata riconfigurazione delle alleanze tra gruppi armati che si sono scontrati in passato. Tutti condividono un unico nemico: il Primo Ministro Abiy Ahmed, contro il quale promettono una "guerra totale". La ripresa dei combattimenti sta già suscitando i peggiori timori. Con oltre 600.000 vittime, il precedente conflitto tra il braccio armato del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) e le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (ENDF) è stato considerato uno dei conflitti più sanguinosi dell'inizio del XXI secolo. Ex nemici, i gruppi armati ora alleati sembrano intenzionati a seguire le orme della coalizione formata dal TPLF, che rovesciò l'ex dittatore Mengistu Haile Mariam, nel 1991. Il comunicato che annuncia la formazione dell'Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza descrive il governo di Abiy Ahmed come un "regime personalista, dittatoriale e genocida". La ripresa dei combattimenti s’inserisce in un quadro regionale estremamente complesso, che rischia di far esplodere la regione del Corno d’Africa. Marocco: il Marocco si sta risvegliando in un panorama politico in fermento, dopo le elezioni legislative del 23 settembre caratterizzate da un'affluenza alle urne ai minimi storici. La partecipazione ha superato di poco il 38%; bisogna risalire al 2007 per trovare una cifra inferiore. Il voto ha confermato la crisi di fiducia che affligge da anni il rapporto tra i marocchini e la classe politica. A causa della mancata risposta della classe politica ai problemi sociali che affliggono la popolazione marocchina come disoccupazione, perdita del potere d'acquisto, servizi pubblici insufficienti, molti elettori sono rimasti a casa. Questo drastico calo ha favorito il Partito Autenticità e Modernità (PAM), legato alla monarchia ma anche, e soprattutto, il Partito Giustizia e Sviluppo (PJD). Il partito islamista, spazzato via alle elezioni parlamentari del 2021, dove era sceso a 13 seggi, ha visto quadruplicare la propria rappresentanza. Ma i problemi del Marocco, dalla disoccupazione giovanile alle disparità dello sviluppo rimangono irrisolti. Sudafrica: i migranti africani in Sudafrica temono nuove proteste e possibili violenze alla scadenza del 30 settembre, fissata dal movimento anti-immigrazione March and March per chiedere agli stranieri senza documenti di lasciare il Paese. L’ultimatum ha accresciuto la preoccupazione soprattutto a Durban, dove nelle ultime settimane si sono già verificati scontri tra attivisti del movimento, rifugiati e richiedenti asilo. L’ostilità nei confronti degli stranieri starebbe colpendo anche persone regolarmente presenti nel Paese. Il movimento March and March ha organizzato proteste ben coordinate in tutto il paese. I suoi leader provengono dal KwaZulu-Natal, la roccaforte politica di Zuma, l’ex presidente. In Sudafrica, una serie orribile di femminicidi ha sconvolto la regione di Johannesburg. In soli tre mesi, otto donne sono state trovate morte, in un raggio di poche decine di chilometri. Questa ondata di omicidi ha suscitato indignazione e numerose richieste di intervento, soprattutto perché la lotta contro la violenza di genere è stata dichiarata una priorità nazionale dal presidente sudafricano.
September 30, 2026
Radio Onda Rossa
Scollamento dei marocchini dal regime di Rabat; scossoni ripetuti all’ingombrante Addis Abeba
> Puntata africana che va dall’estremo Nordovest maghrebino all’estrema punta > orientale del Corno d’Africa, prendendo a pretesto le disertate elezioni > marocchine per evidenziare con Michele Vollaro la separazione tra una > popolazione che richiede di partecipare alla ricchezza prodotta da > investimenti occidentali in cambio della supina adesione all’impero > israelo-americano e il perseguimento degli interessi dell’entourage del > monarca assoluto che perseguono solo la costruzione di infrastrutture, > circenses e posti sottopagati, turismo e zero servizi; mentre con l’aiuto di > Matteo Palamidesse abbiamo sperato – scongiurando i maledetti criminali > guerrafondai – di sbagliarci a pensare che si stia cercando in modo > sconsiderato di far convergere in un enorme conflitto di proporzioni > inimmaginabili l’orrida carneficina sudanese, la costante guerra al confine > del Tigray, estesa al territorio nazionale con le alleanze tra sette milizie > etniche fino a un paio di anni fa l’una contro l’altra armate, con > schieramenti che vedono i paesi costieri a fare pressione sul corpaccione > etiope ingombrante, ricco e alleato dei Brics e di Israele con tutto > l’occidente e di cui però si rischia l’implosione e il dissolvimento della > federazione se dovesse esplodere un conflitto per risolvere una volta per > tutte i molti contenziosi decennali. INFRASTRUTTURE NEL DESERTO SENZA SERVIZI PER I GIOVANI MAROCCHINI IN FUGA La crisi di Ceuta, a un anno dall’esplosione in piazza della GenZ212; la truffa della Coppa d’Africa a dicembre, tre mesi prima della designazione del Marocco come sede dei Mondiali 2030, decretata dal viscido svizzero amico di Trump e di uno dei candidati di punta delle elezioni andate deserte, a un mese dalle immagini di giovani in fuga dal regno alawide. Ogni tanto si accendono i riflettori sul Marocco ma si spengono prima che siano chiari i contorni che possono spiegare le cause dei fenomeni di distacco della società civile dalle sorde scelte dell’entourage raccolto nel Makhzen. Proprio in occasione delle elezioni del 23 settembre 2026 abbiamo chiesto a Michele Vollaro, esperto africanista del gruppo Internazionalia e collaboratore de “il manifesto” e altre testate nazionali, di raccontarci meglio tensioni politiche, situazione sociale, andamento economico e possibilità espressive del mondo culturale, soprattutto giovanile. Quei giovani che sono stati al centro della campagna elettorale da parte della casta, che appare sempre più scollata dal paese reale che infatti si è recato alle urne con una percentuale inferiore in termini generali rispetto al 37% ufficiale, perché quella cifra è ricavata sull’intera platea che si era iscritta alle liste degli elettori, riducendo a poco più del 20% la partecipazione al voto, che crolla al 4% nel computo dei giovani sotto i 24 anni recatisi al seggio, nonostante la campagna sia stata caratterizzata soprattutto da mirabolanti promesse che li riguardavano. E allora, inserendoci nell’analisi del non voto, si può dare un senso al disagio del mondo giovanile che richiede servizi e viene represso, chiede lavoro e gli viene risposto con grandi opere e un’economia di turismo ed export che non producono che impieghi precari e che precludono paradossalmente un futuro di sopravvivenza nella nazione più industrializzata dell’Africa, su cui piovono investimenti occidentali e dove Casablanca ospita il terzo polo finanziario più capitalizzato del Mena, il TangeriMed è il porto logistico sull’Atlantico più importante del Mediterraneo… quella che è venuta a mancare è la redistribuzione della ricchezza prodotta; da qui la spinta a emigrare, trasformandosi in una bomba geopolitica in mano al sovrano succube delle scelte geopolitiche filoamericane e sempre meno presente perché malato, se non con estemporanei pugni di ferro che soffocano ogni minima rimostranza grazie al reato di lesa maestà, comprese le polemiche per l’ostinata contiguità con il criminale di guerra Netanyahu, che è valsa il riconoscimento dell’annessione del territorio saharawi (dove alla tornata elettorale hanno vinto i partiti di governo) da parte dell’America di Trump, a cui in cambio è intestata l’autostrada delle province del Sud. Le stesse province che innescano quella reazione nazionalistica su cui in tutto il mondo le fazioni fascistoidi al potere stanno contando per cooptare con l’inganno sciovinista cittadini in sofferenza a causa delle loro politiche neoliberiste, e contemporaneamente si procede nella ecumenica normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista: è di pochi giorni fa l’apertura dell’ambasciata ebraica… con la benedizione del partito islamista in omaggio a Mohammed VI: «Se noi ci impegniamo, il re ci ascolterà», di nuovo ribadendo la partecipazione al mondo del Makhzen ( e stracciando anche qui il Contratto sociale).
September 26, 2026
Radio Blackout - Info
Marocco e riciclaggio europeo
di Khalid Bencherif e Federica Rossi tradotto (Italiano) da Marianna Bartolone Questa storia di Khalid Bencherif e Federica Rossi, è stata pubblicata per la prima volta su UntoldMag. La versione qui riportata è pubblicata su Global Voices nell’ambito di un accordo di condivisione dei contenuti.  L’Europa spedisce i suoi rifiuti in Marocco e lo definisce “riciclaggio” I rifiuti europei alimentano
September 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Ceuta è lo specchio del peggior eurocentrismo coloniale
«La situazione è insostenibile. Abbiamo bisogno del sostegno dell’UE per ristabilire la normalità. Se cade Ceuta, cade l’Europa». Con queste parole, il presidente della città autonoma spagnola, Juan Jesús Vivas, ha lanciato lunedì un appello in conferenza stampa al Parlamento europeo. Queste dichiarazioni del presidente Vivas sono lo specchio della natura ancora […] L'articolo Ceuta è lo specchio del peggior eurocentrismo coloniale  su Contropiano.
September 10, 2026
Contropiano