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Le “sboronate” della Meloni sull’immigrazione provocano danni
Prima la Germania, adesso l’Austria e l’elenco pare destinato ad aumentare. Le “sboronate” della Meloni in materia di immigrazione e contro la Spagna rischiano di essere pagate seriamente. Dal resto d’Europa infatti i governi si apprestano a rinviare in Italia i migranti che qui erano sbarcati e poi transitati in […] L'articolo Le “sboronate” della Meloni sull’immigrazione provocano danni su Contropiano.
August 21, 2026
Contropiano
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
Il ministro delle fandonie
di Salvatore Turi Palidda Il Dossier Viminale celebra il calo dei reati e l’efficienza delle polizie, ma i numeri raccontano soprattutto milioni di controlli, stranieri colpiti in modo sproporzionato e …
UE, la crisi migratoria è solo politica: gli sbarchi diminuiscono, ma aumentano i morti
Mentre i governi europei intensificano il dibattito – e gli scontri – sulla gestione «emergenziale» dei flussi migratori, arrivano i numeri a smentire questa narrazione. Secondo Frontex, infatti, nei primi sette mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione sono diminuiti del 37% su base annua. Nello stesso periodo, però, il Mediterraneo è diventato più letale: un recente rapporto dell’OIM mostra che, mentre gli arrivi calano, morti e dispersi aumentano drasticamente. Nel pieno dell’attuazione delle logiche repressive del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, applicabile dal 12 giugno e recepito da molti Paesi, tra cui l’Italia, l’emergenza non riguarda insomma il numero di chi arriva (in netto calo), ma quanti continuano a morire nel tentativo di raggiungere l’Europa. «La priorità dell’Europa sia proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata», ha tuonato negli ultimi giorni, tra gli altri, anche la premier italiana Giorgia Meloni. Eppure, i dati diramati da Frontex raccontano una realtà diversa: con circa 61mila rilevamenti complessivi, dal 1° gennaio al 31 luglio 2026 gli attraversamenti irregolari sono crollati. La rotta del Mediterraneo centrale, che interessa da vicino il nostro Paese, ha registrato un numero più che dimezzato (16.454 ingressi irregolari rispetto ai 36.656 del 2025, con un -55%). Anche il Mediterraneo orientale e la rotta dei Balcani occidentali hanno fatto rilevare cali significativi, rispettivamente del 28% e del 26%. L’unica eccezione è il Mediterraneo occidentale, che interessa la Spagna, dove gli arrivi sono aumentati del 37%. «La diminuzione complessiva registrata finora riflette una serie di fattori, tra cui la continua cooperazione con i paesi partner e le misure preventive adottate nei principali paesi di partenza, che hanno contribuito a ridurre le partenze verso l’Europa», ha scritto Frontex nel suo report. Il paradosso più crudele emerge dal rapporto dell’OIM. Nei primi quattro mesi del 2026, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, 821 persone sono morte o risultano disperse, con un aumento del 111% rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre gli arrivi diminuivano del 46%. Oltre la metà di queste vittime – ben 430 – si sono verificate nel solo mese di gennaio, quando il ciclone Harry ha colpito la regione. Ancora più drammatico è il dato del Mediterraneo orientale, dove i decessi sono aumentati del 259%, raggiungendo 244 vittime, molte delle quali coinvolte in naufragi avvenuti nelle acque intorno a Creta. «Meno arrivi non significano viaggi più sicuri», ha dichiarato il vicedirettore generale dell’OIM, Ugochi Daniels. «Dietro ognuno di questi numeri c’è una famiglia in attesa di notizie che non arrivano mai. Man mano che i viaggi diventano più lunghi e pericolosi, salvare vite umane in mare e sulla terraferma rimane una responsabilità condivisa, che nessun Paese può assolvere da solo». Il rafforzamento dei controlli e gli accordi con i Paesi di origine e transito possono insomma ridurre le partenze da determinati punti, ma non hanno la capacità di eliminare le cause della mobilità globale, che risente pesantemente di dinamiche strutturali e interconnesse quali profondi conflitti, mutamenti climatici e pressioni economiche, come evidenziato dall’impatto delle recenti ostilità in Medio Oriente sugli sfollamenti di massa verso Libano e Siria. L’eccezionale afflusso verificatosi a Ceuta il 30 luglio, escluso dalle statistiche preliminari di Frontex, mostra quanto rapidamente una pressione contenuta possa concentrarsi su un singolo confine e trasformarsi in crisi politica e umanitaria. Eppure, il dibattito europeo continua a semplificare il fenomeno. Daniels ha sottolineato questa distorsione prospettica, chiarendo che «l’attenzione tende a concentrarsi su poche rotte», ma «quasi la metà dei 304 milioni di migranti internazionali nel mondo vive all’interno della propria regione, spostandosi per lavoro, famiglia, istruzione e sicurezza». Il tutto avviene mentre l’UE corre per rendere pienamente operativo il Patto sulla migrazione e l’asilo, duramente criticato per aver minato l’accesso alle procedure di asilo e le garanzie fondamentali. Esso amplia infatti le procedure accelerate e i controlli di massa alle frontiere esterne, prevedendo uno screening obbligatorio – con raccolta di dati biometrici anche per bambini a partire dai sei anni – e la detenzione in strutture chiuse per molti richiedenti, incluse persone vulnerabili. Introduce una “finzione giuridica” di “non ingresso” nel territorio UE e stabilisce che i ricorsi contro il diniego dell’asilo non sospendano più l’espulsione, consentendo allontanamenti anche a procedimento giudiziario in corso. I respinti possono essere rimpatriati in paesi terzi “sicuri” senza legami personali, con il supporto di Frontex. Il Patto non riforma il Regolamento di Dublino, che grava sui Paesi di primo ingresso, e il nuovo “meccanismo di solidarietà” permette agli Stati di eludere l’accoglienza in cambio di denaro. Per i sindacati del settore, la sua introduzione rappresenta «un regresso senza precedenti nei diritti fondamentali» e una minaccia al principio di non respingimento, basato su sospetto e repressione. The post UE, la crisi migratoria è solo politica: gli sbarchi diminuiscono, ma aumentano i morti appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Ceuta, davvero i 50.000 marocchini erano “migranti”?
Spiegare cosa è successo a Ceuta venerdì mattina non è semplice, a differenza di quello che i media mainstream nazionali e internazionali hanno cercato di fare. Ceuta è una miscellanea di storia coloniale, vicende diplomatiche irrisolte tra Spagna e Marocco, rivendicazioni territoriali e soprattutto militarizzazione sistematica di un territorio. Ceuta, insieme a Melilla, è una città autonoma di sovranità spagnola fisicamente situata in Marocco con un 85.000 abitanti e che dista circa 400 chilometri da Melilla. Non sono solo gli unici due possedimenti spagnoli nell’area: appartengono a Madrid anche le altre plazas de soberania, ovvero lacerti di terra peninsulare disabitati, una minuscola area rivierasca che ospita solo un presidio militare e alcune isole nei pressi del territorio marocchino. Negli ultimi decenni, i rapporti tra Rabat e Madrid hanno alternato momenti di collaborazione e periodi di forte tensione, come nel caso dello scontro quasi militare che si innescò nel 2002 intorno all’isola di Perejil (di fatto poco più di uno scoglio), territorio che – pur appartenendo geograficamente al Marocco – la Spagna vuole per sè, sebbene il suo status politico e amministrativo non sia chiaro, in quanto non è né parte della città autonoma di Ceuta né considerata un territorio sovrano (1). Ceuta e Melilla sono ex piazzeforti che fanno parte da secoli del Regno di Spagna e che non sono mai state integrate amministrativamente nel Protettorato spagnolo del Marocco (1912-1956) né nelle altre strutture più propriamente coloniali con cui Madrid occupava porzioni di Nord Africa. Rabat vive con un certo disagio la presenza sulla propria costa di quegli spicchi in cui si parla castigliano che ricordano l’epoca coloniale. Gli immigrati regolari con cittadinanza marocchina sono circa 4.500. Si stima che più del 40% degli abitanti di Ceuta provvisti di cittadinanza spagnola siano di religione musulmana. In più, ci sono una comunità ebraica e una comunità induista che hanno un antico radicamento in città. La posizione di Ceuta e Melilla determina che la pressione migratoria sui loro confini con il Marocco sia intensa e costante. Per questo motivo, fin dal 1990, la Spagna, ha progettato e costruito le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla: divisioni parallele, inizialmente, di tre metri di altezza coronate da filo spinato lunghe rispettivamente 8 km e 12 km per le quali l’Unione Europea ha speso 30 milioni di euro. Una successiva opera d’innalzamento della barriera l’ha portata a sei metri d’altezza, con il consenso dell’agenzia europea Frontex. La recinzione è organizzata attraverso sistemi di vigilanza alternati e camminamenti per il passaggio di veicoli adibiti alla sicurezza; cavi posti sul terreno connettono una rete di sensori elettronici acustici e visivi; un’illuminazione ad alta intensità; e un sistema di videocamere di vigilanza a circuito chiuso e strumenti per la visione notturna. Inoltre, come tattiche di controllo e contenimento dei flussi migratori alle frontiere delle enclavi spagnole, vi è l’uso ingente dei proiettili di gomma da parte della Guardia Civil spagnola contro i migranti che tentano di superare le barriere terrestri o di raggiungere le coste a nuoto (2). Il Marocco si oppose fin da subito alla costruzione della barriera poiché considera Ceuta e Melilla un’occupazione del proprio territorio, motivo per il quale dal 1956 – anno della sua indipendenza – le rivendica come proprie e, dal 1975, ne ha richiesto l’annessione. L’esistenza della Barriera ha provocato in questi anni, secondo i dati di organizzazioni umanitarie, la morte di circa 4.000 persone, annegate nel tentativo di attraversare lo stretto di Gibilterra od entrare illegalmente in Spagna. Le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla sono a tutti gli effetti dei muri moderni che rientrano nelle 70 barriere e recinzioni di confine che sono nate dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 a oggi. Questa recinzione – con tutto il suo carico politico, istituzionale e militare – è all’origine di molteplici episodi di violenza militare e repressione sistematica. Nel 2005, nel 2014, nel 2018 si sono verificati dei picchi improvvisi in cui centinaia o migliaia di migranti hanno tentato di entrare, via mare o scavalcando le recinzioni, a Ceuta o Melilla. La repressione spagnola non si è mai fatta attendere: si innescarono scontri con le forze dell’ordine, registrando morti e feriti. Nel maggio 2021, circa 10.000 migranti sono entrati illegalmente a Ceuta nel giro di due giorni. Questa ondata rappresentò il culmine di uno screzio diplomatico: in quel caso Rabat non aveva apprezzato che Madrid avesse ospitato sotto falso nome in un ospedale spagnolo il leader del Fronte Polisario, il movimento armato che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco, in quanto territorio marocchino. In quel caso, i migranti furono rimpatriati nel giro di pochi giorni. In questi giorni è avvenuta quella che il clamore mediatico ha definito una delle “più gravi crisi migratorie della storia della Spagna e dell’Europa”. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, tra 40mila e 60mila persone hanno raggiunto a nuoto o aggirando il frangiflutti l’enclave spagnola di Ceuta, sul versante nord del Marocco. Secondo le ultime stime del Ministero degli Interni spagnolo, circa 49.000 migranti hanno varcato in circa 24 ore la frontiera di Ceuta. In realtà, tutto si è risolto nel minor tempo possibile. Quella che, venerdì mattina, per la Spagna sembrava essere “l’emergenza più grave degli ultimi 5 anni” – da quando nel 2021 il Marocco allentò i controlli alla frontiera e circa 8.000 persone entrarono nel territorio spagnolo – , venerdì sera era già risolta: su circa 50mila arrivi, i rimpatri sono stati 48.300 per non parlare delle conseguenze della repressione. Ad avere la peggio sono state le 84 persone morte in mare nel tentativo di raggiungere il porto franco: questa è vera e più grande tragedia. Dove risiede l’origine di tutto questo? A tal proposito sono scaturite diverse opinioni – tutte vere e verificabili -, ma credo che si debba fare un’analisi molto più complessa legata alla difficoltà contemporanea di lasciarci alle spalle il tragico, drammatico e vergognoso passato coloniale. Sembra che si voglia fare di tutto per non parlare dell’insensatezza – in termini di creazione di una pace vera – delle enclavi coloniali che le vecchie ex potenze coloniali europee hanno ancora oggi (penso a Inghilterra, Spagna, Francia). Sembra che si voglia tener vivo questo retaggio coloniale e colonialista, trovandogli una liceità nel nostro presente. Ha fatto impressione vedere la nostra stampa nazionale definire i manifestanti marocchini come “migranti”. Nessuno che si sia scandalizzato del fatto che si sia usato il termine “migranti” per definire cittadini marocchini che hanno cercato di entrare, caso vuole, proprio in una città spagnola in territorio marocchino. Quindi non stiamo parlando di “50.000 migranti”, stiamo parlando di 50.000 persone che, normalmente, vivono a 2 centimetri di distanza da questa città spagnola. Stiamo parlando di gente che non migra, ma al massimo rivendica i propri territori (che essi sia convinti o eterodiretti da altri, questo è un altro discorso). A livello di senso, migrerebbero di più gli spagnoli che per arrivare a Ceuta e Melilla devono prendere un’imbarcazione, attraversare lo Stretto di Gibilterra ed arrivare, dopo 2 ore e 30 minuti a Ceuta. Questa la dice lunga sul linguaggio coloniale usato per dare un altro volto agli eventi. Le 50.000 persone che hanno “invaso” Ceuta sono un atto politico ben preciso. Inoltre, Ceuta e Melilla sono roccaforti militarizzate ed è qui che risiede l’origine degli scontri tra Marocco e Spagna sulle due enclavi: nella violenza istituzionalizzata, nel militarismo, nel mantra della “difesa dei confini”, che immancabilmente diventano “muri”. Dal 1989 per ogni chilometro del Muro di Berlino sono sorti, nel “mondo occidentalizzato”, più di 130 km di barriere per separare noi dagli altri. Muri forzati, fuori dal tempo, militarizzati e quindi da difendere che si dividono in muri fisici, come il Muro Cisgiordano tra israeliani e palestinesi; il Muro del Sinai tra Israele ed Egitto; il muro di Tijuana tra Messico e Stati Uniti; il Peace Lines in Irlanda tra la Belfast cattolica e la Belfast protestante; il Muro di Riga che separa Russia; e Lettonia e il Muro tra Ungheria e Serbia. Poi ci sono i muri giuridici, di cui un esempio è il dramma della Rotta Balcanica; e infine i muri culturali che possono essere spiegati solo guardando ai barconi nel Mediterraneo in cerca di accoglienza, senza parlare di quelli che affondano. Dal 1993, con la militarizzazione dei flussi migratori in risposta alla crisi dei rifugiati e al fenomeno dell’immigrazione, la Fortezza Europa ha portato alla morte più di 40mila persone in mare. E questo la dice lunga sulla nostra percezione collettiva di “invasione” da parte dei marocchini. Se l’invasione ha un prezzo così alto in vite evidentemente non è un’invasione, poichè laddove colui che viene chiamato “invasore”, perde in partenza, nasconde una guerra a tutti gli effetti. Nell’ambito di questa ipocrisia, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato subito di voler valutare la possibilità di sospendere temporaneamente il Trattato di Schengen con la Spagna (3), qualora la Spagna non avesse risolto il problema ed avesse permesso l’introduzione sproporzionata di migranti nell’area Schengen. Eppure è la stessa Italia che non vuole l’arrivo dei migranti marocchini, ma cerca i soldi marocchini: non a caso siamo il primo paese dell’Unione Europea per l’esportazione di armi verso il Marocco, con oltre 25 milioni di euro autorizzati nel biennio 2023-2024, superando la Francia. Come ha scritto Giorgio Cremaschi su Il Fatto Quotidiano sulla caso Ceuta: “Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante. I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.”     (1) La maggior parte delle popolazioni spagnola e marocchina non era a conoscenza della sua esistenza fino all’11 luglio 2002, quando un gruppo di sei gendarmi marocchini allestì delle tende su una piccola spianata incastonata tra le ripide pareti rocciose dell’isola, secondo il Marocco, per usarla come posto di osservazione contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. Questa azione provocò un incidente diplomatico in risposta al quale la Spagna chiese il ritorno allo status quo precedente all’occupazione marocchina. Uno degli argomenti spagnoli a sostegno della loro rivendicazione sull’isola di Perejil si basa sul fatto che la bozza del piano di autonomia per Ceuta del 1987 includeva l’isola di Perejil entro i confini municipali della città. Tuttavia, ciò non è stato incluso nel testo definitivo del 1994 dello Statuto di Autonomia della città. Né il Trattato di Fez del 1912 né il Trattato di Indipendenza del Marocco (Dichiarazione congiunta ispano-marocchina del 7 aprile 1956) menzionano l’isola di Perejil. Insomma, un’isola dimenticata ed ignorata per secoli da marocchini e spagnoli, ma che a risvegliato vecchi sentimenti di riconquista. A seguito dell’arrivo di un gruppo di gendarmi marocchini sull’isolotto nel 2002, successivamente sostituiti dai marines e in seguito sfrattati dalle truppe spagnole, l’isola è stata nuovamente lasciata disabitata (status quo ante), senza alcun trattato bilaterale o multilaterale in vigore riguardante la sovranità sull’isolotto. All’epoca, la rivendicazione del Marocco su Ceuta e Melilla fu indicata come la causa principale dell’incidente . In realtà, diversi analisti sottolinearono in seguito che la forza militare sproporzionata impiegata dalla Spagna per riconquistare l’isolotto costituiva un implicito avvertimento al Marocco riguardo alle sue rivendicazioni sulle due città nordafricane. (2) Amnesty International ha denunciato ripetutamente l’uso illegale e sproporzionato della forza da parte delle autorità spagnole e marocchine alle frontiere di Ceuta e Melilla, compreso l’impiego di proiettili e sfere di gomma, gas lacrimogeni e cariche contro i migranti durante i tentativi di attraversamento. https://www.amnesty.it/marocco-spagna-sei-mesi-dopo-indagini-ferme-e-inadeguate-sulle-37-morti-alla-frontiera-di-melilla/ https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/31/ong-scontri-con-lanci-di-pietre-alle-frontiere-di-ceuta-e-melilla_52369e5e-57c9-46b5-8350-15c81af1138d.html (3) L’accordo garantisce la libera circolazione di persone all’interno di 29 Paesi europei, di cui 25 membri dell’Unione Europea e 4 membri esterni, ossia Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia, anche in questo caso, si applicano delle norme speciali, secondo cui devono essere effettuati controlli dei documenti al momento della partenza da Ceuta e Melilla verso la Spagna peninsulare o verso altri Paesi dell’area Schengen.   Ulteriori informazioni: https://www.geopop.it/ceuta-melilla-marocco-dove-si-trova-migranti-spagna-exclave-cose/ https://www.ilpost.it/2026/08/01/ceuta-marocco-spagna/ https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/31/migranti-ceuta-europa-colonialismo-notizie/8466090/ Lorenzo Poli
August 3, 2026
Pressenza
La repressione raccontata a mio figlio – di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per [...]
July 31, 2026
Effimera
Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. 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July 29, 2026
Pressenza