
Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa
Pressenza - Wednesday, July 22, 2026Abderrahim Fakir aveva dato molti segni di disagio psichico. A rispondere, però, è arrivata solo la divisa: in Italia alla salute mentale va il 3,3% della spesa sanitaria e mancano oltre 8mila operatori. Delegare la sicurezza alle sole forze dell’ordine è un abbaglio che lascia soli anche i poliziotti
di Stefano Arduini
Nei video che circolano, che non sono, con ogni probabilità, gli unici, c’è un dettaglio che pesa più del resto. Mentre due agenti tengono a terra Abderrahim Fakir, che ripete «aiuto, basta» prima di tacere, il personale socio-sanitario resta un passo indietro. Sul palcoscenico della tragedia salgono le forze dell’ordine. Chi si occupa di cura aspetta.
Fakir aveva dato molti segni di instabilità. Al 112 era stato descritto come «agitato»: la parola con cui, in Italia, il disagio psichico entra nella cronaca prima ancora che nella cura. È da qui che vale la pena partire, senza cedere né alla gogna verso i poliziotti né all’assoluzione preventiva. Il punto è un altro, e riguarda tutti noi: chi abbiamo deciso che risponda, quando qualcuno sta male.
C’è una parola che tiene insieme i due mondi che quella sera si sono sfiorati senza incontrarsi: presa. Per chi indossa una divisa è la presa fisica: le braccia dietro la schiena, il peso sul corpo a terra, le caviglie legate. Per chi lavora nel sociale è la presa in carico per reggere una persona nel tempo, non solo nell’istante in cui la si immobilizza. La stessa parola, due gesti contrari. A Fakir è toccata la prima presa perché la seconda, quella sera, non c’era. E probabilmente non c’era mai stata.
Non era disponibile per una ragione precisa, che i numeri raccontano meglio di ogni indignazione. Alla salute mentale l’Italia destina il 3,3% della spesa sanitaria, contro una media europea intorno al 5%. Nei dipartimenti di salute mentale mancano più di 8mila professionisti rispetto agli standard che noi stessi abbiamo fissato. I centri aperti ventiquattr’ore su ventiquattro esistono soprattutto sulla carta. Intanto oltre sedici milioni di italiani dichiarano disturbi psicologici di media o grave entità, il 6% in più rispetto a due anni fa. La domanda cresce, la filiera della cura si assottiglia. E a valle di una filiera smontata resta un solo terminale che non chiude mai, che risponde sempre, che non può dire di no: la divisa.
ier Paolo Pasolini: «I poliziotti sono figli di poveri», scriveva nel ’68. Ma quella riga, spiegò lui stesso poco dopo, rimandava ad altro: il potere prende i poveri e ne fa strumenti, li manda in prima linea a fare il lavoro sporco che ha smesso di voler pagare. Il poliziotto mandato da solo con l’addestramento che ha e non con quello che gli servirebbe davanti a una crisi psichiatrica in un cortile del Pilastro a Bologna è esattamente questo: uno “strumento” lasciato solo.
Pensare la sicurezza come compito esclusivo di chi porta una divisa è un errore enorme. La sicurezza non si fa solo con le forze dell’ordine. Si fa con le reti: i servizi territoriali, gli operatori sociali, i centri di salute mentale, il vicino che chiama sapendo che a rispondere sarà qualcuno che prende in carico e non soltanto qualcuno che immobilizza. Non è buonismo, è efficienza: le stesse evidenze che misurano l’aumento del disagio dicono che le reti sociali fragili accrescono la vulnerabilità, e che quelle solide la riducono. La rete sociale è un dispositivo di sicurezza. Semplicemente, non indossa una divisa.
Valorizzare chi cura pagarlo, formarlo, metterlo davanti e non un passo indietro non è un cedimento sul fronte della sicurezza. È il modo per non lasciare soli i poliziotti davanti a vicende umane molto più complesse di quelle per cui sono stati addestrati. E per non lasciare solo, la prossima volta, chi urla «basta» in un cortile.
La sera in cui il personale socio-sanitario farà un passo avanti invece che un passo indietro, saremo tutti più sicuri. Poliziotti compresi.
Nella foto LaPresse in apertura, Nicoletta un’amica di Fakir del quartiere Pilastro di Bologna
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