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La clava della “guerra ibrida” anche sugli scontri di Milano. Perchè la cosa non ci sorprende?
Prevedibile, attesa e puntuale come un raffreddore in autunno, sta ormai circolando la tesi secondo cui gli scontri di Milano e le manifestazioni contro il carovita nelle città sono in realtà azioni di “guerra ibrida” da parte della Russia. Per essere onesti occorre ammettere che ancora non vengono date indicazioni […] L'articolo La clava della “guerra ibrida” anche sugli scontri di Milano. Perchè la cosa non ci sorprende? su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
La destra all’attacco del V Municipio di Roma
Mi alzo presto questa mattina, vado a fare colazione al bar, in via di Torpignattara c’è chi non è mai andato a dormire dalla notte precedente, chi ha bevuto troppo, chi vive per strada, ci sono le strade sporche, immondizia e pure un topo morto in un’aiuola. Al bar la discussione tra le colleghe al bancone è sulla condizione della stazione Malatesta di notte, il senso di insicurezza, la paura di essere una donna da sola al buio la sera o la mattina molto presto. E dal senso di insicurezza, si passa al degrado per concludere con il problema dell’immigrazione, causa di tutti i mali. Anche se due su tre delle bariste sono di origine migrante, in effetti sono arrivate con il bus, spiegano alla terza. E così si rimodula la conversazione, il problema sono gli uomini neri e arabi (non bianchi, quelli no, sono bravissimi a nascondere la violenza dentro casa e sotto le coperte), il razzismo è salvo, e mette d’accordo le tre lavoratrici. E avrebbe trovato l’accordo della destra ed estrema destra europea che utilizza le donne come ancelle del peggior razzismo e dell’odio islamofobico. > Nessun commento sul salario od sugli orari di lavoro, nonostante il commercio > abbia tra le peggiori condizioni lavorative, come la ristorazione e > all’edilizia. E forse non sarà un caso che due su tre delle lavoratrici erano > di origine migrante. Mangio il mio cornetto, e mi sale già la rabbia, e mi prendo pure una pizzetta rossa per la mia seconda colazione. Poi dici che c’ho l’acidità. Cammino verso la Casilina, e guardo le rotaie vuote del trenino, tra le pietre dei binari si incastrano bottiglie di plastica, e sulle panchine dove prima aspettavamo il trenino giallo, ora dorme una persona senza casa e con problemi di dipendenze. Ora posso decidere se aspettare il 105, sempre pieno anche alle 6 del mattino, il 409 o l’inutile navetta che porta alla metro C, dove nelle banchine senza segnale telefonico puoi attendere il treno fino a venti minuti, manco fosse un regionale. Insomma il trenino giallo faceva schifo, era sporco, inaccessibile e lento, ma ci ritroviamo a rimpiangere pure quello. Rimangono le rotaie vuote e la promessa di un tram, di cui non esiste nemmeno un calendario lavori. Ecco come sta il quadrante est. A Torpignattara siamo esattamente a metà tra gentrification e turistificazione, che alzano i prezzi e svuotano i quartieri, e il completo abbandono delle aree periferiche, dove si lascia che intere aree dismesse diventino i luoghi di nessuno, le case di edilizia pubblica cascano a pezzi, si aspetta l’autobus ben più di mezz’ora, o si fanno file chilometriche in auto. E soprattutto le strade sono invase dal crack. Sotto casa mia, davanti a una scritta “remigrazione”, ci sono due ragazzi con una pipetta, e qualche giorno fa ne ho visti altri due che fumavano in pieno giorno sulle panchine. I pezzi di verde abbandonati diventano rifugio per gli ultimi degli ultimi, in fuga anche da se stessi. Forse loro avevano la pelle nera o marrone, ma ne ho conosciuti tanti di amici e di amiche di pelle bianca, anzi bianchissima, che si sono persi in appartamenti sulla Casilina per giorni, a volte settimane, qualcuno ci ha perso la vita. > La situazione è rovente. E i sassi delle rotaie abbandonate sembrano tizzoni > ardenti. La destra e l’estrema destra hanno deciso di soffiare e far bruciare > l’intero municipio. La strategia è semplice: attaccare chi è più in basso di > te, chi non può difendersi, chi non ha i mezzi per prendere parola. E allora il problema sono le persone tossicodipendenti, non le narcomafie che mettono le bombe. Il problema sono le persone migranti che lavorano sfruttate per 3-5 euro l’ora sotto il ricatto del permesso di soggiorno, non chi affitta in nero dei tuguri o fa lavorare senza rispettare i contratti. Il problema sono i poveri, non la povertà e lo sfruttamento. Che poi il lavoro in nero, lo sfruttamento, gli affitti troppo alti sono un problema comune a chiunque vive in questo quadrante. Eppure sono riusciti a dividerci con tagli netti seguendo la linea del colore, perché per noi persone bianche rispecchiarci nelle persone bengalesi, arabe o nere ci fa troppo paura. Ci ricorda che alla fine anche la nostra condizione di classe media, più o meno benestante, si sta sgretolando sotto i nostri piedi. E rischiamo di caderci anche noi in quella povertà, un po’ come rischiamo di cadere nelle buche dei nostri marciapiedi, attorno alle quali viene messo del nastro bianco e rosso per segnalarle, ma nessuno le ripara mai. Attenzione: pericolo povertà. Invece di dirci poveri, di nuovo poveri, come le nostre nonne o bisnonne, emigrate nelle Americhe, preferiamo continuare a tappare le buche. Senza contratti, senza lavoro, in naspi, senza diritti, senza giornate di riposo e con i salari più bassi d’Europa, con la benzina a 2,20 €, con le scuole dove piove dentro, senza riuscire a prenotare delle visite mediche, preferiamo scegliere la via più semplice. E allora lo vedi che a Torpignattara aprono solo negozi gestiti da persone migranti che vendono cianfrusaglie e cibi che io non mangio? E allora lo vedi che il quartiere è sempre più sporco? E chi è che sporca? Lo vedi che fanno il mercatino la sera? Cercano nell’immondizia e poi la lasciano fuori dal cassonetto? A breve credo che uscirà una teoria del complotto sul trenino, lo sapete chi è stato, no ma chi è stato veramente? E se invece ci chiedessimo: se il trenino fosse passato a Collina Fleming sarebbe andata a finire allo stesso modo? > Ora è stata indetta una nuova fiaccolata da un comitato dietro il quale > probabilmente si cela Fratelli d’Italia. Infatti alla piazza di domenica > scorsa, che non è riuscita a partire, dal megafono hanno parlato quasi > esclusivamente eletti nelle liste della destra del V municipio. Tra le tante, direi tantissime, persone di sinistra che abitano questi quartieri sento spesso dire che “la sinistra ha smesso di parlare alle periferie”. E in un certo senso hanno ragione, ma sarebbe più corretto dire che “il centro-sinistra, il PD o tutti quei partiti che hanno aperto la strada alle politiche neoliberali” hanno smesso di vivere e parlare con le periferie. Ma qui, in queste strade, esiste un variegato mondo di associazioni, comitati, centri sociali, gruppi informali, che spesso non vanno nemmeno d’accordo, che questi quartieri li hanno abitati, costruiti e curati. Doposcuola autogestiti, centri estivi a prezzi popolari, sport accessibili, corsi di italiano L2, cori di musica popolare, festival del cinema multiculturale, librerie dove scegli tu il prezzo dei libri, gruppi che puliscono le aree verdi, gruppi di acquisto solidale, volontariato che distribuisce pacchi alimentari, eventi culturali, festival musicali… Tutto questo esiste solo grazie al contributo volontario di decine, centinaia di persone che a Torpignattara, come in tutto il quadrante est, hanno costruito un’alternativa contro l’abbandono istituzionale, la povertà e lo sfruttamento. Qui le scuole hanno lottato per diventare presidi multietnici e antirazzisti, costruendo solidarietà tra genitori, insegnanti e studenti contro la discriminazione e la ghettizzazione. Qui ci sono presidi dei diritti umani come la palestra popolare di Quarticciolo. E luoghi fondativi per il punk, l’hip-hop e la musica techno come il Forte Prenestino. E potremmo andare avanti, perché ci sono davvero tanti esempi. Questa incredibile rete, che non si parla, e spesso non si capisce, è stata ciò che ha permesso alle persone di sostenere la vita in questi quartieri, e ha bloccato i discorsi faciloni della destra ed estrema destra, che qui è sempre stata presente. > Ma ora con affitti alle stelle, sfratti, carovita, povertà, spaccio, > dipendenze, l’odio contro “l’altro” riesce a trovare nuovo spazio. L’abbandono > e la povertà sono pronti a bruciare nelle fiaccolate dei comitati > anti-degrado, per trasformarsi velocemente in ronde anti-immigrato. Pompate da > influencer pagati con i soldi delle lobby trumpiane. Dopo quattro anni di governo Meloni, e non so nemmeno quanti decreti sicurezza, la destra si prepara all’ennesima campagna elettorale sulla sicurezza. Proprio perché le loro stesse politiche non servono a nulla. Anzi costruiscono e alimentano insicurezza, povertà, discriminazione e sfruttamento. Nel frattempo grazie a istituzioni locali assolutamente manchevoli, stiamo ancora aspettando nuove corse del 105, per poi rimanere imbottigliate nel traffico della Casilina, e arrivare in ritardo al nostro lavoro sottopagato. Forse è proprio arrivato il momento di uscire da questa poliedrica e stancante frammentazione della sinistra non istituzionale. Bisogna rivendicare molto di più da queste istituzioni locali di centro-sinistra e allo stesso tempo distruggere la campagna d’odio montata dalla destra. Io a Torpignattara ci abito, in V municipio ci insegno, non ho intenzione di stare a guardare comitati e ronde che distruggono reti di solidarietà costruite in decenni di lavoro. E non ho intenzione di permettere che un municipio multietnico e multilinguistico sia portato a farsi la guerra, dopo anni di vita in comune, portata avanti con tutte le sue difficoltà. Non posso accettare che paladini autonominati sfilino in queste vie per aizzare odio e paura. In queste strade c’è molto di più, tanti progetti per quartieri migliori, molta rabbia per l’abbandono in cui ci costringono a vivere, e molta più voglia di vivere insieme, è ora che tutto questo si riprenda le strade. Immagine di copertina di Indeciso42 da wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo La destra all’attacco del V Municipio di Roma proviene da DINAMOpress.
October 19, 2026
DINAMOpress
Chi protegge i nostri pagamenti?
Nel breve lasso di tempo tra la strisciata di una carta di credito – oggi, più frequentemente, un tap – e l’approvazione di ogni pagamento, che si tratti di un caffè o di un’automobile, accadono molte cose, tutte piuttosto complesse. In un istante le informazioni viaggiano tra il POS, la […] L'articolo Chi protegge i nostri pagamenti? su Contropiano.
October 16, 2026
Contropiano
Salis-Piantedosi. Genova non si militarizza, la sicurezza è sociale!
L’accordo annunciato ieri tra la sindaca Salis e il ministro dell’interno Piantedosi segna un ulteriore avvicinamento del centrosinistra alla destra sul tema della sicurezza nel centro storico: più risorse alle forze dell’ordine, una postazione di polizia fissa in via Prè, nuovi alloggi per gli agenti e il potenziamento dei cosiddetti […] L'articolo Salis-Piantedosi. Genova non si militarizza, la sicurezza è sociale! su Contropiano.
October 14, 2026
Contropiano
Roma, la risposta alle bombe parte dalle comunità
Otto ordigni in 45 giorni. Una sequenza di esplosioni che sta facendo crescere la preoccupazione nei quartieri della periferia orientale di Roma. Da Centocelle a San Basilio, passando per Don Bosco e Alessandrino, sono stati colpiti negozi, palazzi e strade. Fortunatamente non si registrano feriti. Ma un ordigno non deve necessariamente provocare vittime per raggiungere il proprio scopo. Può bastare a diffondere paura, imporre il silenzio e condizionare la vita di un quartiere. Le indagini dovranno chiarire responsabilità, moventi ed eventuali collegamenti tra gli attentati. Tra le ipotesi investigative figurano tensioni tra gruppi criminali per il controllo delle attività illecite, comprese le piazze di spaccio. Sarebbe sbagliato trasformare ipotesi ancora da verificare in certezze. Intanto, però, un fatto è evidente: quando esplodono ordigni nelle strade di una città, a essere minacciata è la libertà di intere comunità. Individuare i responsabili e impedire nuove intimidazioni è una priorità assoluta. Servono indagini efficaci, forze dell’ordine e magistratura nelle condizioni di operare. Ma c’è una domanda che nel dibattito pubblico continua a trovare troppo poco spazio: che cosa accade in un quartiere dopo gli arresti, quando le telecamere si spengono e l’emergenza scompare dalle prime pagine? Se una piazza di spaccio viene smantellata, ma resta intatto il mercato criminale che la alimenta, qualcun altro può tentare di occuparla. Se un’organizzazione perde i propri capi, ma conserva denaro, relazioni e capacità di reclutamento, il suo potere può riprodursi sotto altre forme. È qui che la questione della sicurezza incontra quella sociale. La povertà non produce automaticamente criminalità: sostenerlo sarebbe falso e ingiusto verso le tante persone che, pur vivendo condizioni difficili, contribuiscono ogni giorno alla vita delle proprie comunità. Ma quando il lavoro regolare è scarso, i servizi arretrano e le istituzioni diventano presenze intermittenti, le organizzazioni criminali possono trovare maggiori opportunità per imporre il proprio potere. La sicurezza rischia così di diventare una questione di classe. Chi dispone di risorse economiche può spesso scegliere dove vivere e come proteggersi. Chi non ne dispone deve fare i conti con le condizioni del quartiere in cui abita. Eppure il diritto a vivere senza paura dovrebbe essere identico per tutti. Il potere delle mafie, del resto, si esercita anche attraverso l’economia. La Direzione Investigativa Antimafia descrive nelle sue relazioni la presenza a Roma di organizzazioni mafiose tradizionali e gruppi criminali locali, interessati ai mercati illegali, alla penetrazione nell’economia legale e al riciclaggio dei capitali. Secondo il Rapporto 2025 dell’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, il Lazio concentra il 10,5% delle segnalazioni potenzialmente attinenti agli interessi della criminalità organizzata, collocandosi dopo Lombardia e Campania. Non si tratta di reati accertati e il dato non misura direttamente la diffusione delle mafie, ma richiama l’attenzione sull’importanza di seguire i flussi finanziari. Contrastare il potere criminale significa dunque colpire i patrimoni illeciti, impedire il riciclaggio, combattere l’usura e proteggere chi denuncia. In questa prospettiva assume particolare rilievo anche il riutilizzo dei beni confiscati. Nel luglio 2026, secondo il Ministero dell’Interno, sono stati esaminati 536 beni confiscati in 18 comuni del Lazio, 502 dei quali nella provincia di Roma. Per 494 beni sono state raccolte manifestazioni di interesse da parte delle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un percorso di destinazione ancora da completare, che pone una questione concreta: come accelerare la restituzione di questi patrimoni alla collettività, trasformandoli in luoghi di lavoro, servizi, cultura e aggregazione? Negli ultimi anni il confronto sulla sicurezza urbana si è concentrato spesso sul numero delle pattuglie, sulle telecamere e sull’inasprimento delle pene. Strumenti che possono avere una loro utilità, ma che non sostituiscono una strategia capace di intervenire sulle condizioni materiali della vita quotidiana. Una scuola aperta anche nel pomeriggio, un centro culturale accessibile, un consultorio, un impianto sportivo pubblico, servizi sociali funzionanti e opportunità di lavoro dignitoso sono anche infrastrutture della sicurezza. Non impediscono da soli un attentato, ma contribuiscono a rendere i quartieri meno esposti al ricatto e al controllo criminale. Per questo servirebbe un piano straordinario per i territori maggiormente esposti, sostenuto da risorse nazionali e da un impegno coordinato delle istituzioni locali. Finanziamenti stabili, obiettivi verificabili e coinvolgimento diretto delle realtà sociali dovrebbero accompagnarsi all’istituzione di osservatori territoriali permanenti sulla sicurezza, nei quali istituzioni, associazioni, scuole, rappresentanze dei lavoratori e cittadini possano confrontarsi sui problemi concreti, senza interferire con le indagini. Strumenti capaci di seguire nel tempo l’evoluzione dei quartieri, anziché riunirsi soltanto dopo l’ennesima esplosione. In questo quadro assumono un significato importante anche le iniziative pubbliche. La manifestazione promossa dal Municipio Roma VII venerdì 9 ottobre in Piazza Don Bosco, con l’adesione di numerose realtà politiche, sindacali e associative, e quella organizzata da Libera per mercoledì 14 ottobre, alle ore 18, in Piazza Malatesta, rappresentano occasioni per sensibilizzare la cittadinanza, contrastare la paura e rafforzare i legami sociali. La partecipazione collettiva è una risposta concreta al tentativo della criminalità di imporre silenzio e isolamento. Le periferie romane, d’altra parte, non sono territori perduti da riconquistare. Sono quartieri ricchi di storia, lavoro, solidarietà e associazionismo. Raccontarli soltanto attraverso il degrado e la criminalità significa fare un torto a chi li abita e a chi ogni giorno si impegna per migliorarli. La risposta alle bombe non può ridursi alla militarizzazione permanente dei quartieri, né alla rassegnazione a convivere con il potere criminale. Serve uno Stato presente nella vita quotidiana delle persone, capace di garantire sicurezza, diritti e opportunità. È questo il significato concreto dell’antimafia sociale: affiancare all’indispensabile contrasto giudiziario e investigativo un’azione che sottragga alle organizzazioni criminali il terreno economico e sociale sul quale costruiscono il proprio potere. Il vero obiettivo va oltre la necessità di impedire nuovi attentati. È fare in modo che nessuno possa più usare la violenza e l’intimidazione per esercitare potere su un quartiere. È questa la sfida che Roma ha davanti. E non può essere affrontata soltanto durante un’emergenza.   Giovanni Barbera
October 11, 2026
Pressenza
Bisogna inventare forme nuove di partecipazione
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono elezioni che chiedono di essere guardate ben oltre il risultato delle urne. A volte, dentro una competizione politica, emergono domande importanti che attraversano società intere. Le recenti elezioni in Brasile ce ne pongono una che non riguarda soltanto l’America Latina: che cosa accade quando la paura diventa più credibile della speranza? Sono stata molte volte in Brasile, ospite di persone del posto, e ho toccato con mano una paura della violenza estremamente concreta, trasversale ad ambienti sociali diversi. Ho conosciuto persone che avevano subito un furto con un’arma puntata addosso o che evitavano interi quartieri e strade che sapevano essere troppo pericolosi. Quando mi portavano in giro, mi spiegavano come vestirmi, cosa non mostrare, dove non fermarmi, come comportarmi. Ricordo soprattutto la naturalezza di quelle raccomandazioni. Non erano discorsi teorici sulla criminalità: erano semplicemente le istruzioni per sopravvivere alla vita quotidiana. La paura, quando è così pervasiva, non è soltanto un sentimento. È un modo di abitare il mondo. Modifica gli spostamenti, le abitudini, le relazioni. Ma soprattutto genera un’insicurezza profonda che sfocia spesso nella rabbia. Per questo non possiamo considerarla un’invenzione della propaganda, la paura è tremendamente reale. E proprio perché è reale, è politicamente potentissima. Prenderla sul serio significa ascoltarla, comprenderne le cause e costruire risposte. Cavalcarla, al contrario, significa trasformarla in uno strumento di consenso: indicare un nemico, promettere ordine immediato, far credere che una realtà complessa possa essere risolta da un uomo forte. Ma la paura non va negata, né può essere regalata a chi la usa per propri fini. Per sottrarla alla “politica della paura”, dobbiamo capire cosa si è rotto dentro le nostre società mentre noi continuavamo a usare vecchie mappe per orientarci. Il paradosso del voto: quando i numeri non bastano Come è potuto succedere, per esempio, che, in Brasile, molte donne nere che vivono nelle favelas abbiano scelto di votare per Flávio Bolsonaro, un politico maschilista e razzista che renderà la loro vita ancora più complicata? I governi di sinistra come quello di Lula hanno prodotto risultati e trasformazioni sociali storiche che non possono essere cancellati. Ma sarebbe un errore tragico pensare che quei risultati, per quanto fondamentali, bastino da soli a costruire consenso. Un progresso può essere reale e, allo stesso tempo, parziale. Una statistica può raccontare che la povertà è diminuita, che l’occupazione è cresciuta e che i diritti si sono ampliati. Ma la vita di una persona non è una statistica. Il voto è dettato dalle emozioni, dalle emergenze quotidiane, dallo stato d’animo. Quel miglioramento dello stato generale non migliora in modo significativo la vita delle persone. Molte donne nelle periferie vivono in uno stato di allarme continuo: la paura del marito violento, del figlio arruolato dal narcotraffico, dei proiettili vaganti, dei “banditi” che controllano il quartiere, della solitudine… Sulle spalle portano il peso di un lavoro precario o che manca, e la sensazione angosciante di non avere nessuno a cui rivolgersi. La politica non parla soltanto alla ragione che valuta i programmi: parla al bisogno primario di sentirsi protetti, riconosciuti, visti e ascoltati. E laddove questo ascolto manca, la gente si allontana. Il vuoto riempito dalle Chiese È in questa spaccatura tra il bisogno di protezione e l’assenza dello Stato che la destra ha trovato il suo più grande alleato: la Chiesa Evangelica. Dai primi anni ’80 a oggi, i cristiani evangelici in Brasile sono arrivati a rappresentare quasi un terzo della popolazione. Durante la sua presidenza, Jair Bolsonaro ha consolidato un’alleanza ferrea con potenti telepredicatori e leader religiosi, creando una vera e propria macchina di attivismo politico al servizio della sua famiglia. Ma oltre la macchina politica, c’è un dato umano: la chiesa evangelica ti offre una comunità reale. Ti offre un posto dove andare la domenica, qualcuno che ti ascolta quando sei disperato, una spiegazione chiara del mondo, regole per rimettere insieme una vita che sta crollando. Le politiche sociali e i sussidi statali sono fondamentali, ma spesso vengono percepiti come pratiche burocratiche e astratte. La comunità religiosa invece è lì, oggi, e ti dice: «Non sei solo. Sei dentro qualcosa». Se la sinistra si limita a gestire il governo dall’alto, riducendo la democrazia a un’erogazione di servizi, le persone rimangono sole. E quando rimani solo davanti a uno schermo, esposto agli algoritmi, alla propaganda e all’angoscia, la politica reazionaria e identitaria trova un terreno fertilissimo. La presenza nei territori e le infrastrutture della vita comune Dobbiamo allora farci le domande che abbiamo evitato per troppo tempo: dove può una persona raccontare ciò che le sta accadendo senza dover aspettare le elezioni? Dove può trovare qualcuno che ascolti un problema prima che diventi rabbia? Dove può incontrare altri con cui provare a risolverlo? Se la politica arriva nelle vite soltanto attraverso una legge, una conferenza stampa o un post sui social, viene percepita come qualcosa che accade altrove. La democrazia ha invece un disperato bisogno di presenza fisica nei territori. Ha bisogno di associazioni, cooperative, scuole aperte, centri culturali, spazi sportivi, reti di vicinato… Luoghi nei quali non si sia soltanto utenti o elettori, ma persone capaci di partecipare alla costruzione del bene comune. Questo significa anche ripensare il modo in cui guardiamo alle nostre città. Abbiamo lasciato che fossero la speculazione e la rendita a decidere come trasformarle, dimenticando che una città è il luogo in cui si vive insieme. Cosa succede quando un quartiere diventa troppo costoso, quando i servizi si allontanano, quando gli spazi pubblici si restringono e persino incontrarsi diventa difficile perché tutto deve essere consumato? Si impoverisce la possibilità stessa di costruire legami. Ecco perché case accessibili, trasporti, parchi, piazze, biblioteche e presidi sanitari non sono semplici voci di bilancio: sono le infrastrutture della vita comune. Una biblioteca può essere un luogo dove non ci si sente soli, una palestra può far incontrare ragazzi con storie diverse; una piazza è uno spazio in cui una comunità torna a vedersi. Anche la sicurezza cambia segno: non è soltanto controllo di polizia, ma è la certezza che nel tuo quartiere esistono relazioni, che una donna che subisce violenza trova un riparo, che un anziano non è isolato, che i giovani hanno un luogo in cui incontrarsi. La vera sicurezza è fatta di legami. Non una nuova promessa, ma una pratica Certamente non si tratta di tornare al passato. Bisogna inventare forme nuove di partecipazione. Lo Stato democratico può garantire scuola, sanità e giustizia, ma la democrazia non può vivere soltanto dentro le istituzioni. Ha bisogno di una società capace di organizzarsi, cooperare e assumersi responsabilità dal basso. Quando i luoghi intermedi scompaiono, il rapporto tra l’individuo e il potere diventa drammaticamente diretto: da una parte una persona sola con le proprie paure, dall’altra un leader che promette di proteggerla. La democrazia dovrebbe fare l’opposto: moltiplicare i legami tra le persone, non lasciarle sole davanti al potere. Il compito della politica progressista oggi non è dire alla gente «dovete tornare a credere nella politica», ma creare le condizioni perché le persone possano tornare a fare esperienza della politica. Non come spettacolo, non come scontro permanente, non soltanto come voto ogni cinque anni, ma come possibilità concreta di intervenire sulla propria vita. Allora la domanda iniziale cambia. Non è più soltanto: perché la paura diventa più forte della speranza? La vera domanda diventa: che cosa abbiamo smesso di costruire perché una persona impaurita possa trovare nella democrazia un luogo in cui sentirsi protetta, senza aver bisogno di affidarsi a un uomo forte? La risposta non può essere l’ennesima promessa elettorale. Deve essere una pratica quotidiana: essere presenti, ascoltare, rendere le città abitabili, difendere gli spazi comuni, costruire reti di mutualismo… La speranza non è l’opposto della paura. La paura continuerà a esistere: ci saranno sempre la precarietà, l’incertezza, il dolore. La speranza comincia nell’esatto momento in cui una persona scopre che non deve affrontare tutto questo da sola. È proprio questa la sfida della democrazia oggi: non promettere un mondo ipocritamente privo di paure, ma costruire una società nella quale le paure non diventino mai la porta attraverso cui consegnare tutto il potere a qualcuno. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bisogna inventare forme nuove di partecipazione proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
Sicurezza: Dimmi che faccia hai
il 30 settembre è entrato in vigore il DL 160/2026 sull’identificazione biometrica e I,A. Se ne sta parlando meno di quanto si dovrebbe? Riprendiamo un contributo di Osservatorio Repressione e un’infografica (su Instagram) di Sea Watch Italy Instagram Il tuo volto diventa un documento: la polizia entra nell’era del riconoscimento biometrico Dal 30 settembre entra in vigore il decreto legislativo
Ancona. Alla Fincantieri un lavoratore morto e un altro in gravissime condizioni
USB Lavoro Privato Ancona esprime il più profondo cordoglio e la propria piena solidarietà alla famiglia e alle persone care del lavoratore che ha perso la vita nel gravissimo incidente avvenuto alla Fincantieri di Ancona. Alla famiglia del lavoratore ferito, che sta combattendo in condizioni gravissime, va tutta la nostra […] L'articolo Ancona. Alla Fincantieri un lavoratore morto e un altro in gravissime condizioni su Contropiano.
October 1, 2026
Contropiano