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Il sogno di Meloni e Piantedosi: una polizia modello ICE
Quello andato in scena alla stazione Termini non è stato un normale controllo. È stato uno spettacolo di potere. Elicotteri sopra i binari, cani, strade bloccate, uomini in divisa ovunque. Centinaia di persone identificate, pochi fermi, qualche arresto. Una messa in scena kolossal pensata per inviare un messaggio preciso: qui […] L'articolo Il sogno di Meloni e Piantedosi: una polizia modello ICE su Contropiano.
Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo
Il governo italiano ha fatto circolare nei giorni scorsi due bozze che dovrebbero andare a delineare un nuovo decreto e un nuovo disegno di legge sui temi della sicurezza e delle forze dell’ordine. I due testi sono usciti in coincidenza del terribile fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove Atif Zouhair ha colpito Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki a causa di una foto su Instagram della sua fidanzata con un coltello, uccidendolo a scuola. I due interventi arrivano a pochi mesi dal Decreto Sicurezza, ora legge, dell’aprile 2025, e a due anni e mezzo dall’altrettanto nefasto Decreto Caivano che aveva promosso i primi interventi in tema di giustizia minorile e devianza degli under-diciottenni. Il pacchetto normativo composto dal disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia e dallo schema di decreto-legge per il potenziamento operativo e organizzativo del Ministero dell’interno introduce un insieme organico di innovazioni a tutto tondo. Le norme (ancora in bozza) incidono in modo profondo sull’assetto dell’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sulla struttura stessa dell’apparato statale. I due testi risultano chiaramente complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una gestione anticipata del rischio sociale. > Questo spostamento non è neutro: come mostrava Alessandro Baratta, la > sicurezza non si può definire come un diritto primario autonomo, ma > rappresenta un bisogno secondario che presuppone la garanzia dei diritti > fondamentali. Quando la sicurezza viene sganciata dalla tutela dei diritti e > assunta come fine in sé, si trasforma da “sicurezza dei diritti” in “diritto > alla sicurezza”, legittimando interventi punitivi e anticipatori che non > rispondono ai bisogni sociali ma alla loro gestione repressiva. Se il primo è un intervento di rafforzamento delle forze dell’ordine e di agevolazione delle carriere, il secondo è già stato descritto come il “decreto anti-maranza”, con il paradosso che proprio la criminalizzazione agita negli ultimi anni ha rafforzato l’immaginario e le forme di conflittualità. Se già i due precedenti interventi governativi avevano anticipato una serie di misure, agevolando la parte predittiva del lavoro delle forze dell’ordine, questi due nuovi testi ribaltano completamente la relazione tra azioni e controllo, stravolgendo il senso della parola prevenzione. Andando nel dettaglio, sul versante dell’ordine pubblico, le novità più rilevanti riguardano l’ampliamento dei poteri di prevenzione e controllo attribuiti alle autorità amministrative e di polizia. Viene rafforzata la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in determinate aree urbane attraverso l’estensione del divieto di accesso ai centri urbani e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata (le zone Rosse) nelle quali possono essere allontanati soggetti già segnalati per specifiche tipologie di reato attraverso i ben noti Daspo “Willy” e Daspo prefettizio. Se il DASPO sportivo resta legato a eventi specifici e a una ratio circoscritta; il DASPO urbano estende la prevenzione allo spazio cittadino; il DASPO Willy sposta il baricentro sulla violenza da movida, rafforzando il ruolo del questore; le zone rosse e il DASPO prefettizio in bianco rappresentano invece il punto più critico, perché attraverso un atto amministrativo straordinario producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali, spesso giustificate più dalla gestione della percezione che da un reale pericolo per la sicurezza. Si tratta di strumenti che agiscono non più su fatti accertati, ma su presunzioni di pericolosità, comprimendo la libertà di circolazione attraverso atti amministrativi e abbassando drasticamente la soglia di intervento pubblico, in tensione diretta con i principi di legalità, proporzionalità e riserva di legge che presidiano i diritti fondamentali. Ampliare le zone rosse significa di fatto estendere in maniera discrezionale la possibilità di produrre restrizioni durature dei diritti fondamentali, e significa che ci sarà uno spazio delle città segregato, in cui i soggetti marginali, i fragili, i migranti, potranno accedere solo pagando un prezzo altissimo. In questo modo lo spazio urbano viene riscritto come spazio condizionato, un territorio selettivo, in cui la presenza diventa legittima solo se conforme, se capace di consumare, di essere produttiva, o meglio ancora invisibile: basti pensare a come i rider possono attraversare legittimamente gli spazi delle città, perché portatori di una funzione, mentre quanto è difficile per le stesse persone stare nei medesimi spazi. La sicurezza si traduce così in una tecnica di segregazione amministrativa, mettendo in gioco il rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica in uno Stato di diritto. Si amplia inoltre il ricorso a perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate, e si introduce il fermo di prevenzione, che consente il temporaneo trattenimento di persone ritenute potenzialmente pericolose per il pacifico svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Parallelamente, il controllo dello spazio urbano viene rafforzato attraverso il potenziamento della videosorveglianza, l’utilizzo di sistemi di identificazione biometrica a posteriori per fatti commessi in ambito sportivo e il rafforzamento dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta densità di frequentazione. Si tratta di interventi che rafforzano gli strumenti di controllo del dissenso, in linea con gli attuali procedimenti in corso ai danni dei manifestanti per la Palestina del 3 ottobre 2025. Non si tratta di una novità, ma si inserisce in una vera e propria linea di continuità e torsione poliziesca: l’uso del potere preventivo per neutralizzare conflitto e protesta è già stato sperimentato, normalizzato e reiterato in altri contesti, dalle ordinanze prefettizie sulle “zone rosse” fino alla stabilizzazione dell’emergenza in territori come la Val di Susa. > In altre parole, si sigilla tramite i decreti il paradigma dei nemici attuali: > siano i minori, siano gli stranieri, o ancora i manifestanti, o più in > generale, i portatori di dissenso. La piazza, gli spazi pubblici, le stazioni > diventano quindi i principali luoghi del controllo, non solo di tipo > repressivo, ma addirittura preventivo. Il controllo non colpisce più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è, dove si sta, con chi si è: diventa un paradigma definitorio dell’identità, una determinante della condizione sociale. In alcuni casi basta la stessa presenza come indizio per l’attivazione della macchina preventiva. Sul piano del diritto penale, il pacchetto segna un netto irrigidimento del trattamento sanzionatorio. Tornano procedibili d’ufficio alcune ipotesi di furto aggravato, aumentano le pene per il furto in abitazione e per il furto con strappo e viene esteso l’arresto in flagranza differita. Il porto di determinati strumenti atti ad offendere (in particolare i coltelli) viene trasformato da illecito contravvenzionale a delitto, con conseguente introduzione di pene detentive e aggravanti, mentre viene istituito un nuovo illecito penale per la fuga all’alt delle forze di polizia, punito severamente e accompagnato da misure accessorie automatiche. Accanto a questi inasprimenti, alcune fattispecie tradizionalmente penali, in particolare quelle connesse alla disciplina delle manifestazioni pubbliche, vengono depenalizzate, ma sostituite da sanzioni amministrative di importo molto elevato, irrogate direttamente dall’autorità prefettizia. Ne deriva uno spostamento dell’afflittività dal penale al sanzionatorio amministrativo, che riduce il ricorso al giudice penale senza attenuare l’impatto repressivo complessivo. Accanto a queste misure sostanziali, il pacchetto interviene in modo significativo sull’organizzazione e sul funzionamento dell’apparato statale. Sono previste assunzioni straordinarie, semplificazioni delle procedure concorsuali, potenziamento dei ruoli tecnici e scientifici, interconnessione delle banche dati investigative e rafforzamento delle tutele legali per il personale delle forze dell’ordine. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più efficiente e reattiva l’azione dello Stato, in particolare in vista dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, riducendo i tempi e gli ostacoli amministrativi che rallentano l’esecuzione delle decisioni. Gran parte di queste norme rispondono in chiave punitiva agli eventi di cronaca recente: è facile ricollegare gli ultimi episodi di microcriminalità con l’uso dei coltelli al primo intervento legislativo, e ancora il mancato alt alla terribile vicenda (ancora in corso di accertamento) della morte di Ramy Elgaml. Un capitolo particolarmente significativo riguarda i minori e i giovani, destinatari di un’estensione delle logiche di controllo e responsabilizzazione, e già visti come potenziali recettori delle norme precedenti. In particolare, nei disegni di legge viene ampliato il ricorso all’ammonimento del Questore anche per reati diversi e si introducono sanzioni pecuniarie a carico dei genitori o dei soggetti tenuti alla sorveglianza, mentre per alcune condotte, come il porto illecito di armi improprie (di nuovo, i coltelli), si rende possibile l’arresto e l’adozione di misure cautelari anche nei confronti di minorenni. L’impianto complessivo appare orientato a una risposta prevalentemente repressiva, nella quale l’intervento educativo e sociale resta sullo sfondo. Nessuna misura a rafforzare le forme di prevenzione comunitaria, le attività di riduzione del danno, le forme di ascolto o i progetti educativi. Solo il controllo. > È il rovesciamento completo del significato originario di securitas: non più > assenza di preoccupazione garantita dalla cura dei diritti, ma assenza di cura > verso le fragilità, trattate esclusivamente come rischio da neutralizzare, un > principio valido in precedenza solo per gli adulti, ma ormai sdoganato > soprattutto nei confronti dei minori, de-rubricati a maranza. In altre parole, solo la repressione è prevista come soluzione al disagio dei giovani, all’abbandono scolastico, alle difficoltà di gestione della dispersione scolastica, alla capacità di accoglienza e di presa in carico dei Minori stranieri non accompagnati sul territorio. In materia di immigrazione e protezione internazionale, le innovazioni incidono in modo strutturale sull’equilibrio tra controllo dei confini e tutela dei diritti. Si introduce la possibilità di interdire temporaneamente l’accesso alle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale o di pressione migratoria, si rafforza il sistema dei rimpatri e del trattenimento attraverso procedure accelerate e derogatorie e si restringe l’area della protezione complementare, con una lettura più limitata del diritto alla vita privata e familiare. Particolarmente rilevante è l’introduzione nel diritto interno del concetto di Paese terzo sicuro, che comporta l’inammissibilità della domanda di asilo e la limitazione degli effetti sospensivi del ricorso giurisdizionale. A ciò si accompagna una riduzione delle tutele procedurali, inclusa l’abrogazione del gratuito patrocinio automatico nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione, con un conseguente indebolimento dell’accesso effettivo alla giustizia. Di nuovo, una serie di norme che rispondono alle recenti polemiche sulle mancate ottemperanze di ordini di espulsione a carico di Emilio Gabriel Valdez Velazco, che ha ucciso la giovane Aurora Livoli, e il mancato ottemperamento dell’ordine di allontanamento per il croato Marin Jelenic, che ha ucciso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Una decretazione che insegue la cronaca, senza mai interrogarsi sulle cause, ma rispondendo solamente con la punitività a tutti i costi: più strumenti alle forze dell’ordine, meno diritti ai cittadini. Se venissero approvati questi interventi sbilancerebbero ulteriormente la relazione tra garanzie e legittimo uso della forza, tra repressione e libertà. Se non stupisce l’afflato sanzionatorio, colpisce la miopia istituzionale a fronte di un’esplosione delle strutture penitenziarie. Con oltre 63500 detenuti nelle carceri per adulti e 572 minori oggi presenti anche in termini utilitaristici un nuovo rincaro delle pratiche repressive potrebbe portare i sistemi al collasso. Nel loro insieme, le novità introdotte configurano un mutamento di paradigma che va oltre la risposta a singole emergenze. Ne emerge l’immagine di uno Stato più presente, più attrezzato e più rapido nell’azione, ma anche di uno Stato che ridefinisce il proprio rapporto con le libertà individuali e con il conflitto sociale, spostando l’equilibrio complessivo a favore del controllo e dell’anticipazione repressiva. > Non è in discussione la necessità di prevenire la violenza, ma è assurdo > pensare che la prevenzione coincida con l’anticipazione repressiva e con la > compressione selettiva dei diritti, anziché con politiche capaci di > intervenire sulle cause sociali del conflitto e del disagio. La sicurezza intesa come ordine pubblico, come controllo capillare, come spazio del conforme diventa il principio ordinatore dell’intervento pubblico e giustifica un ampliamento dei poteri preventivi, una riduzione delle soglie di intervento e una compressione selettiva delle garanzie, soprattutto nei confronti di soggetti considerati portatori di rischio, che, di questo passo, saremo presto tutte e tutti. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Sicurezza preventiva e attacco differenziale ai diritti nelle nuove norme del governo proviene da DINAMOpress.
C’è una parola per tutto questo, autoritarismo
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Quando la sicurezza diventa il valore supremo, lo Stato di diritto è già in crisi» (Luigi Ferrajoli) C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa un metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia. Le bozze del nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni parlano chiaro: fino a 20mila euro di multa per chi devia dal percorso di una manifestazione. Dodici ore di fermo preventivo per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Nessun reato commesso, nessun giudice interpellato: basta il sospetto. È la deriva di un potere che, come scriveva Michel Foucault, non punisce tanto ciò che è stato fatto, quanto ciò che potrebbe accadere. L’auto confiscata per chi ha “qualche canna in tasca”. Ragazzi stranieri buttati fuori dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21. Il gratuito patrocinio negato ai migranti che vogliono opporsi all’espulsione. Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha i soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove. Il governo lo chiama sicurezza. Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Quella di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera ogni forma di protesta una minaccia? La verità è semplice e nota quanto scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le strade di telecamere e moltiplicare i divieti, ma se un ragazzo non ha futuro, la repressione non risolve nulla. Sposta soltanto il problema, lo nasconde, lo incattivisce. E intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse non sono più un’emergenza, ma una prassi. Il questore può ammonire bambini di 12 anni. Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano. Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza. Questo non è uno Stato che si difende. È uno Stato che ha paura dei suoi cittadini. C’è una parola per tutto questo, ed è autoritarismo. Non quello dei colpi di stato, ma quello strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove. Dovremmo ricordarcene ora, prima che sia tardi: perché, come ci ha insegnato Walter Benjamin, «lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è una parola per tutto questo, autoritarismo proviene da Comune-info.
Il buco nero della zona rossa
Mentre il dibattito sulla sicurezza torna a farla da padrone in città, la Prefettura nega l'accesso ai dati di dettaglio sui controlli effettuati nelle aree interessate dal provvedimento e il Tar si posizione sulla stessa linea.
La continuazione della guerra
Articolo di Vincenzo Scalia Il 17 gennaio del 1991 è passato alla storia come l’inizio della prima guerra del Golfo, con gli Usa alla testa di una coalizione di altri paesi finalizzata a restaurare la sovranità del Kuwait. O meglio, a presidiare un’area strategica all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Al di là delle considerazioni geopolitiche, quella guerra segnò lo spartiacque tra due modi diversi di concepire il conflitto. Andarono in soffitta le dichiarazioni di guerra, le trattative diplomatiche, le rese. Entrò in scena il conflitto globale, definito come operazione di polizia internazionale. In altre parole, all’avversario non viene più riconosciuta la dignità di nemico. Facendo leva sull’asimmetria dei rapporti di forza, lo si degrada a criminale. Uno schema che sarebbe stato ripetuto 8 anni dopo a Belgrado, nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 nella seconda guerra del Golfo. E pochi giorni fa a Caracas, con il rapimento e la deportazione del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a opera della Delta Force e della Dea statunitense. La definizione di operazione di polizia internazionale si connota per la pregnanza di spiegazione che fornisce per la comprensione degli scenari sociali e politici attuali. In particolare, due aspetti ci sembrano rilevanti da analizzare. Il primo è quello della sovrapposizione tra ambito penale e ambito politico. Il secondo si riferisce alla dimensione internazionale, relativamente alla fungibilità del modello in contesti diversi. Le riflessioni proposte si rendono necessarie alla luce di eventi nazionali, come gli sgomberi del Leoncavallo, di Askatasuna, l’arresto di Mohammed Hannoun, e internazionali, vale a dire l’omicidio dell’attivista statunitense Renèe Goode.  In merito alla sovrapposizione tra ambito politico e penale, la vicenda venezuelana rappresenta il culmine di una parabola che viene da lontano. Relativamente ai capi di Stato, in questi anni, in America Latina, è andato in scena il lawfare, ovvero la criminalizzazione e la deposizione in seguito alla violazione del codice penale. Volendo, la nostra Tangentopoli, è stata l’antesignana del lawfare. Il modello, però, viene applicato soprattutto verso il basso. In Italia lo abbiamo sperimentato già nel 2001, quando, in occasione del G8 di Genova, la protesta del movimento no-global venne degradata a questione di ordine pubblico, e ai manifestanti vennero interdetti l’accesso e la circolazione all’interno del centro del capoluogo ligure. Comparvero per la prima volta le famigerate zone rosse.  Malgrado i tragici eventi del G8, come la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture di Bolzaneto, le zone rosse sono state riproposte di recente per regolare i conflitti che si formano attorno dalla gestione dello spazio urbano. Le forze di polizia, agendo secondo una discrezionalità legittimata dalla cosiddetta guerra al degrado, dispongono del potere di allontanare da certe aree della città, quelle appetibili dalla rendita fondiaria e dallo shopping, le persone considerate come minacce potenziali o effettive al decoro pubblico.  Provvedimenti che, innanzitutto, violano la presunzione di innocenza (una punkabbestia può avere la fedina penale pulita, un manager può nascondere soldi riciclati nella 24 ore). Inoltre, esasperano quella tensione tra forze dell’ordine e il cosiddetto popolo della notte che ha già causato tragedie come nei casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi. Un aspetto che viene ignorato in nome della domanda di sicurezza, amplificata dall’apparato mediatico, e dalla disperata ricerca di consenso da parte di una sfera politica sempre più esangue.  Il modello di guerra al degrado urbano si estende anche in direzione delle manifestazioni pubbliche, assumendo modalità di tipo militaresco. Dopo il Ddl che criminalizza i blocchi stradali e le occupazioni di case, quello anti-rave che punta a scongiurare le aggregazioni di massa, si assiste sgomenti agli assetti guerreschi che trasformano le nostre città durante le manifestazioni. Le stazioni presidiate, gli elicotteri che circolano, i manganelli e gli scudi romani ostentati in bella vista, comunicano ai cittadini il messaggio di trovarsi in un contesto di pericolo imminente. Una coreografia che segue pedissequamente le paure trasmesse dall’apparato mediatico, e che trascura clamorosamente il fatto che migliaia di persone che manifestano per la Palestina, per gli immigrati, per il lavoro, più che il nemico interno rappresentano la nervatura che sorregge uno Stato democratico. È solo attraverso il conflitto sociale che sia la democrazia, sia la qualità della vita di una comunità, crescono. Si preferisce invece elevare il livello della tensione, rifiutando ogni negoziazione coi manifestanti, restringendo gli spazi del dissenso, e cercando il casus belli che giustifichi la repressione.  Parafrasando Von Clausewitz, la polizia è diventata la continuazione della guerra con altri mezzi, o viceversa. Dispiegata minacciosa su tutto il tessuto urbano, nell’attesa che abbiano luogo episodi fuori dalle righe, come l’irruzione di pochi giovani alla redazione del quotidiano torinese La Stampa. Così da giustificare sgomberi, arresti, perquisizioni di massa. L’avversario politico è un delinquente, a livello nazionale e internazionale. E come tale va trattato. Per questo motivo si ampliano i poteri discrezionali delle forze dell’ordine, fino a preparare, come nel caso del prossimo disegno di legge in discussione, dei provvedimenti che le mettano al riparo dal rischio di denunce per eventuali abusi commessi nel corso dell’esercizio delle loro funzioni. Torna la logica della guerra, dove tutto è lecito, legittimato da un fine superiore. La premier, in occasione delle manifestazioni Propal di due anni fa, aveva detto che criticare i poliziotti è pericoloso. Giustificando una carica a freddo contro gli studenti medi pisani disarmati. La tragica coerenza di questo percorso, culmina nel varo di questi provvedimenti, che conferiscono alle forze di polizia un potere smisurato. Col rischio che anche in Italia, prima o poi, avvenga una tragedia simile a quella di questi giorni a Minneapolis, dove i poliziotti cercano di giustificarsi facendo leva su una pericolosità che, secondo i testimoni, non c’era. Il secondo aspetto del modello poliziesco, quello internazionale, desta ulteriori preoccupazioni. L’internazionalità ce l’ha fatta vedere Trump il 3 gennaio, spiegandoci che nessuno è al sicuro a casa sua, neanche i capi di Stato. Questo aspetto, tuttavia, rappresenta soltanto una parte del problema. In Italia assistiamo alla militarizzazione dello spazio pubblico. Negli Usa viene uccisa un’attivista a sangue freddo. In Francia si dispiegano le forze di polizia nelle banlieues, a volere chiudere il cerchio tra marginalità e dissenso politico, con la questione palestinese a fungere da cerniera. In Inghilterra, ogni fine settimana, le manifestazioni di estrema destra raccolgono un seguito sempre più vasto, con la polizia che spesso, in nome della libertà di pensiero, reprime i manifestanti del fronte anti-razzista.  Ovunque si moltiplicano legislazioni restrittive e si gonfia il numero dei detenuti. In parallelo coi tagli alla spesa pubblica, la precarizzazione, l’aumento delle spese militari. La polizia internazionale ha un denominatore comune. Si chiama neoliberismo. La ristrutturazione economica postfordista, lo sfrangiamento delle vecchie comunità, la compressione dei diritti dei lavoratori, hanno prodotto un disperato bisogno di sicurezza che, in assenza di una progettualità collettiva, si è riverberato sull’apparato giudiziario-penale. Per essere intercettato dalle forze che fanno di legge e ordine la loro cifra. E che oggi, che la crisi si fa più acuta, diventano ancora più aggressive, sfociando in un fare guerresco che sta cominciando a oltrepassare i confini nazionali. Riusciremo a fermarci in tempo? *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023). L'articolo La continuazione della guerra proviene da Jacobin Italia.
Rapporto Coop: per gli italiani il 2026 si apre all’insegna delle parole “preoccupazione” e “insicurezza”
Molta disillusione e poco entusiasmo accompagnano gli italiani in questo inizio d’anno, a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il cambiamento climatico sono moneta corrente e influenzano pesantemente l’economia (tornano di moda i beni rifugio e gli investimenti più remunerativi sono materie prime e terre rare, azioni delle aziende della difesa e l’oro). La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%). Sono alcuni dei dati delle anticipazioni del Rapporto Coop 2025, la cui versione definitiva sarà disponibile entro la fine di gennaio. Le previsioni 2026 sono frutto di due indagini on-line (metodologia Cawi) condotte nel mese di dicembre 2025 dall’Ufficio studi Coop e i suoi partner. La prima, “Wish List 2026”, è stata realizzata in partnership con Nomisma su un campione di 1.000 individui rappresentativo della popolazione italiana di 18-65 anni ed ha visto la collaborazione con A21 Consulting di Mirko Veratti. La seconda, “Unwrapping 2026”, rivolta alla community del Rapporto Coop, ha visto la partecipazione di 714 opinion leader italiani (titolari e manager di aziende, rappresentanti di istituzioni pubbliche, analisti di primarie società di consulenza) Le preoccupazioni degli italiani attengono soprattutto: al mercato del lavoro del territorio in cui si vive (lo vede nero il 43%, solo l’11% associa positività), al fattore sicurezza (47% negativo a fronte di un 8% positivo), all’accesso ai servizi sanitari (il 48% versus 9%), allo stato dell’economia italiana (percezione negativa al 42% contro il 21% positiva), alle criticità generate dai cambiamenti climatici (percezione negativa al 50% contro il 20% positiva).  Dalle anticipazioni del Rapporto Coop 2026 emerge come la casa continui ad essere il luogo del cibo. Stabile la crescita dell’home cooking (7 italiani su 10 non prevedono cambiamenti nella spesa alimentare per il consumo domestico, mentre il 20% ipotizza un aumento) e perfino il delivery torna a crescere, trascinato dalla voglia di rimanere in casa. Innovazione e più tempo tra i fornelli sono le parole chiave della tavola 2026 degli italiani, fatta di alimenti salutari, semplici, autentici. Chi prevede di acquistare più cibi senza conservanti e additivi, infatti, nel 2026 supera di 21 punti percentuali chi pensa di diminuirli (+14 nel 2024); la stessa differenza è di 18 punti percentuali per i cibi senza / a ridotto contenuto di zuccheri (+13 nel 2024) e di 15 per i cibi senza / a ridotto contenuto di grassi (+12 nel 2024). Nelle intenzioni degli italiani, verdura, frutta e pesce sono in aumento (chi prevede di acquistarne di più supera, rispettivamente, di 23, 21 e 9 punti percentuali chi pensa di ridurli), in netto contrasto con le previsioni di spesa per l’acquisto di carni rosse (-21) e salumi (-28). Esce radicalizzato il mantra degli italiani degli ultimi anni che puntano al benessere a tavola associato al principio della prevenzione come comportamento oramai acquisito. Nel carrello la qualità trova il suo posto a fianco della convenienza e in questo senso si può leggere sia l’ulteriore espansione dei prodotti venduti sotto il marchio di un supermercato e non di un produttore esterno (MDD), che oramai hanno conquistato gli italiani (l’81% dei manager food & beverage prevede un aumento della spesa delle famiglie per alimenti e altri beni del largo consumo confezionato a Marca del Distributore) sia il rallentamento della crescita dei discount. Nel Largo Consumo pensando all’anno che verrà l’umore è, invece,  più grigio che nero: il 12% dei manager food & beverage intervistati intravede un miglioramento, il 66% prevede stabilità, il 22% un peggioramento. Anche se le intenzioni di acquisto alimentare sono moderatamente positive se crescita sarà, sarà comunque di piccolo cabotaggio (+0,9% a valore nel 2026 rispetto al 2025) e più che compensata dall’aumento dei prezzi, tanto da tradursi in un calo dei volumi (-0,4%). Le speranze di migliori performance del segmento Largo Consumo Confezionato sono affidate prioritariamente all’innovazione tecnologica e a crederci di più sono i manager del retail (vendita al dettaglio): il saldo tra chi prevede un  miglioramento e chi teme un peggioramento sul fronte dell’innovazione tecnologica è di +64 punti percentuali contro i +55 rilevati nell’industria alimentare. La sostenibilità ambientale resta un compromesso praticabile: il 34% dei manager food & beverage prevede un aumento dell’attenzione delle imprese di settore per questo aspetto, contro un 16% di scettici che prevede un minor impegno su questo fronte (saldo +18). Tra gli aspetti più critici per i manager della filiera alimentare, invece, troviamo le voci che riguardano i livelli occupazionali (saldo tra miglioramento e peggioramento di -13 punti percentuali) e, soprattutto, il costo del lavoro (-27), quello di materie prime e merci (-30, ma si arriva a -47 tra i manager del retail) ed i margini / redditività (-30). Per vincere in un mercato food che resta molto competitivo, per le imprese del Largo Consumo le priorità su cui scommettere sono il “capitale umano” (indicato dal 49% dei manager di settore, ma si arriva al 57% nel retail), davanti a innovazione tecnologica 47% e ottimizzazione dei processi 43%. Qui per approfondire le previsioni Coop 2026: https://italiani.coop/download/rapporto-coop-2025-we-tavole/?wpdmdl=24353&refresh=695b8ef1739451767608049 Giovanni Caprio
Europa, Dicembre 2025
La lettera aperta dell’economista statunitense Jeffrey Sachs al Cancelliere tedesco Merz, pubblicata sul quotidiano Berliner Zeitung. ***** Cancelliere Merz, Ha parlato più volte della responsabilità della Germania per la sicurezza europea. Questa responsabilità non può essere assolta attraverso slogan, memoria selettiva o la costante normalizzazione del linguaggio bellico. Le garanzie […] L'articolo Europa, Dicembre 2025 su Contropiano.
Se questa non è militarizzazione: la scuola a servizio della sicurezza
Giovedì 18 dicembre, a Torino, nei pressi di Corso Regina Margherita 47, vengono chiuse due scuole in via precauzionale per motivi di ordine pubblico. L’avviso arriva alle scuole via mail alle 7.30 del mattino, senza alcun preavviso per studenti, studentesse, famiglie e personale scolastico, mentre all’esterno un ingente dispositivo di carabinieri, polizia, Digos e guardia di finanza è pronto a procedere allo sgombero del Centro Sociale Askatasuna. La motivazione addotta è quella dell’ordine pubblico. Una situazione analoga si era già verificata il mese scorso a Bologna, in occasione della partita Virtus–Maccabi Tel Aviv quando, in concomitanza con la manifestazione “Show Israel the Red Card”, era stata ordinata la chiusura anticipata di alcune scuole presenti nella zona indicata come “zona rossa”. In entrambi i casi la gestione dell’ordine pubblico – in via preventiva – ha comportato la sospensione di un servizio pubblico essenziale che in primo luogo lo Stato dovrebbe aver cura di garantire. Invece, la chiusura delle scuole avvenuta il 18 dicembre ha coinvolto non solo lavoratrici e lavoratori, ma anche studentesse e studenti colpendo centinaia di minori. Il ministro dell’Interno ha dichiarato sui social “non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese“, collegando lo sgombero alle proteste davanti alla sede Leonardo SpA e all’attacco alla redazione La Stampa, col chiaro intento di colpire ancora una volta il movimento contro la guerra e a sostegno della Palestina. Negare il diritto allo studio in nome della repressione e della sicurezza, militarizzare un quartiere con idranti e numerosi dispositivi repressivi, anche sotto gli occhi di bambine e bambini, significa agire violenza istituzionale e utilizzare la chiusura di un servizio pubblico come leva per disciplinare il conflitto. Come comunità educante invitiamo a riflettere su dove risieda realmente la violenza: in chi protesta contro la guerra e il riarmo o in chi organizza una mise en place repressiva che mette la sicurezza preventiva davanti ai diritti? Fulvia Difonte, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Iran: prime manovre militari congiunte della Organizzazione di Shangai. Un segno dei tempi
L’ultima riunione della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) lo scorso settembre, aveva restituito piuttosto chiaramente la sensazione di un cambio di passo da parte di un organismo internazionale “alternativo” al blocco euroatlantico. Quello che viene definito Sud Globale negli ultimi tempi si va orientando su scelte più assertive […] L'articolo Iran: prime manovre militari congiunte della Organizzazione di Shangai. Un segno dei tempi su Contropiano.