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Buon compleanno Sicurezza!
di avv. Giuseppe Romano* A un anno dalla sua approvazione, il principale strumento repressivo del governo Meloni è già sotto assedio nei tribunali. Giudici, procure e avvocati ne contestano la …
Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica” In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica? La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative. La “convenienza” del mare Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio — circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari (Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza? Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi, sottoprodotti potenzialmente tossici. In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e opportunità promesse per il territorio. Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione. Opacità e controllo Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un controllo effettivo. A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica. Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva. In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente. Stato presente, Stato assente È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”. Antonio Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio, anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando? Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con evidenti criticità giuridiche. Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS, imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede la verifica empirica. È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes), con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo intensificando nel nostro stesso territorio. Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green. Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica. Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di “rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente. Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle comunità locali e le generazioni future. Co-esistenze: un invito alla vigilanza È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione, “Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dell’ecosistema adriatico. L’incontro sui rigassificatori ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Il prossimo appuntamento, domenica 14 giugno al mattino, sarà dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea che siano semplici risorse. Una risposta attiva emerge anche dalla “Carovana Diritti e Rovesci” promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13 giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti). Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una nuova consapevolezza civile Approfondimenti: * Guarda il video della diretta dell’intera conferenza sul canale di Rete No RIGASS No GNL * Scarica il pdf con il programma completo del Festival Into the Blue – Sea Life Fest 2026 di Fondazione Cetacea ETS * Scopri il programma del Convegno conclusivo della Carovana “Diritti e Rovesci” di RECA Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e AMAS-ER Redazione Romagna
June 8, 2026
Pressenza
Il miracolo della pace a colpi di cannone: se la Nato ridefinisce il welfare
Dobbiamo un sincero ringraziamento all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Intervenendo a Venezia, sul palco della Festa dell’Innovazione organizzata da “Il Foglio”, il presidente del Comitato militare della Nato è riuscito in un’impresa acrobatica non da poco: svelare al mondo il segreto del millennio. Quale? Che la pace si fa spendendo miliardi in armamenti e che, in fondo, la difesa è l’unico vero investimento per restare padroni del nostro futuro. Affermare con solennità che “la pace è il mestiere di tutti” mentre si coordina la più grande macchina bellica del pianeta è una perla di equilibrismo retorico che meriterebbe un premio alla fantasia geopolitica. Ma la vera innovazione concettuale, quella che lascerà di stucco economisti, sociologi e generazioni di studiosi dello Stato sociale, risiede in un’altra equazione sciorinata con disinvoltura dal palco veneziano: quella secondo cui, senza sicurezza militare, il welfare diventa fragile, l’economia si ferma e i diritti si comprimono. Si tratta di un ribaltamento logico e storico di proporzioni monumentali. Secondo questa bizzarra teoria, se oggi i nostri pronto soccorso sono al collasso, se le liste d’attesa nella sanità pubblica costringono i cittadini a curarsi a pagamento o a rinunciare alle cure e se le nostre scuole cadono a pezzi, la colpa non è dei tagli lineari e delle politiche di austerità degli ultimi decenni. No, il problema è che non abbiamo abbastanza caccia bombardieri o carri armati parcheggiati in garage. Eravamo convinti, nella nostra ingenuità, che per difendere i diritti sociali servissero investimenti sui medici, sugli insegnanti, sui salari da fame e sulle tutele universali. Ci stavamo preoccupando per il potere d’acquisto delle famiglie e per l’inflazione e invece la soluzione era lì, a portata di mano: bastava comprare più missili per blindare l’economia reale. È straordinario come la retorica bellicista riesca a trasformare la sottrazione di risorse pubbliche in un atto di lungimirante protezione sociale. Nella realtà materiale che i cittadini affrontano ogni giorno, il nesso di causalità è esattamente opposto a quello descritto dall’ammiraglio. Sono proprio i miliardi di euro dirottati verso il riarmo e le commesse militari a drenare linfa vitale dai bilanci dello Stato, impoverendo le prestazioni sociali e riducendo i servizi essenziali a simulacri di se stessi. Ogni euro investito in un sistema d’arma è un euro tolto a un letto d’ospedale, a una borsa di studio, alla messa in sicurezza di un territorio devastato dal dissesto idrogeologico. La vera fragilità del welfare nasce dalla scelta politica di privilegiare l’economia di guerra rispetto ai bisogni sociali. Non poteva mancare, infine, il richiamo al “realismo” di fronte alle pressioni che arrivano da oltreoceano. Cavo Dragone ha definito “legittima” la richiesta degli Stati Uniti di un riequilibrio della presenza Nato in Europa, traducibile nel consueto invito ad aumentare gli stanziamenti per le spese militari. Questo genere di realismo assomiglia tragicamente a quello di un cameriere che ringrazia ossequiosamente il cliente dopo che quest’ultimo gli ha lasciato l’intero conto della cena da saldare. Accettare passivamente i diktat di Washington non è pragmatismo; è la rinuncia formale a qualsiasi idea di autonomia strategica e diplomatica dell’Europa. Significa legare il destino del nostro continente a una spirale di tensioni globali e alla logica dei blocchi contrapposti, che serve gli interessi delle grandi potenze e dei produttori di armi, non certo la sicurezza dei popoli europei. L’unica cosa che si sta comprimendo drammaticamente in questo scenario non è la sicurezza, ma la logica elementare e, insieme a essa, le tasche dei contribuenti. La sicurezza di un Paese non si misura dal numero di testate o dalla modernità dei sistemi di puntamento, ma dalla dignità della vita dei suoi abitanti. Un Paese è sicuro quando un lavoratore non rischia la vita in fabbrica, quando un anziano riceve assistenza domiciliare adeguata e quando i giovani non sono costretti a emigrare per sfuggire al precariato selvaggio. Alimentare una corsa agli armamenti senza fine, giustificandola con la necessità di difendere una non meglio precisata libertà, significa condannarci a un futuro di conflitti permanenti e di impoverimento generalizzato. Se il modo per restare padroni del nostro domani è quello di trasformare le istituzioni in succursali dell’industria bellica, allora è urgente rivendicare il diritto a un futuro diverso. Un futuro meno armato, decisamente più civile, in cui la diplomazia, la cooperazione internazionale e la giustizia sociale tornino a essere i veri pilastri della convivenza tra i popoli, nel pieno rispetto dello spirito costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie. Giovanni Barbera
June 7, 2026
Pressenza
Polizie, sicurezza, paura
di Nicola Rossiello* La sicurezza non è semplicemente una risposta al disordine. È un dispositivo di governo delle popolazioni. Non precede il pericolo: lo costituisce, lo nomina, lo distribuisce nello …
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
Il Leviatano senza maschera
di Christian Argine Dalle infiltrazioni nei movimenti alla sorveglianza diffusa, gli apparati dello Stato mostrano il loro volto più profondo: governare il conflitto, disciplinare il dissenso e riprodurre il proprio …