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Salute mentale e disabilità: alla Camera il Manifesto per abbattere le barriere all’accesso alla terapia
Secondo i dati dell’indagine “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal CENSIS in collaborazione con Lundbeck Italia, l’importanza della prevenzione nella salute mentale è affermata dal 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello (cioè, dei disturbi neurologici, del neurosviluppo e psichiatrici) ritenuti più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede il potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%). Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici (https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/01/Sintesi-del-Rapporto-Lundbeck-Censis-.pdf). In tema di salute mentale molte persone con disabilità e i loro caregiver incontrano barriere fisiche, logistiche e culturali. Eppure, spesso la loro salute mentale viene messa in secondo piano rispetto agli aspetti clinici e assistenziali. Per cercare di affrontare concretamente questo problema è stato presentato di recente alla Camera dei deputati il Manifesto per l’accesso  alla psicoterapia promosso da Serenis (https://www.serenis.it/),  centro medico online per il benessere mentale e fisico, e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie (https://fishets.it/). Il documento nasce dai risultati di una survey congiunta che mette in luce dati che meritano attenzione: quasi il 25% delle persone con disabilità intervistate ha dichiarato di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Le ragioni risiedono in barriere fisiche, logistiche, comunicative e culturali che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Anche lato caregiver emerge un’urgente necessità di supporto: infatti circa la metà dei rispondenti (43%) ritiene che il supporto psicologico fornito non sia adeguatamente offerto o accessibile. Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50.4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. Il cuore del Manifesto presentato è il principio di autodeterminazione. L’obiettivo è sollecitare le istituzioni a garantire percorsi di assistenza personalizzati, scelti liberamente dalla persona e integrati nel proprio progetto di vita. Non si tratta solo di accessibilità architettonica per le persone affette da disabilità, ma di una rivoluzione culturale che possa rimuovere ogni forma di pregiudizio e disparità nel sistema di cura. “Non può esserci vera salute senza un adeguato benessere psicologico, ha sottolineato Vincenzo Falabella, presidente di FISH Ets. Eppure, oggi, l’accesso alla psicoterapia è ancora un privilegio per pochi, non un diritto garantito per tutti. Il Manifesto condiviso con Serenis mette in luce una realtà allarmante: il 25% delle persone con disabilità rinuncia alla psicoterapia a causa di barriere fisiche, economiche e culturali. Il supporto psicologico deve, invece, diventare parte integrante del Progetto di Vita, come strumento concreto di autodeterminazione e piena partecipazione sociale. Senza un sostegno adeguato, infatti, il diritto all’autonomia resta incompleto. Garantire un accesso equo e universale alla psicoterapia significa rafforzare non solo le persone, ma l’intera comunità. Vuol dire investire nella coesione sociale, prevenire situazioni di maggiore fragilità, sostenere il benessere di milioni di cittadini”. E Daniele Francescon, co-founder di Serenis ha aggiunto: “Per una persona con disabilità il nodo non è solo trovare uno psicoterapeuta: è trovare il professionista giusto, con competenze specifiche e strumenti di comunicazione adeguati. II digitale può abbattere barriere territoriali e logistiche, ma solo se è progettato in modo accessibile e se facilita l’incontro con terapeuti specializzati. Con FISH, attraverso questo Manifesto, vogliamo mettere a sistema soluzioni concrete, perché la psicoterapia diventi una possibilità reale per persone con disabilità e caregiver.” Qui il Manifesto: https://www.serenis.it/manifesto-fish#1. Giovanni Caprio
March 7, 2026
Pressenza
Povertà e salute mentale: i dati della rete Caritas
Un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone assistite dalla rete Caritas nell’ultimo decennio… Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale… Forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali… Il Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” elaborato da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia restituisce l’immagine di una crisi strutturale, che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria, e che non può essere letta solo in chiave sanitaria. I dati mostrano come le condizioni di precarietà lavorativa, insicurezza abitativa, isolamento relazionale e fragilità economica aumentino il rischio di sofferenza mentale e, allo stesso tempo, come il disturbo psichico possa generare nuove forme di impoverimento, perdita di lavoro, di casa e di legami sociali. Nell’introduzione del Rapporto è posto all’attenzione che “le evidenze epidemiologiche disponibili indicano che in Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale” In specifico, il Rapporto rileva: > Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel > corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi > dodici mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. > > La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della popolazione nel > corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i disturbi d’ansia > colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il 3–5% su base > annuale. > > I disturbi psicotici, come la schizofrenia, presentano una prevalenza più > contenuta ma stabile, pari a 3–6 casi ogni 1˙000 abitanti. > > In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con > una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne. L’aumento del disagio mentale trova riscontro anche nei dati amministrativi e di utilizzo dei servizi: tra il 2019 e il 2023 gli utenti adulti dei servizi psichiatrici sono aumentati, da 826˙000 a 854˙000, del 3%. Nello stesso periodo si registra un significativo incremento, pari a circa il 20%, delle richieste di assistenza da cittadini stranieri residenti in Italia: un fenomeno strettamente connesso all’acuirsi delle difficoltà economiche, sociali e abitative in un contesto di crisi prolungata. La correlazione tra povertà e salute mentale è bidirezionale. Da un lato, la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale, stigma e difficoltà materiali (causalità sociale); dall’altro, il disagio mentale può compromettere lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà (selezione sociale). Questo circolo vizioso è rafforzato da barriere economiche, sociali e simboliche all’accesso alle cure e dalle disuguaglianze strutturali. Oltre a reddito e lavoro, altri determinanti sociali influenzano la salute mentale: reti di supporto, condizione abitativa, istruzione, status migratorio, età e vulnerabilità legata a genere, cittadinanza o altre forme di marginalizzazione. In sintesi: povertà e disuguaglianze sociali determinano e amplificano il disagio mentale, creando circoli di vulnerabilità e la relazione tra salute mentale e condizioni socio-economiche è bidirezionale e interconnessa con fattori strutturali, culturali e politici. È necessario quindi un approccio intersezionale e strutturale che integri cura individuale, politiche sociali e trasformazioni sistemiche per migliorare la salute mentale e ridurre le disuguaglianze. I dati che riferiscono della attività svolte dalla Caritas sono eloquenti. Nel 2024 la rete Caritas in Italia ha assistito 277˙775 persone, di cui il 14,6% presentava una vulnerabilità sanitaria. La sofferenza mentale interessa invece il 4,4% delle persone accolte nei centri Caritas, una quota probabilmente sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna che lo circondano, nonché della natura spesso episodica dei colloqui. Complessivamente, le persone con sofferenza psicologica seguite nel corso del 2024 sono state 7˙742. Le problematiche psicologico-relazionali rappresentano la tipologia più diffusa (38,5%), seguite dai disturbi depressivi (28,9%) e dalle patologie psichiatriche (26,8%). La sofferenza mentale si intreccia quasi sempre con altri bisogni fondamentali, dando luogo a forme di “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno, una quota nettamente superiore rispetto ad altri profili. Le criticità riguardano soprattutto lavoro, casa, salute, relazioni familiari, ma anche istruzione, disabilità e dipendenze, configurando traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti. Tra le persone con sofferenza mentale emerge una maggiore cronicizzazione dello stato di bisogno: circa il 40% è seguito dalla Caritas da cinque anni o più. Ribadendo la necessità che la salute mentale sia realmente riconosciuta come diritto fondamentale e bene comune, affermando che continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese, il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha dichiarato: «Negli ultimi anni abbiamo osservato da vicino un aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in condizione di fragilità socioeconomica. Nell’80% dei casi, il disagio mentale si intreccia con povertà materiale, relazionale e sociale. È un fenomeno sistemico che non può essere affrontato con risposte frammentate». «La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma – ha commentato il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana intervenuto alla presentazione del rapporto – La persona è sempre legata a una comunità e trova sé stessa ricreando la relazione con questa».   Rapporto Caritas POVERTÀ E SALUTE MENTALE. RELAZIONE CIRCOLARE E DIRITTI NEGATI  Giovanni Caprio
February 17, 2026
Pressenza
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
CPR: LA “DERIVA MANICOMIALE” DEI LAGER PER MIGRANTI CONTINUA TRA VIOLENZE, ABUSI E SILENZIO ISTITUZIONALE
La linea di violenze e abusi che ha caratterizzato i CPR negli ultimi anni non si è fermata. Nelle prime settimane del 2026 sono diversi i video diffusi che mostrano la realtà che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti, urla disperate nei corridoi. “Negli ultimi giorni noi abbiamo ricevuto le testimonianze e dei video molto espliciti di almeno tre persone con evidenti problemi di salute mentale, probabilmente quattro” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “quello che ci preoccupa moltissimo è che nonostante tutte queste evidenze che poi noi ogni volta segnaliamo dovutamente alla prefettura, ad ATS, agli stessi garanti dei diritti delle persone private della libertà personale non c’è mai un intervento significativo se non nei casi proprio più estremi. È in atto e lo ribadiamo una vera e propria deriva manicomiale all’interno dei CPR e purtroppo continuiamo a riceverne le prove e le testimonianze.” Un altro nodo critico di questo inizio anno riguarda il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove una nuova direttiva ha limitato drasticamente l’uso dei telefoni cellulari. Una scelta motivata ufficialmente da ragioni di “sicurezza” dalle Questure, ma che nei fatti elimina l’unico strumento di garanzia costituzionale per i trattenuti: senza smartphone, non esiste possibilità di documentare abusi; non si possono inviare foto di cartelle cliniche ai legali; non si possono denunciare violazioni dei diritti umani. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Ascolta o scarica.
January 14, 2026
Radio Onda d`Urto
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “RIPARTIAMO DALLA SALUTE MENTALE PER RICOSTRUIRE IL SSN UNIVERSALISTICO”
La trasmissione di sabato 20 dicembre ospita Angelo Barbato del Dipartimento politiche per la salute Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano e Carla Ferrari, psichiatra del direttivo Forum salute mentale. Questa puntata è intitolata “Ripartiamo dalla salute mentale per ricostruire il SSN universalistico”. Conducono Donatella Albini e Antonino Cimino.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 20 dicembre. Ascolta o scarica
December 20, 2025
Radio Onda d`Urto
Giorgio Antonucci: pioniere dell’approccio umano
In occasione dell’ottavo anniversario della sua scomparsa, ricordiamo con affetto e ammirazione l’amico Giorgio Antonucci (1933–2020), medico e psicanalista rivoluzionario nel panorama italiano e internazionale. Antonucci è stato uno dei più strenui difensori di un approccio umano, etico e radicalmente non coercitivo alla sofferenza psichica, lasciando un’eredità che continua a ispirare il dibattito sulla salute mentale. L’esperienza con Basaglia La sua carriera inizia durante la stagione delle riforme. Antonucci fu tra i medici che collaborarono con Franco Basaglia a Gorizia. L’esperienza cementò il suo rifiuto totale delle istituzioni manicomiali e delle pratiche disumanizzanti. A Gorizia e, successivamente, a Cividale del Friuli, Reggio Emilia e Imola, Antonucci non si limitò a teorizzare un approccio umano alla sofferenza mentale: la sua pratica quotidiana era concretamente basata sul rispetto incondizionato per la persona e sul ripudio di ogni forma di violenza istituzionale. L’Approccio non coercitivo e il pregiudizio psichiatrico Il suo lavoro era guidato dal rifiuto del “pregiudizio psichiatrico”: l’acritica convinzione che la sofferenza esistenziale, classificata come “malattia mentale,” autorizzi la coercizione e la negazione della dignità del sofferente. Antonucci vedeva in questo pregiudizio la radice stessa della violenza e dell’istituzionalizzazione. La sua pratica era dunque basata su due pilastri etici fondamentali: il rifiuto della coercizione e dell’elettroshock e la forte limitazione, fino all’eliminazione, delle cure farmacologiche, ritenuti strumenti di controllo e soppressione del sintomo piuttosto che di vera guarigione. L’obiettivo era aiutare la persona a rielaborare la propria crisi in un contesto di libertà e ascolto autentico. Il riconoscimento internazionale Il suo impegno radicale e la sua coerenza etica hanno varcato i confini nazionali, guadagnandogli un significativo riconoscimento internazionale. Nel 2004, a Los Angeles, Giorgio Antonucci è stato insignito del prestigioso Premio Thomas Szasz, assegnato dalla Citizens Commission on Human Rights (CCHR). Questo premio, intitolato al celebre psichiatra ungherese-americano che criticò le basi stesse della psichiatria, ha onorato Antonucci per il suo coraggio e la sua integrità nel difendere la libertà e i diritti umani nel campo della psichiatria. L’eredità Giorgio Antonucci ci ha lasciato un monito potente: la vera cura inizia dove finisce la paura e dove la dignità umana viene posta al centro di ogni relazione terapeutica. La sua opera resta una guida essenziale per chiunque creda in una salute mentale che sia, prima di tutto, un atto di profonda umanità. Col suo lavoro, egli ha dimostrato sul campo, con cinquant’anni di anticipo, la possibilità concreta di implementare con successo le linee-guida congiunte delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che promuovono l’abbandono della coercizione e un approccio incentrato sulla comunità e sul rispetto della persona e dei suoi diritti.  Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani odv www.ccdu.org Redazione Italia
November 17, 2025
Pressenza
Quanti Paolo ancora? Storia di un fallimento collettivo
«Ogni bambino che non viene aiutato a essere se stesso diventa un adulto che faticherà a vivere». La morte di Paolo Mendico, il quattordicenne di Santi Cosma e Damiano che il 14 settembre ha deciso di togliersi la vita, rende questa frase terribilmente attuale. Sono passati alcuni giorni e ancora oggi le domande restano senza risposta. La Procura di Cassino ha avviato indagini, l’autopsia è in corso, i dispositivi del ragazzo sono stati sequestrati. Intanto il Ministero ha avviato audizioni nella scuola che frequentava. I familiari parlano di episodi di bullismo e di vessazioni online, che forse hanno scavato nel tempo un solco di dolore. Il fatto è avvenuto a poche ore dall’inizio del nuovo anno scolastico. Per molti ragazzi questo momento coincide con l’entusiasmo di rivedere i compagni, con il desiderio di fare progetti e condividere nuove esperienze. Per altri, invece, può trasformarsi in un passaggio doloroso, carico di ansia, isolamento e paura. È in ciò che non vediamo, nei dettagli che sfuggono al nostro sguardo distratto, che a volte si nasconde il dolore più profondo. Ogni comunità che vive una tragedia simile resta sospesa tra lo sgomento e il senso di colpa. Ci si interroga su ciò che forse non è stato visto, sui segnali che potrebbero essere sfuggiti. Non esistono risposte semplici, ma esiste il dovere di fermarsi e riflettere insieme. Quello di Paolo non è un caso isolato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo oltre settecentoventimila persone si tolgono la vita ogni anno, e per i giovani tra i quindici e i ventinove anni il suicidio è la terza causa di morte. Anche tra i giovanissimi la realtà è dura: nella fascia dieci–quattordici anni si contano più di ottomila decessi l’anno. In Europa l’UNICEF stima che tre adolescenti al giorno muoiano per suicidio, e ricorda che ansia e depressione costituiscono più della metà dei disturbi mentali giovanili. In Italia l’ISTAT registra quasi quattromila suicidi nel 2021, con un aumento del sedici per cento tra i quindici e i trentaquattro anni rispetto al 2020. Questi dati non possono essere letti di fretta, come fossero solo statistiche. È importante leggerli con attenzione e soffermarcisi con il pensiero, perché sono gli unici che ci restituiscono la dimensione reale delle cose. Dietro ogni cifra ci sono volti, storie, famiglie, comunità. Solo se partiamo da qui possiamo comprendere la gravità del problema e la necessità di agire. La scuola, che dovrebbe essere il luogo dove crescere e sentirsi accolti, diventa a volte anche lo spazio dove emergono dinamiche di esclusione e bullismo. Non è per mancanza di volontà o negligenza degli insegnanti, ma perché troppo spesso mancano strumenti, tempo e formazione. Non si può lasciare la valutazione del disagio adolescenziale alla sola sensibilità individuale, anche quando a doverlo affrontare sono operatori dell’istruzione di grande dedizione. La scuola deve essere messa nelle condizioni di operare con competenze adeguate, supportata da figure professionali formate e da percorsi che rendano la prevenzione parte integrante della vita scolastica. Un altro nodo cruciale è la salute mentale. È stato avviato un piano per portare lo psicologo nelle scuole, ma la presenza resta frammentaria, legata a progetti temporanei. Un ragazzo che soffre non può aspettare: ha bisogno di un punto di ascolto stabile, di un adulto formato, di una porta aperta sempre. Il disagio adolescenziale non è soltanto un dramma privato, ma una ferita sociale. È il segno che la comunità non è stata capace di proteggere i suoi membri più vulnerabili. Non possiamo pensare che sia un problema della sola scuola, o della sola famiglia. È una responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, operatori sanitari, associazioni, media. Servono strumenti concreti, serve formare genitori e docenti a riconoscere i segnali di disagio, serve coinvolgere i ragazzi stessi e dare loro la possibilità di diventare parte di una rete di sostegno. La storia di Paolo non deve restare un titolo di cronaca. È un appello che chiede a tutti noi di guardare oltre le statistiche e imparare a prenderci cura, ogni giorno, delle fragilità che attraversano le nostre comunità. Se hai bisogno di aiuto 114 – Emergenza Infanzia (h24, gratuito) Telefono Azzurro 1.96.96 (h24, anche chat e app) Telefono Amico Italia 02 2327 2327 (tutti i giorni 9–24) — WhatsApp 324 011 7252 (18–21) In caso di emergenza: 112 -------------------------------------------------------------------------------- FONTI * OMS – Suicidio nel mondo (2025): https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/suicide * http://UNICEF Europe – On My Mind (salute mentale adolescenti): https://www.unicef.org/eca/reports/my-mind * http://ISTAT – Cause di morte 2021 (Italia): https://www.istat.it/it/archivio/cause-di-morte Lucia Montanaro
September 25, 2025
Pressenza
CPR: IL VIAGGIO DI MARCO CAVALLO PER LA CHIUSURA DEI CENTRI PER RIMPATRIO. PROSSIMA TAPPA A MILANO
È partito ufficialmente il 6 settembre da Gradisca d’Isonzo il viaggio di Marco Cavallo, simbolo di lotta per la libertà e i diritti.  Il gigantesco cavallo azzurro accompagnerà associazioni, gruppi, operatori, comitati e attivisti che denunciano le condizioni dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani, in cui vengono detenute persone migranti in attesa di deportazione. Da tempo vengono denunciate le violenze sistematiche, le condizioni degradanti, gli abusi quotidiani documentati più volte e si chiede la chiusura di questi luoghi di detenzione amministrativa, proprio come veniva chiesta da Franco Basaglia e il suo gruppo la chiusura dei manicomi. La storia di Marco Cavallo inizia infatti il 21 gennaio 1973 dai pazienti e operatori del manicomio di San Giovanni a Trieste durante l’esperienza di Basaglia. In quell’occasione il cavallo azzurro lasciò il ghetto manicomiale di Trieste e centinaia di ricoverati lo seguirono invadendo le strade della città. Il progetto è stato lanciato a febbraio dal Forum Salute Mentale. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Carla Ferrari Aggrada, del direttivo del Forum Salute Mentale. Ascolta o scarica.
September 12, 2025
Radio Onda d`Urto
[entropia massima] AntropoLogica
Puntata 28 di EM, sesta del ciclo AntropoLogica, parliamo di Salute mentale delle persone e delle famiglie migranti e lo facciamo in uno dei più importanti centri europei di psicologia e psichiatria transculturale, l'Ospedale Avicenne. Ne discutiamo con Thierry Baubet e Marie-Caroline Saglio.
June 30, 2025
Radio Onda Rossa
La resistenza psichica in Palestina
A GAZA E IN CISGIORDANIA NON C’È UN “POST”. IL TRAUMA È CONTINUO, CUMULATIVO E IRRAPPRESENTABILE SECONDO I CANONI DISCRIMINANTI DELLA PSICHIATRIA OCCIDENTALE. PER QUESTO LO STRAORDINARIO LAVORO PORTATO AVANTI DA ALCUNE ÉQUIPES DI PRESIDI PSICOSANITARI IN CISGIORDANIA E IN CIÒ CHE RESTA DI GAZA SI ARTICOLA IN DIVERSE PRATICHE DI RESTITUZIONE DI UNA DIFFERENTE RAPPRESENTAZIONE DELLA SOCIETÀ PALESTINESE: GRUPPI DI ASCOLTO, SOCIALITÀ IN SPAZI APERTI, LABORATORI DI CUCINA E DI ABITI TRADIZIONALI, INCONTRI COLLETTIVI DI EX-PRIGIONIERI, PIANTUMAZIONE. TUTTI MOMENTI DI COMUNE. INCONTRO CON SAMAH JABR, PSICHIATRA E SCRITTRICE -------------------------------------------------------------------------------- Con i capelli grigi e le macchie bianche sulla pelle, a Lana è stata diagnosticata una vitiligine dopo un grave attacco di panico provocato da un bombardamento aereo israeliano a Gaza nel gennaio 2024. Nel suo campo di sfollamento è conosciuta come la “bambina anziana”. Lana ha due fratelli ma ora, dice la mamma, passa la maggior parte del tempo da sola. L’Unicef ha stimato che quasi tutti gli 1,2 milioni di bambini di Gaza hanno bisogno di salute mentale e supporto psicologico. A causa del blocco israeliano non può lasciare la Striscia di Gaza per curarsi. La vicenda di Lana è stata raccontata da Middle East Eye (in Italia da Assopacepalestina.org) -------------------------------------------------------------------------------- Samah Jabr, psichiatra, scrittrice, dirige l’unità di salute mentale del Ministero della sanità palestinese. Nell’aula gremita del dipartimento di economia dell’Università “Roma Tre” il 20 maggio ha presentato il suo ultimo documento sul massacro psicofisico in atto a Gaza e Cisgiordania: Il tempo del genocidio. La casa editrice “Sensibili alle foglie”, si è fatta promotrice della fenomenale pratica psicosociale della dottoressa Jabr, pubblicando i suoi precedenti lavori, Dietro i fronti (2019) e Sumud (2021) che offrono allo sguardo italiano lo spaccato atroce delle conseguenze psichiche ed esistenziali della sistematica distruzione di vite in Palestina ad opera del governo di Israele (qui una sua testimonianza in video). Il fulcro della pratica difficile della psicoterapia a Gaza, a Gerusalemme e in Cisgiordania consiste nella necessità di ritessere il mondo da parte delle donne e dei bambini, quando sopravvivono alle bombe, alle torture e alla detenzione. Avendo l’esercito israeliano preso di mira il sistema sanitario palestinese (140 specialisti detenuti, torturati e uccisi, ospedali distrutti e non più in grado di curare anche quando si interrompono i bombardamenti), e usando la fame come arma, le difficoltà maggiori consistono nel mancato riconoscimento dei traumatismi che l’occidente insiste nel rubricare come sintomi di stress post-traumatico. Ma, dice la dottoressa Samah, in Palestina non c’è un “post”. Il trauma è continuo, cumulativo e irrappresentabile secondo i canoni discriminanti della psichiatria occidentale. Riporta un’indagine di Al-Jazeera che in un giorno esplodono 42 bombe, 12 edifici distrutti, 15 morti, 6 bimbi, 35 bimbi feriti con una media di 60 morti giornalieri. Il che significa ospedali e strutture sanitarie distrutte; il che significa ancora che il sistema sanitario palestinese per molti anni non esisterà. Se da più di 100 giorni Israele blocca cibo, acqua e qualsiasi aiuto umanitario, la fame diviene un’arma di genocidio. Citando un’inchiesta della rivista scientifica “Lancet”, disponibile sul suo sito web, la dottoressa Jabr mostra che i 60.000 morti palestinesi dal 7 ottobre 2023 a oggi devono essere moltiplicati per 4,5 e il moltiplicatore riguarda gli scomparsi, i deceduti per malattia e per inedia che non sono conteggiati dalle autorità. -------------------------------------------------------------------------------- Foto Donne in nero Piacenza -------------------------------------------------------------------------------- Il tutto configura una catastrofe psichica che eccede in maniera significativa i criteri della sintomatologia del disagio comunemente rubricati nella categoria del manuale diagnostico statistico (DSM) dell’American Psychiatric Association, peraltro “affetta” da intrinseca raccomandazione alla dipendenza da psicofarmaci, oltre che da deflagrante logica coloniale, come già avevano dimostrato Franz Fanon e Michel Foucault all’epoca dell’indipendenza algerina e oltre. La pratica clinica in Palestina deve infatti fronteggiare: ragazzi e ragazze con disordini alimentari. Depressione e senso di colpa di madri per aver generato figli e figlie in un mondo assassino. Deficit di attenzione in studenti e studentesse brillanti costrette a studiare in scuole con curricula israeliani, pena la chiusura. Piccoli che portano interamente sulle loro spalle la responsabilità di intere famiglie con padri uccisi o detenuti. La politica diventa un affare personale, dice Samah Jabr, in un trauma collettivo prodotto socialmente. Perché la condizione traumatica non risale al 7 ottobre ma a 77 anni di occupazione, di furto della terra e di pulizia etnica variamente articolata. E lo stesso concetto di trauma non può essere generalizzato perché la Palestina non è un territorio con confini da stato territoriale, ma è l’insieme frammentato di almeno cinque comunità tra Gaza, Gerusalemme, West Bank. Le condizioni psicosociali delle diverse énclaves sono diverse per ognuna e quando si parla di disagio psichico bisogna anzitutto chiedersi di quale gruppo parliamo. La salute in generale dipende molto dall’aiuto delle ONG e delle organizzazioni umanitarie il cui limite però è avere un approccio biomedico alla “psicopatologia”, pur essendo essenziale il loro intervento, oggi in gran parte vietato. La violenza, integrata nella vita quotidiana palestinese, la disoccupazione di massa, la povertà, la fame e l’esperienza soffocante dei check points producono invidia, competizione e vittimizzazione che sono versioni diverse del cosiddetto stress post-traumatico secondo la psichiatria mainstream. Il colonialismo psicologico ne è l’effetto, perché laddove la clinica considera solo il trauma individuale e argomenta del possibile ritorno ad una situazione pre-trumatica con un approccio “omeostatico” e neutrale, niente di tutte queste stupidaggini ha a che vedere con la reale condizione di deprivazione dei palestinesi. La letteratura occidentale, dice la dottoressa Jabr, non ha mai riconosciuto la Nakba e parla di stress post-trauma e di depressione quando la realtà è che il 70 per cento dei palestinesi non distingue tra depressione e oppressione. Il che significa che lo stato d’animo prevalente è rabbia e umiliazione, peraltro alimentate dal regime di apartheid, con l’affievolirsi progressivo della volontà di resistenza. Esempio: donne che vedono la propria abitazione rasa al suolo, si sentono male e vengono portate ai pronto soccorso israeliani e si sentono dire che stanno fingendo i loro sintomi. Come dunque fronteggiare l’emergenza? Il lavoro della dottoressa Jabr e delle incredibili équipes dei pochi presidi psicosanitari ancora operanti in Cisgiordania e in ciò che rimane di Gaza si articola in diverse pratiche di restituzione di una diversa rappresentazione della società palestinese: gruppi di ascolto, socialità in spazi aperti, laboratori di cucina e di abiti tradizionali, incontri collettivi di ex-prigionieri, piantumazione, tutti momenti di comune, che consentono a gruppi, villaggi, amicizie, di continuare la vita di resistenza ormai secolare degli abitanti. Il Sumud, resistenza e persistenza di vita, è tutto questo, ed è bellezza, incredibile capacità istintiva di esistere, di radicarsi laddove la terra frana, è dura, è resa deserto, appropriata e violata. Eppure le immagini che Samah Jabr ci mostra annunciano una realtà incancellabile: i bimbi si incontrano, costruiscono aquiloni, li fanno volare, poi rientrano nei gruppi, occhi magnifici di vita vera. Poi, il cavallo di Jenin: Dopo il bombardamento israeliano della città i bambini hanno costruito con le macerie un cavallo che troneggia nella piazza distrutta. L’esercito israeliano ha bombardato ancora quella piazza; i bambini hanno ricostruito il cavallo. Il Sumud è terapia, letteratura, arte, terra. Solo persone che hanno vissuto questa esperienza possono capirlo, dice Samah Jabr. Anche la giustizia ha un effetto terapeutico. Mentre “qui” si parla per lo più di pace, “là” solo la negoziazione di una giustizia pacifica è lecita ed è essenziale. Il riconoscimento del dolore e la solidarietà hanno un effetto terapeutico. Perché non riguarda solo “loro”, ma anche “noi”, anzi in primo luogo riguarda chi oggi è silente, complice, vuole armarsi e continuare ad uccidere. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La resistenza psichica in Palestina proviene da Comune-info.
May 23, 2025
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