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Tra natura, cultura e cura: a Capri un convegno per restituire complessità al pensare la famiglia
Due giornate di confronto tra psicoanalisi, antropologia e istituzioni per ripensare i legami familiari e la condizione dell’adolescenza contemporanea Capri, 24-25 aprile 2026 — Centro Congressi, Sala Pollio In una fase storica in cui i legami familiari, le pratiche genitoriali e la condizione dell’adolescenza interrogano profondamente le scienze umane e le istituzioni della cura, il Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) dell’Associazione Aristemi Connessioni promuove il convegno “La Famiglia. Tra Natura, Cultura e Cura”, in programma a Capri il 24 e 25 aprile 2026. Due giornate di lavoro presso il Centro Congressi della Sala Pollio, con il patrocinio della Città di Capri, che riuniscono alcune tra le voci più autorevoli del panorama italiano della psicoanalisi, dell’antropologia, della psichiatria, della psicologia clinica e giuridica. UN PROGRAMMA AL CROCEVIA TRA DISCIPLINE Il convegno si apre venerdì 24 aprile alle ore 15.00 con i saluti istituzionali di Giuseppe Esposito, presidente dell’Associazione Aristemi Connessioni, e di Gemma Trapanese, presidente del DPACF. A seguire, Roberto Beneduce e Simona Taliani, antropologi e psicoterapeuti dell’Università di Torino e fondatori del Centro Frantz Fanon, presentano l’intervento: “Le famiglie e i loro complessi. Politiche di riproduzione e culture del desiderio”, una riflessione sulle pratiche istituzionali rivolte alle famiglie nei contesti di migrazione e differenza culturale. Nel pomeriggio, Gemma Trapanese propone “La famiglia in scena”, una lettura del teatro di Emma Dante come dispositivo capace di restituire, attraverso il linguaggio scenico, la complessità dei legami familiari. La giornata si conclude con una sessione di discussione in sala, introdotta da Stefania De Giovanni, psicologa clinica e psicoterapeuta della coppia e della famiglia, membro del DPACF. LA SECONDA GIORNATA: ADOLESCENZA, DIRITTO E CURA Sabato 25 aprile i lavori si aprono alle ore 9.30 con i saluti delle autorità. Seguono gli interventi di: * Giuseppe Esposito e Antonio Pitoni: Legami e loro destini tra Famiglia e Società * Vincenzo Zara: Il Gruppo di Valutazione dei Procedimenti Giudiziari per Minori come spazio transizionale A metà mattina si tiene la tavola rotonda: “GLI ADOLESCENTI SENZA ACCOMPAGNAMENTO ALLA VITA” con Mario Colucci, Patrizia Imperato e Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. La discussione è affidata a Monica Conte. Nel pomeriggio: * Fulvia Grimaldi: Famiglia e Istituzioni: Quale Cura? * Massimiliano Scarpelli: La sfera e le tenebre. Un sogno oscuro del corpo (discute Gemma Trapanese) Segue il contributo del Gruppo di lavoro DAI di Città della Pieve su: Adolescenti e disturbi di alimentazione incontrollata nella relazione di cura: un’esperienza di supervisione di équipe (discute Giovanna Cocchiarella) Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Esposito e Gemma Trapanese. UN CONVEGNO CHE ABITA LE DOMANDE Il convegno si configura come uno spazio di confronto interdisciplinare che attraversa quattro grandi assi: * le trasformazioni dei legami familiari * la condizione dell’adolescenza contemporanea * le pratiche istituzionali della tutela e della cura * il dialogo tra psicoanalisi, antropologia e clinica del soggetto Le tre parole del titolo — natura, cultura, cura — non vengono proposte come categorie chiuse, ma come campi di tensione. È nello spazio del “tra” — tra il legame e la norma, tra l’urgenza dell’intervento e la necessità della comprensione — che si gioca oggi la qualità del pensare e dell’operare con le famiglie. INFORMAZIONI Centro Congressi, Sala Pollio — Via Sella di Orta, Capri Venerdì 24 e sabato 25 aprile 2026 Ingresso libero fino a esaurimento posti Organizzazione: Associazione Aristemi Connessioni — Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) Redazione Napoli
April 21, 2026
Pressenza
Lavoro territoriale in salute mentale: un’indagine e un libro nel segno di Basaglia
In Italia nel 2023 il costo pro capite per l’assistenza psichiatrica  variava da un minimo 36,0 € per i servizi in Campania a un massimo di 98,5 € per gli stessi in Sicilia. Prevalentemente le Regioni al di sotto del primo terzile, con valori più bassi, sono del Sud Italia. Quanto alla dotazione di personale delle strutture psichiatriche da un minimo di 27 per 100˙000 residenti in Basilicata a un massimo di 111,9 nelle PA del Trentino. In particolare, si riscontra carenza in Basilicata e Calabria, mentre al di sopra del secondo terzile si osservano solo regioni del Nord, ad eccezione della Toscana. Vanno segnalate, con valori più elevati rispetto agli altri, oltre alla PA di Trento, anche la Valle d’Aosta e la PA di Bolzano, mentre il Piemonte è l’unica Regione del Nord Italia al di sotto del primo terzile. Per quanto riguarda, invece, i numeri delle strutture territoriali, vanno da 1,2 per 100˙000 in Molise, dove la rete dei servizi territoriali è la più sfornita del Paese, ad un massimo di 4,9 in Veneto, più del doppio del valore di riferimento nazionale, a segnalare la presenza di una rete assistenziale particolarmente dotata. Al di sotto del primo terzile con valori più bassi compaiono: Molise, Sardegna, Campania, Puglia, Emilia-Romagna, al di sopra del secondo, con valori più alti, Umbria, PA Bolzano, Calabria, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto, mentre non è disponibile il dato della Regione Abruzzo. Sono alcuni dei dati del Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, Istisan 2025-2026, intitolato Strutture e attività dei servizi di salute mentale nelle Regioni italiane: un’analisi nel periodo 2015-2023, curato da Antonella Gigantesco, Laura Camoni, Fiorino Mirabella, Fabrizio Starace e Gemma Calamandrei. “La rete dei servizi – si legge nelle conclusioni del Rapporto – è diffusa su tutto il territorio nazionale; tuttavia, vanno segnalati graduali decrementi a partire dal 2017 delle strutture psichiatriche territoriali (-18,5%) e delle strutture psichiatriche residenziali (-13%) e, dal 2020, delle strutture psichiatriche semiresidenziali (-12,5%). La correlazione positiva osservata tra tasso di strutture psichiatriche semiresidenziali e tasso di dotazione complessiva di personale del DSM suggerisce che le Regioni con minore dotazione di personale tendono ad avere al contempo un minore numero di strutture semiresidenziali. Nell’analisi della correlazione, la Regione Calabria appare particolarmente penalizzata con contemporaneamente i valori più bassi di personale e di strutture semiresidenziali. A carico delle strutture psichiatriche semiresidenziali, si registrano pure una graduale complessiva diminuzione, a partire dal 2021, dei posti (-10%) e, dal 2015 degli utenti presenti (-35% nel 2023 vs. 2015). Anche il numero dei posti letto ospedalieri per ricoveri psichiatrici acuti (degenza ordinaria e day hospital) è costantemente tra i più bassi al mondo“. E in tema di salute mentale si segnala la pubblicazione de Il tempo dell’ascolto. La complessità del lavoro territoriale in salute mentale, un testo per ripensare la salute mentale di comunità, edito nel segno di Franco Basaglia. Un volume della collana Briciole di Cesvot,  curato da Gabriele Santarelli, psichiatra presso l’Unità funzionale semplice salute mentale Chianti-Bagno a Ripoli, che rilancia il modello di salute mentale di comunità come pratica partecipata, radicata nel territorio e capace di dare parola al dolore contemporaneo, raccoglie e rielabora i contenuti del progetto La fatica di essere sé stessi, realizzato tra la fine del 2024 e la primavera del 2025 a San Casciano in Val di Pesa. Promosso da Fondazione Macinaia, con la collaborazione di Azienda USL Toscana Centro, Comune di San Casciano in Val di Pesa e Cesvot, il percorso ha attivato un confronto ampio e partecipato tra amministratori, operatori socio-sanitari, associazioni e cittadinanza sul presente e sul futuro della salute mentale. Il libro nasce come spazio aperto di riflessione collettiva, nel solco dell’eredità basagliana e della stagione della deistituzionalizzazione che portò alla Legge 180. Al centro, l’idea che non esista salute senza salute mentale e che la cura debba essere radicata nella comunità, fuori da ogni logica ghettizzante: servizi aperti al territorio e territorio capace di accogliere, ascoltare e co-progettare. Il volume si apre con i “Frammenti” tratti dagli scritti di Basaglia, prosegue con una sezione storica dedicata ai percorsi di deistituzionalizzazione in Italia e a Firenze, raccoglie contributi di professionisti della salute mentale, operatori socio-sanitari, studiosi e testimonianze dirette e si conclude con uno sguardo artistico, affidato ad Ascanio Celestini, Caterina Poggesi e Marco Rovelli, che amplia e rilancia le domande emerse lungo il percorso. Dalla rassegna La fatica di essere sé stessi è emersa con forza la necessità di “dare parole al dolore”: creare luoghi di ascolto in cui le persone possano raccontarsi, riconoscersi e contribuire alla costruzione di servizi più umani e partecipati. In un contesto segnato da nuove fragilità, precarietà, solitudine, disagio giovanile, effetti della pandemia, la salute mentale si conferma non solo questione sanitaria, ma tema sociale e culturale che interroga l’intera comunità. La Fondazione Macinaia, ente filantropico nato nel 2024, fa della salute mentale uno dei propri ambiti prioritari, sostenendo progetti innovativi e percorsi di cittadinanza attiva in collaborazione con il volontariato e le istituzioni. L’auspicio è che il libro possa diventare strumento di dialogo tra servizi, enti del terzo settore, istituzioni e cittadini, contribuendo a rafforzare un modello di cura territoriale, universale e partecipato, capace di tenere insieme, come è stato scritto, “le radici e le ali”: la memoria delle conquiste del passato e l’apertura alle sfide del presente. Come scrive il curatore del volume, Gabriele Santarelli: “è indispensabile il confronto con la cittadinanza e con il territorio per condividere il modello di cura, per accogliere proposte, preoccupazioni e strategie, per favorire e difendere l’idea che l’adattamento sociale di chi presenta un disturbo psichico, soprattutto se grave, dipende non solo da buone pratiche cliniche, riabilitative o farmacologiche che siano, ma anche dalla capacità di ciascuno di noi di vedere nell’altro, anche se apparentemente portatore di una diversità anche radicale, un cittadino con una storia, con dei diritti, dei doveri e dei bisogni”. Giovanni Caprio
March 24, 2026
Pressenza
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Christophe Dejours / Lavoro e salute mentale
Il libro dello psichiatra e psicoanalista francese Christophe Dejours, uscito nella sua prima edizione nel 1980, tratta delle relazioni fra la salute mentale e il lavoro. La pubblicazione del volume avviene, quindi, proprio a ridosso dell’inizio della fase di destrutturazione della cosiddetta centralità del lavoro, dopo il ciclo di lotte degli anni 1960-1970, quando la soggettività operaia emersa evidenziava chiaramente una ritrosia al compromesso di classe. La scelta di ripubblicare il volume sembra rispondere al riemergere, negli anni recenti, dei temi connessi al lavoro. È necessario specificare fin da subito che, secondo l’autore, il lavoro non è necessariamente patologico. Il volume introduce l’approccio di psicodinamica del lavoro, che si fonda sull’idea che esso sia il momento in cui si sperimenta la propria soggettività contro la resistenza del reale. La psicodinamica del lavoro si distingue così dalla psicoanalisi tradizionale, concentrandosi sui conflitti intersoggettivi e intrasoggettivi nel contesto lavorativo. Secondo Dejours, l’organizzazione del lavoro influisce sulla salute mentale e fisica dei lavoratori attraverso “meccanismi di difesa e repressione pulsionale”. Su questa base, l’autore ritiene che la sofferenza emerga quando il lavoro non soddisfa i bisogni fisiologici e psicologici. La particolarità del volume di Dejours è l’assunzione di una prospettiva in larga misura individuale, in netto contrasto con le letture che mettono al centro le dinamiche collettive del lavoro. La sofferenza mentale è causata dal conflitto tra desideri individuali e organizzazione del lavoro: lavori ripetitivi e pericolosi generano insoddisfazione e paura, portando a malattie somatiche e psichiche. Uno dei meriti del libro è l’analisi delle strategie difensive che i lavoratori sviluppano per proteggersi dalla sofferenza. Secondo Dejours, gli individui non subiscono passivamente le condizioni di lavoro: elaborano piuttosto forme di adattamento, individuali e collettive, che consentono di rendere tollerabile la pressione organizzativa. Queste strategie possono assumere forme diverse, dalla solidarietà tra colleghi alla costruzione di ideologie professionali che permettono di reinterpretare la fatica e il rischio come elementi di prestigio o di valore morale. Tuttavia, quando tali difese si indeboliscono o vengono distrutte, la sofferenza può trasformarsi in patologia. In questo senso, uno dei temi centrali del libro è la distruzione della solidarietà nei luoghi di lavoro. Dejours osserva come le nuove forme di organizzazione produttiva – basate sulla competizione individuale, sulla valutazione permanente delle performance e sulla precarizzazione – abbiano progressivamente eroso i legami collettivi tra i lavoratori. La competizione generalizzata, lungi dal migliorare l’efficienza, produce isolamento e diffidenza, rendendo i singoli più vulnerabili alla pressione organizzativa. La perdita di cooperazione diventa così una delle principali cause del deterioramento della salute mentale. La sofferenza al lavoro assume forme diverse, ma due esperienze fondamentali emergono con particolare chiarezza: la noia e la paura. La prima deriva dalla ripetitività e dalla perdita di significato del lavoro, tipiche dell’organizzazione taylorista e delle sue evoluzioni contemporanee. Quando il lavoro diventa una sequenza di gesti privi di senso, il soggetto sperimenta un sentimento di inutilità e di indegnità che può sfociare nella depressione. La seconda, la paura, nasce invece dall’insicurezza e dalla minaccia permanente che caratterizza molti contesti lavorativi: paura di sbagliare, di essere puniti, di perdere il posto o di compromettere il proprio equilibrio psicologico. L’alienazione “tecnica” liberale di Dejours. Pur partendo da una questione cruciale, il volume di Dejours finisce, comunque, per depoliticizzare il lavoro e la sofferenza che ne deriva, operando una sorta di rovesciamento del concetto di alienazione di stampo hegeliano-marxista. Riportando l’analisi dell’alienazione nella cornice dell’organizzazione del lavoro e nella prospettiva dell’individuo lavoratore, Dejours ritiene che i livelli di alienazione possano essere limitati quando la pressione dirigenziale è bassa o aumentare quando essa è alta. Quello che colpisce nell’analisi di Dejours è l’eccessiva contestualizzazione, tanto da perdere il punto focale della critica intrinseca al modo di produzione e al fatto che il lavoro è espressione di quella cornice e non separato da essa. L’osservazione psichica del lavoro basta? Il lavoro è sicuramente un elemento essenziale per la costruzione dell’identità individuale e per la salute mentale del soggetto, come teorizzano gli esponenti della disciplina introdotta da Dejours; tuttavia, pur migliorando le questioni legate allo scopo immediato del lavoro, cioè il senso della produzione, alla forma e al contenuto del lavoro, e quindi ai linguaggi artificiali e privi di creatività, e alla dimensione dei rapporti di potere e all’organizzazione del lavoro, la dimensione di malessere può, a nostro avviso, rimanere inalterata o non essere intaccata nella sua essenza. Ciò che, invece, Dejours ci illustra bene, prendendo ad esempio il caso delle centraliniste di una compagnia telefonica, è lo sfruttamento della sofferenza, che diviene lo strumento di produzione stessa del lavoro. Se le esperienze lavorative analizzate da Dejours appartengono a un’altra fase storica del modello produttivo, tuttavia crediamo che riprendere una riflessione sul rapporto fra salute mentale e lavoro sia sempre più cruciale. L'articolo Christophe Dejours / Lavoro e salute mentale proviene da Pulp Magazine.
March 17, 2026
Pulp Magazine
Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II)
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Samuel Regan-Asante su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nella prima parte dell’articolo abbiamo sottolineato come la dimensione gruppo rappresenti un punto importante in molte culture, tanto da parlare di un io-gruppo contrapposto alla concezione solo individuale euro-centrica. Alla luce di tali osservazioni, si richiede ai terapeuti in un ottica di servizio una maggiore disponibilità all’ascolto e alla conoscenza più che all’interpretazione, ricordando l’etimo greco di terapeia nel suo significato anche di servizio). Conoscere, ben oltre il comprendere, è “prendere posizione” dice Foucault. L’incontro di gruppo diventa un luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento anzi deuteroappredimento (apprendere ad apprendere (G. Bateson Verso una ecologia della mente,1973) nel cui processo sono coinvolti tutti i componenti (utenti e operatori) e le loro interazioni. Esso diventa uno spazio libero dove finalmente è possibile raccontare le loro sofferenze, i loro traumi, le loro emozioni e avere il tempo per nuove narrazioni. Il percorso insieme diventa un viaggio transculturale – nel senso di un gruppo attraversante diverse culture – formato inizialmente solo da migranti e richiedenti asilo per poi nel corso del tempo arricchirsi anche di pazienti italiani in un processo di cura comune. Il passaggio dal gruppo omogeneo (da cui si era partiti) composto solo da pazienti stranieri al gruppo eterogeneo aperto anche a utenti italiani ha rappresentato un passo evolutivo nella scrittura di una nuova storia: quella di un gruppo transculturale, nato sul campo, con operatori disponibili a salire su “un tale naviglio” lasciando a terra vecchie categorie e vetusti tecnicismi. Come ben ci ricorsa Deleuze: “non si tratta più di tradurre, né di interpretare: tradurre in fantasmi, interpretare in significati e in significanti, no, non è questo. C’è un momento in cui bisogna pure condividere, in cui ci si deve mettere nella condizione del malato. Bisogna andarci, condividere il suo stato. Si tratta di una specie di simpatia o di empatia o di identificazione? È sicuramente qualcosa di più complesso. Ciò che sentiamo è piuttosto la necessità di una relazione che non sarà né legale, né contrattuale, né istituzionale (…). Il solo equivalente concepibile sarebbe imbarcato con” (G. Deleuze Divenire molteplice, 1996). Sorge una domanda: noi operatori della salute mentale siamo capaci di farlo, di metterci in gioco? Il livello si sposta quindi sulla nostra disponibilità a partecipare alla costruzione di un luogo esperienziale in cui si intrecciano vissuti e sofferenze nostre e altrui. In un tale contesto si sviluppano modi e mondi di esprimere il disagio psichico secondo la propria cultura utilizzando una “comunicazione in carne e ossa” espressa dalle persone non solo dai loro sintomi. In realtà, l’obiettivo (un po’ pretenzioso!) era riuscire a mettere in comune più realtà di diversa natura, paese, cultura e scoprire quanto il mondo della sofferenza psichica sia vario ma allo stesso tempo presenti molte analogie se pur sotto nomi diversi. L’importanza di tali incontri è stato (ed è) creare le possibilità per far venir fuori – come da un vaso di pandora – gli elementi riferibili al ”trauma migratorio”, invisibile, rimosso, rimandato, taciuto, pur presente sotto diverse forme di sofferenza usata per esprimerla. In tale veste si sono materializzati i racconti commoventi di un’infanzia strappata di un ragazzo di Bucarest, la paura di chi ha attraversato la Libia scoprendo un mare fino ad allora mai visto, i tentativi di autolesionismo di chi non riusciva a sopportare pesi divenuti troppo gravosi, il senso di religiosità vissuta in maniera molto intensa e talvolta estrema, le esperienze di droga e illegalità vissute nelle periferie romane. Uno spaccato di vite e di sofferenze che ha prodotto nel percorso del gruppo vicinanze e condivisioni fino a potersi permettere anche piccole pause “sdrammatizzanti“ come in un momento in cui un ragazzo ghanese parlando della sua terra, ricca di miniere d’oro ai tempi dell’impero Ashanti si sentì dire da un ragazzo napoletano una tale battuta: “Io ti do l’oro di Napoli e tu mi dai l’oro di Ashanti”. La possibilità di parlare senza censure ha permesso a ciascuno di loro di poter esternare agli altri “qualcosa di suo” come i legami forzatamente interrotti piene di in tristezza e malinconia, stati depressivi che hanno prodotto chiusure e silenzi anche all’interno del gruppo. Il clima emotivo che si è costituito ha in realtà permesso di liberarsi di un po’ di pesi reso grazie alla fiducia nel potersi affidare l‘un l’altro, riconoscendo a tutti i partecipanti un percorso comune e solidale anche se non sono mancati momenti di divergenza. L‘appartenenza al gruppo ha inoltre contribuito a offrire una identità che rendeva ognuno più forte e consapevole. Infatti il bisogno di farne parte e di essere essi stessi riconosciuti dagli altri, permeava gli incontri di un’aria familiare, demedicalizzata. Stava iniziando in realtà una nuova storia comune e finalmente condivisa. Per finire riporto quanto accadeva nella sala d aspetto del Servizio di Salute Mentale. I partecipanti rispondevano così a chi chiedeva il motivo della loro presenza al servizio: “Siamo in attesa non per una visita: siamo qui per partecipare al gruppo”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte II) proviene da Comune-info.
March 10, 2026
Comune-info
Salute mentale e disabilità: alla Camera il Manifesto per abbattere le barriere all’accesso alla terapia
Secondo i dati dell’indagine “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal CENSIS in collaborazione con Lundbeck Italia, l’importanza della prevenzione nella salute mentale è affermata dal 90,3% degli italiani che ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello. Nella gamma di interventi di prevenzione per tutte le malattie del cervello (cioè, dei disturbi neurologici, del neurosviluppo e psichiatrici) ritenuti più efficaci si enfatizza la dimensione sociale e la necessità di agire su fronti molteplici, come la promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) e la presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%) tra cui quelli di lavoro. Una quota simile (il 44,0%) indica il rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione e richiede il potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale e del cervello (il 43,2%). Il giudizio sull’azione di prevenzione e presa in carico messa in atto dal Servizio Sanitario Nazionale è piuttosto critico: il 40% circa pensa che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Anche in merito alla capacità del Sistema Sanitario italiano di dare risposte di cura, prevalgono le valutazioni negative: il 56,9% pensa che l’azione del SSN sia poco o per nulla efficace con riferimento ai disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e il 65,6% per quelli psichiatrici (https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/01/Sintesi-del-Rapporto-Lundbeck-Censis-.pdf). In tema di salute mentale molte persone con disabilità e i loro caregiver incontrano barriere fisiche, logistiche e culturali. Eppure, spesso la loro salute mentale viene messa in secondo piano rispetto agli aspetti clinici e assistenziali. Per cercare di affrontare concretamente questo problema è stato presentato di recente alla Camera dei deputati il Manifesto per l’accesso  alla psicoterapia promosso da Serenis (https://www.serenis.it/),  centro medico online per il benessere mentale e fisico, e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie (https://fishets.it/). Il documento nasce dai risultati di una survey congiunta che mette in luce dati che meritano attenzione: quasi il 25% delle persone con disabilità intervistate ha dichiarato di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Le ragioni risiedono in barriere fisiche, logistiche, comunicative e culturali che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Anche lato caregiver emerge un’urgente necessità di supporto: infatti circa la metà dei rispondenti (43%) ritiene che il supporto psicologico fornito non sia adeguatamente offerto o accessibile. Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50.4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. Il cuore del Manifesto presentato è il principio di autodeterminazione. L’obiettivo è sollecitare le istituzioni a garantire percorsi di assistenza personalizzati, scelti liberamente dalla persona e integrati nel proprio progetto di vita. Non si tratta solo di accessibilità architettonica per le persone affette da disabilità, ma di una rivoluzione culturale che possa rimuovere ogni forma di pregiudizio e disparità nel sistema di cura. “Non può esserci vera salute senza un adeguato benessere psicologico, ha sottolineato Vincenzo Falabella, presidente di FISH Ets. Eppure, oggi, l’accesso alla psicoterapia è ancora un privilegio per pochi, non un diritto garantito per tutti. Il Manifesto condiviso con Serenis mette in luce una realtà allarmante: il 25% delle persone con disabilità rinuncia alla psicoterapia a causa di barriere fisiche, economiche e culturali. Il supporto psicologico deve, invece, diventare parte integrante del Progetto di Vita, come strumento concreto di autodeterminazione e piena partecipazione sociale. Senza un sostegno adeguato, infatti, il diritto all’autonomia resta incompleto. Garantire un accesso equo e universale alla psicoterapia significa rafforzare non solo le persone, ma l’intera comunità. Vuol dire investire nella coesione sociale, prevenire situazioni di maggiore fragilità, sostenere il benessere di milioni di cittadini”. E Daniele Francescon, co-founder di Serenis ha aggiunto: “Per una persona con disabilità il nodo non è solo trovare uno psicoterapeuta: è trovare il professionista giusto, con competenze specifiche e strumenti di comunicazione adeguati. II digitale può abbattere barriere territoriali e logistiche, ma solo se è progettato in modo accessibile e se facilita l’incontro con terapeuti specializzati. Con FISH, attraverso questo Manifesto, vogliamo mettere a sistema soluzioni concrete, perché la psicoterapia diventi una possibilità reale per persone con disabilità e caregiver.” Qui il Manifesto: https://www.serenis.it/manifesto-fish#1. Giovanni Caprio
March 7, 2026
Pressenza
Povertà e salute mentale: i dati della rete Caritas
Un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone assistite dalla rete Caritas nell’ultimo decennio… Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale… Forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali… Il Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati” elaborato da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia restituisce l’immagine di una crisi strutturale, che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria, e che non può essere letta solo in chiave sanitaria. I dati mostrano come le condizioni di precarietà lavorativa, insicurezza abitativa, isolamento relazionale e fragilità economica aumentino il rischio di sofferenza mentale e, allo stesso tempo, come il disturbo psichico possa generare nuove forme di impoverimento, perdita di lavoro, di casa e di legami sociali. Nell’introduzione del Rapporto è posto all’attenzione che “le evidenze epidemiologiche disponibili indicano che in Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale” In specifico, il Rapporto rileva: > Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel > corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi > dodici mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. > > La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della popolazione nel > corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i disturbi d’ansia > colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il 3–5% su base > annuale. > > I disturbi psicotici, come la schizofrenia, presentano una prevalenza più > contenuta ma stabile, pari a 3–6 casi ogni 1˙000 abitanti. > > In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con > una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne. L’aumento del disagio mentale trova riscontro anche nei dati amministrativi e di utilizzo dei servizi: tra il 2019 e il 2023 gli utenti adulti dei servizi psichiatrici sono aumentati, da 826˙000 a 854˙000, del 3%. Nello stesso periodo si registra un significativo incremento, pari a circa il 20%, delle richieste di assistenza da cittadini stranieri residenti in Italia: un fenomeno strettamente connesso all’acuirsi delle difficoltà economiche, sociali e abitative in un contesto di crisi prolungata. La correlazione tra povertà e salute mentale è bidirezionale. Da un lato, la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale, stigma e difficoltà materiali (causalità sociale); dall’altro, il disagio mentale può compromettere lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà (selezione sociale). Questo circolo vizioso è rafforzato da barriere economiche, sociali e simboliche all’accesso alle cure e dalle disuguaglianze strutturali. Oltre a reddito e lavoro, altri determinanti sociali influenzano la salute mentale: reti di supporto, condizione abitativa, istruzione, status migratorio, età e vulnerabilità legata a genere, cittadinanza o altre forme di marginalizzazione. In sintesi: povertà e disuguaglianze sociali determinano e amplificano il disagio mentale, creando circoli di vulnerabilità e la relazione tra salute mentale e condizioni socio-economiche è bidirezionale e interconnessa con fattori strutturali, culturali e politici. È necessario quindi un approccio intersezionale e strutturale che integri cura individuale, politiche sociali e trasformazioni sistemiche per migliorare la salute mentale e ridurre le disuguaglianze. I dati che riferiscono della attività svolte dalla Caritas sono eloquenti. Nel 2024 la rete Caritas in Italia ha assistito 277˙775 persone, di cui il 14,6% presentava una vulnerabilità sanitaria. La sofferenza mentale interessa invece il 4,4% delle persone accolte nei centri Caritas, una quota probabilmente sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna che lo circondano, nonché della natura spesso episodica dei colloqui. Complessivamente, le persone con sofferenza psicologica seguite nel corso del 2024 sono state 7˙742. Le problematiche psicologico-relazionali rappresentano la tipologia più diffusa (38,5%), seguite dai disturbi depressivi (28,9%) e dalle patologie psichiatriche (26,8%). La sofferenza mentale si intreccia quasi sempre con altri bisogni fondamentali, dando luogo a forme di “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno, una quota nettamente superiore rispetto ad altri profili. Le criticità riguardano soprattutto lavoro, casa, salute, relazioni familiari, ma anche istruzione, disabilità e dipendenze, configurando traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti. Tra le persone con sofferenza mentale emerge una maggiore cronicizzazione dello stato di bisogno: circa il 40% è seguito dalla Caritas da cinque anni o più. Ribadendo la necessità che la salute mentale sia realmente riconosciuta come diritto fondamentale e bene comune, affermando che continuare a sottovalutarne il valore significa indebolire la coesione sociale del Paese, il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha dichiarato: «Negli ultimi anni abbiamo osservato da vicino un aumento significativo del disagio psicologico tra le persone in condizione di fragilità socioeconomica. Nell’80% dei casi, il disagio mentale si intreccia con povertà materiale, relazionale e sociale. È un fenomeno sistemico che non può essere affrontato con risposte frammentate». «La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma – ha commentato il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana intervenuto alla presentazione del rapporto – La persona è sempre legata a una comunità e trova sé stessa ricreando la relazione con questa».   Rapporto Caritas POVERTÀ E SALUTE MENTALE. RELAZIONE CIRCOLARE E DIRITTI NEGATI  Giovanni Caprio
February 17, 2026
Pressenza
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
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