Salim El Koudri e la distanza dagli altri--------------------------------------------------------------------------------
Foto ed elaborazione di Giovanni Izzo
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C’è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una
sola frase, rimasta lì, probabilmente per mesi, senza che nessuno la leggesse
davvero: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le
lettere della lingua araba”. Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno
che voleva capire. Che sentiva la distanza dagli altri come un problema da
risolvere, non come una guerra da combattere. È la frase di qualcuno che
padroneggiava un codice – l’arabo, la lingua dei padri – ma non riusciva a
decifrare il codice intorno a lui: le persone, il sociale, il mondo.
Ma c’era anche dell’altro, nei suoi social. Un post in italiano e in arabo – le
due lingue della sua doppia irrisolta appartenenza – in cui parlava di sé in
terza persona. Descriveva un “lui” dotato di sogni enormi, creatività infinita,
capacità artistiche straordinarie, un’anima sensibile che le anime rozze non
sapevano riconoscere. E descriveva una società oscura, ipocrita, che distrugge i
talenti e deride i fallimenti. Concludeva: “Non esitare a tagliare qualsiasi
mano che ti disturba o ti danneggia”. Firma: Salim. Con un cuore nero. È la
struttura classica della grandiosità narcisistica ferita: il genio incompreso
circondato da un mondo che non merita lui. Non è follia pura, è una narrazione
elaborata, quasi letteraria, costruita per dare senso a un dolore reale. La
forbice tra il sé grandioso immaginato e la realtà di un uomo di trent’anni
disoccupato che compra gratta e vinci da solo in tabaccheria, che fissa il muro
per dieci minuti prima di scegliere il biglietto, che sbatte le porte, quella
forbice è uno degli spazi psicologici più pericolosi che esistano.
Nessuno ha risposto a quella frase sulla bio. Nessuno ha letto quel post come il
segnale che era. Non perché le persone siano cattive. Ma perché non avevamo gli
strumenti – né collettivi né istituzionali – per farlo.
Salim era nato a Bergamo da una famiglia marocchina, cresciuto a Ravarino, nel
modenese, da quando aveva cinque anni. Si era laureato in economia. Aveva
cercato lavoro. Non lo aveva trovato. Aveva smesso di andare al centro di salute
mentale dove era seguito dal 2022. Era scivolato fuori dal radar di tutto e di
tutti: del sistema sanitario, della comunità, della famiglia, dello Stato.
Il padre lo conoscevano bene alla piccola comunità islamica di Ravarino. “Un
gran lavoratore, di quelli che fanno casa, lavoro, casa”. Ma Salim non lo
avevano mai visto. Il padre aveva una rete: la moschea, il lavoro, i
connazionali. Salim non aveva niente. Non la rete del padre. Non la rete della
società italiana che lo aveva formato e poi non saputo riconoscere. Viveva in
quella terra di nessuno che è la condizione di tanti figli di migranti: troppo
italiano per appartenere al mondo dei genitori, troppo “straniero” per essere
pienamente accolto nel mondo in cui era nato.
E dentro quella terra di nessuno si era costruito un teatro privato: lui come
protagonista incompreso, il mondo come nemico sordo. Una narrazione chiusa, che
si autoalimentava, senza nessuna crepa dall’esterno. Nessuno che entrasse.
Nessuno che rispondesse.
Sabato 16 maggio pomeriggio ha premuto l’acceleratore su via Emilia Centro. Quel
tratto di strada lo conosco. È uno di quei luoghi che sono lo specchio fedele
dell’Italia contemporanea: negozi di abbigliamento e franchise internazionali,
una pasticceria storica e una profumeria araba, un’estetista cinese e uno che
ripara biciclette. La mescolanza non come ideologia ma come topografia
quotidiana, ineluttabile. Un ecosistema di differenze che esiste, funziona,
respira, anche quando la politica fa di tutto per negarlo o avvelenarlo.
Tra le vittime ci sono italiani e tedeschi. Tra chi ha bloccato l’aggressore ci
sono egiziani e pakistani. Luca Signorelli, che ha ricevuto due coltellate
tentando di fermarlo, ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”. Ha
ragione. Ma l’Italia che non è morta non è quella che sogna Salvini è quella
della strada, quella del pakistano che vende alimentari e dell’egiziano che si
lancia su un uomo armato di coltello. E Salvini, puntuale come un avvoltoio, ha
scritto: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione
che ha falciato passanti innocenti”.
Criminale di seconda generazione. Non “un uomo con un disturbo psichiatrico
grave che il sistema ha perso di vista”. Non “un disoccupato che si sentiva
invisibile in un paese che lo aveva formato e poi rifiutato”. Non “una persona
reale, con una psicologia specifica, con una frase incompresa su Instagram e un
padre che va in moschea e un appartamento in una palazzina popolare di
Ravarino”. No: un criminale di seconda generazione. Una categoria. Un simbolo.
Una munizione.
Trasformare Salim El Koudri in un’astrazione identitaria è esattamente quello
che lui aveva già fatto con se stesso: costruirsi come simbolo invece che come
persona. Salvini completa quell’operazione dall’esterno, con finalità opposte ma
con la stessa logica: cancellare la persona concreta e sostituirla con un
fantasma utile.
Etichettare così quest’uomo non è solo razzismo è qualcosa di peggio: è la
distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di capire, e quindi di
prevenire. Se il problema è “le seconde generazioni”, la soluzione è più
controllo, più espulsioni, più decreti. Se il problema è un uomo con un disturbo
schizoide che il CSM ha perso di vista nel 2024, la soluzione costa, richiede
investimenti, richiede ammettere che lo Stato ha fallito. Salvini sceglie la
prima narrazione perché la seconda lo obbligherebbe a fare politica vera.
In Italia nel 2024 sono state assistite dai servizi di salute mentale 845.516
persone. Il dato viene direttamente dal Rapporto del Ministero della Salute, non
è un’opinione. Solo il 5% degli psicologi italiani lavora nel pubblico. I
Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per
garantire un sistema adeguato servirebbero 2 miliardi in più all’anno.
Ora il paradosso che nessuno ha ancora nominato.
A Modena – a Modena, proprio qui – esiste dal 2010 MàT, la Settimana della
Salute Mentale: il più grande festival italiano dedicato a questo tema, cento
eventi ogni ottobre, gratuiti e aperti a tutti.
Ideato da Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale
dell’AUSL modenese, una delle figure più autorevoli della psichiatria italiana.
Un uomo che ha portato Modena all’obiettivo contenzione zero, dal 2017 nessun
paziente viene più legato nei reparti psichiatrici della provincia, un risultato
che quasi nessun territorio italiano può vantare. Un festival che ogni anno
affronta esplicitamente le difficoltà delle seconde e terze generazioni, la
salute mentale dei giovani migranti, il legame tra comunità e cura. Un festival
a cui ho partecipato negli anni passati, e in cui ho visto all’opera persone
della comunità marocchina, persone che conoscono dall’interno quella terra di
nessuno in cui Salim viveva.
Eppure Salim El Koudri – cresciuto a 15 chilometri da Modena, residente nel
territorio servito da quel Dipartimento – è scivolato fuori dal sistema nel
2024, silenziosamente, senza che nessuno andasse a cercarlo.
Non dico questo per sminuire MàT, né il lavoro di Starace. Lo dico perché è la
dimostrazione più precisa di un limite strutturale che nessun festival, per
quanto straordinario, può colmare da solo: sensibilizzare la comunità non
sostituisce il follow-up attivo su chi interrompe le cure. La cultura apre spazi
ma non può telefonare a chi è sparito.
Se anche Modena, con tutto quello che ha costruito, non riesce a tenere dentro
il sistema un uomo come Salim El Koudri, cosa dobbiamo aspettarci dal resto
d’Italia?
Salim El Koudri era in quel sistema. Poi non lo era più. E nessuno è andato a
cercarlo.
Quante altre persone sono adesso in quel vuoto – italiane e non, di seconda
generazione e non – con una frase incompresa sulla bio di Instagram e nessuno
che la legga?
Una comunità non è semplicemente un insieme di persone nello stesso luogo. È una
rete di vulnerabilità riconosciute, di responsabilità reciproche, di attenzione
condivisa. È la capacità di leggere la grammatica degli altri anche di quelli
che non sanno farsi leggere.
Abbiamo fallito quella lettura. Non solo i servizi, non solo la politica. Anche
noi.
Le donne a cui sono state amputate le gambe su via Emilia sono reali. Il loro
dolore è reale. E reale è anche questa domanda, che non possiamo continuare a
non farci:
Cosa stavamo facendo mentre quella frase rimaneva senza risposta?
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