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Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa
Abderrahim Fakir aveva dato molti segni di disagio psichico. A rispondere, però, è arrivata solo la divisa: in Italia alla salute mentale va il 3,3% della spesa sanitaria e mancano oltre 8mila operatori. Delegare la sicurezza alle sole forze dell’ordine è un abbaglio che lascia soli anche i poliziotti di Stefano Arduini Nei video che circolano, che non sono, con ogni probabilità, gli unici, c’è un dettaglio che pesa più del resto. Mentre due agenti tengono a terra Abderrahim Fakir, che ripete «aiuto, basta» prima di tacere, il personale socio-sanitario resta un passo indietro. Sul palcoscenico della tragedia salgono le forze dell’ordine. Chi si occupa di cura aspetta. Fakir aveva dato molti segni di instabilità. Al 112 era stato descritto come «agitato»: la parola con cui, in Italia, il disagio psichico entra nella cronaca prima ancora che nella cura. È da qui che vale la pena partire, senza cedere né alla gogna verso i poliziotti né all’assoluzione preventiva. Il punto è un altro, e riguarda tutti noi: chi abbiamo deciso che risponda, quando qualcuno sta male. C’è una parola che tiene insieme i due mondi che quella sera si sono sfiorati senza incontrarsi: presa. Per chi indossa una divisa è la presa fisica: le braccia dietro la schiena, il peso sul corpo a terra, le caviglie legate. Per chi lavora nel sociale è la presa in carico per reggere una persona nel tempo, non solo nell’istante in cui la si immobilizza. La stessa parola, due gesti contrari. A Fakir è toccata la prima presa perché la seconda, quella sera, non c’era. E probabilmente non c’era mai stata. Non era disponibile per una ragione precisa, che i numeri raccontano meglio di ogni indignazione. Alla salute mentale l’Italia destina il 3,3% della spesa sanitaria, contro una media europea intorno al 5%. Nei dipartimenti di salute mentale mancano più di 8mila professionisti rispetto agli standard che noi stessi abbiamo fissato. I centri aperti ventiquattr’ore su ventiquattro esistono soprattutto sulla carta. Intanto oltre sedici milioni di italiani dichiarano disturbi psicologici di media o grave entità, il 6% in più rispetto a due anni fa. La domanda cresce, la filiera della cura si assottiglia. E a valle di una filiera smontata resta un solo terminale che non chiude mai, che risponde sempre, che non può dire di no: la divisa. ier Paolo Pasolini: «I poliziotti sono figli di poveri», scriveva nel ’68. Ma quella riga, spiegò lui stesso poco dopo, rimandava ad altro: il potere prende i poveri e ne fa strumenti, li manda in prima linea a fare il lavoro sporco che ha smesso di voler pagare. Il poliziotto mandato da solo con l’addestramento che ha e non con quello che gli servirebbe davanti a una crisi psichiatrica in un cortile del Pilastro a Bologna è esattamente questo: uno “strumento” lasciato solo. Pensare la sicurezza come compito esclusivo di chi porta una divisa è un errore enorme. La sicurezza non si fa solo con le forze dell’ordine. Si fa con le reti: i servizi territoriali, gli operatori sociali, i centri di salute mentale, il vicino che chiama sapendo che a rispondere sarà qualcuno che prende in carico e non soltanto qualcuno che immobilizza. Non è buonismo, è efficienza: le stesse evidenze che misurano l’aumento del disagio dicono che le reti sociali fragili accrescono la vulnerabilità, e che quelle solide la riducono. La rete sociale è un dispositivo di sicurezza. Semplicemente, non indossa una divisa.   Valorizzare chi cura pagarlo, formarlo, metterlo davanti e non un passo indietro non è un cedimento sul fronte della sicurezza. È il modo per non lasciare soli i poliziotti davanti a vicende umane molto più complesse di quelle per cui sono stati addestrati. E per non lasciare solo, la prossima volta, chi urla «basta» in un cortile. La sera in cui il personale socio-sanitario farà un passo avanti invece che un passo indietro, saremo tutti più sicuri. Poliziotti compresi. Nella foto LaPresse in apertura, Nicoletta un’amica di Fakir del quartiere Pilastro di Bologna Video Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Era solo questione di tempo
La morte di Abderrahim Fakir è una vergogna per l'Italia e per la città. Ma tutto portava qui, anche a Bologna: dalla polizia con le mani libere al razzismo montante, dalle ferite del Pilastro all'ottusità della politica di fronte alle manifestazioni di disagio.
Napoli. La chiusura notturna delle Unità di Salute Mentale è un grave arretramento
Con la rimodulazione dei turni, la direttrice, dott.ssa Luisa Russo, ha disposto, a partire dal 1° luglio di quest’anno, la chiusura delle UOSM (Unità Operativa per la Salute Mentale) dell’ASL Napoli 1 dalle ore 20.00 alle ore 8.00 del giorno successivo, compresi i giorni festivi. Con la firma di questo […] L'articolo Napoli. La chiusura notturna delle Unità di Salute Mentale è un grave arretramento su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Obsession, il mostro siamo noi
di Roberta Cospito L’esordio horror di Curry Barker trasforma una storia d’amore impossibile in un incubo di controllo, dipendenza emotiva e annullamento del consenso. Un racconto inquietante sulle relazioni tossiche …
10 anni di Cirkoloco. Si può fare
Appuntamento con Diario di Città – la trasmissione radio e podcast dedicata alle storie, i temi e le voci della città nascosta. Diario di città – 8 giugno 2026 – Novaradio Città Futura. Ascolta il podcast di questa puntata su … Leggi tutto L'articolo 10 anni di Cirkoloco. Si può fare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Psichiatria e violenza istituzionale: «Pazzi da morire»
Chiara Gazzola (*) sul libro del Collettivo Antonin Artaud che raccoglie 106 storie di persone “invisibili” decedute negli ultimi 24 anni per trattamenti psichiatrici.   «PAZZI DA MORIRE» – UN’INCHIESTA SULLA VIOLENZA ATTUALE DELLA PSICHIATRIA Mi sento particolarmente fiera di poter segnalare la pubblicazione di questo libro («Pazzi da morire – Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti
Senza Basaglia il Far West
di Claudio Dionesalvi* Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano …
Marina Balbo a Napoli presenta “La cura dei ricordi”: l’EMDR tra trauma, memoria e cura psicologica
La libreria IoCiSto di Napoli ha ospitato la presentazione del libro La cura dei ricordi. Voltare pagina con il metodo EMDR (Mondadori) della psicoterapeuta Marina Balbo, in un incontro con la partecipazione della dottoressa Sonia Collaro. L’appuntamento ha inaugurato una rassegna promossa dall’associazione e centro clinico “Una Base Sicura”, impegnata nella divulgazione dell’approccio EMDR, metodologia terapeutica riconosciuta a livello internazionale per il trattamento dei traumi e utilizzata anche negli interventi psicologici in situazioni di emergenza, catastrofi e guerra. Nel corso dell’incontro, Sonia Collaro ha spiegato come il lavoro dell’associazione sia orientato non solo alla pratica clinica, ma anche alla diffusione di una cultura psicologica accessibile al pubblico: «Ci piace poter condividere non solo tra noi esperti, ma anche con i non esperti, che cos’è l’EMDR, su che cosa funziona e come funziona.» Collaro, referente EMDR per l’emergenza in Campania, ha ricordato inoltre il lavoro volontario svolto dagli psicoterapeuti specializzati nelle situazioni critiche e traumatiche, attraverso interventi gratuiti coordinati dalla società scientifica EMDR Italia. Nel presentare Marina Balbo, Collaro ha sottolineato il suo ruolo tra i soci fondatori dell’Associazione EMDR Italia nel 1999, insieme a Isabel Fernandez e ad altri professionisti che hanno introdotto questo approccio terapeutico nel nostro Paese. Psicoterapeuta di orientamento cognitivista e sociale, didatta e autrice di numerosi testi, Marina Balbo si è occupata a lungo di disturbi del comportamento alimentare, tema affrontato anche nei suoi precedenti libri. Di seguito l’intervista a Marina Balbo. INTERVISTA A MARINA BALBO Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? Visto che parliamo di ricordi, vorrei partire proprio dal primo ricordo legato alla nascita del volume: il momento in cui le è venuta l’ispirazione, oppure un aneddoto che accompagna l’origine del libro. Il termine “ricordi” è molto legato alla psicoterapia EMDR, di cui poi vi parlerò. Fondamentalmente, però, l’idea del libro nasce dal desiderio di fare cultura psicologica. Fare cultura psicologica significa aiutare le persone a comprendere che, molte volte, quando non riescono a stare bene, quando vivono disturbi d’ansia o problematiche legate alla quotidianità, possono sviluppare delle patologie: ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare o altre condizioni di questo tipo. Cultura psicologica vuol dire anche sapere che si può chiedere aiuto. Vuol dire conoscere che la sofferenza che proviamo nel presente può avere radici molto lontane, collegate ai ricordi della nostra esperienza, magari infantile, oppure a esperienze traumatiche. Per esperienze traumatiche possiamo intendere incidenti, lutti, condizioni in cui la persona è stata esposta a situazioni molto tristi o molto gravi. Ma possono essere anche esperienze legate alla genitorialità vissuta quando si era bambini. Le esperienze dell’infanzia, infatti, e i ricordi collegati a quelle esperienze, spesso ritornano sotto forma di disturbi ogni volta che qualcosa li richiama. I cosiddetti trigger. Bravissima, i famosi trigger. Questo è molto importante, anche perché le persone spesso pensano — e qui è proprio la scienza che parla — che i brutti ricordi passino semplicemente aspettando, cioè che basti il tempo e che il tempo cancelli tutto. Ebbene, la scienza ci dice che il tempo non serve a nulla. Anzi, il tempo può peggiorare la situazione, perché nella nostra memoria, quando abbiamo vissuto esperienze critiche, non esistono meccanismi che cancellano o fanno dimenticare davvero. Il ricordo si mantiene e, ancora peggio, si mantiene anche il vissuto collegato a quel ricordo. Quello che si può fare con la psicoterapia non è cancellare il ricordo, perché non è possibile cancellare un ricordo, ma trasformare il vissuto collegato a quel ricordo. Non sarà più, per esempio, un vissuto da bambino, ma un vissuto da adulto, che può guardare quell’esperienza con occhi diversi e cambiare la qualità della propria vita. C’è un ricordo che le è stato raccontato in terapia e che l’ha particolarmente colpita? Quasi tutti i pazienti mi raccontano ricordi, e quasi tutti sono ricordi particolarmente critici. Nel libro ci sono cinque storie in cui parlo proprio di questi ricordi. Sicuramente quelli che colpiscono di più sono i ricordi collegati alle storie infantili: adulti che, quando erano bambini, sono stati trattati male, non sono stati ascoltati. Ecco, mi sembra sempre molto significativo quando l’adulto parla e, in realtà, è ancora il bambino a parlare. Perché effettivamente di questo si tratta: la parte bambina è ancora lì, quando il ricordo non è stato elaborato. A questo proposito, si dice spesso che alcune reazioni emotive molto intense, come la rabbia, possano essere legate a esperienze precedenti non elaborate. È come se una situazione del presente riattivasse una sensazione antica, già vissuta nell’infanzia. Esattamente. Quella rabbia è collegata all’ingiustizia, alla condizione vissuta quando si era bambini, ed è ancora lì. Rimane come congelata, non solo nella memoria, ma anche nel corpo. Qui parliamo di tutte quelle condizioni in cui il corpo ci dà dei segnali. Anche i dolori cronici, per esempio, spesso dipendono da esperienze non elaborate. Durante la scrittura del libro ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé, come persona o come professionista? Sicuramente ho scoperto il piacere di poter raccontare quello che più di trent’anni di psicoterapia mi hanno lasciato. Ho avuto il piacere di scriverlo e di pensare che altre persone potessero avere un’opportunità in più per stare meglio. Vorrei chiudere con la sua specializzazione nell’EMDR: quando ne è venuta a conoscenza e quando ha deciso di approfondire questa metodologia? Ne sono venuta a conoscenza nel 1999, quando l’attuale presidente dell’Associazione EMDR Italia, Isabel Fernandez, mi chiamò per fare il corso. Io accettai volentieri e con curiosità, anche perché avevo già letto il libro su questo metodo di Francine Shapiro. Frequentai il primo corso e fui una delle prime venti terapeute formate in Italia. Da allora non ho più smesso di utilizzare questo metodo, perché effettivamente ha dei risultati importanti. E non lo dico solo io: sono risultati che ormai il mondo scientifico pubblica in continuazione su riviste internazionali molto prestigiose. La rassegna proseguirà con nuovi appuntamenti dedicati al dialogo tra psicoterapia, cultura e divulgazione. Redazione Napoli
May 28, 2026
Pressenza