Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, July 7, 2026

RASSA GHAFFARI 1

Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi 2. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo.

Introduzione

Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un cerchio concentrico di appartenenze, sovranità e identità solo apparentemente contraddittorio, al cui centro si trova l’ultimo e minuscolo dipartimento francese, largamente sconosciuto all’opinione internazionale e, spesso, allo stesso pubblico francese. L’“isola della morte”, come veniva chiamata anticamente in arabo a causa dei numerosi naufragi provocati dall’estesa barriera corallina che la circonda, è salita brevemente alla ribalta delle cronache per il passaggio dell’uragano Chido, che nel 2024 ne ha devastato le infrastrutture e le abitazioni, per poi ripiombare rapidamente nell’oblio. Incastonata nel canale del Mozambico, questa piccola isola a forma di ippocampo rappresenta un caso politico e storico singolare. Territorio d’oltremare situato a migliaia di chilometri da Parigi, Mayotte è il prodotto di una lunga e controversa vicenda coloniale che continua a plasmarne il presente. È proprio nell’intreccio tra eredità coloniali, rivendicazioni di sovranità, aspirazioni all’appartenenza francese ed europea e profonde disuguaglianze sociali che il “dipartimento coloniale” – come definito dal giornalista Rémi Carayol 3 – si configura come un osservatorio privilegiato per comprendere alcune delle trasformazioni contemporanee delle politiche di frontiera europee. 

In quanto isola dell’arcipelago delle Comore, Mayotte è stata colonia francese dal 1841 fino agli anni Settanta. Nel 1974, mentre Gran Comore, Mohéli e Anjouan sceglievano l’indipendenza dalla Francia, Mayotte lottò strenuamente per mantenere il proprio legame con la Métropole, nonostante le ripetute contestazioni da parte delle Comore e i richiami delle Nazioni Unite, che ancora oggi considerano l’isola parte integrante dell’arcipelago. Da allora il processo di integrazione istituzionale nella Repubblica francese è stato progressivo: nel 2001 Mayotte diventa collectivité départementale, nel 2011 dipartimento francese e nel 2014 regione ultraperiferica dell’Unione europea. Infine, dal 1° gennaio 2026, è divenuta ufficialmente un Département-Région, una collettività unica che esercita simultaneamente le competenze di dipartimento e regione d’oltremare.

Chi approda a Mamoudzou con il traghetto che collega Petite e Grande Terre viene accolto da un cartello dal sapore inequivocabile: “Mayotte est française et le restera à jamais”.  Eppure, proprio mentre la sua appartenenza alla Francia e all’Unione europea si consolida sul piano giuridico, Mayotte continua ad essere attraversata da tensioni politiche, economiche e sociali evidenti – basti considerare che è al momento il dipartimento francese più povero in assoluto 4 – e governata attraverso una serie di eccezioni normative che la distinguono dal resto del territorio nazionale. 

Quello della cittadinanza e delle migrazioni è forse il terreno di scontro in cui tali dinamiche appaiono più palesi: Mayotte è l’unico dipartimento in cui il principio dello ius soli – spesso considerato uno dei pilastri della cittadinanza repubblicana – è stato drasticamente limitato, fino a renderne l’applicazione estremamente difficile. Come dichiarato dall’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin, «non sarà più possibile diventare francesi se non si è figli di genitori francesi»: una formulazione che sintetizza efficacemente la direzione intrapresa dalle politiche migratorie sull’isola. 

A confermarlo sono le misure securitarie e repressive in vigore sull’isola – esemplificate dall’operazione di task force Kingia 5, lanciata nella primavera del 2026, ma anche dall’elevato numero di naufragi, alcuni causati dalla police aux frontières stessa 6 – che hanno ulteriormente esacerbato dinamiche di marginalizzazione e segregazione spaziali, identitarie e morali in una società caratterizzata da significative fratture interne e da un montante sentimento xenofobo. 

Non sorprende, dunque, che molti dei nostri interlocutori abbiano descritto Mayotte come “la Lampedusa dell’Oceano Indiano”: un laboratorio politico in cui si sperimentano pratiche di respingimento, contenimento e razzializzazione delle persone migranti. Dopo due mesi di ricerca sul campo, tuttavia, ciò che emerge ai nostri occhi non è tanto l’immagine di un laboratorio in continua sperimentazione, quanto quella di un ingranaggio ormai ben oliato, parte integrante e perfettamente funzionante dell’architettura della Fortezza Europa. 

Da questa prospettiva, l’Oceano Indiano e le isole che lo costellano possono essere letti come le mura più esterne dell’Unione europea: geograficamente lontane dal continente, ma al centro delle sue contraddizioni più profonde e della sua persistente “crisi dell’accoglienza”. Un terreno di prova in cui si sperimentano nuovi dispositivi di governo della mobilità e i confini della legittimità giuridica e procedurale vengono costantemente ridefiniti, spostando progressivamente la soglia stessa della loro ammissibilità. 

È all’interno di questo scenario che prende forma il presente reportage a più mani; frutto di due mesi di ricerca etnografica collettiva condotta da un gruppo interdisciplinare, si articola in cinque contributi che, da prospettive differenti ma complementari, provano a raccontare alcuni frammenti della complessa realtà maorese. L’equipe è composta dalle ricercatrici Rassa Ghaffari, Luna Selimovic, Maristella Cingia, Luca Queirolo Palmas, Luisa Stagi, Federico Rahola e dal videomaker José Gonzàlez Morandi, che collaborano con posizioni diverse al progetto ERC SolRoutes (Solidarity Routes: Solidarities and Migrants’ Routes Across Europe at Large), di cui Mayotte rappresenta uno degli ultimi nodi di ricerca. Radicato in una tradizione di pensiero politico abolizionista, SolRoutes rappresenta un originale tentativo di ricerca etnografica sulle pratiche e reti di solidarietà che prendono vita lungo le rotte di mobilità illegalizzate intorno, dentro e verso l’Europa. La pluralità di sguardi, sensibilità e approcci che ha caratterizzato il gruppo di ricerca si riflette nella composizione stessa degli articoli, che intrecciano approcci sociologici, geografici, giuridici e creativi. 

Il primo contributo si concentra sulle anomalie e sulle criticità del sistema di gestione delle migrazioni irregolari e delle procedure di accesso all’asilo. Un diritto, quest’ultimo, sempre più fragile e discusso in un contesto segnato da uno stato d’eccezione che sembra essersi normalizzato. Non a caso, Mayotte registra il più alto numero di espulsioni amministrative tra tutti i dipartimenti francesi 7: dati che rimandano a una condizione strutturale di violazione dei diritti e che non possono essere interpretati come semplici falle o malfunzionamenti del sistema, bensì come elementi costitutivi dell’apparato contemporaneo di controllo delle frontiere.

Questa violenza sistemica si manifesta in maniera particolarmente evidente nei confronti dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa continentale, dalla Somalia e dallo Yemen. “Les Africains”, indipendentemente dalla loro nazionalità effettiva, è l’etichetta con cui vengono spesso identificati in un processo di alterizzazione razziale che richiama, per molti aspetti, dinamiche osservabili di recente anche nel contesto tunisino. Il secondo articolo raccoglie le testimonianze di coloro che hanno percorso una rotta relativamente nuova nel panorama migratorio europeo, attraversando la Tanzania e l’arcipelago delle Comore per approdare infine a Mayotte in cerca di asilo. Una comunità eterogenea di oltre mille persone, tra cui numerosi minori, vive oggi confinata in un insediamento informale sospeso tra le mangrovie e l’oceano, oggetto di rappresentazioni stigmatizzanti e di discorsi d’odio volti a invisibilizzarne la presenza. «Pensavo che questa fosse la Francia» è una delle frasi che abbiamo ascoltato più spesso da persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia, dal Ruanda e dal Burundi, nel tentativo di descrivere lo spaesamento vissuto una volta giunte in quello che appare a tutti gli effetti un limbo giuridico e temporale 8

Se quella dei les africaines rappresenta un fenomeno relativamente recente, le mobilità circolari che legano Mayotte all’arcipelago delle Comore – spazio insieme estraneo e familiare, antagonista e vicino – affondano le proprie radici in contese territoriali e politiche che continuano a riverberarsi nel quotidiano attraverso pratiche sistemiche di emarginazione ed espulsione. Décasage 9 è un termine applicato esclusivamente a Mayotte per indicare le demolizioni delle bidonville abitate in stragrande maggioranza da comoriani; è a partire dall’osservazione di due operazioni di décasage avvenute durante la nostra permanenza che il terzo articolo sposta lo sguardo sugli spazi considerati, per eccellenza, indesiderati. «I maoresi non hanno mai abitato nei banga 10»: la linea del colore assume in quest’analisi una dimensione anche spaziale e territoriale, legittimata da una retorica securitaria che trasforma le abitazioni informali più vulnerabili (e le soggettività che vi risiedono) in bersagli privilegiati. 

Di (non)luoghi e delle relative pratiche di riappropriazione e di resistenza parlano anche gli ultimi due contributi di questo reportage, che si concentrano, rispettivamente, sullo spazio marino come luogo di transito e di attesa e sulle rivendicazioni di appartenenza dei giovani ni-ni, ragazzi originari delle Comore e nati a Mayotte, ma privi di documenti che ne attestino la nazionalità. 

La barriera corallina che circonda Mayotte è, al tempo stesso, tra le poche attrattive turistiche dell’isola e una delle principali cause di naufragi dei kwassa-kwassa, le piccole imbarcazioni con cui le persone in movimento attraversano l’Oceano Indiano. Quello marino è dunque solo apparentemente uno spazio neutro, un terreno di battaglia percorso da una pluralità di soggetti eterogenei: migranti, pescatori,  guardia costiera e turisti popolano questi luoghi liminali di attese, nascondimenti e progettualità sospese. 

Uno dei fil rouge che ha guidato la nostra permanenza sull’isola è stato indubbiamente la questione dell’appartenenza identitaria: non solo chi appartiene a Mayotte, ma anche e soprattutto a chi Mayotte stessa appartiene. Nell’ultimo articolo del reportage prendono la parola direttamente coloro che, indubbiamente, le politiche ufficiali collocherebbero all’ultimo posto di questa immaginaria graduatoria, offrendo un’analisi delle subculture giovanili come micro-strategie di resistenza alle narrazioni egemoniche di violenza, esclusione e razzializzazione. 

Concludere questa esplorazione corale interrogandosi su chi possa rivendicare Mayotte non è una scelta casuale: significa, piuttosto, riconoscere che, proprio come il suo passato, il futuro dell’isola si gioca nella tensione tra appartenenza ed esclusione, tra cittadinanza e marginalità, tra confine e diritto alla mobilità. Una tensione che attraversa Mayotte, ma che, in realtà, si rivolge sonoramente all’Europa contemporanea nel suo complesso.

  1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da
    Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale.
    Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎
  2. Gli articoli veranno pubblicati ogni martedì fino all’11 agosto ↩︎
  3. Rémi Carayol è un giornalista indipendente. Coordina il comitato editoriale del quotidiano online Afrique XXI e scrive regolarmente su Mediapart, Le Monde diplomatique e Orient XXI. Nel 2024 ha pubblicato Mayotte. Département colonie per le edizioni La Fabrique ↩︎
  4. L’essentiel sur… Mayotte – Institut national de la statistique et des études économiques ↩︎
  5. Opération « Kingia » à Mayotte : les associations alertent sur les conséquences préoccupantes pour les droits de l’enfant – Human Rights Watch ↩︎
  6. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Reports ↩︎
  7. ‘Just poor people trying to get by’: The detention center carrying out three-quarters of France’s deportations, By Julia Pascual – Le Monde ↩︎
  8. Si veda Iwanski, E. (2024). Trapped in Paradise? Studies in Inclusive Education, 65 ↩︎
  9. Rapport sur les opérations dites de “décasage” à Mayotte – Défenseur des droits ↩︎
  10. Il termine banga indica originariamente le piccole abitazioni costruite per accogliere i giovani uomini che si separavano dal nucleo domestico seguendo la tradizione matrilocale del luogo; con il tempo, il suo utilizzo si è espanso fino ad indicare, nel linguaggio comune, gli agglomerati di abitazioni informali, soprattutto di lamiera, in cui vivono oggi perlopiù – ma non esclusivamente – comoriani e persone in stato di irregolarità amministrativa ↩︎