Tag - reportage e inchieste

Se non lo vedi, non esiste. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée.   Questo reportage prova ad  esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio -ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti.  Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso,  frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. Reportage e inchieste IL VOLO. REPORTAGE “COME IN MARE COSÌ IN CIELO” A bordo dell'Albatross, l'aereo che sorveglia il Mediterraneo centrale Roberta Derosas 1 Settembre 2026 PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE – Vedute aeree del mare e della Ocean Viking SE NON LO VEDI, NON ESISTE Il cielo ha confini strani. Ma la sua organizzazione non è poi diversa da quella del mare. E se è difficile immaginare i confini liquidi, quelli aerei sembrano ancora più labili. Gli spazi aerei si dividono su più livelli, uno dei quali è la giurisdizione, attraverso le FIR – Flight Information Region. Si tratta di aree di dimensioni variabili, ciascuna affidata a un’autorità che fornisce due servizi: il Servizio Informazioni Volo (FIS – flight information service) ed il servizio di allarme (ALS – alerting service). Ogni porzione di cielo ricade quindi sotto una specifica FIR: i paesi più piccoli hanno l’intero spazio aereo racchiuso in un’unica FIR, mentre per i paesi più grandi lo spazio aereo è suddiviso in un certo numero di FIR regionali. Questa ripartizione di competenze non è arbitraria: è stabilita da accordi internazionali sotto l’egida dell’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO). Il Mediterraneo centrale ha linee tracciate nel mare con le zone SAR e nel cielo con quelle FIR. In cielo ne esistono quattro: Italiana, Maltese, Libica e Tunisina. Ogni volo che attraversa più FIR deve annunciare via radio (VHF) il cambio di zona, con quota, intenzioni e distanza. Non tutti i paesi, però, autorizzano i voli nella propria zona aerea di competenza e controllo: la Tunisia è uno di questi. Alcuni, invece autorizzano il sorvolo, ma non il soccorso. Un precedente simile riguarda la Grecia: dopo alcuni tentativi di soccorso a Cipro, un decreto ha vietato ai velivoli civili di sorvolare la FIR greca: un vuoto di osservazione che pesa oggi sulla nuova rotta che da Tobruk punta proprio verso la Grecia. Quando la capo missione, Mila, me lo racconta penso a quanto la Tunisia stia diventando impenetrabile dal cielo, da terra, dal mare. Come accade in mare, anche dal cielo si monitora la frontiera. Mezzi tecnologici d’avanguardia sono utilizzati a questo fine dall’agenzia europea Frontex, responsabile di spostare il controllo dal mare al cielo. Frontex sorveglia il Mediterraneo centrale dall’alto; con le sue navi, i suoi droni, i suoi funzionari fa esistere la frontiera come ostacolo fisico. Un muro. Efficace. La sua funzione dichiarata è semplice: sorvegliare, analizzare e respingere. Sorveglia acque, terre e cielo di un confine sempre più torbido e violento, sempre più lontano e oscuro. Analizza dati e flussi e ne rende conto agli stati di cui è l’esercito. Respinge i movimenti grazie a una tecnologia d’avanguardia, spesso prodotta da Israele. Dal 2018 utilizza droni Heron e diversi aerei ed equipaggi con basi a Malta e in Italia; l’area da cui partono le imbarcazioni dirette in Europa è sistematicamente pattugliata. Ripresa dall’Albatross durante la Missione 05 Imbarcazione in difficoltà: ADC082 è stata avvistata durante un volo dell’Albatross, permettendo così il successivo intervento di soccorso da parte della Humanity 1 (12 agosto 2026) PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Fa pensare ad un grande rastrello che passa nel mare e nel cielo e poi ancora a terra, che scandaglia al millimetro gli spazi aerei, terrestri e marini per respingere ogni impurità, ogni elemento esterno. Frontex è la vergogna dell’UE, una delle molteplici. Se si pensa al dispiegamento aereo, appare dal report di Human Rights Watch e Border Forensic che nel 2021 le ore di volo sono più che raddoppiate rispetto al 2018, passando da 1.396 a 2.869. Nello stesso periodo l’agenzia ha ridotto il proprio raggio operativo navale da 70 a 24 miglia nautiche dalla costa italiana. L’inchiesta “Airborne Complicity“, pubblicata da Human Rights Watch e Border Forensics nel dicembre 2022 1, quantifica cosa produce questo spostamento. Quasi un terzo delle intercettazioni operate dalle forze libiche nel 2021 – su oltre 32.400 persone complessive – è stato facilitato da informazioni raccolte tramite la sorveglianza aerea di Frontex. L’analisi statistica stabilisce una correlazione significativa: nei giorni in cui i mezzi aerei volano più ore, la Guardia Costiera libica intercetta più imbarcazioni. Nel report si cita un caso del 30 luglio 2021 e questo illumina il funzionamento in concreto. Un drone Frontex individua un’imbarcazione con circa 20 persone a bordo. La Guardia Costiera libica la intercetta poco dopo. Nessuna nave umanitaria presente nella zona riceve l’allerta. Il report non lascia margini di interpretazione: la strategia attuata da Frontex non è costruita per salvare vite, ma per impedire gli arrivi. E nella misura in cui questo comporta la riconsegna sistematica di persone in Libia – paese in cui sono più che documentati i trattamenti disumani e degradanti riservati alle persone migranti – l’agenzia, e per estensione l’Unione, possono essere considerate complici di tali abusi 2. Attraverso la sua strategia di sorveglianza dal cielo e la trasmissione delle informazioni alla GC libica, Frontex permette che la responsabilità del controllo si allontani dalle coste europee, aumentando il rischio per chi fugge: il contatto diretto con le navi che operano search and rescue si riduce e con esso il tasso di soccorso. Frontex non dispiega solo aerei ed elicotteri, ma anche droni che rappresentano, per chi è a bordo sui barchini, il primo vero incontro con il confine europeo: un confine che sorveglia e resta invisibile e che al contempo rende invisibili i migranti per il sistema d’asilo europeo, impedendo loro di toccare le coste dell’Unione. Il ritiro navale dell’UE dal Mediterraneo – causa anche delle numerose violazioni dei diritti umani attribuite a Frontex – non equivale a un disimpegno dall’area, ma solo a uno spostamento dal mare al cielo. Il confine si divide così in una componente terrestre rigida e una componente aerea più flessibile ed efficiente nel controllo 3. > Invisibile è la parola ricorrente tra attivisti e operatori in frontiera. “Persone invisibili, confini invisibili, movimenti invisibili”. Anche le ragazze della crew di questo aereo la usano, ma con precisione: le persone non scelgono di essere invisibili, piuttosto è la gestione politica dei confini che le rende tali. E poi, mi ripetono spesso “è semplice. Se non vedi, non esiste”. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE COSÌ IN CIELO COME IN MARE Il lavoro si svolge in cielo e a terra, quando il velivolo volteggia in aria e quando è fermo. Un’attività costante e una comunicazione continua tra equipaggio che sta nella casa ufficio e osserva i monitor e quello che si trova in volo. Sono proprio questi monitor, per primi, ad attirare la mia attenzione: disegnano le linee ricamate dagli aerei, rotte tracciate dai velivoli della flotta aerea civile e governativa. Mille fili di Arianna, altrettanti Tesei e Minotauri. Le informazioni non sono criptate; i siti non sono segreti, ma di libero accesso. La capo missione mi spiega che in ogni organizzazione il sistema è uguale: ore passate davanti ai monitor per verificare quali aerei siano presenti e in volo, scrutando i ricami che si disegnano sui monitor e che indicano le rotte di tutti gli aerei. E se le linee si attorcigliano e si accavallano in uno stesso punto, probabilmente significa che al di sotto c’è una barca che contiene persone. La HoM 4 mi racconta che osservare la posizione di Frontex su siti di tracciamento pubblico come Flightradar è già una pista per capire dove siano presenti dei target. E poi aggiunge: “spesso però Frontex, non dà segnalazione perché informa direttamente la GC libica”. In cielo come in mare, chi sorvola una zona ha l’obbligo di segnalare agli enti competenti ciò che avvista in acqua. Ma non è sempre così: i velivoli di Frontex non rispettano sempre questo obbligo. È un problema serio, perché un soccorso dovrebbe portare le persone in un luogo sicuro, ma se chi avvista un’imbarcazione in difficoltà nella zona SAR libica non segnala l’evento, o lo segnala solo alla Libia, il risultato è che le persone vengono riportate proprio nel paese da cui fuggono, che di sicuro non ha nulla. Secondo quanto mi racconta la HoM, la guardia costiera libica si muove con gli assetti più veloci tra tutte le flotte del Mediterraneo, sotto la protezione politica ed economica dell’Unione europea arrivando ben oltre la zona SAR di cui dovrebbe essere competente, la più vasta tra quelle in cui si divide il Mediterraneo centrale. Che vuol dire osservare il cielo dall’altro? Quanto è difficile vedere e non poter intervenire fisicamente? Cosa vuol dire vedere corpi che galleggiano, respingimenti dall’alto e non avere il potere di avvicinarsi? Carla mi dice che non si pone la domanda e che questo è il suo modo di avvicinarsi al soccorso aereo: “in fondo, potrebbe non succedere. E poi, c’è sempre il rischio di non volare”. Cassandra. Mentre discutiamo, Mila, la HoM, ci dice che l’aereo ha avuto un problema tecnico. E che sperano siano problemi risolvibili. La profezia di Carla pare avverarsi: potrei non volare. Perché allora chiedermi cosa significhi vedere il mare dal cielo? I giorni che seguono continuano così, tra messaggi che rimandano il mio volo senza annullarlo e incontri con la crew. L’isola è piena di turisti. Via Roma è un vai e vieni di gente che passeggia, ignara, forse di quello che succede a poche miglia da qui. Nelle spiagge trovo resti di barche che sono riuscite a raggiungere l’isola. Le vedo, esistono. Riprese aeree del mare e della Ocean Viking Operazione aerea dall’Albatross Uno, Missione 05: avvistamento di un gommone libico non identificato PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL LUCCHETTO DI FRONTEX E continuo ad attendere questo volo che non arriva. Due tecnici sbarcano direttamente da Malta per capire se e cosa si possa fare. La capo missione però mi autorizza ad accompagnare Lisa, la TACCO e il pilota, Peter, in aeroporto. Ho il tesserino di riconoscimento e passiamo un primo controllo in questa che è l’area militare. Oltre la soglia incontriamo i due esperti arrivati direttamente da Malta: a soli 30 o 40 minuti di volo. Tutto è possibile: l’aereo potrebbe essere riparato qui oppure forse dovrebbe essere aggiustato a Malta. Non so cosa accadrà, però almeno posso osservare da vicino il velivolo su cui dovrei salire. O sarei dovuta salire. Ci avviciniamo all’area dove sono parcheggiati tutti gli aerei. Il “nostro” è grigio proiettile, brillante. È lungo circa otto metri e mezzo e ha un’apertura alare di 13 metri e mezzo. Ha due eliche che lo fanno volare. Quattro sedili. Per salirci basta appoggiare un piede su un gradino e poi poggiare l’altro sull’ala. Sembra strano che una cosa così piccola possa volare. Sembra una zanzara e immagino lo stesso rumore fastidioso, in volo. Mi siedo al posto del pilota e mi trovo tra le gambe la barra di comando: sembra un giocattolo, uno di quei simulatori di volo da sala giochi. Davanti, un monitor con bottoni e pulsanti. Il vetro lucido: la prima operazione prima di partire in volo è proprio quella di pulire i vetri e fare in modo che la visibilità sia perfetta. Il cielo da questa prospettiva è un’ellisse. Questo piccolo velivolo costa alcune centinaia di migliaia di euro; una sola delle termocamere che Frontex monta sui propri mezzi ne varrebbe, da sola, circa duecentomila. Riprese aeree durante la Missione 05 / Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE Nello stesso spazio in cui è parcheggiato questo aereo piccolo piccolo ce ne sono altri 7: Frontex ne ha due e anche un elicottero. Per controllare la frontiera, i mezzi a disposizione dell’esercito UE sono di un livello superiore rispetto a quelli della flotta civile. Negli anni il suo ruolo è cresciuto molto rispetto alle origini nel 2004: da agenzia di coordinamento tecnico è diventata un attore operativo con poteri propri, incluso il dispiegamento di personale ed equipaggiamento senza necessità di invito esplicito da parte dello Stato membro. Altri velivoli della flotta civile, mi dicono, sono dipinti apposta in rosso e blu, colori diversi dal grigio-bianco di Frontex: per essere riconosciuti, dal basso, da chi è in mare. Qui, in quest’area dell’aeroporto di Lampedusa, ci sono oggi altri quattro aerei: se si esclude quello dei tecnici maltesi, i tre che restano sono proprietà di turisti arrivati qui col loro velivolo personale. La disparità tra esseri umani è indecente: chi viaggia sui barchini e chi su un aereo di proprietà. Questione di passaporti e conti in banca. La stanza in cui sono custoditi gli oggetti utili al volo, è condivisa da tutte le organizzazioni che perlustrano il cielo, quasi a lasciare immaginare una prossimità che in realtà non esiste. Un solo armadio ha un lucchetto. È quello di Frontex. Mentre io e Lisa aspettiamo Peter, una ragazza inglese che lavora con di Frontex si avvicina e ci racconta del caldo che ha avuto in volo: l’aria condizionata di cui dispone l’aereo che pilota oggi non funzionava. È giovane, gentile. Forse lei, in volo, quando avvista una barca, dà l’informazione a tutti gli operatori che sono in mare e in cielo. Forse non si limita a contattare la Libia. Prima di lasciare l’aeroporto, copriamo l’aereo: un telo pesante a proteggerne i vetri che devono essere perfetti in volo. Lo lasciamo lì, senza sapere ancora se la riparazione sarà rapida o richiederà il tempo di un tragitto a Malta. Se così fosse, la possibilità di volare si allontana per me. Resto nell’isola una settimana: ripartirò sabato ed è già mercoledì. PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE 1. Leggi l’inchiesta ↩︎ 2. Human Rights Watch & Border Forensics, Airborne Complicity: Frontex Aerial Surveillance Enables Abuse, Human Rights Watch, 8 dicembre 2022 (disponibile anche in italiano). Autori principali: Judith Sunderland e Lorenzo Pezzani, con il team di Border Forensics Sunderland, Judith, EU Misses Opportunity on Frontex Transparency, Accountability, Human Rights Watch, Dispatches, 24 aprile 2024 ↩︎ 3. “Eyes in the Sky: EU Border Technology in the Mediterranean” by Ahlam Chemlali and Mikkel Nørregaard Jørgensen e Airborne Complicity ↩︎ 4. Head of Mission: capo missione ↩︎
Ceuta: militarizzazione, violenza razzista e repressione della solidarietà
GIULIA INGALLINA E NO NAME KITCHEN 1 Nell’enclave spagnola nordafricana di Ceuta, la violenza contro le persone in movimento ha conosciuto nelle ultime settimane una nuova e violenta escalation. Il 27 agosto 2026, gruppi composti da abitanti di Ceuta e da persone provenienti dalla penisola, riconducibili in molti casi ad ambienti di estrema destra, hanno intrapreso un’azione diretta e violenta contro le persone migranti presenti in città. Nel pomeriggio, il gruppo organizzato in corteo ha impedito l’ingresso di un camion della Croce Rossa sulla spiaggia di Trampolín, che trasportava cibo destinato alle persone in movimento, ostacolando così l’arrivo di beni di prima necessità. Successivamente, i manifestanti si sono diretti verso Playa Benítez, dove hanno distrutto i ripari di fortuna che le persone avevano costruito autonomamente, come forma di risposta dal basso alla mancanza di un sistema di accoglienza in grado di garantire loro un luogo in cui dormire e proteggersi. Gli accampamenti sono stati presi a calci e smantellati con la forza; sono stati incendiati due ombrelloni e, progressivamente, le fiamme sono state alimentate anche con gli effetti personali delle persone, che venivano deliberatamente gettati nel fuoco o in mare dalla folla manifestante, mentre i loro proprietari erano costretti a scappare per sottrarsi alle aggressioni. Nel frattempo, le forze di polizia osservavano la situazione e, in ogni occasione possibile, colpivano con i manganelli le persone che cercavano di allontanarsi. Tutte le fotografie sono state scattate sul campo principalmente dall’autrice e, alcune, da altri volontari di No Name Kitchen e Border Resistance. Sono rappresentative degli eventi descritti e della militarizzazione della città I manifestanti sono entrati nell’area portando una grande bandiera spagnola e gridando «Ceuta no se vende, Ceuta se defiende», «Invasores, expulsión» e altri slogan contro le persone in movimento presenti in città, come «Ceuta lucha», «Ceuta combatte». In questa rappresentazione la città viene costruita come un corpo da difendere e le persone migranti come il nemico da espellere, ed è proprio questa costruzione del nemico a dover essere interrogata. Le persone che in questi giorni dormono sulle coste di Ceuta, spesso senza un riparo, senza accesso stabile al cibo, all’acqua e alle cure, non sono la causa della situazione in cui si trovano né possono essere considerate il nemico contro cui una città dovrebbe combattere. Sono invece inserite in un sistema di frontiere, accordi geo-politici e dispositivi di controllo che ha progressivamente spostato il costo umano della gestione della mobilità. Il nemico è allora un sistema politico che utilizza la migrazione come strumento di pressione e come terreno di conflitto, trasformando le persone in pedine: presentandole come criminali mentre le rende vittime, sfruttando e alimentando il razzismo come arma. Ceuta non può essere intesa soltanto come il luogo in cui, alla fine di luglio, migliaia di persone hanno cercato di entrare nel territorio spagnolo. È un punto dentro un sistema di frontiere molto più ampio, in cui l’Unione europea ha progressivamente spostato verso i Paesi di transito parte del controllo delle persone che cercano di raggiungerne il territorio. Questa esternalizzazione della frontiera ha una dimensione storica, politica ed economica. Secondo la Commissione europea, nell’ambito del sostegno alla migrazione in Marocco, 179 milioni di euro – il 77% dei fondi allora considerati – sono stati destinati alla gestione integrata delle frontiere. Nel 2022 sono stati inoltre destinati al Marocco altri 150 milioni di euro, attraverso un programma quadriennale di sostegno di bilancio finalizzato anche al rafforzamento della cooperazione in materia migratoria. La frontiera, dunque, non è soltanto un muro, una recinzione o una linea sulla carta. È un insieme di finanziamenti, accordi, pattugliamenti, controlli, procedure e dispositivi che producono effetti concreti sui corpi. Diventa allora difficile non interrogarsi sulla costruzione del «nemico»: le persone in movimento vengono presentate come la causa dell’insicurezza, mentre un sistema di controllo che opera dall’alto continua a determinarne concretamente condizioni di esclusione e vulnerabilità. Eppure, è proprio attraverso questa narrazione distorta che la propaganda attecchisce e alimenta manifestazioni razziste come quella avvenuta il 27 agosto sulle spiagge di Ceuta. Quanto accaduto non può essere ridotto a una semplice protesta. Quando una folla individua le persone sulla base della loro origine, le insegue, cerca di allontanarle con la forza, distrugge i luoghi in cui dormono e tenta di impedire loro di ricevere cibo e assistenza, non si può parlare semplicemente di una manifestazione di disagio. Ciò a cui si assiste è una forma di violenza razzista organizzata: una pratica profondamente politica, che individua un gruppo come corpo estraneo e ne rivendica l’allontanamento dallo spazio urbano, secondo una logica che ha storicamente accompagnato il fascismo. I fatti si inseriscono, dunque, in un quadro di condotte che, oltre a essere socialmente e umanamente condannabili, possono assumere rilevanza anche sul piano penale. L’articolo 510 del Codice penale spagnolo prevede specifiche fattispecie relative alla promozione o all’incitamento pubblico, diretto o indiretto, all’odio, all’ostilità, alla discriminazione o alla violenza nei confronti di persone o gruppi per motivi, tra gli altri, razzisti o legati all’appartenenza a un’etnia nonché all’origine nazionale. Inseguimenti, aggressioni, distruzioni e intimidazioni non possono essere giustificate attraverso il ricorso a parole come «insicurezza» o «disagio di vicinato». Nessuna di queste categorie può trasformare la violenza contro un gruppo di persone in una pratica legittima. Eppure, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un’escalation nella quale la violenza viene progressivamente normalizzata e la presenza stessa delle persone migranti nello spazio urbano viene trattata come un problema da eliminare. In questo senso, quanto accaduto a Playa Benítez il 27 agosto non può essere considerato un episodio isolato, ma si colloca nel continuum di una violenza che da settimane attraversa la città: una violenza che intimidisce e colpisce persone già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, negando loro non solo la possibilità di abitare lo spazio urbano, ma la stessa legittimità di essere presenti, di essere riconosciute come persone. > A Ceuta, la violenza non è un’eccezione: è parte del modo in cui il confine > viene esercitato. Screenshot UN’ESCALATION DI VIOLENZA: TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI DI MILITARI, POLIZIA E GUARDIA CIVIL Nelle ultime tre settimane, la situazione a Ceuta è diventata progressivamente più tesa. La città è militarizzata: corpi di polizia e dell’esercito sono ovunque, fermano le persone per strada, le perquisiscono, minacciano, feriscono e spesso rubano i loro averi. Le ronde attraversano continuamente le vie della città, in una presenza che è già di per sé intimidatoria ma che tuttavia non li limita al ricorrere ad ulteriore violenza. Una capillare presenza poliziesca che non produce sicurezza ma paura, negando gli spazi urbani e restringendo progressivamente le possibilità di movimento e di vita delle persone in movimento, costrette sempre di più a nascondersi e scappare. Gli Harragas 2 vengono picchiati quotidianamente, potenzialmente in ogni momento della giornata, dalla polizia, dai militari e dalla Guardia Civil. Molte testimonianze riguardano aggressioni avvenute durante la notte, mentre le persone dormivano sulle spiagge: gli agenti arrivano, le svegliano con i manganelli e le costringono ad allontanarsi. I racconti restituiscono un elemento ricorrente, la violenza non sembra essere utilizzata per impedire un comportamento specifico, ma come strumento attraverso cui rendere materialmente impossibile la permanenza delle persone nello spazio pubblico. Il 22 agosto, intorno alle sei del mattino, è arrivata la segnalazione che alcuni militari si sono accaniti sulle persone che dormivano a Benzu Beach. Quando il gruppo di volontari è arrivato sul posto, i militari si erano già allontanati. I presenti hanno raccontato di essere state aggredite mentre dormivano, le ferite erano evidenti sui loro corpi, i manganelli impressi sulla carne. «Noi non stavamo facendo niente, stavamo dormendo pacificamente. I soldati sono passati di fianco a noi, ci hanno circondato da tutti i lati. Quattro o cinque di loro si sono avvicinati ancora, hanno iniziato a picchiarci con i manganelli, noi abbiamo cominciato a correre via». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Dopo meno di mezz’ora, le persone migranti presenti sulla spiaggia hanno richiamato i volontari: poco dopo che questi si erano allontanati, infatti, i militari erano tornati e avevano ricominciato a usare la violenza contro di loro. Poi i militari sono tornati una terza volta. A quel punto, però, i volontari si erano stanziati all’ingresso della spiaggia e avevano iniziato a videoregistrare ciò che accadeva. Quando si sono accorti di essere ripresi, gli agenti hanno attraversato il gruppo senza intervenire, limitandosi a chiedere, con apparente normalità e in maniera quasi ridicola, se «andasse tutto bene». La presenza di volontari, giornalisti e telecamere sembra, in alcuni casi essere in grado di attenuare il comportamento delle forze armate. «I militari abusano e ci umiliano, se ti trovano ti picchiano. Quando la stampa è presente non ci picchiano, si trattengono un po’». Così, l’uso della forza sembra diminuire quando diventa visibile: la documentazione può diventare una forma di difesa; ma la telecamera non elimina la violenza, la rende soltanto più rischiosa per chi la esercita. La presenza di osservatori esterni può quindi costituire, in determinati contesti, una forma di protezione e un deterrente per chi pensa di poter esercitare il proprio potere sugli altri senza conseguenze. Ma ciò che la telecamera non riesce a registrare continua ad accadere. > Una violenza che rimane invisibile nel gesto, ma si iscrive sui corpi delle > persone e riemerge dai loro racconti. Quotidianamente si incontrano uomini, donne e soprattutto minori, che raccontano di essere state picchiate, inseguite o private dei propri beni; chiedono aiuto per disinfettare le ferite sui loro corpi: lividi, tagli, segni dei proiettili di gomma che hanno bucato la carne. Telefoni rotti o sottratti, denaro e oggetti personali portati via, colpi ricevuti alla schiena, sulle gambe o sulla testa. Con l’obiettivo di spaventare, cacciare e isolare, il controllo del corpo sembra accompagnarsi al controllo degli oggetti che permettono alle persone di comunicare, orientarsi, chiedere aiuto e mantenere un rapporto con l’esterno. «I militari sono arrivati da dietro di noi, ci hanno lanciato delle pietre addosso. Se prendono qualcuno, e trovano qualcosa addosso a loro, glielo prendono, prendono i loro telefoni, prendono i loro soldi; loro abusano di noi». «Tante persone sono state derubate qui dai militari, tante persone sono state ferite, molte hanno preso i colpi sulla schiena. Siamo qui a Miramar Alto, le persone qui, che dio le benedica». Alcuni racconti sono così brutali da essere difficilmente immaginabili; sembra che gli agenti non provino alcuna pietà per nessuno. Questo aspetto emerge dai racconti di alcune donne che si trovano a dormire nelle tende in una zona più riparata della città, che comunque non viene risparmiata alla violenza: «Stavamo dormendo nelle tende quando i militari arrivano. Un soldato donna ha iniziato a distruggere la tenda e ci ha costrette ad uscire. Ha alzato un bastone al mio occhio, voleva farmi male. Lei e un altro soldato hanno iniziato a ridere. Si prendevano gioco di noi». «La ragazza è svenuta, quando i soldati l’hanno vista hanno detto: “non mi interessa se è incinta, se sviene ti devi arrangiare tu”; hanno alzato il bastone e detto al marito se vai vicino a tua moglie ti picchio. Dopo loro sono corsi via quando hanno visto la donna svenire, l’hanno lasciata lì senza sensi». Queste testimonianze non descrivono soltanto episodi di uso eccessivo della forza, raccontano la produzione quotidiana di una condizione di paura. Dormire diventa rischioso, fermarsi in un luogo diventa rischioso, possedere un telefono diventa rischioso, chiedere aiuto può diventare rischioso. Lo spazio pubblico, anziché essere uno spazio di protezione, viene trasformato in uno spazio dal quale le persone devono continuamente fuggire. La stessa logica emerge nell’episodio avvenuto la sera del 24 agosto, sul dislivello collinare tra l’ospedale e il mare, nei pressi del campo costruito per la situazione di emergenza e destinato ai cittadini marocchini. Molte persone si trovavano nell’area nella speranza di poter entrare nel campo, come era stato loro indicato dalle istituzioni che avevano annunciato un ampliamento dei posti disponibili. Quella sera, diverse camionette della Polizia Nazionale spagnola hanno bloccato il passaggio; successivamente, una pattuglia è entrata nella zona collinare dove alcune persone si erano accampate per dormire e ha iniziato a sparare proiettili di gomma. Le persone hanno iniziato a correre, mentre la polizia continuava a sparare. Qual era l’obiettivo di questa operazione? Allontanare le persone da lì? E, in quel caso, per condurle dove? Oppure si trattava di diffondere terrore, di rendere quella presenza indesiderata attraverso l’esercizio stesso della forza? Quando l’obiettivo dell’azione non è più immediatamente riconoscibile, ciò che rimane visibile è la violenza nella sua dimensione più brutale e, proprio per questo, più difficile da ricondurre a una finalità diversa dalla sua stessa riproduzione. «Altri ragazzi stavano dormendo, i militari sono arrivati da dietro, ci siamo ritrovati a saltare giù dalla montagna per scappare. Ci siamo feriti tutti; questo è quando mi sono fatto male al mio ginocchio». Il paradosso è evidente: le persone vengono spinte verso una condizione di precarietà e contemporaneamente punite per la loro presenza in quella stessa precarietà. Viene chiesto loro di spostarsi, ma senza indicare un luogo in cui poter andare; vengono allontanate dai ripari di fortuna in cui dormono, senza che venga garantito un altro spazio; vengono respinte verso una condizione di invisibilità, mentre la loro stessa visibilità viene utilizzata per giustificare ulteriori misure di controllo. La distruzione degli accampamenti è un’altra forma quotidiana di abuso: un uso della forza che sembra avere anche la funzione di estenuare le persone, stancarle e rendere insicuro ogni luogo in cui cercano di ripararsi. Quello che è successo il 27 agosto sulla spiaggia di Trampolín, quando gruppi di manifestanti di estrema destra hanno distrutto e dato fuoco agli accampamenti di chi dormiva sulla spiaggia, si ripete quotidianamente, seppure in forme meno spettacolari. Ricordo un gruppo di persone che aveva costruito un riparo all’interno di una piccola incanalatura lungo una collina. Un giorno sono arrivati i militari, hanno cacciato le persone e distrutto la struttura con la forza, prendendola a calci e lanciandone i pezzi lungo il dislivello. Prima di sera, chi vi abitava ha recuperato il materiale e l’ha ricostruita. Per qualche giorno il riparo è rimasto in piedi, fino al passaggio di un’altra pattuglia, che ha ripetuto lo stesso gesto, e così via. Una distruzione quotidiana dei piccoli spazi che le persone riescono a costruire e di cui cercano, temporaneamente, di appropriarsi. La violenza, quindi, non si esaurisce nell’aggressione fisica. Produce anche una geografia dell’accesso: alcuni corpi possono dormire, altri no; alcuni possono sostare, altri vengono allontanati; alcuni possono avere un riparo, altri sanno che il loro verrà distrutto; e infine alcuni possono entrare in un ospedale, altri devono prima dimostrare di avere il diritto di essere lì. A tutto questo si aggiunge infatti la difficoltà di accesso alle cure. Il primo soccorso delle associazioni spesso non è sufficiente e alcune persone avrebbero bisogno di essere visitate in ospedale. Eppure, in più occasioni, persone ferite hanno incontrato difficoltà nell’accesso alla struttura ospedaliera anche quando necessitavano di cure urgenti. Il privilegio di accesso agli spazi diventa così particolarmente evidente: dall’ospedale alla città, fino al campo, viene continuamente imposto dall’alto dove e come una persona possa stare, e se le sia consentito di essere presente o meno in un determinato luogo. Lunedì 31 agosto, sembra che 300 persone siano state ammesse nel campo, la cui configurazione e il cui assetto di “accoglienza” rimangono ancora poco chiari. Da settimane molte persone aspettavano all’esterno nella speranza di poter entrare, mentre altre continuano a rimanere lì, senza molte altre alternative se non quella di attendere. Un’attesa, anche quella, segnata dalla violenza: ore trascorse seduti per strada, esposti al caldo durante il giorno e al freddo durante la notte, senza nemmeno la certezza di poter accedere a un luogo sicuro. In assenza di comunicazioni ufficiali, permane infatti il dubbio che il campo possa costituire una sistemazione «pre-rimpatrio». Eppure, per alcune persone questo rischio appare preferibile alla prospettiva di continuare a dormire nascoste, in una condizione di precarietà nella quale si può rimanere per giorni senza mangiare e si è esposti alla violenza di quella che alcuni ragazzi hanno definito night war. «Non so cosa dire. Il trattamento non è buono, soprattutto da parte delle guardie di sicurezza che lavorano qui, non sono brave persone. Però almeno questo è meglio della strada, qui è più sicuro. Ma cosa succederà dopo? Dopo questo non c’è sicurezza. Non lo sappiamo. Per quanto tempo continueremo a scappare? Spero che le cose migliorino». La paura del rimpatrio non aleggia soltanto tra chi si trova nel campo. Pare infatti che siano già avvenuti respingimenti e deportazioni verso il confine marocchino di persone che si trovavano a Ceuta da giorni, alcune delle quali avevano espresso oralmente la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratterebbe di operazioni illegali, in violazione del diritto di chiedere asilo e del principio di non-respingimento, effettuate nell’invisibilità, lontano dagli occhi dei media e nella segretezza; come ci ha raccontato un ragazzo che, da una notte all’altra, si è ritrovato dall’altra parte del confine: «Eravamo seduti vicino al mare quando sono venuti da noi e ci hanno detto: “Non abbiate paura, vi portiamo alle tende così potete dormire lì”. E invece ci siamo ritrovati qui, al confine; sono stato deportato in Marocco. Ci hanno scaricati in una città a caso, lontana da casa nostra. Ora non so cosa fare, mi sento senza speranza». Testimonianze raccolte sul campo Chi viene deportato, chi continua a vivere nella paura, chi subisce aggressioni quotidiane, chi rimane per giorni senza accesso all’acqua e al cibo: sembra che lo Stato non riesca a rispondere all’emergenza umanitaria se non alimentandola con la violenza. In questo momento, a Ceuta, diventa sempre più difficile trovare protezione, sicurezza e umanità, fino a condizioni che possono portare all’estremo esaurimento delle persone. L’Associazione Marocchina dei Diritti Umani ha pubblicato, nella giornata del 3 settembre, un comunicato in cui denuncia la morte di un minore nel centro di accoglienza La Esperanza di Ceuta. Il decesso sarebbe riconducibile a complicazioni legate a una patologia diabetica, ma le autorità devono ancora avviare un’indagine. Al di là della malattia, resta il peso di un contesto in cui quasi 2.000 minori sono costretti a vivere, in condizioni precarie e violente, che non possono essere separate dalla tragedia, né dalle responsabilità di chi dovrebbe garantire a quei minori protezione e dignità. > «Ci sono strutture statali che vengono create, soprattutto dal Nord Globale, > che sono strutture di morte». Noor Ammar Lamarty La giurista e ricercatrice Noor Ammar Lamarty propone di leggere queste strutture attraverso il concetto di necropolitica elaborato da Achille Mbembe: un potere che non governa soltanto la vita, ma stabilisce chi possa essere esposto alla morte, alla violenza e all’abbandono. È in questa prospettiva che anche Ceuta può essere letta come uno spazio nel quale il confine produce una diversa distribuzione della protezione e della vulnerabilità. È una sproporzione che dice qualcosa sul modo in cui viene governata la mobilità: la vita delle persone viene gestita soprattutto attraverso il controllo della loro presenza, non attraverso la garanzia delle condizioni minime che permetterebbero loro di vivere. Le persone in movimento vengono lasciate senza riparo, cibo e acqua, inseguite, colpite e sottoposte a condizioni di precarietà permanente. La violenza non appare allora come una deviazione dal funzionamento del confine, ma come una delle modalità attraverso cui il confine stesso viene riprodotto. Il problema non è soltanto stabilire fino a dove possa arrivare una frontiera, è chiedersi che cosa accade quando la logica della frontiera invade la vita quotidiana. Il problema non sono le persone che attraversano il confine, è il modo in cui la loro presenza viene gestita attraverso l’allontanamento, la paura, la violenza, la privazione di spazi per dormire, l’ostacolo all’accesso ai beni di prima necessità e aggressioni che si ripetono quotidianamente. UNA CACCIA NELLA FORMA DELLA PROFILAZIONE RAZZIALE: L’EMBODIMENT DEL CONFINE La violenza colpisce principalmente chi ha attraversato la frontiera e non possiede documenti, ma in alcuni episodi, il bersaglio sembra essere la stessa origine percepita della persona. Violenza generalizzata nella forma della profilazione razziale, si accanisce su chiunque visivamente viene percepito come “possibile migrante”. Durante la ronda notturna del 24 agosto, alla Playa del Chorrillo, alcune camionette della polizia nazionale erano ferme sul lungomare, quattro agenti si rivolgevano con fare aggressivo a due ragazzi seduti in spiaggia. Hanno preso i loro telefoni e li hanno gettati in mare, spingendoli poi ad allontanarsi. I due ragazzi hanno raccontato: «Eravamo seduti in spiaggia quando la polizia è arrivata senza alcun motivo. Hanno visto un immigrato e hanno pensato che lo fossimo anche noi, ma siamo ragazzi di Ceuta. […] loro ci hanno buttati a terra, me e il mio amico, e ci hanno picchiati entrambi. Poi ci hanno portato via i telefoni. Quegli agenti non sono di Ceuta, fanno parte dell’UPR (Polizia Nazionale spagnola). Noi non sappiamo chi siano, non abbiamo il loro numero di distintivo né altro». Testimonianza raccolta sul campo Episodi analoghi avrebbero coinvolto anche un turista statunitense, aggredito dalla polizia per le sue origini marocchine. La dinamica mostra con particolare chiarezza il meccanismo della profilazione razziale: non è lo status giuridico della persona a determinare il sospetto, ma l’identità che le viene attribuita sulla base di ciò che il corpo rende visibile. Se a determinare l’intervento delle forze armate non è ciò che una persona sta facendo, ma il modo in cui viene percepita, allora il controllo non riguarda più soltanto la mobilità, riguarda il corpo, e il più delle volte un corpo razzializzato. Il volto, il colore della pelle, i tratti somatici diventano indicatori attraverso cui stabilire chi può essere considerato fuori posto. La frontiera, in questo senso, non coincide più con la barriera fisica che separa Ceuta dal Marocco: viene riprodotta quotidianamente nelle strade, nelle spiagge e nei corpi. È ciò che Achenbach definisce quando afferma, nell’ambito della biopolitica, che «il confine penetra nel corpo» (2024, p. 183) 3 tramite un processo di embodiment (incorporazione) che sigilla il confine sulla persona. Il corpo, nella sua fisicità così come il nome o la lingua parlata, si fanno confine in una società che demonizza e criminalizza “il migrante”, andando ad esemplificare quell’incarnazione di cui parlava Khosravi (2019) 4 dichiarando «io sono confine». La letteratura antropologica ha evidenziato come i confini esterni vengano riprodotte all’interno degli spazi sociali, spostandosi dal «bordo» al «centro» (Balibar, 2001 5) e assumendo la forma di «separatori identitari, simbolici e mentali» (Cuttitta, 2014, p. 165 6). Il migrante, anche dopo aver varcato la frontiera, anche dopo aver chiesto asilo per cui dovrebbe ottenere (in teoria) uno status legale della sua presenza, non smette mai di dover affrontare i confini interni del razzismo. Quando si sceglie di assumere il «confine come metodo» (Cuttitta, 2014) questo si riproduce continuamente attraverso l’esclusione e la violenza che viene prodotta e riprodotta nello spazio urbano. Il risultato è che il confine può essere ovunque, può trovarsi tra il Marocco e Ceuta, ma anche sulla spiaggia dove una persona viene picchiata mentre dorme, davanti all’ospedale dove una persona ferita cerca assistenza, nel momento in cui un telefono viene sottratto o distrutto, oppure nel modo in cui una persona viene identificata sulla base del proprio aspetto. È in questa dimensione quotidiana che la frontiera mostra il suo carattere più violento: non si limita a impedire il passaggio, ma organizza la possibilità stessa di stare in un luogo. A Ceuta, il confine prende corpo nelle perquisizioni, nelle intimidazioni e nelle incursioni violente negli spazi personali: il razzismo istituzionale si manifesta così anche attraverso pratiche quotidiane (Basso, 2010 7; Essed, 1991 8) messe in atto dagli agenti statali di controllo e dai gruppi sociali di estrema destra. La città diventa allora lo spazio nel quale il «migrante» viene costruito come corpo estraneo, qualcuno che, proprio perché associato alla frontiera, può essere sottoposto a forme di controllo e violenza che ne mettono in discussione la piena umanità. Il corpo del migrante diventa così, come osserva Sorgoni (2022) 9, anche il luogo nel quale la violenza dello Stato si rende visibile e si inscrive materialmente nelle ferite cucite addosso. Non si tratta di assumere una lettura vittimizzante delle persone, ma di interrogare i processi attraverso cui il confine produce corpi più esposti al controllo, alla discriminazione e alla violenza. Ciò che accade oggi a Ceuta non è dunque estraneo alle forme attraverso cui le politiche europee di gestione della migrazione producono e spostano continuamente i confini, anche dentro lo spazio urbano. È proprio questa continuità che rende necessario interrogare criticamente il ricorso allo «stato di emergenza» come dispositivo attraverso cui pratiche discriminatorie e violente possono essere presentate come necessarie o legittime, quando invece non sono mai né legalmente né umanamente giustificabili. OSTACOLARE E CRIMINALIZZARE LA SOLIDARIETÀ Nelle ultime settimane, la violenza esercitata contro le persone in movimento si è estesa fino a colpire anche chi cerca di garantire loro forme di assistenza e accoglienza: associazioni e volontari che provano a colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni nella gestione umanitaria della crisi in corso. La situazione appare infatti gestita prevalentemente attraverso la forza e la militarizzazione, mentre mancano servizi effettivi di tutela. Le persone rimangono senza cibo, acqua e beni di prima necessità, in una condizione di abbandono alla quale le istituzioni sembrano non offrire risposta. «Le associazioni vengono a portarci da mangiare, e i militari ci danno la caccia per mandarci via, e inseguono le associazioni per mandare via anche loro». La testimonianza restituisce una dinamica in cui la solidarietà diventa essa stessa un elemento da ostacolare. Chi porta cibo, acqua o cure mediche non si limita infatti a intervenire materialmente in una situazione di abbandono, ma rende visibile quella stessa condizione, interrompendo l’isolamento nel quale le persone vengono lasciate e documentando, attraverso la propria presenza, ciò che accade. È forse anche per questo che la solidarietà diventa un ostacolo: non soltanto perché rende più difficile che la violenza rimanga invisibile ma anche perché intralcia il progetto politico di disumanizzazione. Una sera di agosto, una camionetta della Polizia Nazionale spagnola è arrivata mentre alcuni volontari stavano distribuendo pasti a un gruppo di persone in movimento. Gli agenti sono scesi con i manganelli e si sono diretti verso le persone in fila, inseguendole e colpendole. Un ragazzo è stato raggiunto e immobilizzato a terra dagli agenti, ammanettato e caricato sulla camionetta, dopo che gli erano stati sottratti alcuni effetti personali, tra cui il telefono. Quella sera anche due volontari sono stati ammanettati e arrestati; al di là della valutazione giuridica che dovrà essere fatta sui singoli episodi e sulle accuse, il dato politico è significativo: la presenza di chi offre assistenza e, nello stesso tempo, documenta e denuncia ciò che accade viene trattata come un problema a cui rispondere attraverso la repressione. La solidarietà, in questo modo, viene trasformata da pratica di sostegno a pratica sospetta. Chi porta cibo diventa un ostacolo; chi filma diventa un soggetto da identificare; chi denuncia la violenza diventa parte del problema che le autorità dichiarano di voler gestire. Ma una frontiera che non tollera testimoni è una frontiera che cerca di controllare anche la possibilità di raccontare ciò che accade, perché sa di agire nell’illegalità. Nei giorni successivi, i volontari si sono trovati esposti a intimidazioni su più fronti; in modo sospetto, fotografie e dati personali hanno iniziato a circolare al di fuori dei canali istituzionali, anche all’interno di gruppi WhatsApp nei quali cittadini di estrema destra si organizzano per intervenire contro la presenza delle persone migranti a Ceuta. Parallelamente, fotografie e video dei volontari venivano pubblicati sui social, accompagnati da messaggi diffamatori e intimidatori. Nei giorni successivi, diverse volontarie hanno riferito di aver ricevuto minacce e di essere state oggetto di aggressioni verbali e fisiche da parte di persone riconducibili, secondo le loro testimonianze, a questi gruppi. L’esposizione dei volontari li rende a loro volta bersaglio di una rete di intimidazione che li categorizza come nuovi obiettivi, dando vita, accanto alla caccia al migrante, a una caccia alla solidarietà: altri corpi da controllare, intimidire e allontanare. La circostanza, se accertata, assumerebbe particolare gravità, poiché la raccolta di dati da parte delle autorità non consente il loro utilizzo per finalità diverse da quelle per cui sono stati raccolti, né la loro comunicazione a soggetti estranei in assenza di una base giuridica. La trasmissione o diffusione di dati personali da parte di un’autorità pubblica deve infatti rispettare le finalità e le garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati. Il Regolamento europeo 2016/679 (GDPR) stabilisce, tra gli altri, i principi di liceità, trasparenza, limitazione della finalità, minimizzazione e sicurezza del trattamento dei dati personali. L’articolo 6 richiede inoltre che ogni trattamento sia fondato su una specifica base giuridica. In questo caso, però, il problema non riguarda soltanto la privacy. La circolazione di fotografie e dati identificativi assume una funzione politica quando queste informazioni vengono utilizzate per individuare, intimidire e minacciare persone impegnate nell’assistenza e nella documentazione delle violenze. La fotografia, in questo contesto, smette di essere soltanto uno strumento di identificazione e diventa uno strumento di esposizione: il corpo fotografato viene reso riconoscibile a una rete di soggetti che può utilizzarlo per esercitare ulteriore pressione. Durante una manifestazione anti-migrazione di estrema destra del 25 agosto, il corteo si è fermato sotto l’abitazione di alcuni volontari, rivolgendosi a loro con insulti e minacce. Da quel momento, anche la casa è diventata uno spazio di controllo e intimidazione, sorvegliato continuamente da esponenti del gruppo e dalle forze di polizia. Il clima di tensione cresce di giorno in giorno. Il 27 agosto, mentre due volontarie stavano documentando una nuova scena di violenza sulla spiaggia di Benítez, alcuni vicini riconducibili ai gruppi di estrema destra si sono avvicinati con fare intimidatorio, posizionandosi tra loro e la scena per impedire che potessero continuare a filmare. In quel momento, la polizia stava nuovamente utilizzando i manganelli e sparando proiettili di gomma contro le persone che cercavano di fuggire dalla spiaggia. I vicini hanno intimato alle volontarie di non utilizzare i telefoni per documentare la scena e le hanno minacciate nel caso lo avessero fatto. Hanno provato ad aggredirle fisicamente e hanno sottratto loro i telefoni. > Tutto questo accadeva davanti agli occhi degli agenti di polizia presenti, che > non sono intervenuti. Quella sera un’altra volontaria è stata arrestata. In questo quadro di violenza, la criminalizzazione della solidarietà significa indebolire una delle poche forme di protezione ancora disponibili alle persone in movimento. Significa anche usare la paura come deterrente, spingendo chi offre assistenza a desistere dal farlo nuovamente. Quando distribuire cibo a chi ha fame diventa un’attività pericolosa, in un contesto in cui tanto le persone in condizioni di vulnerabilità quanto chi offre loro assistenza vengono trasformati in bersagli, la violenza finisce per essere usata come se fosse legittima. Eppure, la stessa normativa spagnola stabilisce, che nell’esercizio delle loro funzioni le forze di sicurezza devono agire senza discriminazioni e che le identificazioni devono rispettare i principi di proporzionalità, uguaglianza di trattamento e non discriminazione, anche per origine razziale o etnica. La Ley Orgánica 2/1986 impone inoltre agli agenti di evitare pratiche abusive, arbitrarie o discriminatorie che comportino violenza fisica o morale e di utilizzare i mezzi a propria disposizione secondo i principi di congruenza, opportunità e proporzionalità. Nonostante ciò, la diffusione e la sistematicità del ricorso alla forza sembrano averla resa, nella quotidianità della città, una pratica quasi normalizzata. Gli agenti ridono durante le aggressioni, si confrontano tra loro sui metodi utilizzati, ironizzando sulla paura delle persone, banalizzano la violenza e la giustificano attraverso il confine, come mostrano le parole di un agente: Dovrebbero tornarsene in Marocco, così non ci sono aggressioni in Marocco. Se tu vai dall’altra parte della frontiera, perché tu sei venuto nel mio paese illegalmente, se tu vai dall’altra parte, di là non ci sono aggressioni. Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen Quando la violenza viene non solo esercitata, ma anche banalizzata e giustificata, la domanda non riguarda più soltanto dove sia la giustizia, ma quale spazio rimanga, in una città attraversata dall’odio, per far valere l’umanità. Conclusione «Lo sguardo non è un atto innocente di vedere.» (Khosravi 2019, p.76) Quando Khosravi parla di sguardo di confine, lo definisce come un’episteme che determina chi e cosa può essere visto e riconosciuto. A Ceuta, questo sguardo sembra operare attraverso un doppio movimento: da un lato, rende le persone migranti visibili come «nemico», come presenza da controllare e allontanare; dall’altro, tende a renderle invisibili nello spazio pubblico, una volta che il loro allontanamento può essere presentato come il risultato di una gestione efficace della mobilità. > Anche la violenza che produce questo processo tende così a essere sottratta > allo sguardo. È proprio per questo che la solidarietà diventa scomoda: perché interrompe questo meccanismo di invisibilizzazione. Chi distribuisce cibo, offre assistenza e documenta ciò che accade rende nuovamente visibili tanto le persone, in quanto persone, quanto la violenza a cui sono sottoposte. La solidarietà diventa così un contro-sguardo: non permette che il «migrante» rimanga la figura astratta e propagandistica del nemico, ma ne restituisce la presenza concreta, i bisogni, i corpi e, insieme, rende visibili le pratiche attraverso cui quella presenza viene controllata e allontanata. No Name Kitchen, organizzazione sul territorio, è testimone della paralisi istituzionale che continua a fallire nel garantire i diritti fondamentali di migliaia di persone abbandonate per le strade e le foreste di Ceuta; ha raccolto nell’ultimo mese più di centocinquanta testimonianze di persone che hanno subito aggressioni da parte di Ufficiali della Policía Nacional e soldati spagnoli dell’Arma, tra cui lancio di pietre e percosse notturne. La maggior parte di queste testimonianze viene fornito con prove documentate delle lesioni risultanti e spesso anche di video registrati durante l’azione violenta. E adesso anche l’associazione stessa si trova sotto attacco: La convivenza è diventata impossibile, il livello di tensione e violenza è salito senza controllo e la gente di Ceuta ha raggiunto un punto di rottura senza modo di tornare indietro. Gli attacchi sono costanti, provenienti da ogni direzione. In mezzo a tutto questo orrore, la violenza sessuale subita dai minori espone il lato più spregevole dell’umanità e rivela il fallimento del sistema di protezione dei minori e dei regimi di controllo delle frontiere esternalizzati. […] Comprendiamo la disperazione e la rabbia causate dalla mancanza di soluzioni reali e immediate […] ma niente di questo può mai giustificare l’incitamento all’odio. Quello che sta accadendo nell’enclave spagnola non può essere raccontato semplicemente come una «crisi migratoria». È una crisi umanitaria e, di fronte alla violenza che la attraversa, anche una crisi dell’umanità. È una crisi del modo in cui le istituzioni scelgono di trattare persone che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità. È una crisi dello spazio pubblico, quando strade, spiagge e luoghi in cui le persone cercano di dormire diventano spazi di inseguimento, controllo e intimidazione. Ed è, infine, una crisi morale quando la violenza viene normalizzata al punto da poter essere esercitata senza esitazione contro persone vulnerabili, senza più riconoscerne la sofferenza, senza più guardarle in faccia. È qui che il razzismo e il governo della migrazione si incontrano. La violenza razzista non nasce semplicemente dall’odio individuale di chi aggredisce ma viene alimentata da un sistema politico che costruisce alcune persone come problema, le rende permanentemente sospette e finisce per rendere accettabili pratiche che, se rivolte contro altri corpi, apparirebbero immediatamente intollerabili. Ma nessuna frontiera può rendere il razzismo legittimo, e nessuno stato di emergenza può rendere legittima la violenza razziale. Chi attraversa il confine è una persona che deve essere riconosciuta come tale, con tutti i suoi diritti. Oggi, a Ceuta, anche diritti fondamentali vengono negati, tra cui quello a non subire trattamenti inumani o degradanti: settimane trascorse senza acqua, cibo e un luogo in cui dormire, nella continua necessità di fuggire dalle aggressioni della polizia e dei gruppi di estrema destra. Eppure, le persone affrontano questa disumanizzazione perché continuano a vedere nell’Europa la possibilità di un luogo in cui approdare e in cui i propri diritti possano essere riconosciuti. Un’Europa la quale, osservando ciò che accade ai suoi confini, anche noi ci chiediamo se esista ancora. La frontiera non è una semplice linea che, una volta attraversata, si può rivalicare al contrario. È un processo che porta con sé un insieme di significati, aspettative e possibilità, e dal quale spesso non è possibile tornare indietro. «In fin dei conti, qui c’è il terrore, chiediamo a Dio di trovarci una strada per uscirne. Tornare indietro non è un’opzione, anche se ci vogliono rimandare indietro, noi non ci andremo, a meno che loro non ci uccidano, non torneremo indietro». Testimonianze raccolte e pubblicate dell’associazione No Name Kitchen 1. No Name Kitchen (NNK) è una organizzazione senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021 ↩︎ 2. Harragas significa letteralmente “coloro che bruciano” alludendo alla pratica dei migranti di bruciare i propri documenti di identità e personali per impedire l’identificazione da parte delle autorità in Europa. Il termine harraga è anche usato in riferimento all’atto di attraversare segretamente il confine di un paese. Viene rivendicato dalle persone che si definiscono harragas (bruciatori), corrispettivo dei sans-papiers in Francia, come atto politico di rivendicazione e delle ingiustizie che subiscono in Europa ↩︎ 3. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 4. Khosravi, S. (2019). Io sono confine. Milano: Elèuthera ↩︎ 5. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte ↩︎ 6. Cuttitta, P. (2014). Il confine come metodo. Rivista di Storia delle Idee 3:2, 165-168 ↩︎ 7. Basso, P. (Ed.). (2010). Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia. Milano: Franco Angeli ↩︎ 8. Essed, P. (1991). Understanding everyday racism. Newbury Park: Sage ↩︎ 9. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎
Il volo. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée. Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti. Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL VOLO In molti cercano di raccontare il Mediterraneo Centrale e le frontiere di mare: ricercatori, attivisti, operatori sociali e umanitari a bordo di navi di soccorso o presenti sui moli, ad attendere gli approdi. Io ne faccio parte. Provo a descrivere cosa siano le frontiere liquide, gli arrivi, cosa accada quando qualcuno, dopo anni di tentativi, riesce finalmente a scalfire il muro di questa fortezza e a penetrarne l’interno. Cerco di capire e di raccontare chi siano le persone che attraversano, al di là dei numeri. Lo faccio portando anche quello che sono. Abito un Mediterraneo che mi abita, da sempre: in questo spazio blu naviga, galleggia o affonda anche qualcosa di me 1.  L’idea di raccontare cosa si veda dal cielo è nata a maggio di questo 2026 e si è concretizzata velocemente: a giugno ero già a conoscenza del fatto che avrei potuto affiancare la crew di Albatross la prima settimana di agosto. Le ONG che dispongono di aerei che volano sul Mediterraneo centrale sono tre; tra queste, due hanno anche una flotta navale. Si tratta di Sea Watch e Sos Méditerranée. La prima e Pilotes Volontaires lo fanno da diversi anni; l’ultima in ordine di tempo è SOS Méd che ha iniziato la sua attività in cielo a novembre 2025.  Il resoconto che segue, nasce dai miei scambi con l’equipaggio di Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito da Sos Méditerranée insieme a Humanitarian Pilot Initiative, che ha base a Lampedusa e sorvola il central Med. Trova origine da un tempo condiviso con l’equipaggio di terra e cielo e, ancora una volta, dall’incrocio di sguardi e parole, dal ricamo generato dal tempo, dall’ascolto e dall’osservazione. RITORNARE SULL’ISOLA Gli aerei che perlustrano il Mediterraneo centrale sono sottomessi alle stesse leggi e agli stessi decreti delle navi che fanno soccorso. Lampedusa è la loro base di decollo e atterraggio. L’ultima volta che sono stata su questo lembo di terra, è stato qualche mese fa, durante la rotation 10 con Nadir della ONG ResqShip. In questi mesi che sono trascorsi, ho ascoltato storie di donne provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali. Racconti che non mi hanno spostata dal Mediterraneo centrale, solo portata molto più a sud, alle frontiere esterne dell’Europa, proprio quelle che con accordi coi Paesi terzi e finanziamenti a sedicenti guardie costiere sono efficacissime nel trattenere le persone e respingerle fino a farle scomparire. Le testimonianze che ho raccolto mi hanno affinato lo sguardo e appesantito la coscienza. Atterro di notte a Lampedusa. L’isola è spazzata da uno scirocco che rende l’aria umida e rovente; si appiccica addosso come un pensiero insistente e fastidioso. Dura da settimane. Irrespirabile. A tratti si sente l’odore dell’elicriso e di salsedine. Odore di Mediterraneo. Arrivo cosciente che per l’ennesima volta la situazione è cambiata. Gli approdi sono diminuiti e non so più chi abbia accesso ai moli tra le associazioni e le ONG con cui ho sempre fatto accoglienza. Alcuni cambiamenti sono stati dettati dall’arrivo del papa in visita. Questioni di sicurezza e d’ordine, pare. Era il mese di luglio 2026, proprio poco tempo dopo l’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ennesima vergogna dell’UE. Arrivo sull’isola qualche giorno dopo quello che è descritto come l’assalto dei migranti marocchini all’Europa: “Da giovedì scorso, si sono registrati circa 50.000 ingressi e almeno 84 persone morte nel tentativo di raggiungere Ceuta e Melilla, altra enclave spagnola sulla stessa costa”. I social trasmettono video corti di migliaia di persone che escono dall’acqua e arrivano in spiaggia, pullulano di commenti in cui si descrive l’assalto di un’orda di esseri umani. I politici si vomitano addosso responsabilità e si coprono di accuse. Italia e Spagna arrivano a chiudere le proprie frontiere nello spazio Schengen. Ripicche alla corte dei grandi 2. Pochi i commenti sensati e nessuno che riconosca a queste persone il coraggio di aver nuotato per ore per arrivare in un’Europa che sta in Africa. Un’Europa che si dichiara invasa in una terra non sua. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE VOLARE. FORSE. Arrivo a Lampedusa per sorvolare il Mediterraneo centrale e, all’inizio, sono banalmente preoccupata da questioni tecniche: quante ore di volo, come si resiste in uno spazio così piccolo, il caldo, i movimenti. Per questo scopro con presuntuoso disappunto che gli aerei della flotta civile che pattugliano il cielo possono avere problemi tecnici. Se il mio desiderio di volare è un imperativo, capisco in fretta che devo cominciare ad usare il condizionale: dovrei volare, ma nulla dipende da me e dalla mia volontà. All’indomani del mio arrivo, ho il primo appuntamento coi membri dell’equipaggio di Albatross. Sono sette, l’unico uomo è il pilota. I primi scambi con la capo missione li ho avuti via messaggio qualche giorno prima del mio ennesimo ritorno sull’isola.  Incontro, in un appartamento in paese, sette persone che condividono senza sosta il loro tempo e spazio; vivono e lavorano insieme, alternando un mese di attività e uno di stand by. Mi raccontano che, nei momenti in cui sono in off, lasciano l’isola, per respirare e “staccarsi” da un quotidiano in cui non si contano le ore e in cui la fine dell’attività non si chiude col volo, perché quando si atterra si scrivono rapporti, si studiano e analizzano i dati. E poi, dopo circa cento ore di volo, l’aereo deve andare in mantenance e fare uno stop di controllo. Nella squadra sono tutte donne, pilota a parte: una capo missione, due TACCO 3 che si alternano, una responsabile della logistica e della raccolta dati, una responsabile media e del monitoraggio, il pilota e una persona di supporto a terra. Sono colpita da questo equipaggio giovane, tecnicamente altamente preparato e competente, i cui membri hanno alle spalle, spesso, anni di navigazioni e soccorso in mare, lunghi periodi di attività con persone migranti in luoghi di frontiera, moltissime ore di volo. Il loro lavoro è un atto politico: sento la loro ostinazione ad esserci in un cielo che è uno spazio diviso, sorvegliato, giuridicamente frammentato.  Perchè questo piccolo aereo si sia unito agli altri della flotta civile, me lo spiegano i membri della crew: perché esiste uno spazio vuoto di osservazione e interventi e che proprio lì, gli aerei civili – Albatross, Seabird, Colibri – documentano ciò che altrimenti rimane ignorato. Nel 2025 la situazione si è progressivamente inasprita: la guardia costiera libica ha attaccato l’Ocean Viking in acque internazionali. Poche settimane dopo, colpi d’arma da fuoco contro la Sea-Watch 5. Catalogarli come incidenti isolati è riduttivo. Parlano, piuttosto, di un sistema sempre più consolidato: respingimenti, soccorsi negati, violenza. Per questo SOS Méditerranée ha deciso di “ingrandire il suo campo d’azione” e si è lanciata con il progetto di sorvegliare e osservare anche il cielo. Le attività dell’Albatross sono cominciate a novembre 2025, in un’alternanza tra attività e tempo in off. Un volo medio dura tra le cinque e le sette ore. Ci sono giorni di doppio volo, mattina e pomeriggio: l’equipaggio in questo caso supera anche le dieci ore in aria nell’arco di 24 ore. La flotta aerea civile, come accade anche in mare, cerca di organizzarsi in modo tale da essere costantemente presente in cielo. Per questo, le diverse organizzazioni comunicano tra di loro per assicurarsi che ci sia sempre almeno un aereo operativo. La capo missione, Mila 4, sottolinea che esiste una forma di cooperazione naturale con le altre ONG e che talvolta questo accade anche con Frontex: «Una volta ci ha chiesto per quanto tempo potevamo restare in volo per sorvegliare un target» mi spiega. I piloti, esperti e competenti, sono invece volontari messi a disposizione da un’associazione svizzera, Humanitarian Pilot Initiative, che è stata la prima a svolgere azione di monitoraggio del Mediterraneo Centrale. Nei giorni che seguono il mio arrivo, condivido tempo prezioso coi membri di questo equipaggio che ha appena ripreso la sua attività. Li percepisco febbrili in questa loro ripresa. La prima immagine a rimanermi impressa è quella di un terrazzo assolato su cui saliamo per assistere al primo volo: l’Albatross ci passa sopra la testa. Ne percepisco il suono del motore, ma non riesco a vederlo sopra la mia testa. Quando alzo lo sguardo si è già allontanato all’orizzonte per perlustrare. E’ il primo volo dopo il periodo di pausa: un rodaggio necessario prima di iniziare l’attività vera e propria. 1. Haraway, D. (1988), “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, in Feminist Studies, vol. 14, n. 3, pp. 575-599 (p. 581) ↩︎ 2. ‘Controlli alle frontiere con l’Italia’, arriva la ritorsione di Madrid – Ansa.it, 7 agosto 2026 ↩︎ 3. TACtical COordinator (coordinatore tattico). È, in volo, il membro dell’equipaggio responsabile di coordinare le attività della parte dell’equipaggio addetta alla conduzione tattica dell’aereo e dei suoi sistemi – nelle missioni di pattugliamento marittimo, controlla le attività di tutti gli operatori. Analizza le informazioni ricevute durante il volo e mette in atto le strategie disposte dal comandante ai comandi ↩︎ 4. Questo è un nome di finzione, come quello degli altri membri dell’equipaggio ↩︎
Mayotte: Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un reportage
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli (contenuti in questo articolo) che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 Reportage e inchieste I MAROONS DI TSAMBORO Il 4° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 4 Agosto 2026 Reportage e inchieste DI CHI È MAYOTTE? MAYOTTE È NOSTRA! Il 5° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 11 Agosto 2026 Reportage e inchieste MANGIARE A MAYOTTE. CIBO, DIPENDENZA E FRONTIERE Il 6° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 18 Agosto 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎
Mangiare a Mayotte. Cibo, dipendenza e frontiere
LUISA STAGI 1 Del periodo trascorso a Mayotte, tra le tante cose che mi hanno impressionata – e sarà forse perché tra i miei interessi di ricerca c’è l’alimentazione – ci sono la ristrettezza del repertorio culinario e i prezzi dei generi alimentari. Nei ristoranti e lungo le strade, abbiamo ritrovato spesso gli stessi pochi piatti: varianti di spiedini di carne accompagnati da banane o manioca. È possibile che le cucine domestiche custodiscano molte più preparazioni di quelle che noi abbiamo incontrato, e sarebbe sbagliato trasformare un’osservazione parziale in un giudizio definitivo sulla cultura mahorese. Tuttavia, il contrasto con altre isole dell’Oceano Indiano è apparso piuttosto evidente. A La Réunion la cucina creola racconta l’incontro, spesso violento e diseguale, tra mondi africani, malgasci, indiani ed europei. Anche in Madagascar ingredienti, tecniche e memorie di diversa provenienza sono stati incorporati e trasformati in un linguaggio culinario riconoscibile. Sono cucine nate dentro storie coloniali e rapporti di dominio, che mostrano tuttavia una capacità di assorbire ciò che arriva, modificarlo e infine dichiararlo proprio. A Mayotte, almeno nello spazio pubblico che abbiamo attraversato, sembra talvolta prevalere un movimento diverso, quasi per sottrazione. Ciò che viene da fuori non sempre è accolto e trasformato. Forse è azzardato leggere una società attraverso i suoi piatti, ma l’immagine risulta difficile da ignorare quando si osservano insieme cibo e frontiere. Un pollo congelato proveniente dalla Francia può percorrere migliaia di chilometri ed essere considerato indispensabile. Una persona partita da una distanza di poche decine di chilometri può invece essere rappresentata come un’intrusa, un peso per un’isola che ha «troppe poche risorse per poterle condividere anche con les Africains», come ci ha spiegato in un’intervista una delle rappresentanti del movimento delle donne mahoresi contro le migrazioni. Attraverso la lente alimentare si possono allora osservare alcune delle contraddizioni più profonde di Mayotte: un territorio dell’Oceano Indiano, legato storicamente e culturalmente allo spazio comoriano e africano, ma fortemente dipendente dalla Francia per nutrirsi. Il cibo si può acquistare nei piccoli mercatini situati nei principali nodi stradali, nei punti vendita della catena Douka Bé, carissima e diffusa capillarmente sul territorio, in qualche market Carrefour oppure al Baobab, il grande supermercato di Mamoudzou. Dai miei appunti di campo: «La mattina andiamo a fare la spesa al supermercato Baobab. Ogni volta rimango sorpresa dai prezzi. È tutto caro per noi: più caro rispetto all’Italia e, a detta del collega spagnolo, anche della Spagna. Nel reparto dei surgelati compriamo pollo e maiale provenienti dalla Francia. Dietro alle casse campeggiano i nomi di noti marchi collegati alla grande distribuzione agroalimentare. Gli scaffali sono pieni: il problema non è tanto la presenza del cibo, quanto la possibilità di acquistarlo.» A Mayotte una parte amplissima della popolazione vive in povertà. Quando il reddito è basso o discontinuo, il prezzo diventa uno dei principali criteri delle scelte alimentari. Si acquistano prodotti sazianti e conservabili: riso, pasta, manioca, carne congelata, bevande zuccherate, alimenti industriali. Le ricerche sui territori d’oltremare mostrano come i nuclei più poveri siano spinti verso un’alimentazione importata a basso costo, un cibo processato spesso ricco di zuccheri, sale e grassi. Mangiare male, qui, può essere una forma concreta della disuguaglianza. Il problema è aggravato dalla dipendenza dalle importazioni. Le economie d’oltremare sono state inserite in circuiti commerciali fortemente orientati verso l’Europa e soprattutto verso la Francia “metropolitana”. La distanza produce costi e vulnerabilità, ma non è solo una questione geografica: è inscritta in infrastrutture, norme e modelli di consumo che rendono più semplice importare un prodotto finito che costruire una filiera locale. Questa dipendenza mi è apparsa quasi caricaturale quando siamo andati al supermercato Baobab con alcune donne del campo rifugiati per acquistare gli ingredienti del pranzo che avevamo deciso di organizzare insieme: «Nel reparto delle spezie le osservo mentre prendono alcune confezioni, le rigirano tra le mani e cercano di capire che cosa contengano. Ho l’impressione, forse sbagliata, che facciano fatica a riconoscere ingredienti che dovrebbero essere familiari. Mi vengono in mente spezie partite dall’Africa o dall’Oceano Indiano, entrate nei circuiti europei della trasformazione e della distribuzione e ritornate infine a Mayotte dentro confezioni industriali che le rendono quasi estranee. È come se perfino ciò che è geograficamente vicino dovesse passare attraverso un centro lontano per acquistare legittimità commerciale e poter tornare sull’isola.» La scena restituisce bene il significato della dipendenza alimentare. Il problema non è solo che Mayotte produca semplicemente troppo poco, ma che possieda un controllo limitato sui circuiti attraverso cui il cibo è prodotto, trasformato e reso disponibile. È qui che la sovranità alimentare diventa una questione centrale.  Sovranità alimentare non significa immaginare un’autosufficienza totale, difficilmente realizzabile in un piccolo territorio insulare sottoposto a forte pressione demografica e climatica. Significa chiedersi chi decida che cosa produrre, quali colture sostenere, che cosa importare, quali risorse marine utilizzare e dove investire. Le ricerche sulla resilienza alimentare insulare suggeriscono infatti una posizione intermedia tra autonomia assoluta e dipendenza dal libero scambio che prevederebbe di mantenere le importazioni necessarie, rafforzando allo stesso tempo produzione locale, filiere corte e alimenti legati alle pratiche del territorio. I piccoli appezzamenti familiari e il jardin mahorais hanno a lungo prodotto manioca, banane, tuberi, frutta e ortaggi. Oggi l’espansione urbana riduce il terreno disponibile e i prodotti locali competono con merci industriali importate. Il ciclone Chido ha reso evidente questa vulnerabilità, distruggendo coltivazioni e infrastrutture e mostrando quanto l’isola dipenda dal porto, dalle strade e dalla distribuzione esterna. Le difficoltà nel portare acqua, alimenti e medicinali fino agli insediamenti più isolati hanno reso concretamente visibile il peso della distanza nei momenti di crisi. Anche la pesca presenta un paradosso simile. Mayotte è circondata dal mare, ma una parte importante del pesce consumato è importata. La pesca locale resta prevalentemente artigianale, costiera e in larga misura informale. Le piccole imbarcazioni sono adatte soprattutto alla laguna, mentre le risorse della barriera corallina non possono sostenere un aumento indiscriminato delle catture. Per sviluppare la pesca servirebbero imbarcazioni adeguate, punti di sbarco, ghiaccio, celle frigorifere, sistemi di trasformazione e una rete commerciale capace di far arrivare rapidamente il prodotto ai consumatori. Il pesce può essere nel mare e, nello stesso tempo, risultare economicamente lontanissimo. Le importazioni possono così diventare un dispositivo di mantenimento della dipendenza: risolvono una carenza nell’immediato, ma rendono meno urgente investire nelle filiere locali. Lo stesso vale per compensazioni e aiuti alimentari, indispensabili nell’emergenza ma incapaci, da soli, di modificarne le cause. Il rapporto con la Francia è quindi ambivalente. L’appartenenza alla Repubblica garantisce trasferimenti, protezione sociale e interventi d’emergenza, ma orienta norme, consumi e scambi verso l’“Hexagone”. Inoltre, standard elaborati per un’economia europea formalizzata possono essere difficili da sostenere per piccoli produttori e pescatori. La relazione centro-periferia resta così anche una relazione di potere. A questa fragilità alimentare si aggiunge il grande problema dell’acqua. La scarsità idrica è una delle questioni più controverse a Mayotte e investe l’alimentazione sotto diversi profili. Innanzitutto, riguarda l’agricoltura: senza acqua non si può coltivare. Ma incide anche direttamente sulle pratiche alimentari quotidiane. Se l’acqua deve essere acquistata, conservata o trasportata, cambia ciò che è possibile cucinare. Preparare riso, legumi o manioca richiede acqua che serve anche per lavare alimenti, mani e pentole. Dove c’è scarsità di acqua si privilegiano prodotti che necessitano di minore preparazione, mentre la precarietà igienica può aggravare la denutrizione infantile. A Mayotte convivono denutrizione, carenze di micronutrienti, sovrappeso e obesità: il “triplo fardello della malnutrizione” che caratterizza molte economie insulari dipendenti da alimenti industriali importati. Si possono assumere molte calorie e, allo stesso tempo, essere malnutriti. È qui che alimentazione e migrazioni si incontrano. La precarietà riguarda gran parte della popolazione mahorese, ma diventa più severa per chi vive senza un reddito stabile, un alloggio sicuro o documenti regolari. Per chi non può entrare nel mercato del lavoro formale, mangiare può dipendere da lavori giornalieri, piccoli commerci, aiuti associativi e reti familiari. La scarsità produce allora una potente narrazione della concorrenza per cui acqua, case, scuole, ospedali e cibo sarebbero insufficienti perché troppe persone li reclamano. La crescita demografica esercita certamente una pressione sulle infrastrutture, ma non basta a spiegare carenze che dipendono anche da investimenti insufficienti, fragilità delle reti e dipendenza dalle importazioni. La persona migrante diventa così il volto visibile di processi strutturali meno facili da rappresentare. È più immediato attribuire la scarsità d’acqua agli abitanti dei banga che interrogarsi sul perché non si investa in un sistema idrico efficiente; è più facile accusare chi arriva di consumare risorse che chiedersi perché un territorio insulare importi buona parte del proprio cibo e del proprio pesce. C’è poi una contraddizione ancora più profonda. Mayotte è stata separata politicamente dal resto delle Comore, ma continua a essere parte dello stesso spazio storico, familiare e culturale. Le persone provenienti dalle isole vicine lavorano spesso nell’agricoltura, nei cantieri, nei servizi domestici e nei piccoli commerci. Il loro lavoro contribuisce alla riproduzione materiale dell’isola, mentre la loro presenza è spesso raccontata e rappresentata come un peso. Il confine interrompe la mobilità delle persone molto più di quella delle merci. Nel pranzo condiviso al campo queste grandi questioni tornano a ridursi alle dimensioni di una pentola: «Le donne che hanno fatto la spesa con noi, les cuisinières, cominciano a cucinare. I movimenti sono lenti, apparentemente senza regia. Una pulisce il pollo, un’altra lo taglia, qualcuna porta altre pentole. Due bracieri vengono alimentati con la carbonella comprata al supermercato e con canne recuperate nei dintorni. Poco a poco capisco che quella lentezza è un’organizzazione precisa. I fuochi devono essere sorvegliati, ventilati, alimentati; le pentole spostate, il cibo girato. Ci vorrà tutto il pomeriggio.» La scena mostra insieme scarsità e competenza. Mancano una cucina attrezzata, fornelli sufficienti, acqua corrente, ma la precarietà è trasformata in cooperazione. Il sapere circola nei gesti: chi conosce il fuoco, chi i tempi della carne, chi sa quando intervenire e quando aspettare. Il cibo diventa un’infrastruttura sociale, capace di produrre reciprocità laddove le infrastrutture materiali sono insufficienti. E forse proprio questa scena offre una possibilità diversa dalla chiusura. Il pollo importato e le spezie confezionate sono trasformati, mescolati e restituiti come qualcosa di comune. In quel gesto c’è già un’altra idea di sovranità che non è l’illusione di non dipendere da nessuno, ma la capacità di appropriarsi di ciò che arriva, trasformarlo e farlo proprio. La questione, allora, non è semplicemente come produrre più cibo, ma chi abbia il potere di decidere che cosa può entrare, che cosa può essere trasformato e che cosa deve invece rimanere fuori. È su questo terreno che sovranità alimentare, dipendenza economica e politica delle frontiere finiscono per sovrapporsi. Garantire l’acqua, sostenere agricoltori e pescatori locali, ridurre la dipendenza dalle importazioni significa restituire al territorio una parte della capacità di scegliere il proprio futuro; ma significa anche riconoscere come risorsa, e non soltanto come presenza da contenere, i saperi, il lavoro e le pratiche portati da chi arriva dalle isole e dai paesi vicini. Il confronto con le altre cucine dell’Oceano Indiano acquista allora un significato che va oltre il cibo. Accogliere non significa semplicemente aggiungere una ricetta a un repertorio, ma essere capaci di prendere ciò che arriva, trasformarlo e produrre qualcosa che prima non esisteva. È ciò che fanno le cucine vive che costruiscono attraverso gli incontri, gli scambi e le ibridazioni. A Mayotte la frontiera sembra invece attraversare anche il piatto: rende familiare ciò che arriva da migliaia di chilometri e sospetto ciò che proviene dalle isole più vicine; facilita la circolazione delle merci e restringe quella delle persone; organizza la dipendenza dal lontano mentre tenta di recidere le relazioni con il vicino. Forse è proprio questo il paradosso che il cibo rende più evidente. Un territorio può difendersi da ciò che viene da fuori fino al punto di impoverire le proprie possibilità di trasformazione. Può scegliere la dipendenza da un centro lontano pur di non riconoscere ciò che arriva dal vicino. Ma una società, come una cucina, vive anche di ciò che riesce a incorporare. A forza di preferire il non avere all’accogliere, la frontiera rischia allora di non tenere fuori soltanto “gli altri”, rischia invece di restringere il repertorio del possibile, e con esso ciò che Mayotte potrebbe diventare. 1. Luisa Stagi è professoressa associata di Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Genova, dove insegna Sociologia dell’immaginario e culture visuali e Cibo, cultura e comunicazione. Presso lo stesso ateneo è attualmente presidente del Comitato Pari Opportunità. È tra le fondatrici del Laboratorio di Sociologia Visuale di Genova ↩︎
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». PH: Raffaello Rossini 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
Di chi è Mayotte? Mayotte è nostra!
JOSÉ GONZÁLEZ MORANDI 1 «Mayotte è la nostra isola, la nostra isola! Fanculo, faremo saltare il banco! Ve l’avevo detto che saremmo diventati cattivi». Mayotte è nostra (Mahoré Yatru, in shimaoré) è il titolo della canzone composta dalla band MaBrasilien del quartiere di Kaweni a Mayotte Prima di iniziare il progetto solroutes non avevo la minima idea che esistesse Mayotte (Mahoré in shimaoré, la lingua locale), un’isola francese nell’Oceano Indiano, a 10.000 km da Parigi – che per un retaggio coloniale viene ancora chiamata la «métropole». L’arcipelago delle Comore mi diceva vagamente qualcosa, ma non sapevo assolutamente nulla dell’indipendenza di questo arcipelago dalla Francia nel 1975, e ancor meno di un referendum in seguito al quale Mayotte non ha ottenuto l’indipendenza ed è rimasta una colonia francese per divenire poi dal 2011 un dipartimento francese e territorio a pieno titolo dell’Unione Europea.  Questa appartenenza alla Repubblica Francese, vista all’epoca come un’opportunità dalle élite mahoriane e come una strategia di continuità coloniale dal governo francese, ha messo Mayotte in una situazione di contrasto con il proprio contesto geografico e culturale. Questa situazione singolare è oggi fonte di tensioni con le altre isole dell’arcipelago; come abbiamo visto negli articoli precedenti, dall’isola comoriana di Anjouan arrivano ogni anno migliaia di persone 2. Mayotte è il dipartimento d’oltremare meno sviluppato, con un PIL pro capite 3,4 volte inferiore a quello della Francia continentale, ma quasi 7 volte superiore a quello della Repubblica delle Comore. La crescita demografica (76.000 abitanti nel 1991, 300.000 nel 2023, 323.156 abitanti nel 2026 in base all’ultimo censimento) supera oggi di gran lunga la capacità delle infrastrutture e dei servizi pubblici. La situazione dei giovani, in particolare, è il simbolo di questo fallimento. Circa il 55% della popolazione totale ha meno di 20 anni. Con aule sovraffollate, carenza di personale docente e poche alternative per il tempo libero, il sistema educativo non è in grado di soddisfare le esigenze di una gioventù numerosa e vivace. Se aggiungiamo al quadro le scarse prospettive di futuro, il risultato è fra i giovani una diffusa percezione di abbandono e di disprezzo da parte della Francia, la madrepatria. Ogni giorno la popolazione giovanile, e non solo, vede come la promessa di uguaglianza repubblicana sia destinata a rimanere un’illusione. Mayotte, in generale, viene descritta dai media e dall’opinione pubblica francese in modo assolutamente pessimistico: le condizioni di vita, le disuguaglianze e le crisi strutturali la presentano in uno stato di emergenza permanente. Questo testo illustra una parte del lavoro sul campo svolto nel mese di maggio a Mayotte, in particolare la nostra esperienza di incontro e realizzazione filmica con due gruppi di giovani abitanti dell’isola: da un lato, gli studenti universitari; dall’altro, membri di una “banda” di un banga dell’isola. «Banga» è il nome con cui lì si chiamano quelle che in Spagna conosciamo come «baraccopoli», in Brasile «favelas» o in Argentina «villas miseria». I banga sono onnipresenti sull’isola; vi vivono anche studenti universitari, sia regolari che irregolari, e come abbiamo già scritto un terzo della popolazione vive in uno dei banga dell’isola.  Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 Ci avevano messo in guardia su due cose riguardo a Mayotte: 1) che era molto pericolosa a causa della violenza giovanile, al punto che molti muzungu, bianchi in swahili, non escono di casa dopo il tramonto; 2) che era tabù parlare di ciò di cui tratta il progetto Solroutes: migrazioni, frontiere, colonialismo… ALL’UNIVERSITÀ L’università si trova a Dembeni, a 30 minuti dalla capitale, in cima a una collina con una vista mozzafiato sul mare. È una piccola università pubblica, ben attrezzata e con standard apparentemente europei. Abbiamo tenuto innanzitutto una conferenza aperta in cui abbiamo presentato Solroutes: «filmare le frontiere, etnografia, solidarietà, necropolitica» e nei giorni successivi abbiamo condotto per 25 ore un workshop di sociologia visiva dal titolo «Filmare la quotidianità a Mayotte». Alla conferenza hanno partecipato principalmente docenti e tre studenti che in seguito prenderanno parte al workshop: un ragazzo di origini miste malgasce-mahoré che porta in bella vista una biografia di Elon Musk, una ragazza del posto estroversa che lavora anche per l’università come «tuttofare» e una giovane timida con il velo all’apparenza tradizionalista. Concludiamo la conferenza con un frammento di uno dei film realizzati nell’ambito del progetto Solroutes, “L’Avventura”, in cui Babacar, un attivista senegalese per il diritto alla libera circolazione, conclude: “La cosa migliore sarebbe cercare di vivere tutti insieme, altrimenti moriremo tutti insieme”. Le parole di Babacar vengono accolte con entusiasmo dagli studenti, mentre diversi docenti si congratulano con noi per aver portato questo dibattito all’università. A KAWENI, IL PIÙ GRANDE BANGA DI MAYOTTE Il pomeriggio in cui ci siamo recati all’appuntamento con i giovani di Kaweni, che si fanno chiamare Ma Bresilien, entriamo per la terza volta nel più grande banga di Mayotte. Fa parte del comune di Mamoudzou, la capitale dell’isola. Si estende su due grandi versanti che sovrastano la zona industriale a nord della capitale. Siamo accompagnati ancora una volta da Madi, il nostro referente sul posto. Durante il nostro primo incontro ci ha portato in giro per il quartiere e successivamente, abbiamo partecipato a una giornata di pulizia comunitaria da lui coordinata e promossa  da un ente pubblico con cui collabora.  Madi ha circa 30 anni e ha studiato all’università; è nato alle Comore e non ha documenti (sua madre, sua moglie e sua figlia invece sì, cosa molto comune in molte famiglie di Mayotte). Dopo essere cresciuto da solo ad Anjouan, si è trasferito a Kaweni dalla madre per frequentare il liceo. Oggi lavora come mediatore sociale comunitario su base volontaria ed è in attesa di un colloquio con le autorità per regolarizzare la sua situazione. Ad attenderci c’è un gruppo di circa 10 giovani che fumano hashish; sono seduti su scalini improvvisati che si affacciano su un campo da calcio in terra battuta dove giocano decine di bambini. Sono ragazzi che si mostrano al tempo stesso come duri e ironici. Mi chiedono se qualcuno di noi sappia girare un videoclip. Madi li aveva già informati della nostra intenzione di filmare; per incontrarci gli hanno chiesto 50 € e una spesa al supermercato da destinare al capo del gruppo  che non abbiamo mai avuto il piacere di conoscere.  Per rompere il ghiaccio chiedo loro se qualcuno sappia cantare; mi rispondono di sì e che sono pronti a realizzare il videoclip subito. Porto la mia attrezzatura a tracolla, ma aspetto che siano loro a chiedermela. Mostro loro il lavoro realizzato con due ragazzi delle baraccopoli del mio quartiere a Barcellona; gli piace e mi chiedono se possiamo fare qualcosa. Rispondo loro di scegliere una canzone e che la registreremo; hanno una lunga lista sul telefono e ci mettono un po’ a sceglierla. Come per magia appare un grande altoparlante e alla fine, in mezz’ora, registriamo il tutto: tre ragazzi cantano, mentre bambini e altri ragazzi del quartiere fanno i cori. Si vede che non è la prima volta che registrano; hanno capacità di inscenare una performance. I Ma Bresilien hanno dei rivali di un altro quartiere che si chiamano Argentinos: il classico del calcio mondiale si disputa anche nelle baraccopoli di Mayotte. Hanno la bandiera del Brasile come simbolo del gruppo e la mostrano nel video insieme a una coppa, come se fossero campioni del mondo. Nel video si vedono solo due coltelli, non molti; in altri loro videoclip che scopro in seguito su YouTube ne tirano fuori a decine, ma anche machete, pistole, asce e persino piccozze da alpinismo. Sembrerebbe che abbiano fatto propria l’idea stigmatizzante di un film commerciale francese, girato proprio a Kaweni, intitolato «Tropico della violenza». Tutta questa ostentazione di coltelli si inserisce in una retorica e spettacolo della violenza o si tratta del riflesso di una violenza oggettiva? La realtà è che l’incidenza dei feriti da arma da taglio non è riportata in nessun rapporto statistico sulla salute dell’isola. Ciò che invece emerge con forza dalle analisi demografiche e abitative dettagliate pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica e Studi Economici della Francia (INSEE) è che circa il 40% degli abitanti di Mayotte vive in alloggi precari (il 59% delle abitazioni dell’isola), principalmente in baracche di lamiera prive di servizi di base (acqua corrente, doccia, servizi igienici, elettricità); che il 57% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento, un tasso sei volte superiore a quello della Francia metropolitana, e che il 77% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. INIZIA IL WORKSHOP: FILMANDO LA VITA QUOTIDIANA Il primo giorno al laboratorio ci accompagna anche Madi: deve andare a ritirare il suo diploma (all’inizio in segreteria gli hanno detto di tornare la settimana successiva; poco dopo è tornato accompagnato da una docente locale e, miracolosamente, gli viene consegnato immediatamente). La sua realtà di studente senza documenti sarà fonte di ispirazione per il lavoro audiovisivo che i partecipanti al laboratorio iniziano a sviluppare. L’università è un luogo socialmente eterogeneo: è frequentata dai ragazzi senza documenti come lui che vivono nel «banga» ma anche dai giovani con passaporto francese, auto propria e vacanze a Parigi, alle Seychelles o alla Riunione. La differenza si manifesta alla fine degli studi: chi ha il passaporto francese può continuare a lavorare e viaggiare, chi non ce l’ha può essere espulso ad Anjouan in qualsiasi momento e potrà lavorare solo in nero. Ai tre partecipanti al workshop del primo giorno si aggiungono: un giovane sportivo e brillante, una matematica esperta di viaggi e risoluta, una studentessa di lettere appassionata. Il gruppo si rivela fantastico: sono riflessivi, impegnati, curiosi. La ragazza con il velo non risulta affatto conservatrice, è una ragazza timida che alla fine del workshop mi dirà di non essersi mai sentita così ascoltata; l’atleta e la matematica hanno fatto l’Erasmus in Europa e viaggiano spesso per le vacanze verso destinazioni costose. La studentessa di lettere è cresciuta a Brest e ha un modo di fare tipico di una giovane moderna e impegnata. A quanto pare abita a due isolati da dove abbiamo affittato e un giorno ci porterà a visitare il «banga» che si trova dietro le nostre case e dove lei ha molti parenti. Il ragazzo che legge la biografia di Elon Musk non è affatto un fan del magnate americano; è solo curioso. Mentre la ragazza “tuttofare” con il suo lavoro mantiene da sola la sua famiglia. Tutti partecipano alla discussione e subito vogliono parlare proprio di quegli argomenti che dovevano essere, e restare,  tabù. Durante il laboratorio che io dirigo in qualità di regista e documentarista,  si crea un’atmosfera di complicità, voglia di lavorare e straordinaria creatività. Ispirati dalla storia personale di Madi, i partecipanti scrivono due sceneggiature di finzione che loro stessi interpreteranno nell’auditorium dell’università alla fine della formazione. Una racconta la storia di uno studente che non può proseguire gli studi perché privo di documenti. L’altra quella di un mahorese con passaporto che va in Francia a studiare ma finisce per scontrarsi con i mali dell’Europa, il razzismo, l’indifferenza, e rimpiange tristemente la sua isola.  Organizziamo una sessione di interviste registrate che avevamo pensato come uno spazio individuale; ma il set si trasforma nel palcoscenico di un ricco dibattito in cui si dicono cose del genere: «Viviamo su un’isola sprofondata nell’abbandono». “Mentre il governo francese inietta milioni di euro che scompaiono nella corruzione senza lasciare traccia, le famiglie subiscono le conseguenze dirette delle sue politiche: vediamo ogni giorno come espellono i genitori verso le Comore, lasciando i loro figli – molti dei quali con la cittadinanza francese – completamente soli e indifesi a casa”. “Non abbiamo possibilità di svago né opportunità, e chi è senza documenti vive nella paura costante di non poter continuare a studiare”.”Di fronte alla criminalità, le autorità rispondono con la violenza. Ma noi sappiamo che operazioni di polizia come Kingia o i «decasages» (la demolizione delle abitazioni) non risolvono nulla; al contrario, distruggono solo la poca speranza che ci resta. La vera via d’uscita non è la repressione, ma il lavoro e l’inserimento lavorativo”. “Ci rifiutiamo di vedere la nostra diversità come una minaccia. Essere un popolo comoriano, malgascio e della Riunione ci arricchisce, ci apre la mente e ci fa andare avanti”. “La nostra generazione sta studiando, sta prendendo coscienza ed è pronta a far funzionare le cose. È da troppo tempo che aspettiamo che le soluzioni arrivino da Parigi; abbiamo ormai capito che se non ci uniamo noi per cambiare Mayotte, nessuno lo farà”. CONTROLLO DI POLIZIA Al ritorno dall’università viaggiamo su due auto. Madi viaggia con due colleghi italiani, entrambi docenti con una lunga carriera accademica alle spalle. In uno degli innumerevoli posti di blocco viene fermato quando constatano che i suoi documenti non sono stati rinnovati. Gli agenti ai posti di blocco sono per lo più giovani bianchi della gendarmeria, un corpo semi militare: sono pesantemente armati, allo stile degli agenti dell’ICE.  Le loro auto sembrano uscite dal film Mad Max, con grate saldate grossolanamente alla carrozzeria e completamente ammaccate dagli impatti dei sassi che li colpiscono quotidianamente; le ammaccature sembrano pitture di guerra che sfoggiano con orgoglio e distinzione. Quando le loro auto passano davanti ai banga vengono bersagliati di pietre e rispondono sparando gas lacrimogeni, dando vita a una battaglia che sembra un gioco per entrambi gli schieramenti.  Il costo economico per lo Stato della sicurezza a Mayotte non viene contabilizzato in modo separato dal totale per l’intero paese; secondo diverse fonti giornalistiche, Mayotte ha il doppio di poliziotti e gendarmi per abitante rispetto alla media di qualsiasi dipartimento francese. A Mayotte, ogni 100.000 abitanti ci sono 800 agenti (il doppio della media nazionale) contro 89 medici (un quarto della media nazionale). Lo Stato francese investe il doppio della media nazionale per controllare il territorio e 33 volte meno della media nazionale per assistere la popolazione. Secondo una dichiarazione dell’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin riportata da un quotidiano svizzero, Mayotte conta più poliziotti e gendarmi delle città di Marsiglia, Lione e Lille messe insieme. Il Comando della Gendarmeria di Mayotte è rafforzato in modo permanente da quattro squadroni di gendarmeria mobile; si tratta di una struttura da forza di pronto intervento che normalmente viene dispiegata solo in situazioni di crisi. La massiccia presenza di forze dell’ordine è evidente ad occhio nudo. Già sull’aereo, sia all’andata che al ritorno, abbiamo contato circa 80 di quegli inconfondibili giovani uomini bianchi con barba e/o baffi curati, nel più puro stile dei concorrenti di qualche «Isola delle Tentazioni» o «Grande Fratello»; immagino siano diretti a Mayotte per vivere un’avventura e guadagnare 1,5 volte di più che in Francia. Sulle spiagge, senza uniformi, è normale vederli sfoggiare i loro corpi scolpiti in palestra e ricoperti di vistosi tatuaggi. Ho notato con interesse che tra loro vanno per la maggiore i tatuaggi con motivi “nativi americani” e “tribali polinesiani”; secondo una ricerca tutt’altro che rigorosa sull’IA di Google, si tratta di simboli che rappresentano il coraggio, la gerarchia e la protezione. Madi è stato finalmente rilasciato; è riuscito a dimostrare che sta espletando le pratiche per ottenere il permesso di soggiorno, che svolge attività di volontariato e che ha frequentato l’università per conseguire la laurea. Questa volta i gendarmi si sono dimostrati benevoli, a differenza delle altre quattro volte precedenti in cui era stato espulso… Centinaia di comoriani vengono espulsi ogni giorno e rispediti ad Anjouan dopo solo tre ore di traghetto. Molti, quando possono, tornano a Mayotte su imbarcazioni illegali chiamate kwasa-kwasa: è un viaggio breve, veloce e relativamente economico. Una studentessa del laboratorio ci ha tradotto il testo della canzone; ci ha sorpreso che i MaBrasilien parlassero di problemi sociali e politici, e non di argomenti banali come fanno tanti rapper, proprio i temi di cui Solroutes voleva parlare: migrazioni, razzismo, appartenenza, identità, colonialismo… Il ritornello ripete: «Mayotte è nostra». A chi appartiene Mayotte è una questione fondamentale nella realtà sociale, politica e storica di questa piccola isola dell’Oceano Indiano. A chi appartiene Mayotte? Alla Francia, alle Comore, all’Africa, all’Europa? È chiaro che Mayotte appartiene anche a loro, ai giovani dell’università, ai giovani del banga. Mayotte è loro. Liberate tutti i miei compagni sulle rive dell’Oceano Indiano. Ci hanno portato via tutte le nostre ricchezze. Sì, ci hanno fatto soffrire, ma non riusciranno a distruggerci. Vogliono le nostre ricchezze secondo la legge francese. Vogliono spogliarci delle nostre ricchezze. Vogliono affondarci perché siamo figli di Anjouan, perché siamo comoriani su quest’isola africana. Liberate tutti i miei amici, tutto questo mi spezza il cuore. Abbiamo vissuto nella miseria, ma andiamo avanti. L’uomo bianco vuole a tutti i costi ammanettarci davanti al tribunale della legge francese. Ci vedono solo come figli di Anjouan perché siamo comoriani. Mayotte è la nostra isola, la nostra isola! Fanculo, faremo saltare il banco! Ve l’avevo detto che saremmo diventati cattivi. Non è una storia di oggi davanti al tribunale. Ci minacciano per questioni di machete. Ma saremo forti, andremo avanti. È una merda, ci siamo giocati la vita in mare. Ma l’uomo bianco vuole affondarci a quanto pare. Bisogna essere francesi per forza, oppure ci incatenano! Una canzone gridata può aiutare a liberarsi. Liberate tutti i miei amici! 1. José González Morandi è regista e documentarista, specializzato in documentario etnografico e video sociale e partecipativo. Ha studiato cinema a Buenos Aires e Barcellona e conseguito un Master in Documentario Creativo alla Pompeu Fabra University. Ha realizzato numerosi documentari, tra cui Can Tunis, Traces of Dixan, Buscando Respeto e Baluard, premiati in festival nazionali e internazionali. Ha inoltre collaborato a progetti di ricerca e formazione in ambito cinematografico e antropologico ↩︎ 2. Leggi l’introduzione al reportage ↩︎
I Maroons di Tsamboro
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Nell’aprile del 2026, Lighthouse Report documenta come le tecniche di intercettazione in mare della PAF (Police aux Frontières) siano all’origine di morti e naufragi nelle acque circostanti l’isola di Mayotte. Differentemente dalle pubblicazioni precedenti della stessa inchiesta, questa volta è un video fatto dalla stessa PAF, e non più le sole testimonianze dei passeggeri, a raccontare la dinamica degli eventi. Come scrivono i giornalisti di Lighthouse, non si tratta di un caso isolato, ma di un modello di intervento ripetuto che “ha generato numerosi naufragi e almeno 25 morti” 2. Il video circola diffusamente sulla stampa francese ed entra nel dibattito pubblico. Una studentessa che partecipa al nostro workshop all’Università di Mayotte ci dice con tono commosso: «Ho visto le immagini dei gendarmi che bloccano le persone in mare mettendole in pericolo. È inumano che succeda. Non pensavo che succedesse».  Le immagini della polizia in mare evidenziano una imprevista similitudine. Quanto le autorità francesi, dunque europee, fanno qui nella laguna di Mayotte alle persone in fuga dalla regione dei grandi Laghi o ai comoriani senza documenti non si distingue di molto dalle pratiche di altri corpi militari che gestiscono la frontiera europea su procura nel Mediterraneo centrale. Ad esempio sia il Rapporto Interrupted Sea di Alarm Phone, sia i rapporti sulla tratta di Stato fra Tunisia e Libia del collettivo RRX rivelano, grazie alle testimonianze di sopravvissuti, che i naufragi sono gli esiti routinari delle intercettazioni violente in mare della Garde Nationale Tunisienne; lo stesso dicasi per la cosiddetta Guardia Costiera Libica che, fra le altre cose, è solita sparare sulle navi dei soccorritori della flotta civile per impedire gli arrivi a Lampedusa. La crudeltà del respingimento in mare, con le relative conseguenze mortali, è anche all’opera su un’altra frontiera, quella greco-turca: Aegean Boat Report documenta costantemente le pratiche violente della HCG (Helleniki Coast Guard), un’altra istituzione dentro lo spazio politico dell’Unione Europea. Se migranti e rifugiati finiscono dentro un frame che è quello della guerra, non si tratta più per l’agire e il pensiero di Stato di portare soccorso a un soggetto in condizione di pericolo, ma di fermare un’intrusione o di bloccare con ogni mezzo un arrivo; non è più una questione umanitaria, ma una questione di sicurezza. È come se uno stesso sapere necropolitico stesse circolando fra attori operanti sulle frontiere marine, obliterando le differenze fra chi agisce in prima persona in nome dell’Unione Europea e dei suoi singoli Stati e quanti agiscono su nostra procura e con nostri fondi, legittimando pratiche un tempo impensabili: i naufragi provocati e le omissioni di soccorso. -------------------------------------------------------------------------------- In molte delle testimonianze che abbiamo raccolto durante la nostra ricerca si menziona l’isolotto di Mtsamboro – a poche miglia nautiche a Nord di Mayotte dentro la laguna circoscritta dalla barriera corallina – come uno dei luoghi di arrivo. In effetti, questo isolotto disabitato dista dall’isola di Anjouan circa 35 miglia, solo qualche ora di navigazione con tempo buono e un motore da 60 cavalli. È la mattina presto di una domenica quando arriviamo e la prima cosa che vediamo avvicinandoci è una pattuglia della PAF in mare e poi a terra un kwassa kwassa arenato senza motore. La lunga striscia di sabbia dove approdiamo è divisa in diversi settori; quello turistico per gli expat, quello dei maoresi che campeggiano e quello di chi arriva dalla Comore e cerca di varcare l’ultimo tratto di mare che li porterà in Francia, in Europa. Bacar, la nostra guida, ci dice con sicurezza di poter distinguere un comoriano da un mahorese al primo sguardo. È lui che ci segnala senza alcuna enfasi che sulla spiaggia ci sono dei clandestini. L’imbarcazione in vetroresina, il kwassa kwassa, giace ad un’estremità della spiaggia; nelle vicinanze una specie di accampamento dotato di un pozzo d’acqua e con molti resti fra cui bottiglie di plastica e involucri di merendine o cibi in scatola. In lontananza si vede ancora la barca della PAF pattugliare. Come a dire: sappiamo che siete sulla spiaggia. Dice Bakar: «non ci sono sempre i comoriani, ma ci sono spesso. A volte anche gli africani vengono. Devono essersi riparati qui, perché sono stati visti e ora aspettano il momento buono per passare. Può essere domani o fra un mese». Quest’isolotto è un limbo, tra le destinazioni turistiche più note nell’arcipelago. Mayotte è a poche miglia nautiche, 10 minuti di navigazione. Continua Bacar: «Se le guardie scendono a terra, i clandestini si nascondono nei bananeti alle nostre spalle, e diventano imprendibili». I clandestini sono circa una ventina, parlano poco francese. Sono tutti minorenni; con loro scambiamo qualche parola sul calcio. Hanno tolto il motore e la benzina dal kwassa; dentro la barca i resti di una navigazione recente. Chiedo a Bacar dove stanno le famiglie di questi ragazzi: «Sono qui a Mayotte e non possono fare niente per recuperarli. Nessuno li può venire a prendere, anche se sono i loro figli. Finirebbe in prigione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I capitani sono quelli che rischiano di più. Nessuno dice di essere capitano. A volte mollano le persone sull’isolotto e tornano indietro con la barca». Non questa volta, però.  Poche ore dopo sale la marea e vediamo i ragazzi comoriani spingere la barca e nasconderla dentro il bananeto, ricoprendola di foglie. Pensiamo alla storia dei maroons nei Caraibi; fuggire, imboscarsi, per resistere. Adesso il kwassa è invisibile. Non esiste più.  -------------------------------------------------------------------------------- Il giorno dopo discutiamo della nostra gita all’isola di Tsamboro con Madi, il nostro amico del banga: «Ci sono passato anche io diverse volte da quella spiaggia. Rimani lì e aspetti il momento buono per passare. Devi studiare le maree, perché le guardie con la barca grande non riescono a passare sopra la barriera corallina che circonda l’isola, e i tempi, il momento opportuno… meglio provare quando c’è il cambio turno. Anche io ho fatto esattamente come i ragazzi che avete visto. Abbiamo nascosto benzina, motore e barca. E poi qualcuno da terra ci ha chiamato e ci ha dato il via libera. A volte invece si fa lo scambio direttamente in acqua, un trasbordo, così i capitani di Anjouan non perdono la loro barca. Le guardie francesi lavorano con quelle delle Comore, ma a terra a Mayotte c’è chi lavora con i pescatori di Anjouan…». Insomma, per quanto nascosta e criminalizzata, una qualche ferrovia sotterranea – su base familiare o commerciale – esiste anche a queste latitudini; d’altra parte quale è il genitore che non aiuterebbe il figlio bloccato su un isolotto a pochi kilometri da casa? E poi Madi, che ha fatto avanti e indietro da Anjouan diverse volte, ci fa capire che c’è sempre un po’ di corruzione che aiuta le partenze. «Sai… non è che la PAF blocca tutte le barche, a volte ti vedono ma ti lasciano passare. Devono pur lavorare i poliziotti sull’isola». Mayotte è infatti un grande laboratorio di polizia, un campo scuola, uno spazio di addestramento per reparti di ogni tipo. E poi qualcuno i lavori manuali sull’isola li deve pur fare: chi pesca? Chi fa l’agricoltura? Chi fa i lavori edili? Chi fa il piccolo commercio? La risposta è semplice: i comoriani, con o senza documenti. Continua Madi: «Altre volte noi partiamo in convoglio, con tante barche, e quando la PAF arriva ci disperdiamo in tutte le direzioni per rendergli il lavoro più difficile». Nonostante la costruzione materiale e giuridica della frontiera, fra isole che condividono lingue e cultura ma appartengono a entità politiche diverse, lo spazio di circolazione rimane aperto e poroso; e la mobilità è in tutte le direzioni. C’è chi prende i kwassa kwassa per tornare alle Comore e chi per venire a Mayotte dopo una deportazione. E poi c’è il commercio e il contrabbando: fra le due isole viaggiano tabacco, riso, benzina, droga, cannella… oltre ai passeggeri. Di questi traffici, secondo Madi, la PAF gestisce un pezzo di mercato, fa passare alcune imbarcazioni e ne blocca altre. Una storia che si ripete; non c’è frontiera in cui i ricercatori di Solroutes siano stati in questi 4 ultimi anni in cui polizie e autorità varie non fossero almeno in parte, e a seconda del ciclo e del momento politico, uno degli attori nell’equazione del passaggio.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎ 2. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Report, 28 april 2026 ↩︎
Fra gli illegali nei banga
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Dalla finestra della nostra casa, si vede un’enorme bidonville. Qui a Mayotte vengono chiamate Banga, e sono ovunque: nello spazio e nel dibattito pubblico. All’origine il termine indicava le abitazioni dove i giovani maoresi e comoriani andavano ad abitare raggiunta l’adolescenza, allontanandosi dalla casa materna. Ora è il segno di un distacco, di una messa ai margini, ma anche di una forma di vita precaria e in comune che difficilmente può essere rimossa. Così Karima, nella cui casa abitiamo, rievoca il ciclone Chido che ha colpito l’isola il 15 dicembre del ’24: «Il banga qui davanti è venuto giù. Io facevo la volontaria nei pompieri. Molti corpi si sono trovati, ma non sappiamo di chi fossero». Quando parla dello spazio abitato che abbiamo sotto gli occhi, si riferisce ai suoi abitanti come gli illegali, coloro ai quali nessun censimento ha dato un’identità. Chido è durato un’ora e mezza, ma dalle sue parole capisco che ha spazzato via soprattutto i poveri ammassati sulle colline. Penso all’alluvione di New Orleans con l’uragano Katrina del 2005, alle catastrofi naturali come operazioni di classe… prima e dopo; la natura maligna è sempre mediata e rifratta dalla struttura delle diseguaglianze sociali e dalle politiche. Karima continua: «Le autorità avevano detto di ripararsi nelle scuole, ma molti non hanno accettato, temevano di venire arrestati se uscivano allo scoperto e di perdere i loro averi». Quanti morti ha fatto Chido? Di quanti conosciamo i nomi? Ufficialmente sono 39 i morti accertati.  Chi sono gli illegali di cui parla Karima? Il giorno dopo Madi ci conduce a visitare il banga dove vive, nel quartiere di Kaweni, nel cuore della città principale di Mayotte: di origine comoriana, come tutti in quest’isola ad eccezione degli expat, ha lavorato da muratore negli ultimi 6 mesi prima di perdere i documenti. Ci accoglie all’entrata di questo quartiere autocostruito – con un misto di legno, lamiere e mattoni – che si inerpica su per la collina e dove ai tempi della colonia si produceva zucchero. Chido ha distrutto tutto, ma tutto è stato ri-eretto nel giro di poco tempo. Ogni tanto degli ammassi di rifiuti e lamiere creano delle aree aperte, delle piazze che divengono discariche.  Madi racconta che dall’alto della collina è possibile avvistare la polizia della frontiera (la PAF) e gli agenti antisommossa prima di un’irruzione; a quel punto i giovani scendono a tirare pietre per evitare arresti e deportazioni di quanti sono in una condizione di irregolarità. Pietre da un lato e lancio di lacrimogeni dall’altro fanno parte di un rituale ripetuto, un’autodifesa quotidiana. Un ragazzo ci dice: «Lo facciamo per le nostre mamme, perché non siano trasferite ad Anjouan». Madi fa parte dello spazio associativo del quartiere… una membrana fra lo Stato e il mondo dei giovani che tirano pietre o che vivono di piccoli crimini. «Cerchiamo di ridurre la violenza, di parlare con i piccoli delinquenti. Lo Stato, la polizia, ci chiede di fare il suo lavoro con il volontariato. Ma non siamo neanche pagati. Molti di noi se ne sono andati dalle associazioni; sono parassiti. Lo Stato viene qui in campagna elettorale e fa promesse. Poi scompare. Ce la dobbiamo cavare da soli. Per la luce, l’acqua, le strade….». E in effetti tutto è precario, insalubre e faticoso: dall’acqua e le bombole di gas che sono portate a braccia in cima alla collina, alle donne che lavano i panni in un rigagnolo d’acqua sporca dove le baracche circostanti scaricano i propri residui. Eppure migliaia di persone vivono qui. Madi descrive gli illegali: qui non abitano solo comoriani, ma anche cittadini francesi, mahoresi poveri, richiedenti asilo congolesi. L’illegalità si riferisce all’abitare informale, alla classe sociale, più che alla condizione giuridica. Nel banga vivono tutti, o quasi tutti. «E les africaines?» chiediamo. Madi ci fa capire che l’invidia e il risentimento sono i tratti dominanti delle relazioni sociali. Perché les africaines – lui stesso ride del termine – non sono deportabili, mentre i comoriani senza documenti o con documenti precari (come lui) sono quotidianamente deportati: «Anche se sei minore ti portano via ad Anjouan». Fuori dal banga, si vede di nuovo la presenza dello Stato. Grandi edifici scolastici, un parco e uno stadio in costruzione. «Vogliono sgomberare il banga. Ci propongono di cambiare quartiere… ma come facciamo per le scuole e per i nostri figli?».  Torniamo nei giorni successivi da Medi per partecipare a una squadra di pulizia solidale da lui organizzata. Mentre raccogliamo resti di ogni tipo accumulatisi nel tempo, vediamo dei bambini portare bambù e altri materiali di costruzione verso il banga. Ci spiega: «I genitori non escono da qui per paura degli arresti e delle deportazioni; vanno a lavorare fuori tutta la settimana in agricoltura o nei cantieri, ma quando tornano a casa, qui a Kaweni, evitano di esporsi alle incursioni della PAF. E mandano i bambini in città se c’è bisogno di qualcosa…». I molti strati dell’abitare informale riappaiono quando con Said entriamo nel banga dove abita sua madre e dove lui stesso è cresciuto: il quartiere deve essere sgomberato nei prossimi giorni e gli abitanti stanno già iniziando ad abbandonare l’area. «Molti votano, io stesso sono cittadino francese. Ci sono poliziotti e funzionari che vivono qui. I politici quando vengono a parlare nel banga utilizzavano un linguaggio inclusivo… del tipo ‘siamo tutti comoriani’, ma quando sono soli con noi che abbiamo la nazionalità, ritornano a distinguere fra francesi e non». Camminando fra le case in lamiera e gli alberi di banane e di mango, vediamo soprattutto bambini di tutte le età e donne che lavano i panni. Said con orgoglio sottolinea quanto il suo banga sia solidale: «Guarda la moschea! L’abbiamo costruita insieme autotassandoci. Guarda questo ponte in cemento! anche questo lo abbiamo fatto noi. Le istituzioni non hanno fatto nulla».  E poi arriva il giorno dello sgombero, che qui a Mayotte porta il nome di décasage: allontanamento forzato dalla propria casa. Il termine non esiste nel francese corrente, è endemico dell’isola. Sulla strada incontriamo le barricate rimosse dalla polizia che i giovani del banga hanno provato ad erigere per impedire l’operazione. Gli abitanti sono ora tutti fuori da quello che era il loro quartiere; dentro ruspe, operai e polizia. Qualcuno esce con i pochi averi che riesce a trasportare. Una donna grida: «Le uniche case non demolite sono quelle dei mahoresi francesi con i titoli di proprietà»; come se l’eterogeneità sociale che il banga tiene insieme in una sorta di solidarietà obbligata fra poveri si scomponesse durante le operazioni di sgombero, in cui ognuno ritorno alla sua individualità giuridica. Parliamo con un poliziotto che dirige l’operazione: «Siamo parte di una stessa brigata che è stata mandata in rinforzo sull’isola per sei settimane. Alle 4 del mattino, abbiamo tolto le barricate e ci hanno tirato le pietre». È gentile e ha voglia di parlare. Quando gli chiediamo dove vanno le persone le cui case sono state distrutte, ci dice che in pochissimi – 11 famiglie su circa 500 residenti – hanno ottenuto una ricollocazione provvisoria. E gli altri? «Lo so, non serve a nulla quello che facciamo, ma io obbedisco agli ordini. Parlate con gli assistenti sociali nel parcheggio qui fuori…». Qui incontriamo Marie, la direttrice di un’associazione che coordina la presa in carico delle persone durante questo tipo di operazioni: «Sono pochi quelli che accettano. E poi gli appartamenti sono scarsi e lontani dalle scuole dei figli degli abitanti. La maggior parte degli sgomberati se debrouille, si arrangia. Ci sentiamo impotenti, sappiamo benissimo che così si sposta solo il problema». Nel parcheggio ci sono circa una ventina di operatori sociali di diverse entità: sembrano comparse necessarie di una scena in cui non giocano nessun ruolo. Aspettiamo la conferenza stampa del nuovo prefetto, prevista per le 10.30: per quanto ricercatori di un progetto finanziato dall’Unione Europea – Solroutes – c’è un veto alla nostra partecipazione. Anche il giorno prima dentro il campo dei rifugiati, la polizia durante la visita del prefetto ci aveva fermato in malo modo e obbligato a rimuovere le immagini che avevamo filmato.  Sulla strada del ritorno, ancora resti di barricate: pietre, automobili, lavatrici e altre suppellettili domestiche. Negli articoli sulla stampa che escono poche ore dopo, il prefetto rivendica lo sgombero come parte dell’operazione Kingia: «Non ci lasceremo intimidire, chi vuole essere ricollocato può andare ai servizi sociali».  Il giorno dopo siamo di nuovo al banga con Said. La polizia non c’è più. Neanche le case. Solo un ammasso di lamiere con persone e bambini che si aggirano per ricuperare i materiali, per costruire di nuovo. L’insediamento, d’altronde, è sorto dalle macerie di un décasage precedente; non a caso il suo nome, Karjavenza, nel swahili locale significa letteralmente “non voglio stare qui”. La genealogia degli sgomberi trasforma ironicamente in “casa” un luogo in cui non si vuole stare. Ci sono montagne di macerie, e poi dei grandi crateri scavati in terra con fuochi ancora accesi che sprigionano fumi irrespirabili: «Hanno buttato dentro tutto ciò che può essere bruciato», dice un ex-abitante. C’è chi sta già erigendo una nuova baracca nelle vicinanze, chi ha dormito per strada, chi si è ritirato nella foresta, chi è stato accolto da amici o parenti in altri banga. Sfoglio a terra i resti bruciati di un quaderno di scuola elementare; anche la moschea è stata abbattuta. L’unica cosa che è rimasta uguale sono le donne: lavano i panni nel rigagnolo sotto il ponte. Incontriamo un lavoratore della nettezza urbana del Comune che viveva qui: «Non ce l’abbiamo con la polizia. Loro eseguono gli ordini. Ma non sono giusti. Ho quattro figli, mi avrebbero dato un alloggio per poco tempo ma solo con 2 figli e gli altri no. Come potevo accettare?». Altre persone ci raccontano la stessa storia di offerte inaccettabili. Non c’è rabbia, ma ostinazione e calma. La vita continua, nonostante tutto. «Molti andranno in altri banga» conferma Said. Continuiamo a camminare e appare un uomo alterato che grida contro di noi, alternando francese e swahili. «Voi bianchi! Guardate i bambini che avete lasciato senza scuola! Voi bianchi siete venuti per le ricchezze. In Europa non c’è niente, siete venuti qui, ma noi siamo vigilanti, abbiamo memoria, abbiamo memoria dello schiavismo! Voi bianchi! Questo di ora è schiavismo moderato…Ma cosa siete venuti a fare qui? Perché siete venuti a fare questo bordello? Andatevene». Continuiamo a camminare sino al quartier generale dello sgombero, quello da cui il prefetto ha diretto le operazioni – «usando persino i droni, ci dice il nostro accompagnatore» -, quello in cui si è tenuta la conferenza stampa da cui siamo stati estromessi. Sorridiamo, perché l’edificio in legno è interamente bruciato e lì vicino una ruspa è stata distrutta: sembra il cadavere di un dinosauro. «Li chiamano invisibili, sono i giovani delle barricate, si sono vendicati e gli hanno dato fuoco il giorno dopo che la polizia ha distrutto il nostro banga» conclude Said. Secondo l’ultimo censimento, Mayotte al primo gennaio del 2026 conta 323.153 abitanti. Non sono ancora disponibili i dati sulle bidonville. Inchieste ufficiali precedenti hanno stimato fra i 100.000 e i 150.000 la popolazione dei banga: fra il 31 e il 46% della popolazione complessiva dell’isola. Il grande investimento – materiale e simbolico – dello stato francese in questo dipartimento d’oltre mare si rivolge però alle forze di polizia e alle operazioni di “sicurezza urbana” contro gli illegali. Chi sono gli illegali? Chi crea gli illegali? Mayotte oggi ci appare come un grande laboratorio per l’addestramento sul terreno di quella che Pierre Bourdieu chiamava la mano destra dello Stato. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎
«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1 Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.  Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il connazionale che li ha guidati. «Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata. Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte. La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.  «Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?». Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace». Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025 dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori – provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere definiti localmente come les Africaines. La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou, fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso, compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale, appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella di un piccolo villaggio. Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3. L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche sottrarre allo sguardo. La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».  A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una comunità in continua espansione.  Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito, meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale. Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza, corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».  Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano un’applicazione profondamente differenziata.  Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese estranee.  «Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari, la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.  Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni, difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti, sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della questione migratoria a Mayotte.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. ↩︎ 2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎ 3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎ 4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎