Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa
RASSA GHAFFARI 1
Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo
custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte,
plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento
francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso
fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono
numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe
interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si
snoda in questa introduzione e cinque capitoli che intrecciano sguardi
sociologici, geografici, giuridici e narrativi 2. Dando voce a chi fugge dal
continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai
giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di
Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce,
piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema
di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato
sull’intero progetto europeo.
INTRODUZIONE
Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un cerchio concentrico di
appartenenze, sovranità e identità solo apparentemente contraddittorio, al cui
centro si trova l’ultimo e minuscolo dipartimento francese, largamente
sconosciuto all’opinione internazionale e, spesso, allo stesso pubblico
francese. L’“isola della morte”, come veniva chiamata anticamente in arabo a
causa dei numerosi naufragi provocati dall’estesa barriera corallina che la
circonda, è salita brevemente alla ribalta delle cronache per il passaggio
dell’uragano Chido, che nel 2024 ne ha devastato le infrastrutture e le
abitazioni, per poi ripiombare rapidamente nell’oblio. Incastonata nel canale
del Mozambico, questa piccola isola a forma di ippocampo rappresenta un caso
politico e storico singolare. Territorio d’oltremare situato a migliaia di
chilometri da Parigi, Mayotte è il prodotto di una lunga e controversa vicenda
coloniale che continua a plasmarne il presente. È proprio nell’intreccio tra
eredità coloniali, rivendicazioni di sovranità, aspirazioni all’appartenenza
francese ed europea e profonde disuguaglianze sociali che il “dipartimento
coloniale” – come definito dal giornalista Rémi Carayol 3 – si configura come un
osservatorio privilegiato per comprendere alcune delle trasformazioni
contemporanee delle politiche di frontiera europee.
In quanto isola dell’arcipelago delle Comore, Mayotte è stata colonia francese
dal 1841 fino agli anni Settanta. Nel 1974, mentre Gran Comore, Mohéli e Anjouan
sceglievano l’indipendenza dalla Francia, Mayotte lottò strenuamente per
mantenere il proprio legame con la Métropole, nonostante le ripetute
contestazioni da parte delle Comore e i richiami delle Nazioni Unite, che ancora
oggi considerano l’isola parte integrante dell’arcipelago. Da allora il processo
di integrazione istituzionale nella Repubblica francese è stato progressivo: nel
2001 Mayotte diventa collectivité départementale, nel 2011 dipartimento francese
e nel 2014 regione ultraperiferica dell’Unione europea. Infine, dal 1° gennaio
2026, è divenuta ufficialmente un Département-Région, una collettività unica che
esercita simultaneamente le competenze di dipartimento e regione d’oltremare.
Chi approda a Mamoudzou con il traghetto che collega Petite e Grande Terre viene
accolto da un cartello dal sapore inequivocabile: “Mayotte est française et
le restera à jamais”. Eppure, proprio mentre la sua appartenenza alla Francia e
all’Unione europea si consolida sul piano giuridico, Mayotte continua ad essere
attraversata da tensioni politiche, economiche e sociali evidenti – basti
considerare che è al momento il dipartimento francese più povero in assoluto 4 –
e governata attraverso una serie di eccezioni normative che la distinguono dal
resto del territorio nazionale.
Quello della cittadinanza e delle migrazioni è forse il terreno di scontro in
cui tali dinamiche appaiono più palesi: Mayotte è l’unico dipartimento in cui il
principio dello ius soli – spesso considerato uno dei pilastri della
cittadinanza repubblicana – è stato drasticamente limitato, fino a renderne
l’applicazione estremamente difficile. Come dichiarato dall’ex ministro
dell’Interno Gérald Darmanin, «non sarà più possibile diventare francesi se non
si è figli di genitori francesi»: una formulazione che sintetizza efficacemente
la direzione intrapresa dalle politiche migratorie sull’isola.
A confermarlo sono le misure securitarie e repressive in vigore sull’isola –
esemplificate dall’operazione di task force Kingia 5, lanciata nella primavera
del 2026, ma anche dall’elevato numero di naufragi, alcuni causati dalla
police aux frontières stessa 6 – che hanno ulteriormente esacerbato dinamiche di
marginalizzazione e segregazione spaziali, identitarie e morali in una società
caratterizzata da significative fratture interne e da un montante sentimento
xenofobo.
Non sorprende, dunque, che molti dei nostri interlocutori abbiano descritto
Mayotte come “la Lampedusa dell’Oceano Indiano”: un laboratorio politico in cui
si sperimentano pratiche di respingimento, contenimento e razzializzazione delle
persone migranti. Dopo due mesi di ricerca sul campo, tuttavia, ciò che emerge
ai nostri occhi non è tanto l’immagine di un laboratorio in continua
sperimentazione, quanto quella di un ingranaggio ormai ben oliato, parte
integrante e perfettamente funzionante dell’architettura della Fortezza Europa.
Da questa prospettiva, l’Oceano Indiano e le isole che lo costellano possono
essere letti come le mura più esterne dell’Unione europea: geograficamente
lontane dal continente, ma al centro delle sue contraddizioni più profonde e
della sua persistente “crisi dell’accoglienza”. Un terreno di prova in cui si
sperimentano nuovi dispositivi di governo della mobilità e i confini della
legittimità giuridica e procedurale vengono costantemente ridefiniti, spostando
progressivamente la soglia stessa della loro ammissibilità.
È all’interno di questo scenario che prende forma il presente reportage a più
mani; frutto di due mesi di ricerca etnografica collettiva condotta da un gruppo
interdisciplinare, si articola in cinque contributi che, da prospettive
differenti ma complementari, provano a raccontare alcuni frammenti della
complessa realtà maorese. L’equipe è composta dalle ricercatrici Rassa Ghaffari,
Luna Selimovic, Maristella Cingia, Luca Queirolo Palmas, Luisa Stagi, Federico
Rahola e dal videomaker José Gonzàlez Morandi, che collaborano con posizioni
diverse al progetto ERC SolRoutes (Solidarity Routes: Solidarities and Migrants’
Routes Across Europe at Large), di cui Mayotte rappresenta uno degli ultimi nodi
di ricerca. Radicato in una tradizione di pensiero politico abolizionista,
SolRoutes rappresenta un originale tentativo di ricerca etnografica sulle
pratiche e reti di solidarietà che prendono vita lungo le rotte di mobilità
illegalizzate intorno, dentro e verso l’Europa. La pluralità di sguardi,
sensibilità e approcci che ha caratterizzato il gruppo di ricerca si riflette
nella composizione stessa degli articoli, che intrecciano approcci sociologici,
geografici, giuridici e creativi.
Il primo contributo si concentra sulle anomalie e sulle criticità del sistema di
gestione delle migrazioni irregolari e delle procedure di accesso all’asilo. Un
diritto, quest’ultimo, sempre più fragile e discusso in un contesto segnato da
uno stato d’eccezione che sembra essersi normalizzato. Non a caso, Mayotte
registra il più alto numero di espulsioni amministrative tra tutti i
dipartimenti francesi 7: dati che rimandano a una condizione strutturale di
violazione dei diritti e che non possono essere interpretati come semplici falle
o malfunzionamenti del sistema, bensì come elementi costitutivi dell’apparato
contemporaneo di controllo delle frontiere.
Questa violenza sistemica si manifesta in maniera particolarmente evidente nei
confronti dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa continentale, dalla
Somalia e dallo Yemen. “Les Africains”, indipendentemente dalla loro nazionalità
effettiva, è l’etichetta con cui vengono spesso identificati in un processo di
alterizzazione razziale che richiama, per molti aspetti, dinamiche osservabili
di recente anche nel contesto tunisino. Il secondo articolo raccoglie le
testimonianze di coloro che hanno percorso una rotta relativamente nuova nel
panorama migratorio europeo, attraversando la Tanzania e l’arcipelago delle
Comore per approdare infine a Mayotte in cerca di asilo. Una comunità eterogenea
di oltre mille persone, tra cui numerosi minori, vive oggi confinata in un
insediamento informale sospeso tra le mangrovie e l’oceano, oggetto di
rappresentazioni stigmatizzanti e di discorsi d’odio volti a invisibilizzarne la
presenza. «Pensavo che questa fosse la Francia» è una delle frasi che abbiamo
ascoltato più spesso da persone provenienti dalla Repubblica Democratica del
Congo, dalla Somalia, dal Ruanda e dal Burundi, nel tentativo di descrivere lo
spaesamento vissuto una volta giunte in quello che appare a tutti gli effetti un
limbo giuridico e temporale 8.
Se quella dei les africaines rappresenta un fenomeno relativamente recente, le
mobilità circolari che legano Mayotte all’arcipelago delle Comore – spazio
insieme estraneo e familiare, antagonista e vicino – affondano le proprie radici
in contese territoriali e politiche che continuano a riverberarsi nel quotidiano
attraverso pratiche sistemiche di emarginazione ed espulsione. Décasage 9 è un
termine applicato esclusivamente a Mayotte per indicare le demolizioni delle
bidonville abitate in stragrande maggioranza da comoriani; è a partire
dall’osservazione di due operazioni di décasage avvenute durante la nostra
permanenza che il terzo articolo sposta lo sguardo sugli spazi considerati, per
eccellenza, indesiderati. «I maoresi non hanno mai abitato nei banga 10»: la
linea del colore assume in quest’analisi una dimensione anche spaziale e
territoriale, legittimata da una retorica securitaria che trasforma le
abitazioni informali più vulnerabili (e le soggettività che vi risiedono) in
bersagli privilegiati.
Di (non)luoghi e delle relative pratiche di riappropriazione e di resistenza
parlano anche gli ultimi due contributi di questo reportage, che si concentrano,
rispettivamente, sullo spazio marino come luogo di transito e di attesa e sulle
rivendicazioni di appartenenza dei giovani ni-ni, ragazzi originari delle Comore
e nati a Mayotte, ma privi di documenti che ne attestino la nazionalità.
La barriera corallina che circonda Mayotte è, al tempo stesso, tra le poche
attrattive turistiche dell’isola e una delle principali cause di naufragi dei
kwassa-kwassa, le piccole imbarcazioni con cui le persone in movimento
attraversano l’Oceano Indiano. Quello marino è dunque solo apparentemente uno
spazio neutro, un terreno di battaglia percorso da una pluralità di soggetti
eterogenei: migranti, pescatori, guardia costiera e turisti popolano questi
luoghi liminali di attese, nascondimenti e progettualità sospese.
Uno dei fil rouge che ha guidato la nostra permanenza sull’isola è stato
indubbiamente la questione dell’appartenenza identitaria: non solo chi
appartiene a Mayotte, ma anche e soprattutto a chi Mayotte stessa appartiene.
Nell’ultimo articolo del reportage prendono la parola direttamente coloro che,
indubbiamente, le politiche ufficiali collocherebbero all’ultimo posto di questa
immaginaria graduatoria, offrendo un’analisi delle subculture giovanili come
micro-strategie di resistenza alle narrazioni egemoniche di violenza, esclusione
e razzializzazione.
Concludere questa esplorazione corale interrogandosi su chi possa rivendicare
Mayotte non è una scelta casuale: significa, piuttosto, riconoscere che, proprio
come il suo passato, il futuro dell’isola si gioca nella tensione tra
appartenenza ed esclusione, tra cittadinanza e marginalità, tra confine e
diritto alla mobilità. Una tensione che attraversa Mayotte, ma che, in realtà,
si rivolge sonoramente all’Europa contemporanea nel suo complesso.
1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è
assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa
di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da
Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi
dell’area mediorientale.
Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco
(ndR.) ↩︎
2. Gli articoli veranno pubblicati ogni martedì fino all’11 agosto ↩︎
3. Rémi Carayol è un giornalista indipendente. Coordina il comitato editoriale
del quotidiano online Afrique XXI e scrive regolarmente su Mediapart, Le
Monde diplomatique e Orient XXI. Nel 2024 ha pubblicato Mayotte.
Département colonie per le edizioni La Fabrique ↩︎
4. L’essentiel sur… Mayotte – Institut national de la statistique et des
études économiques ↩︎
5. Opération « Kingia » à Mayotte : les associations alertent sur les
conséquences préoccupantes pour les droits de l’enfant – Human Rights Watch
↩︎
6. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Reports ↩︎
7. ‘Just poor people trying to get by’: The detention center carrying out
three-quarters of France’s deportations, By Julia Pascual – Le Monde ↩︎
8. Si veda Iwanski, E. (2024). Trapped in Paradise? Studies in Inclusive
Education, 65 ↩︎
9. Rapport sur les opérations dites de “décasage” à Mayotte – Défenseur des
droits ↩︎
10. Il termine banga indica originariamente le piccole abitazioni costruite per
accogliere i giovani uomini che si separavano dal nucleo domestico seguendo
la tradizione matrilocale del luogo; con il tempo, il suo utilizzo si è
espanso fino ad indicare, nel linguaggio comune, gli agglomerati di
abitazioni informali, soprattutto di lamiera, in cui vivono oggi perlopiù –
ma non esclusivamente – comoriani e persone in stato di irregolarità
amministrativa ↩︎