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L’obbligo di garantire l’accoglienza ai richiedenti asilo ha carattere immediato e non è suscettibile di compressione per ragioni organizzative
Il TAR Lazio ha ribadito il carattere immediato e non suscettibile di compressione per ragioni meramente organizzative del diritto all’accoglienza. La sentenza è stata adottata su un caso di inerzia, in cui la Prefettura non aveva mai fornito alcun riscontro alla richiesta di accoglienza sebbene fossero trascorsi circa due mesi, ed è ottima perché diversamente da altri precedenti non fa discendere il silenzio dallo spirare di un termine di 30 giorni, ma anzi ribadisce il carattere immediato dell’obbligo di assicurare l’accoglienza ai richiedenti asilo. La sentenza ribadisce poi alcuni principi ormai consolidati, ma non sempre applicati dai TAR, affermando che: “– la temporanea indisponibilità di posti non può tradursi in un diniego dell’accoglienza; – l’inserimento in una lista di attesa costituisce un atto meramente interlocutorio non idoneo a soddisfare l’obbligo di legge né a definire il procedimento; – le esigenze organizzative possono incidere unicamente sulle modalità dell’accoglienza, ma non giustificarne la mancata attivazione”. T.A.R. per il Lazio, sentenza n. 11640 del 25 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Ginevra Maccarrone per la segnalazione e il commento.
Diniego dell’accoglienza per “territorio di primo ingresso”: il TAR Lazio sospende i provvedimenti della Prefettura di Viterbo
Due cittadini afghani, giunti in Italia nel marzo 2026, manifestano la volontà di chiedere protezione internazionale presso la Questura di Viterbo. Al momento della manifestazione della volontà, entrambi, privi di alloggio e di mezzi di sussistenza, richiedono l’accesso alle misure di accoglienza. La Prefettura di Viterbo nega, però, l’accesso alle misure con due distinti provvedimenti, sostenendo che i richiedenti sarebbero “entrati in Italia presso altro territorio provinciale” e rinviando quindi l’accoglienza al “territorio di primo ingresso“. Con due ordinanze gemelle, il TAR Lazio accoglie le istanze cautelari e sospende i dinieghi, ordinando alla Prefettura di adottare ogni idonea misura di accoglienza. L’elemento più interessante delle pronunce sta nel modo in cui il Collegio ricostruisce la competenza territoriale. Richiamando il combinato disposto dell’art. 6 d.lgs. n. 25/2008 e degli artt. 1, comma 2, e 14, comma 3, d.lgs. n. 142/2015, il TAR afferma che il richiedente può, alternativamente, rivolgersi, per la presentazione della domanda di protezione internazionale, all’ufficio di polizia di frontiera al momento dell’ingresso oppure alla Questura del luogo di dimora. Da ciò discende il conseguente obbligo, in capo alla Prefettura di quest’ultimo territorio, di disporre l’immediata accoglienza. Avendo i ricorrenti legittimamente scelto di presentare la domanda a Viterbo, luogo di dichiarata dimora, è, pertanto, la Prefettura di Viterbo a dover garantire l’accoglienza; il luogo di primo ingresso resta, di per sé, irrilevante. Per tale motivo, quindi, il Tar sospende entrambi i provvedimenti obbligando l’Amministrazione ad adottare con immediatezza tutti i provvedimenti conseguenti. T.A.R. per il Lazio, Sezione Quarta, ordinanze n. 3567 e 3568 del 25 giugno 2026 Si ringraziano le Avv.te Loredana Leo e Giulia Fornasa dello Studio Legale Antartide per la segnalazione il commento.
Roma e Firenze: il diritto d’asilo ostacolato dalle Questure
Diverse segnalazioni, raccolte da associazioni e inchieste giornalistiche, davanti agli Uffici Immigrazione di più città, raccontano le stesse barriere strutturali: file interminabili, notti all’addiaccio e sportelli impenetrabili che trasformano la richiesta di protezione internazionale in un percorso a ostacoli, compromettendo dei diritti fondamentali quali l’accesso al sistema di accoglienza, alla salute, alla formazione e al lavoro. Chi arriva in Italia in cerca di protezione scopre presto che la burocrazia è un dispositivo che permea la vita quotidiana, ne scandisce inesorabilmente i tempi e affida tutto all’arbitrio, ma è una casualità solo apparente, che funziona in realtà come un filtro. Un meccanismo che alimenta mercati informali, furberie e raggiri, spezza i legami di solidarietà e isola gli individui. È qui che, superata la traversata del mare o le rotte balcaniche, comincia una seconda sfida che è fatta di marciapiedi, code notturne, prassi illegittime e sportelli inaccessibili. E’ il quadro che emerge, in modo quasi speculare, da recenti denunce e reportage che riguardano tre delle principali città italiane: Roma, Firenze e Torino. ROMA: «UNA PARALISI CRONICA» A Roma il sistema d’asilo – denuncia il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS – «sta scivolando in una paralisi cronica». Un «vero e proprio abisso burocratico» nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e la Commissione territoriale si distinguono, secondo il contributo firmato da A Buon Diritto, per una «condotta omissiva e impenetrabile» che ostacola gravemente l’esercizio dei diritti. Denuncia tanto più grave se si considera che proprio nella città di Roma si concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del Paese. La normativa, in teoria, è semplice: lo status di richiedente asilo si acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, e l’accesso alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. Nella pratica, il Rapporto descrive una «via crucis in 10 tappe». L’Ufficio immigrazione riceve «solo 20 persone al giorno» e, a differenza di altre città, non dispone di un sistema di prenotazione online, una prassi di contingentamento che «il Tribunale di Roma ha censurato più volte», senza che nulla cambiasse. Gli interessati sono così costretti a «stazionare per giorni consecutivi sui marciapiedi davanti agli uffici», alimentando «il mercato nero delle file» e fenomeni di sfruttamento ormai tristemente noti. Chi riesce ad accedere ottiene spesso solo un appuntamento differito, e per il fotosegnalamento viene convocato non nello stesso ufficio ma «in commissariati periferici a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia», talvolta con un solo giorno di preavviso: chi non si presenta deve «ripartire dal via». Prima della formalizzazione possono passare mesi, una «zona d’ombra giuridica» in cui i richiedenti restano privi di un titolo valido e non possono accedere «all’accoglienza, al lavoro, alle cure mediche o alla formazione». Complessivamente, tra la manifestazione della volontà e il rilascio del permesso possono trascorrere «fino a tre o quattro anni». A completare il quadro, un sistema reso «impenetrabile» dall’eliminazione di ogni contatto diretto con l’utenza: si comunica «solo via Pec», una «barriera tecnologica» che «di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli uffici pubblici». E tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, una rete di accoglienza che invece i richiedenti – anche i più vulnerabili – spesso non trovano, a causa di un «sistema perennemente saturo». FIRENZE: «ACCAMPARSI PER GIORNI DAVANTI AGLI UFFICI» Il 30 giugno il team di Medici per i Diritti Umani – MEDU Firenze, attraverso il progetto “Un camper per i Diritti”, ha denunciato «stress, tensione, attese di giorni e pernottamenti all’aperto» davanti all’Ufficio immigrazione della Questura. E questo succede da tempo, spiega l’organizzazione che raccoglie testimonianze di persone costrette a trascorrere giorni, e talvolta settimane, dormendo davanti alla Questura nella speranza di ottenere un appuntamento per formalizzare la domanda di protezione. Si tratta spesso di persone «segnate da gravi vulnerabilità fisiche e psicologiche» subite nel Paese d’origine o durante il viaggio, che una volta arrivate in Italia si trovano «intrappolate in una condizione di forte incertezza». Nel corso del monitoraggio – condotto da un coordinatore medico, dal coordinatore del progetto e da un mediatore culturale – l’équipe ha incontrato persone «costrette ad accamparsi per giorni davanti agli uffici, vivendo nel costante timore che anche un allontanamento temporaneo potesse comportare la perdita del proprio posto in fila». Condizioni in cui «lo stress, l’incertezza e le privazioni fisiche creano inevitabilmente le condizioni per il manifestarsi di episodi di tensione». Anche per MEDU non si tratta di «un’anomalia circoscritta a Firenze, ma una prassi diffusa e denunciata in molte altre città italiane»: un «ostacolo strutturale all’esercizio del diritto di asilo». Le ragioni? «L’incapacità della Questura di garantire modalità alternative» – come la prenotazione online già in uso per altri servizi – e il numero molto limitato di persone ammesse ogni giorno agli sportelli. Una situazione che appare «il risultato di precise scelte organizzative» e di un approccio che continua ad affrontare la questione migratoria «in termini prevalentemente securitari, anziché attraverso un approccio fondato sulla tutela dei diritti». TORINO: LA «LOTTERIA DEGLI APPUNTAMENTI» A Torino il nodo si sposta di un passo lungo la stessa catena burocratica: non solo la domanda d’asilo, ma anche il ritiro del permesso di soggiorno. Davanti al Commissariato Barriera di Milano, in via Botticelli, nella periferia nord della città, un reportage di Paolo Valenti su lavialibera ha contato oltre 230 persone in coda, prima ancora dell’apertura degli sportelli, alle 8.30 in attesa sotto un sole destinato a toccare i 35 gradi, senz’acqua né bagni. C’è chi è arrivato a mezzanotte e chi «alle dieci di ieri sera, prendendosi la pioggia», tra loro diverse donne con bambini piccoli. Nell’agosto scorso, il Tribunale di Torino ha condannato la questura e il Ministero dell’Interno per una «prassi che impone condizioni mortificanti e con effetti discriminatori» ai cittadini stranieri costretti a ore, se non giorni, di coda. La questura aveva allora spostato lo sportello da corso Verona, dove si erano formati veri e propri accampamenti, a via Botticelli, ma il problema resta «tutt’altro che risolto». Molti in fila non hanno appuntamento: alcuni non hanno mai ricevuto la convocazione benché il permesso risulti pronto, altri non sono riusciti a presentarsi nel giorno fissato e il portale online, «di difficile consultazione e spesso malfunzionante», non consente di cambiare data. È la «lotteria degli appuntamenti». Chi arriva da fuori Torino non ha alternative, perché quello di via Botticelli è l’unico sportello della provincia. Ci sono persone in coda dalle quattro del mattino. Intanto il trasferimento degli uffici nel complesso del Santo Volto, annunciato e più volte rinviato entro la metà del 2026, resta senza date certe. UN OSTACOLO CHE IL PATTO EUROPEO RISCHIA DI AGGRAVARE Le due denunce di Roma e Firenze convergono su un ultimo punto. Lo scenario, avverte MEDU, «risulta ancora più allarmante alla luce del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo», che introduce «procedure accelerate» per chi proviene dai cosiddetti «Paesi sicuri». Un timore che l’articolo del Rapporto IDOS declina anche sul versante romano, dove i tempi rischiano di allungarsi ulteriormente «con le nuove procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno indietro le pratiche di asilo “ordinarie”». Il risultato, a Roma come a Firenze, è che il diritto di chiedere asilo, riconosciuto sulla carta nel momento stesso in cui viene manifestato, resta appeso a una fila sul marciapiede e al caso. MEDU chiede alle autorità di adottare con urgenza modalità «alternative, accessibili e dignitose», che garantiscano «il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale». Una richiesta minima, che misura la distanza tra la norma e ciò che accade davanti agli uffici delle Questure. Ma quanto avviene a Roma e Firenze o Torino non sono prassi affatto isolate: come raccontiamo da tempo sulle pagine di Melting Pot, gli stessi meccanismi si ritrovano, con specificità diverse, nelle città di confine come Trieste, nei grandi centri del Sud come Napoli, o nei capoluoghi di provincia come Trento e Padova. È un sistema strutturato per includere le persone in modo differenziale: per tenerle costantemente sul filo del rasoio, facilmente ricattabili, ridotte a strumenti nelle mani di logiche di sfruttamento e di propaganda politica.
Ricongiungimento familiare: il “ragionevole dubbio” non giustifica il diniego per matrimonio fittizio
Il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso proposto da una cittadina albanese avverso il diniego di rilascio del visto per ricongiungimento familiare emesso dall’Ambasciata italiana a Dubai nei confronti del marito, cittadino del Bangladesh, ordinando il rilascio del visto in favore del coniuge. La pronuncia ha precisato che il ricongiungimento familiare di cui agli artt. 28 e ss. T.U.I. si muove nel solco dei vincoli di matrice europea (Direttiva 2003/86/CE), ed in quanto preminente in tale disciplina il diritto all’unità familiare, le disposizioni favorevoli al ricongiungimento debbano essere interpretate in senso estensivo, mentre quelle limitative in senso restrittivo, onde evitare lesione del diritto stesso (Corte Giust. CEE, 4 marzo 2010, Chakroun, causa C-578/08). Nel caso specifico, la controparte aveva emesso il diniego al ricongiungimento familiare adducendo motivazione di matrimonio simulato ex art. 29 co.9 T.U.I. sulla base di un mero “ragionevole dubbio” circa l’autenticità dei documenti prodotti dalla ricorrente. La Corte ha stabilito che l’ipotesi della simulazione di matrimonio, ostativa al rilascio del visto per ricongiungimento familiare, deve essere oggetto di interpretazione rigorosa, e che l’onere della prova grava sulla parte che allega la simulazione (art. 2697 c.c.), le quali, anche se presuntive, devono essere gravi, precise e concordanti (art. 2729 c.c.). Il diniego, dunque, può essere emesso esclusivamente quando sia certo che il vincolo coniugale sia in essere al solo fine di consentire l’ingresso nel coniuge nel territorio dello Stato. L’organo giudicante ha stabilito che il “ragionevole dubbio” della controparte non fosse sufficiente a dimostrare la fittizietà del vincolo coniugale, sia in concreto, alla luce della documentazione complessivamente prodotta dalla ricorrente, valutata in modo sbrigativo e generico dall’Amministrazione, sia in linea di principio, in quanto tale parametro non è idoneo a comprimere un diritto soggettivo del tenore del diritto all’unità familiare. Sotto il profilo procedimentale, il Tribunale osserva, inoltre, la mancata attivazione del contraddittorio mediante il preavviso di rigetto ex art. 10-bis l. n. 241/1990, che avrebbe consentito alla ricorrente di colmare eventuali carenze documentali o fornire chiarimenti. La decisione costituisce un significativo precedente in tema di ricongiungimento familiare in quanto stabilisce la necessità di un’interpretazione restrittiva degli elementi ostativi al ricongiungimento familiare, ribadendo la centralità del diritto all’unità familiare e richiamando l’obbligo dell’Amministrazione di porre in essere un’istruttoria completa e rispettosa delle garanzie partecipative. “Deve osservarsi che la valutazione della fittizietà o meno di un matrimonio è particolarmente complessa, anche in considerazione del fatto che ai parametri culturali del nostro paese possono non corrispondere le motivazioni per le quali in altre culture ed in altri paesi viene contratto il matrimonio e si decide di dar vita ad una famiglia”. Tribunale di Roma, sentenza del 27 marzo 2026 Si ringrazia l’Avv. Ilda Hasanbelliu per la segnalazione e il commento.
Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi 2. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. INTRODUZIONE Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un cerchio concentrico di appartenenze, sovranità e identità solo apparentemente contraddittorio, al cui centro si trova l’ultimo e minuscolo dipartimento francese, largamente sconosciuto all’opinione internazionale e, spesso, allo stesso pubblico francese. L’“isola della morte”, come veniva chiamata anticamente in arabo a causa dei numerosi naufragi provocati dall’estesa barriera corallina che la circonda, è salita brevemente alla ribalta delle cronache per il passaggio dell’uragano Chido, che nel 2024 ne ha devastato le infrastrutture e le abitazioni, per poi ripiombare rapidamente nell’oblio. Incastonata nel canale del Mozambico, questa piccola isola a forma di ippocampo rappresenta un caso politico e storico singolare. Territorio d’oltremare situato a migliaia di chilometri da Parigi, Mayotte è il prodotto di una lunga e controversa vicenda coloniale che continua a plasmarne il presente. È proprio nell’intreccio tra eredità coloniali, rivendicazioni di sovranità, aspirazioni all’appartenenza francese ed europea e profonde disuguaglianze sociali che il “dipartimento coloniale” – come definito dal giornalista Rémi Carayol 3 – si configura come un osservatorio privilegiato per comprendere alcune delle trasformazioni contemporanee delle politiche di frontiera europee.  In quanto isola dell’arcipelago delle Comore, Mayotte è stata colonia francese dal 1841 fino agli anni Settanta. Nel 1974, mentre Gran Comore, Mohéli e Anjouan sceglievano l’indipendenza dalla Francia, Mayotte lottò strenuamente per mantenere il proprio legame con la Métropole, nonostante le ripetute contestazioni da parte delle Comore e i richiami delle Nazioni Unite, che ancora oggi considerano l’isola parte integrante dell’arcipelago. Da allora il processo di integrazione istituzionale nella Repubblica francese è stato progressivo: nel 2001 Mayotte diventa collectivité départementale, nel 2011 dipartimento francese e nel 2014 regione ultraperiferica dell’Unione europea. Infine, dal 1° gennaio 2026, è divenuta ufficialmente un Département-Région, una collettività unica che esercita simultaneamente le competenze di dipartimento e regione d’oltremare. Chi approda a Mamoudzou con il traghetto che collega Petite e Grande Terre viene accolto da un cartello dal sapore inequivocabile: “Mayotte est française et le restera à jamais”.  Eppure, proprio mentre la sua appartenenza alla Francia e all’Unione europea si consolida sul piano giuridico, Mayotte continua ad essere attraversata da tensioni politiche, economiche e sociali evidenti – basti considerare che è al momento il dipartimento francese più povero in assoluto 4 – e governata attraverso una serie di eccezioni normative che la distinguono dal resto del territorio nazionale.  Quello della cittadinanza e delle migrazioni è forse il terreno di scontro in cui tali dinamiche appaiono più palesi: Mayotte è l’unico dipartimento in cui il principio dello ius soli – spesso considerato uno dei pilastri della cittadinanza repubblicana – è stato drasticamente limitato, fino a renderne l’applicazione estremamente difficile. Come dichiarato dall’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin, «non sarà più possibile diventare francesi se non si è figli di genitori francesi»: una formulazione che sintetizza efficacemente la direzione intrapresa dalle politiche migratorie sull’isola.  A confermarlo sono le misure securitarie e repressive in vigore sull’isola – esemplificate dall’operazione di task force Kingia 5, lanciata nella primavera del 2026, ma anche dall’elevato numero di naufragi, alcuni causati dalla police aux frontières stessa 6 – che hanno ulteriormente esacerbato dinamiche di marginalizzazione e segregazione spaziali, identitarie e morali in una società caratterizzata da significative fratture interne e da un montante sentimento xenofobo.  Non sorprende, dunque, che molti dei nostri interlocutori abbiano descritto Mayotte come “la Lampedusa dell’Oceano Indiano”: un laboratorio politico in cui si sperimentano pratiche di respingimento, contenimento e razzializzazione delle persone migranti. Dopo due mesi di ricerca sul campo, tuttavia, ciò che emerge ai nostri occhi non è tanto l’immagine di un laboratorio in continua sperimentazione, quanto quella di un ingranaggio ormai ben oliato, parte integrante e perfettamente funzionante dell’architettura della Fortezza Europa.  Da questa prospettiva, l’Oceano Indiano e le isole che lo costellano possono essere letti come le mura più esterne dell’Unione europea: geograficamente lontane dal continente, ma al centro delle sue contraddizioni più profonde e della sua persistente “crisi dell’accoglienza”. Un terreno di prova in cui si sperimentano nuovi dispositivi di governo della mobilità e i confini della legittimità giuridica e procedurale vengono costantemente ridefiniti, spostando progressivamente la soglia stessa della loro ammissibilità.  È all’interno di questo scenario che prende forma il presente reportage a più mani; frutto di due mesi di ricerca etnografica collettiva condotta da un gruppo interdisciplinare, si articola in cinque contributi che, da prospettive differenti ma complementari, provano a raccontare alcuni frammenti della complessa realtà maorese. L’equipe è composta dalle ricercatrici Rassa Ghaffari, Luna Selimovic, Maristella Cingia, Luca Queirolo Palmas, Luisa Stagi, Federico Rahola e dal videomaker José Gonzàlez Morandi, che collaborano con posizioni diverse al progetto ERC SolRoutes (Solidarity Routes: Solidarities and Migrants’ Routes Across Europe at Large), di cui Mayotte rappresenta uno degli ultimi nodi di ricerca. Radicato in una tradizione di pensiero politico abolizionista, SolRoutes rappresenta un originale tentativo di ricerca etnografica sulle pratiche e reti di solidarietà che prendono vita lungo le rotte di mobilità illegalizzate intorno, dentro e verso l’Europa. La pluralità di sguardi, sensibilità e approcci che ha caratterizzato il gruppo di ricerca si riflette nella composizione stessa degli articoli, che intrecciano approcci sociologici, geografici, giuridici e creativi.  Il primo contributo si concentra sulle anomalie e sulle criticità del sistema di gestione delle migrazioni irregolari e delle procedure di accesso all’asilo. Un diritto, quest’ultimo, sempre più fragile e discusso in un contesto segnato da uno stato d’eccezione che sembra essersi normalizzato. Non a caso, Mayotte registra il più alto numero di espulsioni amministrative tra tutti i dipartimenti francesi 7: dati che rimandano a una condizione strutturale di violazione dei diritti e che non possono essere interpretati come semplici falle o malfunzionamenti del sistema, bensì come elementi costitutivi dell’apparato contemporaneo di controllo delle frontiere. Questa violenza sistemica si manifesta in maniera particolarmente evidente nei confronti dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa continentale, dalla Somalia e dallo Yemen. “Les Africains”, indipendentemente dalla loro nazionalità effettiva, è l’etichetta con cui vengono spesso identificati in un processo di alterizzazione razziale che richiama, per molti aspetti, dinamiche osservabili di recente anche nel contesto tunisino. Il secondo articolo raccoglie le testimonianze di coloro che hanno percorso una rotta relativamente nuova nel panorama migratorio europeo, attraversando la Tanzania e l’arcipelago delle Comore per approdare infine a Mayotte in cerca di asilo. Una comunità eterogenea di oltre mille persone, tra cui numerosi minori, vive oggi confinata in un insediamento informale sospeso tra le mangrovie e l’oceano, oggetto di rappresentazioni stigmatizzanti e di discorsi d’odio volti a invisibilizzarne la presenza. «Pensavo che questa fosse la Francia» è una delle frasi che abbiamo ascoltato più spesso da persone provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia, dal Ruanda e dal Burundi, nel tentativo di descrivere lo spaesamento vissuto una volta giunte in quello che appare a tutti gli effetti un limbo giuridico e temporale 8.  Se quella dei les africaines rappresenta un fenomeno relativamente recente, le mobilità circolari che legano Mayotte all’arcipelago delle Comore – spazio insieme estraneo e familiare, antagonista e vicino – affondano le proprie radici in contese territoriali e politiche che continuano a riverberarsi nel quotidiano attraverso pratiche sistemiche di emarginazione ed espulsione. Décasage 9 è un termine applicato esclusivamente a Mayotte per indicare le demolizioni delle bidonville abitate in stragrande maggioranza da comoriani; è a partire dall’osservazione di due operazioni di décasage avvenute durante la nostra permanenza che il terzo articolo sposta lo sguardo sugli spazi considerati, per eccellenza, indesiderati. «I maoresi non hanno mai abitato nei banga 10»: la linea del colore assume in quest’analisi una dimensione anche spaziale e territoriale, legittimata da una retorica securitaria che trasforma le abitazioni informali più vulnerabili (e le soggettività che vi risiedono) in bersagli privilegiati.  Di (non)luoghi e delle relative pratiche di riappropriazione e di resistenza parlano anche gli ultimi due contributi di questo reportage, che si concentrano, rispettivamente, sullo spazio marino come luogo di transito e di attesa e sulle rivendicazioni di appartenenza dei giovani ni-ni, ragazzi originari delle Comore e nati a Mayotte, ma privi di documenti che ne attestino la nazionalità.  La barriera corallina che circonda Mayotte è, al tempo stesso, tra le poche attrattive turistiche dell’isola e una delle principali cause di naufragi dei kwassa-kwassa, le piccole imbarcazioni con cui le persone in movimento attraversano l’Oceano Indiano. Quello marino è dunque solo apparentemente uno spazio neutro, un terreno di battaglia percorso da una pluralità di soggetti eterogenei: migranti, pescatori,  guardia costiera e turisti popolano questi luoghi liminali di attese, nascondimenti e progettualità sospese.  Uno dei fil rouge che ha guidato la nostra permanenza sull’isola è stato indubbiamente la questione dell’appartenenza identitaria: non solo chi appartiene a Mayotte, ma anche e soprattutto a chi Mayotte stessa appartiene. Nell’ultimo articolo del reportage prendono la parola direttamente coloro che, indubbiamente, le politiche ufficiali collocherebbero all’ultimo posto di questa immaginaria graduatoria, offrendo un’analisi delle subculture giovanili come micro-strategie di resistenza alle narrazioni egemoniche di violenza, esclusione e razzializzazione.  Concludere questa esplorazione corale interrogandosi su chi possa rivendicare Mayotte non è una scelta casuale: significa, piuttosto, riconoscere che, proprio come il suo passato, il futuro dell’isola si gioca nella tensione tra appartenenza ed esclusione, tra cittadinanza e marginalità, tra confine e diritto alla mobilità. Una tensione che attraversa Mayotte, ma che, in realtà, si rivolge sonoramente all’Europa contemporanea nel suo complesso. 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎ 2. Gli articoli veranno pubblicati ogni martedì fino all’11 agosto ↩︎ 3. Rémi Carayol è un giornalista indipendente. Coordina il comitato editoriale del quotidiano online Afrique XXI e scrive regolarmente su Mediapart, Le Monde diplomatique e Orient XXI. Nel 2024 ha pubblicato Mayotte. Département colonie per le edizioni La Fabrique ↩︎ 4. L’essentiel sur… Mayotte – Institut national de la statistique et des études économiques ↩︎ 5. Opération « Kingia » à Mayotte : les associations alertent sur les conséquences préoccupantes pour les droits de l’enfant – Human Rights Watch ↩︎ 6. Caught on camera : French police cause capsize – Lighthouse Reports ↩︎ 7. ‘Just poor people trying to get by’: The detention center carrying out three-quarters of France’s deportations, By Julia Pascual – Le Monde ↩︎ 8. Si veda Iwanski, E. (2024). Trapped in Paradise? Studies in Inclusive Education, 65 ↩︎ 9. Rapport sur les opérations dites de “décasage” à Mayotte – Défenseur des droits ↩︎ 10. Il termine banga indica originariamente le piccole abitazioni costruite per accogliere i giovani uomini che si separavano dal nucleo domestico seguendo la tradizione matrilocale del luogo; con il tempo, il suo utilizzo si è espanso fino ad indicare, nel linguaggio comune, gli agglomerati di abitazioni informali, soprattutto di lamiera, in cui vivono oggi perlopiù – ma non esclusivamente – comoriani e persone in stato di irregolarità amministrativa ↩︎
Portomaggiore, bambini stranieri esclusi dalla scuola dell’obbligo
Niente scuola se sei figlio di una persona migrante. Accade a Portomaggiore, Comune in provincia di Ferrara, dove almeno 11 tra bambini e bambine hanno perso l’anno scolastico per la sola colpa di non essere italiani. E stiamo parlando della scuola dell’obbligo. La denuncia è stata lanciata dalla locale associazione PortAmico che ha raccolto le segnalazioni delle famiglie che, alla richiesta di iscrivere i propri figli alla scuola primaria o secondaria, si sono viste rispondere “La sua domanda di iscrizione di sua figlia è stata cancellata. Si prega di non rispondere a questo indirizzo mail“. Oppure, in modo ancora più sintetico “Non c’è posto. Distinti saluti“. Tutto qua. Nessuna spiegazione, nessuna presa in carico del problema, nessuna informazione su una eventuale graduatoria, nessuna proposta alternativa su dove e come far frequentare la scuola ai bambini. Undici sono i casi documentati dei bambini che hanno perso l’anno appena concluso ed ai quali non è stata trovata soluzione per l’anno a venire, ma, sostiene l’associazione, probabilmente sono molti di più i minori che nel territorio sono stati esclusi da un diritto fondamentale come quello dell’istruzione. Diritto, ricordiamolo, sancito non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Portomaggiore è uno dei Comuni italiani con la più alta percentuale di persone migranti provenienti per lo più dal Pakistan. Percentuale che si è riflettuta anche nella composizione delle classi dove i bambini stranieri superano di numero i figli degli italiani. Situazione che ha creato molti malumori e proteste tra le famiglie locali. Ma la risposta non può essere in ogni caso quella di tagliare fuori dalle graduatorie i bambini e le bambine che portano un cognome straniero. Va anche considerato che gli esclusi sono i figli delle famiglie arrivate più recentemente. Persone che, per lo più, non parlano bene la nostra lingua e che non sono pratiche della legge italiana. Molti di costoro non hanno saputo obiettare alla risposta della scuola e si sono semplicemente tenuti i figli in casa per tutto l’anno. Nessuno li ha avvertiti che la scuola, nel nostro Paese, non è solo un diritto del minore ma anche un obbligo per i genitori che rischiano sanzioni penali. E puntualmente, queste famiglie si sono viste recapitare in questi giorni una notifica dal Comune con oggetto “Elusione obbligo di istruzione” che ammonisce i genitori ad “ottemperare all’adempimento di legge, … pena la reclusione fino a due anni“. Una successione di fatti che solleva più di un dubbio sul reale intento dell’amministrazione, quasi a voler respingere i nuovi arrivi ed indurli a cambiare Comune di residenza. Il sindaco di Portomaggiore, Dario Bernardi, dal canto suo respinge, in un’intervista con Estense.com, ogni ipotesi di discriminazione e scarica tutta la colpa sull’ufficio scolastico provinciale che non avrebbe coordinato efficacemente le scuole del comprensorio per mettere gli istituti in grado di accogliere la cinquantina di richieste inaspettatamente arrivate con l’ultima ondata migratoria. Il che confermerebbe l’ipotesi dell’associazione che i minori esclusi siano più degli 11 documentati. Commenta Grazia Satta Ladu di PortAmico: «Possiamo capire che un istituto abbia dei limiti di iscrizioni legati alla struttura dell’edificio e che le classi debbano essere composte da un numero limitato di allievi, ma non è accettabile che ad essere esclusi siano soltanto i cosiddetti “stranieri”. È compito dell’Ufficio scolastico provinciale trovare una soluzione, magari in altre scuole o formando nuove classi, per garantire l’obbligo scolastico a tutte e tutti, così come è sempre stato fatto per gli italiani. Non è ammissibile liquidare la questione con un “non c’è posto” e lasciare i nuovi arrivi in balia di se stessi, senza fornire alcuna alternativa, per poi mandare loro una lettera in cui si minaccia la reclusione perché non hanno mandato i figli a scuola». Nessuna spiegazione è stata fornita ai genitori sul perché le loro richieste di iscrizione siano state cancellate. Fa eccezione un solo caso che rende l’intera questione ancora più paradossale. La dirigenza ha motivato l’esclusione sostenendo che “l’iscrizione non è stata fatta in quanto i bimbi non hanno ancora il permesso di soggiorno“. Una decisione che fa a pugni col Testo Unico sull’immigrazione che sancisce, all’articolo 38, che i minori stranieri presenti sul territorio nazionale sono soggetti all’obbligo scolastico e che hanno diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità del soggiorno. E comunque la mancanza di un permesso di soggiorno, casomai, è un problema che riguarda i genitori e non i loro figli. «Come possiamo parlare di integrazione se impediamo ai figli dei migranti di frequentare la scuola? – chiede Grazia Satta Ladu -. È proprio dall’istruzione per tutte e per tutti, e da una scuola inclusiva che possiamo sperare di costruire una società fondata sul rispetto dei diritti». E conclude: «Chiediamo un rapido intervento delle istituzioni competenti affinché vengano accertati i fatti, chiarite eventuali responsabilità e adottate tutte le misure necessarie per evitare che anche nel prossimo anno scolastico si ripetano episodi analoghi come già ci stanno segnalando». PortAmico ha segnalato quanto accaduto a Portomaggiore al garante per l’Infanzia della Regione Emilia Romagna, alla Direzione didattica e alla Prefettura. In attesa di un riscontro, la vicenda è finita anche alle Camere con una interrogazione a risposta scritta depositata dalla capogruppo Avs alla Camera, Luana Zanella, in cui chiede al Ministro dell’istruzione e del merito di avviare “le opportune ispezioni al fine di accertare i fatti, chiarite eventuali responsabilità e adottare tutte le misure necessarie“. «Rispondere a un bambino che vuole iscriversi a scuola “Non c’è posto. Distinti saluti” – commenta la parlamentare – è semplicemente inammissibile».
I visti dalla Striscia di Gaza. Un anno dopo
ASGI organizza, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bologna, un momento formativo sulla questione del rilascio dei visti a favore dei cittadini e delle cittadine palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza o in altri territori occupati. Il seminario si terrà venerdì 10 luglio, dalle 14.30 alle 17.30, presso l’Università di Bologna e online su Zoom. Modulo d’iscrizione L’iniziativa nasce dall’esigenza di fare il punto sul lavoro svolto dal gruppo nell’ultimo anno a supporto delle persone provenienti dalla Striscia di Gaza e di condividere alcune riflessioni sulle prospettive di tutela dei loro diritti. Nel corso dell’incontro verranno affrontate le principali questioni relative ai visti d’ingresso per studio, motivi familiari e cure mediche, oltre ad un breve approfondimento sui visti per motivi umanitari. Sarà l’occasione per un confronto sulle criticità che si continuano a incontrare nella pratica e per cercare di tenere alta l’attenzione su questo tema. L’evento si svolgerà in presenza a Bologna e sarà possibile partecipare anche da remoto tramite Zoom. È in corso la richiesta di accreditamento presso l’Ordine degli Avvocati di Bologna per i partecipanti in presenza. IL PROGRAMMA Breve introduzione generale di contesto – avv. Caterina Carmassi Breve introduzione sulle modalità operative seguite nell’attività svolta – avv. Flavia Cerino * Il punto sui visti d’ingresso per motivi di studio – avv. Anna Brambilla * Il punto sui visti d’ingresso per motivi familiari – avv. Nazzarena Zorzella * Il punto sui visti d’ingresso per cure mediche – dott.ssa Erminia Rizzi * Brevi cenni sui visti d’ingresso per motivi umanitari – avv.te Sara Puddu e Mariateresa Veltri Dibattito Conclusioni – prof. Marco Borraccetti, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Bologna La locandina dell’evento
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Miguel Mellino
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo è ormai imminente. La radicale riforma della normativa europea ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne, accentuando la selettività dei meccanismi di accesso, il ricorso alla limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Abbiamo immaginato questa serie di conversazioni partendo da una convinzione: il rischio, di fronte all’imminente implementazione del Patto, è quello di rimanere schiacciati dalle novità normative e di utilizzare esclusivamente lenti giuridiche per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di uno sguardo indispensabile, ma non sufficiente. Per questo ci sembra importante riflettere anche sullo stato di salute degli studi critici sulle migrazioni e provare a condividere suggestioni, categorie analitiche e piste di ricerca che possano aiutare a comprendere e contrastare gli effetti del Patto. L’obiettivo è costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi” accessibile non soltanto a ricercatrici e ricercatori, ma anche ad attiviste e attivisti, operatrici e operatori e, più in generale, a tutte le persone che nei prossimi mesi si confronteranno con le trasformazioni introdotte dalla nuova normativa europea. Ne parliamo con Miguel Mellino, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Non lo considero né una totale continuità né una totale svolta. Partirei da qui, perché mi sembra importante evitare formule troppo comode. Sicuramente il Patto segna uno spartiacque nella storia dei regimi migratori europei, ma nel senso che radicalizza una serie di dispositivi di controllo delle migrazioni che erano già presenti. Vorrei chiarire un punto che non sempre viene messo sufficientemente in evidenza: i regimi di controllo delle migrazioni e i dispositivi di controllo delle migrazioni sono anche dispositivi di controllo e di produzione della popolazione nel suo insieme. Per questo motivo io vedo il Patto come una radicalizzazione di elementi che appartengono già alla grammatica generativa giuridica, politica, economica e, aggiungerei, razziale dell’Unione europea fin dalla sua costituzione, e in particolare a partire da Maastricht e Schengen. Non lo vedo come qualcosa che rompe con quella logica. Lo vedo piuttosto come una radicalizzazione di alcune delle logiche che erano già inscritte nei processi di formazione dell’Unione Europea. Dove dobbiamo allora cercare la specificità del Patto? A mio avviso, nella congiuntura di cui è espressione. Qui mi rifaccio a un autore a cui sono molto legato, Stuart Hall, e ai suoi richiami all’analisi gramsciana delle congiunture. Se vogliamo comprendere la logica del Patto dobbiamo cercarla nella congiuntura storica e politica di cui esso è espressione. Attenzione però: non in modo meccanicistico. Non credo che la congiuntura determini automaticamente il Patto. Il Patto è piuttosto una lettura, una rielaborazione, una modalità di governo di quella congiuntura da parte delle forze politiche oggi dominanti nelle istituzioni europee e nei governi nazionali. Questo mi sembra un punto importante da sottolineare. Quali sono allora gli elementi principali di questa congiuntura? Innanzitutto ci troviamo all’interno di regime di guerra globale. Abbiamo almeno tre scenari di guerra che non sembrano destinati a trovare una soluzione nel breve periodo. Il primo è la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. Il secondo è il genocidio in corso in Palestina, che ha prodotto conseguenze e squilibri nell’intera regione. Il terzo è il conflitto che coinvolge l’Iran e che si è aggiunto a questo quadro già estremamente instabile. A tutto questo si somma la crisi economica legata alla competizione tra Stati Uniti e Cina e alla progressiva messa in discussione della forma che la globalizzazione ha assunto negli ultimi trent’anni. Stiamo vivendo una fase di transizione caratterizzata da un forte livello di caos sistemico, dalla distruzione di un ordine politico e giuridico internazionale e dalla nascita di qualcosa che ancora non siamo in grado di definire. Tuttavia abbiamo alcuni elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo. Se pensiamo alle analisi delle transizioni egemoniche, ad esempio a quelle proposte da Giovanni Arrighi, possiamo osservare che oggi, diversamente da altre fasi storiche, non esiste una potenza, una regione o un blocco capace di esercitare un’egemonia stabile sul resto del mondo. Questo lascia presagire una situazione di instabilità e di caos prolungati. Da questo punto di vista il primo elemento per leggere il Patto è proprio il modo in cui l’Europa, attraverso le sue forze politiche dominanti, interpreta questa congiuntura e propone una specifica forma di governo delle migrazioni e, più in generale, delle popolazioni. C’è poi un ulteriore aspetto che a mio avviso viene discusso troppo poco. Questa congiuntura non è soltanto una fase di crisi sistemica o di policrisi. È anche un momento storico segnato dalla crisi dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. Si tratta di un passaggio enorme nella storia degli ultimi cinque o sei secoli. Oggi stiamo assistendo non soltanto all’indebolimento dell’egemonia occidentale, ma anche alla crisi di un dominio che ha strutturato per secoli i rapporti globali. Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase che stiamo attraversando. Il terzo elemento è l’ascesa delle nuove destre sovraniste, regressive e nazionaliste. Anche qui però bisogna essere precisi. Il sovranismo europeo non si caratterizza per un vero nazionalismo economico. Piuttosto si esprime come pugno duro nei confronti delle popolazioni considerate deboli, vulnerabili e, soprattutto, migranti. Questo vale non soltanto per l’Europa. Pensiamo anche all’emergere delle nuove destre in America Latina, come il caso di Javier Milei in Argentina. Non siamo di fronte a progetti di nazionalismo economico, ma piuttosto a tentativi di ricomporre un governo razziale e patriarcale delle popolazioni. A mio avviso questo va letto anche come una reazione alle trasformazioni prodotte negli ultimi decenni dalle lotte femministe, dai movimenti antirazzisti, dagli studi critici sull’immigrazione, sul colonialismo e sull’eredità coloniale. Per usare un’espressione foucaultiana, si potrebbe dire che queste lotte hanno inciso sulla microfisica del potere, mettendo in discussione l’autorità di determinati soggetti e assetti di dominio. Le nuove destre cercano in parte di restaurare quell’ordine. Per questo motivo la logica del Patto va cercata nella congiuntura, ma soprattutto nella lettura politica che le forze dominanti danno di questa congiuntura. Tra gli aspetti che mi sembrano più rilevanti c’è la radicalizzazione dell’arbitrio sovrano nei confronti dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti. Per interpretare questo processo trovo utile richiamare una tradizione teorica che in Italia viene ancora poco utilizzata: la tradizione radicale nera, l’archivio non bianco, ciò che Cedric Robinson definiva la Black Radical Tradition. Da questa prospettiva si può leggere il Patto come una forma di legalizzazione di ciò che potremmo chiamare un terrore sovrano necropolitico. Mi interessa utilizzare questa espressione perché restituisce l’idea di una violenza istituzionale che non opera più soltanto in forme eccezionali, ma che viene progressivamente normalizzata e distribuita all’interno degli stessi dispositivi ordinari di governo delle migrazioni, dell’asilo, dei diritti e dei respingimenti. Un altro punto che meriterebbe maggiore attenzione riguarda l’accelerazione nella costruzione di centri di trattenimento e rimpatrio al di fuori dei confini europei, i cosiddetti hub esterni, di cui l’Italia è stata una delle principali promotrici. Credo sia importante ricordare che questo modello non nasce in Europa. Una delle sue matrici principali è l’esperienza australiana. E non è un dettaglio secondario che l’Australia sia uno Stato profondamente segnato dal colonialismo d’insediamento. Da questo punto di vista si può leggere l’esternalizzazione delle frontiere come una forma attraverso cui alcune logiche coloniali continuano a essere riattivate nel presente europeo. Infine c’è una questione che continuo a ritenere centrale. Nei dibattiti sulle migrazioni e sul Patto si parla ancora troppo poco di colonialità. In particolare in Italia fatichiamo a mettere realmente al lavoro politicamente questo nesso tra colonialismo, razzismo, migrazioni e realtà nazionale ed europea. D. QUAL È, DAL TUO PUNTO DI VISTA, LO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI SULLE MIGRAZIONI? HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, SE SÌ, DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Ripartirei da un punto che avevo già accennato. Quando parliamo del Patto e delle trasformazioni in corso, emerge certamente un’ulteriore militarizzazione delle frontiere. Tuttavia dobbiamo intenderci sul significato di questa espressione. La militarizzazione contemporanea procede di pari passo con la digitalizzazione della sorveglianza e con lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate di identificazione, controllo e deportazione. Questi processi, a loro volta, sono profondamente intrecciati alle trasformazioni economiche in corso e alle nuove forme di concentrazione monopolistica del potere economico che caratterizzano il capitalismo contemporaneo.  Per quanto riguarda i saperi critici sulle migrazioni, farei tre considerazioni. La prima riguarda la natura della congiuntura che abbiamo di fronte. Ci troviamo in una fase storica diversa da quella per cui sono stati elaborati molti degli strumenti teorici che utilizziamo ancora oggi. Questo non significa che quei lavori abbiano perso valore. Al contrario, penso che una parte importante degli studi critici sulle migrazioni continui a parlare al presente. In particolare, nel caso italiano, abbiamo prodotto elaborazioni teoriche che hanno avuto una notevole autorevolezza anche a livello europeo, non soltanto nei circuiti accademici ma anche in quelli militanti e politici. Esiste una tradizione importante che non va affatto abbandonata. Tuttavia credo che oggi dobbiamo interrogarci sulla necessità di rinnovare alcune categorie interpretative. Non perché quelle precedenti fossero sbagliate, ma perché sono state elaborate per comprendere una congiuntura diversa da quella attuale. Dobbiamo chiederci quali strumenti siano ancora adeguati e quali invece richiedano un aggiornamento. Questo è particolarmente importante se vogliamo contrastare politicamente la fase che stiamo attraversando. Da questo punto di vista, continuo a pensare che non sia possibile separare il governo delle migrazioni dal regime di guerra che caratterizza il presente. La lotta per i diritti dei migranti e delle persone richiedenti asilo dovrebbe essere articolata all’interno di un più ampio movimento contro la guerra. Allo stesso modo, credo che non possa essere separata da ciò che sta accadendo in Palestina. Non si tratta di questioni distinte. Sono processi profondamente intrecciati e andrebbero analizzati come tali. La seconda considerazione riguarda un elemento che spesso viene sottovalutato: l’esistenza di un vero e proprio attacco istituzionale e politico ai saperi critici. Non credo che il problema sia soltanto una difficoltà di comunicazione o di diffusione. Certamente esistono anche questi aspetti, ma c’è qualcosa di più profondo. Assistiamo a un’offensiva sovrana sempre più esplicita contro determinati saperi e contro determinate forme di produzione critica della conoscenza. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è particolarmente evidente e rappresenta, per certi versi, un caso emblematico. Penso agli attacchi alle università, ai tentativi di ridimensionarne l’autonomia e di colpire alcuni ambiti di ricerca considerati politicamente scomodi. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una dinamica esclusivamente statunitense. Anche in Europa osserviamo da tempo processi analoghi, seppure con forme diverse. Per questo motivo ritengo che la difesa dei saperi critici debba essere considerata uno dei terreni fondamentali del conflitto politico contemporaneo. La terza osservazione riguarda invece alcuni limiti interni agli stessi studi critici sulle migrazioni. Da anni concentriamo molta attenzione sulle frontiere esterne, sui dispositivi di controllo migratorio e sugli effetti che essi producono. Si tratta di un lavoro indispensabile, che ha consentito di comprendere meglio il funzionamento dei regimi di frontiera europei. Tuttavia, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa continentale – con alcune eccezioni, penso ad esempio a parte della produzione britannica e francese degli ultimi decenni – si tende ancora a prestare relativamente poca attenzione alle popolazioni non bianche che vivono stabilmente all’interno delle società europee. Quando si parla di razzismo, molto spesso ci si concentra sulle persone che cercano di attraversare le frontiere o sugli effetti delle politiche migratorie, mentre si analizzano meno le dinamiche di razzializzazione che attraversano la vita quotidiana delle persone non bianche che vivono in Europa, comprese quelle nate e cresciute qui. Uso volutamente un’espressione problematica come “seconde e terze generazioni”, pur sapendo che presenta molti limiti. Ma il punto è chiaro: esiste una parte significativa delle popolazioni europee che continua a essere oggetto di processi di razzializzazione e che rimane spesso ai margini delle nostre analisi. Parliamo ancora troppo poco di razzismo strutturale, di razzismo istituzionale e di segregazione lavorativa. Pensiamo ad alcuni episodi recenti avvenuti in Italia. Penso all’omicidio di Bakary Sakho a Taranto oppure all’incendio in cui hanno perso la vita quattro lavoratori migranti di origine asiatica. Se non utilizziamo categorie come razzismo strutturale o razzismo istituzionale rischiamo di rendere invisibili questi fenomeni. E ciò che rimane invisibile diventa molto più difficile da contrastare politicamente. Naturalmente tutto questo non significa che la questione del permesso di soggiorno o della produzione dell’irregolarità sia secondaria. Al contrario, resta centrale. La precarizzazione giuridica di una parte della popolazione produce vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento. Ma le dinamiche di razzializzazione eccedono la dimensione dello status giuridico. Rimandano alla storia europea, all’eredità coloniale, alle forme di governo della popolazione e anche alle modalità attraverso cui le nuove destre stanno ridefinendo il discorso pubblico. Da questo punto di vista mi sembra che esista ancora un vuoto teorico e politico importante.  D. IMMAGINIAMO DI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER AFFRONTARE IL PATTO. QUALI STRUMENTI TEORICI, CATEGORIE ANALITICHE O PRATICHE MILITANTI TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI ESSERE INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? R. Rispondo pensando soprattutto al nostro contesto immediato, cioè all’Italia. Non proverò a fare una panoramica globale, ma a partire da ciò che mi sembra più urgente per noi. La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia continuiamo a leggere troppo poco autori e autrici non bianchi. Si conosce ancora poco la produzione teorica e politica che proviene dalle tradizioni intellettuali nere, dalle esperienze non occidentali o da contesti segnati direttamente dal colonialismo e dalle sue eredità. Non si tratta semplicemente di ampliare il canone accademico o di aggiungere qualche autore a una bibliografia. Molti di questi lavori sono il prodotto di inchieste militanti, di movimenti sociali, di pratiche politiche e di lotte che hanno cercato di comprendere il rapporto tra razzismo, colonialismo, migrazioni e capitalismo a partire da esperienze storiche molto concrete. Allo stesso tempo bisogna evitare un errore che viene commesso abbastanza spesso. Le categorie che nascono in altri contesti non possono essere semplicemente importate e utilizzate automaticamente nel nostro. Questo vale per concetti come intersezionalità, razzializzazione, colonialità e per molte altre categorie oggi molto diffuse. Sono strumenti preziosi, ma vanno tradotti. E la traduzione non è un’operazione secondaria. Se non facciamo questo lavoro rischiamo di trasformare quelle categorie in formule astratte, magari molto eleganti sul piano teorico, ma poco utili per comprendere e trasformare la realtà in cui viviamo. In altre parole, possiamo partecipare a tutti i dibattiti sulla cosiddetta Global Theory, ma se quelle categorie non riescono a diventare strumenti di analisi e di intervento nella situazione concreta italiana finiscono per perdere gran parte della loro forza politica. In quest’ottica, un’autrice che considero particolarmente importante è Ruth Wilson Gilmore. Mi interessa soprattutto il suo lavoro sul rapporto tra razzismo, securitarismo, sistema carcerario e governo delle popolazioni. Testi come Golden Gulag o Abolition Geography propongono definizioni del razzismo che trovo molto utili anche per leggere il contesto europeo contemporaneo. Un altro riferimento che continuo a considerare fondamentale è Policing the Crisis di Stuart Hall e del gruppo di collaboratori del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. È un libro che torna continuamente a sembrarmi attuale. Ovviamente molte cose sono cambiate in cinquant’anni, ma quel testo continua a offrire indicazioni metodologiche estremamente preziose. In particolare mostra come il panico morale possa essere prodotto e mobilitato politicamente per governare situazioni di crisi. Mi sembra una chiave interpretativa ancora molto efficace per comprendere molti fenomeni contemporanei. Tra l’altro, una delle intuizioni più interessanti di quel lavoro è che il panico morale nelle società occidentali è quasi sempre un panico morale bianco. Anche questo è un aspetto che continua a parlarci molto del presente. Un altro autore che consiglierei di leggere è Achille Mbembe. In particolare trovo molto stimolante il suo ultimo libro, Brutalismo. Mi interessa perché riesce a mettere insieme processi che spesso tendiamo a trattare separatamente: le migrazioni, la razzializzazione, le nuove forme di estrazione e le trasformazioni contemporanee del capitalismo globale. Accanto a questi riferimenti, naturalmente, non rinuncerei affatto alla tradizione degli studi critici sulle migrazioni sviluppata in Italia negli ultimi decenni. Penso ai lavori di Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova, Enrica Rigo e di molte altre figure che hanno contribuito a costruire un patrimonio teorico ancora estremamente importante. Non credo che il problema sia abbandonare quella tradizione. Al contrario, penso che continui a parlare al presente. La questione è piuttosto come aggiornarla alla luce delle trasformazioni che stiamo attraversando. C’è poi un altro ambito di ricerca che mi sembra particolarmente importante e che negli ultimi anni ho trovato sempre più utile: gli studi sulla deportazione. Spesso immaginiamo la deportazione semplicemente come l’espulsione di una persona da un territorio o, per usare il linguaggio dell’estrema destra contemporanea, come una forma di “remigrazione”. In realtà la deportazione è molto di più. È una tecnologia politica che ha avuto un ruolo fondamentale nella produzione della cittadinanza moderna. La letteratura critica, soprattutto quella sviluppata negli Stati Uniti, mostra chiaramente come la deportazione non sia un’eccezione o una deviazione rispetto al funzionamento ordinario dello Stato moderno. Al contrario, è uno dei dispositivi attraverso cui vengono costruiti i confini della comunità politica e vengono definite appartenenze, esclusioni e gerarchie di cittadinanza. Da questo punto di vista la deportazione è stata presente fin dall’inizio nella formazione degli Stati moderni. Anche qui il legame con il colonialismo è profondo. Le prime grandi pratiche di deportazione di massa si sviluppano infatti all’interno di contesti coloniali e, in particolare, nei paesi segnati dal colonialismo d’insediamento. Penso agli Stati Uniti, all’Australia, ma anche all’Argentina, che è il paese da cui provengo. Questo ci aiuta a comprendere come le politiche contemporanee di espulsione e di esternalizzazione delle frontiere non rappresentino una novità assoluta, ma si inseriscano all’interno di genealogie molto più lunghe e profonde. D. C’È UN ULTIMO ELEMENTO CHE VORRESTI AGGIUNGERE A QUESTA RIFLESSIONE SULLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI”? R. Sì. C’è una questione che vorrei aggiungere, anche a costo di essere frainteso o di risultare impopolare. Mi preoccupa una certa ondata anti-woke che vedo emergere all’interno di una parte della sinistra che ci sono vicini. Non sto parlando della destra o dei settori apertamente reazionari: lì il problema è evidente e non mi interessa particolarmente discuterlo. Mi interessa invece ciò che accade all’interno di una costellazione politica che, almeno in teoria, dovrebbe condividere una sensibilità antirazzista e femminista. Quello che non mi convince è il terreno sul quale questa critica viene spesso formulata. Ho l’impressione che si collochi all’interno di un campo discorsivo costruito dalla destra e dalle sue categorie. Penso, per esempio, all’idea di “guerra culturale” oppure alle polemiche sulla cosiddetta cancel culture. Mi sembra che una parte della sinistra finisca per muoversi dentro coordinate che non ha contribuito a costruire e che, anzi, sono state elaborate proprio da quelle forze che combattono apertamente le politiche femministe e antirazziste. Questo è un terreno scivoloso, perché rischia di trasformarsi facilmente in una critica dell’antirazzismo o del femminismo considerati come ostacoli a una politica di classe. Personalmente considero questo un rischio serio. Non perché ritenga che le pratiche femministe o antirazziste siano esenti da contraddizioni o da problemi. Naturalmente non è così. Ma credo che il modo in cui viene oggi costruita la critica all’universo woke finisca spesso per riprodurre il linguaggio e le priorità della destra. C’è poi un altro elemento che mi sembra importante ricordare. La parola woke appartiene originariamente alla tradizione di lotta afroamericana. Nasce all’interno delle esperienze politiche delle comunità nere negli Stati Uniti e rimanda all’idea di una vigilanza critica nei confronti del razzismo e delle forme di oppressione. Per questo motivo mi sembra problematico che venga utilizzata quasi esclusivamente come insulto o come etichetta denigratoria, anche da parte di soggetti che si collocano a sinistra. Naturalmente si può discutere criticamente di alcune evoluzioni delle politiche femministe, antirazziste o delle cosiddette identity politics. Ma per farlo occorre prima chiarire di cosa stiamo parlando. Anche il dibattito sulle politiche dell’identità mi convince poco per come viene spesso impostato. Io ad esempio sono a favore delle identity politics. Però dovremmo prima capire cosa intendiamo esattamente con quella espressione. Inoltre, in un paese come l’Italia, la situazione appare quasi paradossale. Si tende a criticare e a voler archiviare forme di politica dell’identità che, in realtà, non si sono mai sviluppate davvero in maniera significativa. Per questo motivo trovo singolare che si voglia liquidare qualcosa che, almeno nel nostro contesto, non ha mai assunto la centralità che le viene attribuita nel dibattito pubblico. Il rischio è che, nel tentativo di prendere le distanze da certe derive reali o presunte, si finisca per giocare sul terreno in cui la destra si sente più forte e più a suo agio: quello dell’antifemminismo, della delegittimazione dell’antirazzismo e dell’attacco alle cosiddette politiche inclusive. A me sembra una questione che meriterebbe una discussione molto più approfondita di quella che abbiamo avuto finora. Vorrei chiudere con una domanda che considero centrale. Come mai l’Italia, dopo oltre cinquant’anni di immigrazione, non è riuscita a produrre un movimento antirazzista capace di diventare uno dei pilastri dell’elaborazione politica contemporanea? È davvero un problema oppure no? Perché spesso si sostiene che l’antirazzismo, gli studi decoloniali o postcoloniali abbiano indebolito una certa politica di classe. Ma, guardando alla storia italiana, il punto è che un movimento antirazzista forte non lo abbiamo mai avuto. E questo, per me, è precisamente il problema. È una questione sulla quale dovremmo interrogarci seriamente, soprattutto se osserviamo ciò che accade oggi nelle nostre società. Viviamo in un contesto in cui la violenza razzista appare sempre più aggressiva, più esplicita e più facilmente giustificabile nello spazio pubblico. Le persone non bianche, migranti o figlie delle migrazioni continuano a essere esposte a forme di discriminazione e di violenza che dovrebbero interrogarci molto più di quanto non facciano oggi. Per questo motivo continuo a pensare che la domanda sull’assenza di un forte movimento antirazzista in Italia sia una domanda politica fondamentale. D. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Penso che la ragione principale sia che continuiamo a vivere in una società profondamente cieca rispetto alla razza come principio strutturante dei rapporti sociali. Non c’è molto altro da aggiungere. Continuiamo a essere ciechi alla razza. Spesso si riconosce l’esistenza del razzismo, ma lo si tratta come un fenomeno secondario, come una conseguenza o come una semplice sovrastruttura. Si dice: certo, esiste anche il razzismo. Ma poi non si prova davvero a capire in che modo i processi di razzializzazione strutturino la società italiana. Io penso invece che la razza faccia parte della struttura stessa delle società contemporanee. Non è qualcosa che sta fuori dal capitalismo o che funziona come un semplice diversivo. È intrecciata storicamente ai processi di accumulazione, di governo e di organizzazione della società. Per questo motivo non basta affermare che il razzismo esiste. Bisogna mostrare concretamente in che modo gli spazi sociali, economici e politici italiani siano attraversati da dinamiche di razzializzazione. Naturalmente esistono lotte straordinarie per i diritti dei migranti. Ci sono state e continuano a esserci mobilitazioni importanti, spesso costruite dagli stessi migranti. Tuttavia queste lotte raramente riescono a tradursi in un movimento antirazzista più ampio. Razza e razzismo vengono continuamente ricondotti in secondo piano, come se fossero questioni accessorie rispetto ad altre contraddizioni sociali. Questo, a mio avviso, è uno dei problemi fondamentali. Un secondo elemento riguarda il rapporto con il passato coloniale. Oggi non possiamo più parlare semplicemente di una rimozione del colonialismo italiano. Negli ultimi vent’anni è stata prodotta una quantità enorme di studi, ricerche e lavori che hanno ricostruito il ruolo del colonialismo nella storia italiana. Entriamo in una libreria e troviamo interi scaffali dedicati a questi temi. Sono stati pubblicati lavori eccellenti da parte di ricercatori, ricercatrici, attivisti e attiviste. Per questo motivo non credo che il problema sia ancora la rimozione. Credo che il problema sia più profondo. Esiste una sorta di resistenza strutturale che impedisce a questo patrimonio di conoscenze di entrare realmente nello spazio pubblico, nelle istituzioni culturali, nell’università e nella politica. In questo senso parlerei quasi di una forma di razzismo istituzionale che continua a ostacolare la piena circolazione di questi saperi. C’è poi un’ultima questione che considero importante. Penso che continui a sopravvivere una forma di marxismo riduzionista, un marxismo volgare, che tende a considerare fenomeni come il razzismo, la segregazione, le fantasie di sterminio o persino il genocidio come semplici effetti derivati della logica economica del capitale. A mio avviso questa spiegazione non è sufficiente. Questi fenomeni eccedono la sola dimensione economica. Per comprenderli dobbiamo guardare anche alla storia coloniale e alle forme di governo razziale che quella storia ha prodotto. Lo stesso sviluppo della cittadinanza moderna e del regime proprietario moderno è molto più intrecciato ai processi di razzializzazione di quanto normalmente siamo disposti a riconoscere. La proprietà moderna, la cittadinanza moderna, le distinzioni tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica si sviluppano storicamente all’interno dell’espansione coloniale e delle classificazioni razziali che essa produce. Eppure continuiamo a considerare questi aspetti come qualcosa di vago, secondario o nebuloso. Per me, invece, è proprio lì che si trova uno dei nodi teorici e politici decisivi del presente. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Trame d’Europa: dalle rotte migratorie alle nuove cittadinanze trentine
MAJA HUSEJIĆ 1 L’Europa dei nostri giorni vive una profonda contraddizione morale: celebra e si giova della fluidità delle frontiere interne mentre militarizza i suoi confini esterni. L’Europa che a Ventotene sognava un continente di pace e solidarietà oggi alza muri e associa la migrazione alla sicurezza, trasformando la speranza in minaccia, la solidarietà in contratti con paesi terzi a cui delega azioni di confinamento e di violazione dei diritti umani. Lungo la frontiera dei Balcani occidentali, ad esempio, da anni si consuma il tentativo drammatico di persone migranti, adulte e bambine, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, di superare barriere fisiche e istituzionali, alla ricerca di protezione per (ri)costruirsi una vita dignitosa. Per il Trentino, questa dinamica non è un fatto distante, da diversi punti di vista. Il nostro territorio custodisce nella memoria storica il significato della frontiera, delle migrazioni della propria popolazione; al contempo è stato protagonista della solidarietà attivata negli anni Novanta durante il conflitto in ex-Jugoslavia e, a partire dal 2011, in occasione della cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Connettere oggi questa memoria storica alla geopolitica attuale significa dare sostanza a un’idea di democrazia applicata all’Autonomia: riconoscere che l’accoglienza delle persone in movimento e l’interculturalità non possono che essere processi partecipativi, vivi e permanenti, capaci di estendere i diritti e determinare la reale qualità democratica delle nostre comunità. È proprio la rigidità di queste dinamiche a generare il dispositivo politico dell’esternalizzazione delle frontiere. Questo tipo di logica sposta il controllo giuridico ed etico dell’Unione Europea al di fuori dei suoi limiti geografici, delegando la gestione del contenimento e del respingimento a Stati terzi. In questo scenario, la condizione specifica della Bosnia ed Erzegovina assume una valenza emblematica: mantenuta deliberatamente in una sala d’attesa permanente ai margini dell’Unione Europea, viene di fatto utilizzata dai paesi membri come uno “stato-cuscinetto”. L’esternalizzazione tenta così di allontanare lo sguardo dai percorsi migratori, disumanizzando le persone prima ancora che tocchino il territorio comunitario. Le dinamiche escludenti che si consumano ai confini esterni dell’Europa non si esauriscono lungo la frontiera, ma si riproducono capillarmente all’interno dei singoli territori di arrivo, trasformandosi in barriere istituzionali, sociali e burocratiche. Una volta giunti in Italia e in Trentino l’impatto con la realtà locale svela questa continuità. Per anni, il Trentino è stato un modello d’eccellenza grazie al sistema dell’accoglienza diffusa, che distribuiva le persone richiedenti asilo in piccoli nuclei nelle valli, favorendo l’interazione con la popolazione ed evitando la ghettizzazione. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA L’ACCOGLIENZA NEGATA AI RICHIEDENTI ASILO IN TRENTINO Solo in un anno lasciate in strada oltre 1.200 persone 4 Luglio 2024 A partire dalla fine del 2018 però, le strette politiche hanno progressivamente smantellato questa filiera, piegando la gestione a una logica emergenziale, securitaria e colpevolizzante. Si assiste sempre più spesso a una sistematica stigmatizzazione delle persone straniere, utilizzate come capro espiatorio politico e dipinte unicamente attraverso la lente della minaccia alla sicurezza e al decoro urbano. Ridurre l’accoglienza all’isolamento e alla precarietà significa privarla della sua funzione trasformativa, prolungando artificialmente quella condizione di marginalità iniziata lungo le rotte migratorie. Una gestione lungimirante dovrebbe invece configurarsi come un esercizio di social design – una progettazione multidisciplinare e comunitaria capace di generare spazi pubblici inclusivi e percorsi di autonomia reale attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, a partire dalle comunità diasporiche. Il culmine di questa deriva si manifesta nel tentativo di importare sul territorio logiche detentive, come l’ipotesi di apertura di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio). Di fronte a questa prospettiva, la società civile trentina e i movimenti per i diritti umani si sono mobilitati con forza, esprimendo un “no” collettivo e motivato. I CPR non sono strumenti di gestione dei flussi, ma veri e propri buchi neri del diritto, dove la privazione della libertà avviene in condizioni che calpestano la dignità umana senza che sia stato commesso alcun reato. La storia ventennale di strutture come quella di Gradisca d’Isonzo – dove le stesse amministrazioni locali e i sindaci che si sono succeduti ne hanno denunciato la totale inutilità e l’inefficacia rispetto agli stessi obiettivi di rimpatrio – dimostra che questi centri producono solo costi altissimi, tensioni sociali e violenze, senza risolvere nulla. Rifiutare i CPR significa riaffermare che la sicurezza si costruisce con l’inclusione, non con la reclusione e la criminalizzazione della condizione di migrante. E soprattutto che la sicurezza va costruita non contro le comunità diasporiche, ma insieme a loro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: LA TRENTO ANTIRAZZISTA È TORNATA IN PIAZZA Una partecipazione ampia e trasversale: oltre 1.500 persone raccolgono l'appello del Coordinamento regionale No CPR Redazione 18 Maggio 2026 Mentre il dibattito politico rimane ancorato alla gestione degli arrivi, la realtà sociale del Trentino muove verso la stanzialità. Il volto della nostra Provincia sta cambiando radicalmente nelle aule scolastiche, nei quartieri, nel mondo del lavoro, dove le figlie e i figli dell’immigrazione – le cosiddette “seconde generazioni” – ridefiniscono quotidianamente l’assetto comunitario. Queste giovani persone non sono ospiti temporanei, ma protagonisti politici e culturali che abitano il territorio a pieno diritto. L’idea di una “identità trentina” statica e monoculturale si confronta e scontra con la ricchezza di identità plurali. Il mancato riconoscimento formale di questa cittadinanza – evidente negli ostacoli legislativi nazionali, nonostante le forti mobilitazioni civili che hanno attraversato anche la nostra provincia per la riforma del diritto di cittadinanza – genera una frattura democratica rischiosa. Negare lo status di cittadino a chi cresce e progetta il proprio futuro qui significa lasciare indietro le nuove generazioni e, per questioni ideologiche, rompere un patto di fiducia con questa parte della cittadinanza, impoverire il territorio stesso, privandolo di energie vitali in un’epoca segnata dal declino demografico e dall’isolamento delle aree montane. La Rotta balcanica, le strutture di Accoglienza locali, i tavoli di discussione e di coordinamento dei Movimenti dal basso sono nodi della stessa rete. Il futuro del Trentino dipende dalla capacità di connettere queste dimensioni, superando la retorica della costante emergenza. L’Autonomia speciale trentina non deve essere intesa come una trincea identitaria, ma come una responsabilità: la libertà di sperimentare politiche sociali innovative. Il territorio si salva dall’inaridimento solo se sa farsi laboratorio di convivenza, capace di accogliere la complessità del mondo globale e di trasformarla in risorsa locale. Riconoscere le nuove cittadinanze, rifiutare le strutture di confinamento e riprogettare l’accoglienza su basi orizzontali e partecipative – convergendo con il mondo del lavoro senza però farsi sopraffare dalle logiche di profitto e di sacrificio dei diritti – è l’unico modo per onorare la nostra comune storia e scrivere un futuro condiviso. 1. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, vivo attualmente in Trentino. Impegnata in progetti e iniziative di advocacy, contrasto alle discriminazioni, diritti umani, sono stata referente provinciale per il referendum sulla cittadinanza. Faccio parte del Coordinamento regionale No CPR del Trentino Alto Adige-Süd Tirol. ↩︎
Svezia: l’obbligo di segnalare le persone senza documenti è legge
Lo scorso 15 giugno, il Parlamento svedese ha adottato una legge che obbliga alcuni dipendenti pubblici a segnalare automaticamente alle autorità le persone prive di documenti. Questo obbligo riguarderà il Servizio pubblico per l’impiego, l’Agenzia per la previdenza sociale, il Servizio penitenziario e di libertà vigilata, l’Agenzia per l’esecuzione delle sentenze, l’Agenzia per le pensioni e l’Agenzia delle entrate. Si estende inoltre all’Autorità svedese per la lotta alla criminalità economica e alla Procura, qualora venga richiesto dalle forze dell’ordine. Queste ultime potranno trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o al servizio di sicurezza. Lunedi, il Parlamento ha anche votato la cosidetta “legge di buona condotta”, che permette alle autorità di ritirare i permessi di soggiorno basandosi su un concetto poco definito di “cattiva condotta” 1. Con effetto anche retroattivo, la norma non specifica quali tipi di comportamento siano considerati inaccettabili, ma il governo ha citato, come esempi, debiti non saldati, evasione fiscale, attività criminali e legami con organizzazioni estremiste. Queste leggi si inseriscono nel “cambio di paradigma” 2 della politica migratoria svedese, volto a ridurre il numero di persone che arrivano irregolarmente nel paese. L’obbligo di segnalazione nasce da una proposta del governo svedese nell’ambito dell’accordo di Tidö, stretto tra i partiti di Destra dopo le elezioni del 2022. La proposta, tuttavia, è stata approvata con 174 voti favorevoli e 172 contrari, evidenziando una forte opposizione nella società svedese, come riportato da John Stauffer di Civil Rights Defenders ad AP 3. Notizie INSEGNANTI, DOTTORI E BIBLIOTECARI SARANNO OBBLIGATI A DENUNCIARE LE PERSONE PRIVE DI DOCUMENTI IN SVEZIA? Il nuovo obbligo proposto dai partiti di destra svedesi Gaia Facchini 27 Giugno 2024 AP riporta anche le parole di Jacob Lind, esperto di migrazioni all’Università di Malmö, che definisce questa misura simbolica come parte di una lunga lista di leggi problematiche sulla migrazione, in quanto consente a importanti agenzie statali di “spiare”. Infatti, sebbene la proposta preveda esenzioni per scuole, e servizi sociali e sanitari, non tutela in modo efficace le persone che usufruiscono di tali servizi 4. Una ricerca condotta a marzo illustra gli impatti reali della legge. Gli impiegati pubblici delle agenzie menzionate finirebbero per comportarsi a tutti gli effetti come guardie di frontiere, anziché concentrarsi sulla propria missione. Un aspetto particolarmente preoccupante è che la segnalazione avverrebbe quando una persona “ha ragione di credere” che un’altra non ha diritto di risiedere nel paese, lasciando un ampio margine di incertezza e un rischio altissimo di profilazione razziale. I ricercatori forniscono anche esempi concreti: un’ostetrica deve segnalare tempestivamente una nascita all’Agenzia delle Entrate svedese affinché il bambino possa essere registrato. Quindi, se anche questa agenzia è tenuta a condividere le informazioni, la presunta esenzione per gli operatori sanitari non offre una reale protezione. O allo stesso modo, sia il Servizio penitenziario e di libertà vigilata svedese che il Servizio pubblico per l’impiego basano i propri rapporti sulla riservatezza, ma sarebbero comunque obbligati a segnalare familiari senza documenti menzionati dagli utenti. Si tratta di scenari che, ora che la legge è stata approvata, rischiano concretamente di verificarsi. Questa legge incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone sia senza documenti che coloro che devono segnalarle e, nonostante le esenzioni, limita la possibilità per queste persone di esercitare i propri diritti umani. La proposta e la successiva indagine 5 condotta dal governo per analizzarne le implicazioni erano state già ampiamente criticate. Questo obbligo contribuisce a creare un sentimento e clima di paura tra le persone senza documenti, i lavoratori pubblici e chi frequenta queste agenzie, come sottolinea Louise Bonneau, Advocacy officer per PICUM, ricordando che questo voto rappresenta una sconfitta per i diritti umani in Svezia. Platform for Undocumented Migrants (PICUM) riporta inoltre le parole di Jacob Lind, secondo cui le persone senza documenti saranno ulteriormente spinte ai margini della società, con diritti sempre più limitati. Questa legge viola i diritti dei bambini, mina l’indipendenza dei funzionari pubblici e danneggia la reputazione dello Stato, favorendo un clima ostile e di stampo autoritario nei confronti delle persone migranti. Infine, Jan Willem Goudriaan, segretario generale dell’Unione dei servizi pubblici europea, evidenzia come una misura tale mini il diritto di asilo, il principio di non refoulement e alimenti paura, sospetto e discriminazione. Tuttavia, dalla società civile ci si può aspettare una resistenza simile a quella già dimostrata finora, come ricorda Hannah Laustiola, direttrice di Médecins du Monde Svezia, che ha contribuito a ridurre l’ambito della proposta iniziale. Una misura del genere è assolutamente inaccettabile: mette i funzionari pubblici in una posizione impropria, minando la fiducia sociale e producendo gravi conseguenze per le persone senza documenti, i loro diritti, la loro vita quotidiana e il loro benessere. Oltre a violare il diritto internazionale e europeo, l’obbligo di segnalazione di persone senza documenti può comportare e aumentare abusi, violenza, sfruttamento, profilazione razziale, paura e marginalizzazione. 1. Sweden votes to back laws reinforcing its immigration crackdown – The Guardian, 16.06.2026 ↩︎ 2. The Government of Sweden ↩︎ 3. Sweden requires public workers to report migrants not authorized to live there – The Associated Press, 15.06.2026 ↩︎ 4. PICUM ↩︎ 5. Un riassunto in inglese dei risultati dell’indagine si può trovare da pagina 45 a 66 a questo link ↩︎