Condannati per aver spiato la stampa

Pressenza - Saturday, July 4, 2026

La condanna a cinque anni inflitta all’ex direttore della Direzione dei servizi segreti dell’Esercito, Schafik Nazal Lázaro, e all’ex giudice Juan Antonio Poblete per aver intercettato illegalmente le comunicazioni del giornalista Mauricio Weibel mentre indagava sul caso di corruzione noto come Milicogate, va ben oltre i suoi protagonisti. Non siamo solo di fronte alla conclusione di un procedimento giudiziario. Siamo di fronte a un monito su uno dei limiti che una società democratica non può mai permettersi di oltrepassare: utilizzare il potere dello Stato per sorvegliare coloro che controllano le autorità.

Le attività di intelligence si giustificano nella misura in cui proteggono lo Stato e i cittadini dalla criminalità organizzata, dal terrorismo, dallo spionaggio straniero e da altre minacce reali. Proprio perché dispongono di poteri straordinari, lo Stato di diritto esige che il loro utilizzo sia soggetto a limiti rigorosi: una legge chiara che li autorizzi, uno scopo legittimo e controlli efficaci che garantiscano che le misure adottate siano necessarie e proporzionate. Quando tali limiti vengono meno, l’intelligence smette di proteggere la società e inizia a minacciare le libertà che dovrebbe salvaguardare.

La stampa libera non esiste per proteggere i giornalisti. Esiste per proteggere la libertà. La libertà di espressione comprende la ricerca, la ricezione e la diffusione di informazioni di interesse pubblico. Quando un giornalista indaga su un caso di corruzione, in realtà sono milioni di cittadini ad accedere a informazioni indispensabili per esigere trasparenza, rendicontazione e responsabilità da parte di chi detiene il potere.

Quando lo Stato spia un giornalista, non solo ne compromette il lavoro. Mina anche la fiducia di chi denuncia fatti di corruzione o fornisce informazioni di interesse pubblico. Come ha sottolineato l’Amicus Curiae presentato da Columbia Global Freedom of Expression, quando i giornalisti e le fonti temono che le loro comunicazioni possano essere intercettate, molti smettono di indagare, altri smettono di denunciare e la società perde l’accesso a informazioni essenziali per il dibattito pubblico. L’effetto non riguarda solo un giornalista; è un danno alla libertà.

Per questo motivo, lo spionaggio illegale ai danni dei giornalisti costituisce ben più di una violazione della loro privacy. È una forma di censura indiretta. Produce un effetto intimidatorio che scoraggia nuove indagini, intimorisce le fonti di informazione e favorisce l’autocensura. La conseguenza è che la società comincia a perdere la propria libertà perché smette di conoscere ciò che deve sapere per controllare chi detiene il potere.

La libertà non consiste solo nel fatto che le persone possano consumare, intraprendere iniziative, spostarsi o esprimere le proprie opinioni. Dipende anche dall’esistenza della libertà di indagare, cercare e diffondere informazioni di interesse pubblico; dal fatto che i media possano pubblicare senza pressioni politiche o economiche; e dal fatto che nessuna verità ufficiale venga imposta senza l’indispensabile contrappeso di voci indipendenti.

Le persone non perdono la loro libertà da un giorno all’altro. La cedono lentamente quando accettano l’autocensura dei mezzi di comunicazione, quando la paura sostituisce il dibattito e quando chi indaga sul potere viene trattato come una minaccia invece di svolgere il ruolo indispensabile di controllarlo. Difendere la libertà di indagare e di informare non significa proteggere i giornalisti. Significa proteggere la libertà.

Marcelo Trivelli