Tag - libertà di stampa

Condannati per aver spiato la stampa
La condanna a cinque anni inflitta all’ex direttore della Direzione dei servizi segreti dell’Esercito, Schafik Nazal Lázaro, e all’ex giudice Juan Antonio Poblete per aver intercettato illegalmente le comunicazioni del giornalista Mauricio Weibel mentre indagava sul caso di corruzione noto come Milicogate, va ben oltre i suoi protagonisti. Non siamo solo di fronte alla conclusione di un procedimento giudiziario. Siamo di fronte a un monito su uno dei limiti che una società democratica non può mai permettersi di oltrepassare: utilizzare il potere dello Stato per sorvegliare coloro che controllano le autorità. Le attività di intelligence si giustificano nella misura in cui proteggono lo Stato e i cittadini dalla criminalità organizzata, dal terrorismo, dallo spionaggio straniero e da altre minacce reali. Proprio perché dispongono di poteri straordinari, lo Stato di diritto esige che il loro utilizzo sia soggetto a limiti rigorosi: una legge chiara che li autorizzi, uno scopo legittimo e controlli efficaci che garantiscano che le misure adottate siano necessarie e proporzionate. Quando tali limiti vengono meno, l’intelligence smette di proteggere la società e inizia a minacciare le libertà che dovrebbe salvaguardare. La stampa libera non esiste per proteggere i giornalisti. Esiste per proteggere la libertà. La libertà di espressione comprende la ricerca, la ricezione e la diffusione di informazioni di interesse pubblico. Quando un giornalista indaga su un caso di corruzione, in realtà sono milioni di cittadini ad accedere a informazioni indispensabili per esigere trasparenza, rendicontazione e responsabilità da parte di chi detiene il potere. Quando lo Stato spia un giornalista, non solo ne compromette il lavoro. Mina anche la fiducia di chi denuncia fatti di corruzione o fornisce informazioni di interesse pubblico. Come ha sottolineato l’Amicus Curiae presentato da Columbia Global Freedom of Expression, quando i giornalisti e le fonti temono che le loro comunicazioni possano essere intercettate, molti smettono di indagare, altri smettono di denunciare e la società perde l’accesso a informazioni essenziali per il dibattito pubblico. L’effetto non riguarda solo un giornalista; è un danno alla libertà. Per questo motivo, lo spionaggio illegale ai danni dei giornalisti costituisce ben più di una violazione della loro privacy. È una forma di censura indiretta. Produce un effetto intimidatorio che scoraggia nuove indagini, intimorisce le fonti di informazione e favorisce l’autocensura. La conseguenza è che la società comincia a perdere la propria libertà perché smette di conoscere ciò che deve sapere per controllare chi detiene il potere. La libertà non consiste solo nel fatto che le persone possano consumare, intraprendere iniziative, spostarsi o esprimere le proprie opinioni. Dipende anche dall’esistenza della libertà di indagare, cercare e diffondere informazioni di interesse pubblico; dal fatto che i media possano pubblicare senza pressioni politiche o economiche; e dal fatto che nessuna verità ufficiale venga imposta senza l’indispensabile contrappeso di voci indipendenti. Le persone non perdono la loro libertà da un giorno all’altro. La cedono lentamente quando accettano l’autocensura dei mezzi di comunicazione, quando la paura sostituisce il dibattito e quando chi indaga sul potere viene trattato come una minaccia invece di svolgere il ruolo indispensabile di controllarlo. Difendere la libertà di indagare e di informare non significa proteggere i giornalisti. Significa proteggere la libertà. Marcelo Trivelli
July 4, 2026
Pressenza
Perù: centinaia di persone in marcia per difendere il proprio voto
A seguito dell’appello lanciato dal candidato Roberto Sánchez (Juntos por el Perú) per una manifestazione pacifica, centinaia di peruviani hanno sfilato lungo le principali arterie di Lima Metropolitana chiedendo trasparenza e chiarimenti sulle presunte irregolarità nel processo elettorale, segnalate da Juntos por el Perú. Nonostante il sindaco di Lima, Renzo Reggiardo, avesse disposto la chiusura del Centro Storico di Lima, con restrizioni al traffico dal 19 al 22 giugno (tramite la Delibera della Sottodirezione n. D002556-2026-MML-GMU-SER), la popolazione è scesa in strada, esercitando il proprio diritto alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica (art. 2, comma 12 della Costituzione). La Polizia Nazionale (PN) ha garantito la sicurezza dei manifestanti durante tutto il percorso. RESTRIZIONI ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE Va sottolineato che le restrizioni alla libera circolazione si sono manifestate anche nell’accesso alle immediate vicinanze del Giurì Nazionale Elettorale (JNE) nella capitale, dove oggi venivano esaminati i due ricorsi per l’annullamento in massa dei seggi elettorali a Lima e in América, presentati da Juntos por el Perú. L’accesso ai cittadini non è stato consentito, come ha verificato il giornalista José Manrique di RNPP, ad eccezione dei residenti della zona, in un momento cruciale per il Paese che richiede la massima trasparenza. Infine, il JNE ha dichiarato infondati i due ricorsi di nullità e altri 27 relativi ai verbali elettorali contestati. LA STAMPA ALTERNATIVA HA PRESO POSIZIONE Pochi minuti prima dell’inizio della marcia dei cittadini, diversi giornalisti e operatori della comunicazione di media alternativi si sono dati appuntamento in Plaza San Martín per denunciare la stigmatizzazione che alcuni media televisivi stanno perpetrando nei confronti del lavoro della stampa alternativa. «Qui stiamo presentando la denuncia allo Stato peruviano, poiché è in pericolo la sicurezza personale e psicologica dei giornalisti della stampa alternativa; denunciamo inoltre il sequestro del nostro collega Pavel, al quale esprimiamo la nostra solidarietà, così come al collega Gorriti». Va sottolineato che ieri, 18 giugno, è stata presentata una denuncia penale tramite il documento ufficiale n. 2333-2026-PGE-PPEDCOP indirizzato al capo della Direzione delle Indagini Penali della Polizia Nazionale, contro la giornalista Claudia Cisneros, Pavel Yábar e altri, «per la presunta commissione del reato di grave turbativa dell’ordine pubblico». La denuncia avviata dalla PGE (Procura Generale dello Stato) ha suscitato l’immediato sostegno della popolazione nei confronti dei giornalisti, che in un comunicato hanno affermato: «Criminalizzare un appello alla protesta pacifica prima che si verifichino atti concreti costituisce un precedente che minaccia i diritti fondamentali tutelati dalla nostra Costituzione e dai trattati internazionali sui diritti umani». Redacción Perú
June 20, 2026
Pressenza
Il precariato come arma di censura: il caso Nunziati e la libertà di stampa sotto attacco
“Il precariato è una spada di Damocle: ti toglie libertà, tutele, qualità del lavoro. La libertà di stampa non è minacciata solo dalle intimidazioni dirette, ma dall’agonia economica.” Con queste parole Gabriele Nunziati ha aperto la giornata davanti al Tribunale del Lavoro di Roma, dove si è svolto il presidio in sua solidarietà. Una frase che non descrive solo la sua vicenda, ma l’intero sistema che oggi governa il lavoro giornalistico in Italia. Una sola domanda rivolta alla Commissione Europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione della Striscia di Gaza è bastata per farlo licenziare da Agenzia Nova, che ha interrotto un rapporto di collaborazione già precario. Un gesto che rivela la natura disciplinare del precariato: se puoi essere allontanato in un attimo, senza tutele, la libertà di stampa diventa un’astrazione. Dopo l’udienza, rinviata al 23 giugno, Nunziati ha ricordato che senza il sostegno di Stampa Romana non avrebbe potuto permettersi un’azione legale, denunciando la natura classista dell’accesso alla giustizia: chi ha risorse si difende, chi non le ha viene schiacciato. Il suo caso è diventato un simbolo internazionale, con messaggi di solidarietà arrivati da tutta Europa, dal Messico, dal Cile, a dimostrazione che questa vicenda ha toccato un nervo scoperto della professione. Per la Rete #NOBAVAGLIO, tra i promotori della mobilitazione, il caso Nunziati “è la fotografia di un sistema che punisce chi fa domande”, ricordando che “il precariato è oggi la forma più diffusa e più efficace di censura indiretta”. Non servono minacce, non servono querele temerarie: “Basta la paura di perdere il lavoro. Quando il lavoro è instabile, la domanda scomoda diventa un rischio personale. E quando la domanda scomoda scompare, scompare anche il giornalismo”. In piazza presenti oltre alla Rete #NOBAVAGLIO Amnesty International Italia, Stampa Romana, Articolo 21, Fnsi, Usigrai, il Centro di Giornalismo Permanente, l’Ordine dei Giornalisti, attivisti e decine di colleghi e colleghe. Tra loro anche giornalisti come Nico Piro, Nello Trocchia e Daniele Piervincenzi. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha dichiarato: “In gioco c’è la libertà di stampa in Italia, la possibilità di fare domande, anche scomode. La domanda di Nunziati era legittima: chiamava in causa i doppi standard dell’Ue. Fare domande è parte della professione giornalistica, non solo prendere appunti”. Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha definito il licenziamento “paradossale e ingiusto”: “Porre domande è il fondamento della professione giornalistica. Porre domande scomode lo è ancora di più. A Nunziati ribadiamo piena solidarietà.” Stefano Ferrante, segretario di Stampa Romana, ha ribadito: “Stampa Romana è moralmente e materialmente con Nunziati. Questa è una battaglia per l’autonomia dei giornalisti, per la libertà di informazione, per la tutela dei freelance. Difendere diritti e retribuzioni dignitose significa difendere la democrazia”. Il caso Nunziati non è un incidente isolato: è la punta dell’iceberg di un sistema che usa la precarietà come strumento disciplinare. Il messaggio è chiaro: se fai domande scomode, puoi essere allontanato. Questa battaglia non è solo legale: è politica, sindacale, culturale. È la battaglia per affermare che la libertà di stampa si difende nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro, e che non può esistere libertà di informazione senza dignità del lavoro giornalistico. L’udienza è stata rinviata al 23 giugno, ma la mobilitazione continua: la Rete #NOBAVAGLIO resterà al fianco di Nunziati e di tutti i giornalisti colpiti da forme di censura diretta o indiretta, perché la libertà di stampa non è un ornamento democratico, ma un terreno di lotta quotidiana. Per questo la mobilitazione continua.   Rete #NOBAVAGLIO
June 10, 2026
Pressenza
Il quotidiano francese “Le Monde” contro la Torino-Lione
Contrariamente a quanto succede alle nostre latitudini, in cui la stampa mainstream è assolutamente complice della propaganda Pro-Tav e completamente acritica verso il progetto della nuova linea Torino-Lione, il quotidiano […] The post Il quotidiano francese "Le Monde" contro la Torino-Lione first appeared on notav.info.
May 27, 2026
notav.info
Ricapitolando sulla libertà di stampa
Ricaptitolando perchè si è cercato di partire dal dato, la continua erosione della libertà di stampa, per ripercorrere una analisi che riassuma le cause ed infine una sintersi storica del percorso che ha portato alla situazione attuale. Questo ci permette anche di capire come la lotta di classe incida sulla questione: quando padroni e speculatori sono in grado di determinare
Verità sotto tiro
In occasione della giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa, il 3 maggio, le ambasciate di Inghilterra e Olanda hanno chiesto la libertà per tutti i giornalisti e lavoratori dei Media imprigionati in Myanmar. Hanno poi sottolineato come la libertà di stampa sia gravemente compromessa in quel paese, gli organi di stampa sono costretti a chiudere e i lavoratori della stampa portano avanti il loro lavoro eroicamente, sopportando pressioni e minacce. “Le prigioni sono un barometro della libertà: vuoi sapere se un paese è libero? Guarda alle sue prigioni. Più persone vengono imprigionate per le loro convinzioni meno libertà è presente in quella società” dice il direttore del Irrawaddy.  Fino a poco fa il Myanmar era in cima alla lista dei paesi con il maggior numero di prigionieri politici – sorpassato solo dall’Egitto e dalla Siria- tra loro ci sono studenti, dottori, insegnanti, avvocati, monaci, giornalisti e cittadini ordinari che si sono rifiutati di inchinarsi all’oppressione. Per questa ragione la giunta ha cominciato a camuffare i capi d’accusa per diminuire il numero dei prigionieri politici ufficiali. Per quanto riguarda la libertà di stampa, le cose non vanno meglio secondo il rapporto sulla libertà di stampa mondiale del 2026, rilasciato da Reporters Without Borders, la libertà di stampa nel mondo è scesa ai suoi livelli minimi negli ultimi 25 anni con più di metà dei paesi che si trovano in condizioni difficili o molto serie. Il Myanmar si trova agli ultimi posti di questa classifica al 166º posto su un totale di 180 paesi appena al di sopra del Vietnam. Reporters Without Border nota che il giornalismo in Birmania porta con sé un rischio significativo di essere torturati, imprigionati o addirittura assassinati. Il paese è diventato una delle più grandi prigioni nel mondo per i giornalisti, è sorpassato solo dalla Cina. Dal colpo di Stato del 2021 la giunta militare ha imprigionato duecento giornalisti e di questi 47 sono tuttora nelle loro prigioni su un totale di 31.000 persone arrestate e/o detenute, secondo quanto raccolto dall’associazione per l’assistenza per i prigionieri politici (AAPP). Quello che deve finire è “la cultura delle prigioni” dice l’attuale direttore del giornale birmano in esilio Irrawaddy, lui stesso imprigionato per otto anni dal 1991 al ‘99 come studente nelle dimostrazioni pro democrazia del 1988, poi giornalista.  La storia stessa di questo quotidiano è paradigmatica dello stato della libertà di stampa nel paese: fondato nel 1993 in esilio, torna in patria con l’apertura democratica del Myanmar nel 2012, di nuovo in esilio dopo che nel giugno del 2022 il suo editore viene condannato a cinque anni di prigione a causa di un articolo-denuncia in un caso di corruzione che vedeva implicato quello che è oggi l’attuale presidente autoproclamato Min Aung Hlaing. Da allora i suoi giornalisti hanno dovuto darsi alla macchia o fuggire all’estero. L’Irrawaddy oggi pubblica dalla Thailandia, stessa traiettoria per il noto organo di stampa DVB (Democratic Voice of Burma), fondato a Oslo nel 1992 da giornalisti esiliati birmani per contrastare la propaganda della giunta militare, torna in Birmania con l’apertura democratica del 2012 per riuscire con il colpo di Stato del 2021, opera dalla Norvegia mentre alcuni dei suoi giornalisti sono all’interno del Myanmar e operano alla macchia.  Il quotidiano Mizzima, fondato da due studenti del movimento pro democrazia del 1988 in India fin dagli anni Novanta, si appoggia a giornalisti locali che vivono in Myanmar o in esilio ai suoi confini. Fiorella Carollo
May 4, 2026
Pressenza
Un segnale forte a favore del giornalismo nonviolento: 223 persone sostengono Pressenza
> Con la fine del mese di marzo – un mese che per Pressenza simboleggia > l’indipendenza finanziaria – la nostra campagna di raccolta fondi di > quest’anno si è conclusa con successo. Grazie a 223 sostenitori provenienti da 21 paesi di quattro continenti, è stato possibile raccogliere un totale di 14.676 euro. I singoli contributi variano da 5 a 500 euro, con una donazione media di circa 70 euro. Questi numeri sono più di semplici statistiche. Rappresentano fiducia, solidarietà e un impegno comune per una forma diversa di giornalismo, incentrato sulla nonviolenza e sulla pace. Proprio in un momento in cui la violenza, la polarizzazione e la disinformazione caratterizzano il dibattito pubblico, diventa chiaro quanto sia importante il nostro lavoro. Ne abbiamo parlato anche nel nostro articolo “Il giornalismo nonviolento è oggi più necessario che mai”. Il sostegno che abbiamo ricevuto nell’ambito della campagna dimostra che molte persone condividono questa visione e sono disposte a contribuire concretamente. Con le donazioni di quest’anno possiamo continuare e sviluppare ulteriormente il nostro lavoro: pubblicazioni multilingue, produzioni giornalistiche e nuove iniziative e progetti in fase di preparazione in tutto il mondo. Pressenza rimane così uno spazio per le voci che si impegnano per la pace, la nonviolenza e la dignità umana. Il nostro più sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno sostenuto questa campagna, sia con una donazione, sia condividendo i nostri contenuti, sia con il loro costante impegno a favore di un giornalismo che non punta sul sensazionalismo, ma sulla comprensione. Anche se la campagna è ormai conclusa, il percorso continua. Chi desidera sostenere Pressenza può farlo in qualsiasi momento: www.pressenza.com/it/donazione/ Pressenza vive grazie alle persone che credono in un futuro di pace e nonviolenza e trovano il modo di resistere alla violenza sia all’interno che all’esterno. Pressenza IPA
April 23, 2026
Pressenza