Verità sotto tiroIn occasione della giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa, il 3
maggio, le ambasciate di Inghilterra e Olanda hanno chiesto la libertà per tutti
i giornalisti e lavoratori dei Media imprigionati in Myanmar. Hanno poi
sottolineato come la libertà di stampa sia gravemente compromessa in quel paese,
gli organi di stampa sono costretti a chiudere e i lavoratori della stampa
portano avanti il loro lavoro eroicamente, sopportando pressioni e minacce.
“Le prigioni sono un barometro della libertà: vuoi sapere se un paese è libero?
Guarda alle sue prigioni. Più persone vengono imprigionate per le loro
convinzioni meno libertà è presente in quella società” dice il direttore del
Irrawaddy.
Fino a poco fa il Myanmar era in cima alla lista dei paesi con il maggior numero
di prigionieri politici – sorpassato solo dall’Egitto e dalla Siria- tra loro ci
sono studenti, dottori, insegnanti, avvocati, monaci, giornalisti e cittadini
ordinari che si sono rifiutati di inchinarsi all’oppressione. Per questa ragione
la giunta ha cominciato a camuffare i capi d’accusa per diminuire il numero dei
prigionieri politici ufficiali.
Per quanto riguarda la libertà di stampa, le cose non vanno meglio secondo il
rapporto sulla libertà di stampa mondiale del 2026, rilasciato da Reporters
Without Borders, la libertà di stampa nel mondo è scesa ai suoi livelli minimi
negli ultimi 25 anni con più di metà dei paesi che si trovano in condizioni
difficili o molto serie. Il Myanmar si trova agli ultimi posti di questa
classifica al 166º posto su un totale di 180 paesi appena al di sopra del
Vietnam. Reporters Without Border nota che il giornalismo in Birmania porta con
sé un rischio significativo di essere torturati, imprigionati o addirittura
assassinati. Il paese è diventato una delle più grandi prigioni nel mondo per i
giornalisti, è sorpassato solo dalla Cina. Dal colpo di Stato del 2021 la giunta
militare ha imprigionato duecento giornalisti e di questi 47 sono tuttora nelle
loro prigioni su un totale di 31.000 persone arrestate e/o detenute, secondo
quanto raccolto dall’associazione per l’assistenza per i prigionieri politici
(AAPP).
Quello che deve finire è “la cultura delle prigioni” dice l’attuale direttore
del giornale birmano in esilio Irrawaddy, lui stesso imprigionato per otto anni
dal 1991 al ‘99 come studente nelle dimostrazioni pro democrazia del 1988, poi
giornalista.
La storia stessa di questo quotidiano è paradigmatica dello stato della libertà
di stampa nel paese: fondato nel 1993 in esilio, torna in patria con l’apertura
democratica del Myanmar nel 2012, di nuovo in esilio dopo che nel giugno del
2022 il suo editore viene condannato a cinque anni di prigione a causa di un
articolo-denuncia in un caso di corruzione che vedeva implicato quello che è
oggi l’attuale presidente autoproclamato Min Aung Hlaing. Da allora i suoi
giornalisti hanno dovuto darsi alla macchia o fuggire all’estero. L’Irrawaddy
oggi pubblica dalla Thailandia, stessa traiettoria per il noto organo di stampa
DVB (Democratic Voice of Burma), fondato a Oslo nel 1992 da giornalisti esiliati
birmani per contrastare la propaganda della giunta militare, torna in Birmania
con l’apertura democratica del 2012 per riuscire con il colpo di Stato del 2021,
opera dalla Norvegia mentre alcuni dei suoi giornalisti sono all’interno del
Myanmar e operano alla macchia. Il quotidiano Mizzima, fondato da due studenti
del movimento pro democrazia del 1988 in India fin dagli anni Novanta, si
appoggia a giornalisti locali che vivono in Myanmar o in esilio ai suoi confini.
Fiorella Carollo