La natura sotto tiro. “Caccia S.p.A.” contro la Costituzione italiana e il diritto europeo

Pressenza - Wednesday, July 1, 2026
“La biodiversità non è un bene disponibile. È un’eredità da custodire. Appartiene alla Repubblica, non alle lobby. Appartiene alle generazioni future, non alla contingenza politica. Difendere la natura oggi significa difendere la Costituzione, rispettare il diritto europeo e preservare la continuità stessa della civiltà italiana”. Questa il richiamo conclusivo dell’articolo di Angelini in merito al disegno di legge sulla caccia, sostenuto spudoratamente dalla compagine governativa di destra: un intervento che pienmaente condividiamo, con il quale si intende rivolgere appello al Capo dello Stato, in difesa del principio di tutela costituzionale_ Il disegno di legge approvato il 23 giugno al Senato dalla sola maggioranza governativa privatizza il patrimonio naturale degli italiani, ignora le evidenze scientifiche e piega l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata a favore della lobby venatoria. La caccia viene presentata come contributo alla biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato come risorsa utilizzabile. Estende la pressione venatoria su numerose specie in stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie cacciabili, incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei calendari venatori e consente attività di caccia in fasi biologiche molto delicate. Viene ridimensionato il ruolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), il principale ente tecnico-scientifico dello Stato in materia ambientale. Si passa da un modello fondato sulla conoscenza a uno fondato sulla convenienza. Le aziende faunistico-venatorie, oggi senza fini di lucro, potranno operare come imprese commerciali e attività agro-turistiche. È un provvedimento che modifica l’impianto di tutela della fauna selvatica, ribaltando principi giuridici consolidati, ignorando le evidenze scientifiche e piegando l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata verso interessi settoriali. Il testo passa ora alla Camera dei deputati. È l’ultimo passaggio utile per impedire che una delle più gravi regressioni nella tutela della biodiversità degli ultimi decenni diventi legge dello Stato. Chiamiamo le cose con il loro nome: non è una riforma della caccia. È la nascita della Caccia S.p.A., dove la fauna selvatica cessa di essere un bene comune e diventa materia prima di un mercato privato. Un patrimonio svenduto: il conflitto con la Costituzione L’articolo 9 della Costituzione, nella formulazione introdotta nel 2022, stabilisce che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Non si tratta di una dichiarazione programmatica, ma di un vincolo giuridico immediatamente rilevante. La legge n. 157 del 1992 definisce la fauna selvatica patrimonio indisponibile dello Stato, cioè bene sottratto alla logica della disponibilità economica e della mercificazione. Il disegno di legge interviene proprio su questo impianto. Non si parla più di tutela della fauna ma di “gestione”. Le tradizioni venatorie vengono elevate a criterio di indirizzo accanto alle evidenze scientifiche. La caccia viene presentata come contributo alla biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato come risorsa utilizzabile. L’Italia custode della biodiversità europea L’Italia ospita una quota rilevantissima della biodiversità europea e mediterranea. Questo patrimonio è già sottoposto a forti pressioni. La perdita di habitat, il consumo di suolo, la crisi climatica e l’intensificazione agricola stanno determinando un progressivo indebolimento degli ecosistemi. In questo contesto il disegno di legge procede in direzione opposta rispetto alle politiche europee di conservazione. Estende la pressione venatoria su numerose specie in stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie cacciabili, incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei calendari venatori e consente attività di caccia in fasi biologiche particolarmente delicate. Si tratta di un arretramento rispetto agli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità 2030, che prevede l’ampliamento delle aree protette e il rafforzamento della tutela degli ecosistemi. Nasce “Caccia S.p.A.” e la fauna diventa impresa Il cuore del provvedimento riguarda la trasformazione delle aziende faunistico-venatorie. Oggi esse operano senza fini di lucro, proprio perché la fauna selvatica è un bene pubblico. Il disegno di legge elimina questo vincolo. Le aziende potranno operare come imprese commerciali, ampliando periodi di immissione e abbattimento e trasformando la caccia in un servizio economico integrato in attività agro-turistiche. Nasce così la “Caccia S.p.A.”: un modello in cui il valore economico prevale sulla funzione pubblica della biodiversità. Viene inoltre rafforzato l’uso dei richiami vivi, con tutte le implicazioni etiche e biologiche già più volte segnalate a livello europeo.

Un errore anche economico

La biodiversità rappresenta un’infrastruttura naturale essenziale per il funzionamento dell’economia. Servizi ecosistemici come impollinazione, fertilità dei suoli, regolazione idrica, stoccaggio del carbonio e controllo biologico dei parassiti sono alla base della produzione agricola e della stabilità ambientale. La loro riduzione comporta costi economici enormi e difficilmente reversibili. Distruggere biodiversità per creare un mercato venatorio significa ridurre la ricchezza collettiva per aumentare profitti privati di breve periodo.

La scienza parla chiaro, è il momento di mobilitarsi

La comunità scientifica internazionale riconosce che il pianeta è entrato in una fase di sesta estinzione di massa. Il tasso di perdita delle specie è oggi enormemente superiore ai valori naturali storici. Gli uccelli migratori sono tra i gruppi più vulnerabili. In questo scenario, aumentare la pressione venatoria non rappresenta gestione, ma accelerazione del declino. Il procedimento legislativo non è ancora concluso. La Camera dei deputati può ancora intervenire e modificare radicalmente il testo. È necessario un movimento ampio e trasversale che coinvolga comunità scientifica, mondo agricolo, operatori del turismo sostenibile, amministratori locali, associazioni e cittadini. Non è una contrapposizione tra categorie, ma tra due modelli di società: uno che considera la natura una risorsa da sfruttare; e uno che la riconosce come patrimonio comune e fondamento della Repubblica. Il rischio non è solo ambientale, ma istituzionale ed europeo. Ignorare i rilievi della Commissione europea significherebbe esporre l’Italia a nuove procedure di infrazione e a ulteriori costi collettivi.

versione per Pressenza

Aurelio Angelini