Tag - scienza e tecnologia

Diplomazia scientifica: 24 esperti di 13 nazioni al XIII Corso AAAS–TWAS
L’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico nei Paesi in via di sviluppo (TWAS) e l’American Association for the Advancement of Science (AAAS) hanno riunito dodici coppie di scienziati e decisori politici provenienti da tredici paesi del mondo, tra cui Malawi, Paraguay e Tagikistan, convenuti a Trieste per la 13esima edizione del Corso AAAS–TWAS sulla Diplomazia Scientifica. Dandone notizia, TWAS spiega: “L’iniziativa mira a rafforzare il dialogo tra scienza e diplomazia per favorire soluzioni fondate su evidenze scientifiche, capaci di affrontare sfide globali complesse quali i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e la perdita di biodiversità”. “La scienza è un motore di progresso condiviso, non una ‘moneta di scambio geopolitica’ – ha dichiarato Lamberto Moruzzi, direttore principale per la Diplomazia Scientifica, Spaziale e Sportiva presso la Direzione Generale per la Cooperazione Economica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), che ha sostenuto la TWAS fin dalla sua fondazione – L’Italia promuove la diplomazia scientifica attraverso la cooperazione internazionale, una competizione equa e partnership basate sulla fiducia, grazie alla nostra rete estesa di centri di ricerca, università e addetti scientifici presso le Ambasciate italiane. Sosteniamo la mobilità e le collaborazioni come strumenti di crescita comune; promuoviamo un accesso equo alla conoscenza, alle infrastrutture di ricerca e alle tecnologie emergenti; e sosteniamo organizzazioni multilaterali come la TWAS e l’ICTP, che ospitiamo con orgoglio a Trieste. La diplomazia scientifica deve costituire il fondamento per affrontare sfide complesse con prove scientifiche, trasparenza, responsabilità condivisa, e standard e meccanismi di governance globali comuni”. “In un contesto segnato da conflitti, emergenza climatica e crescente diffusione della disinformazione, la diplomazia scientifica è diventata indispensabile – ha dichiarato Marcelo Knobel, Direttore Esecutivo della TWAS – È uno strumento fondamentale per costruire fiducia, superare le divisioni e garantire che la cooperazione scientifica rimanga inclusiva ed equa. Attraverso questo programma di formazione contribuiamo a sviluppare la nuova generazione di diplomatici della scienza di cui i Paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno per rafforzare la propria voce nei processi decisionali globali”. Il corso è cominciato oggi, 21 luglio, con la TWAS Budinich Science Diplomacy Lecture tenuta da Ko Barrett, vice segretaria generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), sul ruolo della diplomazia scientifica nell’affrontare le grandi sfide globali. La sua conferenza ha reso omaggio al fisico italiano Paolo Budinich, la cui visione, sviluppata insieme al premio Nobel Abdus Salam, ha portato alla nascita di importanti istituzioni scientifiche internazionali, tra cui la TWAS, contribuendo a fare di Trieste uno dei principali poli della cooperazione scientifica. “Stiamo vivendo in un’epoca di profonde trasformazioni, in cui il contesto geopolitico cambia rapidamente e le società sono ridefinite dai progressi scientifici e tecnologici – ha osservato Kim Montgomery, direttrice degli affari internazionali e della diplomazia scientifica dell’AAAS – La diplomazia scientifica rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide e cogliere le opportunità di questo momento storico. Questo corso fa conoscere questo strumento sia a chi si occupa di decisioni politiche sia a chi si occupa di scienza, offrendo l’opportunità di stringere relazioni reciproche e con la più vasta rete della diplomazia scientifica”. “Per garantire che il quadro rimanga applicabile al contesto attuale, nel febbraio 2025 la AAAS e la Royal Society hanno pubblicato un aggiornamento del quadro di riferimento sulla diplomazia scientifica che passa da una prospettiva teorica a una pratica, focalizzandosi sul modo in cui scienza e diplomazia si influenzano a vicenda – è precisato nel comunicato di TWAS – Il documento afferma che la diplomazia scientifica è uno strumento per promuovere obiettivi diplomatici, che possono essere percepiti come positivi o negativi. E riconosce che esiste un panorama più ampio di attori coinvolti nella diplomazia scientifica, incluse aziende sovranazionali e “giganti della tecnologia” che esercitano proprie forme di governance. Nel 2010 AAAS e la Royal Society di Londra hanno tracciato un quadro di riferimento per la diplomazia scientifica che ha stimolato un dibattito internazionale sui legami tra scienza e diplomazia. Da allora, il mondo è diventato più diviso e complesso, e la necessità di disporre di una diplomazia scientifica scientifica efficace è cresciuta”. Il Corso AAAS–TWAS sulla diplomazia scientifica coinvolge coppie di partecipanti provenienti dallo stesso Paese: ciascuna è composta da un giovane ricercatore, il cui lavoro scientifico e impegno pubblico sono rilevanti per le politiche internazionali, e da un decisore politico o funzionario impegnato in ambiti legati alla scienza, per esempio un funzionario governativo, un diplomatico o un rappresentante di un’istituzione che finanzia la ricerca. “Nei suoi oltre dieci anni il corso ha formato oltre 400 partecipanti, i quali oggi influenzano le politiche pubbliche e diffondono competenze su un settore in continua espansione come la diplomazia scientifica nei Paesi in via di sviluppo – spiega il comunicato di TWAS – Nelle tre giornate della sua XII edizione i partecipanti approfondiranno temi di interesse comune per i diversi Paesi, tra cui il ruolo della diplomazia scientifica nell’attuale scenario geopolitico, le strategie per incidere sui processi decisionali, il ruolo degli scienziati in un contesto di trasformazione del multilateralismo, e la cooperazione internazionale nella realizzazione di progetti su vasta-scala”.   Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
Dichiarazione di Roma: appello per una nuova etica globale su intelligenza artificiale e armi nucleari
Più di 200 premi Nobel, scienziati, diplomatici, esperti di tecnologia, capi religiosi e sostenitori della pace si sono riuniti a Roma questa settimana per affrontare quello che molti di loro hanno descritto come la sfida definitiva del nostro tempo: assicurare che l’intelligenza artificiale sia uno strumento al servizio dell’umanità e non acceleri piuttosto i rischi bellici, in particolare quelli della guerra nucleare. Svoltasi dal 14 al 16 luglio, la Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War, si è conclusa con l’adozione della Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell’era dell’intelligenza artificiale, delle armi nucleari e autonome, dei nuovi protocolli digitali e dei modelli emergenti di sviluppo digitale (Vatican News). Ospitata a Borgo Laudato Si’ a Castel Gandolfo prima di concludersi al Colle Capitolino di Roma, l’Assemblea è stata ispirata dall’appello di Papa Leone XIV per un sistema etico che guidi il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale. I partecipanti hanno sostenuto che l’IA è diventata molto più di un’innovazione tecnologica; rappresenta ora una profonda sfida politica, culturale ed etica che modellerà le relazioni internazionali per generazioni (Angelus News – Multimedia Catholic News). La Dichiarazione riconosce che l’umanità si trova davanti a una convergenza senza precedenti di tecnologie trasformative e capacità militari distruttive. Anche se l’intelligenza artificiale promette enormi benefici nei campi della medicina, dell’istruzione, delle scoperte scientifiche e della protezione ambientale, la sua integrazione nei sistemi militari — comprese le armi autonome e i sistemi di comando e controllo nucleare — potrebbe aumentare drasticamente il rischio di conflitti non intenzionali. Tra i suoi principi cardine, la Dichiarazione di Roma sostiene che le decisioni legate all’uso di forza letale, e in particolare alle armi nucleari, non devono mai essere delegate in toto alle macchine. La Dichiarazione richiede un controllo umano significativo sui sistemi IA, una rinnovata cooperazione internazionale sul disarmo nucleare, una governance più decisa delle tecnologie emergenti e un modello di sviluppo incentrato sulla dignità umana piuttosto che sulla competizione geopolitica (Vatican News). Sebbene molte dichiarazioni internazionali abbiano messo in guardia sulle armi nucleari o sull’intelligenza artificiale prese singolarmente, questo incontro ha sottolineato che le due questioni sono ormai divenute inseparabili. L’IA è sempre più in grado di processare le informazioni militari, accelerare le decisioni sul campo di battaglia e operare sistemi autonomi con una rapidità ben oltre la reazione umana. Durante una crisi nucleare, anche solo un piccolo errore, un calcolo sbagliato o una manipolazione cyber potrebbero portare a conseguenze catastrofiche. L’Assemblea ha dunque collocato la sfida non solo nella regolamentazione della nuova tecnologia, ma anche nella ridefinizione del rapporto tra umanità e tecnologia stessa. I partecipanti hanno dichiarato che il progresso scientifico deve restare subordinato alla responsabilità etica e al bene comune. La Dichiarazione di Roma giunge inoltre in un momento nel quale i governi mondiali stanno investendo pesantemente nelle applicazioni militari dell’intelligenza artificiale, mentre gli accordi internazionali sul controllo delle armi continuano a indebolirsi. Le attuali dottrine militari si erano sviluppate in un’era in cui i decisori umani disponevano di più tempo per valutare le crisi. L’intelligenza artificiale potrebbe comprimere quelle finestre temporali e prendere una decisione nel giro di pochi secondi, aumentando la pressione verso risposte automatiche che possono determinare il destino di milioni di persone. Per i sostenitori della pace, l’Assemblea rappresenta un seguito importante di una tradizione che risale alla Dichiarazione di Mainau del 1955, quando i premi Nobel avvertirono per la prima volta l’umanità dei pericoli esistenziali posti dalle armi nucleari. Più di recente, i premi Nobel hanno rinnovato quelle dichiarazioni sui rischi nucleari e sulla governance delle tecnologie emergenti. La Dichiarazione di Roma ne estende il retaggio riconoscendo che la salvaguardia della pace nel ventunesimo secolo richiede di affrontare le armi nucleari e l’intelligenza artificiale come sfide globali interconnesse. (Wikipedia) Eppure, il contributo più significativo della Dichiarazione risiede forse più in là delle sue specifiche raccomandazioni. Suggerisce che la governance dell’intelligenza artificiale non può essere ridotta alla sola regolamentazione tecnica. Dietro ogni algoritmo, ogni sistema autonomo e ogni applicazione militare, continuano a esserci delle decisioni profondamente umane legate a valori, responsabilità e al tipo di civiltà che desideriamo costruire. Se la Dichiarazione di Roma avrà un’influenza sui governi resta incerto. Ma il suo messaggio è inequivocabile: l’umanità è giunta a un punto in cui l’innovazione tecnologica priva di una direzione etica può tramutarsi in una delle maggiori minacce alla pace. Se l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei più grandi successi della storia, sostiene l’Assemblea, deve prima di tutto sottostare fermamente alla responsabilità umana ed essere guidata dai principi di cooperazione, dignità e preservazione della vita. Post Instagram Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu Pressenza New York
July 19, 2026
Pressenza
USA, nel 2023 emergeva il vergognoso esperimento dei “gatti cannibali”
In tutto il mondo crescono le richieste di vietare i mercati di animali vivi, soprattutto dopo che la Covid-19 dal 2020 al 2021 ha terrorizzato il pianeta, è apparso nel sangue, nell’intestino e negli escrementi di animali terrorizzati macellati davanti ai clienti in un “mercato umido” (un mercato che vende animali vivi) a Wuhan, in Cina. E, mentre le nazioni di tutto il mondo tentavano di contenere la pandemia attraverso lockdown, quarantene e vari gradi di violazione dei diritti e delle libertà delle loro popolazioni – o delle loro “mandrie”, come direbbe Michel Foucault – il movimento per i diritti degli animali si è sollevato per chiedere un divieto mondiale della pratica oscena dei mercati di animali vivi. La condanna dei mercati di animali vivi, lungi dall’essere limitata ai paesi “occidentali”, proveniva da organizzazioni con sede in tutto il mondo: India, a Bangkok e persino in Cina. Il divieto proposto avrebbe riguardato tutti i paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti (solo a New York si contano  80 mercati di animali vivi ), e avrebbe avuto ripercussioni sulle importazioni americane di animali per la ricerca scientifica provenienti dai mercati cinesi. Purtroppo nemmeno la Covid-19 ha posto fine al business della vivisezione e della sperimentazione animale che nasconde assurdità inconcepibili in un mondo che si sciacqua la bocca con i discorsi sull’eticità. A tal riguardo è interessante rievocare il famigerato esperimento dei “gattini cannibali” . Un’inquietante relazione del 2023 di un organismo di controllo affermava che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) aveva speso 22,5 milioni di dollari per condurre ricerche “inutili e ingiustificabili” che prevedevano l’uccisione di gatti e l’induzione del “cannibalismo felino”, tra le altre pratiche riprovevoli. Il rapporto, redatto dall’organizzazione no-profit White Coat Waste Project – che si oppone alla sperimentazione animale da parte del governo – e dall’ex scienziato del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) Jim Keen – affermava che gran parte di questa ricerca riguardava la toxoplasmosi, una malattia trasmessa dal parassita Toxoplasma gondii . Secondo il rapporto, fino al 2015 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) acquistava e uccideva gatti e cani provenienti da paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e ne dava parti a gatti e altri animali allevati in laboratorio per la ricerca, di fatto imponendo quello che l’organismo di controllo definisce “cannibalismo felino”. Resti di gatti acquistati in Cina venivano anche iniettati nei topi, stando al documento. “Il consumo di carne di cane e di gatto rappresenta una dieta anomala per questi animali e per i topi, quindi è probabilmente irrilevante per la biologia naturale della toxoplasmosi” – affermava il rapporto – “La loro rilevanza e giustificazione scientifica sono, nella migliore delle ipotesi, discutibili, così come la loro rilevanza per la salute pubblica americana, dato che non consumiamo carne di cane e di gatto e tale pratica è ora illegale negli Stati Uniti”. “L’ARS continua a valutare le proprie attività per migliorare la ricerca sulla toxoplasmosi, salvaguardando al contempo la salute del popolo americano” – affermava il portavoce del Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) – “L’USDA rimane impegnato a proteggere la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare americano e mantiene la massima aderenza agli standard etici e alle migliori pratiche di gestione”. Il T. gondii è molto comune e la malattia può insorgere tramite il contatto con cibo contaminato, feci di gatto o trasmissione da madre a figlio, ma la maggior parte delle persone esposte non sviluppa mai sintomi di toxoplasmosi, secondo la Mayo Clinic . È più grave per le persone con un sistema immunitario compromesso, così come per le donne in gravidanza e i loro bambini. I gatti sono gli unici animali in cui il T. gondii può completare il suo intero ciclo vitale, quindi sono stati tradizionalmente utilizzati nella ricerca sulla toxoplasmosi, affermava il nuovo rapporto. La ricerca, condotta presso il Laboratorio per le malattie parassitarie degli animali del Servizio di ricerca agricola del Maryland, prevedeva l’allevamento di gatti specificamente per nutrirli con carne cruda infetta da T. gondii. I ricercatori raccoglievano poi le feci dei gatti per prelevare le uova del parassita da utilizzare nella ricerca sulla sicurezza alimentare e uccidevano gli animali una volta che smettevano di espellere uova, nonostante gli esperti veterinari avessero affermato che non avrebbero rappresentato un rischio per la salute pubblica se fossero stati dati in adozione, si legge nel rapporto. Il programma è costato 22,5 milioni di dollari e ha causato la morte di oltre 3.000 gatti dal 1982, secondo il rapporto. “La sperimentazione sulla toxoplasmosi dei gattini condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) causa inutili dolori e sofferenze agli animali, apporta scarsi o nulli benefici scientifici e spreca milioni di dollari dei contribuenti a causa di un finanziamento federale interno perpetuo e non competitivo”, affermava il rapporto. Il White Coat Waste Project ha segnalato per la prima volta la ricerca sulla toxoplasmosi condotta dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) in un’indagine del 2022. In quell’anno i legislatori hanno presentato il KITTEN Act (Kittens in Traumatic Testing Ends Now) , che chiedeva la fine di questo tipo di sperimentazione sui gatti. Il disegno di legge è stato ripresentato al Congresso a dicembre 2023, come riportava la NBC News . “Il fatto che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) abbia catturato animali domestici e altri cani e gatti innocenti in paesi stranieri, compresi i mercati della carne cinesi condannati dal Congresso, per poi ucciderli e darli in pasto a gatti da laboratorio qui negli Stati Uniti, è semplicemente disgustoso e ingiustificabile” – dichiarò alla NBC il deputato della Florida Brian Mast, co-firmatario della legge. Il Servizio di Ricerca Agricola (ARS) del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha annunciato il 2 aprile 2024 che avrebbe riorientato la sua ricerca sulla toxoplasmosi e che “l’uso di gatti come parte di qualsiasi protocollo di ricerca in qualsiasi laboratorio dell’ARS è stato interrotto e non verrà ripristinato”. Quattordici gatti che erano coinvolti nel programma di ricerca sono stati inoltre dati in adozione a dipendenti dell’USDA, secondo quanto riportato nella dichiarazione. In risposta, il presidente del White Coat Waste Project, Anthony Bellotti, ha dichiarato in un comunicato che il gruppo è “entusiasta che, dopo un anno di intensa campagna da parte del White Coat Waste Project e dei suoi 2 milioni di membri e sostenitori, insieme alla leadership di numerosi membri del Congresso repubblicani e democratici, il mattatoio di gattini dell’USDA sia stato finalmente relegato alla lettiera della storia”. Purtroppo questo è il destino ancora degli animali usati in moltissimi sperimenti e il copione si concretizza spesso con le stesse modalità. E’ arrivato il momento di porre fine a questa ecatombe. Lorenzo Poli
July 10, 2026
Pressenza
L’estate dell’ascolto: in Emilia-Romagna la musica riscopre la natura, la storia e la cura dell’umano
Da Rimini a Ravenna, fino alla pianura bolognese, una rete di rassegne culturali prestigiose propone un’alternativa etica ai mega-concerti della riviera, il cui impatto antropico mette a rischio habitat dunali e specie protette. Al centro: l’ecologia profonda, la sorellanza e la cura degli spazi comunitari. C’è un’Emilia-Romagna estiva che sfugge alle logiche del turismo di massa, del consumo rapido e dell’intrattenimento rumoroso. È un’area geografica e culturale che, nel mese di luglio, si riscopre legata da un filo invisibile: quello dell’ascolto profondo, dell’intimità e della cura reciproca tra l’essere umano e l’ambiente che lo ospita. Attraverso formati che uniscono la ricerca musicale, la cura dell’umano e dell’ambiente, diverse rassegne nelle province di Rimini, Ravenna e Bologna stanno tracciando una mappa della resistenza culturale, dimostrando come l’arte possa farsi custode del territorio e delle relazioni umane. Sintonizzarsi con la biosfera: il gemellaggio tra “In mezzo scorre il fiume” e “Altissime Voci” Il primo esempio di questa sinergia si manifesta sabato 11 luglio nell’incantevole e protetta cornice dell’Oasi del Quadrone a Medicina (BO), con l’evento Voci d’Acqua: voci d’acqua e sinfonie selvatiche. Non si tratta di un concerto tradizionale, ma di un’escursione sensoriale itinerante e completamente acustica (unplugged) che prenderà il via alle prime luci dell’alba, alle ore 07:00, da località La Vallona. L’appuntamento nasce dal gemellaggio artistico e d’intenti tra due festival regionali improntati all’ecologia profonda: In mezzo scorre il fiume, diretto dalla cantante e ricercatrice Luisa Cottifogli, e Altissime Voci – Festival Musicale tra Terra e Cielo, ideato e guidato da Arianna Lanci, mezzosoprano e responsabile LIPU di Rimini. L’evento vedrà le due artiste e direttrici fondere le proprie voci in un dialogo intimo con il paesaggio sonoro dell’oasi, muovendosi tra le tradizioni locali delle mondine, la poesia e l’improvvisazione vocale. La collaborazione con il Corpo Guardie Ambientali Metropolitane sottolinea la natura non solo artistica, ma civica dell’iniziativa. È l’espressione di una “sorellanza” che mette al centro la custodia della Terra, ricordando alla comunità l’interconnessione profonda tra uomo e biodiversità. Spazi restituiti alla comunità: la memoria sul colle di Rimini Spostandosi verso la costa, ma salendo sui colli di Covignano che dominano la riviera, la cura dell’umano e la valorizzazione del territorio trovano spazio nella seconda edizione di Serate al Colle – Tra cinema, storie e stelle. Promossa dall’Associazione Roveto Ardente APS con l’obiettivo di restituire alla cittadinanza il rinnovato giardino dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, la rassegna trasforma questo spazio verde in un avamposto di dialogo, silenzio e riflessione collettiva. L’iniziativa anima l’estate riminese attraverso un percorso culturale articolato in cinque giovedì a ingresso gratuito durante tutto il mese di luglio. Il calendario propone un’eterogeneità di linguaggi che spazia dal cinema d’autore all’approfondimento artistico: dopo l’apertura del 2 luglio dedicata alla proiezione di Leggere Lolita a Teheran, il programma prosegue il 9 luglio con un focus incentrato su Giotto e il fumetto. Il 16 luglio la rassegna culmina nell’intreccio narrativo-musicale dello spettacolo L’ascoltastorie, per poi riprendere con la settima arte il 23 luglio con Appuntamento a Land’s End e concludersi il 30 luglio con la pellicola L’Orchestra Stonata. Un mosaico di appuntamenti ideato per riscoprire la dimensione comunitaria e il valore civico della condivisione all’aria aperta. Archeologia della musica  Il viaggio attraverso questa estate dell’ascolto prosegue nel territorio ravennate con un pilastro della programmazione concertistica estiva: la rassegna I luoghi dello Spirito e del Tempo. Attiva da oltre trent’anni e inserita nel prestigioso network europeo REMA (Early Music in Europe), questa manifestazione si distingue per la sua capacità di fondere l’archeologia musicale con la valorizzazione del patrimonio monumentale romagnolo. Organizzato dal Collegium Musicum Classense, il festival persegue l’obiettivo etico di aprire al pubblico cortili, chiese e palazzi storici normalmente non visitabili, trasformandoli in culle di memoria e condivisione. È in questa imponente cornice che giovedì 30 luglio, alle ore 21:00, il cinquecentesco cortile di Palazzo Grossi a Castiglione di Ravenna ospiterà il Trio Lympha con il concerto Harmonia Mundi: il canto degli elementi. Attraverso l’uso di strumenti antichi e rari come il salterio e la nyckelharpa, uniti a percussioni e canti corali, la formazione proporrà un raffinato programma in cui la musica antica si fonde con le tradizioni popolari del mondo. Il filo conduttore della serata sarà il “battito degli elementi”, un concetto filosofico e sonoro capace di legare il misticismo medievale di Ildegarda di Bingen ai canti dei nativi americani. L’evento, ad ingresso a offerta libera, intende dimostrare come le radici musicali di culture, geografie e secoli apparentemente distanti rispondano allo stesso identico stimolo ancestrale: la vibrazione del cosmo e la profonda relazione spirituale tra l’essere umano e la natura. Un modello culturale per il futuro Cosa unisce, dunque, l’alba di Medicina, il giardino comunitario di Rimini e i palazzi storici del ravennate? La risposta risiede nella decostruzione del classico “grande evento” spettacolare a favore di una dimensione più intima, etica e sostenibile. Si avverte la necessità di porre un’alternativa ai mega-concerti che ogni estate si insediano sui litorali: appuntamenti di massa che rischiano di compromettere l’equilibrio delle delicate aree dunali, ecosistemi fragili dove la tutela della biodiversità — come la salvaguardia dei pulli di fratino o la protezione dei nidi di tartaruga marina — dovrebbe essere la priorità assoluta. Un precedente virtuoso in questa direzione viene tracciato ogni anno a giugno da Into the Blue – Sea Life Fest. Giunto nel 2026 alla sua sesta edizione, il festival organizzato da Fondazione Cetacea tra Rimini e Riccione è nato proprio per promuovere la coesistenza sostenibile tra le attività umane e la biologia marina. In questo panorama, tutti i festival citati non si limitano all’aspetto concertistico, ma propongono una musica concepita come strumento di connessione profonda, promuovendo cultura a 360 gradi. Le esecuzioni sonore si arricchiscono così, di volta in volta, di momenti emozionanti che uniscono ricerca (etnomusicologica o scientifica), alternandosi a seminari, conferenze di approfondimento, letture drammatizzate e poesia, offrendo al pubblico occasioni plurali di riflessione. Queste rassegne dimostrano che la musica e l’arte non devono necessariamente consumare il territorio che le ospita, ma possono valorizzarlo, proteggerlo e spiegarlo. In un momento storico segnato da forti crisi ambientali e sociali, in cui l’antropizzazione dei litorali mette a dura prova gli habitat costieri, e in cui tra cementificazione e taglio di alberi si mettono a rischio di alluvioni intere città, l’alleanza tra festival artistici regionali, il supporto reciproco tra artiste impegnate nel sociale e la scelta di dare spazio alla fragilità umana offrono un modello culturale necessario. In un paese in cui molti lavoratori dello spettacolo, per riuscire a sopravvivere, scelgono il silenzio o una “neutralità” che non li esponga pur di non scontentare i committenti per arrivare a fine mese, il successo di queste rassegne lancia un segnale potente. La loro crescente affluenza di pubblico non ha nulla a che fare con i grandi eventi commerciali di massa, rappresenta, al contrario, l’espansione di una comunità consapevole che cerca risposte e condivisione. In Emilia Romagna quest’estate la musica ci invita a fermarci e ad ascoltare, per meditare sul nostro passato… E sul futuro che vogliamo dipingere insieme. Per conoscere tutti gli appuntamenti delle Rassegne musicali citate: * In mezzo scorre il fiume: Per consultare il calendario completo della VII edizione del festival itinerante tra arte, musica e natura guidato da Luisa Cottifogli, è disponibile il portale ufficiale di In mezzo scorre il fiume. * Altissime Voci: Il programma completo del festival musicale dedicato ai rondoni e alla biodiversità urbana, ideato e diretto da Arianna Lanci, si trova sulla pagina Facebook Altissime Voci 2026 * Serate al Colle: Il cartellone completo dei cinque giovedì culturali ospitati nel giardino del Seminario vescovile sul colle di Covignano è raggiungibile sul portale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”, * I luoghi dello spirito e del tempo: Per esplorare i trent’anni di storia della rassegna europea di musica antica e la scheda del concerto del 30 luglio a Palazzo Grossi, è possibile visitare il sito ufficiale: Collegium Musicum Classense o la pagina Facebook de I luoghi dello spirito e del tempo. * Into the Blue – Sea Life Fest: Per documentarsi sulle attività di salvaguardia della fauna marina romagnola e sui dettagli del festival sulla coesistenza balneare svoltosi a giugno, le informazioni ufficiali e i report dei nidi protetti sono pubblicati direttamente sul sito di Fondazione Cetacea. Redazione Italia
July 10, 2026
Pressenza
“Siamo polvere di stelle”. La fraternità cosmica come imperativo etico
Il pensiero di Margherita Hack tra astrofisica e pacifismo  L’avventura scientifica del Novecento e dei primi decenni del Duemila ha profondamente ridefinito la posizione dell’essere umano nell’universo, non soltanto grazie ai progressi della ricerca e della tecnologia, ma anche attraverso una radicale rilettura filosofica ed esistenziale delle grandi scoperte astronomiche. In questo contesto, la figura dell’astrofisica Margherita Hack si distingue per aver saputo trasformare le conoscenze sull’evoluzione delle stelle in una riflessione umanistica di straordinaria forza etica e civile. Quando sosteneva che tutta l’umanità ha avuto origine nel cuore delle stelle, Hack non ricorreva a una metafora suggestiva, ma richiamava una realtà scientificamente fondata. Da questa consapevolezza faceva discendere un autentico imperativo morale: il riconoscimento della comune appartenenza dell’intera specie umana a una stessa storia cosmica, che rende ancora più insensata e inaccettabile ogni forma di guerra e, soprattutto, la prospettiva dell’autodistruzione nucleare. Per comprendere la portata di questa visione è necessario partire dal legame materiale che unisce l’evoluzione dell’universo alla nascita della vita sulla Terra. La moderna astrofisica ha dimostrato che gli elementi chimici indispensabili agli organismi viventi – carbonio, ossigeno, calcio, ferro e molti altri – non esistevano nelle primissime fasi dell’universo. Dopo il Big Bang erano presenti quasi esclusivamente idrogeno ed elio. Solo attraverso i processi di fusione nucleare sviluppatisi all’interno delle prime generazioni di stelle e la successiva dispersione di tali elementi nello spazio mediante le esplosioni di supernovae, il mezzo interstellare si è progressivamente arricchito della materia necessaria alla formazione dei pianeti rocciosi e, infine, della vita. La celebre espressione secondo cui siamo “polvere di stelle” non rappresenta quindi un’immagine poetica, ma la sintesi di un dato scientifico. Margherita Hack ne coglieva la straordinaria portata filosofica, osservando come la tavola periodica degli elementi costituisca, in fondo, la vera genealogia dell’umanità. Da questa comune origine materiale prende forma una concezione della sacralità della vita del tutto originale. Pur essendo profondamente laica e rigorosamente razionalista, Hack riconosceva un valore assoluto all’esistenza umana, non perché derivasse da un disegno soprannaturale, ma perché rappresenta il risultato straordinariamente improbabile di quasi quattordici miliardi di anni di evoluzione cosmica. Nell’essere umano la materia dell’universo diventa consapevole di sé stessa: acquisisce la capacità di interrogarsi sulle proprie origini, di comprendere le leggi della natura e di riflettere sul proprio destino. È proprio questa coscienza a rendere la vita immensamente preziosa e, al tempo stesso, estremamente fragile. Se l’universo ha impiegato miliardi di anni per generare una forma di vita capace di conoscere sé stessa, la sua distruzione in un conflitto globale costituirebbe non soltanto il fallimento di una civiltà, ma l’interruzione tragica di un lunghissimo processo evolutivo. Il monito di Margherita Hack contro le armi nucleari si inserisce precisamente in questa prospettiva. Le armi di distruzione di massa sfruttano le stesse forze fondamentali della natura – la fissione e la fusione nucleare – che alimentano le stelle e hanno reso possibile la formazione degli elementi indispensabili alla vita. L’umanità è riuscita a comprendere il linguaggio dell’universo e a dominare il “fuoco delle stelle”, ma ha finito per rivolgere questa immensa potenza contro sé stessa. Per Hack ciò rappresenta uno dei più gravi paradossi della storia umana: utilizzare l’energia che ha reso possibile la nostra esistenza per cancellarla significa rovesciare il senso stesso dell’evoluzione cosmica, trasformando uno strumento di conoscenza e di progresso in un mezzo di annientamento. La minaccia atomica, pertanto, non costituisce soltanto un problema politico o militare, ma assume il significato di una profonda aberrazione etica e di un’offesa alla storia stessa dell’universo. Questa riflessione conduce naturalmente a una concezione della fraternità umana che supera ogni confine nazionale, religioso, culturale o ideologico. Se tutti gli esseri umani condividono la medesima origine cosmica, allora le differenze che spesso alimentano conflitti e discriminazioni appaiono secondarie rispetto alla fondamentale unità della specie. La fratellanza universale non è più soltanto un ideale morale o un’aspirazione utopica, ma trova il proprio fondamento nella realtà fisica che accomuna ogni essere vivente. Il messaggio di Margherita Hack conserva oggi una straordinaria attualità. In un mondo segnato dal riarmo, dal ritorno della deterrenza nucleare e dall’intensificarsi dei conflitti internazionali, la sua lezione invita a guardare oltre gli interessi immediati delle nazioni per assumere una prospettiva autenticamente planetaria. La scienza, lungi dall’essere neutrale rispetto ai destini dell’umanità, diventa così una fonte di responsabilità etica. Sapere di essere figli delle stelle significa riconoscersi parte di un’unica comunità cosmica e assumere il dovere di custodire la vita, il pianeta e il futuro delle generazioni che verranno. Solo così la luce della coscienza, faticosamente accesa nel corso di miliardi di anni di evoluzione, potrà continuare a illuminare il cammino dell’umanità invece di essere spenta dall’irrazionalità della guerra e dalla minaccia dell’autodistruzione nucleare.    Laura Tussi
July 4, 2026
Pressenza
SpaceX e la grande bolla estrattivista: il capitale sfugge alla gravità terrestre, i costi restano sulle spalle di noi tutti
Nel XXI secolo l’appropriazione sistematica di beni comuni trasformati in rendita non riguarda più solo miniere, foreste o giacimenti petroliferi. Essa investe anche l’atmosfera, gli oceani, i dati digitali e, oggi, persino lo spazio circumterrestre. L’Ipo (Offerta pubblica di acquisto) di 75 miliardi di dollari dell’azienda spaziale di Elon Musk (primo trilionario della storia finanziaria del mondo) è l’indicatore di un salto di qualità senza precedenti. Ma chi ne paga i costi? Musk raccoglie liquidità dal risparmio diffuso, concentra la ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Solo nei primi sei mesi del 2025, i satelliti Starlink hanno effettuato 145.000 manovre per non scontrarsi nella bassa orbita terrestre: quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. Un bene comune dell’umanità rischia di essere inservibile per l’accumulo di detriti orbitali, precludendo l’accesso allo spazio di satelliti per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. E la fuliggine dei razzi si deposita nella stratosfera con effetti climatici peggiori di quella terrestre_ > LA VALUTAZIONE RAGGIUNTA DA SPACEX PONE INTERROGATIVI CHE VANNO OLTRE LA > DIMENSIONE INDUSTRIALE E TECNOLOGICA. ESSA SEMBRA RAPPRESENTARE UNA NUOVA FASE > DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, NELLA QUALE L’ASPETTATIVA FINANZIARIA TENDE A > PREVALERE SUI LIMITI MATERIALI, ECOLOGICI E SOCIALI   Lo spazio come nuova frontiera estrattivista L’estrattivismo classico si riconosce in un pattern preciso: si prendono risorse comuni, la foresta amazzonica, i fondali marini, i giacimenti di litio, se ne privatizzano i benefici, se ne socializzano i costi ambientali. SpaceX ha semplicemente spostato questa frontiera in alto, fino all’orbita terrestre bassa. Kate Raworth, in Doughnut Economics, ha proposto un modello in cui l’economia deve restare entro due soglie: quella dei bisogni sociali fondamentali da garantire a tutti, e quella dei limiti planetari da non superare. La corsa allo spazio di Musk viola entrambe: ignora i bisogni sociali irrisolti sulla Terra e supera i limiti dell’orbita condivisa trasformandola in proprietà privata di fatto. (…)L’orbita bassa terrestre è un bene comune dell’umanità, regolato da trattati internazionali che risalgono all’era della Guerra Fredda. Musk lo sta occupando con decine di migliaia di satelliti privati come se fosse suo. Nessun parlamento ha votato. Nessun referendum è stato indetto. La privatizzazione del cielo avviene per il semplice fatto che qualcuno ha i razzi e il capitale per farlo.   La sindrome di Kessler: il debito ambientale non compare nel bilancio Con la crescita incontrollata delle megacostellazioni, il tempo teorico medio di collisione tra oggetti in orbita bassa è diminuito di circa 40 volte in soli 7 anni: si è passati da 121 a soli 2,8 giorni. Senza interventi, la sindrome di Kessler non è un’ipotesi catastrofista: è semplicemente la matematica dell’incuria applicata all’orbita terrestre. La teoria della sindrome di Kessler, formulata nel 1978 dall’astrofisico della Nasa Donald Kessler, descrive una reazione a catena in cui la collisione di due oggetti genera detriti che colpiscono altri satelliti, innescando un processo auto-sostenuto. Questo sistema potrebbe collassare e rendere inutilizzabili intere fasce orbitali per decenni. Tradotto: l’espansione incontrollata di Starlink potrebbe rendere impossibile il lancio di qualsiasi satellite in futuro, inclusi quelli per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. L’uomo che promette di salvare l’umanità portandola su Marte potrebbe invece precludere alla stessa umanità l’accesso allo spazio. Questo rischio non compare in nessuna voce del bilancio SpaceX…   L’atmosfera come discarica privata Un Falcon 9 di SpaceX si stacca dalla rampa di lancio Ogni lancio del razzo Falcon 9 di SpaceX immette nell’atmosfera circa 336 tonnellate di Co₂, l’equivalente di 395 voli intercontinentali. Nel 2023 i lanci spaziali sono stati 98, nel 2024 sono saliti a 131, con emissioni complessive che hanno superato i 3,7 milioni di tonnellate annue. Ma il problema più insidioso non è la Co₂ — è il dove. I razzi rilasciano fuliggine e altri inquinanti direttamente nella stratosfera, dove a differenza degli inquinanti emessi al suolo, queste particelle possono restare sospese per anni. La fuliggine dei razzi non è un dettaglio: depositandosi in stratosfera, produce effetti climatici superiori a quelli delle emissioni terrestri. Secondo lo University College London, entro il 2029 potrebbe rappresentare il 42% dell’impatto climatico dell’intero settore spaziale — una percentuale cresciuta dal niente, in silenzio, fuori da qualsiasi accordo internazionale sul clima. E i satelliti stessi, a fine vita, diventano veleno. Nei soli primi 4 mesi del 2026, i satelliti Starlink bruciati in atmosfera hanno rilasciato 5 tonnellate di ossido di alluminio nell’alta atmosfera. Alcune stime ritengono che entro pochi anni le megacostellazioni potrebbero rilasciare ogni anno 360 tonnellate di ossidi di alluminio, ben sei volte la quantità dovuta a fonti naturali come meteore e stelle cadenti. La professoressa Eloise Marais del University College London è stata categorica: «L’inquinamento prodotto dall’industria spaziale è simile a un esperimento di geoingegneria su piccola scala e privo di regolamentazione, che potrebbe avere numerose conseguenze ambientali indesiderate e gravi». Un esperimento senza consenso planetario. Condotto su tutta l’umanità. Finanziato dalla borsa valori. Bruno Latour, in Facing Gaia e in Down to Earth, ha scritto che il vero conflitto del nostro tempo non oppone progresso e conservazione, ma diverse modalità di abitare la Terra. La tecnologia non è mai neutrale: incorpora priorità politiche, rapporti di potere e modelli economici… La questione non è se tali tecnologie siano possibili, è a quale progetto di società vengano subordinate. I razzi di Musk non sono strumenti tecnici neutri: sono la materializzazione di una gerarchia precisa, in cui la libertà di movimento del capitale non conosce limiti fisici o atmosferici, mentre i costi di tale libertà ricadono sull’intero sistema vivente.   Il cielo rubato agli astronomi e ai popoli Gli astronomi hanno lanciato l’allarme sull’impatto che la riflessione solare dei satelliti Starlink ha sulle osservazioni celesti. Il crescere incontrollato delle scie luminose nei cieli notturni compromette gli strumenti scientifici, fino a oscurare oggetti cosmici distanti. Il cielo stellato, patrimonio culturale e scientifico dell’umanità intera, contemplato da ogni civiltà nella storia, viene progressivamente colonizzato da scie di satelliti commerciali. Nessuna comunità indigena, nessun osservatorio pubblico, nessun contadino che si orienta con le stelle è stato consultato. Il cielo è diventato un asset. Si compra. Si vende. Si quota in borsa. È questa, nella sua forma più letterale, la privatizzazione dell’infinito.   I 75 miliardi che non si sono mai visti sulla Terra La nuvola dei satelliti attorno alla bassa orbita terrestre: i due terzi sono delle società di Elon Musk Starlink-SpaceX Settantacinque miliardi di dollari raccolti in un giorno. Per dare una misura concreta: secondo le Nazioni Unite, eliminare la fame nel mondo richiederebbe circa 40 miliardi di dollari l’anno. Garantire accesso universale all’acqua potabile ne costerebbe 30. La transizione energetica per i paesi a basso reddito ne richiede circa 50.  In un solo giorno, il mercato ha mobilitato una volta e mezzo il budget necessario per sconfiggere la malnutrizione globale, e lo ha destinato a un’azienda che perde quattro miliardi al trimestre e promette di portare i miliardari su Marte. Come scrivono i firmatari dell’appello di Davos dei miliardari consapevoli: «La disuguaglianza ha raggiunto un punto critico e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave e cresce ogni giorno». Kate Raworth lo avrebbe pensato così: stiamo investendo enormi risorse per superare il soffitto cosmico, mentre ignoriamo sistematicamente il pavimento sociale la soglia minima di dignità, salute, istruzione e sicurezza alimentare che miliardi di persone non raggiungono ancora. Il modello economico che finanzia SpaceX è lo stesso che produce questa asimmetria.   Il “Pianeta B” come ideologia dell’abbandono Mentre la comunità scientifica continua a ricordare che la finestra temporale per contenere il riscaldamento globale si sta rapidamente restringendo, una parte crescente del capitale finanziario sembra investire non nella rigenerazione degli ecosistemi terrestri, ma nella costruzione di una narrativa di evasione. La colonizzazione di Marte viene così presentata come frontiera del progresso, quando il problema politico decisivo rimane la capacità di abitare in modo sostenibile il solo pianeta realmente disponibile. L’idea che Marte sia una soluzione ai problemi della Terra non è soltanto scientificamente infondata: è politicamente pericolosa. È l’ideologia dell’abbandono elevata a modello di business. Afferma implicitamente che il pianeta è consumabile, che l’ambiente è sacrificabile, che l’umanità può continuare a esternalizzare i costi del proprio metabolismo economico finché non si trova un’uscita di sicurezza. Latour, in Down to Earth, aveva già smontato questa illusione con precisione chirurgica: la fuga verso la frontiera, che si tratti dell’Ovest americano, delle colonie, o oggi di Marte, è sempre stata la risposta del capitale ai conflitti redistributivi che non voleva affrontare. Invece di discutere chi deve pagare il costo della crisi ecologica, si propone una nuova terra promessa. La narrazione marziana di Musk è la versione aggiornata e stellare di questa stessa logica. Jason W. Moore direbbe che siamo di fronte a un nuovo ciclo di “cheap nature”: ogni volta che i costi ambientali di un modello di accumulazione diventano insostenibili, il capitale trova una nuova natura di cui appropriarsi a basso costo. Oggi quella natura si chiama orbita bassa terrestre. Domani si chiamerà Marte. Il meccanismo non cambia: cambia solo il codice postale dell’estrattivismo. > NON C’È NESSUN PIANETA B. C’È SOLTANTO LA SCELTA, ANCORA APERTA, DI > SALVAGUARDARE IL PIANETA A VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
July 3, 2026
Pressenza
Quando la cultura sfidò il silenzio: Fidel Castro, il potere e gli intellettuali a Cuba (1961)
La Rivoluzione cubana ottenne la vittoria infrangendo molti paradigmi ideologici e politici (era impossibile trionfare combattendo contro l’esercito; nessun governo socialista poteva sopravvivere a 145 chilometri dagli Stati Uniti; solo i partiti comunisti sarebbero stati in grado di guidare un processo di liberazione socialista nazionale; i proletari dovevano essere i soggetti e i protagonisti fondamentali di questi processi). Fidel Castro e i suoi compagni superarono le barriere del pessimismo e del dogmatismo insiti in quei preconcetti . Lanciarono il loro assalto al potere attraverso la lotta armata e, una volta rovesciata la tirannia di Fulgencio Batista, erano certi che costruire un consenso fosse essenziale per raggiungere l’egemonia. Gli ostacoli erano immensi: gli attacchi della controrivoluzione interna e dell’imperialismo statunitense, urgenti necessità materiali, errori in vari ambiti della vita nazionale e, di fronte alla necessità di sopravvivenza, la ricerca di alleati esterni. Nel frattempo, si adoperarono per creare una nuova cultura. Il primo passo in questa direzione fu la Campagna di Alfabetizzazione. Il Ministero dell’Istruzione supervisionò questo compito e, attraverso la sua Direzione della Cultura, sviluppò anche festival di musica, balletto e teatro, mostre d’arte, distribuzione gratuita di libri, concorsi letterari e così via. Il 16 gennaio 1961 fu creato il Consiglio Nazionale della Cultura. In quel periodo, il paese si stava preparando a un’invasione mercenaria orchestrata dal governo degli Stati Uniti. In questo contesto, due giovani registi, Orlando Jiménez e Sabá Cabrera, hanno girato il cortometraggio “PM”, presentato in anteprima nella prima metà di maggio in un programma televisivo. Quando i registi hanno chiesto il permesso di proiettarlo nelle sale cinematografiche, la richiesta è stata respinta, con la motivazione che il film rifletteva solo un aspetto della vita notturna cittadina (persone che ballano, ascoltano musica, bevono), omettendo gli sforzi dei cittadini per difendersi dalle aggressioni esterne. Un gruppo di intellettuali ha quindi compreso che tale provvedimento limitava la libertà creativa e ha comunicato alle autorità la propria decisione di non partecipare al Congresso degli Scrittori e degli Artisti che si stava organizzando. Nel giugno del 1961, L’Avana era in fermento. Solo due mesi prima, le milizie avevano respinto l’invasione della Baia dei Porci e il Primo Ministro Fidel Castro aveva proclamato ufficialmente il carattere socialista della Rivoluzione. Tra la tensione di un’offensiva militare e il fervore di una radicale trasformazione sociale, si combatteva un’altra battaglia cruciale, seppur invisibile, per l’anima e la mente della nazione. In questo contesto, il Presidente Osvaldo Dorticós lanciò un’esortazione: “Nessuno taccia “. Questo appello convocò gli artisti cubani a un incontro con la leadership politica del paese presso la Biblioteca Nazionale José Martí il 16, il 23 e il 30 giugno. L’obiettivo? Definire, per la prima volta, le regole di ingaggio tra potere politico e libertà creativa nella nascente società socialista. L’universo intellettuale che vi si riuniva era un mosaico affascinante ed eterogeneo. Da un lato, c’erano figure affermate dell’avanguardia tradizionale, scrittori e artisti che portavano il peso del patrimonio culturale cubano, come il romanziere Alejo Carpentier, il poeta Nicolás Guillén e il drammaturgo Virgilio Piñera. Dall’altro, c’erano giovani creatori animati da un fervido desiderio di innovazione, come il giornalista Guillermo Cabrera Infante e alcuni registi. Coesistevano due visioni dell'”intellettuale”. Per il popolo, l’intellettuale era il custode delle opere dello spirito, della letteratura e della scienza. Tuttavia, dagli ambienti più dogmatici della sinistra, questi creatori erano visti con sospetto: erano considerati uno strato intermedio di origine piccolo-borghese, segnato da un “peccato originale” di individualismo, soprattutto perché molti di loro non avevano partecipato direttamente alla lotta clandestina o guerrigliera. Questi incontri fornirono il contesto ideale affinché questa classe intellettuale cercasse la propria legittimità e definisse il proprio spazio di fronte al nuovo apparato egemonico dello Stato. I principali dibattiti hanno rivelato discussioni che andavano ben oltre il destino del cortometraggio censurato. La controversia principale verteva sulla responsabilità dell’artista nei confronti del pubblico. L’arte dovrebbe essere uno strumento diretto di educazione e propaganda, oppure dovrebbe preservare la propria autonomia estetica? Il 30 giugno 1961, dopo aver ascoltato dubbi, lamentele e proposte degli artisti per due venerdì consecutivi, Fidel Castro pronunciò il discorso di chiusura, noto come ” Parole agli intellettuali “. Consapevole che la Rivoluzione necessitava del prestigio internazionale e del potere simbolico dei suoi artisti, cercò di placare i timori del settore creativo dettando quello che sarebbe diventato il principio guida della politica culturale cubana: “Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti, rivoluzionari o non rivoluzionari? All’interno della Rivoluzione: tutti; contro la Rivoluzione: nessun diritto.” Con questa celebre formula, Castro stabilì un quadro politico ampio ma selettivo. La Rivoluzione non avrebbe richiesto che tutti i creatori fossero marxisti-leninisti, né avrebbe imposto uno stile artistico ufficiale come il realismo sovietico. Sarebbero stati accettati creatori “onesti” che, pur non essendo rivoluzionari attivi, rispettassero e non si opponessero al processo politico. Nessuno avrebbe dovuto presumere di essere infallibile o affermare che chiunque non la pensasse esattamente allo stesso modo avesse torto. Lo spirito di critica doveva essere produttivo e costruttivo. Quell’estate, quando gli intellettuali cubani ruppero il silenzio, non si limitarono a discutere di estetica, cinema o letteratura; stavano plasmando i contorni ideologici della Cuba del futuro . La storia culturale ci mostra che arte e potere politico intrattengono una relazione complessa, spesso tragica, ma sempre decisiva per l’identità di un popolo. Rievocare quei dibattiti in tutta la loro complessità è un esercizio essenziale per comprendere la cultura. E ci permette di apprezzare le idee di quel leader che stava per compiere 35 anni e che oggi avrebbe celebrato il suo centenario. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
La sicurezza dei dati nasce dalla progettazione del software
“Privacy by design e by default devono diventare il nuovo standard nello sviluppo dei software gestionali per il settore sanitario”. Roma, 1 luglio 2026 – La trasformazione digitale della sanità impone un cambio di paradigma anche nella tutela dei dati personali. La protezione delle informazioni sanitarie non può più essere considerata un semplice adempimento burocratico, ma rappresenta un elemento essenziale della qualità del servizio, della fiducia tra paziente e professionista e della sicurezza dell’intero sistema sanitario. È questo il messaggio lanciato da AssoSoftware, l’associazione italiana produttori software,alla luce della crescente centralità della cybersecurity e della protezione dei dati nel settore sanitario. “Oggi i dati sanitari costituiscono uno degli asset più delicati da proteggere. Cartelle cliniche, referti, immagini diagnostiche, dati biometrici e informazioni amministrative raccontano la storia più intima delle persone. Proteggerli significa tutelare non solo un diritto fondamentale, ma anche garantire la continuità e la qualità delle cure”, scrive l’associazione in una nota. Secondo AssoSoftware, il percorso verso una sanità realmente digitale passa inevitabilmente anche attraverso una diversa concezione del software. La sicurezza non può essere aggiunta alla fine del processo di sviluppo, ma deve essere prevista fin dalla progettazione delle applicazioni che ogni giorno gestiscono milioni di dati sanitari. “Le software house – prosegue AssoSoftware – non possono più limitarsi a fornire strumenti tecnologicamente efficienti. Devono progettare soluzioni che incorporino fin dall’origine i principi di privacy by design e privacy by default, mettendo a disposizione dei professionisti sanitari sistemi capaci di garantire autenticazione sicura, gestione dei profili di accesso, tracciabilità delle operazioni, backup affidabili e configurazioni orientate alla protezione dei dati. La sicurezza dei dati nasce dalla progettazione del software: è lì che si costruisce la fiducia degli utenti e si rafforza la resilienza dell’intero sistema sanitario”. In questo contesto assume particolare rilievo il Codice di Condotta per il trattamento dei dati personali effettuato dalle imprese di sviluppo e produzione di software gestionale, promosso da AssoSoftware e approvato dal Garante per la protezione dei dati personali. «Il Codice rappresenta un importante passo avanti perché introduce un modello concreto di responsabilità e trasparenza. Non si limita ad affermare principi, ma accompagna le imprese nello sviluppo di prodotti sempre più sicuri e conformi alla normativa europea, offrendo al mercato un riferimento qualificato e verificabile. È un’opportunità per le aziende del software e, allo stesso tempo, una garanzia per professionisti, strutture sanitarie e cittadini». Per AssoSoftware la sfida riguarda l’intero ecosistema della sanità digitale. “La tecnologia, da sola, non basta. Servono organizzazioni consapevoli, professionisti formati e fornitori affidabili. La tutela dei dati personali deve diventare un elemento strutturale della qualità dei servizi sanitari. Solo così sarà possibile accompagnare l’evoluzione verso una sanità sempre più digitale, innovativa e sicura, nella quale proteggere le informazioni del paziente significa proteggere anche la sua salute e la fiducia riposta nel sistema di cura”. da AssoSoftware Redazione Italia
July 1, 2026
Pressenza
La natura sotto tiro. “Caccia S.p.A.” contro la Costituzione italiana e il diritto europeo
“La biodiversità non è un bene disponibile. È un’eredità da custodire. Appartiene alla Repubblica, non alle lobby. Appartiene alle generazioni future, non alla contingenza politica. Difendere la natura oggi significa difendere la Costituzione, rispettare il diritto europeo e preservare la continuità stessa della civiltà italiana”. Questa il richiamo conclusivo dell’articolo di Angelini in merito al disegno di legge sulla caccia, sostenuto spudoratamente dalla compagine governativa di destra: un intervento che pienmaente condividiamo, con il quale si intende rivolgere appello al Capo dello Stato, in difesa del principio di tutela costituzionale_ Il disegno di legge approvato il 23 giugno al Senato dalla sola maggioranza governativa privatizza il patrimonio naturale degli italiani, ignora le evidenze scientifiche e piega l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata a favore della lobby venatoria. La caccia viene presentata come contributo alla biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato come risorsa utilizzabile. Estende la pressione venatoria su numerose specie in stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie cacciabili, incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei calendari venatori e consente attività di caccia in fasi biologiche molto delicate. Viene ridimensionato il ruolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), il principale ente tecnico-scientifico dello Stato in materia ambientale. Si passa da un modello fondato sulla conoscenza a uno fondato sulla convenienza. Le aziende faunistico-venatorie, oggi senza fini di lucro, potranno operare come imprese commerciali e attività agro-turistiche. È un provvedimento che modifica l’impianto di tutela della fauna selvatica, ribaltando principi giuridici consolidati, ignorando le evidenze scientifiche e piegando l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata verso interessi settoriali. Il testo passa ora alla Camera dei deputati. È l’ultimo passaggio utile per impedire che una delle più gravi regressioni nella tutela della biodiversità degli ultimi decenni diventi legge dello Stato. Chiamiamo le cose con il loro nome: non è una riforma della caccia. È la nascita della Caccia S.p.A., dove la fauna selvatica cessa di essere un bene comune e diventa materia prima di un mercato privato. Un patrimonio svenduto: il conflitto con la Costituzione L’articolo 9 della Costituzione, nella formulazione introdotta nel 2022, stabilisce che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Non si tratta di una dichiarazione programmatica, ma di un vincolo giuridico immediatamente rilevante. La legge n. 157 del 1992 definisce la fauna selvatica patrimonio indisponibile dello Stato, cioè bene sottratto alla logica della disponibilità economica e della mercificazione. Il disegno di legge interviene proprio su questo impianto. Non si parla più di tutela della fauna ma di “gestione”. Le tradizioni venatorie vengono elevate a criterio di indirizzo accanto alle evidenze scientifiche. La caccia viene presentata come contributo alla biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato come risorsa utilizzabile. L’Italia custode della biodiversità europea L’Italia ospita una quota rilevantissima della biodiversità europea e mediterranea. Questo patrimonio è già sottoposto a forti pressioni. La perdita di habitat, il consumo di suolo, la crisi climatica e l’intensificazione agricola stanno determinando un progressivo indebolimento degli ecosistemi. In questo contesto il disegno di legge procede in direzione opposta rispetto alle politiche europee di conservazione. Estende la pressione venatoria su numerose specie in stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie cacciabili, incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei calendari venatori e consente attività di caccia in fasi biologiche particolarmente delicate. Si tratta di un arretramento rispetto agli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità 2030, che prevede l’ampliamento delle aree protette e il rafforzamento della tutela degli ecosistemi. Nasce “Caccia S.p.A.” e la fauna diventa impresa Il cuore del provvedimento riguarda la trasformazione delle aziende faunistico-venatorie. Oggi esse operano senza fini di lucro, proprio perché la fauna selvatica è un bene pubblico. Il disegno di legge elimina questo vincolo. Le aziende potranno operare come imprese commerciali, ampliando periodi di immissione e abbattimento e trasformando la caccia in un servizio economico integrato in attività agro-turistiche. Nasce così la “Caccia S.p.A.”: un modello in cui il valore economico prevale sulla funzione pubblica della biodiversità. Viene inoltre rafforzato l’uso dei richiami vivi, con tutte le implicazioni etiche e biologiche già più volte segnalate a livello europeo. Un errore anche economico La biodiversità rappresenta un’infrastruttura naturale essenziale per il funzionamento dell’economia. Servizi ecosistemici come impollinazione, fertilità dei suoli, regolazione idrica, stoccaggio del carbonio e controllo biologico dei parassiti sono alla base della produzione agricola e della stabilità ambientale. La loro riduzione comporta costi economici enormi e difficilmente reversibili. Distruggere biodiversità per creare un mercato venatorio significa ridurre la ricchezza collettiva per aumentare profitti privati di breve periodo. La scienza parla chiaro, è il momento di mobilitarsi La comunità scientifica internazionale riconosce che il pianeta è entrato in una fase di sesta estinzione di massa. Il tasso di perdita delle specie è oggi enormemente superiore ai valori naturali storici. Gli uccelli migratori sono tra i gruppi più vulnerabili. In questo scenario, aumentare la pressione venatoria non rappresenta gestione, ma accelerazione del declino. Il procedimento legislativo non è ancora concluso. La Camera dei deputati può ancora intervenire e modificare radicalmente il testo. È necessario un movimento ampio e trasversale che coinvolga comunità scientifica, mondo agricolo, operatori del turismo sostenibile, amministratori locali, associazioni e cittadini. Non è una contrapposizione tra categorie, ma tra due modelli di società: uno che considera la natura una risorsa da sfruttare; e uno che la riconosce come patrimonio comune e fondamento della Repubblica. Il rischio non è solo ambientale, ma istituzionale ed europeo. Ignorare i rilievi della Commissione europea significherebbe esporre l’Italia a nuove procedure di infrazione e a ulteriori costi collettivi. VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
July 1, 2026
Pressenza