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24 ottobre: ‘United Nations day’ e anche ‘World Development Information Day’
OGGI LE RICORRENZE ‘A CALENDARIO’ NELL’AGENDA ANNUALE DELLE NAZIONI UNITE SONO DUE: L’ANNIVERSARIO – NEL 2026 L’81ESIMO – DELL’ENTRATA IN VIGORE DELLA CARTA, CIOÈ STATUTO, DELL’ONU, E LA ‘GIORNATA’ DEDICATA ALLA ‘MOBILITAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA’ SUI PROGRESSI CULTURALI ED ECONOMICI E SUI FATTORI CHE INCENTIVANO LO SVILUPPO DELLE SOCIETÀ. Sui social media oggi l’ONU ha divulgato questi messaggi rivolti a tutti, ma soprattutto ai governanti, decisori che possono determinare il corso degli eventi e della storia, e in particolare ai cronisti e agli opinionisti che – avendo ruoli decisionali ed esecutivi nei molteplici settori e ambiti dei media – influenzano la diffusione di notizie e informazioni su cui si basano idee e convinzioni dell’opinione pubblica. > Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra capacità di collaborare per > promuovere la pace, lo sviluppo e i diritti umani. > > Quest’anno celebriamo 81 anni di impegno instancabile delle Nazioni Unite in > tutto il mondo per: > > * risolvere le controversie con la diplomazia e le leggi, non con le armi; > * sradicare la povertà e la fame; > * promuovere i diritti umani; > * fornire aiuti salvavita alle persone bisognose; > * salvaguardare il pianeta; > * sostenere la parità di genere; > * garantire a tutti i paesi pari voce sulla scena globale. > > Il nostro mondo oggi è dilaniato da conflitti, sconvolto dalla crisi > climatica, segnato da crescenti disuguaglianze e costretto ad adattarsi alle > trasformazioni portate dalle nuove tecnologie. È giunto il momento di > riaffermare i valori che hanno dato origine alle Nazioni Unite: dialogo, non > antagonismo; cooperazione, non conflittualità; solidarietà, non paura. La > Giornata delle Nazioni Unite è un’opportunità per tutti gli stati di rinnovare > il proprio impegno verso i valori condivisi e gli obblighi che li sostengono. > Ora più che mai, dobbiamo rimanere fermi nella nostra determinazione a > difendere la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Dobbiamo > tutti contribuire a rafforzare l’ONU affinché possa soccorrere le persone e > affrontare le sfide del nostro tempo. > Nel 1972 l’Assemblea Generale ha istituito la Giornata Mondiale di > Informazione sullo Sviluppo per richiamare l’attenzione sui problemi dello > sviluppo delle società e sulla necessità di risolverli rafforzando la > cooperazione internazionale (Risoluzione 3038 XXVII). Inoltre ha stabilito che > la sua data coincidesse con la Giornata delle Nazioni Unite, il 24 ottobre, > perché anche la ricorrenza dell’adozione, nel 1970, della Strategia > Internazionale per lo Sviluppo. > > > > Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un enorme > potenziale: possono fornire nuove soluzioni alle sfide dello sviluppo, in > particolare nel contesto della globalizzazione, e promuovere la crescita > economica, aprire l’accesso all’informazione e alla conoscenza, incentivare > l’inclusione sociale e l’eliminazione della povertà... Ed è un dato di fatto > assodato che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione oggi > offrano tante nuove opportunità e pongano molte sfide.   * UN / 23 ottobre 2026: Why the UN’s work matters more than ever  Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione
Qualche settimana fa abbiamo proposto l’idea di una nuova strategia di attivismo. Si trattava di una serie di Scioperi dell’attenzione, gli “Attention Strike”: un giorno di astensione dall’uso per ogni piattaforma Big Tech. L’idea, che non appartiene a un gruppo o a un collettivo, è nata dallo scambio tra realtà diverse che hanno voglia di cercare insieme nuovi metodi di lotta. Lo scorso articolo abbiamo chiuso con una domanda: Che ne pensate? Non era retorica. Voleva ricreare invece proprio quello stesso scambio da cui è nata la strategia dell’Attention Strike ciò che è emerso da essa ci ha portato a porci nuove domande. Cosa è cambiato e perché. Le domande che ci hanno guidato Prima di tutto è emerso un dubbio che ci ha obbligato a fermarci: quello molto concreto legato alla coincidenza di date fra lo sciopero generale del 30 ottobre, in cui saremo in piazza a filmare ciò che succede, con lo sciopero dell’attenzione nei confronti di YouTube. Che fare quindi? Spostare il caricamento dei filmati su un’altra piattaforma, che non avrà di certo la stessa visibilità, sacrificando quindi l’azione in piazza sull’altare della lotta contro la big tech? Il cane che si morde la coda Dietro queste domande c’è un problema più profondo, quello di essere intrappolati in un circolo vizioso. Anche se le alternative alle grandi piattaforme esistono, essendo ancora poco frequentate, lì le nostre azioni hanno meno visibilità, perciò, per raggiungere i grandi numeri, ci serve ancora il sistema che vogliamo scardinare. Un solo giorno di sciopero non peserà finché non siamo moltissimi, ma per diventare moltissimi dobbiamo usare quelle stesse infrastrutture. Da questa constatazione ci sono arrivati altri interrogativi: Perché nemmeno noi attivisti abbiamo lasciato Instagram quando è nata Upscrolled? Forse perché restare significa non rinunciare a raggiungere anche chi non è un’attivista? Ma significa anche combattere ogni giorno contro gli algoritmi, nella speranza di uscire dalla nostra bolla e quindi, ne vale davvero la pena? Dobbiamo davvero “svegliare” tutti? La storia dei movimenti per i diritti civili mostra che il cambiamento è quasi sempre partito da una minoranza organizzata e noi quella minoranza ce l’abbiamo. Quello che ci manca invece è l’organizzazione, che stiamo cercando di costruire proprio grazie agli strumenti del potere contro cui lottiamo. E poi c’è anche il punto più dolente, quello che ogni volta che lo tocchi rischi l’accusa di alto tradimento: una parte dell’attivismo, soprattutto dopo il 2025, è diventata anche performance, e ricerca di attenzione e visibilità. Il rischio riguarda tutti noi, e chi vive di quella visibilità fatica a rinunciare alle piattaforme che la garantiscono. Che fare? Abbiamo riformulato la strategia concentrando tutto su un unico Attention Strike il 27 novembre, nel Buy Nothing Day. Il Buy Nothing Day è già una giornata riconosciuta a livello internazionale contro il consumismo e l’eccesso di acquisti. Agganciarci a lei ci permette di portare le Big Tech dentro la discussione sulle scelte di consumo: quel giorno non compriamo nulla e non regaliamo la nostra attenzione a nessuna piattaforma, tutte insieme. Un obiettivo solo, una data sola, un messaggio chiaro. E nulla vieta, anzi, di affiancarlo a presidi, cortei e incontri dal vivo. UN’OCCASIONE CONCRETA: IL LINUX DAY DI QUESTO FINE SETTIMANA Mentre ragioniamo su come costruire l’alternativa, vale la pena ricordare che questo fine settimana (sabato 24 ottobre) si terrà il Linux Day, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione, con decine di eventi ed incontri diffusi in tutta Italia. Perché il Linux Day è cruciale e cosa c’entra con il Buy Nothing Day e l’Attention Strike? Il Buy Nothing Day ci invita a non comprare merci e a rifiutare la logica consumistica del “compro, dunque sono”. Il software proprietario delle Big Tech fa esattamente la stessa cosa nel mondo digitale: ci tratta come consumatori passivi di prodotti chiusi, di cui non possediamo nulla e di cui siamo il vero prodotto. Il software libero (come Linux) è l’incarnazione pratica del Buy Nothing Day applicato alla tecnologia: un bene comune digitale che si può studiare, modificare e condividere senza sottostare a monopoli commerciali o estrazione di dati personali. Parlare di boicottaggio delle Big Tech è impossibile se non sappiamo con cosa rimpiazzarle nella vita di tutti i giorni. Il Linux Day e le comunità che lo animano offrono da anni la risposta concreta a questo problema, mostrando che sistemi operativi, browser, strumenti di scrittura e server indipendenti e non controllati dai giganti della Silicon Valley esistono già, sono gratuiti e funzionano. Vivere lo sciopero del 27 novembre e l’avvicinamento al Buy Nothing Day significa anche frequentare questi spazi, sostenere chi sviluppa tecnologie libere e liberarsi dall’idea di non poter fare a meno delle infrastrutture del potere. Il tempo che ci separa dallo sciopero Da qui al 27 novembre useremo il tempo per far conoscere la data e spiegare perché vale la pena scioperare contro le Big Tech; pubblicare liste di alternative tecnologiche a cui spostarsi; preparare la società civile e le persone comuni a un boicottaggio collettivo. Dopo lo sciopero digitale, ci si vede dal vivo A Londra si sta organizzando un evento per quella data, per ritrovarsi fisicamente dopo aver scioperato online. Arriveranno altri dettagli, e sarebbe bello coinvolgere più persone possibile e riuscire a ripetere lo stesso evento in altre città d’Europa. Questa è una proposta, non una decisione Non pensiamo che questa sia la risposta a tutto, e non vogliamo presentarvela a cose fatte. Ci sono domande che restano aperte, e vorremmo affrontarle insieme: – Un solo sciopero, legato al Buy Nothing Day, vi sembra la strada giusta, o ne vedete una migliore? – Come può lo sciopero dell’attenzione stare accanto alla piazza e rafforzarla, invece di sembrare un’alternativa? – Come dovrebbe cambiare il nostro modo di organizzarci per non dipendere dagli strumenti che contestiamo? – Se vi va di partecipare, o di coinvolgere la vostra realtà, cosa vi servirebbe per farlo? Scriveteci È davvero una richiesta, e non retorica. Non c’è un noi e un loro: c’è un insieme di persone che cerca, con strumenti e sensibilità diverse, di cambiare le cose. Se passiamo il tempo a smontarci a vicenda per stabilire chi ha la strategia giusta, il nostro avversario ringrazia. E nessuno di noi, nemmeno chi scrive, ha la risposta giusta già in tasca.Lasciate un commento a questo articolo, ci servirà per formare una strategia di Elisabeth Di Luca Articolo originale e eventuali commenti al link: > Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Produrre energia dall’acqua e dalle onde marine: un nuovo orizzonte per le energie rinnovabili in Bangladesh
> Mentre aumenta l’impegno a livello globale al fine di combattere il > cambiamento climatico andando a caccia di alternative ai combustibili fossili, > in Bangladesh – una nazione dell’Asia meridionale ricca di risorse naturali – > spuntano notizie a proposito di nuove potenziali energie alternative e > tecnologie ecosostenibili. Il ricercatore e scienziato Md. Sharif ha svelato ricerche ininterrotte in due tecnologie innovative in grado di produrre combustibili liquidi ecosostenibili attraverso l’utilizzo di acqua e generando un ‘ampia quantità di elettricità sfruttando l’energia cinetica delle onde marine nel Golfo del Bengala. L’ALTERNATIVA AL COMBUSTIBILE LIQUIDO ATTRAVERSO L’ACQUA E PROCESSI CHIMICI SPECIALI Considerata l’impennata dei prezzi del petrolio a livello globale e la crescente richiesta di energia, lo scienziato Md. Sharif ha lavorato su un apposito processo chimico per un lungo periodo. Secondo la tecnologia sviluppata, un liquido specifico in grado di funzionare come un carburante può essere prodotto attraverso una reazione chimica unendo l’acqua con alcune componenti specifiche. Il combustibile liquido è stato sperimentato con fornelli da cucina, con fornelli di hotel commerciali, con caldaie industriali e infine con motori di motociclette. Il ricercatore dichiara che durante la combustione non emette nero di carbone o fumo nocivo e arde con una fiamma azzurra, rendendola relativamente ecosostenibile. Sono in corso progetti per perfezionarlo ulteriormente e renderlo una vera e propria alternativa al cherosene, al diesel e al GPL. Ha espresso ottimismo sul fatto che, se venissero realizzati impianti di produzione su larga scala, sarebbe possibile produrre circa 1.000 tonnellate metriche di combustibile liquido al giorno a un costo relativamente basso. Tuttavia, per confermare pienamente la sua composizione chimica, l’efficienza e l’impatto ambientale secondo gli standard scientifici internazionali, rimangono necessarie prove di laboratorio complete condotte da istituzioni nazionali e internazionali riconosciute. AFFERMAZIONI AMBIZIOSE SULLA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA DALLE ONDE MARINE Oltre alla ricerca sui combustibili liquidi, il dottor Sharif sta lavorando anche a un sistema meccanico in grado di convertire direttamente l’energia cinetica delle onde oceaniche in energia elettrica. Ha sviluppato un meccanismo che non si avvale né dell’energia solare né dei combustibili convenzionali, ma sfrutta il movimento regolare delle onde del mare per generare potenzialmente energia ininterrottamente 24 ore al giorno. Dopo aver ottenuto risultati positivi con modelli sperimentali di dimensioni più ridotte, con potenze di 1 kW e 2 kW, sono attualmente in corso i lavori su un prototipo funzionante da 10 kW. Il prossimo obiettivo sarà incentrato sulla ricerca e lo sviluppo di un modello più grande da 100 kW. Secondo le stime preliminari del ricercatore Sharif, se l’immensa energia delle onde lungo i confini marittimi del Bangladesh venisse sfruttata in modo sistematico, si potrebbe ottenere una capacità potenziale fino a 150.000 MW alla massima scala. Se pienamente realizzata, tale infrastruttura potrebbe soddisfare una quota significativa dell’attuale fabbisogno energetico del Paese, contribuendo al contempo alla sicurezza energetica regionale. LE SFIDE E LA NECESSITÀ DI UNA VALUTAZIONE SCIENTIFICA Entrambe le tecnologie offrono possibilità rivoluzionarie per una nazione come il Bangladesh, impegnata in un percorso di transizione energetica e dipendente dalle importazioni energetiche. Tuttavia, l’attuazione di progetti così ambiziosi comporta notevoli sfide ingegneristiche e finanziarie. Fattori quali gli ambienti marini salini, la durata a lungo termine delle attrezzature, l’elevato investimento di capitale iniziale e una rigorosa analisi del bilancio energetico richiedono una valutazione approfondita. Il ricercatore Md. Sharif ha lanciato un appello agli esperti nazionali e internazionali, alle università, alle agenzie governative competenti e ai potenziali investitori affinché collaborino a questa ricerca. Se convalidate attraverso test scientifici riconosciuti e prove sul campo, queste innovazioni potrebbero segnare l’inizio di un nuovo capitolo nella tecnologia verde in tutta l’Asia meridionale. G M Forhadul Mozumder: Corrispondente di Pressenza da Dacca.   gmforhadh.mojumdar@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI Pressenza বাংলাদেশ
October 23, 2026
Pressenza
Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Progetto Light-Up, Dottor. Federica Nin: “Non è necessario uccidere i macachi dopo le sperimentazioni””
Nel 2019, quando si è venuti a conoscenza del progetto Light-up, che prevede l’utilizzo di macachi presso l’ateneo parmense (resi prima ciechi e poi uccisi), le organizzazioni animaliste e antispeciste si sono immediatamente attivate per tentare di fermare questa inutile crudeltà. “Fuori i macachi dall’università” era lo slogan che ha risuonato nella manifestazione del 14 settembre 2019 a Parma, che ha riunito una massa oceanica di attivisti che chiedevano la fine degli esperimenti sui macachi negli stabulari dell’Università di Parma. Sono state raccolte più di 460 mila firme e si è combattuto con argomentazioni scientifiche, supportate da numerosi professionisti dalla fama internazionale, portando il caso in tribunale. L’impegno sul fronte legale ha portato alla vittoria storica che dal 23 gennaio 2020 ha visto il Consiglio di Stato sospendere, per la prima volta in Italia, un progetto “scientifico” – accogliendo il ricorso di LAV – mettendo in discussione il rispetto della legge ed evidenziando il valore della vita degli animali sebbene destinati a morte nei laboratori. Lo stesso Consiglio di Stato nella sua sentenza aveva dato ragione a LAV in merito alle condizioni degli animali, per cui il monitoraggio del benessere era assolutamente carente e forniva precise prescrizioni all’università: “l’obbligo imprescindibile, di effettuare e depositare rapporti periodici e frequenti che includano aspetti di competenza dell’etologo, e che si soffermino anche sulle condizioni di stress e di possibile interazione tra specie animali”. Purtroppo, la sospensione è stata successivamente rigettata e gli esperimenti sui macachi sono ricominciati: è stato concesso di riprendere le procedure a carico dei due macachi. Dopo quattro mesi di stop, la sperimentazione sui macachi del progetto Light-Up è ripartita con una decisione del Tar del Lazio dando il via libera alla ripresa. Nel 2024 nonostante le continue richieste di LAV al Ministero e le indicazioni al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette quali cani e primati) a non procedere con il progetto da parte di esperti scientifici operanti nel settore, il Ministero ha acconsentito a prolungare l’autorizzazione ormai scaduta e l’ha rinnovato per altri 3 anni. Il progetto ha previsto persino l’arrivo di nuovi esemplari oltre all’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie di contenzione da primati con presidi ferma testa: questo ha significato nuovi interventi chirurgici, l’ablazione di parte del cervello e la morte.  Alan e Larry – stabiulari Università di Parma Ciò non ha impedito al movimento animalista (LAV, Leal, MetaParma etc…) di opporsi a questo rinnovo, non solo per garantire la liberazione di Alan e Larry – di cui non ci siamo mai dimenticati – ma anche per impedire che nuovi macachi vengano sottoposti a inutili e gravi sofferenze.  Negli anni, il progetto denominato “Lightup”, ha impiegato sei primati (due dei quali si trovano negli stabulari dall’Università di Torino che conduce la ricerca in collaborazione con l’Università di Parma) che sarebbero stati operati più volte al cranio e al cervello, sottoposti a impianti e procedure che ne avrebbero compromesso gravemente la vista e le condizioni di vita. I macachi infatti sono stati immobilizzati e destinati a diventare ciechi tramite un intervento chirurgico, sottoposti a test ed esperimenti che provocano loro molto dolore, e quando non serviranno più, saranno sottoposti ad eutanasia. L’obiettivo di questa amenità? Ricreare un “modello animale” per lo studio delle persone che hanno perso la vista a causa di un danno cerebrale e non per problemi legati all’occhio. A dicembre 2025 la Lega Antivivisezionista (Leal) ha chiesto la liberazione immediata dei macachi rinchiusi nei laboratori dell’Università di Parma e la fine dell’obbligo di sperimentazione animale in Italia. L’associazione ha lanciato una petizione nazionale per “porre fine a pratiche cruente e ormai superate, chiedendo un cambio di paradigma verso metodi scientifici etici e realmente utili per la salute umana”. Leal è stata presente il 6 dicembre 2025 al corteo organizzato da Meta Parma, “Salviamo Alan e Larry”, partito da Piazza della Pace: “I macachi coinvolti nell’esperimento Light-up sono sei, tra cui Alan e Larry, reclusi da anni in condizioni di sofferenza. Alla fine del protocollo, oggi prorogato di altri tre anni nonostante due sospensioni per eccessiva crudeltà, gli animali verrebbero comunque uccisi”. “Alan e Larry – aveva dichiarato Gian Marco Prampolini, presidente Leal – oltre alla reclusione e agli addestramenti forzati sulle sedie di contenzione, hanno subìto interventi chirurgici invasivi e impianti nel cranio. È una pratica crudele, obsoleta e irrilevante ai fini della cura degli esseri umani. Non possiamo accettarlo”. “Dopo anni di sofferenze, questi macachi rischiano ora anche la morte. Leal chiede che vengano immediatamente sottratti alla sperimentazione e affidati a un rifugio dove possano vivere in sicurezza”. “Chiediamo – spiegava Prampolini – libertà per Alan, Larry e per tutti i macachi di Parma. Ma chiediamo, al contempo, una cura efficace e rispondente ai criteri di massimo benessere per l’essere umano, che non possono essere garantiti dalla sperimentazione animale. È tempo di scegliere la scienza etica, non una vergognosa, inutile cruenza”. “Fuori i macachi dall’università” è ritornato ad essere lo slogan che ha risuonato tra le vie centrali della città di Parma il 2 maggio 2026 per chiedere la liberazione di Alan e Larry e la fine degli esperimenti sui macachi negli stabulari. Al fianco di numerosi cittadini e associazioni, anche i volontari dell’OIPA di Parma si sono uniti al corteo con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedere alle istituzioni il passaggio a metodi alternativi alla sperimentazione animale e la liberazione dei due macachi. Nel frattempo LAV, attraverso i suoi legali, ha intrapreso una nuova azione legale e, ricorrendo al giudizio in ottemperanza, ha chiesto al Consiglio di Stato di far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio del benessere di Alan e Larry. Il 9 luglio 2026 si è svolta l’udienza, nella quale l’avvocata di LAV ha potuto portare la voce di Alan e Larry e reiterato la necessità imprescindibile che l’ateneo rispetti quanto imposto dal massimo organo della giustizia amministrativa in Italia. Oran Alan e Larry sono rinchiusi negli stabulari dell’università di Parma da 7 anni, sottoposti a procedure invasive che li hanno resi parzialmente ciechi e obbligati a stare su una sedia con la testa bloccata per venire sottoposti a sperimentazioni. Il 13 ottobre 2026, il collettivo animalista MetaParma ha racimolato una prova importantissima sull’antiscientificità delle sperimentazioni su Alan e Larry: una relazione scientifica della Dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale – dimostra senza mezzi termini che l’Università di Parma, se vuole, può lasciare in vita i macachi invece di ucciderli. La relazione scientifica della dottoressa Nin rappresenta un vero e proprio colpo di scena in questa battaglia, perché analizza in maniera scientifica il progetto Light-up e spiega in maniera scientifica che non è necessario uccidere i macachi. La relazione scientifica della dottoressa Federica Nin dimostra che é possibile evitare l’uccisione dei macachi senza inficiare il progetto Light-up. Così facendo l’Università non potrà più dichiarare che è costretta a uccidere i macachi, perché vi è una relazione scientifica che dimostra il contrario. Come ha dichiarato la Professoressa Nin attraverso i suoi canali social: “Confesso che per il mio carattere, la mia reazione a post come questo è di grande imbarazzo, mi sono trovata sovraesposta rispetto a come sono io. D’altra parte, proprio per il mio carattere e il mio pluriennale impegno nella causa in difesa degli animali che mi sembrano essere gli ultimi degli ultimi, non potevo tacere e lasciare chiuso nel cassetto ciò che avevo studiato e scritto sulla questione. Perché è giusto interrogarsi. Ed è giusto che si sappia che il “sacrificio” finale in quella ricerca è una necessità solo protocollare e non intrinsecamente scientifica e necessaria alle conclusioni. È possibile esaminare con senso critico la “logica” e il peso, talvolta anche lo strapotere, dei protocolli in tantissimi ambiti (anche nelle cure mediche, per dirne uno), se allontana e fa perdere di vista i casi singoli. È possibile spingere a interrogarsi sulla opportunità e il valore di ogni passo di qualunque protocollo in ogni ambito, e nel nostro caso interrogarsi e interrogare  sulla presunta indubitabilità e irrinunciabilità di quel passaggio finale. Io lo considero una necessità sia scientifica sia etica (Interrogarsi e interrogare, intendo). Non siamo di fronte a un algoritmo di un computer o di una cd intelligenza artificiale. Qui la discriminazione e la volontà umana hanno ancora spazio di scelta e d’azione.” Questa relazione è una grande possibilità per Alan e Larry. MetaParma ha inviato la relazione al Rettore dell’Università di Parma con richiesta ufficiale di liberazione, provvedendo altresì a inviarla anche al Ministero della Salute chiedendo la modifica del protocollo, alla Regione Emilia Romagna chiedendo la liberazione dei macachi di Parma. In un contesto scientifico, politico e normativo che sostiene e vede prioritari i modelli human-based, lascia stupiti che il progetto Light-up, non solo sia stato autorizzato, ma addirittura rinnovato, a fronte del ritardo sul protocollo sperimentale, con investimenti economici enormi. Esperimenti privi di validità scientifica, assolutamente non predittivi per la specie umana, condannano degli esseri innocenti a subire delle sofferenze atroci, quando esistono già da tempo validi modelli alternativi sui cui condurre una vera ricerca scientifica, senza l’uso di animali, metodi impiegati in tante altre parti del mondo ma che, purtroppo, in Italia non ricevono finanziamenti. La richiesta delle associazioni è rivolta anche al Parlamento Italiano affinché venga colmato quel vuoto normativo che consente agli sperimentatori di acquistare i macachi dall’estero, nonostante ci sia una legge italiana che vieta l’allevamento di questi animali a scopo di sperimentazione. In Italia, infatti, gli allevamenti di cani, gatti e primati per la sperimentazione animale sono vietati, ma non è vietato acquistarli dall’estero. Per sconfiggere l’orrore della vivisezione è necessario che il nostro Paese investa nello sviluppo dei metodi sostitutivi subito e non continui a finanziare modelli animali che si sono scientificamente rivelati fallaci e fuorvianti. Il futuro è non dimenticarsi di Alan e Larry e continuare a battersi per una ricerca animal-free etica e rispettosa di tutti gli esseri viventi. Per dare forza a questa battaglia, é importantissimo scendere in piazza il 6 dicembre 2026, ore 13:00, per il Corteo Nazionale che partirà dal Piazzale Carlo Alberto Dalla Chiesa (Stazione di Parma) per richiedere la liberazione di Alan e Larry.   Fonti: https://www.lav.it/news/macachi-di-parma-continuiamo-a-lottare-per-liberarli https://www.lav.it/news/macachi-universita-parma https://www.vivipiemonte.it/wp-content/uploads/2022/05/all.-5-3-Ulteriori-comunicazioni-primatologo-disponibilit—e-relazione-post-operatoria.pdf Lorenzo Poli
October 14, 2026
Pressenza
Data center, intelligenza artificiale, nucleare e riarmo
Stiamo assistendo a un vero boom dei Data Center (DC) di pari passi con l’impetuoso sviluppo dell’Intelligenza artificiale (IA). Per capire meglio cosa sia un DC ovvero la casa fisica di Internet e dell’ IA è interessante il racconto fatto sull’ultimo numero di Rivista Studio da Federica Verona che aveva visitato a San Francisco l’Internet Archive con sede in una chiesa sconsacrata: “Ricordo bene le stanze gelide dei server: macchine nere e rumorose che contengono cavi e sono punteggiate da lucine quadrate intermittenti; due tecnici intenti a fare flessioni al freddo; le statue dei dipendenti in miniatura disposte tutte in tondo nell’aula centrale della chiesa. E poi una lunghissima scritta su carta: il numero 50 seguito da 15 zeri e, in fondo, le parole Byted Archived.” Ecco presentato il corpo fisico di Internet: migliaia di server riuniti in un edificio formano un DC. Un corpo che si sta espandendo sempre più come un gigantesco…blob. In 179 Paesi del mondo ci sono ad oggi 12.259 DC di cui quasi metà negli USA e ben 3500 in Europa. In Italia si tratta di 190 impianti operativi, più 20 in costruzione altri 30 previsti. Quelli nuovi sono molto più potenti, arrivano anche a 240 MW per impianto rispetto ai 50 MW della media attuale. Il fatturato è enorme e in crescita, destinato a raggiungere i 440 miliardi tra due anni. In Italia il centro di espansione dei DC è la fascia lombarda attorno a Milano ma sicuramente anche il Piemonte e pure il Biellese possono divenire aree appetibili. Un database elaborato da Confindustria Piemonte contiene la mappatura delle aree industriali dismesse e libere per l’attrazione di investimenti sul territorio piemontese. Investimento può essere di tutto: dal manifatturiero alla logistica, dal campus fotovoltaico fino appunto ai Data Center. In Lombardia ci sono Comuni come Pregnana attratti dagli incentivi offerti dagli investitori in DC e dalle possibilità occupazionali, ma altri come ad esempio il vicino Comune di Vanzago sede di Oasi WWF, per restare in zona, decisamente contrari. Un altro caso mette al confronto i confinanti comuni pavesi di Borgarello e di Certosa di Pavia con il primo che si oppone ai progetti di DC del secondo. Un DC è un “capannone come un altro” e che per di più contiene un’attività pulita? Non proprio, stando ai molti critici, comitati, associazioni, Comuni, si mettono in rilievo i molti aspetti negativi: speculazione edilizia, rumore, consumo energetico, consumo di acqua per il raffreddamento, infrastrutture elettriche che attraversano i territori, emissioni dai generatori di emergenza. L’IEA stima che nel 2025 a livello globale i DC abbiano consumato 485 Terawattora di energia elettrica ma entro il 2030 il consumo potrà raddoppiare superando la richiesta di elettricità dell’intero Giappone. Ovviamente i DC causano aumento considerevole del calore nelle porzioni di suolo circostanti stimabili in 2 gradi almeno ma tale riscaldamento può raggiungere picchi vicini ai 10 gradi nelle isole di calore. Evidenti quindi i nefasti effetti anche sulla resa agricola. Consideriamo poi che il governo di destra nell’intento di favorire in tutti i modi gli investimenti di Big Tech in questo settore rende agevoli le procedure con iter autorizzativi semplificati ed accelerati. Gettiamo ora uno sguardo più in là cercando di cogliere quali connessioni ci siano con due ambirti apparentemente lontani ovvero il nucleare rientrato di prepotenza di recente nella pianificazione energetica del governo di destra italiano e l’industria militare. I DC come si è visto consumano tanta energia, energia in gran parte oggi proveniente da fonti fossili, ma quand’anche arrivasse da fonti rinnovabili sarebbe comunque sottratta ad altri impieghi. Questa brama di energia evidentemente il governo pensa di colmarla coi famosi moduli da 300 MW dei reattori in “stile lego” che secondo il ministro Pichetto Fratin saranno disponibili e disseminati nella Penisola nel giro di pochi anni. E qui si innesta un’altra storia, quella del GCAP acronimo di (Global Combat Air Programme) il caccia di nuova generazione guidato dall’intelligenza artificiale in grado di dirigere una moltitudine di droni in volo. Questo “gioiello” di tecnologia bellica come spiega l’amministratore delegato di Edgewing sarà un vero “nodo iperconnesso” in grado di trasmettere volumi giganteschi di dati dialogando con terra, mare, aria, insomma con tutti gli elementi senza perdere di vista il quarto ovvero il fuoco perché è chiaro che questo nuovo geniale ritrovato dell’industria bellica è un formidabile strumento di morte anche se naturalmente spacciato come indispensabile contributo al sistema di difesa e sicurezza. Ecco quindi che dalla joint venture di Leonardo (Italia) , BAE Systems (UK) e JAIEC (Giappone), è pronta la progettazione del super caccia già finanziata con i primi 6 miliardi di euro dalle tre nazioni. La filiera operativa di GCAP sarà in Piemonte; tra Torino e gli stabilimenti di Caselle prenderà forma questo velivolo con profilo stealth del tutto invisibile ai radar nemici. Ed eccoci alla fine alla chiusura del cerchio, con l’evidenza delle connessioni di una intelligenza artificiale sempre più a servizio dell’industria militare che si deve servire di Data Center sempre più potenti e il cui profilo energivoro troverà una moltitudine di “piccole centrali nucleari pronte a sfamarlo. Giuseppe Paschetto
October 12, 2026
Pressenza
Data center, intelligenza artificiale, nucleare e riarmo
Stiamo assistendo a un vero boom dei Data Center (DC) di pari passi con l’impetuoso sviluppo dell’Intelligenza artificiale (IA). Per capire meglio cosa sia un DC ovvero la casa fisica di Internet e dell’ IA è interessante il racconto fatto sull’ultimo numero di Rivista Studio da Federica Verona che aveva visitato a San Francisco l’Internet Archive con sede in una chiesa sconsacrata: “Ricordo bene le stanze gelide dei server: macchine nere e rumorose che contengono cavi e sono punteggiate da lucine quadrate intermittenti; due tecnici intenti a fare flessioni al freddo; le statue dei dipendenti in miniatura disposte tutte in tondo nell’aula centrale della chiesa. E poi una lunghissima scritta su carta: il numero 50 seguito da 15 zeri e, in fondo, le parole Byted Archived.” Ecco presentato il corpo fisico di Internet: migliaia di server riuniti in un edificio formano un DC. Un corpo che si sta espandendo sempre più come un gigantesco…blob. In 179 Paesi del mondo ci sono ad oggi 12.259 DC di cui quasi metà negli USA e ben 3500 in Europa. In Italia si tratta di 190 impianti operativi, più 20 in costruzione altri 30 previsti. Quelli nuovi sono molto più potenti, arrivano anche a 240 MW per impianto rispetto ai 50 MW della media attuale. Il fatturato è enorme e in crescita, destinato a raggiungere i 440 miliardi tra due anni. In Italia il centro di espansione dei DC è la fascia lombarda attorno a Milano ma sicuramente anche il Piemonte e pure il Biellese possono divenire aree appetibili. Un database elaborato da Confindustria Piemonte contiene la mappatura delle aree industriali dismesse e libere per l’attrazione di investimenti sul territorio piemontese. Investimento può essere di tutto: dal manifatturiero alla logistica, dal campus fotovoltaico fino appunto ai Data Center. In Lombardia ci sono Comuni come Pregnana attratti dagli incentivi offerti dagli investitori in DC e dalle possibilità occupazionali, ma altri come ad esempio il vicino Comune di Vanzago sede di Oasi WWF, per restare in zona, decisamente contrari. Un altro caso mette al confronto i confinanti comuni pavesi di Borgarello e di Certosa di Pavia con il primo che si oppone ai progetti di DC del secondo. Un DC è un “capannone come un altro” e che per di più contiene un’attività pulita? Non proprio, stando ai molti critici, comitati, associazioni, Comuni, si mettono in rilievo i molti aspetti negativi: speculazione edilizia, rumore, consumo energetico, consumo di acqua per il raffreddamento, infrastrutture elettriche che attraversano i territori, emissioni dai generatori di emergenza. L’IEA stima che nel 2025 a livello globale i DC abbiano consumato 485 Terawattora di energia elettrica ma entro il 2030 il consumo potrà raddoppiare superando la richiesta di elettricità dell’intero Giappone. Ovviamente i DC causano aumento considerevole del calore nelle porzioni di suolo circostanti stimabili in 2 gradi almeno ma tale riscaldamento può raggiungere picchi vicini ai 10 gradi nelle isole di calore. Evidenti quindi i nefasti effetti anche sulla resa agricola. Consideriamo poi che il governo di destra nell’intento di favorire in tutti i modi gli investimenti di Big Tech in questo settore rende agevoli le procedure con iter autorizzativi semplificati ed accelerati. Gettiamo ora uno sguardo più in là cercando di cogliere quali connessioni ci siano con due ambirti apparentemente lontani ovvero il nucleare rientrato di prepotenza di recente nella pianificazione energetica del governo di destra italiano e l’industria militare. I DC come si è visto consumano tanta energia, energia in gran parte oggi proveniente da fonti fossili, ma quand’anche arrivasse da fonti rinnovabili sarebbe comunque sottratta ad altri impieghi. Questa brama di energia evidentemente il governo pensa di colmarla coi famosi moduli da 300 MW dei reattori in “stile lego” che secondo il ministro Pichetto Fratin saranno disponibili e disseminati nella Penisola nel giro di pochi anni. E qui si innesta un’altra storia, quella del GCAP acronimo di (Global Combat Air Programme) il caccia di nuova generazione guidato dall’intelligenza artificiale in grado di dirigere una moltitudine di droni in volo. Questo “gioiello” di tecnologia bellica come spiega l’amministratore delegato di Edgewing sarà un vero “nodo iperconnesso” in grado di trasmettere volumi giganteschi di dati dialogando con terra, mare, aria, insomma con tutti gli elementi senza perdere di vista il quarto ovvero il fuoco perché è chiaro che questo nuovo geniale ritrovato dell’industria bellica è un formidabile strumento di morte anche se naturalmente spacciato come indispensabile contributo al sistema di difesa e sicurezza. Ecco quindi che dalla joint venture di Leonardo (Italia) , BAE Systems (UK) e JAIEC (Giappone), è pronta la progettazione del super caccia già finanziata con i primi 6 miliardi di euro dalle tre nazioni. La filiera operativa di GCAP sarà in Piemonte; tra Torino e gli stabilimenti di Caselle prenderà forma questo velivolo con profilo stealth del tutto invisibile ai radar nemici. Ed eccoci alla fine alla chiusura del cerchio, con l’evidenza delle connessioni di una intelligenza artificiale sempre più a servizio dell’industria militare che si deve servire di Data Center sempre più potenti e il cui profilo energivoro troverà una moltitudine di “piccole centrali nucleari pronte a sfamarlo. Giuseppe Paschetto
October 12, 2026
Pressenza
Appello contro la nuova “corsa all’oro” dei data center, richiesta di una moratoria a tutela dei territori
C’è chi dice che i data center sono utili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ed è vero. Ma bisogna chiedersi anche: l’intelligenza artificiale sviluppata da chi e a vantaggio di chi? I data center di grandi dimensioni, quelli per “addestrare” l’intelligenza artificiale, non comportano nessun vantaggio per i paesi che li ospitano. I vantaggi sono limitati a poche società che conferiscono la struttura materiale; mentre i fornitori di dati, che vanno ad alimentare gli enormi profitti del settore, sono per lo più le multinazionali che stanno sviluppando gli agenti intelligenti. Il vantaggio occupazionale è ridotto, infatti, un recente studio del britannico “think tank Vardant”, ricercatori indipendenti di area progressista ed ecologica, ha ridimensionato la reale creazione di posti di lavoro del 75% rispetto a quelli previsti. Al territorio in assenza di una regolamentazione solida, restano soltanto i problemi ambientali e strutturali che i data center comportano. L’ignorare l’impatto ambientale dei data center non ha fatto desistere la Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti ad esprimere il suo “apprezzamento istituzionale” alla proposta di istallare un Campus Data Center nel territorio comunale. Le difficoltà a reperire dati su questo aspetto non può essere una giustificazione, in quanto già questo avrebbe dovuto insospettire Sindaco ed Assessori. Se questo non è avvenuto e nemmeno sono stati chiesti dati specifici, probabilmente è dovuto al fatto che non si conosce neanche la Direttiva Europea del 2023 che impone a “titolari e gestori di centri dati di rendere pubbliche le informazioni su consumo di energia, utilizzo della potenza, uso di calore di scarto, acqua ed energia elettrica da fonte rinnovabile o no”, oltre ad altri indicatori. Ma gli Amministratori di Acquaviva delle Fonti sono in buona compagnia quella Direttiva non ha prodotto dati sufficienti, infatti, la banca dati predisposta dalla Commissione Europea sui tremila data center europei già esistenti è semivuota. Diversi governi, tra cui quello italiano, non divulgano i dati perché li considerano alla stregua di segreti industriali. Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica italiana non li rende pubblici poiché li considera “informazioni riservate che incidono sugli interessi dei gestori e dei titolari dei data center”, interessi che evidentemente per Lui prevalgono sugli interessi dei cittadini. I DATA CENTER SONO UN PROBLEMA GLOBALE I problemi legati ai data center riguardano, per dirla in modo meloniano, “l’intero globo terraqueo”, tanto che l’apprezzamento istituzionale degli Amministratori comunali di Acquaviva delle Fonti, pur pericoloso, è del tutto insignificante perché espresso da soggetti che non sono capaci di rendersi conto su cosa si stessero pronunciando e la gravità della loro posizione a favore. Benedetta Scuderi, parlamentare europea del gruppo verde, ha dichiarato che “nemmeno all’Europa le imprese e gli stati membri forniscono dati completi. Eppure la Commissione ha deciso di triplicare il numero di data center in Europa nei prossimi 5-7 anni senza conoscere il reale impatto ambientale”. La redazione del giornalismo investigativo “Lighthouse Reports”, fondata nei Paesi Bassi nel 2019, ha tentato per un intero anno di scavare alla ricerca di dati e informazioni sull’impatto dei data center, scontrandosi con un muro di silenzi eretto dai vari governi nazionale e dalla Commissione Europea. Tanto da dover inoltrare un ricorso legale al fine di cambiare questa situazione. Quello che è certo è che si tratta di un classico esempio di “scambio ineguale”, nel quale le grandi multinazionali di intelligenza artificiale e poche società italiane di logistica socializzano il danno, ma si tengono ben stretti i profitti, che consentono alle multinazionali di aggirare il movimento di protesta, a iniziare dagli Stati Uniti a tutto il resto del mondo e, quel che più conta, che va ad aggravare la dipendenza dell’Europa in un settore strategico. PRESSIONI DEI GESTORI SULLE ISTITUZIONI I gestori dei data center premono sulle istituzioni affinché adottino le loro stesse agende. “Lo dimostrano le spese dichiarate dai lobbisti registrati presso la Commissione. Microsoft e Amazon, leader nel settore dei servizi cloud, hanno investito più di tutte. Da un articolo de “il Manifesto” del 30.09.2026 apprendiamo che per premere sulle istituzioni Microsoft e Amazon “dal 2023 a oggi hanno speso almeno 20 milioni di euro … per influenzare i decisori politici su varie materie tra cui l’intelligenza artificiale e data center”. Le istituzioni, come dimostra la “gratitudine” delle Giunta Comunale di Acquaviva delle Fonti, consapevoli o no, si prestano al gioco. Ma a livello generale la contrarietà della società civile sta montando sempre più, tanto che è riuscita ad ottenere delle risposte a tale opacità, infatti, la Commissione Europea ha vinto le resistenze dei gestori ed ha ottenuto che a partire dal 2027 si imporrà ai data center, con potenza superiore a 500 KW, quello proposto ad Acquaviva è di 120.000 KW, di dotarsi di un’etichetta energetica. Un sistema che assegnerà a ogni struttura una classe di efficienza da A a G – come gli elettrodomestici – divulgando solo la percentuale di energia destinata al raffreddamento e i litri d’acqua consumati per megawatt. Un passo avanti, ma senza conoscere il dato assoluto sul consumo energetico valutare l’impatto ambientale è impossibile, un limite che volevano le società del settore. Tale scelta dovrà andare in discussione in Parlamento Europeo, se non cambiata sarà difficile fermare la corsa ai data center solo con motivazioni ambientali. Sebbene in Italia le richieste di nuovi allacciamenti di data center supera la potenza elettrica totale. Cosa che mette fortemente a rischio gli impegni alla decarbonizzazione. DI CHE SI TRATTA Bjorn Ronning, senior advisor dell’associazione norvegese degli imprenditori dei data center, a Cannes ha confessato che si è in presenza di “una corsa all’oro e ognuno ha la sua pala”. Evidentemente per spalare soldi!. Secondo Stijn Van Nieuwerburgh della Columbia Business School, tra il 2025 e il 2032 gli investimenti nelle infrastrutture necessarie all’Intelligenza Artificiale potrebbero raggiungere i 10.300 miliardi di dollari. In Italia si parla di investimenti previsti tra il 2026 e il 2028, per finanziare 83 nuovi progetti che si aggiungeranno ai 205 già esistenti, di ben 25 miliardi di euro (Milano Finanze, 24 luglio 2026). Forse sono questi gli unici dati che gli Assessori e il Sindaco di Acquaviva delle Fonti conoscono o ne hanno solo sentito l’odore, tanto da spingerli ad esprimersi in modo tanto lusinghiero nella delibera di Giunta Comunale. Per questo è importante che chi ha le informazioni utili a comprendere cosa comporta un Campus Data Center le renda pubbliche, prenda la parola e s’impegni ad informare la popolazione dei rischi legati alla costruzione di un Campus Data Center ad Acquaviva delle Fonti. La Rete nazionale dei Comitati Stop Data Center ha lanciato ufficialmente una proposta di moratoria a tutela dei territori, della transizione ecologica e del bene pubblico. Si tratta di una richiesta di sospensione immediata della costruzione di nuovi centri fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza. LA TECNOLOGIA DEVE GARANTIRE IL FUTURO DI TUTTI NON COMPROMETTERE LA VIVIBILITÀ A VANTAGGIO DI POCHI Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
Intelligenza artificiale a scuola: tra moratoria e divieto c’è una terza strada, le competenze
AIPIA ci ha inviato quest’articolo come contributo al dibattito sulla AI apertosi sulle pagine di Pressenza. Volentieri lo pubblichiamo. Davanti all’intelligenza artificiale a scuola la scelta sembra ridursi a due opzioni: lasciarla entrare senza condizioni o chiudere la porta. In Europa e in Italia, però, alcune regole che proteggono bambini e ragazzi esistono già, e la più efficace riguarda gli adulti che stanno loro accanto. Conoscerle aiuta genitori, insegnanti e associazioni a fare domande precise, invece di restare sospesi tra entusiasmo e paura. La moratoria di New York e la domanda che lascia aperta Su Pressenza, Marcelo Trivelli ha raccontato la decisione del sindaco di New York, Zohran Mamdani: una moratoria di un anno sull’uso diretto dell’IA generativa, cioè dei sistemi che producono testi, immagini e risposte su richiesta, per circa 600.000 studenti delle scuole pubbliche, dall’infanzia all’ottavo anno. Il punto dell’articolo è una distinzione che merita attenzione. Una moratoria non vieta: concede il tempo di studiare gli effetti prima di introdurre uno strumento in massa, in una fase dello sviluppo in cui la fatica di cercare una risposta fa parte dell’apprendimento. Trivelli richiama il principio di precauzione e il paragone con i farmaci, che si sperimentano prima di essere distribuiti. Resta però una domanda. Che cosa succede quando l’anno finisce, o nei paesi dove nessuno ha deciso una pausa? In Europa una parte della risposta è già scritta nelle norme. Cosa è già vietato in Europa: le emozioni degli studenti L’AI Act, il Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, elenca all’art. 5 le pratiche considerate inaccettabili. Tra queste, alla lettera f) del paragrafo 1, c’è l’uso di sistemi di IA per inferire le emozioni di una persona nei luoghi di lavoro e negli istituti di istruzione, salvo che il sistema serva per motivi medici o di sicurezza. Il divieto si applica dal 2 febbraio 2025. In concreto, significa che nessuna scuola europea può adottare un software che osserva il volto di un alunno e ne deduce noia, ansia o distrazione per valutarlo o per segnalarlo all’insegnante. È una scelta di principio, prima ancora che tecnica: lo stato d’animo di un bambino in classe non è un dato da estrarre e classificare. Il divieto copre però solo uno degli usi possibili. Un assistente che risponde alle domande di matematica o che riscrive un tema non legge le emozioni, e quindi non ricade in questa regola. Minori di 14 anni e consenso dei genitori: la legge 132/2025 Qui entra in gioco la legge italiana. La legge 23 settembre 2025, n. 132, che contiene disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale, stabilisce all’art. 4, comma 4, che l’accesso dei minori di quattordici anni alle tecnologie di IA, e il conseguente trattamento dei loro dati personali, richiede il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto del GDPR e del Codice privacy. Per le famiglie è un punto di appoggio concreto. Se un istituto propone una piattaforma di IA a studenti delle elementari o delle medie, i genitori hanno titolo per chiedere che cosa fa lo strumento, quali dati raccoglie, dove li conserva e per quanto tempo. Il consenso, per avere senso, deve essere informato, e la scuola deve essere in grado di spiegare in modo semplice ciò che chiede di accettare. La stessa legge, all’art. 24, delega il Governo a prevedere percorsi di alfabetizzazione e formazione sull’uso dei sistemi di IA e a rafforzare le competenze nei curricoli scolastici. È un’indicazione di direzione, che dipende dai decreti attuativi. Intelligenza artificiale a scuola, il punto debole: la formazione degli adulti Divieti e consensi proteggono, ma da soli non bastano. Un bambino che usa l’IA generativa a casa, sul telefono di un fratello o di un genitore, sfugge a qualsiasi regola scolastica. La protezione più duratura passa dalla capacità degli adulti di capire che cosa sta succedendo e di accompagnarlo. L’AI Act lo riconosce all’art. 4, dedicato all’alfabetizzazione in materia di IA. Nella versione modificata dal Regolamento (UE) 2026/1744, in vigore dal 27 luglio 2026, fornitori e deployer, cioè le organizzazioni che usano i sistemi, adottano misure per sostenere lo sviluppo dell’alfabetizzazione del proprio personale, tenendo conto delle conoscenze, dell’esperienza e del contesto d’uso. Una scuola che introduce uno strumento di IA rientra in questa logica: chi lo usa con gli studenti deve saperne riconoscere limiti ed errori. L’UNESCO va nella stessa direzione. La sua guida sull’IA generativa nell’istruzione e nella ricerca, pubblicata il 7 settembre 2023, chiede ai governi di proteggere i dati degli studenti, di validare gli strumenti sul piano etico e pedagogico prima dell’uso in classe e di formare i docenti. Secondo quanto riportato dal servizio di notizie delle Nazioni Unite, la guida suggerisce di considerare un limite di età di 13 anni per l’uso in classe. È lo stesso riferimento che Trivelli richiama nel suo articolo. Il filo che unisce queste indicazioni è chiaro. La precauzione funziona quando chi educa sa distinguere un uso che aiuta a pensare da uno che sostituisce il pensiero. Precauzione ed educazione: dove si incontrano Pressenza e AIPIA Pressenza dà spazio da anni a una visione umanista e nonviolenta, attenta ai diritti delle persone più esposte, e i minori lo sono più di tutti davanti a tecnologie progettate da altri. L’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit indipendente con sede a Roma, lavora sull’altro lato della stessa questione: rendere comprensibili le regole e le competenze necessarie a usare l’IA in modo consapevole. Per chi vuole orientarsi tra divieti, obblighi e scadenze, la guida all’AI Act di AIPIA raccoglie in un solo punto il calendario del regolamento europeo e le principali disposizioni della legge 132/2025, compresa quella sul consenso dei genitori. I due mondi si incontrano su un terreno preciso, l’educazione. Associazioni, comitati di genitori e gruppi di insegnanti che leggono Pressenza possono partire dalle norme per aprire un confronto informato con le scuole del proprio territorio. Sul versante scolastico, AIPIA promuove anche AI NEXT, un programma gratuito rivolto alle scuole. Che cosa chiedere alla scuola, già da quest’anno Una famiglia o un’associazione che voglia applicare il principio di precauzione senza aspettare una moratoria può fare poche domande, semplici e legittime. Quali strumenti di IA usa la scuola, e per quali attività. Se è stato chiesto il consenso dei genitori per gli alunni sotto i 14 anni, e con quali informazioni. Quale formazione hanno ricevuto i docenti che li usano. Quali dati degli studenti finiscono ai fornitori. Sono domande che non presuppongono sfiducia. Servono a trasformare un’adozione silenziosa in una scelta discussa. Il paragone con i farmaci regge anche in un altro senso. Un medicinale sicuro non basta: serve qualcuno che sappia quando prescriverlo, a chi e in che dose. Per l’IA a scuola quella figura è l’insegnante formato, affiancato da genitori che conoscono le regole e hanno gli strumenti per chiederne il rispetto. Rafael Patron, Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA Redazione Italia
October 9, 2026
Pressenza