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Il Marocco trasforma la nebbia in acqua potabile
Sulle aride montagne di Aït Baâmrane, nel sud del Marocco, una tecnologia innovativa sta trasformando la vita di centinaia di famiglie rurali: enormi reti installate sui pendii catturano l’umidità della nebbia proveniente dall’Oceano Atlantico e la trasformano in acqua potabile. Il sistema, considerato uno dei più grandi progetti di raccolta della nebbia al mondo, permette di ottenere migliaia di litri d’acqua ogni giorno in una regione colpita dalla siccità e dall’avanzata del deserto. L’iniziativa funziona grazie a reti speciali che condensano le minuscole goccioline sospese nella nebbia. L’acqua raccolta viene convogliata in serbatoi e distribuita alle abitazioni vicine utilizzando pompe alimentate con energia solare. Grazie a questo sistema, molte donne e ragazze hanno abbandonato le lunghe camminate quotidiane alla ricerca di acqua, un compito che per anni ha limitato l’accesso all’istruzione e ha influito sull’economia familiare. Organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno sottolineato che il progetto è un esempio di adattamento climatico sostenibile per le regioni colpite dalla scarsità d’acqua. Gli esperti ritengono che questa esperienza potrebbe essere replicata in altre zone aride dell’Africa e dell’America Latina, specialmente nelle comunità dove la nebbia è frequente ma l’accesso all’acqua rimane limitato. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO Pressenza IPA
May 23, 2026
Pressenza
Il caffè gestito dall’intelligenza artificiale: chi comanda davvero?
Mona ha gestito un caffè a Stoccolma per sei settimane: ma la vera domanda non riguarda la tecnologia, bensì chi decide e chi risponde. A Stoccolma, in un locale qualunque, per sei settimane un agente di intelligenza artificiale chiamato Mona ha gestito un caffè. Ha ordinato forniture, assunto personale, aperto conti commerciali, preso decisioni operative in autonomia. Il budget era di 21.000 dollari. I ricavi prodotti sono stati 5.700. Le spese, 16.000 dollari, di cui una parte consistente in tremila guanti di lattice — acquistati, si presume, con una logica impeccabile dentro un sistema che non aveva mai bevuto un caffè, non aveva mai visto una cassa, non aveva mai capito cosa succede quando un cliente aspetta troppo e se ne va. L’esperimento è stato condotto da un gruppo di ricercatori che volevano testare le capacità operative di un agente basato su Google Gemini in un ambiente reale, con vincoli reali e conseguenze reali. Il risultato è stato raccontato come un fallimento istruttivo. Ma la parola «istruttivo» merita di essere tenuta ferma, perché l’istruzione che ne ricaviamo dipende interamente dalla domanda che decidiamo di fare. LA DOMANDA SBAGLIATA La domanda che circola — nelle sintesi tecnologiche, nei commenti degli addetti ai lavori, nelle newsletter che aggregano notizie di settore — è sostanzialmente questa: l’AI era pronta? E la risposta, ovviamente, è no: non era pronta, ha sbagliato, ha sprecato risorse, ha dimostrato limiti evidenti di contestualizzazione. Mona non capiva il contesto operativo. Agiva senza comprendere. Premeva pulsanti, come ha scritto qualcuno con efficace sintesi, senza sapere cosa stava facendo. Ma questa risposta, per quanto corretta, è la risposta alla domanda sbagliata. Perché la domanda giusta non è se Mona fosse pronta. La domanda giusta è: chi ha deciso di metterla lì? Chi ha scelto di affidare a un sistema che «agisce senza comprendere» la gestione di un’attività che coinvolgeva lavoratori in carne e ossa, fornitori reali, denaro vero? E soprattutto: con quale mandato, con quale responsabilità, con quale possibilità di intervento per chi stava dentro quel sistema senza averlo scelto? IL LAVORATORE CHE NON C’ERA Nell’intera narrazione dell’esperimento — così come viene raccontato, sintetizzato, commentato — c’è una figura che rimane quasi invisibile: il personale assunto da Mona. Esseri umani che hanno ricevuto un’offerta di lavoro da un agente artificiale, che hanno lavorato in un locale gestito da un algoritmo, che hanno eseguito istruzioni generate da un sistema che non aveva alcuna comprensione del lavoro che stava coordinando. Non sappiamo cosa abbiano vissuto. Non sappiamo se abbiano avuto interlocutori umani a cui rivolgersi quando qualcosa non funzionava. Non sappiamo se abbiano avuto contratti, tutele, qualcuno che rispondesse delle loro condizioni. Questo non è un dettaglio. È il centro della questione. Perché l’intelligenza artificiale applicata al lavoro non è soltanto una questione di efficienza o di competenza tecnica del sistema: è una questione di potere. Chi comanda, chi risponde, chi paga quando qualcosa va storto. Mona ha speso 16.000 dollari e prodotto 5.700 di ricavi: il disavanzo ricade su qualcuno. I tremila guanti inutili esistono fisicamente da qualche parte. Le ore di lavoro del personale sono state consumate. E Mona, nel frattempo, non risponde a nessuno, perché non è nessuno — è un sistema, e dietro il sistema ci sono scelte umane che l’esperimento ha reso convenientemente invisibili. L’AUTONOMIA COME DELEGA DI RESPONSABILITÀ C’è una retorica consolidata intorno agli agenti autonomi che vale la pena smontare. Si dice che questi sistemi «prendono decisioni», che «gestiscono», che «coordinano». Il linguaggio è deliberatamente antropomorfico, e non è neutro: attribuire agentività al sistema significa, anche solo sul piano semantico, sottrarre agentività — e responsabilità — agli esseri umani che lo hanno progettato, addestrato, distribuito e messo in posizione di comando su altri esseri umani. Mona non ha deciso di comprare tremila guanti. Ha eseguito una logica che qualcuno ha costruito, in un contesto che qualcuno ha scelto, con un budget che qualcuno ha autorizzato. L’autonomia operativa del sistema non è autonomia nel senso in cui lo intendiamo per gli esseri umani: è l’esecuzione opaca di istruzioni che nessuno, in quel momento, stava supervisionando. Ed è esattamente questa opacità — non la stupidità del sistema, non il suo «non essere pronto» — il problema politico che l’esperimento ha portato in superficie senza nominarla. Il diritto del lavoro, nella sua lunga storia, ha impiegato decenni a costruire tutele contro il potere arbitrario del datore di lavoro: il diritto a conoscere chi comanda, il diritto a contestare un’istruzione illegittima, il diritto a un interlocutore responsabile. Un sistema autonomo che «assume» e «coordina» dissolve queste tutele non perché le violi esplicitamente, ma perché le rende strutturalmente inapplicabili: non c’è nessuno a cui rivolgersi, nessuno che risponda, nessuno che abbia «deciso» nel senso giuridicamente rilevante del termine. COSA CI DICE DAVVERO LO SPRECO C’è ancora un aspetto dell’esperimento che merita attenzione, ed è il meno commentato. Mona ha fallito in modo spettacolare sul piano economico. Ma il fallimento economico — lo spreco misurabile, il disavanzo quantificabile — è paradossalmente la parte più rassicurante della storia, perché è visibile, è misurabile, è correggibile. Si tira fuori il sistema, si analizzano gli errori, si migliora il modello per la prossima iterazione. Quello che non si vede, e che nessun indicatore economico cattura, è il costo umano dell’opacità: le ore di lavoro in un contesto privo di supervisione umana reale, le decisioni operative eseguite senza possibilità di contraddittorio, la condizione di dipendenza da un sistema che non comprende né le proprie istruzioni né le loro conseguenze sulle persone. Questo costo non compare nel rendiconto dell’esperimento. Non comparirà nel paper che ne verrà pubblicato. Non comparirà nelle slide con cui il prossimo gruppo di ricercatori presenterà i risultati alla prossima conferenza. E non comparirà perché non è stato misurato. E non è stato misurato perché non era la domanda. E non era la domanda perché la domanda era: l’AI era pronta? STOCCOLMA NON È UN CASO LIMITE Sarebbe comodo liquidare l’esperimento del caffè di Stoccolma come un caso estremo, un esperimento accademico deliberatamente provocatorio, lontano dalla realtà ordinaria del lavoro. Non è così. In forme meno visibili e meno documentate, agenti autonomi vengono già utilizzati per coordinare turni, valutare performance, filtrare candidature, gestire processi logistici. La differenza rispetto a Mona è soltanto di scala e di trasparenza: là l’esperimento era dichiarato, qui è routine. Là i tremila guanti erano evidenti; qui gli errori si disperdono in flussi di dati che nessuno ha il mandato di esaminare. La domanda che l’esperimento ci lascia non è tecnica. Non riguarda Gemini, non riguarda Google, non riguarda la prossima versione del modello che farà meglio di Mona. Riguarda noi, e le scelte che stiamo facendo mentre il dibattito pubblico è ancora fermo sulla domanda sbagliata. Un sistema che agisce senza comprendere può essere utile, in contesti adeguatamente presidiati, con responsabilità umane chiaramente allocate e meccanismi di controllo effettivi. Ma un sistema che agisce senza comprendere, messo in posizione di comando su esseri umani, senza supervisione reale e senza accountability, non è un esperimento sull’intelligenza artificiale. È un esperimento su di noi. Su quanto siamo disposti a delegare. E a chi. Fonte Google Gemini AI agent «Mona» runs Stockholm café for six weeks, sintesi dell’esperimento pubblicata da <a href=”https://www.emergence.ai/”>Emergence AI</a>, maggio 2026, citata in <a href=”https://www.zerotoai.co/”>ZeroToAI Newsletter</a> del 16 maggio 2026. Francesco Russo
May 18, 2026
Pressenza
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa di difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza
L’universo non è un righello
Dalla scienza delle reti al significato culturale del Purushottam Maas, un invito a ripensare tempo, relazioni e produttività. Siamo cresciuti con l’idea rassicurante che la realtà sia qualcosa di stabile, lineare e misurabile. A scuola impariamo che la distanza più breve tra due punti è una linea retta e che il mondo può essere descritto attraverso coordinate, metri, mappe e confini. Questa visione, ereditata dalla geometria euclidea, ha influenzato non solo il modo in cui rappresentiamo lo spazio fisico, ma anche il nostro rapporto con il tempo, l’economia e le relazioni umane. Negli ultimi decenni, però, molte discipline scientifiche hanno iniziato a mostrare i limiti di questa prospettiva. La fisica dei sistemi complessi, la biologia, le neuroscienze e la scienza delle reti suggeriscono che la realtà non possa essere compresa soltanto osservando oggetti separati nello spazio, ma debba essere letta attraverso le connessioni che li attraversano. Uno degli esempi più interessanti arriva dagli studi sulla diffusione globale delle epidemie. Alcuni ricercatori hanno sviluppato il concetto di “distanza efficace”: in un mondo interconnesso dai trasporti aerei, la vicinanza geografica non coincide più necessariamente con la vicinanza reale. Due grandi hub internazionali come Londra e New York, pur separate da migliaia di chilometri, risultano “vicinissime” dal punto di vista dei flussi di persone e merci. Al contrario, località fisicamente vicine ma isolate dalle reti di comunicazione possono essere, nei fatti, molto più lontane. La stessa trasformazione è avvenuta nelle neuroscienze. Per lungo tempo il cervello è stato studiato come un insieme di aree separate, ciascuna associata a una funzione precisa. Oggi, invece, il lavoro sul connettoma umano mette al centro le reti neurali, la sincronizzazione e la qualità delle connessioni tra regioni cerebrali. Non conta soltanto “dove” si trovano i neuroni, ma come comunicano tra loro. Anche la fisica contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea di uno spazio assoluto e immutabile. La relatività di Einstein ha mostrato che spazio e tempo non sono contenitori rigidi indipendenti dagli eventi, ma dimensioni dinamiche legate alla materia, all’energia e al movimento. In modi diversi, molte aree della ricerca moderna sembrano convergere verso la stessa intuizione: le relazioni contano almeno quanto gli oggetti. Come un mese in più nel calendario Questo passaggio da una visione statica a una relazionale del mondo trova, a mio avviso, un curioso parallelo simbolico in alcune antiche tradizioni del tempo ciclico. Nel calendario lunisolare induista, infatti, esiste un mese supplementare che viene aggiunto periodicamente per riallineare il ciclo della Luna con quello del Sole. È noto come Adhik Maas, il “mese aggiuntivo”. Dal punto di vista astronomico, si tratta di una correzione necessaria. Ma dal punto di vista culturale e spirituale questo tempo “fuori dal tempo” ha assunto nei secoli un significato molto più profondo. Viene raccontato che questo mese, inizialmente considerato infausto e privo di identità propria, trovò protezione presso Vishnu, diventando Purushottam Maas: il più sacro di tutti, un periodo dedicato alla riflessione interiore, alla semplificazione della vita e alla ricerca di equilibrio. Ciò che colpisce è il simbolismo di questa anomalia temporale. Un elemento nato per correggere uno scarto matematico diventa occasione di riallineamento umano e spirituale. In un certo senso, ricorda ciò che accade anche nella scienza contemporanea: quando emergono fenomeni che non rientrano nei vecchi modelli, non sempre si tratta di errori da eliminare. A volte sono segnali che invitano a cambiare paradigma. Secondo il calendario tradizionale seguito da molte comunità induiste, il mese di Purushottam Maas si apre oggi e durerà dal 17 maggio al 15 giugno 2026. Per milioni di persone rappresenta un periodo particolarmente favorevole alla meditazione, alla carità, allo studio e alla riduzione delle attività materiali considerate superflue, come traslochi, investimenti economici o matrimoni. Tradizionalmente, durante questo mese si incoraggiano pratiche di condivisione e servizio verso gli altri, momenti di silenzio, lettura di testi sapienziali e una vita quotidiana più sobria. Al contrario, molte famiglie evitano grandi celebrazioni mondane o decisioni economiche importanti, considerandolo un tempo di rallentamento e introspezione. Al di là dell’aspetto religioso, il significato culturale di questa pausa appare sorprendentemente attuale. Viviamo infatti in società che misura quasi tutto attraverso produttività, velocità e accumulo. Il tempo viene frammentato in scadenze, obiettivi, prestazioni e risultati immediati. Competere e produrre: correre e arrivare a fine mese sentendosi identificati con il proprio lavoro e con la propria produttività. Ma un sistema fondato soltanto sull’accelerazione rischia di perdere il senso delle connessioni profonde che rendono possibile la vita collettiva. Fermarsi a pensare “chi sono” oltre le etichette, oltre il ruolo sociale e oltre le aspettative esterne può diventare, oggi, un gesto profondamente rivoluzionario. La scienza delle reti ci ricorda che nessun nodo esiste isolatamente. Le crisi climatiche, economiche e sociali degli ultimi anni mostrano con evidenza quanto siano intrecciati i destini umani. Un conflitto locale modifica gli equilibri energetici globali, una pandemia attraversa continenti in poche settimane, una scelta finanziaria presa in un centro economico remoto può influenzare milioni di vite. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti che emerge sia dalla ricerca scientifica contemporanea sia dalle tradizioni ancestrali del tempo ciclico: la realtà non è fatta di elementi separati, ma di relazioni in continuo movimento. Per questo il mese di Purushottam Maas può essere letto, anche da una prospettiva laica, come un invito simbolico a interrompere per un momento la logica lineare della corsa permanente. Non per fuggire dal mondo, ma per osservare con maggiore attenzione la qualità delle connessioni che costruiamo ogni giorno. Non siamo punti in uno spazio piano bidimensionale da misurare con un righello. Non siamo nemmeno soltanto corpi collocati in uno spazio quantificabile. Siamo reti umane, ecologiche, culturali e interiori molto più vaste di quanto la scienza contemporanea riesca oggi a descrivere completamente. E forse il vero problema del nostro tempo non è la mancanza di informazioni o di tecnologia, ma la difficoltà di percepire fino in fondo questa rete di nodi, intrecci e interdipendenze invisibili che lega le nostre vite. In un’epoca che trasforma tutto in numeri, velocità e prestazioni, l’idea di un “mese fuori dal tempo” continua a porre una domanda semplice e radicale: che cosa accade quando smettiamo di misurare la vita soltanto con il righello dell’efficienza? Chi siamo, quando smettiamo per un momento di identificarci con ciò che produciamo e compriamo? E quali sono i fili invisibili che continuano a unirci agli altri, anche quando crediamo di essere soli, convinti che le nostre piccole scelte quotidiane non contino nulla? Valentina Fabbri Valenzuela
May 17, 2026
Pressenza
La situazione energetica a Cuba
Vicente de la O Levy, Ministro dell’Energia e delle Miniere di Cuba in una conferenza stampa ha esaminato la difficile situazione energetica degli ultimi mesi. Una delle maggiori lamentele che i cubani quotidianamente sollevano nei confronti del governo è la percezione che i blackout energetici non siano distribuiti equamente tra la popolazione. Si sostiene che alcuni circuiti non sono mai soggetti a interruzione, mentre altri sono sottoposti a sospensioni dell’erogazione elettrica per tempi molto lunghi. Il ministro ha spiegato che “Il sistema elettro-energetico non è progettato per i blackout.” Nessuno dei grandi investimenti storici, nessuna delle interconnessioni, nessuna delle sottostazioni è stata concepita pensando che i circuiti dovessero subire interruzioni in maniera rotativa e per mesi di seguito. Ha spiegato che “si parte dalla domanda esistente, dalla capacità di generazione disponibile e da una previsione di copertura. Questo calcolo, che viene aggiornato quotidianamente, mostra quanti megawatt di deficit ci saranno a mezzogiorno e nella notte. E questo deficit è distribuito tra le province”. Ogni provincia ha differenti esigenze elettriche e questo è il primo problema. Inoltre nella rete elettrica alcuni circuiti possono essere disattivati e altri no. In questi ultimi si trovano strutture che devono ricevere energia costantemente, come gli ospedali, centri di produzione e altro. “Nel Paese vengono protetti ogni giorno più di 600 circuiti che consumano più di 800 MW. Questi circuiti includono tutti gli ospedali dell’isola, le strutture economiche prioritarie e i cosiddetti circuiti DAF”, ha sottolineato Vicente de la O Levy. Conosciuti soprattutto dagli abitanti della capitale, sono circuiti che non possono essere spenti perché, di fronte a fluttuazioni nel sistema, sono quelli che si aprono e si chiudono automaticamente per regolare la frequenza ed evitare un collasso generalizzato. Durante la notte viene pianificata la quantità di energia necessaria per quel giorno e vengono decise, di conseguenza,  le interruzioni di energia e in quali circuiti. Può succedere però che durante il giorno una centrale subisca un guasto o un malfunzionamento e così tutti i calcoli fatti fino a quel momento diventano carta straccia. Purtroppo le centrali sono vecchie e il blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti impedisce l’acquisto di pezzi di ricambio e il loro ammodernamento. “I sistemi elettrici funzionano con riserva”, ha continuato il ministro. “Questi circuiti possono escludere un’unità per manutenzione. In un Paese normale, quando un impianto entra in manutenzione, altre unità di backup coprono la sua assenza senza che la gente se ne accorga, ma Cuba non ha quella riserva, andata persa nel corso degli anni a causa della situazione economica e finanziaria prodotta per il 99,9% dal blocco americano.” La conclusione è semplice: ogni volta che un’unità deve essere fermata per manutenzione o per un guasto, non c’è nessun’altra che la sostituisca. Il deficit generato da questo arresto si traduce direttamente in più ore di blackout per la popolazione. Per la produzione di energia elettrica occorrono milioni di tonnellate di combustibile, sia diesel che greggio e il Paese non dispone di queste quantità a causa delle ripetute sanzioni statunitensi, come le ultime imposte da Donald Trump. La produzione interna di Cuba, pur in aumento, non è comunque sufficiente per garantire l’indipendenza energetica dell’isola. E’ chiaro che molti, se non tutti, i problemi del sistema energetico cubano vadano ricercati nelle centinaia di misure e sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto a Cuba nel corso degli anni. La mancanza di petrolio, necessario per la produzione elettrica, non dipende, come sovente viene propagandato, dall’inefficienza del governo cubano, ma dalle conseguenze del blocco statunitense, con il fine ultimo di spingere i cubano a ribellarsi contro il governo. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 14, 2026
Pressenza
“Senza eparina non c’è medicina moderna”, un progetto per sostenere Cuba nella produzione del farmaco
La pandemia di COVID-19 ha evidenziato l’importanza di rafforzare la sovranità medica e la produzione locale di medicinali essenziali. In questo contesto, l’ONG mediCuba-Europe ha svolto un ruolo cruciale nel sostenere i laboratori cubani AICA nella produzione di eparina a basso peso molecolare, un anticoagulante vitale per numerosi trattamenti medici. Durante la fase di picco della pandemia di COVID, mediCuba-Europa, ha provveduto con 200.000 euro per l’importazione in emergenza di eparina sodica, che ha permesso di acquistare circa 42.000 dosi (nell’ambito di un più ampio ordine cubano gestito dal beneficiario cubano AICA – Empresa Laboratorios AICA, del Grupo de las Industrias Biotecnológica Y Farmacéutica de Cuba, si tratta di una struttura moderna che produce medicinali generici iniettabili e colliri sterili a Cuba). Tra ottobre e novembre 2021, mediCuba-Europe ha acquistato 24.000 dosi di enoxaparina, che ha inviato al Ministero della Salute pubblica cubano, per un valore stimato di 110.000 euro. Tra il 2022 e il 2023, mediCuba-Europa ha accompagnato i Laboratori Farmaceutici AICA dell’Avana nel processo di acquisizione della capacità di produrre eparina sodica iniettabile a basso peso molecolare con un importo di 466.000 euro, ottenendo l’accreditamento del prodotto il 10 agosto 2023 con registrazione n. M-23-046-B01 da parte delle autorità regolatorie cubane competenti. Dal 2021, nelle due fasi precedenti, mediCuba-Europa ha investito un totale di 776.000 €. Cuba pur avendo un ottimo Sistema Sanitario Nazionale, sconta, principalmente a causa del blocco statunitense, scarsa disponibilità di un farmaco salvavita qual è l’eparina: necessario in tante patologie, indispensabile anche come farmaco salvavita e nel post-operatorio. Attualmente Cuba importa questo farmaco a prezzo del mercato mondiale (3,92 euro per dose) in quantità insufficienti a causa della carenza di valuta estera. In questo contesto, è nata la necessità di sostenere l’industria farmaceutica pubblica nazionale cubana a sviluppare le proprie capacità e a sostituire le importazioni, relativamente costose, con prodotti fabbricati localmente con il fine non solo di aumentare la disponibilità di farmaci, ma anche mantenere il tessuto industriale, incoraggiando il personale qualificato, soprattutto donne e giovani, a rimanere nel proprio Paese e a mantenere il proprio lavoro. Così è nato il progetto “Senza eparina non c’è medicina moderna”, avente durata da luglio a dicembre 2024 per la prima fase; e da gennaio a ottobre 2025 per la seconda fase. L’iniziativa è nata quando il Ministero della Salute Pubblica di Cuba (MINSAP) ha incontrato difficoltà nell’acquisire eparina sul mercato internazionale a causa di carenze, costi elevati e complicazioni logistiche causate dal bloqueo. MediCuba-Europe ha approvato una donazione di 300.000 (150.000 euro nel 2024 e 150.000 euro nel 2025) per la produzione e l’introduzione del farmaco nella Rete Sanitaria Nazionale. Nel 2025 per la produzione del secondo lotto da 80.000 dosi, è stato richiesto nel primo semestre un impegno economico di 150.000 euro. Il progetto “Senza eparina non c’è medicina moderna” nasce con l’obiettivo di: * ridurre a morbilità e la mortalità dei pazienti a Cuba, sostenendo Cuba stessa nel piano di produrre massivamente l’eparina sodica a basso peso molecolare (LMWH) al fine di aumentare la copertura del fabbisogno interno in modo sostenibile e ad un costo inferiore rispetto alle importazioni; * ridurre le importazioni di un medicinale essenziale come l’EBM al minimo, a beneficio del prodotto locale di qualità e ad un costo inferiore al 50% per dose (riferito all’ LMWH importato), con un risparmio potenziale di oltre 2,36 milioni di euro all’anno con una produzione annua prevista di oltre 1,13 milioni di unità ad un prezzo (di importazione) stimato di 3,92 euro a dose; * Dimostrare la capacità di produzione di massa di LMWH a Cuba con la produzione di lotti di 80.000 dosi da 40 e 60 mg in ciascuna delle due fasi; * Formare almeno 20 specialisti per effettuare la suddetta produzione; * Dimostrare la qualità dell’eparina sodica a basso peso molecolare prodotta localmente e in serie; Il prodotto cubano a un prezzo equo può aiutare i pazienti di altri Paesi in via di sviluppo e potrà potenzialmente giovare a milioni di pazienti nei paesi meridionali che potrebbero avere una medicina di base a un prezzo equo. Questo progetto sostiene e favorisce in primo luogo: * circa 100.000 pazienti del sistema sanitario cubano che avranno a disposizione questa medicina essenziale di produzione locale. La priorità nella distribuzione del prodotto è data ai pazienti nei servizi ospedalieri specializzati di oncologia e ortopedia, e principalmente nell’Istituto di Immunologia ed Ematologia nelle diverse province del paese nel territorio occidentale, centrale e orientale. * L’industria farmaceutica nazionale, i 20 specialisti che gestiscono la produzione, i diversi centri di ricerca BioCubaFarma, così come altre istituzioni sanitarie pubbliche che forniscono servizi per autorizzare la validità, la produzione del farmaco, il controllo di qualità e l’uso clinico di questo farmaco, come il Centro per il Controllo Statale dei Medicinali, Apparecchiature e Dispositivi Medici (CECMED), il Centro nazionale di coordinamento per gli studi clinici (CENCEC). Il progetto ha favorito la cooperazione tra istituzioni scientifiche e accademiche. Gli specialisti dell’AICA hanno collaborato con l’Università dell’Avana e altri centri BioCubaFarma, come il Centro di Immunologia Molecolare (CIM) e il Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologia. Questi scambi hanno arricchito le conoscenze e rafforzato le sinergie tra i laboratori e le aziende del settore. Grazie a questo sforzo congiunto, al sostegno delle associazioni europee e alla solidarietà delle persone impegnate, Cuba avanza nell’autosufficienza nella produzione di medicinali essenziali, garantendo un accesso più sicuro e stabile ai trattamenti chiave per la salute della sua popolazione. Per l’anno 2026, grazie alla collaborazione tra mediCuba-Europa e l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, viene rilanciata la terza fase del progetto, per la quale l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba ha partecipato ad un bando della Chiesa Valdese ricevendo un contributo pari a 50.000 €. Con la somma è stato acquistato e inviato a Cuba la materia prima (Enoxaparina) necessaria per la produzione. La terza fase costituisce una continuità logica e coerente delle due fasi precedenti e mira a chiudere il ciclo del processo di sostituzione delle importazioni e di garanzia di un medicinale di base per la popolazione. Per arrivare a concludere il ciclo vi è la necessità di fare delle produzioni pilota (terza fase): una nel 2024 e una nel 2025: ogni una con un lotto da 80.000 dosi. Sebbene questa quantità equivalga al 6% della domanda nazionale annua, mostrerà la fattibilità tecnica della produzione di massa e la redditività economica, dato che il costo di una dose prodotta localmente è stimato in 1,84 euro, rispetto ai 3,92 euro di una dose importata (risparmio del 54%, equivalente a 166.400 euro in ciascuna produzione pilota). Ciò sarà decisivo per il processo decisionale delle autorità sanitarie cubane che potranno così scommettere sulla produzione locale di HBPM. Il budget proposto per la produzione dei lotti pilota (80.000 dosi/anno per 2024 e 2025) ammonta a un totale di 300.000 euro (150.000 euro per lotto) che vengono utilizzati per l’importazione di materie prime (125.000 euro per 6,5 chilogrammi di materia prima di eparina sodica, per reagenti standard e farmaco finito per il controllo della qualità (25.000 euro). Il progetto coinvolge diversi partner e soggetti, con documentazione digitale allegata per ciascuno (sono disponibili presso l’ufficio amministrativo di ANAIC le lettere di adesione e i documenti statutari). Nel corso degli anni, AICA, mediCuba-Europe e ANAIC hanno costruito un rapporto basato sulla trasparenza, sul rispetto reciproco e sulla solidarietà, che si concretizza anche in questo progetto di grande rilevanza sviluppato congiuntamente.   Fonti:   > Cuba avanza nell’innovazione e nella sovranità medica… https://italiacuba.it/wp-content/uploads/2026/05/Scheda-del-progetto_Eparina_Italiano.pdf Lorenzo Poli
May 12, 2026
Pressenza
Le storie che non si possono tradurre
La mediazione culturale non traduce soltanto parole. Traduce mondi, silenzi, memorie e modi diversi di sopravvivere. Negli ultimi anni ho compreso che la mediazione linguistica non può essere considerata soltanto una pratica tecnica legata alla traduzione delle lingue. È, prima di tutto, una pratica culturale, relazionale e profondamente umana. Traduce memorie, sistemi simbolici, vissuti corporei, emozioni, traumi e silenzi. E forse è proprio questo che le società occidentali contemporanee fanno ancora fatica a riconoscere: il fatto che la comunicazione umana non passi esclusivamente attraverso le parole. Le neuroscienze cognitive, la psicologia transculturale e gli studi antropologici mostrano oggi con sempre maggiore chiarezza che mente, corpo e cultura non possono essere separati. Ogni individuo costruisce il proprio modo di percepire il dolore, il tempo, la paura e l’identità all’interno di un contesto culturale specifico. La sofferenza non viene espressa nello stesso modo in tutte le società; persino il trauma assume forme narrative, corporee e simboliche differenti a seconda della cultura di appartenenza. Viviamo, soprattutto in Occidente, dentro società dominate dalla velocità e dalla produttività cognitiva. Il sociologo Hartmut Rosa definisce questa condizione “accelerazione sociale”: una forma di organizzazione della vita in cui l’individuo è costantemente chiamato a produrre, rispondere, pianificare, performare. Nelle economie avanzate il lavoro si è progressivamente spostato dalla dimensione fisica a quella cognitiva. Crescono le professioni amministrative, digitali e gestionali, mentre diminuiscono molte attività manuali tradizionali. Questo cambiamento ha modificato anche il modo in cui il corpo viene vissuto. In gran parte delle professioni contemporanee occidentali il corpo rimane immobile per ore, mentre la mente continua a lavorare senza interruzione. L’attenzione costante, il multitasking, l’iperconnessione e la pressione prestazionale producono un sovraccarico cognitivo permanente. Numerosi studi in ambito neuropsicologico collegano questa iperattivazione all’aumento di stress cronico, burnout, disturbi d’ansia e alterazioni dei sistemi attentivi ed emotivi. Forse è anche per questo che nelle società occidentali cresce sempre di più il bisogno di pratiche meditative basate sul silenzio, sulla respirazione e sull’immobilità: si cerca di fermare una mente che non riesce più a interrompere il proprio flusso continuo di attività. L’altro giorno parlavo con il mio psicoterapeuta, che è anche Professore ordinario e docente nella mia scuola di psicoterapia transculturale, della meditazione dinamica e del ruolo che il movimento assume in molte culture del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. In questi contesti la danza, il ritmo e il movimento collettivo non rappresentano soltanto forme artistiche o rituali: diventano dispositivi di regolazione emotiva, relazionale e spirituale. Attraverso il movimento del corpo, la mente rallenta. Le neuroscienze contemporanee stanno progressivamente confermando ciò che molte culture tradizionali conoscevano empiricamente da secoli. Il movimento ritmico e coordinato stimola processi neurobiologici complessi: favorisce la regolazione del sistema nervoso autonomo, riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e facilita il rilascio di neurotrasmettitori associati al benessere psicofisico, come dopamina, serotonina ed endorfine. Inoltre, le attività corporee collettive aumentano i processi di sincronizzazione sociale ed emotiva, rafforzando il senso di appartenenza e sicurezza. Il trauma, infatti, non è soltanto un ricordo mentale. È anche un’esperienza corporea. Gli studi sul trauma complesso mostrano come eventi estremamente stressanti possano alterare non soltanto la memoria narrativa, ma anche la percezione corporea, la regolazione emotiva e i meccanismi neurofisiologici legati alla sicurezza e alla paura. Per questo, in molte pratiche terapeutiche contemporanee, il corpo sta tornando centrale: non come elemento separato dalla mente, ma come parte integrante dell’esperienza psichica. Ed è proprio qui che la mediazione linguistica e culturale assume un valore fondamentale. Quando ci si trova in contesti delicati; come tribunali, consultori, percorsi psicoterapeutici o audizioni per la richiesta d’asilo, la presenza del mediatore culturale non serve semplicemente a tradurre parole. Serve a tradurre sistemi culturali, codici simbolici e modalità differenti di raccontare il dolore. Non tutte le culture costruiscono il racconto della sofferenza nello stesso modo. In alcune società il trauma viene espresso in maniera lineare e cronologica; in altre emerge attraverso immagini simboliche, riferimenti spirituali o manifestazioni corporee. Alcune persone riescono a raccontare dettagli precisi ma non ricordano la successione temporale degli eventi traumatici. Altre evitano il contatto visivo con le autorità per rispetto culturale, mentre nei sistemi occidentali questo comportamento può essere interpretato come segnale di insincerità. Senza una mediazione culturale competente, il rischio di fraintendimento diventa enorme. Ho lavorato per molti anni nelle commissioni territoriali italiane per il riconoscimento della protezione internazionale. Ho quasi quarantadue anni e per circa vent’anni ho attraversato luoghi legati all’asilo, alla migrazione e all’accoglienza. E ho visto quante volte le parole sfuggono. Quante volte sfuggono i significati profondi, le sfumature culturali, le implicazioni emotive. I funzionari che ascoltano i richiedenti asilo svolgono un lavoro estremamente complesso e psicologicamente gravoso. In poche ore devono ascoltare, comprendere, verbalizzare e valutare racconti spesso segnati da guerra, tortura, persecuzione politica, violenza sessuale o perdita familiare. Contemporaneamente devono mantenere criteri giuridici di coerenza narrativa e attendibilità. Ma la memoria traumatica non funziona sempre secondo criteri lineari. Le ricerche in psicotraumatologia mostrano che il trauma può frammentare il ricordo, alterare la percezione temporale e rendere difficile la verbalizzazione coerente degli eventi. Una contraddizione narrativa non è necessariamente una menzogna. A volte è il risultato stesso del trauma. Ed è qui che il ruolo del mediatore culturale diventa essenziale: non soltanto come traduttore linguistico, ma come figura capace di contestualizzare culturalmente il racconto umano. Perché la cultura non è un dettaglio secondario dell’identità. È il modo attraverso cui l’essere umano attribuisce significato all’esperienza. È fondamentale riuscire a raccontare la propria storia, anche all’interno delle famiglie, tra generazioni differenti, tra persone che hanno attraversato paesi, guerre, migrazioni e trasformazioni culturali. La cultura va tradotta, spiegata, trasmessa. E ogni traduzione comporta inevitabilmente una perdita, ma anche la possibilità di costruire comprensione reciproca. Per questo la domanda finale rimane aperta, etica e profondamente politica: quanto è giusto decidere della vita di un richiedente asilo dopo un’unica audizione di due o tre ore, sapendo che il trauma, la cultura e la memoria non sempre riescono a diventare immediatamente linguaggio? Nurgül ÇOKGEZİCİ Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
May 9, 2026
Pressenza
I saperi e il mercato del lavoro
L’ultimo rapporto Ocse “Fondamenti della crescita e della competitività” richiama l’Italia a rafforzare il capitale umano, denunciando l’elevato numero di giovani Neet e il basso tasso di laureati. L’organizzazione sottolinea come il debole livello di istruzione e la scarsa qualità dell’insegnamento compromettano le competenze della forza lavoro, in particolare quelle digitali, accentuando gli effetti dell’invecchiamento demografico. L’Ocse propone di migliorare la qualità e la diffusione degli Istituti Tecnici Superiori, potenziare la ricerca universitaria e rendere la formazione più aderente ai bisogni del mercato sollecitando maggiori investimenti. In Italia solo il 22% della popolazione è laureata, contro una media Ue del 33,5%; nella fascia tra i giovani 25-34 anni la quota scende al 31,6%, con forti divari territoriali e di genere (38,5% donne contro 25% uomini). Negli ultimi dieci anni circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese, 21.000 solo nel 2023. Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha abbandonato il Sud, oltre un terzo con una laurea. Solo il 66,7% dei 25-65enni possiede un diploma superiore (media Ue 80,5%) e i Neet tra 15 e 29 anni sono il 15,2%, con incidenza doppia nel Mezzogiorno. L’Italia è terzultima in Ue per spesa pubblica in istruzione, pari al 4% del Pil contro il 4,7% europeo. Nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo finanziario e digitale, fondato sul controllo dell’informazione e sull’estrazione e aggregazione dei dati, le reti informatiche sono sia uno strumento essenziale che una forza trainante al servizio della produttività e della trasformazione digitale ed economica. Le piattaforme Hi-Tech e i grandi Data Center sono diventati strumenti di controllo sociale e infrastrutture strategiche per la competitività economica, accelerate e alimentate dal settore militare che investe risorse massicce nella ricerca e nelle sue applicazioni. Oggi circa l’80% delle infrastrutture digitali globali fa capo a società USA, e lo 0,7% degli azionisti detiene l’88% del capitale globale. La profittabilità maggiore si concentra nel settore militare e Dual-use, sostenuta e trainata da finanziamenti pubblici e privati che esercitano una forte pressione sui debiti nazionali, riducendo gli spazi per la spesa sociale, ambientale e infrastrutturale. Il capitale umano della conoscenza risulta essenziale per la produttività e la competitività economica centrata sullo sviluppo delle tecnologie innovative. Tuttavia l’attuale fase del capitalismo digitale è caratterizzata da una crescente concentrazione di ricchezza e determina drammaticamente un crescente ed inedito sistema di disuguaglianze economiche e sociali. Circa 3.000 individui detengono il 50% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede appena l’1%. Dal 2000 al 2024 l’1% più ricco si è appropriato del 41% della nuova ricchezza mondiale, mentre al 50% più povero è andato solo l’1%. La ricchezza media dell’élite è aumentata di 1,3 milioni di dollari contro i soli 585 dollari della metà più povera. La disuguaglianza alimenta precarietà, genera salari di sussistenza e accresce l’insicurezza alimentare (2,3 miliardi di persone colpite). Il rapporto Oxfam 2025 rileva che la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in cinque anni, mentre la metà della popolazione mondiale vive in condizioni indegne, in contesti di erosione democratica e rafforzamento di dinamiche autoritarie. Inoltre, negli ultimi anni la eccezionale capacità di elaborazione di dati, e la potenza delle infrastrutture tecnologiche dirette dalla piattaforma Palantir, è stata utilizzata anche per la elaborazione di sistemi di controllo sociale e a fini di “repressione preventiva” e mostrando una disponibilità di interconnessione e funzionalità alle attività di militari nelle guerre. Il sistema produttivo tradizionale, privo di autonomia tecnologica, resta ai margini del processo produttivo. Le politiche europee oscillano tra l’adesione alla “dottrina tecnocratica” dettata dagli oligopoli finanziari e il tentativo di differenziarsi dagli Stati Uniti, oggi in declino per la perdita di supremazia nel mercato globale e con un forte e crescente debito pubblico, ma con un’alta concentrazione di capitale finanziario privato ancora dominante sul piano economico. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) punta a un mercato unico dei paesi UE fondato su sovranità energetica, autonomia digitale e difesa comune europea, con un investimento previsto di 500 miliardi in dieci anni oltre al 2% del Pil per la Nato. Tuttavia persistono tensioni geopolitiche e militari con gli Usa e interessi divergenti tra Paesi membri. L’Italia, con un debito pubblico tra i più alti dell’area Ocse e una struttura industriale arretrata e poco competitiva rimane ancorata e subalterna al sistema politico-militare degli USA. Il Paese importa la gran parte dell’energia che consuma e registra salari reali tra i più bassi d’Europa. L’occupazione cresce quasi esclusivamente negli over 50 e nei servizi a bassa produttività, in particolare turismo e commercio, dove i redditi sfiorano la soglia di sussistenza. Aumenta la povertà, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, segnate da spopolamento e invecchiamento. Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo restano scarsi e concentrati in progetti legati alla difesa e alla sicurezza, spesso condizionati da interessi privati e militari (come nel caso di Leonardo). La formazione secondaria e tecnica è indirizzata a sostenere un’industria di supporto a basso valore aggiunto, legata soprattutto alla manifattura del Nord e all’indotto tedesco. Nella formazione la cultura umanistica è stata progressivamente marginalizzata a favore di competenze tecniche standardizzate, riducendo la capacità critica e logico-analitica delle nuove generazioni. L’Italia, appesantita e resa vulnerabile dal forte debito pubblico si trova in una posizione fragile: dipendenza energetica, incapacità di affrontare i dissesti ambientali, bassa qualità dei servizi sociali, scarsa qualità dell’istruzione e della ricerca pubblica, bassa capacità di innovazione, una distribuzione diseguale delle opportunità costituiscono meccanismi strutturali profondi che non consentono l’accesso alle nuove frontiere della geoeconomia della conoscenza e del potere digitale. Il sistema politico nazionale non riesce ad individuare alcuna via di uscita. Impaurito dalla crescente pressione sociale, generata dalla perdita della capacità di acquisto dei redditi, dalla richiesta di migliori servizi sociali e sanitari, per le recenti scelte politiche complici delle guerre in atto, sia in Ucraina come in quelle genocide in Palestina, il Governo risponde con leggi finanziarie da economie di guerra e provvedimenti securitari e repressivi, senza riuscire ad affrontare i problemi reali delle persone. La soluzione di riserva sembra presentarsi nella possibilità di convergere verso la proposta della ricomposizione degli interessi dei diversi paesi in uno Stato-Sovrano UE. Una sovranità economica federata finalizzata alla affermazione di una geopolitica alternativa agli USA e della Cina. Una riorganizzazione dell’imperialismo europeo che resta ancorato alla supremazia del capitale finanziario delle Big-Tech e si affida al rilancio settore bellico come strategia per lo sviluppo tecnologico, con una previsione di investimento per il riarmo di circa 500 MLD nei primi 10 anni, a gravare sul debito pubblico, già alto, degli stati membri e con scarsissima attenzione verso il sociale Una proposta alternativa è possibile se si riesce ad organizzare e far crescere il movimento antagonista al sistema dell’autocrazia finanziaria a partire dalla ricomposizione degli interessi sociali e di classe, un movimento che definisce chiaramente come obiettivi la riduzione del divario sociale e ambientale e che riesce a fare rete con tutti i movimenti e le popolazioni già in rivolta a livello globale che rivendicano i propri diritti all’autodeterminazione. Una rete solidale basata sui diritti civili e sull’eguaglianza economica e sociale, contro ogni forma di autocrazia politica o religiosa. In questo contesto, il controllo pubblico e la condivisione delle infrastrutture digitali a livello globale che combinano innovazione, riduzione dei costi dei beni di consumo, il potenziamento dei servizi pubblici e l’autonomia energetica delle comunità locali, possono svolgere un ruolo fondamentale per l’eguaglianza economica, sociale ed ambientale. I lavoratori digitali e cognitivi sono i soggetti centrali nell’attuale fase dell’economia digitale, in quanto attore sociale in grado di coagulare e dare sviluppo ai processi di antagonismo sociale, ma soprattutto come soggetto politico (“proletariato instabile o nomade”) con un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle tecnologie innovative e con un portato di conoscenze e competenze in grado di avviare un processo per contrastare il dominio delle autocrazie finanziarie. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E STATISTICI RAPPORTO OXFAM 2026 RAPPORTO “G20 EXTRAORDINARY COMMITTEE OF INDIPENDENT EXPERTS ON GLOBAL INEQUALITY”2025 RAPPORTO DRAGHI SUL FUTURO DELLA COMPETITIVITÀ EUROPEA 2024 FONDAZIONE OPENPOLIS OCSE EUROSTAT ISTAT E,BRANCACCIO, LIBERALCOMUNISMO, FELTRINELLI 2025 ZHAO ZICHEN E LIU HAIJUN, IL PROLETARIATO DIGITALE, RIVISTA CONTROPIANO, GENNAIO 2026   CARLO SIMONETTI È ARCHITETTO, HA COORDINANDO IN QUALITÀ DI RICERCATORE SENIOR ATTIVITÀ DI REPORTING AMBIENTALE, AGENDA 21 LOCALE, PIANI DI AZIONE LOCALE E ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DI LABORATORI PARTECIPATI. HA SVOLTO ATTIVITÀ DI PIANIFICAZIONE TERRITORIALE E PAESAGGISTICA ED HA COORDINATO LA REDAZIONE DI PROGRAMMI DI RIQUALIFICAZIONE URBANA E COLLABORATO ALLA REDAZIONE DI NUMEROSI PIANI STRATEGICI DI CITTÀ E DI AREA VASTA   Redazione Italia
May 7, 2026
Pressenza
Obiettivo 2040. L’Italia oltre il fossile: 15 anni per liberarci dalle fonti energetiche inquinanti e belliche
Oggi importiamo gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E si risolve con decisioni per uscire dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ancora insufficiente. Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva si può convertire in metano sintetico verde e immesso in questa rete senza costruire nulla di nuovo. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Ci sono le tecnologie. Ci sono le risorse. Manca una classe politica che dica la verità: il tempo del «non si può» è finito[IL]     C’è un paradosso bruciante al cuore del sistema energetico italiano. Il Paese dispone di uno dei patrimoni rinnovabili più ricchi d’Europa: tre mari con vento favorevole, sole abbondante in ogni stagione, una dorsale appenninica che capta aria da nord a sud, un potenziale geotermico di prim’ordine. Eppure, continuiamo a importare gas, petrolio e carbone per oltre cinquanta miliardi di euro all’anno, arricchendo regimi autoritari e finanziando guerre. Il limite non è tecnologico, le rinnovabili sono già più economiche dei fossili. Il limite è politico. E come tale, si risolve: con decisioni. La buona notizia è che un percorso esiste. Concreto, finanziato, dettagliato. Non un’utopia verde, ma un programma di ingegneria, finanza pubblica e riorganizzazione industriale. L’obiettivo è uscire completamente dai combustibili fossili nel sistema elettrico entro il 2040, quindici anni. Il tempo, se si vuole, c’è. Ciò che manca è la volontà. IL MIX DI TECNOLOGIE RINNOVABILI È GIÀ OPERATIVO: ENTRO IL 2040 POSSIAMO LIBERARCI DAI FOSSILI (CREDIT FOTO SHUTTERSTOCK) I NUMERI: COSA SERVE DAVVERO A fine 2025, la capacità rinnovabile installata in Italia è di circa 81,5 GW, meno della metà del target Pniec 2030 di 131 GW. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% del fabbisogno elettrico: un record, ma ancora insufficiente. Le previsioni Terna-Snam stimano la domanda elettrica a 400 – 430 TWh nel 2040, trainata dall’elettrificazione di trasporti e riscaldamento. Per coprirla al 100% con le rinnovabili servono obiettivi chiari e decisioni non rinviabili. Il fotovoltaico deve arrivare a 190/200 GW totali: 155 GW in più rispetto agli attuali 43,5 GW, compatibili con il potenziale Irena per l’Italia superiore a 900 GW. L’eolico offshore galleggiante deve aggiungere almeno 50 GW. Il punto più critico è però l’accumulo: non i 100 GWh del piano iniziale, già il target PNIEC 2030 e già insufficienti, ma 800 – 1.000 GWh, di cui almeno 200/300 GWh di accumulo stagionale. È qui che si gioca davvero la partita.   LA NERVATURA NAZIONALE DELLA RETE SNAM (IMMAGINE SNAM 2020) IL NODO STAGIONALE: QUATTRO SOLUZIONI CHE L’ITALIA HA GIÀ Come immagazzinare l’eccesso solare estivo per coprire la domanda invernale? L’Italia ha un vantaggio enorme che continua a ignorare: la rete Snam, con una capacità di circa 200 TWh, esiste già. L’eccesso di energia estiva può essere convertito in metano sintetico verde tramite power-to-gas e immesso direttamente in questa infrastruttura senza costruire nulla di nuovo. Eni, con il suo know-how nel settore gas, è il soggetto naturale per guidare questa conversione, se il suo statuto viene riformato per legge con obiettivi climatici vincolanti. Tre tecnologie completano il quadro: la geotermia profonda a ciclo binario, energia continua e senza emissioni estratta dal sottosuolo tra 3.000 e 6.000 metri; il pompaggio idroelettrico su bacini esistenti, con efficienze round-trip del 70/85%; la microcogenerazione a biomassa locale per aree montane e rurali, con emissioni prossime allo zero se la filiera è corta e certificata. Sulle prime due: metano verde sintetico e geotermia profonda, va concentrato fin da subito lo sforzo di ricerca e sviluppo industriale.   IL COUNTDOWN FISCALE: SCADENZE VINCOLANTI, NON PROMESSE La transizione avviene quando cambiare costa meno che restare fermi. Questo meccanismo va costruito per legge, con scadenze non prorogabili, e finanziato da una sovratassa progressiva sui profitti fossili dal 20% tra il 2026 e il 2030, fino al 50% nel 2036 – 2040 e dalla restituzione degli oltre venti miliardi annui di sussidi pubblici ai fossili, ancora presenti nel bilancio dello Stato secondo le stime Ocse.   ENI, ENEL, ENEA: TRASFORMARE, NON DISTRUGGERE La transizione non può avvenire contro i grandi operatori pubblici: deve passare attraverso la loro trasformazione. Eni deve abbandonare l’esplorazione di nuovi giacimenti, incompatibile con qualunque obiettivo climatico credibile, e riorientare le proprie competenze verso idrogeno verde, biometano e geotermia profonda. Enel, già primo operatore mondiale nel settore rinnovabile, deve concentrarsi sulla rete intelligente e sulle comunità energetiche, spostando il modello dalla vendita di energia alla gestione distribuita. Enea deve triplicare il proprio budget di ricerca, con almeno il 40% destinato all’accumulo. I loro statuti vanno riformati per legge: obiettivi climatici vincolanti, rendicontazione parlamentare annuale, verificatori indipendenti. Questo è un atto di politica industriale, non di ideologia.   SUOLO E BUROCRAZIA: DUE NODI DA SCIOGLIERE SUBITO Nessuna transizione credibile può sacrificare suolo agricolo produttivo. La mappatura nazionale delle aree idonee va costruita per esclusione: fuori parchi, Natura 2000, beni culturali, territori Doc e gp, suoli di alta qualità e per gerarchia: prima i tetti degli edifici esistenti (potenziale stimato dal Gse: 80/100 GW), poi le aree industriali dismesse, ex discariche ed ex cave, le fasce laterali di autostrade e ferrovie, e solo infine il suolo marginale come scelta sussidiaria. Per ogni categoria, il silenzio-assenso con tempi certi, dodici mesi per le aree ordinarie, novanta giorni per i brownfield elimina il principale collo di bottiglia: oggi un impianto eolico aspetta in media sette anni per le autorizzazioni. Sette anni in un Paese che si dichiara in emergenza climatica.   NON È UN COSTO: È UN INVESTIMENTO FIORITURA PRIMAVERILE A CASTELLUCCIO DI NORCIA; IN ALTO, SULLA COLLINA, IL BOSCO CON LA SAGOMA DELL’ITALIA L’investimento complessivo è tra 400 e 550 miliardi in quindici anni. Ma non è una spesa: è la sostituzione dei 750/900 miliardi che, senza intervento, usciranno dall’economia italiana per importare fossili, senza creare un brevetto, un posto di lavoro stabile, un solo asset permanente sul territorio nazionale. Quei soldi oggi escono. La domanda è solo dove vanno: ad arricchire produttori esteri di gas e petrolio, o a costruire infrastrutture, competenze e lavoro italiano. Le comunità energetiche locali, strumento di giustizia sociale prima ancora che tecnico garantiscono che i benefici si distribuiscano nei territori, non si concentrino nelle mani di pochi grandi gruppi industriali. L’indipendenza energetica entro il 2040 è tecnicamente possibile, economicamente conveniente e politicamente necessaria. Non mancano le tecnologie. Non mancano le risorse. Manca ancora una classe politica disposta a dire la verità: che il tempo del «non si può» è finito. Aurelio Angelini
May 7, 2026
Pressenza
PRISONBREAK La guerra delle narrazioni: come Israele usa l’AI per fabbricare rivolte
Il 13 giugno 2025, nelle prime ore del mattino, Israele lancia la sua prima grande campagna di bombardamenti contro l’Iran. Colpisce siti militari, impianti nucleari, infrastrutture. In operazioni mirate elimina alti comandanti dell’apparato militare e della sicurezza iraniana, oltre a scienziati legati al programma nucleare. L’Iran risponde con missili balistici e droni. È l’inizio di quello che verrà chiamato la Guerra dei Dodici Giorni. E nel momento esatto in cui le prime bombe cadono, qualcosa di diverso accade online: una rete coordinata di account su X inizia a pubblicare in modo sincronizzato immagini e video di presunte rivolte in Iran, veicoli militari iraniani che esplodono, folla in piazza, instabilità. Contenuti preparati in anticipo, pubblicati mentre i missili erano ancora in volo. Non si tratta di propaganda spontanea. È un’operazione pianificata, documentata nei dettagli dal Citizen Lab dell’Università di Toronto nel rapporto “We Say You Want a Revolution: PRISONBREAK” (Report No. 189, ottobre 2025), elaborato insieme al ricercatore Darren Linvill della Clemson University. Una rete di oltre cinquanta profili inautentici su X, creata nel 2023 ma attivata massicciamente dal gennaio 2025, coordinata con precisione militare con le operazioni delle IDF. Il Citizen Lab, dopo aver sistematicamente escluso spiegazioni alternative, ha concluso che l’ipotesi più coerente con le evidenze disponibili è che un’agenzia non identificata del governo israeliano — o un subappaltatore che lavora sotto la sua stretta supervisione — stia conducendo direttamente l’operazione. COME FUNZIONA PRISONBREAK L’obiettivo dichiarato della campagna, ricostruito dall’analisi dei contenuti e delle traiettorie narrative della rete, è fomentare una rivolta contro il regime iraniano all’interno della popolazione iraniana. Non si tratta di influenzare l’opinione pubblica occidentale su Israele, né di contrastare narrativi ostili nei media internazionali. È qualcosa di più diretto: produrre una percezione di instabilità interna in Iran, sincronizzata con i momenti in cui le IDF colpiscono, per amplificare l’effetto demoralizzante degli attacchi e incoraggiare la popolazione a insorgere. Il Citizen Lab ha documentato come la rete abbia utilizzato sistematicamente immagini e video generati dall’AI, inclusi deepfake, mimando l’estetica di veri organi di informazione — tra cui BBC Persian. Uno dei contenuti più analizzati è un deepfake relativo al carcere di Evin — la prigione politica più famosa dell’Iran — pubblicato alle 11:52 ora di Teheran, pochi minuti dopo l’inizio del bombardamento israeliano sulla struttura il 23 giugno 2025. Quella preparazione anticipata è, per i ricercatori del Citizen Lab, uno degli elementi più rilevanti: nessun terzo soggetto, privo di conoscenza preventiva dei piani delle IDF, avrebbe potuto preparare quei contenuti e pubblicarli in quella finestra temporale così ristretta. Nelle prime ore del conflitto, la rete ha esortato gli iraniani a prelevare denaro dagli ATM, sostenendo che il regime stesse confiscando i risparmi dei cittadini. Circolavano video AI-generated di lunghe code agli sportelli, con figure umane distorte — un indicatore tecnico di manipolazione digitale identificato dai ricercatori forensi. La rete ha anche rilanciato il movimento simbolico #8PMCry, incoraggiando i cittadini a urlare slogan antigovernativi dai balconi, amplificato con video manipolati che fingevano di mostrare una partecipazione di massa. Alcuni account hanno impersonato media legittimi, pubblicando screenshot fasulli su presunte fughe di alti funzionari iraniani. I post della rete hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni in alcuni casi: uno solo — quello relativo al carcere di Evin — ha accumulato oltre 46.000 visualizzazioni e 3.500 like. Gli account erano attivi prevalentemente durante l’orario lavorativo israeliano e operavano principalmente da desktop anziché da dispositivi mobili: indicatori tecnici che i ricercatori hanno interpretato come coerenti con un’operazione professionalmente coordinata, non con dissenso organico iraniano. STOIC E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA DISINFORMAZIONE PRISONBREAK non è un caso isolato. Intorno a operazioni di questo tipo si è sviluppato in Israele un ecosistema commerciale strutturato: società spesso fondate da ex ufficiali militari delle forze di intelligence che operano in una zona grigia, offrendo capacità tecnologiche di manipolazione senza esplicitarle, consentendo ai clienti statali di mantenere una misura di plausibile negabilità. La società più documentata in questo ecosistema è STOIC, una società di marketing politico con sede a Tel Aviv. Nel giugno 2024, Meta e OpenAI hanno smantellato una rete di account gestita da STOIC: Meta ha rimosso 510 account Facebook e 32 account Instagram, emettendo una lettera di diffida. OpenAI ha confermato che STOIC usava i suoi modelli per generare articoli web e commenti pubblicati su Facebook, Instagram, X, YouTube e Telegram. Dopo aver pubblicato i commenti, altri account della stessa rete rispondevano con testi anch’essi generati dall’AI — creando l’illusione di un dibattito autentico. I profili fingevano di essere studenti ebrei, afroamericani o “cittadini preoccupati” nei paesi target. Le foto profilo erano spesso generate dall’AI, con alcuni account che usavano la stessa fotografia per persone nominalmente diverse. Dietro STOIC c’è un mandante pubblico documentato: il Ministero degli Affari della Diaspora israeliano, che ha finanziato l’operazione con circa 2 milioni di dollari per condurre una campagna rivolta a 128 parlamentari americani, con focus specifico sui membri democratici e afroamericani della Camera dei Rappresentanti. I contenuti includevano attacchi all’UNRWA, narrazioni volte a creare una frattura tra palestinesi e afroamericani, e materiale islamofobico rivolto al Canada. Il ministro Amichai Chikli ha negato le accuse, definendo le indagini “diffamazione”. HASBARA NELL’ERA DEGLI AGENTI C’è un termine ebraico che in Israele è di uso comune nell’ambito della comunicazione pubblica: hasbara, che significa letteralmente “spiegare”. La Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica israeliana porta questo nome e coordina ufficialmente gli sforzi di proiezione narrativa di Israele all’estero. La distinzione tra promozione legittima di un punto di vista e operazione di disinformazione coordinata non è sempre netta nella percezione pubblica. Ma i criteri per distinguerle esistono: l’uso di profili inautentici, la fabbricazione di identità false, la sincronizzazione con operazioni militari, l’impiego di deepfake, la manipolazione artificiale dell’engagement sono indicatori documentati e specifici. Non si tratta di valutare le ragioni politiche di un conflitto. Si tratta di riconoscere un’infrastruttura tecnica di manipolazione dell’informazione, indipendentemente da chi la gestisce. LA GUERRA IN CUI TUTTI PRODUCONO FALSE REALTÀ Il quadro che emerge dall’analisi del conflitto Iran-Israele del 2025 è quello di un ambiente informativo in cui nessun attore è immune dalla tentazione di fabbricare realtà. Iran, Russia, reti filo-israeliane: ciascuno produce il proprio set di falsi, ciascuno con tecniche e obiettivi diversi. Questo è forse il dato più preoccupante. Non la sofisticazione tecnica degli sciami AI — che è reale e crescente. Ma il fatto che il sistema funzioni anche quando è parzialmente smascherato: perché in un ambiente in cui tutti producono falsi, anche il vero diventa sospetto. Un politico che smentisce un deepfake lo fa in un mondo in cui tutti sanno che i deepfake esistono. La smentita non ristabilisce la realtà: si aggiunge al rumore. COSA RESTA IN PIEDI Le operazioni documentate — PRISONBREAK, STOIC, CopyCop — sono state smantellate o ridimensionate nel momento in cui sono state esposte. Questo conta. Significa che la ricerca indipendente, il monitoraggio delle piattaforme, l’investigazione giornalistica hanno ancora un effetto. Il problema è la scala temporale: tra il momento in cui un’operazione viene attivata e il momento in cui viene smantellata, può passare abbastanza tempo da rendere il danno narrativo irreversibile. Resta in piedi, come sempre, la reputazione delle fonti. Un sistema che genera milioni di contenuti falsi non risponde a nessuno. Un ricercatore universitario, un giornalista investigativo, un’organizzazione come il Citizen Lab rispondono alla propria reputazione, alla comunità scientifica, al pubblico. E nel frattempo, gli sciami continuano a lavorare. FONTI (CLICCABILI) * Citizen Lab https://citizenlab.ca/2025/10/ai-enabled-io-aimed-at-overthrowing-iranian-regime/ * CyberScoop https://cyberscoop.com/citizen-lab-disinformation-campaign-israel-iran-evin-prison/ * NPR https://www.npr.org/2024/07/09/nx-s1-4994027/israel-us-online-influence-campaign-gaza * Haaretz https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2025-10-03/… Francesco Russo
May 5, 2026
Pressenza