La natura sotto tiro. “Caccia S.p.A.” contro la Costituzione italiana e il diritto europeo
“La biodiversità non è un bene disponibile. È un’eredità da custodire.
Appartiene alla Repubblica, non alle lobby. Appartiene alle generazioni future,
non alla contingenza politica. Difendere la natura oggi significa difendere la
Costituzione, rispettare il diritto europeo e preservare la continuità stessa
della civiltà italiana”. Questa il richiamo conclusivo dell’articolo di Angelini
in merito al disegno di legge sulla caccia, sostenuto spudoratamente dalla
compagine governativa di destra: un intervento che pienmaente condividiamo, con
il quale si intende rivolgere appello al Capo dello Stato, in difesa del
principio di tutela costituzionale_
Il disegno di legge approvato il 23 giugno al Senato dalla sola maggioranza
governativa privatizza il patrimonio naturale degli italiani, ignora le evidenze
scientifiche e piega l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata a
favore della lobby venatoria. La caccia viene presentata come contributo alla
biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che
la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato
come risorsa utilizzabile. Estende la pressione venatoria su numerose specie in
stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie cacciabili,
incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei calendari venatori
e consente attività di caccia in fasi biologiche molto delicate. Viene
ridimensionato il ruolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca
Ambientale (Ispra), il principale ente tecnico-scientifico dello Stato in
materia ambientale. Si passa da un modello fondato sulla conoscenza a uno
fondato sulla convenienza. Le aziende faunistico-venatorie, oggi senza fini di
lucro, potranno operare come imprese commerciali e attività agro-turistiche.
È un provvedimento che modifica l’impianto di tutela della fauna selvatica,
ribaltando principi giuridici consolidati, ignorando le evidenze scientifiche e
piegando l’interesse generale a una visione fortemente sbilanciata verso
interessi settoriali. Il testo passa ora alla Camera dei deputati. È l’ultimo
passaggio utile per impedire che una delle più gravi regressioni nella tutela
della biodiversità degli ultimi decenni diventi legge dello Stato. Chiamiamo le
cose con il loro nome: non è una riforma della caccia. È la nascita della Caccia
S.p.A., dove la fauna selvatica cessa di essere un bene comune e diventa materia
prima di un mercato privato.
Un patrimonio svenduto: il conflitto con la Costituzione
L’articolo 9 della Costituzione, nella formulazione introdotta nel 2022,
stabilisce che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli
ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Non si tratta di una
dichiarazione programmatica, ma di un vincolo giuridico immediatamente
rilevante. La legge n. 157 del 1992 definisce la fauna selvatica patrimonio
indisponibile dello Stato, cioè bene sottratto alla logica della disponibilità
economica e della mercificazione. Il disegno di legge interviene proprio su
questo impianto. Non si parla più di tutela della fauna ma di “gestione”. Le
tradizioni venatorie vengono elevate a criterio di indirizzo accanto alle
evidenze scientifiche. La caccia viene presentata come contributo alla
biodiversità. È un ribaltamento concettuale prima ancora che normativo: ciò che
la Costituzione configura come bene comune viene progressivamente reinterpretato
come risorsa utilizzabile.
L’Italia custode della biodiversità europea
L’Italia ospita una quota rilevantissima della biodiversità europea e
mediterranea. Questo patrimonio è già sottoposto a forti pressioni. La perdita
di habitat, il consumo di suolo, la crisi climatica e l’intensificazione
agricola stanno determinando un progressivo indebolimento degli ecosistemi. In
questo contesto il disegno di legge procede in direzione opposta rispetto alle
politiche europee di conservazione. Estende la pressione venatoria su numerose
specie in stato di conservazione sfavorevole, amplia l’elenco delle specie
cacciabili, incrementa la discrezionalità regionale nella definizione dei
calendari venatori e consente attività di caccia in fasi biologiche
particolarmente delicate. Si tratta di un arretramento rispetto agli obiettivi
della Strategia europea per la biodiversità 2030, che prevede l’ampliamento
delle aree protette e il rafforzamento della tutela degli ecosistemi.
Nasce “Caccia S.p.A.” e la fauna diventa impresa
Il cuore del provvedimento riguarda la trasformazione delle aziende
faunistico-venatorie. Oggi esse operano senza fini di lucro, proprio perché la
fauna selvatica è un bene pubblico. Il disegno di legge elimina questo
vincolo. Le aziende potranno operare come imprese commerciali, ampliando periodi
di immissione e abbattimento e trasformando la caccia in un servizio economico
integrato in attività agro-turistiche. Nasce così la “Caccia S.p.A.”: un modello
in cui il valore economico prevale sulla funzione pubblica della biodiversità.
Viene inoltre rafforzato l’uso dei richiami vivi, con tutte le implicazioni
etiche e biologiche già più volte segnalate a livello europeo.
Un errore anche economico
La biodiversità rappresenta un’infrastruttura naturale essenziale per il
funzionamento dell’economia. Servizi ecosistemici come impollinazione, fertilità
dei suoli, regolazione idrica, stoccaggio del carbonio e controllo biologico dei
parassiti sono alla base della produzione agricola e della stabilità ambientale.
La loro riduzione comporta costi economici enormi e difficilmente reversibili.
Distruggere biodiversità per creare un mercato venatorio significa ridurre la
ricchezza collettiva per aumentare profitti privati di breve periodo.
La scienza parla chiaro, è il momento di mobilitarsi
La comunità scientifica internazionale riconosce che il pianeta è entrato in una
fase di sesta estinzione di massa. Il tasso di perdita delle specie è oggi
enormemente superiore ai valori naturali storici. Gli uccelli migratori sono tra
i gruppi più vulnerabili. In questo scenario, aumentare la pressione venatoria
non rappresenta gestione, ma accelerazione del declino. Il procedimento
legislativo non è ancora concluso. La Camera dei deputati può ancora intervenire
e modificare radicalmente il testo. È necessario un movimento ampio e
trasversale che coinvolga comunità scientifica, mondo agricolo, operatori del
turismo sostenibile, amministratori locali, associazioni e cittadini. Non è una
contrapposizione tra categorie, ma tra due modelli di società: uno che considera
la natura una risorsa da sfruttare; e uno che la riconosce come patrimonio
comune e fondamento della Repubblica. Il rischio non è solo ambientale, ma
istituzionale ed europeo. Ignorare i rilievi della Commissione europea
significherebbe esporre l’Italia a nuove procedure di infrazione e a ulteriori
costi collettivi.
VERSIONE PER PRESSENZA
Aurelio Angelini