
Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, June 24, 2026KHANDWALARM 1
Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato 2.
A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio.
Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona.
Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina.
La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà
Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste
18 Giugno 2026Nel disinteresse pressoché generale, in queste ultime settimane stanno continuando gli sgomberi delle persone in movimento e richiedenti asilo dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste.
Uno dopo l’altro, gli hangar vengono “bonificati” e poi sigillati con mattoni, cemento e pannelli di compensato. Le persone che vi avevano trovato riparo, però, non spariscono: costrette ad accamparsi in questi ricoveri di fortuna in attesa di accedere all’accoglienza a cui avrebbero diritto (un’attesa che può durare mesi), ogni sgombero non fa che spostare di qualche metro una condizione di abbandono che le istituzioni continuano a trattare come un problema di ordine pubblico, anziché come una responsabilità politica e umanitaria.
Negli ultimi mesi Comune e Regione hanno progressivamente chiuso una lunga serie di strutture nell’area di Porto Vecchio: dai magazzini 2, 2A, 4, 6, 7 e 10 fino agli edifici 116, 118, 119 e 120. L’ultimo edificio a essere sgomberato – il 21 maggio – è stato il magazzino 19, dove vivevano circa settanta persone.
In questo caso, probabilmente anche a causa del numero elevato di persone presenti, per circa sessanta di loro è stato predisposto l’ingresso nel sistema di accoglienza. Le restanti, però, sono rimaste nuovamente senza alcuna alternativa, confermando ancora una volta il carattere puramente emergenziale e parziale di queste operazioni.
Gli sgomberi procedono parallelamente all’avanzamento dei cantieri di riqualificazione dell’antico scalo, che il sindaco Roberto Dipiazza immagina trasformato in una sorta di nuova Montecarlo sul mare; e così, agli ingressi dei magazzini, compaiono cartelli che vietano l’accesso, tradotti in sette di lingue.
Ma mentre i lavori procedono, continua a mancare qualsiasi intervento strutturale capace di affrontare il nodo centrale: l’abbandono umanitario delle persone escluse dal sistema di accoglienza.
È questo, fra i tanti, l’aspetto maggiormente inquietante dell’intero quadro: le autorità sono consapevoli della presenza di persone a cui bisognerebbe garantire, per legge, un’accoglienza dignitosa, eppure sembrano ignorare il problema.
E se – formalmente – l’accesso alla domanda di asilo è sempre possibile, nella pratica viene ostacolato dalle prassi illegittime della Questura, come denunciato dalle organizzazioni umanitarie nel rapporto “Accesso negato” 3, pubblicato lo scorso dicembre.
Le persone non spariscono: lo sgombero come spostamento dell’abbandono
Come denunciato a seguito dell’ultimo sgombero dall’ICS, consorzio che a Trieste si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, «a Trieste permangono disfunzioni sistemiche gravi nella gestione delle domande di asilo. La Questura non ha adottato alcuna modalità organizzativa che consenta la registrazione tempestiva delle domande, che la legge impone avvenga entro tre giorni dall’arrivo. I tempi di attesa si attestano invece intorno a un mese. Durante questo periodo, la Prefettura non attiva alcuna misura di accoglienza, nonostante la normativa vigente imponga che sia garantito immediatamente almeno l’accesso alle misure minime di accoglienza materiale. A ciò si aggiunge un numero del tutto insufficiente di trasferimenti settimanali verso il resto del territorio nazionale, che causa un effetto imbuto strutturale. È questa colpevole inerzia, che si perpetua da anni, a costringere le persone a cercare riparo nelle strutture fatiscenti e pericolose del Porto Vecchio».
Una lettura condivisa da Marta Pacor, operatrice di Diaconia Valdese, secondo cui gli sgomberi «sono parte di un meccanismo istituzionale che propone la risoluzione di problemi le cui cause, sistemiche, sono riconducibili alle istituzioni stesse».
Pacor sottolinea come la grande maggioranza delle persone presenti nei magazzini fossero richiedenti asilo impossibilitati a formalizzare la propria domanda proprio a causa delle prassi illegittime adottate dalla Questura di Trieste: «in assenza della registrazione formale della domanda di protezione internazionale – spiega – non è possibile essere inseriti all’interno del sistema di accoglienza istituzionale, e dunque la strada rimane l’unica soluzione».
Questo ha portato, nel corso dell’inverno, a un paradosso: «i centri di prima accoglienza in città avevano posti disponibili e, ciò nonostante, le persone erano costrette a rimanere in strada, esposte a temperature rigidissime».
Secondo Pacor le operazioni di sgombero vengono così utilizzate unicamente per liberare un’area interessata dai progetti di riqualificazione urbana, senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione.
«Non si può parlare semplicemente di inadeguatezza istituzionale nella gestione del fenomeno: risulta ormai chiaro che si tratta di scelte operative ben precise», afferma Pacor, ricordando inoltre come durante l’ultimo inverno due persone siano state trovate morte nei magazzini di Porto Vecchio.
Finora buona parte delle persone sgomberate dai magazzini, escludendo quelle che nel frattempo sono riuscite a formalizzare la propria domanda di asilo, si sono semplicemente spostate nei palazzi ancora accessibili, ma con il procedere dei lavori questa non sarà più una strada percorribile.
Considerando l’aumento, proprio del periodo estivo, di arrivi dalla rotta balcanica, si intuisce come la situazione potrebbe diventare potenzialmente critica una volta che gli edifici saranno stati tutti chiusi.
Le realtà umanitarie, insieme alle forze di opposizione di centro-sinistra, avrebbero una soluzione: l’apertura di un centro di bassa soglia ad alta rotazione nell’ex mercato di via Gioia, edificio di proprietà comunale attualmente inutilizzato.
Con una spesa di poche centinaia di migliaia di euro si risolverebbe il problema dell’abbandono delle persone migranti in strada, ma la giunta Dipiazza è contraria, preferendo invece impiegare 1,2 milioni di euro del bilancio comunale per la recinzione di piazza Libertà, il luogo dove le associazioni umanitarie danno supporto alle persone migranti.
Una scelta che chiarisce fin troppo l’intenzione del primo cittadino: alimentare la propaganda xenofoba senza risolvere nulla.
- KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎
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