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Ancora un clamoroso falso di governo sui “paesi terzi sicuri”
1. La decisione del Consiglio dell’Unione europea sui “paesi terzi sicuri”, senza il voto del Parlamento europeo, non è un atto legislativo immediatamente esecutivo, e da sola non legittima i centri di detenzione esternalizzati in Albania, che rimangono privi di base legale ed in contrasto con quanto deciso dalla Corte di Giustizia UE con la sentenza del primo agosto scorso in materia di effettività dei diritti di difesa e sul ruolo della giurisdizione. Lo scorso aprile la Commissione europea aveva approvato una proposta di Regolamento contenente una lista di “paesi di origine sicuri”, che avrebbe dovuto emendare il nuovo Regolamento Procedure 2024/1348 , che permetterebbe la designazione, sia a livello unionale che nazionale, di paesi terzi sicuri e di paesi di origine sicuri, con eccezioni territoriali ed eccezioni per categorie identificabili di persone. La proposta condivisa dal Consiglio europeo dei ministri dell’interno degli Stati membri mira ad integrare il nuovo Regolamento Procedure prima ancora della sua entrata in vigore, prevista per il prossimo mese di luglio, nel quadro della prima applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024 con specifico riferimento alle procedure di rimpatrio. Una proposta che, ad esempio nel caso dell’Egitto, non tiene conto della situazione di particolare pregiudizio che particolari gruppi sociali, come ad esempio le persone LGBTQI+ possono subire in questi paesi. Si va a svuotare in questo modo la portata effettiva del diritto di asilo. Oltre alla cancellazione del diritto alla protezione, si va anche nella direzione di rendere più veloci le espulsioni, e di esternalizzare le procedure di allontanamento forzato, con il coinvolgimento di paesi terzi ritenuti “sicuri”. Secondo il nuovo Regolamento procedure, un paese può essere considerato terzo sicuro in ragione della sua presenza nella lista elaborata a livello dell’Unione o di un singolo stato membro, ma anche al di fuori della presenza del singolo paese all’interno di una lista ed anche, quando vengano stipulati accordi bilaterali, se non ha sottoscritto o non applica la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. L’art. 59 del Regolamento procedure fornisce la nozione di “paese terzo sicuro”. Un paese terzo può essere designato paese terzo sicuro soltanto quando in tale paese: non sussistono minacce alla vita e alla libertà dei cittadini stranieri per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale; non sussiste per i cittadini stranieri alcun rischio reale di danno grave quale definito all’articolo 15 del regolamento (UE) 2024/1347; i cittadini stranieri sono protetti dal respingimento conformemente alla convenzione di Ginevra e dall’allontanamento in violazione del diritto alla protezione da torture e trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale; esiste la possibilità di richiedere e, se sono soddisfatte le condizioni, di ricevere la protezione effettiva quale definita all’articolo 57 dello stesso Regolamento procedure. Inoltre, la designazione di un paese terzo come paese terzo sicuro a livello sia dell’Unione che nazionale può essere effettuata con eccezioni per determinate parti del suo territorio o categorie di persone chiaramente identificabili. In realtà, in base al Considerando 48 del Regolamento procedure, che adesso si vorrebbe emendare perché ritenuto troppo “garantista”, “Gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di applicare il concetto di paese terzo sicuro come motivo di inammissibilità qualora esista la possibilità che il richiedente richieda e, se le condizioni sono soddisfatte, riceva una protezione effettiva in un paese terzo in cui non sussistono minacce alla sua vita o alla sua libertà per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale, in cui non è oggetto di persecuzione né esposto a un rischio effettivo di danno grave ai sensi del regolamento (UE) 2024/1347 a ed è protetto dal respingimento e dall’allontanamento in violazione del diritto alla protezione da torture e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale. Tuttavia, le autorità accertanti degli Stati membri dovrebbero conservare il diritto a valutare nel merito una domanda anche qualora siano soddisfatte le condizioni per considerarla inammissibile, in particolare quando sono costrette ad agire in tal senso conformemente ai loro obblighi nazionali. Uno Stato membro dovrebbe poter applicare il concetto di paese terzo sicuro soltanto se c’è un collegamento tra il richiedente e il paese terzo sulla cui base sarebbe ragionevole che il richiedente si recasse in tale paese. Il collegamento tra il richiedente e il paese terzo sicuro potrebbe essere considerato stabilito in particolare qualora membri della famiglia del richiedente siano presenti in tale paese o qualora il richiedente si sia stabilito o abbia soggiornato in tale paese. Criteri di collegamento che adesso i governi dell’Unione europea, a maggioranza, ritengono troppo vincolanti per le loro politiche migratorie basate sulla cancellazione sostanziale del diritto di asilo, sulla detenzione amministrativa, e sui rimpatri con accompagnamento forzato, pure verso paesi diversi da quelli di origine. 2. Secondo quanto deciso adesso dal Consiglio europeo, invece, “per velocizzare effettivamente i rimpatri forzati e garantire al contempo il diritto di asilo sarebbe necessario che «vi sia un accordo o un’intesa con un Paese terzo sicuro che assicuri che la richiesta di asilo della persona sarà esaminata in quello Stato». Sembra in sostanza che sulla base di accordi bilaterali si possano derogare le garanzie dei diritti fondamentali previste dalle Convenzioni internazionali, e dagli stessi Regolamenti europei, come purtroppo si verifica di fatto da anni, basta pensare agli accordi conclusi dall’Italia non solo con la Libia, ma anche con la Tunisia e l’Egitto. Ma si tratta di prospettive tutte da verificare, e di valutazioni che non potranno sfuggire ai controlli giurisdizionali, al punto da svuotare del tutto i diritti di difesa riconosciuti dalla Carta UE dei diritti fondamentali e dalle Costituzioni nazionali. In questa prospettiva non si può affermare, come sostiene il ministro dell’interno Piantedosi, che i centri di detenzione in Albania costituiscano “il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei regolamenti”, almeno fino a quando resteranno sotto la giurisdizione concorrente italiana ed albanese. Un “modello” di esternalizzazione che non è sostenibile, non solo sotto il profilo economico, ma anche dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali delle persone che nei centri di detenzione albanesi non potrebbero godere delle stesse tutele che spettano loro in territorio italiano, ed europeo. In base alla Direttiva rimpatri (2008/115/CE) ancora vigente, che resterà in vigore fino all’approvazione definitiva nel 2027 del nuovo Regolamento sui rimpatri, i rimpatri possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri, si prevede infatti inequivocabilmente come “esecuzione dell’obbligo di rimpatrio”, ,,,, “il trasporto fisico fuori dallo Stato membro” (art 3 par. 5). Inoltre, “al fine di agevolare la procedura di rimpatrio si sottolinea la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi. La cooperazione internazionale con i paesi d’origine in tutte le fasi della procedura di rimpatrio è una condizione preliminare per un rimpatrio sostenibile” (Considerando 7). Senza nuovi accordi di riammissione con i paesi terzi e con i paesi di origine, e senza la loro effettiva attuazione, che non è certo all’orizzonte, al di fuori dei rapporti bilaterali già esistenti, il numero delle persone in condizioni di irregolarità effettivamente allontanate dal territorio italiano, ed europeo, non sembra destinato ad aumentare. Mentre se si voranno “anticipare” singoli aspetti normativi dei nuovi Regolamenti, prima che questi entrino in vigore, si moltiplicheranno i casi di detenzione informale ed arbitraria in frontiera, e nei luoghi che, con una finzione giuridica, si assimilano alla frontiera (con la finzione di non ingresso nel nuovo Regolamento sullo screening), per i quali l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Come se i corpi di persone sottoposte alla giurisdizione italiana e in stato di detenzione non si trovassero in un territorio che si asserisce soggetto a questa stessa giurisdizione. 3. In ogni caso la questione dei “paesi terzi sicuri” non si può confondere con la problematica dei “paesi di origine sicuri”, su cui si è pronunciata la Corte di Giustizia UE. Le nuove regole sulle procedure di espulsione e sul trattenimento amministrativo non possono svuotare la portata del diritto di asilo, nelle sue diverse formulazioni dettate dalla Convenzione di Ginevra del 1951, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Costituzione italiana. In nessun caso le regole di accesso alla procedura di asilo e di riconoscimento effettivo del diritto alla protezione potranno essere sovvertite per effetto di scelte politiche motivate con la difesa dei confini e il contrasto dell’immigrazione irregolare, sulla base di accordi bilaterali, ed in futuro multilaterali, con paesi terzi. Dovranno comunque rispettarsi il sistema gerarchico delle fonti normative (art.117 Cost.) ed il principio di indipendenza della magistratura che sarà chiamata a pronunciarsi in materia. Adesso si apre una fase di negoziati con il Parlamento europeo dove le divisioni tra gli Stati membri su questa materia, emerse già all’interno del Consiglio UE, Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro, potrebbero allontanare l’entrata in vigore dei nuovi Regolamenti. Che comunque non danno copertura alle prassi di deportazione di immigrati irregolari dall’Italia in Albania, vietate dalla Direttiva rimpatri 2008/115 che rimane in vigore fino a quando Parlamento Ue e Consiglio non troveranno un accordo per la sua abrogazione, con la introduzione di una nuova normativa sui return hubs. Ma anche su questo un accordo a Bruxelles sembra ancora lontano per i diversi rapporti degli Stati membri con i paesi terzi. Fino ad allora i centri di detenzione in Albania resteranno al di fuori dello Stato di diritto, e la loro residua attività potrebbe anche essere fonte di ulteriore responsabilità contabile per tutte le autorità politiche e amministrative che ne imporranno il funzionamento.  Fulvio Vassallo Paleologo
20 Giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato: le iniziative dell’UNHCR e della Rete SAI
Ieri, 20 giugno, è stato il World Refugee Day: la Giornata Mondiale del Rifugiato indetta dalle Nazioni Unite e commemorata in tutto il mondo. L’inasprirsi dei conflitti in mezzo mondo, la crisi climatica, le complesse e pericolose interrelazioni tra questi ed i loro effetti secondari, come l’insicurezza alimentare, costringono oltre 120 milioni di persone a lasciare le proprie case per cercare sicurezza e protezione. Di fronte ad una situazione umanitaria drammatica, le risorse a disposizione sono sempre più scarse e alle carenze di lunga data nell’assistenza umanitaria, si somma da ultimo anche la brutale crisi dei finanziamenti, il cui impatto sulla vita dei rifugiati, già devastante, peggiorerà ulteriormente. Non si tratta solo di una carenza di fondi, ma di una crisi di responsabilità collettiva, una scelta che produce sofferenza e alimenta instabilità. É in un tale scenario che abbiamo celebrato il 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato, un appuntamento annuale per riconoscere la forza, il coraggio e la determinazione di milioni di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenza, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. La Giornata Mondiale del Rifugiato rappresenta un’occasione per mostrare concretamente la propria solidarietà ai rifugiati – #withrefugees e, per questa ragione, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati (A fianco dei rifugiati, ogni giorno | UNHCR Italy), ha lanciato la campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione #TorniamoASentire, un invito a mettersi in ascolto e a provare empatia nei confronti di chi è costretto a fuggire. Mai come quest’anno, sottolinea l’UNHCR, è importante sostenere chi ogni giorno lotta per la sopravvivenza in Sudan, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Ciad, paesi dove si sta consumando una grave crisi umanitaria aggravata dai recenti tagli agli aiuti umanitari. L’UNHCR ha celebrato a Roma la Giornata Mondiale del Rifugiato con un evento istituzionale dal titolo Un impegno condiviso in un mondo dove la solidarietà è in crisi, durante il quale rappresentanti istituzionali, del settore privato e della società civile si sono confrontati sulla condivisione delle responsabilità nel trovare soluzioni durevoli per le persone rifugiate, in tempi di forte instabilità internazionale. Nel corso dell’evento si è svolta anche la cerimonia di premiazione delle aziende e delle organizzazioni della società civile che nel 2024 si sono distinte per aver facilitato l’inserimento lavorativo di persone rifugiate nell’ambito del programma  Welcome.Working for Refugee Integration, giunto alla sua settima edizione. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l’UNHCR ha lanciato inoltre uno spot realizzato con la voce dell’attore e testimonial dell’Agenzia ONU Alessandro Gassmann, in onda sulle principali emittenti radiotelevisive nazionali e locali e nei circuiti pubblicitari a bordo di treni e autobus, nelle stazioni, nei cinema, e nel circuito autostrade:  Giornata Mondiale del Rifugiato 2025 – YouTube. Come ogni anno, anche la Rete SAI (Sistema Accoglienza Integrazione), che al 31 maggio scorso coinvolge 648 Comuni (una rete capillare sul territorio di cui fanno parte oltre 1000 piccoli Comuni, fino a 5mila abitanti e il 93% dei Comuni italiani con oltre 100mila abitanti), 15 Province, 25 Unioni di Comuni e 49 altri Enti, impegnati in 872 progetti per oltre 39mila posti disponibili all’accoglienza (Posti-SAI-per-sito-31.05.2025-1-10), in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato si è attivata sul territorio, considerando tale appuntamento un’occasione preziosa per promuovere iniziative di informazione e sensibilizzazione sulle attività di accoglienza e per rafforzare i legami tra le comunità cittadine e la realtà del SAI, a partire dalle persone accolte. Con il tempo la Giornata Mondiale del Rifugiato si è allargata, fino a diventare, in alcuni contesti territoriali, un’intera settimana, se non addirittura un mese, da dedicare a momenti di incontro e confronto, di convivialità, di spettacolo e sport. E anche per il 2025 l’agenda della rete SAI per la Giornata Mondiale del Rifugiato è composita e ricca di iniziative varie: eventi, laboratori, tavole rotonde, assemblee, danze e balli, tornei sportivi, giochi, proiezioni, concerti, canti, letture, presentazioni, mostre, spettacoli. Quello del SAI è un calendario di appuntamenti che sono occasioni da non perdere per conoscere più da vicino le storie di beneficiari, operatori, enti del terzo settore, Comuni che insieme operano per dare nuove opportunità di vita a chi è stato costretto a fuggire da guerre, persecuzioni, violazioni di diritti umani, sfruttamento. E proprio nei giorni scorsi è stato presentato il XXIII Rapporto annuale dedicato al Sistema di accoglienza e integrazione. La rete SAI, ha sottolineato Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’ANCI, rappresenta un vero e proprio patrimonio infrastrutturale, professionale e sociale che, dai territori – dai più piccoli ai più grandi Comuni – viene messo a disposizione dell’intero Paese. Un sistema che, proprio per la sua capacità capillare di dare risposta ai bisogni di accoglienza e di inclusione, va rafforzato, garantendone la continuità, talvolta penalizzata anche dalla insufficienza di risorse. Qui il Rapporto integrale SAI: Libro 1_Def_12 Qui l’elenco delle iniziative: Giornata Mondiale del Rifugiato 2025 | RETESAI. (Le foto si riferiscono alla Giornata del Rifugiato svoltasi ieri  a Palermo, ndr)       Giovanni Caprio
Gli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa: due giornate di confronto critico a Milano
Lo scorso 24 maggio presso il Centro Internazionale di Quartiere (CIQ), fulcro interculturale della zona Corvetto nell’area sudorientale di Milano, si è svolta la quarta edizione degli “Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa” promossi da ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, ActionAid, Altreconomia, Antigone, CILD, CLEDU, Le Carbet, Melting Pot, Naga, Rete No Cpr, SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Spazi Circolari, K^B°B° Orchestra. Decine di relatori si sono alternati nel corso di due giornate intense che hanno riunito giudici, avvocati, attivisti, rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani e anche artisti, collettivamente e singolarmente impegnati/e in azioni concrete presentate nel corso di tavole rotonde, gruppi di lavoro e di un dibattito serrato sulle derive normative in tema di trattenimento amministrativo delle persone migranti e sulle criticità crescenti delle politiche migratorie europee, con un focus particolare sull’esternalizzazione della detenzione attraverso i nuovi centri costruiti e gestiti in Albania dal governo italiano. In un clima politico e sociale estremamente teso, segnato da decreti d’urgenza, accordi bilaterali controversi, spostamento e rafforzamento delle frontiere verso Paesi extra-UE, come nel caso albanese e gravi, crescenti restrizioni ai diritti fondamentali, i lavori hanno rappresentato una preziosa occasione di analisi e di allarme civile. Trattenimento e stato di diritto sotto attacco La giudice Silvia Albano, giudice del Tribunale di Roma e presidentessa di Magistratura Democratica, ha aperto i lavori sottolineando un fenomeno allarmante: «È lo stesso potere giudiziario a essere messo in discussione», ha dichiarato, riferendosi alla cornice giuridica dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e alla natura, cosi come alle modalità di implementazione, dell’accordo Italia-Albania. La giudice ha ricordato l’importanza dell’udienza prevista a Roma il 9 giugno, incentrata sulla compatibilità dei CPR albanesi con il diritto dell’Unione Europea. Il cuore del problema risiede nella designazione arbitraria di Paesi terzi come ‘sicuri’, nonostante situazioni territoriali o categorie di persone che sfuggono a tale definizione. Le prime mancate convalide da parte dei giudici italiani hanno generato una crisi istituzionale, culminata nell’approvazione del decreto-legge 158/2024 contenente le disposizioni urgenti in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale e nelle modifiche degli elenchi dei Paesi sicuri, senza trasparenza o basi verificabili con il conseguente smantellamento progressivo del diritto di asilo. «Assistiamo a un premierato di fatto, in cui l’esecutivo legifera in modo continuo, spesso senza basi tecniche o giuridiche solide», è stato sottolineato a più riprese dagli esperti che hanno aperto la sessione inaugurale. Finzioni giuridiche e frontiere esternalizzate Uno dei nodi più critici è la cosiddetta ‘finzione di non ingresso’, secondo la quale persone trattenute in strutture esterne al territorio dello Stato membro non sarebbero formalmente entrate nell’Unione Europea. Il protocollo con l’Albania crea una “zona di frontiera esternalizzata” priva di un solido fondamento giuridico per il trattenimento e il rimpatrio, che è stata poi visualizzata anche geograficamente il giorno successivo nel corso della presentazione dell’accurato progetto di mappatura “CHIUSI DENTRO. DALL’ALTO. I campi di confinamento dei migranti nell’Europa del XXI secolo” a cura di Duccio Facchini, direttore della rivista mensile Altreconomia. La Corte Costituzionale albanese aveva già convalidato l’accordo il 29 gennaio 2024, affermando che non comporta cessione di sovranità. Tuttavia, i giudici italiani continuano a sollevare dubbi sulla sua legittimità. Per esempio, un primo provvedimento di mancata convalida ha evidenziato il fatto che, in assenza di una previsione esplicita di trattenimento nella legge di ratifica, tale misura non può essere considerata automatica. La legge di conversione, approvata in Senato con voto di fiducia, ha aggravato la situazione ampliando le ipotesi di trattenimento per i richiedenti asilo trasferiti in Albania, con termini ristrettissimi per i ricorsi (come i 7 giorni per il ricorso in Cassazione) e senza adeguate garanzie di assistenza giuridica sul territorio albanese. Nel frattempo, è notizia delle ultime ore quella della nuova posizione espressa dalla Corte di Cassazione attraverso due ordinanze pregiudiziali con le quali si rinvia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la decisione su altrettanti ricorsi del Viminale contro le mancate convalide del trattenimento di migranti da parte della Corte d’Appello di Roma, sollevando dubbi sulla compatibilità dei trasferimenti e delle detenzioni nel CPR di Gjadër con il diritto comunitario. Al centro delle questioni risulta in maniera particolare la possibile incompatibilità della legge 14/2024 – che consente il trasferimento in Albania di migranti irregolari o richiedenti asilo anche in assenza di una concreta prospettiva di rimpatrio – rispetto alla direttiva rimpatri 2008/115/CE e alla direttiva 2013/32/UE sulle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. In attesa del riscontro ufficiale, richiesto in via d’urgenza alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo, i giudizi restano per il momento sospesi. La sorveglianza digitale e diritti fondamentali Un altro contributo rilevante nel corso della prima giornata degli Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa è stato quello offerto dall’avvocatessa Martina Stefanile, che ha illustrato gli aspetti maggiormente controversi legati all’uso coercitivo dei dispositivi digitali e di come i nuovi decreti prevedano l’obbligo di accesso forzato ai dispositivi elettronici, anche per richiedenti asilo non detenuti. Secondo Stefanile, si tratta di una grave violazione del diritto alla comunicazione e alla riservatezza della corrispondenza. La normativa vigente non garantisce la presenza del difensore durante tali operazioni, né strumenti efficaci di impugnazione. Inoltre, la nuova normativa europea sull’intelligenza artificiale ovvero il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale, o “AI Act” che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale approvato dal Parlamento Europeo ed entrato in vigore lo scorso 1 agosto 2024 include le linee guida per lo sviluppo, la commercializzazione e l’utilizzo dei sistemi di IA, consentendo l’uso dell’intelligenza artificiale nella gestione delle frontiere, includendo l’analisi automatica e persino emozionale dei dati estratti dai dispositivi. Il caso Moussa Balde, simbolo di un sistema opaco e mortale L’avvocato Gianluca Vitale ha chiuso la prima mattinata ricordando la morte di Moussa Balde, giovane guineano suicidatosi in stato di detenzione esattamente quattro anni prima, il 23 maggio 2021 nella cella n. 9 del CPR di Torino. Dopo essere stato picchiato ferocemente a Ventimiglia, Moussa Balde era stato rinchiuso in isolamento in una delle famigerate “gabbie pollaio” del centro di Corso Brunelleschi. La sua morte, oggi al centro di un processo presso il Tribunale di Torino, rappresenta il simbolo di un sistema disumanizzante. «Quel processo rischia di diventare un’occasione mancata per fare luce su un sistema intero», ha dichiarato Vitale. Il forum di Milano si è tenuto in queste due giornate proprio nel suo ricordo e per mantenere vivo l’impegno affinché tali crimini non siano normalizzati come parte di un sistema strutturato di detenzione e controllo amministrativo. I “morti per detenzione” e negli stessi centri di detenzione si sono susseguiti ininterrottamente dal 23 maggio 2021 a oggi, fino all’ultima vittima già legata ai centri in Albania. Si tratta di Hamid Badoui, uomo di 42 anni originario del Marocco, che sulla spinta della paura di tornare al centro di detenzione a Gjäder ha deciso di porre tragicamente fine alla sua vita nell’isolamento e nella disperazione. La tragica morte di Hamid sotto detenzione non è un caso isolato, ma il risultato di un regime migratorio violento, che tratta le persone come numeri da gestire, invece che vite da proteggere. Questa tragedia è il risultato di politiche che criminalizzano il movimento. Oggi pomeriggio, 31 maggio, si terrà un presidio in memoria di Hamid fuori dal centro di detenzione in Albania. Il contesto neocoloniale e la società civile in Albania Per far luce sulla situazione dei centri in Albania e sulla disinformazione che caratterizza le relazioni ufficiali tra i due Paesi, in particolare per quanto riguarda la retorica secondo la quale il popolo albanese dovrebbe mostrare una presunta ‘riconoscenza’ verso il governo italiano, alimentando così una narrativa di sudditanza funzionale a strategie neocoloniali, Nicoletta Alessio, giornalista esperta di etnografia dei confini, ha moderato un momento di approfondimento sulla cosiddetta “operazione Albania” condotto per conto di “Melting Pot Europa”. Gli episodi drammatici delle relazioni italo-albanesi degli ultimi trent’anni sono stati ripercorsi con accuratezza storica e sociale: dall’approdo della nave Vlora sulle coste pugliesi nell’agosto del 1991, con migliaia di persone rinchiuse nello stadio di Bari trasformato in un lager, alla tragedia della Kateri i Radës, la fragilissima imbarcazione speronata dalla Marina militare italiana il 28 marzo 1997 in acque internazionali durante un’operazione di blocco decisa dal governo Prodi con quello albanese di Sali Berisha, senza passare per il Parlamento né definire le regole d’ingaggio, causando la morte di circa cento persone, tra cui molte donne e bambini in fuga. Oggi, ha sottolineato Alessio, il patto Rama-Meloni si inserisce in una logica neocoloniale, trasformando l’Albania nel “giardino sul retro” d’Italia, dove nascondere agli occhi del pubblico la violenza dei CPR pur mantenendone il controllo. La rete “Melting Pot Europa”, insieme ai collettivi “Zanë Kolektiv” e “Europe Other”, ha realizzato tra marzo e maggio 2024 un lavoro di mappatura con attivisti, giornalisti e organizzazioni albanesi, culminato in un podcast in due episodi sulle prime mobilitazioni contro l’accordo. Prima di quella odierna in reazione alla morte di Hamid Badoui, già nel mese di dicembre 2024 la rete transnazionale “Network Against Migrant Detention” ha organizzato proteste a Tirana e davanti ai centri di Shëngjin e Gjadër come raccontato anche da Igor Zecchini della rete “Mai più lager – NO ai CPR” e da Fioralba Duma del collettivo “Meshde”, in collegamento da Tirana. Le ispezioni parlamentari e l’opposizione politica La deputata Rachele Scarpa, che ha partecipato alle missioni di monitoraggio in Albania, è intervenuta sottolineato come l’iniziativa del governo Meloni stia finalmente spingendo parlamentari italiani ed europei verso una maggiore vigilanza democratica, visitando per la prima volta i centri di detenzione esterni al territorio nazionale. «Almeno venti parlamentari» ha dichiarato Scarpa «sono riusciti a entrare nei centri in Albania, visionando i registri degli eventi critici. Questo primo passo di ispezione strutturata rappresenta un’opportunità formativa e politica per capire cosa sta realmente accadendo oltre Adriatico nel nostro nome e per mettere finalmente in discussione l’intero impianto giuridico e logistico dell’accordo.» A conclusione degli “Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa”, Francesco Ferri, che ha partecipato ai lavori in qualità di esperto di migrazione di ActionAid e del Tavolo Asilo e Immigrazione – TAI, nonché al panel di approfondimento sulla situazione dei centri di detenzione in Albania, ha dichiarato che «la partecipazione ampia e costante a questa iniziativa giunta già alla quarta edizione è il segnale di quanto il tema della detenzione amministrativa sia percepito come urgente da molte persone. Al di là della puntuale ricognizione sui dispositivi coercitivi, è stata un’occasione per discutere, per riflettere sulle strategie di resistenza in questa fase politica così complessa in Italia e nel resto del continente, a partire proprio dall’Albania.» Gli “Stati Generali sulla Detenzione Amministrativa” si sono rivelati ancora una volta uno spazio insostituibile di denuncia, approfondimento giuridico e mobilitazione politica. In un’epoca in cui la gestione dei flussi migratori è sempre più delegata alla repressione e all’esternalizzazione, il forum milanese ha lanciato un messaggio chiaro: non si può evocare un’Europa dei diritti mentre si costruiscono nuovi luoghi d’eccezione fuori dal campo visivo della protezione, del monitoraggio civico e dell’asilo. Anna Lodeserto