La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, June 18, 2026

KHANDWALARM

Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato.

A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona.

Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina.

Introduzione

Piazza della Libertà, luogo che storicamente funge da presidio solidale per persone in movimento e richiedenti asilo nella città di Trieste, da mesi è al centro di una battaglia politica che coinvolge la giunta comunale triestina. Da anni qui, associazioni come Linea d’ombra, Fornelli Resistenti, ICS e Diaconia Valdese, portano supporto quotidiano a chi arriva dalla Rotta Balcanica o alle persone escluse dal circuito dell’accoglienza presenti nel territorio cittadino. Distribuzione dei pasti, supporto medico e legale sono tra i principali servizi messi a disposizione. La piazza è diventata negli anni un luogo di riferimento per la popolazione migrante ma anche per attiviste, attivisti, volontarie e volontari che quotidianamente presidiano questo spazio che negli anni è diventato uno dei pochi luoghi che cerca di sopperire alle carenze del sistema di accoglienza e asilo cittadino. Non è un caso che Linea d’Ombra abbia ribattezzato Piazza della Libertà la “Piazza del Mondo”: perché è uno spazio di tutti e per tutti, un luogo in cui la provenienza non determina il diritto a esserci. In una città che spesso respinge e marginalizza, la piazza è diventata il simbolo concreto della possibilità di condividere lo spazio urbano al di là dei confini, delle nazionalità e dei documenti posseduti.

Escalation delle tensioni: una retorica criminalizzante che non considera le responsabilità istituzionali

Negli ultimi mesi quelli che vengono definiti gli “episodi violenti” di Piazza della Libertà hanno occupato con continuità le pagine della stampa cittadina, contribuendo ad alimentare un clima di allarme pubblico senza però interrogarsi davvero sulle cause che stanno a monte di questi avvenimenti.

Il 7 aprile due cittadini nepalesi rimangono feriti da arma da taglio a seguito di una lite con un ragazzo pakistano. Ecco come la notizia viene raccontata:

«Rissa in piazza Libertà, due persone accoltellate!».
TriestePrima

«Piazza Libertà, tensione alle stelle in pieno giorno: maxi rissa con accoltellamenti, ci sono feriti».
TriestePrima

Un mese dopo, l’8 maggio, un altro episodio di violenza coinvolge un giovane afghano ferito con un coltello a seguito di una disputa con alcuni connazionali. Ancora una volta il racconto mediatico segue lo stesso schema:

«Ancora sangue in piazza Libertà: accoltellato mentre dorme, ventenne grave a Cattinara».
TriestePrima

«Caos in Piazza Libertà: coltellate, grida, sangue. Un immigrato ferito da più fendenti a metà pomeriggio. Choc tra i turisti di passaggio con i trolley».
Il Piccolo

Naturalmente questi fatti non devono essere minimizzati né giustificati, si tratta di episodi gravi che meritano attenzione. Il problema è che la loro rappresentazione pubblica si ferma quasi sempre alla cronaca nera, alimentando una retorica allarmistica e criminalizzante nei confronti delle persone migranti che ogni giorno vivono e attraversano quella piazza. In alcuni casi vengono riportati particolari imprecisi o non verificati – come nel caso del giovane afghano che, contrariamente a quanto riportato da alcuni articoli, non stava dormendo su una panchina – contribuendo a costruire una narrazione che rafforza stereotipi e paure più che favorire una comprensione dei fatti. Nessuno si è mai veramente interrogato sul perché proprio Piazza della Libertà è diventata il luogo in cui queste tensioni emergono? Ridurre la risposta alla presunta criminalità dei migranti significa ignorare la responsabilità delle istituzioni nella produzione delle condizioni di marginalità che caratterizzano questo spazio.

La proposta comunale della recinzione: Piazza della Libertà e Trieste tra militarizzazione e infrazione dei diritti

In seguito all’accoltellamento del 7 aprile, il sindaco Roberto Dipiazza aveva rilasciato una serie di dichiarazioni dove manifestava la volontà di recintare Piazza della Libertà:

«Non posso più tollerare all’ingresso della mia città assolutamente alla sera sono in duecento lì, che fanno di tutto e di più le associazioni gli portano di tutto. Ho detto basta. […] Non possiamo correre più dietro, mancano le leggi no? Perché se fanno dei reati mandiamoli a casa loro è il minimo che possiamo chiedere».

Da quel momento è partita una spirale di militarizzazione attorno alla piazza. Ormai da due mesi un blindato della polizia o dei carabinieri presidia costantemente la piazza e ciclicamente vengono fatti controlli a tappeto dei documenti delle persone presenti.

La situazione è precipitata nella mattinata del 9 giugno, quando nel consiglio comunale è stata definitivamente approvata la variazione di bilancio per la chiusura di Piazza della Libertà. L’intenzione è quella di destinare 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno alla piazza, fondi che le forze di maggioranza hanno già dichiarato che chiederanno alla Regione non appena verrà aperto il bando. Nel frattempo, nonostante le proteste delle forze di opposizione, la delibera per la costruzione e lo stanziamento dei fondi è stata approvata in consiglio comunale.

«Sembra che incominci l’inizio della fine per la condizione di porto franco della piazza del Mondo di Trieste […] Dal 2019 la piazza godeva di un’ambigua libertà […] Il sindaco ogni tanto lanciava urla giornalistiche, faceva dispetti come chiudere per mesi l’unica fontanella e, definitivamente, il sottopassaggio, rifugio degli abitatori della piazza nelle sere di maltempo. Ma tutto finiva lì.

Ora sembra iniziata una nuova fase. Da oltre un mese furgoni di polizia e carabinieri stazionano ai margini della piazza, con due interventi massicci dentro la piazza anche con cani antidroga […].

Lunedì 8 giugno il consiglio comunale ha approvato una somma enorme – un milione duecentomila euro! – per recintare la piazza, somma peraltro ancora non stanziata: ciò che dimostra l’esigenza politica di avviare un processo di chiusura che potrebbe iniziare semplicemente con la dichiarazione di lavori in suolo pubblico, rendendo quindi inagibile la piazza ben prima dell’inizio effettivo dei lavori. È evidente la sproporzione fra la condizione materiale della piazza e la somma prevista: con molto di meno sarebbe possibile sistemare l’ex supermercato di via Gioia, vicinissimo alla stazione, chiuso da anni, di proprietà del Comune, richiesto per i migranti persino da un prefetto tre anni fa.

Sta cominciando da lontano la campagna elettorale per l’anno prossimo e la maggioranza comunale si prepara per sfruttare politicamente il passaggio migratorio.»

Linea d’Ombra

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che si faccia di tutto per trovare più di un milione di euro per recintare Piazza della Libertà mentre le richieste da parte delle associazioni per l’apertura di un centro per l’accoglienza di bassa soglia rimangono inascoltate?

L’edificio di Via Gioia

Portare sgomberi e recinzioni come “soluzioni” alla situazione migratoria in città rivela la natura di queste azioni. La volontà è quella di portare avanti con una retorica populista e violenta, una marginalizzazione di persone che vivono già contesti di fragilità creati dalle politiche migratorie e dalle istituzioni cittadine. Come attiviste e attivisti hanno denunciato più volte, chiudere il Silos, sgomberare gli edifici di Porto Vecchio non fa altro che spostare il “problema” più in là, precarizzando persone i cui diritti vengono sistematicamente infranti. Richieste come quella di aprire lo spazio di via Gioia, edificio a una manciata di metri dalla Piazza pronto ad essere impiegato come centro di prima accoglienza, cadono nel vuoto. Su uno striscione fatto calare dal Silos durante uno dei momenti di collettività che si creavano al suo interno si legge “From abandoned to welcoming places”.

La volontà di rendere invece Trieste sempre meno accogliente è diventata sempre più chiara negli ultimi mesi e la proposta di chiudere Piazza della Libertà è l’apice di questa politica portata avanti in maniera sempre più spregiudicata da una giunta cittadina razzista e fascista a un anno dalle nuove elezioni amministrative. L’ingente mobilitazione di forze della polizia, gli atti intimidatori nei confronti delle associazioni, i controlli a tappeto senza prese in carico alimentano un clima di tensione in un luogo che dovrebbe essere esclusivamente di supporto, nutrendo una retorica criminalizzante che punta a cancellare le responsabilità.

Come si legge in un comunicato stampa pubblicato da ICS in seguito alle dichiarazioni di Dipiazza di aprile:

«In mancanza di politiche efficaci, il discorso pubblico si è progressivamente spostato verso toni sempre più aggressivi, che colpiscono persone vulnerabili lasciate senza alternative e delegittimano il lavoro di chi, nel territorio, prova a colmare le lacune dell’intervento pubblico. Una deriva che non aumenta la sicurezza, ma contribuisce a deteriorare ulteriormente il tessuto sociale della città».

Infine, il 22 maggio 2026 i consiglieri della IV Circoscrizione di Trieste appartenenti a Lista Dipiazza, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno presentato un’interrogazione sulla distribuzione di cibo e assistenza in Piazza Libertà, chiedendo verifiche su autorizzazioni, requisiti sanitari e gestione dell’ordine pubblico.

Pur senza citare direttamente Linea d’ombra, l’interrogazione appare come un ulteriore attacco alle associazioni che da anni supportano le persone in movimento in transito a Trieste. Questa ultima azione si inserisce all’interno di un’ottica repressiva nei confronti anche delle realtà solidali, con l’intento sempre più chiaro di andare a smantellare il presidio di Piazza della Libertà.

Conclusioni

Le persone che oggi vivono Piazza della Libertà sono in larga parte richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale che si trovano a subire una continua lesione dei propri diritti fondamentali. Nonostante la normativa europea e italiana garantisca l’accesso alle misure di accoglienza fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e imponga agli Stati membri di assicurare condizioni di vita dignitose, a Trieste questo diritto viene spesso disatteso. Le difficoltà nell’accesso alla procedura di asilo e l’insufficienza delle misure di accoglienza lasciano molte persone senza un alloggio e senza supporto, costringendole a vivere in condizioni gravemente precarie. In questo contesto, le tensioni che emergono nello spazio pubblico non possono essere separate dalle condizioni di esclusione e vulnerabilità prodotte dalla mancata garanzia di accoglienza e diritti.

Gli episodi di violenza raccontati come eventi eccezionali non possono quindi essere separati dalla violenza istituzionale che, al contrario, è quotidiana, silenziosa e sistematica. Una violenza che colpisce attraverso la negazione dell’accesso ai diritti, all’accoglienza, alla salute, al lavoro e all’abitare. L’antropologo Paul Farmer definiva la “violenza strutturale” come una forma di violenza prodotta dalle istituzioni e dalle disuguaglianze sociali, capace di costringere alcune persone a vivere in condizioni di sofferenza e vulnerabilità estreme. Se la sofferenza è prodotta socialmente, allora anche i conflitti che emergono in questi contesti non possono essere letti esclusivamente come problemi di ordine pubblico.

Di fronte a questa situazione, la risposta delle istituzioni è stata ancora una volta securitaria: recintare la piazza. Spendere 1,2 milioni di euro per un intervento vuoto che ha come unico effetto quello di sottrarre spazio alle persone migranti, alle attività solidali e all’accesso ai diritti, per dare spazio ad un mondo che si riempie sempre di più di confini, di fili spinati.