
Gianmarco Pisa: arte, monumenti e Corpi civili di pace
Pressenza - Sunday, May 31, 2026Per il canale video Multimage ho intervistato Gianmarco Pisa, autore del libro Più eterno del bronzo edito da Multimage. Gianmarco è anche da molti anni un editorialista di Pressenza su numerose tematiche a lui care. In fondo a quest’articolo il video integrale.
Più eterno del bronzo è la terza opera di una trilogia che indaga la relazione tra l’arte, la cultura e la costruzione della pace (peacebuilding). Ci spieghi brevemente questo progetto?
Si tratta di un progetto che si muove su due piani. Come dicevi giustamente, questo è il terzo volume di una trilogia inaugurata da Di terra e di pietra, dedicato alle forme estetiche negli spazi del conflitto; è proseguita poi con Le porte dell’arte, incentrato sui musei come luoghi di cultura, educazione e costruzione della pace; e culmina infine in quest’ultima pubblicazione: Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. In questo lavoro proviamo a riflettere sui monumenti come vettori di ideali e memorie e come opportunità di costruzione della pace, e, più in generale, ad articolare l’orizzonte della cultura come prospettiva concreta di pace, a partire da questi due concetti, il valore dell’educazione alla cultura e il significato sociale dei monumenti.
Il primo livello dell’indagine – e in particolare della “ricerca-azione” sviluppata nel volume – è lo studio del nesso generale tra arte, cultura, patrimonio culturale e lavoro di pace negli spazi del conflitto. In modo più specifico, ci concentriamo sul significato del monumento nello spazio pubblico. I monumenti, infatti, sono una potenziale leva di attivazione sociale e di partecipazione civica: configurano il panorama urbano, definiscono lo spazio delle relazioni e sono protagonisti, sia in positivo sia in negativo, nelle dinamiche di guerra e di conflitto. Attorno a essi si costruiscono occasioni o circostanze di contestazione, di consenso, di conflitto, di lotta sociale; hanno quindi una rilevanza pubblica enorme nelle attivazioni legate al superamento dei conflitti.
L’altro livello su cui il libro si innesta è lo sviluppo del percorso sul campo. La ricerca-azione è condotta nel contesto di una progettazione sul campo dedicata ai Corpi Civili di Pace in Kosovo, con una proiezione che si estende a tutta l’ex Jugoslavia e, in termini di memoria storica, all’intero scenario europeo. Parliamo di un intervento organizzato, costruttivo e nonviolento, eminentemente civile e disarmato, per superare le conseguenze della guerra e costruire spazi di convergenza.
E quali sono gli sviluppi ulteriori che hai in mente per questo tipo di lavoro?
L’idea è quella di estendere questa panoramica a uno spazio europeo ancora più ampio, adattando la metodologia a diverse situazioni di conflitto e post-conflitto. In realtà abbiamo già fatto alcune “sortite” in questa direzione, supportati da convenzioni internazionali che offrono spunti davvero intriganti e che possono rappresentare degli strumenti di attivazione e di lavoro assai potenti.
Penso alla fondamentale Convenzione di Faro del 2005, che introduce il tema delle comunità di patrimonio: gruppi di persone che decidono di prendersi cura del patrimonio culturale del proprio territorio per esaltarne i valori sociali e consegnarne l’eredità alle generazioni future. Sono, di fatto, animatori territoriali del patrimonio culturale e svolgono una funzione propriamente sociale. Sulla stessa falsariga si muove la Convenzione di Aarhus del 1998, che promuove la partecipazione democratica intorno alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e in generale dello spazio sociale e territoriale e coinvolge le persone anche in relazione allo stato dei siti e dei beni di interesse culturale.
Questi strumenti ci mostrano come sia possibile sviluppare animazione territoriale di comunità. Così come nello spazio del conflitto il patrimonio culturale può unire le persone, stimolare il dialogo, favorire la comprensione e il rispetto reciproco, in un contesto più generale i luoghi dell’arte possono diventare vettori di rigenerazione territoriale e, perfino, di democrazia dal basso. È una funzione sociale a cui raramente si pensa quando si guarda a un monumento, ma il punto è proprio questo: attivare i luoghi della cultura come spazi di innesco relazionale e democratico.
Tutto il lavoro che porti avanti da anni si basa su un concetto estremamente importante: quello di ricerca-azione. Ci spieghi meglio questo approccio?
La ricerca-azione è la metodologia di riferimento dell’intera trilogia e del progetto dei Corpi Civili di Pace nei Balcani occidentali.
A questo proposito, è opportuno sottolineare il fatto che il volume ospita due contributi importanti. Il primo è la prefazione di George Kent, professore emerito all’Università delle Hawaii e poi docente a Sydney, uno dei massimi esperti internazionali di studi per la pace nell’ambito delle scienze politiche. Il secondo è la postfazione di Alberto L’Abate, scomparso qualche anno fa, fondatore dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, e pioniere in Italia nell’applicazione della ricerca-azione al lavoro di pace. A lui si devono la prima cattedra per operatori di pace all’Università di Firenze, i corsi di metodologia delle scienze sociali e la sperimentazione delle “Ambasciate di pace” in zona di conflitto, prima in Iraq nel 1990-91 e poi in Kosovo tra il 1995 e il 2000.
La metodologia di ricerca-azione consiste in un processo circolare diviso in tre passaggi chiave, che si riflettono anche nella struttura del libro:
- L’ipotesi teorica: Ci si pone una domanda-ipotesi, ad esempio: La cultura e il patrimonio culturale possono essere un territorio positivo per il peacebuilding non armato e nonviolento?
- La verifica sul campo: Si esplorano i luoghi, si intervistano i protagonisti e si raccolgono i dati attraverso un’indagine sul campo, unita ad una iniziativa concreta.
- Il ritorno alla teoria: Si mettono a confronto i risultati pratici con le ipotesi di partenza, deducendone nuove formulazioni teoriche da verificare nuovamente nella pratica.
Si tratta di un percorso fortemente relazionale e partecipato. Il lavoro viene condiviso passo dopo passo con gli operatori e le operatrici locali. È questo nucleo collettivo e umano che permette a questa ricerca sociale di orientarsi concretamente nel senso della nonviolenza, dei diritti umani e della pace.