Romano Luperini: l’eredità di un maestro«La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e
forse non sarebbe bastata una vita intera». (R. Luperini, L’uso della vita.
1968)
Romano Luperini (1940-2026) è stato un intellettuale complessivo: a marcare
tutta la sua lunga traiettoria esistenziale e pedagogica è stata la ricerca,
inesausta e oggi per lo più negata, di una saldatura tra lavoro culturale e
progetto politico. Nel 1965 a Pisa ha fondato una piccola rivista, Nuovo
impegno, che divenne uno dei luoghi di discussione della nuova sinistra. Nei
decenni Sessanta e Settanta è stato un intellettuale militante: attivo
inizialmente nella Lega dei comunisti e nel Potere operaio pisano, ha poi
ricoperto ruoli di dirigente in Democrazia proletaria e ha partecipato alla
direzione del Quotidiano dei lavoratori. Nell’ultimo ventennio del secolo si è
trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali
e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha
risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e più simili
a un’azienda.
Mentre svaniscono i soggetti del cambiamento e il neoliberismo frantuma la
società, Luperini resta estraneo ai trasformismi che hanno coinvolto la maggior
parte della generazione ex-sessantottina. Non è dunque un «pentito» ed è invece
un «insistente» come uno dei suoi maggiori maestri, Franco Fortini. A differenza
di Fortini, tuttavia, mantiene sempre salda la fiducia nel lavoro dei gruppi
politico-culturali, anche ristretti; è un infaticabile promotore di periodici e
produttore di lavori di divulgazione o di storicizzazione (Il Novecento, 1981 e
La scrittura e l’interpretazione, con Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, 1998),
dirige per un trentennio la rivista Allegoria che ha per sottotitolo «per una
teoria materialistica della letteratura», intesse un dialogo costante con il
mondo della scuola e promuove la resistenza degli insegnanti alle derive
neoliberali, come attesta nel 2012 la creazione, con un collettivo di redattrici
e redattori, del blog laletteraturaenoi.it.
È perciò impossibile isolare il momento «scientifico» della sua eredità,
caratterizzato dalle fondamentali monografie su Verga, Montale, Tozzi,
Pirandello, dall’insegnamento rivolto a generazioni di studentesse e studenti
nelle università di Lecce, Siena, Toronto, dalle centinaia di seminari per i
docenti della scuola in tutta Italia e dall’impegno politico e civile.
Come critico letterario Romano si è formato con Luigi Russo e ha dialogato
precocemente con Sebastiano Timpanaro: lo dimostra il suo primo libro
(Pessimismo e verismo in Giovanni Verga, 1968) derivato dalla sua tesi di
laurea. Il verismo, con la sua carica demistificante, a suo parere ha in Verga
lo stesso valore critico-negativo che l’illuminismo aveva avuto, nella
prospettiva di Timpanaro, per Leopardi. All’origine del suo metodo vi è il
rovesciamento dello storicismo progressivo ed evolutivo, dominante nella cultura
della sinistra ufficiale del dopoguerra. La sua critica procede per fratture e
per dettagli prelevati sui singoli testi, descritti e interpretati con
digressioni teorico-filosofiche e con strumenti desunti da Gramsci, Adorno,
Lukács, Benjamin.
Nella sua saggistica si privilegiano la contraddizione, la disarticolazione, il
montaggio: l’eredità, insomma, delle avanguardie storiche e soprattutto
dell’espressionismo. Ciò implica una scommessa sulle persistenze del Moderno
inteso come età del conflitto, in un contesto ormai Postmoderno, di disincanto
ben remunerato e di «nichilismo morbido», intimamente avverso alle ideologie e
alle idee stesse di storia, di classe e di rivoluzione: Luperini, infatti, con
il termine «modernismo» non si riferisce solo a un’importante tradizione
culturale e letteraria europea e italiana ma anche – e soprattutto – a una
rigorosa autocoscienza intellettuale e a una prospettiva antropologica e
politica. Questo maestro ha dunque esercitato, nel passaggio del millennio, un
capillare e coerente lavoro culturale controtempo: con Walter Benjamin, ha
argomentato in tutte le sedi in cui ha potuto prendere la parola, la nuda
consapevolezza della perdita di ogni «aura» delle arti nel quadro globalmente
mercificato ma, al contempo, la puntigliosa ricerca nell’interpretazione dei
testi di un’allegoria politica, di un senso socialmente condivisibile. È stato,
perciò, un critico neomarxista straordinariamente originale: comparabile per
statura a Fredric Jameson pur nella diversa severità di giudizio riguardo al
postmoderno, e superiore al critico americano per la chiarezza didattica e
discorsiva del linguaggio. I tratti tipici del suo stile, sia nell’oralità che
nella scrittura, sono infatti la tenace lucidità e la limpidezza argomentativa
che sottendono una fiducia nell’etica del dialogo e, con Lukács, nell’ontologia
dell’essere sociale. Le sue formule, concise come parole d’ordine, sono
destinate a un’efficace memorizzazione: dialogo, conflitto, allegorismo,
contraddizione, nichilismo morbido, relativismo critico, materialismo,
modernismo.
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Fredric Jameson
Nelle sue magistrali letture delle opere letterarie moderne e contemporanee – da
Gadda a Volponi, da Cormac McCarthy ad Annie Ernaux – ha dato rilievo ai
frantumi intesi come allegorie prive di chiavi prestabilite di decifrazione: le
Bestie di Federigo Tozzi o le zoomate di Pirandello sui dettagli corporei dei
personaggi, staccati dal tutto, divengono – come in Kafka – emblemi ed enigmi di
un mondo destituito di senso, in cui sono divenute impossibili le
«corrispondenze» simboliste, estetizzanti o mistiche.
La sua «ermeneutica materialista», argomentata nei volumi L’allegoria del
moderno (1990) e Il dialogo e il conflitto (1999), si articola in quattro punti:
1) prende le mosse dal riconoscimento della materialità del testo e della sua
storia, e dunque dal contenuto di fatto e dalla necessità del commento
filologico; 2) tiene conto, tuttavia, con Benjamin, che compito del critico è
enucleare dal testo il contenuto di verità, ossia quel significato che ne
legittima la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3) è consapevole che
ogni ipotesi di senso si inserisce in un conflitto, in una proposta educativa e
in una lotta per l’egemonia; 4) dichiara, dunque, la propria responsabilità, la
propria parzialità e il proprio impegno, perché l’intera cultura dell’Occidente,
anche nei suoi più splendidi risultati estetici, consegue al dominio e alla
barbarie che vanno smascherati dall’interprete materialista.
Luperini è stato dunque, al contempo, un critico della cultura e della società,
uno storico della letteratura, un teorico, un comparatista e un docente
d’eccezione: con lui si sono formati centinaia di donne e uomini che hanno
assunto, a vari livelli del lavoro culturale, una funzione critica. Forse il suo
lavoro più ardito è L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo
occidentale (2007). Questo libro ha un taglio tematico, comparativo e
interdisciplinare, a cavallo tra letterature occidentali e arti figurative, e la
stessa parola-chiave destino, esibita dal titolo, implica il dialogo con il più
importante critico del Novecento: Giacomo Debenedetti. L’incontro e il caso
prendendo in esame testi di narratori europei tra Otto e Novecento (Manzoni,
Joyce, Flaubert, Maupassant, Verga, Tozzi, Proust, Svevo, Pirandello, Musil,
Kafka) storicizza una costante antropologica: l’incontro con l’altro, scena
fondativa della società umana che, traducendosi ora in dialogo ora in conflitto,
indica simbolicamente un orizzonte comunicativo ma anche il rischio distruttivo
soggiacente a ogni relazione ineguale tra gli uomini. La storicizzazione di
questo tema nei testi permette di individuare una cesura radicale collocabile
intorno al 1848: l’epoca dell’involuzione della borghesia e della reificazione
della sua autocoscienza intellettuale, secondo Lukács e i francofortesi.
Ogni incontro con l’altro successivo a quella svolta, per Luperini, può avere un
suo senso parziale, non più pieno o compiuto, perché ci rivela nello splendore
delle opere l’orrore sociale che contiene: una civiltà infatti, come vuole
Adorno, è degna di chiamarsi tale solo se consente agli uomini «di essere
diversi senza paura». Dopo il 1848, la scena letteraria dell’incontro
interpretata da Luperini cambia dunque in profondità: evapora l’esperienza, si
privatizza il concetto di destino, l’altro cessa di essere il polo di un dialogo
per diventare solo l’occasione di un turbamento nevrotico.
Tuttavia il destino dell’uomo occidentale, simboleggiato dagli incontri tra i
personaggi nei romanzi del canone europeo, non viene del tutto annichilito dalla
mercificazione capitalista delle esistenze. Qui Luperini sembra dare spazio,
anche contro sé stesso, a una diversa lettura dei testi e del mondo in cui il
tema letterario è anche patèma: il rapporto col mondo passa infatti attraverso
il corpo e restituisce nonostante tutto un’«immaginazione materiale» e utopica
che, nell’epoca della derealizzazione, mediante la forma e l’invenzione, riempie
di consistenza le cose, obbliga il lettore a fare i conti con un bisogno negato
di tenerezza e di senso, individuale e collettivo. Nelle opere narrative, questa
persistenza di una dimensione sociale non nichilista, si dà soprattutto nei
periodi di scelta, di pienezza e di speranza politica: a esempio, nelle opere
resistenziali di Italo Calvino, di Beppe Fenoglio, di Primo Levi, di Gigi
Meneghello, di Renata Viganò. Anche Romano ha tentato questa via quando alla
scrittura critica ha affiancato quella autobiografica e romanzesca: nei romanzi
della sua tarda età, I salici sono piante acquatiche (2002), L’età estrema
(2008), L’uso della vita. 1968 (2014), La rancura (2016) e L’ultima sillaba del
verso (2017) le voci narranti e i dialoghi rimemorano le pulsioni vitali, il
rapporto con il padre, la malattia, l’invecchiamento e la dimensione sociale
dell’esperienza individuale con una scrittura narrativa che mantiene una forte
attenzione saggistica rivolta agli accadimenti storici.
In particolare L’uso della vita riesce nell’impresa di raccontare il Sessantotto
senza toni nostalgici o apologetici e senza abiure. In questo romanzo le
esperienze personali si accompagnano al progetto di cambiare il mondo, mentre
personaggi e ambienti sono tratteggiati per dettagli: le calze colorate di
Ilaria, gli occhi «taglienti» del padre, la testa bianca di Fortini sul palco di
una piazza gremita, le urla dei carcerati, il poster della ragazza vietnamita
che spinge con il fucile un colossale soldato statunitense. Il flusso dei
dettagli rimanda il lettore a significati ulteriori così come l’eccezionalità
decisiva della «corrente» del Sessantotto spinge Marcello, il giovane
protagonista, nel vortice del movimento e delle assemblee, fra entusiasmo e
introspezione.
Nella pagina conclusiva di L’uso della vita Marcello osserva il vagare di una
piuma: «La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava
conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera». Per un materialista
come Romano, a dare un senso alla vita oltre la morte è la dimensione
collettiva: l’eredità trasmissibile e la prassi che i compagni potranno
condividere. La «costruzione» del volo è un’allegoria che chiede di essere
decifrata: il tentativo di conquistare una direzione, una finalità e una
«mediazione» raffigurate dal moto del passero, ben oltre le giravolte irrelate
della piuma, ha caratterizzato la vita intera di questo maestro e quella di
tanti suoi allievi che hanno avuto il privilegio di incrociare la sua
traiettoria.
*Emanuele Zinato insegna Letteratura italiana contemporanea e Didattica della
letteratura all’Università di Padova. È redattore del blog La letteratura e noi
fondato da Romano Luperini.
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