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L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast? Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. […] L'articolo Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale su Contropiano.
Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi?
Discutere sull’Umanesimo italiano ha un senso se si vuole capire il percorso della modernità, ma le conclusioni a cui giungo, che sono le stesse di Gramsci, sono un po’ diverse da altre che pure circolano. In tanti anni di militanza comunista ho riscontrato più volte la difficoltà dei marxisti italiani […] L'articolo Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi? su Contropiano.
Torna L/ivre, festival dei vini e dei libri indipendenti
Anche quest’anno torna l’evento natalizio più atteso della Capitale. Quattordici anni di indipendenza, vini da sfogliare e libri da bere tutti in un sorso! Dal 17 al 21 dicembre, nella consueta sede di Esc Atelier Autogestito a San Lorenzo, cinque giorni di eventi, musica, dibattiti, presentazioni, performances, degustazioni, cibo, vini incredibili e libri appassionanti. Più di 30 case editrici indipendenti e 30 cantine fuori dalla grande distribuzione, tutte da scoprire. L/ivre vuole valorizzare e far conoscere il lavoro delle case editrici indipendenti che, con fatica e dedizione, cercano spazio in un mercato, quello dell’editoria, saturato da pochi gruppi editoriali il cui unico obiettivo è il massimo profitto. L/ivre è uno spazio sicuro per vignaiolə convintə, come noi, che il vino resti un prodotto della terra e che come tale possa cambiare di anno in anno, rompendo le regole del mercato, gli steccati imposti dai disciplinari di produzione, i dogmi sul colore, il profumo, il sapore, riprendendosi il suo lato più sincero. L/ivre è produzione culturale indipendente, frutto dell’autogestione che coltiviamo con passione dentro ESC, spazio sociale sotto il costante attacco di chi vorrebbe cancellare le esperienze di libertà che con fatica esistono e resistono in città. L/ivre, ebbrə di libri… l’indipendenza è da gustare! IL PROGRAMMA DELLA QUATTORDICESIMA EDIZIONE DI LIVRE Mercoledì 17 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Biodiverse. Geografie femministe di nature post-selvagge» (BeccoGiallo) Con Eliana Albertini, Margherita Cisani (in collegamento), Federica Giardini e Miriam Tola ore 20.00 – Presentazione «La fine del Mondo» (il manifesto) Con Chiara Cruciati e Eliana Albertini ore 21.30 – Live set Veronica Marini Jazz Quartet (Jazz) ore 23.00 – Live set Zoulema (Electro/Jazz) Giovedì 18 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Divenire Rivoluzionari.e» (DeriveApprodi) Con l’autore Roberto Ciccarelli e con Giso Amendola, Francesco Raparelli e Elettra Stimilli ore 20.00 – Presentazione e degustazione Cantina Mussura (Seneghe, Oristano – Sardegna) ore 21.30 – Dj set Bolaj1nha (Funk brasiliano) Naomi (Afrocaribbean) Venerdì 19 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750)» (Viella) Con l’autore Mathieu Grenet (in collegamento) e con Stefano Catucci, Silvia Salvatici (in collegamento) e Fabio Gianfrancesco ore 20.00 – BellaTalk Tavola rotonda attorno a «Il massacro del Circeo» (Tab edizioni) Con due dell3 autor3, Laura Ballestrazzi e Lorenzo Desirò e con Luca Marchetti (Festival BellaStoria) ore 21.30 – Live set Camera (Noise rock, elettronica, dark) ore 23.00 – Dj set Led&Mex (electroclash) Sabato 20 dicembre ore 17.00 – Presentazione e degustazione Cantina Terra Tinta (Alcamo – Sicilia) ore 19.00 – Presentazione «Pisciare sulla Metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza» (DeriveApprodi) Con l’autore Tommaso Sarti e con Shendi Veli e Davide Filippi ore 22.00 – Ipologica release party (Dj set) Fabio Sestili + Giulio Maresca = Amore techno Domenica 21 dicembre ore 17.00 – Presentazione e laboratorio per bambin3 (7+) «Bollicina e gli amici buffi» (Momo) A cura di Ciampacavallo Asd ore 19.00 – Presentazione «Donne, cultura e politica di Angela Davis» (Alegre) Con Stefania N’Kombo José Teresa, Valeria Ribeiro Corossacz, Denise Kongo e Fabiana De Benedectis ore 21.00 – Suspended Club (Dj set) Prekaria Branzino Federico Pit (Slowbeat, Bass Music, Techno, Ambient) La copertina è a cura di Esc atelier autogestito SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Torna L/ivre, festival dei vini e dei libri indipendenti proviene da DINAMOpress.
Altri Natali – Natale in-canto: la musica come linguaggio universale al Monastero delle Trentatrè
Il 20 dicembre, il Monastero di Santa Maria in Gerusalemme, detto delle Trentatrè, a Napoli, ospita Natale in-canto, un concerto che propone un viaggio musicale e culturale fondato sull’incontro. Un appuntamento che restituisce al Natale un significato essenziale, lontano dalla retorica e dal consumo, riportandolo alla sua dimensione più autentica: quella dell’ascolto, della relazione e della condivisione. Il concerto si inserisce nel progetto Altri Natali, rassegna promossa dal Comune di Napoli che propone una rilettura del Natale attraverso linguaggi artistici diversi, mettendo al centro ascolto, accoglienza e pluralità. Per questo appuntamento, il concerto è realizzato grazie alla collaborazione tra il coro IoCiSto APS e la Bandita Sbandata Ensemble dell’associazione LeMuseper-l’Oro APS, due realtà diverse per storia e composizione, ma accomunate dall’idea della musica come spazio di dialogo e apertura. Il programma attraversa brani della tradizione napoletana, canti natalizi internazionali e composizioni rielaborate, costruendo un percorso in cui linguaggi, culture e sensibilità differenti si incontrano. In Natale in-canto la musica si fa trait d’union e linguaggio universale: un territorio comune in cui le differenze non vengono annullate, ma riconosciute e trasformate in armonia. La musica diventa così strumento di relazione e di ascolto, capace di creare legami e generare partecipazione. Il coro IoCiSto APS, diretto dalla maestra Francesca Curti Giardina, è una realtà corale nata all’interno della comunità della libreria e associazione IoCiSto di Napoli. Composto da voci diverse per età e percorsi, il coro ha costruito nel tempo un’esperienza musicale fondata sulla condivisione e sulla disponibilità a esserci quando la musica può accompagnare un messaggio, un incontro, un momento collettivo. Non un coro tematico, ma una comunità che canta, mettendo al centro il valore del fare insieme. Il coro IoCiSto APS è accompagnato dai maestri Cinzia Martone e Andrea Sensale, che ne sostengono l’impianto musicale, valorizzando il lavoro corale e l’ascolto reciproco delle voci. Accanto a questa esperienza, la Bandita Sbandata Ensemble porta in scena un repertorio di brani originali che raccontano storie, desideri e vissuti legati alla disabilità, dando voce anche al disagio che spesso accompagna questa condizione. I testi alternano forme dirette ed esplicite – come Quando ti senti un di più e Helena – a narrazioni costruite per metafore, come Il capitano Solo, ispirato a un racconto di Gabriele Romagnoli. Il repertorio affronta anche temi di forte impatto e impegno sociale, come in Guerra!!!, Crissommole e Libbertà, e si apre a linguaggi e culture extraeuropee: La rana non si ingozza prende spunto da un proverbio africano e propone una visione ecologista, mentre Mansane Sissè rielabora un canto processionale dei contadini del Senegal. Un lavoro che mostra come la musica possa farsi racconto collettivo e strumento di consapevolezza. Natale in-canto, all’interno del progetto Altri Natali, è un appuntamento che affida alla musica il compito di creare uno spazio di ascolto e condivisione. Un momento in cui le voci, i suoni e le storie si incontrano per restituire al Natale il senso dell’essere insieme, qui e ora. L’evento è gratuito, fino ad esaurimento posti. Lucia Montanaro
La luce è il buio. Emma Dante al San Ferdinando di Napoli
Il teatro come immersione nel buio della violenza domestica e nella dignità tragica dell’umano Emma Dante porta in scena un altro capolavoro, L’angelo del focolare, solo immediatamente focalizzato su un intreccio di violenza domestica che culmina con l’uccisione di una donna. La rappresentazione finale a Napoli ci sarà oggi, 14 dicembre, al San Ferdinando. Se ancora trovaste qualche posto disponibile, non perdete l’opportunità di vedere: “uno spettacolo di Teatro Teatro”, come ha commentato, con appassionata gravità, uno spettatore. Teatro al quadrato, è vero!, quello della regista siciliana, che apre il sipario facendo sostare il pubblico, per alcuni lunghi secondi, in un buio assoluto… quel nero teatrale sulla cruda verità della miseria umana, che è la firma inconfondibile di Emma Dante. Un inizio che ricorda un quadro di Caravaggio, La morte della Vergine, forse per la luce direzionata che si poserà gradualmente sul cadavere della protagonista, come una carezza di pietà venuta dall’alto. Mi colpisce la posa scomposta di quel corpo femminile nella resa impietosa alla morte, una posizione che solo Caravaggio osa dare anche alla Madonna, come fosse una qualunque altra donna. Ecco, i grandi artisti sanno convincere che esiste “l’universalità” degli aspetti umani profondi e che, dunque, una crescita etica parte dal potersi identificare l’uno nell’altro, anche quando si pensa che esista una differenza abissale tra le persone. Nel dramma in scena lo spettatore vedrà un loop di quotidianità familiare asfissiante, in cui la protagonista non può mai né vivere né morire. Costretta a rinascere ogni mattina dopo essere stata uccisa dal marito, dovrà ripetere sempre lo stesso copione, che la porterà sempre alla stessa morte. Ma è qui la grandezza della regìa, che sa infondere in chi guarda il senso tragico della vita: solo la messa in scena della complessità dei personaggi e dei loro intrecci potrà darci un margine di speranza. Il fato non si può cambiare, ma possiamo starci dentro con un’altra autoconsapevolezza e dignità. Nella scenografia minimalista di un interno domestico si alterneranno suocere e madri, uomini brutali e mentalmente impotenti, così come donne imbambolate e incapaci di tutelarsi; rabbia e amore, ingenuità e follia; donne con comportamenti pedanti e insopportabili e maschi dolci e refrattari alla virilità. Ignoranza. Ottusità. Un’inesorabile coazione a ripetere schemi disfunzionali di relazione familiare, in cui l’atto finale e imperdonabile dell’uccisione è il precipitato di un groviglio di patologia. Per fortuna, almeno in questa realizzazione teatrale, non c’è posto per binomi semplicistici sull’omicidio di una donna. Se non si parte da questa etica di sapersi dire verità coraggiose quanto complesse, nessuna legge civile o educazione sentimentale impartita a scuola potranno mai aiutare a non far morire la nostra umanità… che viene prima e va oltre ogni differenza di genere sessuale. Redazione Napoli
La necessità di un movimento
Perché esserci conta. Ho scritto un articolo intitolato “Il Movimento c’è” all’indomani della manifestazione romana del 29 novembre, che ha riportato in strada centomila persone. Una mobilitazione che ha mandato in frantumi un’idea: che tutto sia finito. Qualcuno ha replicato: «Ma qual è lo scopo di questo Movimento, se ancora […] L'articolo La necessità di un movimento su Contropiano.
Piccola arringa in difesa della letteratura
UN GRUPPO DI GIOVANI UNIVERSITARI NAZISTI NEL MAGGIO 1933 SACCHEGGIA UNA LIBRERIA. PORTANO IL CAMION SULLA STRADA: VI BUTTANO DENTRO I LIBRI DECLAMANDONE I TITOLI ALLA FOLLA CON ARIA DI SCHERNO. UNO DI QUESTI SI CHIAMA NIE WIEDER KRIEG. MAI PIÙ GUERRA. È LA FOTOGRAFIA DEL MOMENTO ESATTO IN CUI IL NAZISMO SI IMPONE. OGGI SIAMO TORNATI SU QUEL MARCIAPIEDE DI BERLINO, PIÙ O MENO NELLO STESSO INCROCIO DELLA STORIA: L’INTELLIGENZA SI È DISSOCIATA DALLA COSCIENZA E LA COSCIENZA SEMBRA DISINTEGRATA. “MA È QUESTA LA RAGION D’ESSERE DELLA LETTERATURA E DELL’ARTE – DICE FABIO STASSI – IMPEDIRE LA DISINTEGRAZIONE DELLA COSCIENZA, SCRIVEVA ELSA MORANTE… NON SONO I LIBRI A ESSERE PERICOLOSI, SONO I LETTORI. PERCHÉ RAGIONANO CON LA LORO TESTA… È IL LETTORE IL VERO DETECTIVE E IL VERO PROTAGONISTA DELLA LETTERATURA. NON ERA FORSE UN LETTORE DON CHISCIOTTE?… QUEST’ESTATE HO VISTO UNA FOTOGRAFIA: UN GRUPPO DI CURDI, NEL NORD DELLA SIRIA, AVEVANO ACCETTATO LA FINE DELLA LOTTA ARMATA E STAVANO GETTANDO DELLE ARMI IN DEI GRANDI BRACIERI. BRUCIARE LE ARMI, NON I LIBRI. ABBANDONARE L’IDEA DEGLI STATI NAZIONALI. APPARTENERE SOLTANTO ALLA LETTERATURA…” Firenze, quartiere Le Piagge: biblioteca comunitaria “Ridare la parola” (pag. fb) -------------------------------------------------------------------------------- Gentili giurate e giurati, gentilissima corte, non pronuncerò in quest’aula di tribunale un’arringa a sostegno di un libro, ma vorrei sviluppare con voi un breve discorso in difesa della letteratura stessa. Ho una domanda da cui partire: a quale letteratura appartengo, a quale letteratura apparteniamo? È una domanda contundente, esplosa per me durante quel grande rogo esistenziale, storico e politico che è stato la pandemia e che in gran parte la società e i mezzi di informazione hanno cercato di rimuovere. Ma quel rogo ha determinato il presente che stiamo vivendo. In quel periodo, molte cose sono andate a fuoco nella mia vita, e nella vita di tutti. Ho perso alcuni affetti, una certa idea di realtà, un’idea di letteratura. Ho capito che non avrei più potuto scrivere con lo stesso inchiostro di prima. Né leggere, né ricordare. Ma, soprattutto, è andata a fuoco la parola pace, la parola su cui questa parte di mondo, l’Occidente, aveva costruito, a parte la tragedia delle guerre Jugoslave, rimosse anche loro dalla coscienza collettiva, la nostra convivenza per oltre settant’anni. In quei giorni di Berlino del 1933 in cui si bruciavano i libri, a poche ore dal rogo della notte del 10 maggio a Bebelplatz, un gruppo di giovani universitari nazisti saccheggiò la libreria di un piccolo editore liberalpacifista. Portarono il camion sulla strada. Vi buttarono dentro i libri declamandone i titoli alla folla con aria di scherno. Uno di questi si chiamava Nie wieder Krieg. Mai più guerra. Lo tennero con due dita, come un rettile, poi lo gettarono nel mucchio, ridendo forte proprio mentre transitava dall’altro lato del marciapiede una signora ben vestita. La passante si fermò a guardare e alla fine si mise a ridere con loro e a ripetere: mai più guerra, che assurdità! È la fotografia del momento esatto in cui il nazismo si impose. Prima di bruciare quel libro, avevano già bruciato l’idea che conteneva, contagiato a tutti l’assuefazione alla parola guerra e convinto quella signora che passava lì per caso che un mondo costruito sulla pace fosse un’assurdità. Incenerendo anche il libro, volevano cancellarla per sempre, quell’idea: che a nessun altro venisse in mente, leggendolo, una follia del genere. Che nessuno potesse più contestare l’uso dei gas o delle mine antiuomo, delle bombe a grappolo, dei campi di concentramento, dei bombardamenti dall’alto e sui civili, delle bombe atomiche. È un episodio che non riesco a dimenticare. Ora che siamo nuovamente circondati da uomini fatti di carattere e non di libri, come auspicava Goebbels, a Bebelplatz, nell’ora degli inquisitori e delle streghe; ora che altri atti forti e simbolici vengono comunicati al mondo per mostrare le proprie intenzioni; ora che comprendiamo meglio l’affermazione di Alberto Moravia per cui il vero vincitore della Seconda guerra mondiale era stato Adolf Hitler perché la sua idea della soluzione finale si è affermata persino nella mentalità delle sue vittime; ora siamo tornati su quel marciapiede di Berlino, nello stesso incrocio della storia. E come esseri umani, come cittadini, come lettrici e lettori siamo chiamati a una responsabilità. Sta a noi, adesso, prendere posizione. Opporci all’“invasione dell’irrealtà” e provare a restituire l’integrità del reale. Perché forse mai, nella storia dell’umanità, l’uomo ha vissuto in un tempo più irreale e virtuale di quello in cui viviamo noi, un tempo senza più testimoni, in cui l’intelligenza si è dissociata dalla coscienza, e la coscienza si è disintegrata, si è disintegrato il diritto, si è disintegrata la realtà. Ma è questa la ragion d’essere della letteratura e dell’arte. Impedire la disintegrazione della coscienza, scriveva Elsa Morante. Ed è questa la letteratura degenerata, marchiata da un marchio di infamia, a cui appartengo. È la letteratura che ci ha trasmesso l’elogio della libertà, della gioia, della risata, dell’amore, dell’amicizia; il cosmopolitismo mediterraneo e l’utopia di una Costituzione Mondiale; l’anticolonialismo, l’antimperialismo e l’antimilitarismo; l’antifascismo radicale; il rifiuto del patriarcato che sta alla base di tutte le dittature. C’è un filo che ci lega ai libri che abbiamo letto. E che li lega tra loro. La letteratura è un’alleanza, una confederazione, una consegna. Ma perché non si spezzi, questo filo, non bisogna stancarsi di riannodarlo, di ritrascrivere la sua lista nera, nome per nome, idea per idea, libro per libro, di ripopolare la biblioteca devastata e poi murata di don Chisciotte. Così, accanto ai nomi degli messi al bando dai nazisti e dai fascisti (Pietro Aretino, Emilio Salgari, Giuseppe Antonio Borgese, Ignazio Silone e Maria Volpi) vorrei aggiungerne altri più recenti, anche se sono soltanto una piccola e incompleta lista: Giuseppe Ungaretti, Emilio Lussu, Primo e Carlo Levi, Elio Vittorini, Alba de Céspedes, Italo Calvino, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia, Luciano Bianciardi, Gianni Rodari, Carlo Cassola, che fondò la Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia, e Aldo Capitini, Danilo Dolci, Goffredo Fofi, Tiziano Terzani, Antonio Tabucchi… Bebelplatz è ormai un luogo simbolico, che si rinnova ogni volta che sono messi a tacere e censurati gli uomini fatti di libri – come noi, in quest’aula -, e altre scrittrici, scrittori, poeti, questi esseri inermi sempre incarcerati nella storia, torturati, fucilati. Per i poeti, la letteratura è “l’unica forma di assicurazione morale di cui la società può disporre”, “l’antidoto permanente alla legge della giungla”. Abita dal lato della devianza e della diversità. Non ammette nessun vincolo con il potere, con nessun potere. È la protesta più intransigente all’ordine omicida del mondo e a ogni forma di nazionalismo e di conformismo. Per questo è sempre stata perseguitata. Così diceva duemila anni fa il portavoce dell’imperatore cinese: chiunque usi la storia – e intendeva la memoria, la fantasia, l’immaginazione – per criticare il presente sarà giustiziato insieme alla sua famiglia. Chissà se avessero letto di più i nostri governanti, se davvero il mondo sarebbe stato un luogo migliore. Non so se si tratta di un’illusione, ma ora che intorno a noi sono tornate a risuonare le stesse parole d’ordine del passato recente e remoto dobbiamo ricordarci che la lettura è un diritto e va difeso e che leggere è un atto politico, un esercizio di responsabilità oltre che di amore. Ma è un diritto che non è garantito dovunque. In molte parti del mondo, in Medio Oriente come in qualche stato d’America, entrare in una biblioteca può essere pericoloso. Ci sono polizie politiche che controllano il registro dei prestiti. Che perquisiscono le case. In alcune circostanze, bisogna disfarsi dei propri libri, ed è come amputarsi una parte del corpo. In definitiva, non sono i libri a essere pericolosi, sono i lettori. Perché ragionano con la loro testa. Perché usano il pensiero critico. Perché aprono sempre un’inchiesta intima e collettiva quando leggono un libro o un romanzo. È il lettore il vero detective e il vero protagonista della letteratura. Non era forse un lettore Don Chisciotte? Non legge forse un libro Amleto, la prima scena in cui appare? La letteratura, come diceva Antonio Tabucchi, ha gli stessi nemici di sempre, gli stessi sicari. Ma nessuno è mai riuscito a zittirla. In Kenya, la polizia ha emesso un mandato di cattura contro un personaggio di romanzo, credendolo una persona in carne e ossa, per l’entusiasmo con cui i contadini si raccontavano oralmente le sue avventure. Ma un personaggio di romanzo non lo si potrà mai catturare. E se anche incenerissero tutti i libri e i nuovi Re dei Tarli – ogni epoca ne incorona qualcuno – divorassero tutte le Biblioteche della terra, ci sarà sempre un’altra scrittrice o scrittore a riprendere la voce e a difendere la libertà di espressione e di parola. Per tutto questo continuo a credere nell’utopia di una letteratura che abbia ancora al centro il personaggio-uomo, e che sia libera e cosmopolita, sguardo molteplice e senza gerarchie, senza confini, senza frontiere. A trattenere l’idea di un socialismo liberale e internazionalista, di un umanesimo mediterraneo, di una identità multipla. Ad avere fiducia nelle biblioteche come luoghi extraterritoriali, simili alle ambasciate, alle chiese, luoghi che danno ricovero a chi è o si sente in esilio, dove non serve nessun permesso di soggiorno. Quest’estate ho visto una fotografia: un gruppo di attivisti curdi, nel nord della Siria, avevano accettato la fine della lotta armata e stavano gettando delle armi in dei grandi bracieri. Bruciare le armi, non i libri. Abbandonare l’idea degli Stati nazionali. Appartenere soltanto alla letteratura. Ecco, forse la lettura e la letteratura non sono altro che questo: prendere in consegna il lumicino della ragione da chi ci ha preceduto, evitare che cada nelle mani di chi lo vuole estinguere, e farlo durare. È l’ultima candela che ci è rimasta. La stessa con cui leggeva Mastro Geppetto nel ventre della balena o Don Chisciotte nella sua stanza dei libri. Di questo parlano i romanzi, dell’inadeguatezza dell’incantesimo in un mondo senza incantesimo. Ed è con un ultimo deliberato atto di ottimismo che vorrei salutarvi: soltanto attraverso la letteratura, la musica, il teatro, il cinema, la danza, l’arte tutta, potremo continuare a custodire la speranza in un mondo senza speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Tra gli ultimi libri di Fabio Stassi Bebelplatz. La notte dei libri bruciati e Notturno francese, entrambi editi da Sellerio. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EMILIA DE RIENZO: > La cultura non basta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Piccola arringa in difesa della letteratura proviene da Comune-info.
Quando l’arte fa l’impossibile
IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CINEMA DELLE DONNE A GAZA: UN ESEMPIO DI RESISTENZA CIVILE, UNA STORIA DA RACCONTARE Gaza. Palestinesi si avviano a presentare il festival (foto da Ezzeldeen Shalah) Non potremo che ricordare questo evento come un’ “utopia realizzata”, tra il 26 e il 31 ottobre 2025, a Deir el Balah nella striscia di Gaza. Anche chi, come me, stentava un anno fa a credere che questo progetto avrebbe preso corpo nel corso di un genocidio, nella distruzione di Gaza, sotto i continui crimini dell’esercito israeliano, con la paura delle bombe, le condizioni di sofferenza, di fame, di mancanza di tutto della popolazione, ha dovuto ricredersi. Sembrava una sfida impossibile, di fronte alle difficoltà materiali, enormi, ma anche al sentire delle persone, forse distanti da questa utopia, nel momento della sofferenza e dei bisogni fondamentali: un festival di cinema non era un lusso insostenibile? Credo che mi abbia convinto a sostenerlo, come ha convinto tutti coloro che hanno aderito attivamente al progetto, la determinazione del suo ideatore Ezzeldeen Shalah, critico e regista, di cui abbiamo più volte ascoltato da Gaza, nelle conversazioni online dei mesi di preparazione, la voce ferma, le parole convinte e irremovibili che dicevano di andare avanti, comprese quelle dette in uno dei momenti più terribili degli attacchi dell’esercito israeliano, l’invasione di terra unita a incessanti bombardamenti, di Gaza City: “se io non ci sarò più, continuate questo lavoro…”. Parole che ci hanno stretto il cuore, ma anche rafforzati nella convinzione di sostenere la realizzazione del progetto, in tutti i modi possibili. E’ stato presentato, raccogliendo fondi, in varie iniziative in Italia, e in molti paesi delle associazioni e festival di cinema che compongono l’ampia rete internazionale: è arrivato a Cannes, a Venezia, a Firenze gemellandosi con il Festival di cinema delle donne e poi al Festival dei Popoli dove il suo fondatore ha meritatamente ricevuto il premio SUMUD, parola che appartiene storicamente alla cultura palestinese: la perseveranza, la resistenza civile. Ezzeldeen Shalah Ancora una volta la cultura ha mostrato di essere non lusso, ma risposta a esigenze fondamentali: la speranza in un futuro possibile, la sua capacità di essere vita contro la morte, una forma alta di resistenza. E a chi gli domanda se ha senso parlare di cultura in tempi di genocidio e di fame, Ezzeldeen risponde: “Sì, ed è fondamentale. Il cinema è vita, è una presenza ostinata contro il nulla. Realizzare un festival tra le macerie significa dire che siamo ancora qui, che resistiamo e che c’è speranza. È il nostro modo di sfidare la morte con la vita. Vogliamo trasmettere al pubblico una carica di fiducia: la speranza, in questi tempi, è già una forma di resistenza”. (fonte: https://pungolorosso.com/2025/08/17/gaza-il-cinema-che-resiste/) Dunque a dispetto di tutti gli ostacoli e le difficoltà, il festival si è fatto, il tappeto rosso è stato steso, le persone che potevano hanno partecipato numerose e attente. E’ iniziato, come previsto, il 26 ottobre, data scelta per ricordare la Giornata delle donne palestinesi e la prima Conferenza delle donne palestinesi tenutasi a Gerusalemme nel 1929. S i è aperto con la proiezione del film vincitore del Leone d’Argento al Festival di Venezia: “La voce di Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania, tunisina, Leone d’Argento a Venezia. Sconvolgente racconto dell’attesa e poi dell’uccisione sotto decine di colpi israeliani, di una bambina in un’auto con i familiari. Terribile e straordinariamente commovente, realizzato con grande capacità tecnica, fa rivivere quei dolorosi momenti in mezzo al genocidio di Gaza. I 79 film in programma, tra documentari, cortometraggi e lungometraggi di finzione provengono da 28 paesi. Tutti raccontano le vite, le voci e le lotte delle donne. Il Festival è stato poi sospeso per i nuovi bombardamenti nel corso della cosiddetta “tregua” (!) e si è concluso il 31 ottobre con le premiazioni. Qui trovate conclusioni e assegnazione dei premi. La realizzazione di questa edizione del Festival incoraggia a lavorare ad una seconda edizione, come assicura il suo fondatore : “Desideriamo assicurarvi che, a partire da domani, inizieremo i preparativi per la seconda edizione” dichiara davanti al pubblico Ezzaldeen Shalah, presidente e animatore instancabile del festival che, dal cuore di Gaza, a Deir al-Balah, dove il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha offerto la sua sede, ha parlato al cuore del mondo. > “Gaza International Women’s Cinema”. Chiusa la prima edizione si lavora già > alla seconda Continuiamo a sostenerlo https://gofund.me/d28029779 “Il cinema è la nostra voce quando il mondo non ci ascolta. E’ la luce che rimane accesa, anche sotto le macerie” NOTE LE GIURIE: Presidente onoraria del Festival è Monica Maurer , regista e ricercatrice da decenni lavora sulla memoria visiva palestinese. Si sono espresse due giurie: una per i film di finzione e una per i documentari. La giuria per la finzione è stata presieduta dalla sceneggiatrice e regista francese Céline Sciamma , affiancata dal regista marocchino Mohamed El Younsi , dall’attrice italiana Jasmine Trinca , dalla scrittrice e regista palestinese Fajr Yacoub e dall’attrice e regista teatrale algerina Moni Boualam . Annemarie Jacir , regista del film Palestine 36 , candidato agli Oscar, ha presieduto la giuria del documentario, insieme al produttore del Bahrein Bassim Al Thawadi , alla produttrice italiana Graziella Bildesheim (presidente dell’European Women’s Audiovisual Network ), al regista kuwaitiano Abdulaziz Al-Sayegh e alla montatrice cubana Maricet Sancristobal . LA RETE INTERNAZIONALE DI SOSTEGNO: Patrocinio del Palestinian Ministry of Culture, e la collaborazione di 100autori – Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva, ABP – Association belgo palestinienne, AFIC – Associazione Festival Italiani di Cinema, All for One, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), Associazione Cultura è Libertà, una Campagna per la Palestina, Associazione Spazio Libero, Astràgali Teatro, Bookciak Magazine, Carmel Sweden Foundation – chaired by Mohammed Al-Sahli, Casa Internazionale delle Donne, Cinema senza diritti, Escuela Internacional de Cine y Televisión de San Antonio de los Baños – Cuba, EWA – European Women’s Audiovisual Network, International Federation of Arab Film Festivals – 25 festivals, chaired by Ezzaldeen Shalah, Jerusalem International Festival of Gaza, Leeds Palestinian Film Festival, NAZRA – Palestine Short Film Festival, Palestine Cultural Platform, Palestine Film Institute, Palestine Museum US, Resistance Culture Foundation – chaired by Brazilian filmmaker Yara Lee, Rete Ricerca e Università per la Palestina – RUP, Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Sumer Ad and Art Production, Visionarie – Donne tra Cinema, Tv e Racconto, Women’s International Democratic Federation – WIDF – FDIM, 46th Florence International Women’s Film Festival, Dar Al Thaqafa Academy – Libano).  I PAESI DA CUI PROVENGONO I FILM IN CONCORSO Italia, Francia, Iraq, Egitto, Marocco, Siria, Libano, Algeria, Tunisia, Oman, Kuwait, Qatar, Canada, Svezia, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Iran, Australia, Belgio, Giordania, Sudan, Kenya, Yemen, Arabia Saudita, Australia, Germania, Finlandia, Danimarca. v. anche https://palestinaculturaliberta.org/2025/10/24/gaza-international-festival-for-womens-cinema-si-fara-nella-striscia-con-quello-che-resta/ L'articolo Quando l’arte fa l’impossibile proviene da Comune-info.
Campania Popolare vuole una legge regionale per i diritti di artisti e lavoratori della cultura
ART IS WORK Sacrificare la cultura, rendere precari gli artisti ed i lavoratori dell’intero comparto in nome di un turismo mordi e fuggi, svuotato di effettivo valore sociale è questo uno degli obiettivi primaria dell’ideologia neoliberista. Questo ridurre la progettazione culturale a puro e vuoto business avviene anche in Campania, […] L'articolo Campania Popolare vuole una legge regionale per i diritti di artisti e lavoratori della cultura su Contropiano.