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Il cinema e la musica contro il genocidio
Testo e firmatari della lettera aperta promossa dal collettivo Venice4Palestine (V4P), sottoscritta da Roger Waters, Guy Pearce, Annie Ernaux e altri +200 esponenti del cinema e della cultura internazionale per esortare il Festival di Venezia ad intraprendere “azioni concrete” per la Palestina. “È emersa una nuova normalità… in parte grazie a […] L'articolo Il cinema e la musica contro il genocidio su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Due tipi di utopia
Agosto è il mese del caos ma anche dell’utopia, un’utopia stanca però dove si ripetono soliti riti. Ci siamo presi del tempo come se fosse una merce scontata a disposizione. Anche soltanto mezz’ora al bar, dovunque tu fossi, ti ha alzato da terra con quella ritualità lieve che annulla i pensieri e fa scattare brevi visioni, realtà sospese prive di attesa.  Macini realtà possibili come terre da scoprire, consulti la tua sfera magica del tempo che verrà, ti inventi qualsiasi cosa purché tutto non si ripeta. Sai che settembre annuncia già la ruggine dell’autunno, come scriveva Ray Bradbury, e insieme alla ruggine l’allungarsi delle notti, cioè dei sogni, di nuove realtà possibili.  Ci sono due forme di utopia, una del “senza” e una del “con”, una che si impegna e lotta per eliminare, l’altra che immagina conquiste più o meno possibili.  La prima ci può rendere depressi soprattutto se non abbiamo la giusta fiducia e ci sentiamo isolati. Ma non dobbiamo aspettarci nulla, dobbiamo noi fare pulizia, sabotare nei fatti le multinazionali del crimine, sentirci nello stesso tempo dilettanti della vita, alieni dai controlli, non alienati ma amanti dei piccoli riti, delle passeggere amicizie di ogni giorno, cultori di una empatia come dissonanza rispetto a un potere che ci inganna. È l’utopia del no al riarmo, del no alle sfide provocatrici, del no a governi orchestrati da interessi oscuri, del no alla violenza dei regimi del terrore.  La seconda utopia, quella del “con”, ci vuole invece ansiosi, pretende da noi e in questo ci fa il dono di non sentirci mai appagati. È l’utopia ad esempio dei quartieri urbani con alberi e parchi, degli ospedali pubblici con amministrazioni efficienti, di scuole dove si insegni a fare società non competizione. Dico “utopia” ben sapendo che questo termine ha acquisito nella recente modernità un valore ideologico, una connotazione “di sinistra”, il senso quasi di una visione che carica la politica della coltivazione di un ideale che rimane sullo sfondo, non realizzabile.  Io invece credo che l’utopia sia il nutrimento di un’immaginazione del possibile e superi le convenienze degli schieramenti.  Intorno a me ad agosto ho sentito voci di Babele, di un crocevia multicolore, a stento ho riconosciuto qualche lingua, ma l’effetto è un nonsodove che ha cancellato ogni riferimento, un nonsodove che è una traduzione possibile della parola “utopia”. Siamo stati tutti curiosi, ognuno a modo suo, come le forme del pane che ho incontrato, e che variavano dalla Georgia al Portogallo, dalla Polonia alla Grecia ma tutte espressioni concrete e insieme simboliche di una unica pace, di una unica assoluta necessità.  «La pace non è un’utopia; è un’abitudine, una scelta che dobbiamo continuare a fare» (John F. Kennedy, 1963). «Chi semina utopia raccoglie realtà», bello questo motto di Carlin Petrini. E poi: «La speranza non ha niente a che vedere con l’ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno». Queste parole sono di Václav Havel, commediografo, poeta, il primo presidente della Cecoslovacchia liberata dai sovietici.  Un’utopia quella che nessuno torni a occupare quella libertà? Che ci abbiano fatto semplicemente cambiare padrone?  La libertà non è mai ottenuta una volta per tutte, perfino le tradizioni del diritto, cioè di una libertà conquistata e trasferita in norme, sono messe in discussione da nuove realtà, da ambigui accomodamenti, da squallidi tradimenti.  Così l’utopia coincide con l’idea di far valere quei diritti là dove sono traditi. Utopia perché, ad esempio, è inimmaginabile che qualcuno fermi l’orrore barbaro, disumano che sta perpetrando il governo di Israele, spegnendo in noi l’idea che la vendetta e lo sterminio fossero stati superati dalla memoria e dalla coscienza storica.  Utopia è insomma una speranza lucida, un’intenzione vincente, una prova di effettiva uguaglianza, un perdono che arriva soltanto dopo che sia fatta giustizia. The post Due tipi di utopia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità
Per il Primo Convegno Internazionale “Fidel: eredità e futuro” che si è tenuto a l’Avana, dal 10 al 13 agosto, nel centenario della nascita di Fidel sono state pubblicati in 23 volumi le “opere scelte” (Obras Escogidas) di Fidel Castro Ruiz a cura del centro Fidel Castro Ritz ed edite […] L'articolo Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
Il rinoceronte nella stanza
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. Instagram itamargov -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 agosto ricorre il quarantaseiesimo anniversario della morte di Franco Basaglia. Per ricordarlo, viene in mente un animale: un grande cavallo azzurro. Si chiamava Marco Cavallo e nacque nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste, dall’incontro tra gli internati, gli operatori e gli artisti che lavoravano con loro. Era fatto di cartapesta, alto quasi quattro metri. Il 25 febbraio di quell’anno varcò i cancelli del manicomio e uscì per le strade della città. Non era soltanto una scultura: era il tentativo di portare fuori ciò che per decenni era stato tenuto nascosto, le persone che l’istituzione aveva separato dal mondo, le loro storie, i loro desideri, la loro voce. Marco Cavallo diventò così il simbolo visibile di una rivoluzione culturale che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi. A più di cinquant’anni di distanza, un altro animale enorme sta attraversando una regione europea. Questa volta è un rinoceronte bianco, alto dieci metri e lungo sedici. In questi giorni gira per la Sassonia, fermandosi nelle piazze, davanti ai musei e ai teatri. Si chiama The Rhinoceros in the Room — Il rinoceronte nella stanza. L’espressione inglese “the elephant in the room” indica qualcosa di ingombrante, evidente, impossibile da ignorare, di cui però tutti fingono di non parlare. L’artista Itamar Gov ha sostituito l’elefante con un rinoceronte, richiamando direttamente Eugène Ionesco e il suo dramma del 1959, in cui gli abitanti di una tranquilla cittadina cominciano, uno dopo l’altro, a trasformarsi in rinoceronti. All’inizio sembra un fatto assurdo, poi accade di nuovo, poi sempre più spesso, finché ciò che sembrava inconcepibile diventa la norma e la maggioranza si ritrova trasformata. Il vero problema non è soltanto la comparsa del rinoceronte: è la nostra capacità di abituarci alla sua presenza. Ed è per questo che oggi quel gigantesco corpo bianco attraversa la regione. Non è solo un’opera d’arte: è il punto focale di una mobilitazione. Alla vigilia degli appuntamenti elettorali, con l’avanzata di Alternative für Deutschland, la posta in gioco non riguarda più soltanto le provocazioni o i toni della propaganda, ma un programma politico con proposte precise: ridimensionare il peso della memoria sui crimini nazisti nei programmi scolastici per dare spazio a una narrazione identitaria; tagliare i fondi alle istituzioni culturali che non si allineano; mettere in discussione il Bauhaus e l’inclusione scolastica dei bambini con bisogni particolari; fermare le iniziative antirazziste e prevedere classi separate per i figli dei richiedenti asilo. Molte di queste misure toccano ambiti in cui i Länder hanno piena competenza decisionale. Per questo la risposta è arrivata prima. Da Magdeburgo è nata una rete a cui hanno aderito più di cento realtà: musei, teatri, centri culturali, artisti, comunità religiose e persino la radio-televisione pubblica. La campagna “La cultura è diversità e patria”, promossa tra gli altri dal Kunstmuseum di Magdeburgo, non è una semplice reazione di parte, ma la rivendicazione della cultura come spazio di pluralità e di libertà. Perché quando la politica stabilisce quali storie meritano di essere raccontate, quali idee possono entrare nelle scuole e chi fa parte della comunità, la cultura smette di essere un settore per diventare una questione democratica centrale. Come ha sintetizzato Sabine Schramm, direttrice del Teatro delle marionette di Magdeburgo: «Fermarlo prima che inizi». Prima. È questa la parola decisiva. Aspettare che una deriva autoritaria mostri i suoi effetti compiuti significa spesso accorgersene quando gli spazi di agibilità e di dissenso si sono già azzerati. Perfino la Mitteldeutscher Rundfunk, la TV pubblica regionale, ha scelto un segnale insolito, interrompendo la programmazione con una scritta sui monitor: «Non vedete più nulla? Presto potrebbe succedere». È un monito inquietante che parla del rischio di oscuramento delle voci libere, ma anche di una cecità più profonda: la possibilità di smettere di vedere. Le trasformazioni più pericolose avvengono per gradi. Cominciano dalle parole, da ciò che viene ridefinito “buon senso”, dalla distinzione tra un “noi” e un “loro”, fino ad arrivare all’assuefazione. Ci si può indignare davanti all’orrore improvviso; è molto più difficile cogliere il momento esatto in cui ci si sta abituando all’inaccettabile. Forse è questo che il rinoceronte bianco ci chiede: guardare quello che sta accadendo mentre sta accadendo. Non aspettare che diventi storia o che qualcuno chieda come sia stato possibile. Guardare adesso, leggere i programmi, difendere i luoghi in cui una società può ancora discutere e ricordare, senza confondere la vigilanza con la paura. Vigilare non significa vedere nemici ovunque; significa non smettere di guardare. In questo 29 agosto, ci piace far camminare insieme questi due animali simbolici. Marco Cavallo e il rinoceronte. Il primo è uscito da un luogo recondito per riportare nella città chi era stato escluso. Il secondo attraversa la città per mostrare ciò che rischia di entrarvi. Uno porta fuori gli invisibili; l’altro rende visibile il pericolo. Sono immagini opposte ma complementari, che ci ricordano la stessa verità: la facoltà di guardare è una responsabilità democratica. Quel rinoceronte è ancora lì, enorme e bianco. È il momento di riscoprire una parola antica e necessaria: vigilanza. Non quando il rinoceronte sarà già dentro la stanza. Adesso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il rinoceronte nella stanza proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Confini e frontiere
Il confine è immobile, ha i suoi tracciati, ti aspetta, sai dove si trova, è un passaggio obbligato, fa parte del linguaggio perché segna spesso il passaggio tra due lingue differenti, oltre che fra due Stati. È come lo spazio bianco tra le parole, il segnale che permette di individuare i significati che gli stanno intorno. La frontiera invece è mobile, è frutto di un progetto che continua ma cambia, contiene passato e futuro, il suo destino è il transito, la trasformazione, la negoziazione, l’intesa o l’incomprensione, i movimenti mentali, gli orizzonti politici. La frontiera è ermeneutica, il confine è semiotico: la prima va interpretata, del secondo si prende atto. Non si deve fare confusione. Sono avvenute e stanno avvenendo guerre per i confini, per le frontiere invece si misurano i progetti, i risvolti culturali a lungo termine. Se fosse per le frontiere non ci dovrebbe essere guerra tra Russia e Ucraina perché insieme custodiscono una cultura comune, sulla quale però le ragioni di potenza economiche e militari hanno esercitato la loro deleteria influenza: di qua la NATO di là gli altri. E così la contrapposizione continua, insulto alla caduta del muro di Berlino: ancora confini. Il confine si salva però quando diventa relazionale, quando permette o addirittura incoraggia gli scambi. I confini spaziali interpersonali, ad esempio attraverso la prossemica, sono indispensabili per definire i rispettivi margini di manovra e anche per salvaguardare le individualità. I confini interstatali sono invece frutto di scontri: le immigrazioni, considerate in termini di frontiera hanno necessità di un progetto, viste in termini di confini riportano tutto alla solita volontà di potenza. Questi li ‘prendo’ io, questi altri li ‘prendi’ tu. In ogni caso è davvero la vita, individuale e sociale, a ridare respiro, a metterci alla prova, al di fuori delle logiche a noi estranee. Due esperienze di viaggio in camper – insieme all’emozionante racconto di Luís Sepúlveda, La frontiera scomparsa – mi hanno fornito l’esempio. Anni fa eravamo in un bosco della Svezia quando, a un certo punto, vediamo a lato strada un vecchio piloncino di pietra con su scritto ‘Norge‘: era avvenuto un passaggio come fosse del tutto naturale, ci potevamo immaginare di seguire un tracciato di pellegrini o esploratori che si affidano a vari segnali. Ci si stava dicendo che eravamo entrati in Norvegia. Nient’altro, il semplice retaggio arcaico e insieme moderno della pietra miliare. In giorni recenti ci trovavamo su una stretta strada di campagna, in Polonia, in mezzo a campi sterminati, diretti in Lituania. A un certo punto, vicino a una fattoria, vediamo un uomo con davanti un cono stradale a metà del passaggio. Faccio un cenno di saluto, vedo che ha una divisa mimetica, mi fermo, mi dice: «Hi, good morning, welcome». Stavamo entrando in Lituania. Ci sono confini quasi impercettibili, addirittura lì, a pochissimi chilometri in linea d’aria dal territorio russo di Kaliningrad su cui i media stanno costruendo ansia crescente. Finché però l’umanità batte la ragion di Stato nulla è perduto. The post Confini e frontiere appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Cultura: We Shall Overcome
Da un inno cattolico siciliano del Settecento a un canto gospel afroamericano, fino all'inno dei diritti civili cantato da Joan Baez nel 1963 per la Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà
August 28, 2026
PeaceLink
Elijah e la pantera
Louisiana meridionale, agosto 1847. Il fotografo Henri Mercier sta viaggiando nella regione per documentare la vita nelle piantagioni dei ricchi proprietari terrieri quando in una radura a circa un miglio a sud della piantagione di Bowmont si imbatte in un ragazzo di colore seduto a piedi nudi accanto a una […] L'articolo Elijah e la pantera su Contropiano.
August 28, 2026
Contropiano
“LIBRERIA IN FESTA”: TUTTE LE PUNTATE, SERATA PER SERATA, DI QUANTO SUCCESSO ALLA LIBRERIA DEL GATTO NERO
“Libreria in Festa” è stato il contenitore radiofonico che per tutta la durata della XXXIV Festa di Radio Onda d’Urto (mercoledì 5 – sabato 22 agosto 2026) ha sintetizzato in 30 minuti ogni serata della Libreria del Gatto Nero tra presentazioni di libri e fumetti, incontri, dibattiti, interviste a frequentatrici e frequentatori e tanto altro ancora. Andata in onda ogni pomeriggio, alle ore 13.30, “Libreria in Festa” è ora disponibile anche in formato podcast su Radio Onda d’Urto. Per continuare a seguire tutto l’anno le iniziative radiofoniche e culturali della Libreria puoi seguirla sui social: qui la pagina Instagram mentre qui c’è la pagina Facebook. Di seguito, tutte le puntate: libreria in festa 1 libreria in festa 2 libreria in festa 3 libreria in festa 4 libreria in festa 5 libreria in festa 6 libreria in festa 7 libreria in festa 8 libreria in festa 9 libreria in festa 10 libreria in festa 11 libreria in festa 12 libreria in festa 13 libreria in festa 14 libreria in festa 15 libreria in festa 16 libreria in festa 17 libreria in festa 18
August 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero
Procede a tamburo battuto il folle piano del riarmo europeo. Mentre gli Stati, incuranti di ciò che pensa la popolazione e di ciò che vuole la popolazione, fanno debito su debito per comprare armi, progettare armi e costruire armi, per l’immensa gioia dell’industria bellica, mentre insomma non cessa la retorica del si vis pacem, para bellum, qualcuno potrebbe smontarla punto per punto… se soltanto venisse letto almeno. È in momenti come questo che trovo sollievo in questo poema scritto quasi tremila anni fa, che parla di una città assediata e di un esercito che combatte per l’onore, il bottino e la gloria, per tutto ciò che gli uomini hanno raccontato a sé stessi, nel corso dei secoli, per rendere la guerra accettabile.  O più precisamente trovo sollievo in una scena dell’Iliade; sto parlando della celebre incontro tra Priamo e Achille che in un clima come quello attuale meriterebbe più di qualche parola. Ettore è appena morto. Allora Priamo si traveste da mendicante e avanza nella notte per raggiungere la tenda di Achille. E cosa accade? Si mette in ginocchio davanti all’assassinio di suo figlio! C’è quest’uomo, un uomo amato e onorato dalla sua gente, che ha letteralmente potere di vita e di morte sulla sua terra, che s’inginocchia e bacia quelle «mani tremende». Bacia la mano di chi gli ha ucciso il figlio. E in quel momento la guerra non è più gloriosa, non è più eroica, non ci sono canti o celebrazioni di grandi gesta, c’è soltanto il dolore di questo padre che chiede che gli venga restituito il corpo del figlio.  E poi Priamo fa una cosa altrettanto sconvolgente: «Abbi pietà di me», dice ad Achille «ricordando tuo padre; io sono ancora più sventurato, ho sopportato quello che nessun altro mortale ha sopportato: di portare alla bocca la mano dell’uccisore di mio figlio». E le sue parole sono talmente eloquenti, tanto autentico è il suo dolore, che riesce a fare breccia nell’animo di Achille. E Achille l’invincibile, l’inamovibile, scosta Priamo dalle sue ginocchia e lo abbraccia. E i due piangono assieme. L’Iliade, in effetti, termina col funerale di Ettore, ma in realtà è proprio questa la scena d’azione conclusiva del poema. L’Iliade, il poema della forza, si conclude con la riconciliazione di due acerrimi nemici.  Priamo chiede ad Achille di restituire il corpo di Ettore. Dipinto del 1824 di Aleksandr Andreevich Ivanov Ciò che rende davvero interessante questa scena non è tanto la riconciliazione in sé, ma come e perché sia avvenuta. Cosa vede Achille quando Priamo gli bacia la mano?  È una domanda tutt’altro che marginale. Perché tutta la guerra si fonda sulla capacità di non vedere l’altro nella sua individualità. L’esercito non è fatto di uomini ma di soldati; il nemico non è più una persona ma un obiettivo; una città è soltanto un territorio da conquistare. Per poter uccidere, bisogna prima trasformare l’altro in qualcosa che possa essere ucciso. E Omero sembra sapere perfettamente che cosa accade quando questa trasformazione viene meno. Quando Priamo entra nella tenda di Achille, la guerra, per un istante, si interrompe. Non perché sia finita. Ettore è morto, Troia è ancora assediata, Achille resta un guerriero e Priamo è il re della città che è sua nemica. Nulla di tutto questo è cambiato. È cambiato però il modo in cui i due uomini si guardano l’uno all’altro. E basta questo perché, dentro quella tenda, la logica della guerra perda per un momento il proprio potere. Sia ben chiaro, l’Iliade non è affatto un poema pacifista. È un poema pieno di violenza, di sangue, di corpi mutilati, di città distrutte, di uomini che insomma si uccidono e vengono uccisi in modo brutale. Omero non ci risparmia nulla: ci mostra la ferocia, la vendetta, l’odio. Ma proprio per questo quella scena finale assume un significato ancora più grande. Perché l’Iliade non ci mostra soltanto degli uomini che combattono, ci mostra uomini che hanno bisogno di raccontarsi perché combattono. Gloria, onore, vendetta, patria, bottino: la guerra non è mai soltanto una questione di armi; è anche e soprattutto una narrazione. Gli eroi di Omero devono trovare continuamente le parole capaci di trasformare la morte in qualcosa che possa essere sopportato. Achille deve credere che la morte di Patroclo debba essere vendicata. I Greci devono credere che la loro guerra abbia un significato. Gli eroi devono credere che morire sul campo di battaglia sia preferibile a tornare a casa senza gloria. E invece cosa accade nella tenda di Achille? Accade qualcosa che in guerra non dovrebbe accadere mai: Achille torna a vedere l’uomo che ha davanti. Fino a quel momento Priamo è il re dei Troiani, il padre di Ettore, il capo del popolo contro il quale combatte; Ettore è il nemico che ha ucciso Patroclo e che per questo deve essere punito. Ci sono i Greci e ci sono i Troiani, ci sono i nostri morti e ci sono i loro morti. È così che funziona una guerra: prima ancora di uccidere un uomo bisogna trasformarlo in un nemico. Bisogna convincere gli uomini che quelli che moriranno dall’altra parte non sono uomini come noi, che il loro dolore pesa meno del nostro, che la loro morte è necessaria, inevitabile, perfino desiderabile. Bisogna smettere di chiamarli padri, figli, fratelli, madri. Bisogna chiamarli soldati, bersagli, obiettivi, minacce. È così che una città può diventare un obiettivo militare. È così che migliaia di morti possono essere ridotti a una cifra. Funerali di Ettore. Tela di Vincenzo Baldacci dipinta nei primi anni dell’Ottocento Ma poi Priamo entra nella tenda di Achille e quella costruzione crolla. Achille non vede più davanti a sé il re di Troia; vede un padre. Priamo non vede più davanti a sé l’uomo invincibile che ha ucciso Ettore; vede un altro uomo che ha avuto un padre. Per un istante cioè la guerra perde la sua capacità di dividere il mondo in due categorie: noi e loro. Ed è in questo preciso momento che Omero oltrepassa qualsiasi distanza temporale.  Oggi, invece, si parla continuamente di deterrenza, sicurezza, minaccia, capacità militari. Ma che cosa nasconde, cosa scompare dentro questo linguaggio? Scompare l’uomo. È questa, forse, la cosa più inquietante della retorica del riarmo. Non è tanto il fatto di spendere miliardi che potrebbero essere destinati a cose come la sanità, l’istruzione, le pensioni, il lavoro, tutto ciò che contribuirebbe al benessere dei cittadini insomma, ma ciò che desta preoccupazione è che questo tipo di retorica ci abitua progressivamente a pensare alla guerra attraverso le categorie della macchina militare e non attraverso quelle dell’esperienza umana. Frasi asettiche e impersonali come «centotrenta miliardi per le armi», il «cinque per cento del PIL», nel concreto significano uomini che un giorno potrebbero essere mandati a combattere e che potrebbero essere uccisi. Significano padri, figli, fratelli, persone. L’incontro tra Priamo e Achille raccontato da Omero ci costringe invece a rimettere un volto dove la guerra aveva messo un bersaglio. E forse è per questo che la scena dell’Iliade è così sconvolgente. Omero ci ha regalato una scena nella quale due uomini smettono di essere ciò che la guerra ha ordinato loro di essere. Priamo dovrebbe odiare Achille. Achille dovrebbe odiare Priamo. E invece piangono insieme.  E quando il nemico torna a essere un uomo, la guerra diventa improvvisamente molto più difficile da raccontare. Ecco perché rileggere Omero, per ricordare cosa la retorica militare, di oggi e di ieri, vuole farci rimuovere. Perché la vera domanda non è solo quante armi stiamo comprando, ma quali parole vengono usate su di noi, quali parole ci abituiamo ad usare che plasmano e plasmeranno il nostro modo di pensare alla guerra. Cosa succede, infatti, quando una società comincia a ripetersi di continuo che il Nemico è un nemico appunto e la guerra è inevitabile da finire per considerarla inevitabile davvero? Omero ce lo ha mostrato. Chissà se arriverà mai il giorno in cui potremmo dire di avere davvero capito la lezione… The post Contro la retorica del riarmo, rileggiamo Omero appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE