Tag - cultura

Sono un uomo in bilico
di Marco Sommariva* Quando tutti parlano e nessuno ascolta: la metropoli incomprensibile di Budai come specchio del nostro presente. Recensione al libro Epepe di Ferenc Karinthy Trent’anni fa iniziai a …
Il culto dell’eccezionalismo americano
L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo. […] L'articolo Il culto dell’eccezionalismo americano su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano
La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva
La Narrazione Un piccolo studio in Iran con meno di dieci persone ha prodotto quotidianamente video di propaganda AI in stile LEGO. I clip dicono ad alta voce ciò che i media americani si rifiutano di dire. Come il fatto che i bombardamenti sono crimini di guerra. Che i funzionari […] L'articolo La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva su Contropiano.
April 22, 2026
Contropiano
Tra natura, cultura e cura: a Capri un convegno per restituire complessità al pensare la famiglia
Due giornate di confronto tra psicoanalisi, antropologia e istituzioni per ripensare i legami familiari e la condizione dell’adolescenza contemporanea Capri, 24-25 aprile 2026 — Centro Congressi, Sala Pollio In una fase storica in cui i legami familiari, le pratiche genitoriali e la condizione dell’adolescenza interrogano profondamente le scienze umane e le istituzioni della cura, il Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) dell’Associazione Aristemi Connessioni promuove il convegno “La Famiglia. Tra Natura, Cultura e Cura”, in programma a Capri il 24 e 25 aprile 2026. Due giornate di lavoro presso il Centro Congressi della Sala Pollio, con il patrocinio della Città di Capri, che riuniscono alcune tra le voci più autorevoli del panorama italiano della psicoanalisi, dell’antropologia, della psichiatria, della psicologia clinica e giuridica. UN PROGRAMMA AL CROCEVIA TRA DISCIPLINE Il convegno si apre venerdì 24 aprile alle ore 15.00 con i saluti istituzionali di Giuseppe Esposito, presidente dell’Associazione Aristemi Connessioni, e di Gemma Trapanese, presidente del DPACF. A seguire, Roberto Beneduce e Simona Taliani, antropologi e psicoterapeuti dell’Università di Torino e fondatori del Centro Frantz Fanon, presentano l’intervento: “Le famiglie e i loro complessi. Politiche di riproduzione e culture del desiderio”, una riflessione sulle pratiche istituzionali rivolte alle famiglie nei contesti di migrazione e differenza culturale. Nel pomeriggio, Gemma Trapanese propone “La famiglia in scena”, una lettura del teatro di Emma Dante come dispositivo capace di restituire, attraverso il linguaggio scenico, la complessità dei legami familiari. La giornata si conclude con una sessione di discussione in sala, introdotta da Stefania De Giovanni, psicologa clinica e psicoterapeuta della coppia e della famiglia, membro del DPACF. LA SECONDA GIORNATA: ADOLESCENZA, DIRITTO E CURA Sabato 25 aprile i lavori si aprono alle ore 9.30 con i saluti delle autorità. Seguono gli interventi di: * Giuseppe Esposito e Antonio Pitoni: Legami e loro destini tra Famiglia e Società * Vincenzo Zara: Il Gruppo di Valutazione dei Procedimenti Giudiziari per Minori come spazio transizionale A metà mattina si tiene la tavola rotonda: “GLI ADOLESCENTI SENZA ACCOMPAGNAMENTO ALLA VITA” con Mario Colucci, Patrizia Imperato e Sarantis Thanopulos, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. La discussione è affidata a Monica Conte. Nel pomeriggio: * Fulvia Grimaldi: Famiglia e Istituzioni: Quale Cura? * Massimiliano Scarpelli: La sfera e le tenebre. Un sogno oscuro del corpo (discute Gemma Trapanese) Segue il contributo del Gruppo di lavoro DAI di Città della Pieve su: Adolescenti e disturbi di alimentazione incontrollata nella relazione di cura: un’esperienza di supervisione di équipe (discute Giovanna Cocchiarella) Le conclusioni sono affidate a Giuseppe Esposito e Gemma Trapanese. UN CONVEGNO CHE ABITA LE DOMANDE Il convegno si configura come uno spazio di confronto interdisciplinare che attraversa quattro grandi assi: * le trasformazioni dei legami familiari * la condizione dell’adolescenza contemporanea * le pratiche istituzionali della tutela e della cura * il dialogo tra psicoanalisi, antropologia e clinica del soggetto Le tre parole del titolo — natura, cultura, cura — non vengono proposte come categorie chiuse, ma come campi di tensione. È nello spazio del “tra” — tra il legame e la norma, tra l’urgenza dell’intervento e la necessità della comprensione — che si gioca oggi la qualità del pensare e dell’operare con le famiglie. INFORMAZIONI Centro Congressi, Sala Pollio — Via Sella di Orta, Capri Venerdì 24 e sabato 25 aprile 2026 Ingresso libero fino a esaurimento posti Organizzazione: Associazione Aristemi Connessioni — Dipartimento di Psicoanalisi applicata alla Coppia e Famiglia (DPACF) Redazione Napoli
April 21, 2026
Pressenza
Le piccole scene della vita
C’È UN PICCOLO LUOGO, IN UNA CITTÀ CIRCONDATA DALLE ALPI, DOVE CHIUNQUE PUÒ RITORNARE A ESSERE QUALCUNO CHE RACCONTA E QUALCUNO CHE VIENE ASCOLTATO. UNA SALA PER NON PIÙ DI CINQUANTA PERSONE NELLA QUALE L’ARTE (TEATRO, DANZA, SPETTACOLI DI STRADA IN SALA PERCHÉ QUI LA STRADA LA CONOSCONO MOLTO BENE, ARTI CIRCENSI E MIMO, MARIONETTE, PERFINO OPERA E PICCOLA MUSICA DAL VIVO, MA ANCHE POESIA E RACCONTI) SERVE A RICUCIRE LE LACERAZIONI INVISIBILI. IN QUESTA SALA, I SENZATETTO, I VICINI, I VOLONTARI, GLI ASSISTENTI SOCIALI, GLI ARTISTI E I SOGNATORI SI SIEDONO FIANCO A FIANCO. NON SI SA PIÙ CHI È CHI -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nella cantina della sede centrale della Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, a Ginevra, sta avvenendo un piccolo miracolo sotterraneo. Un luogo giaceva lì in letargo, come un vecchio gatto che avesse deciso di fare un pisolino lungo diversi anni. E poi, senza preavviso, si è stirato, ha aperto un occhio, poi due, e ha deciso che il mondo meritava ancora un po’ di luce. Questo luogo è CodeBar – Les petites scènes, una sala da una cinquantina di posti, minuscola come un segreto, ma vasta come un cuore che ricomincia a battere. Un luogo dove si scende per rialzarsi meglio. Da quasi sessant’anni, la Fondazione accoglie chi è stato troppo battuto dalla vita, in particolare le persone senza dimora. Offre pasti, letti, spazi di riposo – ma anche, e forse è questo l’aspetto più rivoluzionario, spazi dove si può ritornare a essere qualcuno che racconta e qualcuno che viene ascoltato. La rinascita di CodeBar si inserisce in questa tradizione di gesti semplici e radicali. Un luogo per la cultura viva, non per lo spettacolo Qui non ci sono concerti fragorosi né spettacoli calibrati. CodeBar è uno strumento di equilibrio mentale, un piccolo laboratorio dove l’arte serve a ricucire le lacerazioni invisibili, a ridare un po’ di colore ai pensieri, a riscaldare le anime congelate. Vi si accolgono forme artistiche che hanno in comune l’essere vive, incarnate, un po’ fragili, un po’ folli, sempre umane: teatro (stand-up, burlesque con qualche risata che a volte scappa senza preavviso); danza (dal gesto minuscolo al vortice che scompiglia i capelli); spettacoli di strada in sala (perché la strada, qui, la conosciamo bene); arti circensi e mimo (l’arte di restare in piedi anche quando tutto vacilla); marionette (quei piccoli esseri che spesso dicono ciò che noi non osiamo più dire); opera in versione tascabile (fa vibrare le pareti); piccola musica dal vivo (non per fare rumore, ma per fare del bene); poesia (la vitamina C dello spirito); racconti e narrazioni (l’arte di raccontare se stessi, di raccontare gli altri, di tessere storie che ci tengono uniti). Qui, ogni disciplina diventa uno strumento di riparazione, un pretesto per l’incontro, un respiro condiviso. Perché una sala spettacoli in una fondazione sociale? Perché la cultura non è un supplemento. Perché l’equilibrio mentale non si cura solo con le pillole. Perché la dignità passa anche attraverso la bellezza, la sorpresa, la risata, il pensiero, la possibilità di dire: «Anch’io ho una storia». In questa piccola sala, i senzatetto, i vicini, i volontari, gli assistenti sociali, gli artisti e i sognatori si siedono fianco a fianco. Non si sa più chi è chi – ed è proprio così che deve essere. Si diventa un pubblico, un coro, una piccola comunità effimera. La rinascita di CodeBar è la rinascita di un noi. Un luogo modesto, un gesto audace Riaprire questa sala significa affermare che la cultura cura, la creazione ripara, l’arte unisce, la bellezza è un diritto… e che anche una cantina può diventare un faro (certamente un piccolo faro, ma pur sempre un faro). È anche offrire agli artisti uno spazio raro: un luogo dove si suona per persone che non sempre hanno accesso alla cultura, ma che spesso ne hanno più bisogno, e il miglior senso dell’umorismo. Un piccolo palcoscenico per grandi storie CodeBar – Les petites scènes non è solo un luogo di spettacolo. È un luogo dove si racconta, dove si ascolta, dove ci si riconosce. Un luogo dove le fragilità diventano punti di forza, dove i silenzi diventano respiri, dove le storie – piccole o grandi – diventano ponti. La sua rinascita è un atto di fiducia: fiducia nell’arte, negli artisti, nel pubblico, nella capacità di ciascuno di essere ancora più vivo. Un luogo minuscolo, sì. Ma un luogo dove si può, per una sera, sentirsi un po’ più vivi. -------------------------------------------------------------------------------- *Fin dai suoi primi passi, ben prima che il suo nome figurasse in un registro, la Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, con sede in Rue Élisabeth-Baulacre 10, 1202 Ginevra/Svizzera, non è mai stata una semplice entità. È una forza viva, una resistenza all’inaccettabile, una mano che rifiuta di mollare. All’inizio non c’era un progetto, ma una certezza: «Nessuno dovrebbe dover giustificare il proprio diritto di esistere». Noël Constant, presidente e fondatore, non ha espresso questi principi a parole. Li ha tradotti in azione, nella realtà. Lì dove troppo spesso le voci si spengono sotto il silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo un’istituzione che osserva. Noi agiamo. Qui nessuno deve dimostrare di meritare aiuto. Nessuna casella da spuntare. Nessun modulo da compilare. Solo una mano tesa. Rifiutiamo le soluzioni affrettate, dettate dall’urgenza. Crediamo nella ricostruzione paziente, umana, rispettosa del ritmo di ciascuno. All’altezza di donne e uomini. I margini fanno parte del libro. Ma dobbiamo accettare che delle vite vacillino e scompaiano tra le righe? No. Costruiamo ponti, non barriere. Creiamo legami, mai confini. Perché aiutare non deve essere una posizione di potere, ma un atto di condivisione, un movimento del cuore. Si tratta di ricostruirsi ma anche di nutrirsi: di accedere alle cure, alle docce, al bucato, al parrucchiere, al podologo, alle cure dentistiche, alla medicina d’urgenza, ai contributi per occhiali e apparecchi acustici e persino alle protesi gratuite; di ritrovare l’autonomia attraverso attività adeguate; di ricostituire la propria autostima con vestiti, mobili, stoviglie; di sentire le risate dei bambini, che ricevono i loro giocattoli senza condizioni, senza contropartita. Il rifugio per senzatetto «La Coulou» accoglie senza fare domande. Ma qui l’urgenza non si limita all’immediato. Insieme alle persone disegniamo prospettive: monolocali mobili, rifugi dedicati a donne e bambini, case in attesa di permesso. Laddove si estendono le ombre, costruiamo vie di fuga. E poiché sopravvivere non basta, vogliamo offrire la possibilità di respirare, di sognare, di ritrovare il gusto della vita. Un villaggio di vacanza, un vecchio autobus londinese trasformato in centro di attività, uno spazio di condivisione dietro la stazione Cornavin, un luogo dove la porta non si chiude mai, una sala spettacoli, una galleria d’arte, un giornale di strada, una radio partecipativa, ecc. Camminiamo insieme, scriviamo insieme, ripariamo ciò che può essere riparato.Rifiutiamo che la fiducia sia un lusso. Perché, al di là dei numeri e delle azioni, Carrefour-Rue & Coulou è una protesta: «Dare il meglio a chi non ha più nulla» non è un’utopia. È una promessa. Una parola data, una parola mantenuta. (Noël Constant e il suo team) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le piccole scene della vita proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Romano Luperini: l’eredità di un maestro
«La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera».  (R. Luperini, L’uso della vita. 1968)  Romano Luperini (1940-2026) è stato un intellettuale complessivo: a marcare tutta la sua lunga traiettoria esistenziale e pedagogica è stata la ricerca, inesausta e oggi per lo più negata, di una saldatura tra lavoro culturale e progetto politico. Nel 1965 a Pisa ha fondato una piccola rivista, Nuovo impegno, che divenne uno dei luoghi di discussione della nuova sinistra. Nei decenni Sessanta e Settanta è stato un intellettuale militante:  attivo inizialmente nella Lega dei comunisti e nel Potere operaio pisano, ha poi ricoperto ruoli di dirigente in Democrazia proletaria e ha partecipato alla direzione del Quotidiano dei lavoratori. Nell’ultimo ventennio del secolo si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e più simili a un’azienda.  Mentre svaniscono i soggetti del cambiamento e il neoliberismo frantuma la società, Luperini resta estraneo ai trasformismi che hanno coinvolto la maggior parte della generazione ex-sessantottina. Non è dunque un «pentito» ed è invece un «insistente» come uno dei suoi maggiori maestri, Franco Fortini. A differenza di Fortini, tuttavia, mantiene sempre salda la fiducia nel lavoro dei gruppi politico-culturali, anche ristretti; è un infaticabile promotore di periodici e produttore di lavori di divulgazione o di storicizzazione (Il Novecento, 1981 e La scrittura e l’interpretazione, con Pietro Cataldi e Lidia Marchiani, 1998), dirige  per un trentennio la rivista Allegoria  che ha per sottotitolo «per  una teoria materialistica della letteratura», intesse un dialogo costante con il mondo della scuola e promuove la resistenza degli insegnanti alle derive neoliberali, come attesta nel 2012 la creazione, con un collettivo di redattrici e redattori, del blog laletteraturaenoi.it. È perciò impossibile isolare il momento «scientifico» della sua eredità, caratterizzato dalle fondamentali monografie su Verga, Montale, Tozzi, Pirandello, dall’insegnamento rivolto a generazioni di studentesse e studenti nelle università di Lecce, Siena, Toronto, dalle centinaia di seminari per i docenti della scuola in tutta Italia e dall’impegno politico e civile.   Come critico letterario Romano si è formato con Luigi Russo e ha dialogato precocemente con Sebastiano Timpanaro: lo dimostra  il suo primo libro (Pessimismo e verismo in Giovanni Verga, 1968) derivato dalla sua tesi di laurea. Il verismo, con la sua carica demistificante, a suo parere ha in Verga lo stesso valore critico-negativo che l’illuminismo aveva avuto, nella prospettiva di Timpanaro, per Leopardi.  All’origine del suo metodo vi è il rovesciamento dello storicismo progressivo ed evolutivo, dominante nella cultura della sinistra ufficiale del dopoguerra. La sua critica procede per fratture e per dettagli prelevati sui singoli testi, descritti e interpretati con digressioni teorico-filosofiche e con strumenti desunti da Gramsci, Adorno, Lukács, Benjamin.  Nella sua saggistica si privilegiano la contraddizione, la disarticolazione, il montaggio: l’eredità, insomma, delle avanguardie storiche e soprattutto dell’espressionismo. Ciò implica una scommessa sulle persistenze del Moderno inteso come età del conflitto, in un contesto ormai Postmoderno, di disincanto ben remunerato e di «nichilismo morbido», intimamente avverso alle ideologie e alle idee stesse di storia, di classe e di rivoluzione: Luperini, infatti, con il termine «modernismo» non si riferisce solo a un’importante tradizione culturale e letteraria europea e italiana ma anche – e soprattutto – a una rigorosa autocoscienza intellettuale e a una prospettiva antropologica e politica. Questo maestro ha dunque esercitato, nel passaggio del millennio, un capillare e coerente lavoro culturale controtempo: con Walter Benjamin, ha argomentato in tutte le sedi in cui ha potuto prendere la parola, la nuda consapevolezza della perdita di ogni «aura» delle arti nel quadro globalmente mercificato ma, al contempo, la puntigliosa ricerca nell’interpretazione dei testi di un’allegoria politica, di un senso socialmente condivisibile. È stato, perciò, un critico neomarxista straordinariamente originale: comparabile per statura a Fredric Jameson pur nella diversa severità di giudizio riguardo al  postmoderno, e superiore al critico americano per la chiarezza didattica e discorsiva del linguaggio.  I tratti tipici del suo stile, sia nell’oralità che nella scrittura, sono infatti la tenace lucidità e la limpidezza argomentativa che sottendono una fiducia nell’etica del dialogo e, con Lukács, nell’ontologia dell’essere sociale. Le sue formule, concise come parole d’ordine, sono destinate a un’efficace memorizzazione: dialogo, conflitto, allegorismo, contraddizione, nichilismo morbido, relativismo critico, materialismo, modernismo.  LEGGI ANCHE… IL SENSO DEI FUTURI POSSIBILI Fredric Jameson Nelle sue magistrali letture delle opere letterarie moderne e contemporanee – da Gadda a Volponi, da Cormac McCarthy ad Annie Ernaux – ha dato rilievo ai frantumi intesi come allegorie prive di chiavi prestabilite di decifrazione: le Bestie di Federigo Tozzi o le zoomate di Pirandello sui dettagli corporei dei personaggi, staccati dal tutto, divengono – come in Kafka – emblemi ed enigmi di un mondo destituito di senso, in cui sono divenute impossibili le «corrispondenze» simboliste,  estetizzanti o mistiche. La sua «ermeneutica materialista»,  argomentata nei volumi L’allegoria del moderno (1990) e Il dialogo e il conflitto (1999), si articola in quattro punti: 1) prende le mosse  dal riconoscimento della materialità del testo e della sua storia, e dunque dal  contenuto di fatto e dalla necessità del commento filologico; 2) tiene conto, tuttavia, con Benjamin, che compito del critico è enucleare dal testo il contenuto di verità, ossia quel significato che ne legittima la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3) è consapevole che ogni ipotesi di senso si inserisce in un conflitto, in una proposta educativa e in una lotta per l’egemonia; 4) dichiara, dunque, la propria responsabilità, la propria parzialità e il proprio impegno, perché l’intera cultura dell’Occidente, anche nei suoi più splendidi risultati estetici,  consegue al dominio e alla barbarie che vanno smascherati dall’interprete materialista. Luperini è stato dunque, al contempo, un critico della cultura e della società, uno storico della letteratura, un teorico,  un comparatista e un docente d’eccezione: con lui si sono formati centinaia di donne e uomini che hanno assunto, a vari livelli del lavoro culturale, una funzione critica. Forse il suo lavoro più ardito è L’incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell’uomo occidentale (2007). Questo libro ha un taglio tematico, comparativo e interdisciplinare, a cavallo tra letterature occidentali e arti figurative, e la stessa parola-chiave destino, esibita dal titolo, implica  il dialogo con il più importante critico del Novecento: Giacomo Debenedetti. L’incontro e il caso prendendo in esame testi di narratori europei tra Otto e Novecento (Manzoni, Joyce, Flaubert, Maupassant, Verga, Tozzi, Proust, Svevo, Pirandello, Musil, Kafka) storicizza una costante antropologica: l’incontro con l’altro, scena fondativa della società umana che, traducendosi ora in dialogo ora in conflitto, indica simbolicamente un orizzonte comunicativo ma anche il rischio distruttivo soggiacente a ogni relazione ineguale tra gli uomini. La storicizzazione di questo tema nei testi permette di individuare una cesura radicale collocabile intorno al 1848: l’epoca dell’involuzione della borghesia e della reificazione della sua autocoscienza intellettuale, secondo Lukács e i francofortesi.   Ogni incontro con l’altro successivo a quella svolta, per Luperini, può avere un suo senso parziale, non più pieno o compiuto, perché ci rivela nello splendore delle opere l’orrore sociale che contiene: una  civiltà infatti, come vuole Adorno, è degna di chiamarsi tale solo se consente agli uomini «di essere diversi senza paura». Dopo il 1848, la scena letteraria dell’incontro interpretata da Luperini cambia dunque in profondità: evapora l’esperienza, si privatizza il concetto di destino, l’altro cessa di essere il polo di un dialogo per diventare solo l’occasione di un turbamento nevrotico.   Tuttavia il destino dell’uomo occidentale, simboleggiato dagli incontri tra i personaggi nei romanzi del canone europeo, non viene del tutto annichilito dalla mercificazione capitalista delle esistenze. Qui Luperini sembra dare spazio, anche contro sé stesso, a una diversa lettura dei testi e del mondo in cui il tema letterario è anche patèma: il rapporto col mondo passa infatti attraverso il corpo e restituisce nonostante tutto un’«immaginazione materiale» e utopica che, nell’epoca della derealizzazione, mediante la forma e l’invenzione, riempie di consistenza le cose, obbliga il lettore a fare i conti con un bisogno negato di tenerezza e di senso, individuale e collettivo. Nelle opere narrative, questa persistenza di una dimensione sociale non nichilista, si dà soprattutto nei periodi di scelta, di pienezza e di speranza politica: a esempio, nelle opere resistenziali di Italo Calvino, di Beppe Fenoglio, di Primo Levi, di Gigi Meneghello, di Renata Viganò. Anche Romano ha tentato questa via quando alla scrittura critica ha affiancato quella autobiografica e romanzesca: nei romanzi della sua tarda età, I salici sono piante acquatiche (2002), L’età estrema (2008), L’uso della vita. 1968 (2014),  La rancura (2016) e L’ultima sillaba del verso (2017) le voci narranti e i dialoghi rimemorano le pulsioni vitali, il rapporto con il padre, la malattia, l’invecchiamento e la dimensione sociale dell’esperienza individuale con una scrittura narrativa che mantiene una forte attenzione saggistica rivolta agli accadimenti storici.  In particolare L’uso della vita riesce nell’impresa di raccontare il Sessantotto senza toni nostalgici o apologetici e senza abiure. In questo romanzo le esperienze personali  si accompagnano al progetto di cambiare il mondo, mentre  personaggi e ambienti sono tratteggiati per dettagli: le calze colorate di Ilaria, gli occhi «taglienti» del padre, la testa bianca di Fortini sul palco di una piazza gremita, le urla dei carcerati, il poster della ragazza vietnamita che spinge con il fucile un colossale soldato statunitense. Il flusso dei dettagli rimanda il lettore a significati ulteriori così come l’eccezionalità decisiva della «corrente» del Sessantotto spinge Marcello, il giovane protagonista, nel vortice del movimento e delle assemblee, fra entusiasmo e introspezione.  Nella pagina conclusiva di L’uso della vita Marcello osserva il vagare di una piuma: «La leggerezza del passero non era come quella della piuma, andava conquistata e forse non sarebbe bastata una vita intera». Per un materialista come Romano, a dare un senso alla vita oltre la morte è la dimensione collettiva: l’eredità trasmissibile e la prassi che i compagni potranno condividere. La  «costruzione» del volo è un’allegoria che chiede di essere decifrata: il tentativo di conquistare  una  direzione, una finalità e una «mediazione» raffigurate dal moto del passero, ben oltre le giravolte irrelate della piuma, ha caratterizzato la vita intera di questo maestro e quella di tanti suoi allievi che hanno avuto il privilegio di incrociare la sua traiettoria. *Emanuele Zinato insegna Letteratura italiana contemporanea e Didattica della letteratura all’Università di Padova. È redattore del blog La letteratura e noi fondato da Romano Luperini. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Romano Luperini: l’eredità di un maestro proviene da Jacobin Italia.
April 18, 2026
Jacobin Italia
[Poi ti spiego] Voli Pindarici di Mine Vaganti: BDC Vi ama
Avvistati pompieri a via dei volsci 56 con le BDC (branco di cagne, bisogno di coccole, bori del cazzo, basta dire cagate e molto ancora di più) in studio. Hanno fatto il fuoco ci dispiace per il Techbloc, ma tanto non esiste quindi non ci dispiace per niente. BDC è un trio neonato a Roma, ma purtroppo di romano c'è poco tranne Ago. C'è Leoff pentito milanese e la queen LP dalla porcoddue di provincia di Bologna che qualcosa di buono ancora la fa. Il foco rega' c'hanno portato un po' di cultura in studio.  Ci vediamo tra poco per fare l'ammore a communia unendo l'hip hop e la tekno. https://pad.gattini.ninja/p/Voli_Pindarici per tracce contro le guardie, produttorx che si vogliono unire a BDC e insulti soprattutto   
April 17, 2026
Radio Onda Rossa
Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei”
Chiudendo su Giovanni Gentile 82 anni dopo quel celebre 15 aprile a Firenze e sul mito “del fascista per caso amico degli ebrei” ( nota dinamica della destra “finiana” e “meloniana” di rileggere le vicende storiche dei propri riferimenti su misura del rapporto con Israele rafforzato dopo gli anni ’90 […] L'articolo Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei” su Contropiano.
April 17, 2026
Contropiano
Faro di Roma: Disarmare il militarismo: attività pedagogiche e culturali per promuovere spazi transnazionali di pace
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 15 APRILE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 15 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla pratiche pedagogiche che si possono attuare nelle scuole. «In questa direzione si colloca anche il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, animato, tra gli altri, dal professor Michele Lucivero e dal professor Antonio Mazzeo, impegnati in un’attività di ricerca, denuncia e proposta alternativa che contribuisce a mantenere aperto uno spazio critico fondamentale nel dibattito pubblico italiano…continua a leggere su www.farodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente