Tag - cultura

Cultura: Brecht: poesie contro la guerra
Scrittore, poeta, drammaturgo tedesco, Brecht è rilevante per l’impegno contro la guerra, contro il fascismo e contro l’oppressione sociale. La sua opera è una grande testimonianza della cultura di opposizione del Novecento.
October 23, 2026
PeaceLink
Rap’s not dead… e ora prende parte!
Negli ultimi giorni, il mondo del rap ha sfidato l’immobilità della situazione culturale in Italia, andando ad approfondire sui social ciò che si muove nel paese, da Nord a Sud, con nuovi soggetti conflittuali inediti, dagli agricoltori e gli autotrasportatori a quelli che vengono dispregiativamente definiti come “maranza”. Da Marracash, […] L'articolo Rap’s not dead… e ora prende parte! su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Feltrinelli, l’Osvaldo… e la controcultura
“Oddio hanno assaltato la Feltrinelli! Oddio la cultura non si tocca! Sapesse contessa, quegli screanzati incappucciati non hanno rispetto per nulla. Neanche per i libri e per il pensiero!” Sui social da qualche giorno non si legge altro. Accuse ai giovani che avrebbero devastato le città (qualche cassonetto rivoltato e […] L'articolo Feltrinelli, l’Osvaldo… e la controcultura su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Il Premio “Stefano Chiarini” a Gideon Levy
Il 17° Premio Internazionale Stefano Chiarini sarà consegnato quest’anno a Gideon Levy, editorialista e membro del comitato editoriale di Haaretz (quotidiano israeliano), acclamato autore di numerosi libri e vincitore del Premio Sokolov 2021, il più alto riconoscimento giornalistico israeliano. Il premio è dedicato da oltre 17 anni ad onorare la […] L'articolo Il Premio “Stefano Chiarini” a Gideon Levy su Contropiano.
October 21, 2026
Contropiano
Assalto alla Feltrinelli di Torino: una riflessione scomoda
Non tutte le domande sono facili da porsi. Alcune domande nascono anche da eventi che ci ripugnano. Ma andiamo con ordine. Sabato 17 ottobre un gruppo di giovani ha fatto irruzione nella libreria Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, a Torino, rovesciando e vandalizzando i libri. Queste immagini hanno suscitato indignazione. Penso subito a quel povero libraio che si è trovato il negozio distrutto; e penso anche agli autori. So bene quanto costi stampare un libro e vedere quelle copie gettate a terra fa male. Eppure, al di là del gesto in sé, vorrei allargare il discorso, perché c’è una domanda che non posso fare a meno di pormi e anche se è scomoda voglio farla lo stesso: che cosa hanno da dire, oggi, i libri a una generazione che scende in piazza per protestare contro il mondo in cui vive? Dove sono i libri che hanno incendiato una generazione o che semplicemente hanno dato voce al grande disagio di questa generazione? Dove sono i romanzi che hanno dato voce agli stravolgimenti culturali ed economici che hanno dilaniato l’Europa? Io penso immediatamente a Furore di Steinbeck, un libro che intrecciò la storia della famiglia Joad con l’esodo di massa di migliaia di famiglie americane, durante la siccità e la Grande Depressione degli anni ’30, verso la California. Quei patriarchi polverosi che si misero in cammino sulla Route 66 divennero il simbolo di un’intera generazione, così come Sulla strada di Kerouac divenne il simbolo della generazione beatnik, dei suoi sogni, delle sue speranze e, ahimè, delle sue illusioni. Anche noi in Italia abbiamo avuto una grande depressione e i nostri profughi oggi non percorrono le polverose strade della Route 66 ma fanno la fila nei centri di collocamento o si raggruppano, i più disperati, in lunghi convogli davanti alle porte della Caritas. I sogni della nostra gioventù non si chiamano sogni ma disillusioni. Dove sono i romanzi che sono stati capaci di raccontare la rabbia, la disillusione, la precarietà, la perdita di prospettive di un’intera generazione? Dove sono le odi ai caduti? Storia e decadenza di una famiglia, per citare I Buddenbrook, oggi dovrebbe essere Storia e decadenza della classe media. La fine della storia, profetizzata da Fukuyama, l’illusione cioè che il progresso e la democrazia e il benessere occidentale avessero messo fine alle guerre e alle violenze dei secoli scorsi, si è rivelata appunto un’illusione. All’alba del XXI secolo la gioventù europea, spogliata di futuro e prospettive, si è risvegliata in un mondo dove la guerra non è più un tabù e la corsa agli armamenti è una realtà. Addio alle armi di Hemingway oggi dovrebbe chiamarsi Ritorno alle armi. Che fine hanno fatto quelle opere capaci di dare voce ai grandi conflitti morali, civili e sociali del nostro tempo, opere capaci di trasformare il disagio individuale in una storia collettiva, che aiutino le vecchie e le nuove generazioni a riconoscersi e a dare un nome a ciò che sta accadendo? E ancora: quali romanzi oggi si interrogano davvero sul bene e sul male? Io penso adesso a Delitto e castigo, che fuse la rivolta di un giovane contro un sistema sociale oppressivo con domande valide oggi quanto ieri: cosa è bene e cosa è male, cos’è lecito fare? Cosa può osare un uomo e cosa invece non dovrebbe desiderare? L’assalto alla Feltrinelli di Torino In un mondo in cui “tutto è permesso”, in cui il forte domina sul debole, come deve agire e che scelta farà il singolo? In un mondo dove il diritto internazionale è carta straccia, discutere del bene e del male non è mai tempo perso. Insomma, di temi e di grandi questioni di cui dovrebbe occuparsi la narrativa ce ne sono a sufficienza, invece vedo una narrativa sempre più fiacca e ripiegata su sé stessa, una narrativa che ha rinunciato alla dimensione sociale e civica, dove l’autore/scrittore è spesso protagonista dei suoi stessi romanzi, che più che essere romanzi sono autobiografie travestite da romanzo. Basti vedere la sestina finalista al Premio Strega di quest’anno. Ne Lo sbilico di Alcide Pierantozzi lo scrittore-autore fa delle proprie cartelle cliniche un’autobiografia della sua malattia e della sua personale lotta contro la depressione. Ne I convitati di pietra di Michele Mari un uomo anziano riflette sul trascorrere del tempo e fa un macabro gioco con i suoi compagni di classe: il tempo passa, i compagni invecchiano e muoiono, ma il mondo esterno resta fuori dalla pagina e la vicenda privata diventa quasi un esercizio letterario che indulge su sé stesso. Elena Rui con le sue Vedove di Camus mescola saggistica e narrativa in una ricostruzione della vita di Camus, mentre Teresa Ciabatti con il suo Donnaregina trasforma un’intervista in un romanzo di inchiesta. Gli unici due romanzi in senso stretto sono La sonnambula di Bianca Pitzorno, un romanzo storico, e Platone di Matteo Nucci, che volge pur sempre il suo sguardo al passato, a un passato remoto. E ci restituisce sì un ritratto vivace della vita nell’antica Grecia, ma non può essere definita un’opera che vive di contemporaneità e dalla contemporaneità trae linfa e ispirazione. La grande assente dalla sestina finalista del Premio Strega è proprio la contemporaneità, forse perché la contemporaneità è scomoda e scivolosa, a meno che non venga declinata in una forma privata e personale e spogliata dunque di legami con la collettività, con la politica, con la dimensione sociale dell’esistenza. Non voglio dire che il Premio Strega debba essere per forza l’emblema della narrativa odierna, ma di certo ne è un termometro. Anche negli anni precedenti i grandi protagonisti della narrativa italiana furono storie di “relazioni disfunzionali”, di “famiglie disfunzionali”, di donne che vanno alla ricerca delle proprie origini o di uomini che si domandano come affrontare il lutto, il dolore, la perdita o il trascorrere del tempo. Insomma, il particolare ha preso il posto dell’universale, il soggettivismo ha soppiantato il collettivismo. Non è un caso che oggi la maggior parte dei libri pubblicati nella narrativa letteraria siano scritti in prima persona. Abbiamo un’abbondanza di viaggi nella memoria, di libri dove l’Io dell’autore interroga sé stesso, e analizza sé stesso, e racconta a noi lettori le proprie vicende private e i propri dolori (oggi sembra che gli scrittori italiani vogliano imitare a tutti i costi Proust), ciò che manca semmai è l’esperienza corale e collettiva della vita umana. Le idee, le pressioni, le lotte, i mutamenti, i conflitti, la dimensione cioè morale, civile e sociale di questa generazione e di quest’epoca. Manca lo scrittore che si serviva della scrittura per uscire fuori da sé stesso, e aveva la voglia o semplicemente la pazienza per raccontare l’Altro. Per passare dall’Io al «Noi». Al di là del triste episodio di Torino, se i giovani distruggono i libri e non hanno amore per i libri, se non leggono, e leggono poco, forse è anche perché i libri hanno cessato di fare loro domande e di suggerire risposte alle loro domande o, ancora meglio, di imprimere su carta quelle domande che essi stessi non riescono ma vorrebbero formulare. Hanno cessato di parlargli e di rappresentarli. E di parlare non solo alle nuove ma anche alle vecchie generazioni, che spesso si rifugiano nei classici o cercano nella narrativa un passatempo e un diversivo con cui distrarsi, al pari della televisione, perché nel frattempo i molteplici aspetti della vita civile, sociale, politica e morale hanno semplicemente cessato di essere rappresentati su carta. The post Assalto alla Feltrinelli di Torino: una riflessione scomoda appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Selfie. gli occhi di una città senza innocenza
L’altro ieri, per il primo appuntamento del Cineforum organizzato dal Civico 7 Liberato a Napoli – che nei suoi spazi sotto i portici della Galleria Principe, a Piazza Museo, ha allestito una minirassegna dal titolo esplicito e significativo: “Napoli: tre film una città negata”: «un cineforum nel segno dell’antagonismo controculturale […] L'articolo Selfie. gli occhi di una città senza innocenza su Contropiano.
October 19, 2026
Contropiano
Aura battle. Alcune considerazioni dal circolo GAP di Roma
Il nuovo fenomeno delle aura battles, nato su TikTok, sta spopolando tra le giovani generazioni. La sfida è a chi esprime nel modo più spontaneo la propria personalità: gesti, movimenti, pose sono tutti improvvisati per mostrare la propria “aura”. Chi vince lo decide la folla, esattamente come accade coi freestyle. […] L'articolo Aura battle. Alcune considerazioni dal circolo GAP di Roma su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano
Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene”
Sono passati giusto cent’anni dalla ideazione di un piccolo capolavoro A Clean Well-Lighted Place, un breve racconto di Ernest Hemingway, pubblicato poi nel 1933. Un vero e proprio sketch filosofico, anticipatore della letteratura oggettiva e di quella neorealista, che probabilmente ispirò a Cesare Pavese il racconto Nel caffè della stazione. Ieri leggevo quelle cinque pagine di Hemingway: «Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica». Pagine di fatto autobiografiche, o che hanno comunque quello speciale respiro di una visione diretta e che poi, se seguiamo la biografia dello scrittore americano scritta da Fernanda Pivano, vediamo sempre intrecciarsi con vicende personali: l’alcool, la depressione, l’ossessione del suicidio… Mi incanta sempre la magia che crea Hemingway di espandere la percezione di ogni cosa banale in un orizzonte di vita a sé stante, di visibile creazione artistica, rendendo leggendari anche i piccoli fatti o le persone qualsiasi, come il vecchio ubriaco che aveva tentato di uccidersi, «disperato di niente» perché aveva «un sacco di soldi», e i due camerieri che nel racconto parlavano di lui. Costruire sequenze cinematografiche sull’andirivieni dei bar, ad esempio, location pullulanti di ritratti e storie dove Hemingway amava scrivere. Forse per la sua dipendenza dall’alcool, egli aveva allucinazioni prima di addormentarsi, del tipo di quelle esposte dallo psichiatra Oliver Sacks nei suoi libri: quello spingersi oltre noi stessi che può generare alterazioni degli stati di coscienza (Allucinazioni, trad.it [1]. Adelphi, capp. 6 e 11). Hemingway vedeva che la sua anima lasciava il proprio corpo: forse non aveva soltanto paura di non svegliarsi più ma anche di trasformarsi senza poter controllare più nulla. E voleva sempre la luce come in una eterna alba. Quel paradosso dello scrittore che in quelli stessi anni colpiva Pirandello, quando ad esempio incontrava i suoi personaggi che prendevano vita e lo venivano a trovare in giardino. Hemingway aveva bisogno insieme di scorci e di paesaggi, rendeva metaforico ogni sguardo, sapeva cogliere le minuzie dei gesti e poi cavalcare spazi infiniti. Insegnava a chi volesse scrivere di non creare personaggi ma intercettare persone e per questo gli piaceva scrivere nei caffè per immaginare nei volti di chi andava e veniva dei possibili narrativi. Dei destini architettati dal nulla, un nulla, un “nada” alla spagnola, illuminato, pulito: «O nada nostro che sei nel nada…dacci oggi il nostro nada quotidiano…». Un paio di settimane fa ho condotto un workshop sulla scrittura, partendo dal mio libro Scrivere come sognare (Cartman edizioni), intrecciando il camminare e il sognare, la cronaca e la poesia, l’osservazione e l’immaginazione, l’addormentarsi e il risveglio. E mi sono chiesto: Chi non vorrebbe scrivere? Chi non vorrebbe diventare autore della propria realtà? Chi non immagina un mondo alternativo, un mondo tutto suo, dove con la capacità pazzesca dell’ invenzione, di una fantasia praticamente onnipotente, possa dare vita a qualcosa di straordinario? Chi ama davvero la scrittura non ha in fondo idee speciali, desidera semplicemente uscire dall’ovvio quotidiano, dalle regole automatiche di una vita ripetitiva, lontano da quell’ autoritarismo martellante, da quella obbedienza automatica che rende sterile qualsiasi aspirazione, banale qualsiasi situazione. Chi scrive sa che in ogni caso la sua scrittura aggiungerà qualcosa al mondo, lo caricherà di nuovi orizzonti, di inedite alternative. Ogni donna, ogni uomo sa che scrivere vuol dire immaginare, tracciare contorni, popolare gli spazi, decidere il possibile e l’impossibile. Di questi tempi battersi ad esempio senza tregua contro le imbecillità, cioè battersi ad esempio contro l’idea di una guerra inevitabile che viene declamata come un futuro possibile. Disarmiamoli allora con la forza delle idee questi profeti dell’orrore, priviamoli di qualsiasi consenso, smascheriamo i loro sporchi interessi, denunciamo il loro analfabetismo umano, sabotiamo gli organi di stampa che fanno da grancassa a questi criminali, pronti a dare del terrorista a chiunque non sia loro complice, arruoliamo le intelligenze non le paure. Rendiamo inoffensive quelle facce ingrugnite, alimentate da un odio fazioso, con i loro sporchi capitali arrischiati in spettacoli di morte, incatenati nella prigionia delle minacce e delle ritorsioni. Scriviamo allora per fare vincere, con la scrittura e le belle idee, una pace fantasiosa, facciamo scendere in piazza anche le parole, per dare forza alle nostre visioni, amiche contagiose, magari poetiche e velleitarie, ma affrancate da qualsiasi prigionia. Voglio insomma un mondo, un’Europa illuminata bene dove abbiano ascolto e spazio le storie di ognuno, dei giovani e degli anziani, di chi lavora e di chi sogna, di chi corre e di chi è malato, voglio che si sentano strumenti della stessa orchestra un po’ rock con un batterista che non perdoni e una cantante che illumini il cielo. The post Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene” appeared first on L'Indipendente.
October 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Capire Van Gogh, sfatando il mito del genio incompreso
Per molti Van Gogh è il pittore infelice per eccellenza. Un uomo tormentato che dipinge capolavori senza riuscire a ottenere il riconoscimento dei suoi contemporanei e muore senza conoscere la fama che lo attende dopo la morte. Una vita di fallimenti, insomma, riscattata soltanto dalla gloria postuma. È una storia che conosciamo tutti. Ma se provassimo, per una volta, a guardare Van Gogh al di là della sua malattia, della sua solitudine e di quell’orecchio mutilato che sembra aver finito per raccontarlo più dei suoi stessi dipinti dovremmo chiederci: quanto sappiamo davvero di Vincent van Gogh? E quanto, invece, crediamo di sapere perché la sua storia ci è stata raccontata sempre nello stesso modo? Per capire Van Gogh bisogna guardare i suoi dipinti: i cieli attraversati da vortici, i campi di grano, i fiori che sembrano animarsi sulla tela, i colori accesi che trasformano un paesaggio in qualcosa di mai visto prima. Ma bisogna anche tornare indietro, a quando tutto questo ancora non esisteva, quando cioè Van Gogh era un uomo che cercava faticosamente la propria strada e dubitava persino di essere all’altezza del mestiere che aveva scelto. Come è arrivato da lì ai dipinti che oggi riconosciamo a colpo d’occhio?  Nel 1880 Van Gogh ha quasi trent’anni. Fino ad allora era stato commesso, insegnante, mercante, predicatore, vagabondo, aveva  viaggiato in lungo e in largo attraverso Inghilterra, Parigi ed Olanda, sempre seguendo le indicazioni del mondo e i suggerimenti dei suoi cari. Ma, ciò nonostante, ha collezionato un fallimento dietro l’altro, con il risultato di essere diventato inviso alla sua stessa famiglia, fonte di vergogna e commiserazione.  «Temo un nuovo fallimento se dovessi ascoltare altri saggi consigli dati con le migliori intenzioni», scrive a Theo.  Autoritratto di Van Gogh, 1887 A ottobre perciò si trasferisce a Bruxelles per iscriversi all’Accademia delle Belle Arti. Prende alloggio in un alberghetto al 72 del Boulevard du Midi. Ancor prima dell’inizio dei corsi, prende lezioni di prospettiva e studia anatomia per conto suo. In quel periodo non fa che disegnare. Con una matita in mano si sente finalmente… felice. Le sue mani pulsano di fermento, vitalità, concentrazione. Quella matita non è soltanto il mezzo attraverso il quale dà forma a volti, mani, teste, fiori, è lo scalpello con cui scolpisce il suo destino. Mentre è nella sua stanza e abbozza uno schizzo sul foglio da disegno, la sua testa è ferma, i suoi occhi brillano di un’intensità del tutto nuova, e quell’intensità gliela si legge nel viso, nelle gambe, nella schiena. Nel modo in cui aggrotta la fronte sovrappensiero senza mai staccare lo sguardo dal foglio, nel modo in cui s’interrompe soltanto per riprendere fiato e asciugarsi un velo di sudore dalla fronte, e poi di nuovo si mette al lavoro. Come volano in fretta le ore, come tutto sembra nuovo, bello, migliore! In uno dei passi più belli de I fratelli Karamazov a un certo punto Mitja dice: un’ora, un solo minuto del suo amore valgono un’intera vita. Perché la vita è fatta di quegli attimi di gloriosa intensità che annullano tutto il resto.  Alla fine di dicembre Van Gogh scrive: «Devo poter esprimere attraverso il disegno e la pittura quello che ho dentro la mente e il cuore».  Eppure ha trent’anni ed è troppo vecchio per diventare pittore. «Dubito assai di poter progredire in questa professione,» confessa a Theo, «poiché temo che gli anni passati nella ditta Goupil & C. (durante i quali avrei dovuto prepararmi per questa mia missione) rimangano sempre un ostacolo insormontabile. Tuttavia, penso di non poter tornare indietro in alcun modo». Questo è un momento fondamentale nella vita di Van Gogh. Tutto è contro di lui: le possibilità, la sorte e il Tempo. «A volte mi sento la testa pesante; spesso la sento bruciare e i miei pensieri sono confusi. Allora mi chiedo come riuscirò mai a farci entrare tutte quelle difficili cognizioni. (…) Tuttavia, continuo». Mentre è a Bruxelles dipinge soprattutto scene tratte dalla vita quotidiana. Dipinge anche paesaggi, li ama molto e di continuo nelle sue lettere descrive i colori del cielo, le diverse tonalità delle nuvole, le strisce di luce che bagnano l’acqua e ancora colline, campi, boschi, campanili diroccati, sentieri. E tutto ciò lo descrive così bene, in modo tanto vivido, che quando leggo le sue lettere è come se entrassi dentro un quadro e vedessi tutto ciò che ha davanti agli occhi. Eppure in quegli anni, come dicevo, dipinge pochi paesaggi. Disegna centinaia di volte gli esercizi a carboncino contenuti nel manuale di Bargue. Crede di poter aspirare a diventare un illustratore di riviste. Ma sente di non essere abbastanza per poter diventare un vero e proprio pittore. Nel 1886 si iscrive all’École des Beaux-Arts, non è più un novellino, ma sente e continuerà sempre a sentire l’esigenza d’imparare. Frequenta la classe di pittura di Charles M.M. Verlat, ma poi capisce che quelle lezioni non fanno per lui. Quel metodo d’insegnamento troppo formale, troppo accademico è lontano dall’idea di pittura che gli sta nascendo dentro. Ma dove trovare l’ispirazione? E chi potrà aiutarlo a progredire su questa strada? A febbraio del 1886 parte per Parigi. Anche Theo è a Parigi e dirige una galleria d’arte sul Boulevard Montmartre. I due fratelli si ritrovano e adesso che Van Gogh è a casa di Theo, libero da preoccupazioni materiali, può finalmente concentrarsi sulla sua arte e su Parigi che, come un amante generosa, è pronta a schiudere per lui le sue meraviglie. Van Gogh si lascia alle spalle la cupezza del Nord con le sue nebbie e le sue foschie e si trova catapultato in un mondo che all’improvviso vibra di luce. L’acqua scintillante della Senna, il verde smagliante dei parchi, i mercati di fiori e poi ancora l’incedere dei boulevard, dei caffè, dei ristoranti, e cabaret, teatri e bistrot; e il cielo naturalmente, così azzurro e limpido come mai lo ha conosciuto in Olanda… a Parigi Van Gogh riceve un’iniezione di impressioni positive. Di continuo si imbatte in qualche pittore con pennello e cavalletto che dipinge en plein air. Le Moulin de la Galette, 1886 A Parigi incontra gli impressionisti, fa esperienza di Monet. Ah, che modo sublime e nuovo di dipingere la natura, pensa. Studia Renoir, resta folgorato dalle stampe giapponesi, anche se il suo punto di riferimento è sempre Delacroix che nel «colore cerca la vita». A Parigi, contagiato dall’atmosfera della città, dipinge tantissimi fiori, girasoli soprattutto, ma anche il bellissimo floritilla imperiale dai petali di un arancione così acceso, simili a tanti spicchi di sole; e com’è azzurro e luminoso il cielo del suo Mulino de La Galette. A Parigi fa esperienza del colore e diventa consapevole del colore come mai prima di allora. «Invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario per esprimermi con intensità». Eppure Parigi non è soltanto i colori luminosi del Sud e le gallerie d’arte brulicanti di folla, ma è anche l’ipocrisia dei salotti mondani, le rivalità tra pittori, le malelingue. L’ambizione gli ripugna, così confessa a Theo, e per riuscire nel suo ambiente bisogna essere ambiziosi. Se ne va in giro vestito in modo malconcio, i suoi occhi hanno quasi sempre un’aria assorta e malinconica che non invita al dialogo, non sa mai cosa dire né è disposto a fingere affetto, interesse o simpatia se quei sentimenti lì non li sente in modo autentico. Anche per essere un artista è eccentrico. E la sua arte… neanche quella viene capita e apprezzata. È troppo moderno, direbbero oggi i critici, è troppo sé stesso, mi permetto di chiosare io.  Non dipinge alla maniera degli impressionisti, non sa che farsene dei dettami dei neoclassici e degli accademici, gli piacciono i romantici come Delacroix ma anche se lo ammira, non sono fatti della stessa sostanza. Dove collocarsi allora? Anche quando si sforza di essere come gli altri, fallisce. Ma tanto per farvi capire… Nel XIX secolo a Parigi è di gran moda e dà anche buoni profitti la riproduzione di nature morte, in particolare i soggetti prediletti dalla borghesia sono i quadri che ritraggono fiori. Cesti di fiori, fiori dentro i vasi, fiori recisi; Parigi brulica di fiori e ha una vera e propria passione per i fiori e il commercio dell’arte fiorisce attorno ad esso. Ma anche con un soggetto così semplice, Van Gogh dà vita a qualcosa di insolito e di audace. I suoi fiori nella loro forma e colore non sono come tutti gli altri, le pennellate sono ruvide e dense, i colori brillanti, e i fiori sembrano vivi, come sul punto di schizzare fuori dal vaso. Ogni fiore ha la sua personalità, un girasole sorride fiducioso e ottimista, un altro invece china la corolla come se fosse stanco della vita, un altro ancora è in boccio. E alla fine Parigi, la città della luce, pur con tutto il suo fascino, gli viene a noia. Incomincia a stargli stretta. Ne ha abbastanza della sua mondanità e sente nell’anima sua il bisogno di altro. Brama qualcosa di più essenziale, di più autentico e sincero. E così nel 1888 parte per il Sud della Francia. Si stabilisce ad Arles, in Provenza. «La natura è straordinariamente bella, qui» scrive a Theo. S’innamora di una casetta tutta gialla in place Lamartine, l’Atelier du Midi, lo Studio del Mezzogiorno come la chiama lui. E quella casa gli piace così tanto che vuole dipingerla e diventerà La casa gialla, uno dei suoi dipinti più famosi. Gialla è la terra, gialle sono le strade, gialle sono le foglie degli alberi, gialla è la luce, simbolo di calore e vitalità e della speranza che gli arde nel petto. E continua: dipinge case gialle, terrazze gialle, spighe gialle e girasoli: giallo, giallo e ancora giallo. In pochissimi mesi dipinge la maggior parte dei suoi capolavori. Il resto come si suol dire è storia.  La casa gialla, 1888 Van Gogh non conobbe il successo che aveva desiderato. I suoi quadri non trovarono un mercato, la critica non gli riconobbe il posto che avrebbe occupato nella storia dell’arte e la sua vita rimase segnata da difficoltà materiali, incomprensioni e sofferenze. Eppure, raccontare la sua esistenza soltanto attraverso questi insuccessi significa fermarsi a ciò che gli mancò, senza guardare a ciò che riuscì a costruire. Quando arrivò ad Arles, Van Gogh non era più il giovane incerto che aveva cercato per anni la propria strada, passando da un mestiere all’altro e interrogandosi continuamente sulle proprie capacità. Aveva attraversato Parigi, studiato i pittori del suo tempo, sperimentato nuove combinazioni di colori, messo in discussione ciò che aveva imparato. Ad Arles, in pochi mesi, quella lunga ricerca produsse un’esplosione creativa straordinaria. Dipinse centinaia di opere, tra cui alcuni dei suoi dipinti più celebri, e sviluppò un linguaggio pittorico sempre più personale.  Certo Van Gogh continuò a vivere in condizioni precarie e non ottenne il riconoscimento che sperava. Ma la sua vicenda non può essere giudicata soltanto sulla base delle vendite o del successo presso i contemporanei. Quando morì, nel luglio del 1890, la sua carriera era stata breve e il suo nome era ancora lontano dalla fama che avrebbe conquistato negli anni successivi. Eppure, in quella vita così tormentata, si era compiuto qualcosa di decisivo: Van Gogh era finalmente diventato il pittore che aveva cercato di essere per anni. Il mondo avrebbe impiegato del tempo per riconoscere il valore della sua opera; lui, intanto, aveva trovato nella pittura una forma propria, inconfondibile, di espressione. The post Capire Van Gogh, sfatando il mito del genio incompreso appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
San Francesco, il lupo, i segni
L’incontro di Francesco col lupo alle porte di Gubbio è un episodio chiave per comprendere l’immagine del santo in una sorta di icona popolare o di sacra rappresentazione. Il racconto viene presentato in uno dei Fioretti di san Francesco, scritto verso la fine del XIV secolo. Mentre Francesco, racconta il Fioretto, si trovava a Gubbio, nel contado apparve un lupo «grandissimo e terribile e feroce»: i cittadini lo temevano, non tanto perché divorava gli animali dei contadini quanto piuttosto perché avrebbe potuto insidiare la loro incolumità. Francesco decide, «armato solo del segno della croce», di muovere verso il lupo. Fin qui niente di strano: nella cultura medievale si incontrano frequentemente episodi di santi e animali, dai remotissimi precedenti. Nella cultura mediterranea (dal V al III millennio a.C.) la Grande Dea femminile dei Carii era Potnia Theròn, signora delle fiere.  Ecco dunque storie di leoni e orsi che, avendo divorato gli animali di proprietà dei monasteri, chiedono perdono ai monaci e sono obbligati ad assumere servizio al posto delle vittime, frati che salvano cervi e capre selvatiche inseguite da cacciatori. Il rapporto assume certe volte la forma del patto, tanto che si stabilisce un vero e proprio contratto fra l’animale e il santo. Così è per il lupo nei confronti di Malo (VII secolo) o di Hervé (VI secolo); oppure per l’orso e il bue che arrivano perfino, per intervento di Colombano, a lavorare aggiogati insieme. Anche i valori simbolici vanno tenuti presenti, attribuiti al lupo dalla tradizione cristiana e precristiana, tramandati dalla Scrittura, dalle opere dei padri della Chiesa, dalle enciclopedie medievali e dalla novellistica: basti pensare ai racconti del lupo e l’agnello e del lupo e la volpe.  Il lupo, anzitutto, è il diavolo; poi l’ingannatore, il fedifrago, il cattivo predicatore; nel caso di Gubbio sta a significare il pericolo che incombe sugli uomini indifesi e sui peccatori, pericolo che ha forma animale, anche in senso metaforico. L’attività dei santi, quindi, è vista come restauratrice di un ordine perduto per colpa degli uomini. Francesco si proporrà intermediario in un patto, di natura insieme religiosa (chiedendo al popolo il pentimento dei peccati), sociale (stabilendo la reintegrazione in città del “lupo”) ed economica (avendo il lupo alterato l’equilibrio dei beni con le sue razzie, considerate veri e propri reati contro il patrimonio). Se il lupo è il diavolo, allora il confronto reciproco di Francesco e degli eugubini è il confronto tra uomo e natura, in altri termini fra le due grandi entità mitiche, l’anthropos e il cosmos: il mezzo che dovrebbe promuoverne il rapporto è il logos, la parola, umana e divina, di cui appunto si varrà Francesco.  «Ed ecco che, veggendo molti cittadini, i quali erano venuti a vedere questo miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, colla bocca aperta, e appressandosi a lui, santo Francesco si gli fa il segno della croce e chiamalo a sé, e dice così: Vieni qua, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona. Mirabile cosa a dire, immantenente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre. E fatto il comandamento, venne mansuetamente come un agnello, e gittòssi a’ piedi di santo Francesco». Secondo la tradizione, se mai qualcuno si fosse imbattuto in un lupo, per salvarsi avrebbe dovuto sorprenderlo; altrimenti, se il lupo lo avesse visto per primo, gli avrebbe tolto la voce e quindi la possibilità di chiedere aiuto. Sant’Ambrogio (IV secolo) sostiene che c’è un mezzo più sicuro, dal chiaro risvolto simbolico: si tratta di prendere una pietra e il lupo fuggirà. La pietra è Cristo: se l’uomo si rifugia in lui nulla può spaventarlo. In quella grande enciclopedia che è lo Speculum di Vincenzo di Beauvais (XIII secolo) si afferma che «se il lupo ti insegue, mentre ti vede poni un segno o un altro mezzo fra te e lui». E che cos’è, se non un segno e un mezzo, la pietra di Ambrogio o il signum crucis di Francesco? L’arringa di Francesco, che segue alla dimostrazione di remissione del lupo, tocca prima di tutto le sue colpe, poi contiene un invito alla pacificazione in nome di Dio: i cittadini lo perdonino, lo accolgano in città, gli offrano del cibo. E il lupo, con mosse del corpo e della coda, dimostra di accettare. Si tratta di un patto condotto secondo i normali canoni giuridici, come se il lupo fosse un “bandito” da riconciliare col mondo, un reo che dell’uomo aveva perso la figura ma che, una volta diventato cittadino, faceva, con la sua presenza, memoria sensibile, «della virtù e della santità di santo Francesco». The post San Francesco, il lupo, i segni appeared first on L'Indipendente.
October 10, 2026
L'INDIPENDENTE