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Il mondo della cultura e dello spettacolo per il no al referendum
L’ANPI ha promosso questo appello assieme a tante personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, un mondo portatore di creatività e di innovazione, un mondo che crea comunità e innerva e rafforza la società civile. Queste personalità, che ringrazio di cuore, si schierano oggi con determinazione a difesa della Costituzione nata dalla Resistenza, della divisione dei poteri, in ultima analisi della libertà e dei diritti dei cittadini. Gianfranco Pagliarulo Presidente nazionale ANPI Tra i tanti firmatari: Maurizio de Giovanni, Sonia Bergamasco, Elio Germano, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Ottavia Piccolo, Mauro Biani, PIF, Daniele Silvestri, Massimo Dapporto, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli, Edoardo Purgatori, Tullio Solenghi Vogliamo salvaguardare i nostri diritti, la divisione dei poteri, la Costituzione repubblicana. Per questo voteremo No. Leggi tutto l’appello del mondo della cultura e dello spettacolo su www.anpi.it   ANPI Nazionale
February 26, 2026
Pressenza
Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica
Il capitalismo, in quanto sistema economico e sociale dominante in gran parte del mondo, ha lasciato un’impronta profonda nel modo in cui le società contemporanee percepiscono e valutano la realtà. Al di là del suo impatto sulla distribuzione della ricchezza e sullo sfruttamento delle risorse, questo sistema ha plasmato una […] L'articolo Il capitalismo e la cultura della banalità: un’analisi critica su Contropiano.
February 17, 2026
Contropiano
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
La meraviglia a portata di mano: il Cristo Velato accessibile ai non vedenti alla Cappella Sansevero
Quando l’arte si apre al tatto: la Cappella Sansevero dedica una giornata ai non vedenti e agli ipovedenti A Napoli esiste un luogo in cui la meraviglia sembra sospesa nel tempo, fatta di silenzi, di luce che filtra tra i marmi e di sculture che paiono respirare. È la Museo Cappella Sansevero, scrigno di simboli, arte e mistero nel cuore del centro storico. Martedì 17 marzo 2026 questo spazio straordinario compie un gesto raro e profondamente significativo: apre le sue opere principali all’esperienza tattile di persone non vedenti e ipovedenti con la visita speciale “La meraviglia a portata di mano”. Non si tratta soltanto di un evento culturale, ma di un atto concreto di accessibilità e inclusione. Toccare ciò che solitamente è vietato, avvicinare le dita alle pieghe del marmo, seguire con il polpastrello le trame di un velo scolpito: è un ribaltamento di prospettiva che restituisce all’arte una dimensione universale, sensoriale e profondamente umana. Protagonista assoluto del percorso sarà il Cristo velato, capolavoro di Giuseppe Sanmartino, considerato tra le sculture più suggestive di tutti i tempi. Accanto ad esso, i bassorilievi della Pudicizia e del Disinganno, opere che raccontano allegorie complesse e affascinanti, normalmente osservate a distanza e che, in questa occasione, potranno essere esplorate attraverso il tatto. L’iniziativa è organizzata dal Museo Cappella Sansevero in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti – Sezione Territoriale di Napoli, realtà da anni impegnata nella promozione dell’autonomia e della partecipazione culturale delle persone con disabilità visiva. Le guide che accompagneranno i visitatori saranno anch’esse non vedenti, in un passaggio di conoscenza che diventa condivisione di esperienza e non semplice spiegazione. La giornata si svilupperà dalle 9:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:30) e l’accesso sarà gratuito su prenotazione. I partecipanti verranno accolti dallo staff dei servizi educativi del Museo con una descrizione introduttiva della Cappella e della figura del principe Raimondo di Sangro, ideatore del complesso monumentale e personaggio centrale nella storia simbolica del luogo. Uno degli aspetti più eccezionali dell’evento sarà la temporanea rimozione della recinzione attorno al Cristo velato, scelta che consentirà un avvicinamento fisico controllato all’opera. I visitatori, dotati di guanti di lattice, potranno percepire direttamente la finezza delle superfici marmoree. Per tutelare le sculture sarà richiesto di non indossare anelli, bracciali, orologi o altri oggetti potenzialmente abrasivi. Al termine del percorso tattile, gli ospiti saranno accompagnati in Sacrestia dove riceveranno in omaggio una guida in braille realizzata appositamente dal Museo in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: un gesto che trasforma la visita in memoria concreta e duratura. Ogni visitatore non vedente o ipovedente potrà accedere con un accompagnatore o con il proprio cane guida, a conferma di un’attenzione reale alle esigenze pratiche oltre che simboliche. Questa iniziativa rappresenta un passo importante verso una cultura più aperta, dove l’arte non è soltanto contemplazione visiva ma esperienza sensoriale completa. In un’epoca in cui spesso si corre e si guarda distrattamente, la Cappella Sansevero invita a rallentare, ascoltare, toccare, riconoscendo che la bellezza può essere compresa anche senza lo sguardo. Museo Cappella Sansevero – Napoli Via Francesco De Sanctis 19/21 Visita tattile “La meraviglia a portata di mano” Martedì 17 marzo 2026 Orario: 9:00 – 19:00 (ultimo ingresso 18:30) Ingresso gratuito – prenotazione obbligatoria Info e prenotazioni: Tel. 081 549 8834 Email: uicna@uici.it Un appuntamento che non è soltanto una visita museale, ma un invito collettivo a ripensare il modo in cui l’arte può essere vissuta: non più solo davanti agli occhi, ma a portata di mano. Lucia Montanaro
February 5, 2026
Pressenza
David Grossman a Napoli con Maurizio de Giovanni: dialogo sulla parola
Dialogo al Teatro Sannazaro tra scrittura, realtà e responsabilità delle parole Sono uscita dal Teatro Sannazaro con una sensazione difficile da definire. Più del tono pacato di David Grossman o delle domande dirette di Maurizio de Giovanni, a colpire è stata la semplicità delle parole. Parole chiare, quasi essenziali, che non cancellano la complessità della realtà ma offrono comunque una piccola chiave di lettura diversa, lasciando spazio a una forma di speranza. L’incontro al Teatro Sannazaro non ha avuto i contorni di una presentazione di libro nel senso tradizionale. Pur facendo riferimento all’ultima opera di Grossman, La pace è l’unica strada, è stato soprattutto un confronto sul valore della parola come responsabilità. Maurizio de Giovanni ha aperto citando Carlo Levi e ricordando che le parole sono pietre, capaci di costruire o di ferire, chiedendo se oggi abbiano ancora un peso reale in un mondo dominato da immagini e rumore. La risposta di Grossman è partita dal suo metodo di scrittura. Non trascrivere ciò che già esiste, ma inventare. Non come fuga, bensì come possibilità di trasformazione. Solo creando storie nuove, ha suggerito, si può cambiare la Storia. Ed è qui che il discorso si è legato apertamente alla realtà: secondo Grossman israeliani e palestinesi restano spesso intrappolati nella ripetizione degli stessi gesti e delle stesse parole. Cambiare narrazione non significa dimenticare il passato, ma interrompere un meccanismo che continua a produrre gli stessi esiti. Dalla letteratura, in questo senso, può nascere un diverso modo di guardare e quindi di agire. A un certo punto de Giovanni ha definito Grossman un creatore di compassione, riconoscendo nella sua scrittura la capacità rara di entrare nelle vite dei personaggi senza giudicarli, ma comprendendoli. Alla domanda su quale personaggio o sentimento gli fosse più vicino, Grossman ha risposto che quando scrive davvero bene finisce inevitabilmente per raccontare se stesso, ma non attraverso il ricordo bensì attraverso la creazione. È in quel punto, ha lasciato intendere, che nasce la letteratura: non nella ripetizione di ciò che si conosce, ma nello sforzo di immaginare qualcosa che prima non esisteva. Il dialogo si è chiuso su un terreno ancora più personale. De Giovanni ha parlato della propria città, Napoli, come di un luogo attraversato da molte ombre ma capace di rinascere proprio da quelle contraddizioni. Una città complessa, dolorosa a tratti, ma che vive nella pace e dentro la quale lui si riconosce pienamente. Da qui l’ultima domanda rivolta a Grossman, quasi dichiarata con affetto: come si può essere profondamente legati al proprio Paese e allo stesso tempo dissentire apertamente dalle sue scelte politiche. La risposta dello scrittore è arrivata breve, senza protezioni: sanno che amano i miei libri, ma non la mia politica. Una frase asciutta che ha chiuso l’incontro lasciando in sospeso il peso e il costo della libertà di parola. La sera precedente, nella basilica di San Giovanni Maggiore, il cardinale Mimmo Battaglia gli aveva conferito il premio Pellegrini di Pace. Un momento diverso, più simbolico e spirituale, ma attraversato dallo stesso filo: la richiesta di una pace che non sia tregua ma trasformazione reale. Le parole di Battaglia, una pace che non faccia vergognare di essere umani, hanno fatto da cornice a un evento partecipatissimo, quasi corale. Ed è proprio questa doppia presenza, religiosa e letteraria, istituzionale e dialogica, che ha acceso alcune polemiche. C’è chi ha osservato come, in un momento storico così lacerato, la visibilità concessa a un autore israeliano rischi di oscurare le voci palestinesi. È una riflessione che non può essere liquidata con leggerezza. Ma forse la questione non sta nello scegliere quale voce ascoltare, bensì nel non smettere di ascoltarne altre. La parola, se vuole essere davvero spazio di incontro, non può diventare esclusiva. Napoli, in queste giornate, ha mostrato insieme accoglienza e interrogativi, desiderio di dialogo e bisogno di confronto. Grossman non ha portato soluzioni. Ha portato un’idea semplice e difficile insieme: che la letteratura non serve a fuggire dalla realtà, ma a immaginarne una diversa prima che accada. E forse è questo il punto più politico, nel senso più umano del termine: cambiare la storia comincia dal cambiare il modo in cui la raccontiamo. Foto di Lucia Montanaro Ingresso del Teatro Sannazzaro di Napoli In scena David Grossman e Maurizio de Giovanni Lungo applauso per Grossman dal pubblico in sala. Il pubblico del Teatro Sannazzaro Lucia Montanaro
February 3, 2026
Pressenza
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
January 16, 2026
Pressenza
Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast? Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. […] L'articolo Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale su Contropiano.
December 27, 2025
Contropiano
Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi?
Discutere sull’Umanesimo italiano ha un senso se si vuole capire il percorso della modernità, ma le conclusioni a cui giungo, che sono le stesse di Gramsci, sono un po’ diverse da altre che pure circolano. In tanti anni di militanza comunista ho riscontrato più volte la difficoltà dei marxisti italiani […] L'articolo Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi? su Contropiano.
December 17, 2025
Contropiano
Torna L/ivre, festival dei vini e dei libri indipendenti
Anche quest’anno torna l’evento natalizio più atteso della Capitale. Quattordici anni di indipendenza, vini da sfogliare e libri da bere tutti in un sorso! Dal 17 al 21 dicembre, nella consueta sede di Esc Atelier Autogestito a San Lorenzo, cinque giorni di eventi, musica, dibattiti, presentazioni, performances, degustazioni, cibo, vini incredibili e libri appassionanti. Più di 30 case editrici indipendenti e 30 cantine fuori dalla grande distribuzione, tutte da scoprire. L/ivre vuole valorizzare e far conoscere il lavoro delle case editrici indipendenti che, con fatica e dedizione, cercano spazio in un mercato, quello dell’editoria, saturato da pochi gruppi editoriali il cui unico obiettivo è il massimo profitto. L/ivre è uno spazio sicuro per vignaiolə convintə, come noi, che il vino resti un prodotto della terra e che come tale possa cambiare di anno in anno, rompendo le regole del mercato, gli steccati imposti dai disciplinari di produzione, i dogmi sul colore, il profumo, il sapore, riprendendosi il suo lato più sincero. L/ivre è produzione culturale indipendente, frutto dell’autogestione che coltiviamo con passione dentro ESC, spazio sociale sotto il costante attacco di chi vorrebbe cancellare le esperienze di libertà che con fatica esistono e resistono in città. L/ivre, ebbrə di libri… l’indipendenza è da gustare! IL PROGRAMMA DELLA QUATTORDICESIMA EDIZIONE DI LIVRE Mercoledì 17 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Biodiverse. Geografie femministe di nature post-selvagge» (BeccoGiallo) Con Eliana Albertini, Margherita Cisani (in collegamento), Federica Giardini e Miriam Tola ore 20.00 – Presentazione «La fine del Mondo» (il manifesto) Con Chiara Cruciati e Eliana Albertini ore 21.30 – Live set Veronica Marini Jazz Quartet (Jazz) ore 23.00 – Live set Zoulema (Electro/Jazz) Giovedì 18 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Divenire Rivoluzionari.e» (DeriveApprodi) Con l’autore Roberto Ciccarelli e con Giso Amendola, Francesco Raparelli e Elettra Stimilli ore 20.00 – Presentazione e degustazione Cantina Mussura (Seneghe, Oristano – Sardegna) ore 21.30 – Dj set Bolaj1nha (Funk brasiliano) Naomi (Afrocaribbean) Venerdì 19 dicembre ore 18.00 – Presentazione «Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750)» (Viella) Con l’autore Mathieu Grenet (in collegamento) e con Stefano Catucci, Silvia Salvatici (in collegamento) e Fabio Gianfrancesco ore 20.00 – BellaTalk Tavola rotonda attorno a «Il massacro del Circeo» (Tab edizioni) Con due dell3 autor3, Laura Ballestrazzi e Lorenzo Desirò e con Luca Marchetti (Festival BellaStoria) ore 21.30 – Live set Camera (Noise rock, elettronica, dark) ore 23.00 – Dj set Led&Mex (electroclash) Sabato 20 dicembre ore 17.00 – Presentazione e degustazione Cantina Terra Tinta (Alcamo – Sicilia) ore 19.00 – Presentazione «Pisciare sulla Metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza» (DeriveApprodi) Con l’autore Tommaso Sarti e con Shendi Veli e Davide Filippi ore 22.00 – Ipologica release party (Dj set) Fabio Sestili + Giulio Maresca = Amore techno Domenica 21 dicembre ore 17.00 – Presentazione e laboratorio per bambin3 (7+) «Bollicina e gli amici buffi» (Momo) A cura di Ciampacavallo Asd ore 19.00 – Presentazione «Donne, cultura e politica di Angela Davis» (Alegre) Con Stefania N’Kombo José Teresa, Valeria Ribeiro Corossacz, Denise Kongo e Fabiana De Benedectis ore 21.00 – Suspended Club (Dj set) Prekaria Branzino Federico Pit (Slowbeat, Bass Music, Techno, Ambient) La copertina è a cura di Esc atelier autogestito SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Torna L/ivre, festival dei vini e dei libri indipendenti proviene da DINAMOpress.
December 15, 2025
DINAMOpress