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Gianmarco Pisa: arte, monumenti e Corpi civili di pace
Per il canale video Multimage ho intervistato Gianmarco Pisa, autore del libro Più eterno del bronzo edito da Multimage. Gianmarco  è anche da molti anni un editorialista di Pressenza su numerose tematiche a lui care. In fondo a quest’articolo il video integrale.   Più eterno del bronzo è la terza opera di una trilogia che indaga la relazione tra l’arte, la cultura e la costruzione della pace (peacebuilding). Ci spieghi brevemente questo progetto? Si tratta di un progetto che si muove su due piani. Come dicevi giustamente, questo è il terzo volume di una trilogia inaugurata da Di terra e di pietra, dedicato alle forme estetiche negli spazi del conflitto; è proseguita poi con Le porte dell’arte, incentrato sui musei come luoghi di cultura, educazione e costruzione della pace; e culmina infine in quest’ultima pubblicazione: Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. In questo lavoro proviamo a riflettere sui monumenti come vettori di ideali e memorie e come opportunità di costruzione della pace, e, più in generale, ad articolare l’orizzonte della cultura come prospettiva concreta di pace, a partire da questi due concetti, il valore dell’educazione alla cultura e il significato sociale dei monumenti.  Il primo livello dell’indagine – e in particolare della “ricerca-azione” sviluppata nel volume – è lo studio del nesso generale tra arte, cultura, patrimonio culturale e lavoro di pace negli spazi del conflitto. In modo più specifico, ci concentriamo sul significato del monumento nello spazio pubblico. I monumenti, infatti, sono una potenziale leva di attivazione sociale e di partecipazione civica: configurano il panorama urbano, definiscono lo spazio delle relazioni e sono protagonisti, sia in positivo sia in negativo, nelle dinamiche di guerra e di conflitto. Attorno a essi si costruiscono occasioni o circostanze di contestazione, di consenso, di conflitto, di lotta sociale; hanno quindi una rilevanza pubblica enorme nelle attivazioni legate al superamento dei conflitti. L’altro livello su cui il libro si innesta è lo sviluppo del percorso sul campo. La ricerca-azione è condotta nel contesto di una progettazione sul campo dedicata ai Corpi Civili di Pace in Kosovo, con una proiezione che si estende a tutta l’ex Jugoslavia e, in termini di memoria storica, all’intero scenario europeo. Parliamo di un intervento organizzato, costruttivo e nonviolento, eminentemente civile e disarmato, per superare le conseguenze della guerra e costruire spazi di convergenza.   E quali sono gli sviluppi ulteriori che hai in mente per questo tipo di lavoro? L’idea è quella di estendere questa panoramica a uno spazio europeo ancora più ampio, adattando la metodologia a diverse situazioni di conflitto e post-conflitto. In realtà abbiamo già fatto alcune “sortite” in questa direzione, supportati da convenzioni internazionali che offrono spunti davvero intriganti e che possono rappresentare degli strumenti di attivazione e di lavoro assai potenti.   Penso alla fondamentale Convenzione di Faro del 2005, che introduce il tema delle comunità di patrimonio: gruppi di persone che decidono di prendersi cura del patrimonio culturale del proprio territorio per esaltarne i valori sociali e consegnarne l’eredità alle generazioni future. Sono, di fatto, animatori territoriali del patrimonio culturale e svolgono una funzione propriamente sociale. Sulla stessa falsariga si muove la Convenzione di Aarhus del 1998, che promuove la partecipazione democratica intorno alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e in generale dello spazio sociale e territoriale e coinvolge le persone anche in relazione allo stato dei siti e dei beni di interesse culturale.  Questi strumenti ci mostrano come sia possibile sviluppare animazione territoriale di comunità. Così come nello spazio del conflitto il patrimonio culturale può unire le persone, stimolare il dialogo, favorire la comprensione e il rispetto reciproco, in un contesto più generale i luoghi dell’arte possono diventare vettori di rigenerazione territoriale e, perfino, di democrazia dal basso. È una funzione sociale a cui raramente si pensa quando si guarda a un monumento, ma il punto è proprio questo: attivare i luoghi della cultura come spazi di innesco relazionale e democratico.   Tutto il lavoro che porti avanti da anni si basa su un concetto estremamente importante: quello di ricerca-azione. Ci spieghi meglio questo approccio? La ricerca-azione è la metodologia di riferimento dell’intera trilogia e del progetto dei Corpi Civili di Pace nei Balcani occidentali. A questo proposito, è opportuno sottolineare il fatto che il volume ospita due contributi importanti. Il primo è la prefazione di George Kent, professore emerito all’Università delle Hawaii e poi docente a Sydney, uno dei massimi esperti internazionali di studi per la pace nell’ambito delle scienze politiche. Il secondo è la postfazione di Alberto L’Abate, scomparso qualche anno fa, fondatore dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, e pioniere in Italia nell’applicazione della ricerca-azione al lavoro di pace. A lui si devono la prima cattedra per operatori di pace all’Università di Firenze, i corsi di metodologia delle scienze sociali e la sperimentazione delle “Ambasciate di pace” in zona di conflitto, prima in Iraq nel 1990-91 e poi in Kosovo tra il 1995 e il 2000. La metodologia di ricerca-azione consiste in un processo circolare diviso in tre passaggi chiave, che si riflettono anche nella struttura del libro: 1. L’ipotesi teorica: Ci si pone una domanda-ipotesi, ad esempio: La cultura e il patrimonio culturale possono essere un territorio positivo per il peacebuilding non armato e nonviolento? 2. La verifica sul campo: Si esplorano i luoghi, si intervistano i protagonisti e si raccolgono i dati attraverso un’indagine sul campo, unita ad una iniziativa concreta. 3. Il ritorno alla teoria: Si mettono a confronto i risultati pratici con le ipotesi di partenza, deducendone nuove formulazioni teoriche da verificare nuovamente nella pratica. Si tratta di un percorso fortemente relazionale e partecipato. Il lavoro viene condiviso passo dopo passo con gli operatori e le operatrici locali. È questo nucleo collettivo e umano che permette a questa ricerca sociale di orientarsi concretamente nel senso della nonviolenza, dei diritti umani e della pace.     Olivier Turquet
May 31, 2026
Pressenza
Cultura e pace: riaperta la Sezione Simón Bolívar della Biblioteca Nazionale di Napoli
È stata finalmente riaperta a Napoli, nella Biblioteca Nazionale, dopo oltre sei anni di chiusura, la storica Sezione Simón Bolívar, uno degli spazi più significativi dell’intero complesso bibliotecario, e l’evento è stato celebrato con l’inaugurazione di un nuovo ciclo di letture, avviato con la presentazione del libro “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, recente (gennaio 2026) pubblicazione della Multimage, la casa editrice per la pace, la nonviolenza, i diritti umani. La Biblioteca Nazionale di Napoli è uno dei luoghi della cultura più importanti del Paese. Avviata sin dal 1784, la Biblioteca fu aperta ufficialmente al pubblico il 13 gennaio 1804 sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone. Per la straordinaria ampiezza del suo patrimonio (circa 19.000 manoscritti, 4.563 incunaboli, oltre 1.800.000 volumi a stampa e oltre 8.300 testate di periodici) e per l’eccezionale ricchezza di fondi e raccolte (biblioteca borbonica; raccolte Brancacciana, Zagari, Villarosa, Piccirilli, Palatina, San Martino, San Giacomo, Provinciale; sezioni Manoscritti e Rari, Emeroteca, Periodici, Napoletana, Lucchesi Palli, Fondo Aosta, Sezione Americana, Sezione Venezuelana, e la straordinaria Sezione dei Papiri Ercolanensi, con 1.792 papiri, ove sono studiati i papiri rinvenuti nella Villa dei Pisoni a Ercolano) è la più grande biblioteca del nostro Paese, dopo le due nazionali centrali di Roma e Firenze.  Al suo interno, la sezione Simón Bolívar, inaugurata il 14 ottobre 1998, frutto di una collaborazione istituzionale per la diffusione della conoscenza e la promozione della lettura, è uno spazio di grande interesse, ospitando circa 4.000 volumi e oltre 100 periodici su argomenti scientifici, storici e culturali relativi al Venezuela, alla sua cultura e alla sua storia, ed anche uno spazio dotato di una singolarità che lo rende quasi un unicum nel panorama bibliotecario italiano: è infatti uno dei pochissimi spazi istituzionali, all’interno di una Biblioteca pubblica, ad essere co-gestito con un altro Paese, vale a dire, nello specifico, con la rappresentanza diplomatica di un Paese terzo, in questo caso appunto la Repubblica Bolivariana del Venezuela.  Si può dunque, fatte queste premesse, facilmente comprendere il calore e l’emozione che hanno accompagnato questa inaugurazione. L’evento non è stato solo l’occasione per richiamare e confermare lo storico legame di amicizia che lega il popolo italiano al Venezuela, in particolare, nella stagione storica che caratterizza il Paese, con l’originale vicenda e le straordinarie conquiste, non solo sul piano politico e istituzionale, ma anche sul piano sociale e culturale, della rivoluzione bolivariana, ma è stata anche una preziosa circostanza di confronto e dialogo con un pubblico, in buona parte, costituito da giovani studenti e studentesse universitarie, in particolare, di lettere e storia dell’arte.  Si è avuto così modo, con la presenza, tra gli altri, del Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Javier José Gómez Betancourt, di riflettere insieme proprio sull’importanza dei luoghi della memoria e dei luoghi della cultura (quale luogo meglio di una Biblioteca Nazionale, per il suo patrimonio e per le sue attività, può corrispondere a questa designazione?) e sulla necessità di attivare la cultura come eminente funzione pubblica e sociale, per poterne esprimere tutto il potenziale civico e politico, come luogo di democrazia e cittadinanza, e potente, per quanto ambivalente e complesso, strumento di promozione della partecipazione, di costruzione della pace, di contrasto alla violenza e alla guerra.  L’articolo 101 del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio designa espressamente i luoghi della cultura come “i musei, le biblioteche e gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali”; essi “sono destinati alla pubblica fruizione ed espletano un servizio pubblico”; in essi, tanto nei luoghi della cultura quanto negli intorni dei beni riconosciuti del patrimonio storico, artistico e culturale, si dipana una eminente funzione di carattere pubblico e sociale, che fa della cultura un’istanza di trasmissione di saperi, pratiche e contenuti necessari ai fini dell’avanzamento della comunità e della costruzione del profilo identitario, culturale, memoriale, e, al tempo stesso, della comunità dei cittadini e delle cittadine un fattore essenziale ai fini della attivazione del patrimonio, come elemento presente e dinamico della vita sociale.  A questi presupposti, ampiamente richiamati nel corso della presentazione, fa esplicito riferimento, tra le altre, la Convenzione di Faro (Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società) del 2005, in virtù della quale cultura, in quanto patrimonio ed eredità culturale, è “un insieme di risorse, ereditate dal passato, che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione; essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione, nel corso del tempo, fra le popolazioni e i luoghi”; e la comunità stessa si attiva come comunità di patrimonio, vale a dire “un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future”.  Sono cioè le persone ad attribuire significato ai contenuti culturali, a curarne la vitalità nello spazio pubblico e la trasmissione alle generazioni future, e a stabilire, nella loro interazione, quelle connessioni e quelle relazioni, essenzialmente di natura sociale, che sono il fondamento stesso del farsi artistico, della produzione culturale, laddove alla cultura si assegni appunto il potenziale di rappresentare produzioni significative della creatività umana, con il loro potenziale estetico e la loro fruibilità pubblica, maturate proprio nel contesto, eminentemente sociale, dell’interazione tra l’artefice e lo spazio sociale circostante.   È qui che la cultura diventa, dunque, potenziale di pace, ed è ciò che attraversa la galleria degli esempi che la conferenza ha proposto: dai monumenti indigeni del Venezuela, che mettono in luce la resistenza, la spiritualità e l’eredità dei popoli nativi, combinando siti storici con sculture moderne, promuovendo l’unità culturale e la convivenza pacifica, come ad esempio la straordinaria “Pietra di Kueka”, la “sacra pietra ancestrale” del popolo Pemón, simbolo della loro cultura e della loro visione del mondo, o, come anche si ripete in Venezuela, della loro “cosmo-visione”; alle grandi manifestazioni del patrimonio culturale intangibile, dai Diavoli Danzanti di Yare, grandiosa celebrazione simbolica e allegorica della vittoria del bene contro il male, patrimonio Unesco dell’umanità, alla Parranda di San Pietro, anch’essa riconosciuta patrimonio mondiale dell’umanità, e legata alla “leggenda di María Ignacia”; per arrivare poi alle manifestazioni monumentali e contro-monumentali del continente europeo, a partire dal caso, perfino iconico, del Monumento contro il Fascismo di Harburg (Amburgo), opera del 1986 di Esther Shalev-Gerz e Jochen Gerz, il cui messaggio non potrebbe essere più pertinente e attuale: “Un giorno scomparirà del tutto e il sito del monumento sarà vuoto. Alla fine soltanto noi stessi restiamo in piedi contro l’ingiustizia”.  Gianmarco Pisa
May 14, 2026
Pressenza