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Eirenefest: Alberto L’Abate ci restituisce la sua vitalità
Ieri, 30 Settembre,  l’Eirenefest era dedicato a una figura importante della nonviolenza fiorentina e italiana: Alberto l’Abate. Nella sua Università si è svolto un incontro commemorativo, ma soprattutto di restituzione di vitalità all’eredità di Alberto L’Abate.  Noto professore universitario che nella sua semplicità ha contribuito a “formare” tante persone a non perdere la speranza di lottare per un mondo più giusto e nonviolento. E’ stato un incontro interattivo, di risveglio e soprattutto di condivisione fra generazioni diverse. Ragazzi e ragazze dell’Università sono stati coinvolti nell’organizzazione dell’evento e il mondo dell’Università e dell’attivismo sociale hanno collaborato insieme per restituire una memoria che ancora oggi si percepisce nelle persone che lo hanno incrociato come professore, come amico e come collega.  Il prof. Biggeri ci ha raccontato di come Alberto sia stato per lui fonte di ispirazione, come anche il Prof. Scotto e il Prof. Cacopardo. Alberto L’Abate ha seminato colori di pace, coraggio e concretezza che abbiamo potuto ancora respirare nel miracolo di un evento intergenerazionale.  Dal libro “Giovani e pace”, sono state fatte attività di letture in musica, di condivisione di “assaggi di libro” in cui si sono mescolati ragazzi con generazioni diverse per raccontarsi cosa pensavano su frammenti di libro scelti dai ragazzi e ragazze stessi, del corso di laurea SECI.  Il corso di laura SECI è l’attuale corso di laurea scaturito da quello in cui L’Abate ci ha arricchito con la sua presenza concreta, sto parlando di “Operazioni di Pace” che era nato all’inizio degli anni 2000 e che con il Social Forum ha contribuito a formare tanti operatori di pace, oggi attivi in vari contesti. L’Eirenefest è anche un evento della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza a cui Alberto l’Abate ha partecipato dalla sua fondazione. L’attività centrale della giornata è stata “schieramenti” dove tutti e tutte si dovevano posizionare in una linea immaginaria in base alla propria risposta ad una domanda: “Per contribuire alla pace oggi, è più importante l’attivismo sociale e politico o un lavoro interiore?”. Hanno creato tre gruppi (più vicini al lavoro interiore, più vicini all’attivismo e il gruppo più grande al centro, ad indicare che sia l’attivismo che il lavoro interiore sono fondamentali) e insieme hanno condiviso idee che sono state rappresentate con parole e statue corporee, a sottolineare che il mondo si cambia con la mente, il corpo e le emozioni. La presenza di Irene L’Abate che ha organizzato e curato l’evento, di Alessandra L’Abate e Maria Luisa moglie di Alberto, hanno reso Alberto presente e vivo in mezzo ai ragazzi e le ragazze. Presenza rassicurante che ancora ci riempie della speranza che un mondo più umano è ancora possibile. Caterina Giustolisi   Redazione Toscana
October 1, 2026
Pressenza
L’eredità di Alberto L’Abate, maestro di nonviolenza
Il 30 settembre 2026 il Campus delle Scienze Sociali dell’Università di Firenze ospiterà una giornata dedicata a Alberto L’Abate, sociologo, docente e tra i più autorevoli studiosi italiani della nonviolenza. L’iniziativa, significativamente intitolata L’eredità di Alberto L’Abate, non rappresenta soltanto un momento commemorativo, ma l’occasione per riflettere sull’attualità di un pensiero che continua a ispirare operatori di pace, ricercatori e movimenti sociali in Italia e nel mondo. Fondatore del corso per Operatori di Pace, esperienza pionieristica nel panorama universitario italiano, L’Abate contribuì successivamente, insieme ai professori Giampiero Volpi e Vittorio Biggeri, alla nascita del percorso del Corso di Laurea in Sviluppo Economico, Cooperazione Internazionale e Conflitti (SECI), formando generazioni di studenti alla gestione nonviolenta dei conflitti e alla cooperazione internazionale. Un intellettuale al servizio della pace Nato a Brindisi nel 1931 e docente di Sociologia all’Università di Firenze, Alberto L’Abate seppe coniugare il rigore della ricerca accademica con un instancabile impegno civile. Per lui la pace non era un’astrazione morale, ma un processo concreto da costruire attraverso il dialogo, la giustizia sociale e la partecipazione delle comunità. Influenzato dall’insegnamento di Aldo Capitini e dalle esperienze di Gandhi, dedicò gran parte della propria attività allo studio della trasformazione nonviolenta dei conflitti, promuovendo metodi di mediazione, riconciliazione e difesa civile alternativa alle armi. I suoi libri e le sue ricerche sono diventati punti di riferimento per chiunque si occupi di educazione alla pace. L’università come laboratorio di cittadinanza L’intuizione più innovativa di L’Abate fu probabilmente quella di portare la pace dentro l’università come disciplina scientifica e professionale. Il corso per Operatori di Pace, nato a Firenze quando questi temi erano ancora marginali nel dibattito accademico, dimostrò che esistevano competenze specifiche per prevenire la violenza, accompagnare processi di mediazione e sostenere comunità colpite da guerre e ingiustizie. Molti degli studenti formati da quel percorso oggi lavorano nella cooperazione internazionale, nelle organizzazioni umanitarie, nella mediazione sociale e nei progetti di sviluppo, testimoniando la fecondità di quella visione educativa. Un’eredità più attuale che mai In un tempo segnato dal ritorno delle guerre, dalla corsa al riarmo e dalla crescente polarizzazione delle società, il messaggio di Alberto L’Abate acquista una forza particolare. Egli sosteneva che la sicurezza non nasce dall’accumulazione delle armi, ma dalla capacità di costruire relazioni giuste tra le persone e tra i popoli. Una convinzione che lo portò a dialogare con movimenti pacifisti internazionali, a partecipare a missioni civili nei territori di conflitto e a promuovere la cultura della difesa popolare nonviolenta. Il professore che fece della nonviolenza una disciplina universitaria Per decenni Alberto L’Abate ha rappresentato una figura unica nel panorama accademico italiano: sociologo, docente dell’Università di Firenze e pioniere degli studi sulla pace, ha trasformato la nonviolenza da semplice ideale etico in un autentico campo di ricerca scientifica e di formazione universitaria. Il suo insegnamento ha formato generazioni di operatori sociali, mediatori e ricercatori, dimostrando che la pace può essere studiata, insegnata e costruita con gli strumenti della conoscenza. L’Abate entrò nell’Università di Firenze come docente di Sociologia con un interesse sempre più marcato per i conflitti, la mediazione e le trasformazioni sociali. Influenzato dal pensiero di Aldo Capitini, di Johan Galtung e dalla tradizione della ricerca per la pace, contribuì a introdurre in Italia i Peace Studies, fino ad allora sviluppati soprattutto nel mondo anglosassone e nei Paesi nordici. Per lui la sociologia non poteva limitarsi a descrivere la realtà: doveva offrire strumenti per modificarla attraverso la partecipazione democratica, il dialogo e la gestione nonviolenta dei conflitti. La ricerca diventava così un servizio alla società. Il primo corso per Operatori di Pace L’eredità accademica più significativa di L’Abate è senza dubbio la fondazione del Corso di perfezionamento per Operatori di Pace, istituito all’Università di Firenze insieme ai professori Andrea Volpi e Giampiero Biggeri. Fu una delle prime esperienze universitarie italiane dedicate specificamente alla formazione professionale di persone capaci di intervenire nei conflitti sociali, internazionali e comunitari. Il corso univa teoria e pratica: sociologia, diritto internazionale, psicologia dei conflitti, mediazione, cooperazione allo sviluppo e tecniche della nonviolenza venivano affrontate insieme a laboratori, simulazioni e testimonianze di protagonisti dell’impegno civile. Molti degli attuali mediatori, operatori umanitari e ricercatori italiani riconoscono in quella esperienza il momento decisivo della propria formazione. Una didattica fondata sull’esperienza L’Abate rifiutava un’università chiusa nelle aule. Portava gli studenti nei luoghi dei conflitti, promuoveva incontri con movimenti sociali, associazioni pacifiste e organizzazioni internazionali. La lezione frontale diventava dialogo, ricerca partecipata e costruzione collettiva del sapere. Era convinto che la pace non fosse assenza di guerra, ma capacità di trasformare creativamente i conflitti. Per questo insisteva sull’ascolto, sulla comunicazione nonviolenta e sulla partecipazione delle comunità locali come elementi fondamentali di ogni processo di riconciliazione. Ricerca internazionale e dialogo interculturale L’attività scientifica di Alberto L’Abate ebbe una dimensione internazionale. Collaborò con numerosi centri di ricerca europei e con studiosi dei processi di pace, partecipando a programmi dedicati alla prevenzione dei conflitti, alla riconciliazione e alla cooperazione internazionale. I suoi studi affrontarono temi allora poco esplorati in Italia: l’obiezione di coscienza, la difesa civile non armata, la mediazione nei conflitti etnici, il ruolo delle donne nei processi di pace e le pratiche di riconciliazione nelle società divise dalla violenza. La sua produzione scientifica comprende decine di libri, saggi e ricerche che ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per chi si occupa di nonviolenza e trasformazione dei conflitti. Un’eredità che continua A distanza di anni, il contributo di Alberto L’Abate appare straordinariamente attuale. In un mondo segnato dal ritorno delle guerre, dalla corsa agli armamenti e dalle polarizzazioni sociali, il suo insegnamento ricorda che la pace richiede competenze, metodo e formazione, non soltanto buone intenzioni. L’università, secondo L’Abate, aveva il dovere di preparare persone capaci di “abitare i conflitti” senza alimentarli, costruendo ponti tra culture, religioni e popoli. È questa la sua più grande eredità accademica: aver dimostrato che la nonviolenza può essere oggetto di rigorosa ricerca scientifica e, nello stesso tempo, una pratica concreta di trasformazione della società. Il professore fiorentino non ha lasciato soltanto una scuola di pensiero. Ha lasciato una comunità di studiosi e operatori che continua a considerare la conoscenza come il primo strumento per costruire una pace giusta, duratura e fondata sulla dignità di ogni persona. La giornata del 30 settembre sarà dunque anche un invito a raccogliere questo testimone. Ricordare Alberto L’Abate significa riconoscere il valore di un docente che ha fatto dell’università un luogo di responsabilità civile, formando non soltanto professionisti, ma cittadini capaci di immaginare e praticare la pace. La sua lezione continua a parlare alle nuove generazioni: la nonviolenza non è passività, ma il coraggio quotidiano di trasformare i conflitti senza distruggere le persone. È questa l’eredità più preziosa che Alberto L’Abate ha lasciato a Firenze e all’intero Paese.   Laura Tussi
September 26, 2026
Pressenza
Gianmarco Pisa: arte, monumenti e Corpi civili di pace
Per il canale video Multimage ho intervistato Gianmarco Pisa, autore del libro Più eterno del bronzo edito da Multimage. Gianmarco  è anche da molti anni un editorialista di Pressenza su numerose tematiche a lui care. In fondo a quest’articolo il video integrale.   Più eterno del bronzo è la terza opera di una trilogia che indaga la relazione tra l’arte, la cultura e la costruzione della pace (peacebuilding). Ci spieghi brevemente questo progetto? Si tratta di un progetto che si muove su due piani. Come dicevi giustamente, questo è il terzo volume di una trilogia inaugurata da Di terra e di pietra, dedicato alle forme estetiche negli spazi del conflitto; è proseguita poi con Le porte dell’arte, incentrato sui musei come luoghi di cultura, educazione e costruzione della pace; e culmina infine in quest’ultima pubblicazione: Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. In questo lavoro proviamo a riflettere sui monumenti come vettori di ideali e memorie e come opportunità di costruzione della pace, e, più in generale, ad articolare l’orizzonte della cultura come prospettiva concreta di pace, a partire da questi due concetti, il valore dell’educazione alla cultura e il significato sociale dei monumenti.  Il primo livello dell’indagine – e in particolare della “ricerca-azione” sviluppata nel volume – è lo studio del nesso generale tra arte, cultura, patrimonio culturale e lavoro di pace negli spazi del conflitto. In modo più specifico, ci concentriamo sul significato del monumento nello spazio pubblico. I monumenti, infatti, sono una potenziale leva di attivazione sociale e di partecipazione civica: configurano il panorama urbano, definiscono lo spazio delle relazioni e sono protagonisti, sia in positivo sia in negativo, nelle dinamiche di guerra e di conflitto. Attorno a essi si costruiscono occasioni o circostanze di contestazione, di consenso, di conflitto, di lotta sociale; hanno quindi una rilevanza pubblica enorme nelle attivazioni legate al superamento dei conflitti. L’altro livello su cui il libro si innesta è lo sviluppo del percorso sul campo. La ricerca-azione è condotta nel contesto di una progettazione sul campo dedicata ai Corpi Civili di Pace in Kosovo, con una proiezione che si estende a tutta l’ex Jugoslavia e, in termini di memoria storica, all’intero scenario europeo. Parliamo di un intervento organizzato, costruttivo e nonviolento, eminentemente civile e disarmato, per superare le conseguenze della guerra e costruire spazi di convergenza.   E quali sono gli sviluppi ulteriori che hai in mente per questo tipo di lavoro? L’idea è quella di estendere questa panoramica a uno spazio europeo ancora più ampio, adattando la metodologia a diverse situazioni di conflitto e post-conflitto. In realtà abbiamo già fatto alcune “sortite” in questa direzione, supportati da convenzioni internazionali che offrono spunti davvero intriganti e che possono rappresentare degli strumenti di attivazione e di lavoro assai potenti.   Penso alla fondamentale Convenzione di Faro del 2005, che introduce il tema delle comunità di patrimonio: gruppi di persone che decidono di prendersi cura del patrimonio culturale del proprio territorio per esaltarne i valori sociali e consegnarne l’eredità alle generazioni future. Sono, di fatto, animatori territoriali del patrimonio culturale e svolgono una funzione propriamente sociale. Sulla stessa falsariga si muove la Convenzione di Aarhus del 1998, che promuove la partecipazione democratica intorno alla tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e in generale dello spazio sociale e territoriale e coinvolge le persone anche in relazione allo stato dei siti e dei beni di interesse culturale.  Questi strumenti ci mostrano come sia possibile sviluppare animazione territoriale di comunità. Così come nello spazio del conflitto il patrimonio culturale può unire le persone, stimolare il dialogo, favorire la comprensione e il rispetto reciproco, in un contesto più generale i luoghi dell’arte possono diventare vettori di rigenerazione territoriale e, perfino, di democrazia dal basso. È una funzione sociale a cui raramente si pensa quando si guarda a un monumento, ma il punto è proprio questo: attivare i luoghi della cultura come spazi di innesco relazionale e democratico.   Tutto il lavoro che porti avanti da anni si basa su un concetto estremamente importante: quello di ricerca-azione. Ci spieghi meglio questo approccio? La ricerca-azione è la metodologia di riferimento dell’intera trilogia e del progetto dei Corpi Civili di Pace nei Balcani occidentali. A questo proposito, è opportuno sottolineare il fatto che il volume ospita due contributi importanti. Il primo è la prefazione di George Kent, professore emerito all’Università delle Hawaii e poi docente a Sydney, uno dei massimi esperti internazionali di studi per la pace nell’ambito delle scienze politiche. Il secondo è la postfazione di Alberto L’Abate, scomparso qualche anno fa, fondatore dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, e pioniere in Italia nell’applicazione della ricerca-azione al lavoro di pace. A lui si devono la prima cattedra per operatori di pace all’Università di Firenze, i corsi di metodologia delle scienze sociali e la sperimentazione delle “Ambasciate di pace” in zona di conflitto, prima in Iraq nel 1990-91 e poi in Kosovo tra il 1995 e il 2000. La metodologia di ricerca-azione consiste in un processo circolare diviso in tre passaggi chiave, che si riflettono anche nella struttura del libro: 1. L’ipotesi teorica: Ci si pone una domanda-ipotesi, ad esempio: La cultura e il patrimonio culturale possono essere un territorio positivo per il peacebuilding non armato e nonviolento? 2. La verifica sul campo: Si esplorano i luoghi, si intervistano i protagonisti e si raccolgono i dati attraverso un’indagine sul campo, unita ad una iniziativa concreta. 3. Il ritorno alla teoria: Si mettono a confronto i risultati pratici con le ipotesi di partenza, deducendone nuove formulazioni teoriche da verificare nuovamente nella pratica. Si tratta di un percorso fortemente relazionale e partecipato. Il lavoro viene condiviso passo dopo passo con gli operatori e le operatrici locali. È questo nucleo collettivo e umano che permette a questa ricerca sociale di orientarsi concretamente nel senso della nonviolenza, dei diritti umani e della pace.     Olivier Turquet
May 31, 2026
Pressenza