Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, April 1, 2026

La nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata lunedì 30 marzo dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica.

Ad annunciarlo è la stessa ONG, insieme all’alleanza Justice Fleet, che denuncia come il fermo della nave rappresenti il quarto provvedimento di questo tipo nei confronti di una imbarcazione dell’alleanza dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con una significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale.

Il provvedimento è giunto a seguito dell’ultima missione della Sea-Watch 5: nel corso di due operazioni, la nave aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Le autorità italiane avevano quindi assegnato come porto di sbarco Marina di Carrara, in Toscana, a oltre 1.100 chilometri di distanza. L’equipaggio aveva però deciso di attraccare il 18 marzo nel porto di Trapani, disattendendo le disposizioni ricevute.

Inizialmente alla nave era stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio aveva dichiarato il 15 marzo lo stato di necessità per garantire cure mediche urgenti alle persone soccorse.

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«La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani – ha scritto Sea-Watch – è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Ph: Maria Giorgi – Sea Watch

«Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, ma è ostruzionismo motivato politicamente”, ha affermato Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza».

Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale.

Numerose sentenze dei tribunali italiani hanno del resto ripetutamente confermato l’illegittimità dei fermi imposti alle navi delle ONG, stabilendo che non è possibile esigere il coordinamento con le autorità libiche, alla luce delle ben documentate violazioni dei diritti umani commesse in quel contesto.

Proprio nelle ultime settimane, i tribunali di Salerno e Ragusa hanno dato ragione alla Geo Barents e alla Sea-Eye 4, evidenziando l’illegittimità delle sanzioni previste dal decreto Piantedosi e l’ostruzionismo sistematico messo in atto dalle autorità italiane.

La lista delle decisioni favorevoli continua ad aumentare e le organizzazioni già annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria.