Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong
che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel
soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse,
dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie
costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.
Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno
prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si
leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non
sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata
terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea,
ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste
atrocità alle frontiere dell’UE?».
La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa
85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito
da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei
pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata
avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto,
che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e
maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo
il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306.
Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si
sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna,
mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58
sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono
stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio
dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due,
in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre
persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato
salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le
autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa,
stanno cercando di confermarne l’identità.
Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone
segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del
mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a
un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente
arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento.
Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma,
portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti
versano tuttora in condizioni critiche.
Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della
Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche,
un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in
seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera
turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi;
solo 21 le persone tratte in salvo.
Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un
incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un
inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la
vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – sottolinea
l’organizzazione – ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le
persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei».
Notizie/In mare
GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE
Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del
sistema
Redazione
30 Marzo 2026
A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la
scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23
marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la
totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive
l’organizzazione.
LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE»
Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti
sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità.
Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e
denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel
Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero
potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei
soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e
respingimento in mare e contro il soccorso civile».
Notizie/In mare
SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI
E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi
Redazione
1 Aprile 2026
Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della
collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto
«inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove
ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry
definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo
che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o
l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano
pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più
grave di quanto si immagini.
Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel
momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta
l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima
strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti
sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai
respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle
libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in
Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle
scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali
umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a
imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro,
l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia.
Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole
simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di
respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in
Europa».