Didon sopra il livello del mare
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Didon sopra il livello del mare è il racconto di un soccorso effettuato durante
la rotation #9 a bordo del veliero Nadir di ResqShip. Attraverso la mia
esperienza personale, tra il ponte della Nadir e le comunicazioni con le
autorità di quattro MRCC, racconto come le prigioni libiche, la sorveglianza dal
cielo e dal mare e le nuove procedure europee si inscrivano nei corpi delle
persone soccorse.
È passato quasi un anno dalla mia precedente navigazione con la Nadir, il
veliero di ResqShip. Molto è accaduto in questi mesi, a cominciare dal fatto che
l’Europa ha continuato ad innalzare le mura della sua fortezza. In generale, il
mondo ha male ovunque e si frantuma.
Tra gennaio e ottobre 2026 l’UE ha completato la cornice giuridica che ha reso
l’asilo un privilegio, ha adottato la prima lista comune di Paesi di origine
sicuri il 23 febbraio, tra cui la Tunisia, e rivisto il concetto di paese terzo
sicuro. Dal 12 giugno il Patto migrazione e asilo è entrato in applicazione.
Nel frattempo, in Tunisia il diritto d’asilo è sospeso e Amnesty ha documentato
espulsioni verso i confini libico e algerino 1. A settembre si sono raggiunti
oltre 5000 “rimpatri volontari”, su un obiettivo di 10.000 2. Si è continuato a
colpire chi assiste: condanne per Terre d’Asile il 5 gennaio 3, otto anni a
Saadia Mosbah confermati in appello il 23 giugno 4.
Come ha risposto l’UE a questa negazione dei diritti da parte della Tunisia? Per
il momento continuando a finanziare con 105 milioni il controllo delle frontiere
tunisine 5.
In Libia la situazione non è molto diversa. L’OHCHR ha descritto un “modello
economico violento” di detenzione, tortura e schiavitù, spesso legato alle
autorità, e chiesto una moratoria su intercettazioni e rimpatri 6 .
A giugno i governi di Tripoli e Bengasi hanno intensificato arresti ed
espulsioni di massa: nell’est sono state oltre 10.000 le persone migranti
espulse ed è stato imposto un divieto d’ingresso per sudanesi, eritrei, etiopi e
somali 7.
Eppure, Bruxelles ha esteso la cooperazione con “le istituzioni libiche
responsabili dell’applicazione della legge e del soccorso in mare” 8: un accordo
tecnico con Irini (maggio), un centro di coordinamento dei soccorsi a Bengasi,
25 milioni annunciati il 13 ottobre 9.
Tutto questo, nonostante si sappia e si abbiano le prove, dal cielo e dal mare,
che la Guardia costiera libica respinge e non soccorre e che lo fa con ogni
mezzo 10. Anche minacciando con armi le barche che prestano soccorso nella SAR
di sua competenza: secondo la Justice Fleet sono 87 gli episodi violenti tra il
2016 e settembre 2026 perpetrati da una serie di milizie libiche, alcune delle
quali si presentano come la cosiddetta Guardia Costiera libica 11.
Ad aprile 2026 è uscito il report Women State trafficking che racconta la
compravendita di persone migranti ad opera di agenti di Stato, in divisa,
tunisini e libici: pochissimi hanno dato rilievo a questo report che ha
denunciato un sistema organizzato di tratta di esseri umani in cui i trafficanti
sono agenti in divisa.
Rapporti e dossier/In mare
WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA
TUNISIA E LIBIA
Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che
colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE
Roberta Derosas
16 Aprile 2026
Sul piano giudiziario, il 16 luglio la Corte Penale Internazionale ha rinviato a
giudizio Khaled El Hishri per i crimini nel carcere di Mitiga; il 21 giugno un
tribunale di Tripoli ha condannato Almasri a sette anni e quattro mesi, per una
parte limitata dei fatti contestati dall’Aja.
Nel frattempo, gli arrivi in Italia si sono dimezzati – 8.599 al 5 maggio, l’85%
dalla Libia – mentre i morti e dispersi sono almeno 1000 dall’inizio del 2026 a
fine settembre 12.
Ovviamente questo numero non da conto di tutti quei naufragi che non si
conoscono. Il calo degli arrivi non prova che la violenza dall’altro lato del
Mediterraneo si sia ridotta, solo che è sempre più contenuta e nascosta a sud
della fortezza europea.
Poco prima di partire per questa nuova rotation con Nadir ho appreso della morte
di Nadège, testimone 56 del rapporto WST.
Il gommone su cui galleggiava è partito nella notte tra il 9 e il 10 settembre e
lei, con altre 30 persone, è stato ingoiata dal mare. Del suo naufragio non c’è
stato annuncio ufficiale; la sua scomparsa è passata in silenzio insieme a
quella dei compagni di navigazione.
In questa rotation #9, siamo in sette a bordo. A me, di nuovo, il ruolo di guest
care, ma anche e ancora, di comunicare con le autorità di tutte le MRCC in cui
navigheremo: italiana, maltese, tunisina e libica.
Un volo per arrivare a Malta a fine settembre. E l’inizio. Training medico.
Cambusa. Prima navigazione verso Lampedusa. Prima esercitazione in mare. E poi
via, diretti verso il profondo Mediterraneo centrale, quello denso, con l’olio e
il gas delle piattaforme. Ogni volta mi sembra che scendere a sud sia come
entrare nell’Ade.
Navigare regala la meraviglia di albe e tramonti, promesse fatte prima del
viaggio e mai disattese. Il Mediterraneo centrale trasuda bellezza; è dono e
monito per chi naviga. Questa perfezione che si disegna davanti agli occhi è
forse una delle ragioni che rende i ritmi e le operazioni di soccorso
sopportabili.
Arriviamo in zona operativa nell’arco di 20 ore e il primo soccorso è immediato.
Ne faremo sei durante le tre settimane di navigazione, portando a bordo 116
persone.
Tra queste, uomini e donne, spesso minori non accompagnati, avventurieri in
viaggio da molti anni. Bangladesh, Pakistan, Etiopia, Eritrea, Somalia, Siria,
Egitto, Sudan i paesi d’origine. Tunisia e Libia quelli di transito e partenza
per l’Europa, in cui sono spesso stati venduti e comprati. Chi parte
dall’Algeria per raggiungere la Sardegna non si incrocia: altra rotta, altra
strada.
Persone che hanno tentato di attraversare il mare già due o tre volte molto
spesso, che arrivano a bordo, infreddolite, talvolta terrorizzate, sfinite,
felici, ferite, fradicie, bruciate dal sole e dalla benzina. Tra loro bambini
cresciuti troppo in fretta, che hanno viaggiato soli, macinato chilometri di
sabbia e di terra, consumato suole e calcagni. Soggetti vulnerabili, fragili,
potenti, determinati, capaci.
Sei soccorsi in cui forse si possono intravvedere alcune nuove strategie che i
trafficanti, tra cui agenti di Stato in divisa, operano dall’altra parte del
mare: imbarcazioni più piccole, meno persone a bordo. Non ci sono più carichi di
centinaia di persone alla volta, ma molto spesso barchini di una trentina di
persone.
Sei soccorsi nell’incrocio di quattro zone SAR, accompagnati e sorvegliati
spesso dalla GC Libica, che ci ha navigato attorno, a volte avvicinandosi
minacciosa, o gracchiando alla radio e intimandoci di lasciare le acque
internazionali in cui hanno competenza per il coordinamento dei soccorsi e che
rivendicano come proprie. E poi i droni: che passano in alto, sopra le vele,
riconoscibili dal ronzio inconfondibile. Il Mediterraneo centrale è sorvegliato.
C’è poi un fenomeno che ha smesso di essere isolato: persone partite dalla Libia
che hanno trovato rifugio temporaneo su piattaforme di gas o petrolio, in attesa
che un soccorso arrivi.
Nel 2026 la piattaforma Didon, tra acque libiche e tunisine, è diventata un
approdo ricorrente: il 3 aprile la Aurora di Sea-Watch ha evacuato 44 persone
rimaste lì circa cinque giorni, mentre le segnalazioni di Alarm Phone restavano
senza risposta; il 21-22 aprile la Nadir di ResqShip ne ha soccorse 47; il 2
ottobre, ancora la Nadir, altre 54 e poi di nuovo il 12 ottobre.
Quello che segue è il resoconto di un soccorso che io ho vissuto il 2 ottobre
durante questa rotation #9.
È il terzo, compiuto al quarto giorno di navigazione. Didon si trova in SAR
libica, ma è una piattaforma petrolifera di proprietà tunisina. Ha nome epico e
regale forse per rendere omaggio ad una regina abbandonata. O per raccontare la
resistenza di un luogo che si erige con forza come quella donna fece. Virgilio e
Dante ne hanno raccontato la storia. Una regina bellissima, intelligente e
ospitale che invocò odio eterno contro il popolo dell’uomo che la abbandonò.
Un mayday relay ci informa che tra i suoi tubi si trovano 54 persone. Ci appare
navigando questa piattaforma. È un incastro di linee orizzontali e verticali,
color giallo e ruggine. Tre piani, all’origine perfettamente paralleli, ora
lasciano intravedere il tempo e l’abbandono.
Sembra una gigantesca palafitta moderna. Le scale ne disegnano la diagonale, ma
non arrivano fino al mare: forse i libici hanno tolto l’ultima rampa, che
permette l’accesso dall’acqua. I naufraghi che si sono rifugiati su Didon, si
sono inerpicati tra i tubi del suo scheletro freddo.
Scopriremo che le persone che vediamo sono partite da Zawiya e hanno pagato
circa 1.500 euro per attraversare. Non so se fossero su una barca in ferro o un
gommone sgonfio, ma dopo due giorni di navigazione si sono rifugiate qui. Quando
arriviamo sono lì da almeno 36 ore.
Del mezzo che li ha condotti su Didon però non c’è traccia. Al nostro arrivo 54
uomini sono al secondo piano della regina di ferro, in attesa. Alla nostra vista
ci salutano con ampi movimenti delle braccia, in alto; rispondiamo allo stesso
modo.
PH: Roberta Derosas
Lanciamo tender e RHIB in mare, che fanno la spola tra il nostro veliero e
Didon. L’operazione dura meno di un’ora. Io sono a bordo, chiamo le autorità,
mando le comunicazioni ufficiali. Mentre impreco tra risposte assenti e
autorizzazioni attese, le persone salgono con calma a bordo.
Alle cinque del pomeriggio sono tutti al sicuro. Un trasbordo complesso e
ordinato: dalla piattaforma al tender, dal tender al ponte della Nadir. Ordine e
disciplina nel soccorso in mare. Mi restano impressi i sorrisi di chi finalmente
si sente al sicuro a prua.
Gli uomini, tra cui sei minori non accompagnati, sono in pessime condizioni. La
scabbia ne ha divorato la pelle e, dove si è infettata, si sono formate pustole
gialle impressionanti. Sono disidratati, alcuni tremano di febbre e di freddo.
In molti si svuotano di quello che non è il resto di un pasto mal digerito; bile
vomitata senza tregua, per ore.
Nessuno di noi parla urdu, bengali o arabo, lingue dei loro paesi di origine,
pochi di loro un inglese sufficiente. Subentra un linguaggio senza parole:
pollice e indice stretti a cerchio per chiedere se va tutto bene. Alcuni
annuiscono, altri si toccano la pancia e risalgono con la mano fino alla bocca.
I medici a bordo li curano, mentre prepariamo un couscous e del tè caldo. Poi,
quando la notte cala, le coperte termiche stropicciano il silenzio. Alcuni dei
naufraghi a bordo proviene da paesi considerati sicuri, come Egitto e
Bangladesh, o con bassi tassi di riconoscimento, come il Pakistan: per loro, il
Patto europeo su migrazione e asilo prevede una procedura accelerata, spesso
alla frontiera e in tempi molto ridotti. Nella pratica questo significa che la
grande maggioranza di domande che riguarda questi paesi rischia di essere
respinta.
Le persone sono tutte transitate dalla Libia. Se chiedo se siano stati in
prigione, incrociando i polsi come per le manette, rispondono: «Yes, yes,
Tajoura». O Mitiga. Il Patto impone di individuare le persone vulnerabili, e chi
è stato torturato lo è. Ma valutazione della vulnerabilità si riduce oggi a
un’osservazione rapida e superficiale, senza strumenti né mediatori adeguati,
che coglie solo ciò che si vede a occhio nudo.
Non rispetta nemmeno gli standard del Regolamento Screening, uno dei testi del
Patto, che ne richiede l’identificazione precoce. Così persone vulnerabili
finiscono nelle procedure di frontiera senza che le tutele previste si attivino,
e problemi di salute non accertati rischiano di aggravarsi. Una mancata
identificazione compromette la sorte amministrativa, e non solo, di una persona
13.
Al mattino Lampedusa si avvicina e gli sguardi, come sempre, si illuminano. Il
resto è storia nota. Al molo li aiutiamo a scendere, mentre la polizia li conta:
uno, uomo; due, uomo; tre, uomo. Fino all’ultimo.
Gli agenti di Frontex si mettono subito a cercare chi abbia condotto la barca
che li ha portati fino alla Didon. Cosa ne sarà di loro, non lo sappiamo. Sono
approdati in una terra che credono accogliente e che invece farà di tutto per
respingerli, come si espelle un’infezione. Come se, per l’Europa, fossero loro
le pustole.
Ripenso a Didon. E a quanti ancora cercheranno protezione in quel luogo
fantasma, fatto di linee storte e di scale ripide. Ci saliranno, resteranno
aggrappati al metallo freddo e guarderanno l’orizzonte sperando che non sia una
motovedetta libica a soccorrerli.
1. “Tunisie. Les autorités ayant démantelé des garanties cruciales, les
réfugié·e·s et demandeurs·euses d’asile se retrouvent pris au piège d’un
cycle de violations“, Amnesty (luglio 2026); la tag Tunisia sempre sul sito
di Amnesty ↩︎
2. Si legga l’articolo su Kapitalis (marzo 2026) ↩︎
3. Si legga l’articolo su La Presse (gennaio 2026) ↩︎
4. Tunisie: La justice confirme la peine de huit ans de prison pour la
militante anti-raciste Saadia Mosbah, Radio France Internationale (giugno
2026) ↩︎
5. Funding overview of DG NEAR support to Tunisia in the area of migration,
Council of the EU (febbraio 2024); Rome-Tunis-Alger, super gardiens de la
forteresse Europe, Politis (febbraio 2026) ↩︎
6. Migrants in Libya victims of “violent business model” of systemic
violations and abuses – UN report, Nazioni Unite (febbraio 2026) ↩︎
7. Libya: Anti-Migrant Rhetoric Fuels Abuses, HRW (luglio 2026) ↩︎
8. Operation IRINI: technical arrangement – capacity building and training
pillar under the Quick Impact Project (CB&T), State Watch (maggio 2026) ↩︎
9. EU expands migration cooperation with eastern Libya through new funding,
Reuters (ottobre 2026) ↩︎
10. Migrants and refugees in Libya subjected to ‘systematic’ abuse: UN report,
(febbraio 2026) ↩︎
11. Violent Incidents with Libyan Militias, Justice Fleet ↩︎
12. Migranti, meno arrivi nel 2026 ma più vittime. Aumentano i minori soli, Agi
(2 ottobre 2026) ↩︎
13. Il Patto UE sulla migrazione e asilo alla prova della frontiera: la
valutazione della vulnerabilità e gli obblighi informativi in fase di
screening tra norma e realtà operativa, di Salvatore Fachile, Bianca
Maurizi, Marina Chetoni (avvocate e avvocato del foro di Roma) Questione
Giustizia (luglio 2026) ↩︎