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La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – oltre 725 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.
Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni
La nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata lunedì 30 marzo dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Ad annunciarlo è la stessa ONG, insieme all’alleanza Justice Fleet, che denuncia come il fermo della nave rappresenti il quarto provvedimento di questo tipo nei confronti di una imbarcazione dell’alleanza dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con una significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. Il provvedimento è giunto a seguito dell’ultima missione della Sea-Watch 5: nel corso di due operazioni, la nave aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Le autorità italiane avevano quindi assegnato come porto di sbarco Marina di Carrara, in Toscana, a oltre 1.100 chilometri di distanza. L’equipaggio aveva però deciso di attraccare il 18 marzo nel porto di Trapani, disattendendo le disposizioni ricevute. Inizialmente alla nave era stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio aveva dichiarato il 15 marzo lo stato di necessità per garantire cure mediche urgenti alle persone soccorse. Notizie/In mare SEA WATCH 5 APPRODA A TRAPANI PER EMERGENZA SANITARIA CON A BORDO 57 PERSONE La navigazione verso la Toscana era un rischio inaccettabile Redazione 18 Marzo 2026 «La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani – ha scritto Sea-Watch – è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Ph: Maria Giorgi – Sea Watch «Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, ma è ostruzionismo motivato politicamente”, ha affermato Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza». Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Numerose sentenze dei tribunali italiani hanno del resto ripetutamente confermato l’illegittimità dei fermi imposti alle navi delle ONG, stabilendo che non è possibile esigere il coordinamento con le autorità libiche, alla luce delle ben documentate violazioni dei diritti umani commesse in quel contesto. Proprio nelle ultime settimane, i tribunali di Salerno e Ragusa hanno dato ragione alla Geo Barents e alla Sea-Eye 4, evidenziando l’illegittimità delle sanzioni previste dal decreto Piantedosi e l’ostruzionismo sistematico messo in atto dalle autorità italiane. La lista delle decisioni favorevoli continua ad aumentare e le organizzazioni già annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria.
Geo Barents e Sea-Eye 5: altre due vittorie contro il decreto Piantedosi e l’illegittimità delle sanzioni
Altre due vittorie contro il governo Meloni e il decreto Piantedosi nelle aule di tribunale delle ONG impegnate nel soccorso civile. Nel primo caso, il Tribunale di Salerno ha annullato il terzo fermo amministrativo imposto alla Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere. Nel secondo, il Tribunale di Ragusa ha annullato le sanzioni inflitte alla Sea-Eye 5 dopo un’operazione di soccorso in acque internazionali. Si tratta di un’ennesima conferma, aula per aula, dell’illegittimità delle misure repressive adottate dal governo italiano nei confronti delle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo centrale. Entrambe le vittorie hanno visto ASGI impegnata in prima fila nella ricerca di giustizia. IL CASO GEO BARENTS Il fermo della Geo Barents era stato emesso nell’agosto 2024 nell’ambito delle misure previste dal Decreto Piantedosi (D.L. n. 1/2023), che obbliga le navi civili a raggiungere direttamente il porto assegnato dopo ogni salvataggio, vieta i salvataggi multipli senza autorizzazione e prevede sanzioni da 10 a 60 giorni di fermo, fino alla possibile confisca dell’imbarcazione. A settembre 2024 il tribunale ne aveva già disposto la sospensione in via cautelare, su ricorso di MSF. La sentenza positiva del tribunale di Salerno è la terza decisione che ha riguardato la Geo Barents, accertando accertato l’illegittimità delle sanzioni inflitte. Quelle precedenti erano state emesse rispettivamente dal Tribunale di Genova e dalla Corte di Appello di Ancona. Il tribunale campano, come spiega ASGI in una nota, ha fondato la propria decisione su due pilastri. Il primo riguarda l’onere della prova: i giudici hanno stabilito che “i fatti contestati agli odierni ricorrenti sono indimostrati in quanto si basano su e-mail allegate dalla difesa delle amministrazioni convenute che, però, non riportano alcun specifico e concreto elemento volto a suffragare l’addebito formulato con il verbale di accertamento“. In altri termini, è lo Stato a dover provare la violazione, non il contrario. Il secondo principio riguarda il valore giuridico degli ordini impartiti dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Secondo il tribunale, le ingiunzioni di abbandonare la scena del naufragio non possono essere qualificate come legittimo coordinamento delle operazioni di soccorso, bensì come richieste “contrastanti con il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi“. La sentenza richiama esplicitamente la pronuncia della Corte Costituzionale n. 101/2025, ribadendo che non può essere sanzionata l’inosservanza di ordini che portino a violare obblighi di soccorso o a far sbarcare i naufraghi in luoghi non sicuri. Tribunale di Salerno, sentenza n. 1818 del 23 marzo 2026 Le dichiarazioni di MSF Soddisfazione, ma anche amarezza, nelle parole di Juan Matías Gil, capomissione di MSF: «Si tratta di un’altra sentenza che ribadisce il dovere di salvare vite in mare e mette in luce l’ostruzionismo sistematico delle autorità italiane nei confronti delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Eppure, nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori e le operatrici umanitari continuano a subire vessazioni amministrative e a essere criminalizzati, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle politiche fallimentari dell’Europa in materia di migrazione e soccorso». MSF è attiva dal 2015 nel Mediterraneo centrale con nove diverse imbarcazioni, avendo salvato complessivamente più di 94.200 persone. Tra giugno 2021 e novembre 2024, la Geo Barents ha soccorso oltre 12.600 persone. Nel dicembre 2024 MSF è stata costretta a sospendere le operazioni della nave, dopo anni di ostruzionismo normativo crescente. Dal novembre 2025 è tornata a operare con Oyvon, una piccola imbarcazione veloce che ha già soccorso 68 persone. IL CASO SEA-EYE 5 Con la sentenza n. 379 del 9 marzo 2026, il Tribunale di Ragusa ha annullato le sanzioni della Prefettura di Ragusa contro la nave Sea-Eye 5, dopo che questa aveva soccorso e tratto in salvo 62 persone in fuga dalla Libia, vittime di un naufragio in acque internazionali nell’area SAR libica. La decisione, spiega ASGI, è particolarmente significativa non solo perché si affianca alle molte altre che hanno ritenuto illegittime sanzioni di questo tipo, ma anche perché interviene a seguito delle ultime modifiche alla normativa in materia, apportate dal D.L. 145/2024, convertito in L. 187/2024, che si innestano su un quadro normativo già modificato dal D.L. 1/2023. Le autorità italiane avevano sanzionato la Sea-Eye 5 perché il comandante aveva classificato tutti i naufraghi come persone “vulnerabili”, per le quali era necessario uno sbarco nel più breve tempo possibile nel porto di Pozzallo. A fronte di tale valutazione, il MRCC italiano pretendeva dal comandante una distinzione tra casi ritenuti vulnerabili – da fare sbarcare a Pozzallo – e casi ritenuti non vulnerabili – da trasportare fino al molto più lontano porto di Taranto. Una scelta che il comandante ha ritenuto concretamente impossibile da effettuare senza mettere a rischio i diritti e la sicurezza delle persone a bordo. Il tribunale ha stabilito che la scelta del comandante, anche quando contraria alle indicazioni dell’autorità competente, non può essere di per sé sanzionata: farlo «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave – l’unico ad avere esperienza diretta e ravvicinata della complessiva situazione di bordo – non avrebbe la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione, e che, nell’ambito dell’attività di coordinamento, lo stesso sarebbe costretto ad eseguire passivamente le indicazioni ricevute, senza la possibilità di un dialogo in contraddittorio che gli consentirebbe di condurre a termine le operazioni di salvataggio in sicurezza». La pronuncia si allinea alla Regola 34/Cap. V della Convenzione SOLAS, secondo la quale nessuno può ostacolare o limitare il comandante dal prendere qualsiasi decisione che, secondo il suo giudizio professionale, sia necessaria per la sicurezza della vita in mare. La valutazione del comandante della Sea-Eye 5 deve pertanto ritenersi legittima, sino a quando non sia dimostrato che tale decisione sia palesemente arbitraria. Tribunale di Ragusa, sentenza n. 79 del 9 marzo 2026 UN QUADRO GIURISPRUDENZIALE ORMAI CONSOLIDATO Le sentenze di Salerno e Ragusa si inseriscono in un quadro giurisprudenziale ormai consolidato – che include, tra le altre, quella della Corte d’Appello di Catanzaro sulla Humanity 1 – e che continua a smentire sistematicamente le misure repressive del governo italiano contro le navi umanitarie. L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), nel commentare le sentenze, sottolinea come la legislazione italiana in materia determini un’evidente criminalizzazione delle attività solidaristiche portate avanti da imbarcazioni private, in contrasto con le norme sovranazionali in tema di libertà di navigazione e obblighi di soccorso in mare, e ne chiede l’abrogazione immediata, valorizzando invece il contributo che la flotta civile offre al sistema globale di ricerca e soccorso.
Tribunale annulla il terzo fermo della Geo Barents, dichiarandolo illegittimo
Il tribunale di Salerno ha annullato il terzo provvedimento di fermo della Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere (MSF) operativa tra giugno 2021 e novembre 2024. Il fermo, emesso nell’agosto 2024, era stato sospeso dal tribunale a settembre 2024 a seguito di un ricorso presentato da MSF. La sentenza del tribunale ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo e ha ribadito due principi fondamentali. In primo luogo, l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane, che non sono riuscite a fornire elementi a sostegno delle loro accuse contro la condotta dell’equipaggio di MSF a bordo della Geo Barents. In secondo luogo, gli ordini della Guardia Costiera libica che impongono alle navi di soccorso di allontanarsi dai luoghi di salvataggio – come è avvenuto in questo caso e in altri – non possono essere considerati “coordinamento da parte dell’autorità competente”. Al contrario, questi contraddicono il dovere internazionale di prestare soccorso in mare. Pertanto, il tribunale ha confermato che la condotta dell’equipaggio di MSF era del tutto legittima e conforme al diritto internazionale e nazionale. “Si tratta di un’altra sentenza che ribadisce il dovere di salvare vite in mare e mette in luce l’ostruzionismo sistematico delle autorità italiane nei confronti delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale” ha dichiarato Juan Matías Gil, capomissione di MSF per la ricerca e soccorso in mare. “Eppure, nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori e le operatrici umanitari coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso continuano a subire vessazioni amministrative e a essere criminalizzati, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle politiche fallimentari dell’Europa in materia di migrazione e soccorso”. Il fermo in questione era il 3° dei 4 imposti alla Geo Barents ai sensi del punitivo Decreto Piantedosi (Decreto Legge n. 1/2023). Introdotto nel gennaio 2023, il decreto ha stabilito restrizioni operative mirate e sanzioni per le navi civili di ricerca e soccorso. Obbliga le navi a dirigersi direttamente verso un porto assegnato dopo ogni salvataggio, vieta i salvataggi multipli senza previa autorizzazione e applica sanzioni in caso di inadempienza, tra cui fermi da 10 a 60 giorni e la possibile confisca della nave. Operata da MSF tra giugno 2021 e novembre 2024, la Geo Barents ha salvato più di 12.600 persone mentre gli Stati europei trascuravano sempre più la loro responsabilità di coordinare e condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Nel dicembre 2024, MSF è stata costretta a porre fine alle sue operazioni sulla Geo Barents dopo più di due anni in cui la sua attività è stata soggetta a queste leggi e politiche restrittive. MSF è attiva e impegnata in operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale dal 2015, ha operato su nove diverse navi di soccorso (da sola o in collaborazione con altre ONG) e ha salvato più di 94.200 persone. Nel novembre 2025 MSF ha iniziato a utilizzare  Oyvon, una piccola imbarcazione di soccorso veloce che finora ha salvato 68 persone in pericolo in mare.     Medecins sans Frontieres
March 30, 2026
Pressenza