Suliman, Fatima e la guerra in Sudan che non finisce

Pressenza - Saturday, March 14, 2026

“Dove andiamo? Questa è una domanda” (sottinteso: da farsi). E’ il mio amico sudanese Suliman che se lo chiede parlando con me in una lunga telefonata dall’Egitto. Gli avevo chiesto com’era poi andato l’appuntamento per la richiesta dell’asilo politico che era stato molti mesi fa fissato per un certo giorno di dicembre 2025: il colloquio è avvenuto, Suliman e Fatima hanno anche espresso la preferenza per l’Italia, ma la risposta l’avranno nel 2028! E’ la beffa, a cui si aggiunge un altro serio motivo di preoccupazione: dopo aver aperto le frontiere (soprattutto quelle meridionali) ai sudanesi in fuga da una guerra assurda e atroce (come sono tutte le guerre), da più di un anno il governo egiziano ha dichiarato che non vuole più sudanesi e che caccerà via quelli presenti, compresi quelli muniti di asilo politico. Alcune settimane fa Suliman mi aveva parlato di pullman governativi in cui venivano fatti salire a forza cittadini sudanesi per essere rimandati indietro (ma indietro dove? In mezzo alla guerra?

E’ la stessa domanda che mi faccio a proposito dei respingimenti di cui tanto si vanta il nostro governo, quei pochi, per fortuna, che riesce a effettuare: non è contemplato chiedersi dove mai vengano rimandati questi profughi forzati, poi diventati profughi due volte. Se da quel Paese fuggivano avevano motivi gravi e li avranno di nuovo al loro ritorno, ma questo non interessa a gente di infimo spessore politico ed etico. Ecco da dove viene la desolata e realistica domanda: “Ma dove andiamo?”

Suliman mi aveva chiamato da Zagazit, città a circa 200 Km dal Cairo, famosa per la sua importante e antica università di medicina che – diversamente da quella del Cairo, frequentata soprattutto da egiziani – accoglie moltissimi studenti stranieri. Anche un nipote di Suliman ha studiato lì, ora è laureato e sta praticando il tirocinio nell’ospedale annesso all’università. Con lo scoppio della guerra in Sudan la madre e le altre persone della famiglia lo hanno raggiunto e ora vivono tutti in quella cittadina. Non avendo i soldi necessari per pagare il viaggio di “fuga” a tutti, il padre è rimasto nella sua casa sudanese in Darfur; la bella notizia è che da poche settimane, dopo un viaggio interminabile su strade distrutte e pericolose è riuscito ad arrivare a Zagazit e a ricongiungersi con la sua famiglia. Per andare dal Darfur all’Egitto non si è diretto verso nord, come sarebbe logico, ma è dovuto andare a sud, entrare nel Sud Sudan, poi risalire verso Port Sudan (sul Mar Rosso) ed entrare infine in Egitto. Tornando a Zagazit, In questi giorni Suliman e la moglie Fatima sono andati a salutarlo e a condividere con tutti i parenti due-tre giorni di Ramadan.

Mi faccio coraggio e chiedo a Suliman notizie della figlia maggiore, che con i bambini è rimasta bloccata nella sua città a nord del Darfur, vicino ad El Fashir: sono vivi, mi dice e per quanto ormai il Darfur sia del tutto in mano ai Janjaweed sembra che per chi vive nelle città non ci sia pericolo, giacché i Janjaweed una volta conquistati i territori non hanno motivo di infierire ancora contro la popolazione. Forse saranno anche un po’ preoccupati da quando il governo sudanese ha chiesto agli Stati Uniti – e non so se anche all’Onu – di designare le Forze di Supporto Rapido come un’organizzazione terroristica, così come hanno fatto con la Fratellanza Musulmana in Sudan. Ma significa comunque vivere imprigionati, senza poter uscire dal Paese, senza scuole per i figli, senza i necessari negozi e con chissà quante infrastrutture carenti o mancanti.

La guerra non finisce e Suliman non vede per sé e per la sua famiglia nessuna possibilità di tornare a Khartoum nel breve/medio termine: dei 18 Stati che compongono il Sudan, il governo ne ha riconquistati soltanto otto. Gli altri dieci sono in mano alle RSF, ai terroristi che un tempo si muovevano a cavallo e oggi su lussuose automobili e forse elicotteri per andare dove loro stessi hanno distrutto le strade. In alcuni Stati, fra cui il Kordofan, la guerra è ancora intensa.

Per fortuna ogni mese il figlio minore Ahmed invia a Suliman e Fatima i soldi per l’affitto e per il vitto dal nord del Sudan, dove sta lavorando. Se non fosse scoppiata questa crudele, insulsa guerra ora forse Ahmed starebbe a Perugia, a completare i suoi cinque anni di studio in ingegneria, dopo aver studiato l’italiano all’Università per Stranieri. E’ riuscito a raggiungere una zona del Sudan dove non infuriano battaglie e dove le miniere d’oro danno possibilità di lavoro: Ahmed è impiegato nell’amministrazione e forse si occupa anche delle comunicazioni satellitari, date le sue capacità acrobatiche nell’installare le parabole sui tetti.

In questa lunga telefonata riusciamo anche a parlare d’altro, per esempio del Nilo: gli chiedo se è pulito. La risposta è sì, lì in Egitto sembra pulito, mentre in Sudan e nella stessa Khartoum con la guerra era diventato ricettacolo di materiale bellico nonché di cadaveri. Parliamo dei due Nili (racconto a Suliman che ieri alla lezione di italiano per stranieri siamo andati tutti davanti al planisfero a indicare alcuni Paesi degli studenti e ci siamo soffermati sull’Egitto, giacché una delle studentesse viene proprio dal Cairo), che si incontrano a Khartoum. Il più lungo dei due è il Nilo Bianco, che nasce in Uganda e attraversa tutto il Sudan da sud a nord; l’altro è il Nilo Azzurro, che viene dall’Etiopia. E a proposito dell’Etiopia vengo a sapere che anche guerriglieri (alias disperati) etiopici intervengono nella guerra a sostegno delle Forze di Supporto Rapido, finanziati anche loro dagli Emirati Arabi.

Ma torniamo ai fiumi: il punto in cui nascono si chiama “bahar” che vuol dire “lago” (Suliman mi fa l’esempio del Lago di Bracciano dove siamo andati una volta), anche se – a quanto capisco – quello Bianco nasce effettivamente da un lago, mentre quello Azzurro scaturisce da una montagna (come dire “una sorgente”) e poi diventano un fiume, uno “wadi”. E’ bello parlare di acqua, come è bello per me riascoltare queste parole arabe. Quando alla fine saluto Fatima, lei parte decisa con un “Ciao Francesca, come stai?” perché insieme al marito si è messa a studiare l’italiano on-line).

Ancora più del Nilo è commuovente parlare della bellissima montagna del Darfur, lo Jebel Marra, un vulcano considerato dagli abitanti il simbolo della loro patria. In effetti dalle parole di Suliman si sente chiaramente che lo Jebel Marra è un luogo dell’anima, un simbolo di bellezza e di ricchezza: c’è tanta acqua, sia calda che fredda, c’è sale, è verde e pieno di frutti e nel sottosuolo ci sono giacimenti d’oro. Per tutta questa ricchezza gli Emirati lo vogliono possedere e sfruttare, ma i nativi lo amano e lo rispettano e ora lo vivono forse come il paradiso perduto.

Parliamo dei finti confini, quelli tracciati a tavolino, come la linea verticale drittissima fra il Sudan e il Ciad: di qua gli inglesi e di là i francesi, mentre prima era tutto un grande Sudan – Ciad, Niger, fino al Mali. La storia ci ha insegnato che i grandi regni finiscono, ma i cittadini dovrebbero rimanere nella loro terra accanto ai loro corsi d’acqua, con la possibilità di guardare le loro belle montagne e godere delle loro risorse naturali. Quello che è certo è che i darfuriani lo Jabel Marra se lo portano dentro dappertutto e per sempre gli apparterrà.

Nella scuola di italiano per stranieri dove faccio l’insegnante volontaria cercano un mediatore a distanza che conosca la lingua Zagawi. Lo racconto a Suliman e lui mi spiega che è la sua lingua madre e si parla sia nel Darfur che nel Ciad, dove ha diversi parenti. Spero tanto che questa possibilità si realizzi: quanto è importante per un espatriato sentirsi utile, offrirsi per un piccolo lavoro e poterlo fare grazie alla ricchezza di conoscenze linguistiche che possiede.

Link agli articoli precedenti:

https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/

https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/

https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/

https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/

https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/

https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/

https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/

https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/

https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/

https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/

https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/

https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/

https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/

https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/

https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/

Francesca Cerocchi