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Con il «no» svedese Bella Demhat rischia la vita
di Murat Cinar Bella Demhat, attivista trans e curda perseguitata in Turchia, rischia l’espulsione dalla Svezia nonostante il rischio certo di morte. Le istituzioni europee ignorano la violenza sistematica contro le persone lgbtqi+ in Turchia, preferendo alleanze geopolitiche alla protezione dei diritti umani. QUI L’ARTICOLO COMPLETO: https://ilmanifesto.it/trans-curda-attivista-bella-demhat-con-il-no-svedese-rischia-la-vita  
Suliman, Fatima e le spaventose conseguenze della guerra in Sudan
Il mio amico sudanese Suliman,  al momento riparato con la moglie al Cairo, ha iniziato a frequentare un corso di formazione per operatori di macchinari pesanti (pur sapendo che sarà difficilissimo poter lavorare in quel campo essendoci già un alto livello di disoccupazione fra gli stessi cittadini egiziani). E’ un corso di quattro settimane, prima teorico e poi pratico, che si tiene in una località a due ore di distanza con i mezzi pubblici rispetto a dove Suliman abita, insomma dall’altra parte del Cairo. Lui si alza alle sei per prendere un certo pullman. Prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran il biglietto del pullman costava 50 pounds, ma da alcune settimane è salito a 100 pounds. “La benzina” rispondono a chi protesta. Ed è così per tutto: al mercato i prezzi di verdura e frutta sono letteralmente raddoppiati (come successe in Italia con il passaggio dalla lira all’euro) e la vita è sempre più difficile. Il figlio Ahmed dalla zona mineraria nel nord del Sudan in cui si è fermato gli invia ogni mese i soldi per l’affitto. Una delle figlie che vive in Germania quando può invia anche lei qualcosa. Suliman e Fatima vivono nelle ristrettezze massime e pensare che fra le spese essenziali devono includere anche frequenti controlli ospedalieri per entrambi (e in Egitto l’ospedale non è davvero gratis). Racconto a Suliman di aver visto sere fa in televisione un servizio sul Sudan, in particolare su Khartoum: si vedevano le tombe dei cittadini morti disposte lungo le strade perché il cimitero straborda; alcune sono segnalate da un oggetto, per esempio una ciabatta, la maggior parte completamente anonime. Si vedevano dei ragazzini che giocavano a palla e quelli che stavano a guardare erano seduti a terra fra una fila e l’altra di tombe. Suliman non si meraviglia a questo racconto: “E’ dal 2023 che i cimiteri non ci sono più” dice. I Janjaweed hanno buttato dentro gli appartamenti ormai vuoti di abitanti (tutti fuggiti o morti) i corpi delle persone da loro uccise, poi qualche sudanese pietoso – o gli stessi abitanti che provavano a rientrare nella loro casa- hanno voluto seppellire quei corpi, così come quelli di coloro che erano rimasti per la strada, ma non avevano altro posto che la strada stessa. E a proposito dei sudanesi di Khartoum che dopo la liberazione dai Janjaweed sono tornati in città e hanno tentato di rientrare nelle loro case, si vede nel servizio televisivo una donna, Nadine: in una zona di Khartoum chiamata Laman, lei è dentro la sua casa bombardata, ci sono pezzi di oggetti ammucchiati in estremo disordine sopra un tavolo e fra questi molti pezzi di armamenti che lei stessa tocca per capire di che si tratti, per poi passarli a un’altra persona. “Sopra le armi” mi dice Suliman “c’è una certa sostanza chimica che sembra sia la causa di una nuova epidemia che sta circolando ultimamente in Sudan, oltre a quella del colera, il denghe.” Lui sa di persone tornate a Khartoum e morte di denghe. Dei diciotto Stati di cui è composto il Sudan i Janjaweed ne hanno al momento in mano dieci e stanno per recuperarne altri due; il governo ne aveva ripresi otto ed ora sta per perderne due. “Non finisce mai” dice Suliman e aggiunge che non può finire finché gli Emirati Arabi Uniti continueranno a rifornire di armi le Forze di Supporto Rapido (i Janjaweed), Emirati che sostengono anche Israele. Il servizio televisivo parlava anche delle tonnellate d’oro che dal Sudan gli emissari degli Emirati e i Janjaweed stessi si portano via. E poi c’è la triste situazione della figlia maggiore rimasta intrappolata in Darfur con i suoi bambini. Lei si trova a Mellit, un ultimo avamposto nel Darfur del nord, a circa 75 Km a nord di Al Fashir; da lì in poi è tutto deserto fino alla Libia. Il Darfur è completamente in mano alle RSF da quando mesi fa è capitolata – dopo lunga e strenua resistenza – anche El Fashir stessa e i sudanesi che non sono fuggiti si trovano prigionieri nelle loro città e villaggi. Chiedo a Suliman come vivono materialmente, come mangiano, se possono coltivare qualcosa. “Alcune donne dei Janjaweed” mi risponde “vendono cipolle e qualche ortaggio al mercato, prodotti che vengono da fuori, entrano in Sudan attraverso il Ciad (la frontiera con la Libia è chiusa); più spesso sono le stesse donne sudanesi che vengono costrette a lavorare per i Janjaweed e a vendere per conto loro ricevendo poi alla fine una sorta di obolo alimentare.” Parliamo solo di ortaggi e verdure perché carne e farina non si vedono da tempo immemorabile. Ecco come vive in questo momento sua figlia nella sua terra, il Darfur. Un momento di sollievo si ha quando, ogni due o tre mesi circa, arrivano associazioni come Medici senza Frontiere o la Croce Rossa portando zucchero e altri alimenti importanti. Il 15 aprile è stato l’anniversario dell’inizio della guerra: era il 2023, sono più di 100 giorni, il che significano: 33 milioni di persone bisognose di assistenza, circa 15 milioni di persone con insicurezza alimentare grave che diventa acuta per almeno 4 milioni di sudanesi. Sono dati che riprendo da un articolo di Maurizio Martina sull’Avvenire del 29 aprile. La fame – dice il giornalista – non è più un effetto collaterale della guerra ma “una delle sue espressioni più crudeli”. L’agricoltura, attività economica basilare del Paese, è entrata in crisi e se dovesse saltare anche la prossima semina si perderà un altro anno agricolo con conseguenze devastanti per gli abitanti del paese. Il Global Report Food Crises ha dichiarato pochi giorni fa che nello stesso anno abbiamo avuto, tra Africa e Medio Oriente, due carestie: Gaza e Sudan. E’ necessario – afferma ancora l’articolo di Martina – che si sostenga per il Sudan l’agricoltura d’emergenza, che non è solo distribuzione di aiuti, ma anche operazioni concrete per ricollocare la popolazione nelle proprie comunità affinché possano ricostruirsi vita e attività produttive. E’ necessario che quella del Sudan non venga normalizzata come una “crisi cronica” e accettata come qualcosa di inevitabile e incurabile: sarebbe la fine di un paese e di un popolo. Popolo che non so più in quale percentuale è ormai alla diaspora – chi in Ciad, chi in Egitto, chi in Etiopia, chi nello stesso Sudan, ma in zone che sembravano più tranquille, presso parenti o amici. Suliman e Fatima, come si sa, hanno raggiunto il Cairo dopo molte peripezie e sofferenze. E non sono gli unici sudanesi nella grande capitale egiziana: ci sono strade – mi diceva una ragazza del Cairo attualmente a Roma, ma in contatto con i suoi – dove abitano esclusivamente sudanesi (li hanno anche ghettizzati, penso). Mi chiedo: come farà ognuna di quelle famiglie a pagare l’affitto e a mangiare ogni giorno, come farà a curarsi e a soddisfare le altre esigenze, almeno quelle basilari? Avranno tutti i figli all’estero che inviano loro una parte dello stipendio? E i bambini e i ragazzi da quanto tempo non studiano? Le scuole egiziane accoglieranno i figli dei richiedenti asilo sudanesi? Quello che è certo è che finché, dopo anni di attesa, non hanno ottenuto l’asilo politico, i genitori non possono esercitare alcuna attività lavorativa. Quanto sono bravi questi sudanesi in un Paese che non li vuole, a mantenere alta la dignità di persone umane, ad aiutarsi fra loro, a restare vivi. Ma ci deve essere una fine, si deve intravedere una luce. Che le istituzioni internazionali operino per accenderla: è un loro dovere e si deve trasformare in un imperativo etico. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ https://www.pressenza.com/it/2026/03/suliman-fatima-e-la-guerra-in-sudan-che-non-finisce/     Francesca Cerocchi
May 3, 2026
Pressenza
Suliman, Fatima e la guerra in Sudan che non finisce
“Dove andiamo? Questa è una domanda” (sottinteso: da farsi). E’ il mio amico sudanese Suliman che se lo chiede parlando con me in una lunga telefonata dall’Egitto. Gli avevo chiesto com’era poi andato l’appuntamento per la richiesta dell’asilo politico che era stato molti mesi fa fissato per un certo giorno di dicembre 2025: il colloquio è avvenuto, Suliman e Fatima hanno anche espresso la preferenza per l’Italia, ma la risposta l’avranno nel 2028! E’ la beffa, a cui si aggiunge un altro serio motivo di preoccupazione: dopo aver aperto le frontiere (soprattutto quelle meridionali) ai sudanesi in fuga da una guerra assurda e atroce (come sono tutte le guerre), da più di un anno il governo egiziano ha dichiarato che non vuole più sudanesi e che caccerà via quelli presenti, compresi quelli muniti di asilo politico. Alcune settimane fa Suliman mi aveva parlato di pullman governativi in cui venivano fatti salire a forza cittadini sudanesi per essere rimandati indietro (ma indietro dove? In mezzo alla guerra? E’ la stessa domanda che mi faccio a proposito dei respingimenti di cui tanto si vanta il nostro governo, quei pochi, per fortuna, che riesce a effettuare: non è contemplato chiedersi dove mai vengano rimandati questi profughi forzati, poi diventati profughi due volte. Se da quel Paese fuggivano avevano motivi gravi e li avranno di nuovo al loro ritorno, ma questo non interessa a gente di infimo spessore politico ed etico. Ecco da dove viene la desolata e realistica domanda: “Ma dove andiamo?” Suliman mi aveva chiamato da Zagazit, città a circa 200 Km dal Cairo, famosa per la sua importante e antica università di medicina che – diversamente da quella del Cairo, frequentata soprattutto da egiziani – accoglie moltissimi studenti stranieri. Anche un nipote di Suliman ha studiato lì, ora è laureato e sta praticando il tirocinio nell’ospedale annesso all’università. Con lo scoppio della guerra in Sudan la madre e le altre persone della famiglia lo hanno raggiunto e ora vivono tutti in quella cittadina. Non avendo i soldi necessari per pagare il viaggio di “fuga” a tutti, il padre è rimasto nella sua casa sudanese in Darfur; la bella notizia è che da poche settimane, dopo un viaggio interminabile su strade distrutte e pericolose è riuscito ad arrivare a Zagazit e a ricongiungersi con la sua famiglia. Per andare dal Darfur all’Egitto non si è diretto verso nord, come sarebbe logico, ma è dovuto andare a sud, entrare nel Sud Sudan, poi risalire verso Port Sudan (sul Mar Rosso) ed entrare infine in Egitto. Tornando a Zagazit, In questi giorni Suliman e la moglie Fatima sono andati a salutarlo e a condividere con tutti i parenti due-tre giorni di Ramadan. Mi faccio coraggio e chiedo a Suliman notizie della figlia maggiore, che con i bambini è rimasta bloccata nella sua città a nord del Darfur, vicino ad El Fashir: sono vivi, mi dice e per quanto ormai il Darfur sia del tutto in mano ai Janjaweed sembra che per chi vive nelle città non ci sia pericolo, giacché i Janjaweed una volta conquistati i territori non hanno motivo di infierire ancora contro la popolazione. Forse saranno anche un po’ preoccupati da quando il governo sudanese ha chiesto agli Stati Uniti – e non so se anche all’Onu – di designare le Forze di Supporto Rapido come un’organizzazione terroristica, così come hanno fatto con la Fratellanza Musulmana in Sudan. Ma significa comunque vivere imprigionati, senza poter uscire dal Paese, senza scuole per i figli, senza i necessari negozi e con chissà quante infrastrutture carenti o mancanti. La guerra non finisce e Suliman non vede per sé e per la sua famiglia nessuna possibilità di tornare a Khartoum nel breve/medio termine: dei 18 Stati che compongono il Sudan, il governo ne ha riconquistati soltanto otto. Gli altri dieci sono in mano alle RSF, ai terroristi che un tempo si muovevano a cavallo e oggi su lussuose automobili e forse elicotteri per andare dove loro stessi hanno distrutto le strade. In alcuni Stati, fra cui il Kordofan, la guerra è ancora intensa. Per fortuna ogni mese il figlio minore Ahmed invia a Suliman e Fatima i soldi per l’affitto e per il vitto dal nord del Sudan, dove sta lavorando. Se non fosse scoppiata questa crudele, insulsa guerra ora forse Ahmed starebbe a Perugia, a completare i suoi cinque anni di studio in ingegneria, dopo aver studiato l’italiano all’Università per Stranieri. E’ riuscito a raggiungere una zona del Sudan dove non infuriano battaglie e dove le miniere d’oro danno possibilità di lavoro: Ahmed è impiegato nell’amministrazione e forse si occupa anche delle comunicazioni satellitari, date le sue capacità acrobatiche nell’installare le parabole sui tetti. In questa lunga telefonata riusciamo anche a parlare d’altro, per esempio del Nilo: gli chiedo se è pulito. La risposta è sì, lì in Egitto sembra pulito, mentre in Sudan e nella stessa Khartoum con la guerra era diventato ricettacolo di materiale bellico nonché di cadaveri. Parliamo dei due Nili (racconto a Suliman che ieri alla lezione di italiano per stranieri siamo andati tutti davanti al planisfero a indicare alcuni Paesi degli studenti e ci siamo soffermati sull’Egitto, giacché una delle studentesse viene proprio dal Cairo), che si incontrano a Khartoum. Il più lungo dei due è il Nilo Bianco, che nasce in Uganda e attraversa tutto il Sudan da sud a nord; l’altro è il Nilo Azzurro, che viene dall’Etiopia. E a proposito dell’Etiopia vengo a sapere che anche guerriglieri (alias disperati) etiopici intervengono nella guerra a sostegno delle Forze di Supporto Rapido, finanziati anche loro dagli Emirati Arabi. Ma torniamo ai fiumi: il punto in cui nascono si chiama “bahar” che vuol dire “lago” (Suliman mi fa l’esempio del Lago di Bracciano dove siamo andati una volta), anche se – a quanto capisco – quello Bianco nasce effettivamente da un lago, mentre quello Azzurro scaturisce da una montagna (come dire “una sorgente”) e poi diventano un fiume, uno “wadi”. E’ bello parlare di acqua, come è bello per me riascoltare queste parole arabe. Quando alla fine saluto Fatima, lei parte decisa con un “Ciao Francesca, come stai?” perché insieme al marito si è messa a studiare l’italiano on-line). Ancora più del Nilo è commuovente parlare della bellissima montagna del Darfur, lo Jebel Marra, un vulcano considerato dagli abitanti il simbolo della loro patria. In effetti dalle parole di Suliman si sente chiaramente che lo Jebel Marra è un luogo dell’anima, un simbolo di bellezza e di ricchezza: c’è tanta acqua, sia calda che fredda, c’è sale, è verde e pieno di frutti e nel sottosuolo ci sono giacimenti d’oro. Per tutta questa ricchezza gli Emirati lo vogliono possedere e sfruttare, ma i nativi lo amano e lo rispettano e ora lo vivono forse come il paradiso perduto. Parliamo dei finti confini, quelli tracciati a tavolino, come la linea verticale drittissima fra il Sudan e il Ciad: di qua gli inglesi e di là i francesi, mentre prima era tutto un grande Sudan – Ciad, Niger, fino al Mali. La storia ci ha insegnato che i grandi regni finiscono, ma i cittadini dovrebbero rimanere nella loro terra accanto ai loro corsi d’acqua, con la possibilità di guardare le loro belle montagne e godere delle loro risorse naturali. Quello che è certo è che i darfuriani lo Jabel Marra se lo portano dentro dappertutto e per sempre gli apparterrà. Nella scuola di italiano per stranieri dove faccio l’insegnante volontaria cercano un mediatore a distanza che conosca la lingua Zagawi. Lo racconto a Suliman e lui mi spiega che è la sua lingua madre e si parla sia nel Darfur che nel Ciad, dove ha diversi parenti. Spero tanto che questa possibilità si realizzi: quanto è importante per un espatriato sentirsi utile, offrirsi per un piccolo lavoro e poterlo fare grazie alla ricchezza di conoscenze linguistiche che possiede. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ Francesca Cerocchi
March 14, 2026
Pressenza
Ferrero (PRC): chiediamo la liberazione immediata di Mohamed Shahin
Paolo Ferrero, segretario provinciale di Rifondazione Comunista ha dichiarato: “L’arresto di Mohamed Shahin, la revoca del permesso di soggiorno e la decisione del giudice di confermare l’espatrio forzato verso l’Egitto nonostante la richiesta di asilo politico rappresentano una palese violazione dello spirito e della lettera della Costituzione Italiana. Da un lato rappresentano un atto di repressione politica per chi si è battuto contro il genocidio a Gaza e nello stesso tempo un atto di violazione delle più elementari regole umanitarie visto il rischio che Mohamed subisca i Egitto ogni sorta di violenza da parte del regime al potere. Non è tollerabile che un cittadino straniero che partecipa attivamente ai movimenti democratici che attraversano il paese venga trattato come un assassino mettendo addirittura a rischio la sua incolumità fisica. Per questo chiediamo un intervento urgente del governo per fermare questa azione delittuosa tipica di uno stato di polizia e non di uno stato democratico.” Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
November 25, 2025
Pressenza
Milei usa l’estradizione di Bertulazzi per riabilitare la dittatura
L’estradizione di Bertulazzi fa parte di una più generale riscrittura e cancellazione della storia e dei crimini della dittatura, all’interno della quale i soli colpevoli e responsabili diventano gli oppositori, coloro che hanno combattuto la dittatura e da questa sono stati perseguitati: ex prigionieri politici, i militanti assassinati, le migliaia di desaparecidos, i minori rapiti […]