Roma – La Questura impedisce anche a un ragazzo evacuato dalla Libia di chiedere asilo

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, February 25, 2026

Un ragazzo di 24 anni, sopravvissuto alle violenze in Libia e arrivato in Italia attraverso un corridoio umanitario, respinto allo sportello e costretto ad attendere ore per poi vedersi rinviare l’appuntamento di tre mesi. È la vicenda raccontata da Baobab Experience, che denuncia quanto accaduto all’Ufficio immigrazione della Questura di Roma in via Patini, definendo quanto è successo frutto di «razzismo istituzionale e sistemico».

A Roma, come in altre città italiane, sono note le difficoltà nel formalizzare la domanda di protezione internazionale tra lungaggini e prassi illegittime: c’è chi attende mesi, a volte anche un anno. E questo accade anche in città meno caotiche in cui la Pubblica amministrazione è considerata più efficiente – ma evidentemente non per tutti, soprattutto se si è “stranieri”.

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L’associazione sottolinea che non si tratta di un caso isolato, ma «esemplificativo di una condizione che pervade e permea le istituzioni». E proprio la storia del ragazzo, proseguono, rende il tutto ancora più emblematico: «Non è l’“odiato” migrante giunto col barcone, ma è un profugo arrivato con un volo aereo e un visto d’ingresso, attraverso un corridoio umanitario».

R. è infatti arrivato in Italia l’11 dicembre con un corridoio umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose. Prima, però, aveva attraversato un percorso drammatico. Il fratello è morto in mare dopo lo speronamento dell’imbarcazione su cui viaggiavano; lui è stato catturato e trasferito nel centro di detenzione di Al-Assah, descritto da Baobab come «l’hub dell’orrore» gestito da milizie sotto il ministero dell’Interno di Tripoli.

«La perdita del fratello e le torture subite devastano il ragazzo», scrive l’associazione che aggiunge che R. «ha tentato più volte di togliersi la vita».

Nonostante una convocazione formale della Questura, il giorno dell’appuntamento R. si è trovato davanti a una serie di ostacoli. «Sveglia all’alba per mettersi in fila», racconta Baobab, ma una volta entrato «viene invitato ad andarsene». Prima la motivazione della carenza di personale, poi quella di un appuntamento che non risulta.

Solo dopo l’intervento di un’attivista, che mostra la convocazione, R. viene fatto attendere. Passa un’ora, due ore, tre ore e alla fine – prosegue il racconto – un mediatore gli fa firmare un documento senza spiegazioni: «R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo».

Quando l’attivista chiede chiarimenti, «gli operatori minacciano di chiamare la polizia», mentre il ragazzo, sempre più provato, «inizia a sentirsi male». Poco dopo, in stato di confusione, strappa il foglio e lascia l’ufficio.

Trattamenti degradanti sono la norma

Per Baobab Experience, quanto accaduto non rappresenta un’eccezione: «I trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la norma alla Questura di Roma».

L’associazione descrive una situazione strutturale di inefficienze che porta a condizioni inaccettabili: «Famiglie con bambini costrette a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila, spazzatura ovunque, inciviltà dilagante di parte del personale». E denuncia anche la presenza di «avvocati truffaldini che provano a vendere false soluzioni».

Nel comunicato, Baobab ribalta la narrazione dominante sul degrado di via Patini: «Per noi il degrado non è la povertà e non è la marginalità sociale di persone con background migratorio». Al contrario, «queste sono l’esito dell’inciviltà e del razzismo strutturale».

Il rischio, conclude l’associazione, è quello di una spirale di esclusione: «Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e alimentare lo sfruttamento».

Da qui l’appello finale: «Siamo stanchi di restare silenti dinanzi a queste continue umiliazioni dei diritti e della dignità delle persone. Via Patini è dietro l’angolo: qualcuno dovrebbe andare a dare un’occhiata».