Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta

Progetto Melting Pot Europa - Monday, February 23, 2026

Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto, la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione reale.

L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene sistematicamente disatteso?

Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA

Oltre quattro anni di ingiustizia: libertà per Abdulrahman Al Khalidi

Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali

Redazione 10 Novembre 2025

Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente uso di misure amministrative come la detenzione prolungata.

Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e simbolico 2.

Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave
Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione amministrativa.
Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione, annullando una precedente decisione favorevole.
Detenzione senza fine: cinque anni di arbitrio

Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di Sofia.

Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni di detenzione non giustificata 3.

Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali.

Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del 1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine pubblico.

Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro interesse statale, compresa la sicurezza nazionale.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di destinazione.

PH: @streetchroniclesbyluis
La prassi che contraddice i principi

Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione, l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione positiva sembra ancora lontana.

Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto internazionale a proteggere i più vulnerabili.

La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali.

La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di “sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani.

Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva disattivazione.

Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento ordinario di governo delle migrazioni.

L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili.

  1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎
  2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook Alkhabd21 ↩︎
  3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five – Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎
  4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve: il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The 1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎