Bulgaria: quando il principio di non-refoulement resta sulla carta
Mentre in tutta Europa si rafforzano dispositivi di controllo, detenzione e
selezione delle persone in movimento, emergono con sempre maggiore chiarezza le
fratture tra i principi dichiarati e le pratiche effettive. In questo contesto,
la vicenda di Abdulrahman Al-Khalidi interroga direttamente il significato
concreto delle garanzie giuridiche fondamentali e il loro grado di applicazione
reale.
L’appello diffuso dalla campagna Free Abdulrahman, ricostruisce il caso e pone
una domanda cruciale: cosa resta di un diritto definito “assoluto” quando viene
sistematicamente disatteso?
Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA
OLTRE QUATTRO ANNI DI INGIUSTIZIA: LIBERTÀ PER ABDULRAHMAN AL KHALIDI
Un appello sottoscritto da più di venti organizzazioni internazionali
Redazione
10 Novembre 2025
Negli ultimi anni i dibattiti sul principio di non-refoulement si sono
intensificati a livello internazionale, soprattutto alla luce delle crescenti
politiche restrittive sull’asilo, dei controlli alle frontiere e del crescente
uso di misure amministrative come la detenzione prolungata.
Eppure, mentre in teoria questo principio è considerato assoluto nel diritto
internazionale, nella pratica vediamo continui abusi che ne svuotano il
contenuto. Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi 1 ne è un esempio drammatico e
simbolico 2.
Caso Abdulrahman Al-Khalidi: i punti chiave
Abdulrahman Al-Khalidi, giornalista e difensore dei diritti umani dell’Arabia
Saudita, è un richiedente asilo trattenuto in Bulgaria da 5 anni in detenzione
amministrativa.
Abdulrahman è stato incarcerato senza una motivazione giuridica solida, con il
ricorso a presunti rischi di sicurezza nazionale. Nel febbraio 2026 la Corte
Suprema Amministrativa bulgara ha respinto la sua richiesta di scarcerazione,
annullando una precedente decisione favorevole.
DETENZIONE SENZA FINE: CINQUE ANNI DI ARBITRIO
Il 17 febbraio 2026 la Corte Suprema Amministrativa in Bulgaria ha rigettato la
richiesta di liberazione di Abdulrahman, annullando un precedente provvedimento
favorevole emesso da un giudice di primo grado del Tribunale amministrativo di
Sofia.
Secondo il racconto dello stesso Abdulrahman, la decisione ha ignorato non solo
gli argomenti legali basati sulla normativa europea e internazionale, ma anche
le pesanti ripercussioni psicologiche e fisiche determinate da ormai cinque anni
di detenzione non giustificata 3.
Le autorità hanno invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare la
permanenza in custodia, collegandoli in modo arbitrario a eventi di cronaca che
nulla avevano a che fare con lui, in un chiaro esempio di strumentalizzazione
del concetto di “minaccia” per aggirare le protezioni fondamentali.
Il principio di non-refoulement è uno dei cardini del diritto dei rifugiati e
dei diritti umani. Si trova, tra gli altri, nella Convenzione di Ginevra del
1951 4 e nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ed è stato
interpretato dalle corti europee come una protezione non derogabile, anche nei
casi in cui gli Stati invocano motivi di sicurezza o questioni di ordine
pubblico.
Secondo l’UNHCR, il principio proibisce agli Stati di rimandare chiunque rischi
persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti al proprio paese o a un
paese terzo in cui correrebbe tali rischi – un obbligo che subordina ogni altro
interesse statale, compresa la sicurezza nazionale.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte ribadito che nemmeno una
persona accusata o condannata per reati gravi può essere espulsa se c’è un
rischio reale di violazione dei diritti umani fondamentali nel Paese di
destinazione.
PH: @streetchroniclesbyluis
LA PRASSI CHE CONTRADDICE I PRINCIPI
Eppure, come denuncia Abdulrahman, nella prassi le garanzie procedurali e le
valutazioni soggettive delle autorità di sicurezza spesso prevalgono sulle norme
vincolanti. Nel suo caso, nonostante la mancanza di prove di pericolo concreto o
specifico, né la valutazione dei danni psicologici dovuti alla detenzione,
l’istanza di scarcerazione è stata respinta e la prospettiva di una soluzione
positiva sembra ancora lontana.
Questo non è solamente un errore giuridico, ma un campanello d’allarme: quando
uno Stato ignora deliberatamente norme internazionali riconosciute come
obbligatorie, viene messa in discussione l’efficacia stessa del diritto
internazionale a proteggere i più vulnerabili.
La vicenda di Abdulrahman non è isolata. Riflette una tendenza globale in cui le
politiche securitarie spingono sempre più paesi a utilizzare strumenti giuridici
e amministrativi per aggirare i limiti imposti dai trattati internazionali.
La detenzione prolungata, le espulsioni forzate, il ricorso a criteri di
“sicurezza” vaghi e discrezionali sono tutte pratiche che minano il diritto alla
libertà, all’asilo e alla protezione contro trattamenti inumani.
Se il principio di non-refoulement può essere aggirato senza conseguenze, allora
non siamo di fronte a una semplice violazione, ma a una sua progressiva
disattivazione.
Il caso di Abdulrahman Al-Khalidi mostra come l’eccezione stia diventando
regola, e come la detenzione amministrativa venga utilizzata come strumento
ordinario di governo delle migrazioni.
L’appello promosso da Free Abdulrahman chiama quindi a una presa di posizione
chiara: o si difendono concretamente diritti che si dicono fondamentali, oppure
si accetta che vengano svuotati e resi negoziabili.
1. La pagina di Abdulrahman Al-Khalidi su Melting Pot ↩︎
2. Puoi seguire Abdulrahman Al-Khalidi su 1) instagram alkhabd1 2) Facebook
Alkhabd21 ↩︎
3. Il 27 gennaio 2026, dopo quattro anni di detenzione amministrativa presso il
centro di detenzione di Busmantsi, mentre entravo nel mio quinto anno, sono
stato trasferito al centro di detenzione di Lyubimets a Haskovo. Questo
passo non è stato un annuncio di libertà. Io resto detenuto. La realtà
oggettiva è parzialmente cambiata: la gravità delle restrizioni e l’estremo
confinamento spaziale che esisteva lì si sono allentate, e ora sono
geograficamente più lontano dall’aeroporto di Sofia, un simbolo che da tempo
rappresentava per me una minaccia esistenziale di deportazione forzata da un
momento all’altro – How to Survive a Detention in 2026: Notes from Year Five
– Free Abdulrahman (6 febbraio 2026) ↩︎
4. Il non respingimento è un principio fondamentale del diritto internazionale
dei rifugiati e dei diritti umani. Significa che nessuna persona può essere
restituita, espulsa o estradata in un paese in cui affronta un rischio reale
di: tortura, trattamenti inumani o degradanti, gravi persecuzioni. In breve:
il non respingimento garantisce che i diritti umani fondamentali – in
particolare il diritto alla vita e la protezione dalla tortura – abbiano la
priorità sugli interessi statali o sulle rivendicazioni di sicurezza: The
1951 Refugee Convention – UNHCR ↩︎