Grecia. Il processo ai soccorritori di Lesvos

Progetto Melting Pot Europa - Saturday, January 31, 2026

TATIANA SVOROU 1

Dice che riesce ancora a sentire l’odore del sale depositarsi sulla riva di Katia, a Lesbo, mescolandosi talvolta a quello di un lontano nastro di plastica bruciata, proveniente dalla parte opposta. Un promemoria che i confini hanno un odore.

Da lì, il mondo appare ingannevolmente semplice: l’Egeo luccica, le barche oscillano come minuscoli, ostinati segni di punteggiatura all’orizzonte.

Il testimone dell’UNHCR aveva ragione: la visibilità era alta. Era possibile avvistare un’imbarcazione molto prima di poter attribuire dei nomi ai suoi passeggeri. Si potevano individuare i bambini, le madri che razionavano l’acqua rimasta, i padri che sussurravano preghiere affinché il motore non cedesse, affinché la notte fosse clemente.

L’acqua salata rivela l’odore del panico, il sapore del coraggio. Rivela cosa significhi, per una giovane donna siriana, per un ragazzo afghano o per un volontario irlandese, muoversi verso la vita.

Rivela un tempo in cui i gruppi WhatsApp sono diventati reti di salvezza e non cospirazioni, in cui il coordinamento delle Azioni di salvataggio si è fatto atto di cura umana, in cui gli autobus, i furgoni, i turni di veglia e le notti senza sonno sull’isola hanno rappresentato non ingranaggi di un crimine, ma prove fragili e ostinate di umanità.

Nei rifugi di Moria, sulle rive di Skala Skamnia, sui sentieri ripidi vicino a Lepetimnos dove il tè di montagna scaldava mani tremanti – tutto questo era chiaro, perfino il mare lo sapeva.

E lo sapevano anche Seán. E Sara. E Nassos. E tutti gli altri.

Per anni, la legge ha insistito sul contrario.

Il 15 gennaio 2026, il Tribunale per i reati minori di Mitilene ha finalmente chiuso un caso che si prolungava da oltre sette anni, assolvendo Seán Binder e altri 23 volontari del soccorso.

La decisione ha posto fine ad uno dei procedimenti giudiziari più emblematici contro gli operatori umanitari in Europa 2 – un caso il cui significato si è dimostrato essere non una “ricerca di giustizia”, quanto uno strumento punitivo e di controllo, perseguito attraverso lo sfinimento legale.

Binder, cittadino irlandese e volontario dell’Emergency Response Centre International, era stato arrestato nell’agosto 2018 e aveva trascorso più di 100 giorni in detenzione preventiva. Lui e gli altri avevano affrontato accuse che spaziavano dal favoreggiamento della migrazione irregolare, allo spionaggio, alla partecipazione ad un’organizzazione criminale, reati che possono comportare pene di confinamento pluridecennale in carcere.

Tali attività, presunte criminali, non facevano altro che inserirsi nel panorama delle azioni che avevano costituito la risposta collettiva di Lesbo all’emergenza umanitaria di quegli anni: monitoraggi, chiamate di emergenza, coordinamento dei salvataggi, traduzione e collaborazione durante le operazioni di ricerca e soccorso nell’Egeo.

In tribunale, tali capi di imputazione sono crollati. L’accusa non è riuscita a dimostrare l’esistenza di alcuna finalità di profitto economico o di sfruttamento, o la presenza di alcuna struttura criminale organizzata – requisiti legali previsti dal diritto greco ed europeo per la persecuzione del traffico di migranti irregolare. I giudici hanno riaffermato ciò che era sempre stato evidente per chi era sulla riva: si trattava di atti umanitari, non criminali.

L’assoluzione ha rivelato qualcosa di più grande del singolo caso in questione. Ha mostrato come le politiche europee di frontiera si siano orientate nel corso del tempo sempre più verso la securitizzazione, l’esternalizzazione e la restrizione di vie legali per la protezione, trasformando il movimento umano in qualcosa di sospetto.

In tale contesto, i volontari sono diventati infrastrutture alternative di sopravvivenza, e le loro testimonianze hanno messo in crisi la narrazione secondo cui la violenza di frontiera sarebbe qualcosa di accidentale ed inevitabile, rivelando come la risposta Europea non sia mai stata davvero rivolta all’accoglienza, ma alla criminalizzazione.

Binder ama l’odore dell’acqua di mare perché gli ricorda che i confini non sono linee, ma correnti – irrequiete, intrecciate, vive. E che sulle rive di Lesbo, tra il sale e il fumo ed il respiro delle erbe di montagna, salvare vite non è mai stato un crimine.

Ecco perché lo temevano.

Non perché avesse infranto la legge, ma perché aveva dimostrato come fosse la legge stessa a spezzarsi.

Perché aveva dimostrato come persone comuni, armate solo di radio, fari e dell’ostinata convinzione che l’annegamento non può diventare prassi, erano capaci di fare ciò che I governi si erano rifiutati di fare.

  1. Il testo è stato scritto da Tatiana Svorou e la traduzione in italiano è stata realizzata con il supporto di Roberta Cecconi.
    Tatiana Svorou è un’analista impegnata nell’advocacy e una giornalista indipendente che si occupa di migrazione forzata e politiche umanitarie. Il suo lavoro si basa su esperienze maturate in Europa, Medio Oriente e Africa, ed è stato pubblicato su Middle East Monitor, Le Monde, Independent Australia e su diverse testate greche.
    Roberta Cecconi ha approfondito, sia nel suo percorso di studi in Antropologia presso l’Università di Torino sia nelle sue attività personali, i temi delle migrazioni, delle violenze di frontiera, della detenzione e dei diritti delle persone migranti ↩︎
  2. ‘It was farcical’: Irish man Sean Binder found not guilty of people smuggling in Greece – The Journal (15 gennaio 2026) ↩︎