Grecia. Il processo ai soccorritori di Lesvos
TATIANA SVOROU 1
Dice che riesce ancora a sentire l’odore del sale depositarsi sulla riva di
Katia, a Lesbo, mescolandosi talvolta a quello di un lontano nastro di plastica
bruciata, proveniente dalla parte opposta. Un promemoria che i confini hanno un
odore.
Da lì, il mondo appare ingannevolmente semplice: l’Egeo luccica, le barche
oscillano come minuscoli, ostinati segni di punteggiatura all’orizzonte.
Il testimone dell’UNHCR aveva ragione: la visibilità era alta. Era possibile
avvistare un’imbarcazione molto prima di poter attribuire dei nomi ai suoi
passeggeri. Si potevano individuare i bambini, le madri che razionavano l’acqua
rimasta, i padri che sussurravano preghiere affinché il motore non cedesse,
affinché la notte fosse clemente.
L’acqua salata rivela l’odore del panico, il sapore del coraggio. Rivela cosa
significhi, per una giovane donna siriana, per un ragazzo afghano o per un
volontario irlandese, muoversi verso la vita.
Rivela un tempo in cui i gruppi WhatsApp sono diventati reti di salvezza e non
cospirazioni, in cui il coordinamento delle Azioni di salvataggio si è fatto
atto di cura umana, in cui gli autobus, i furgoni, i turni di veglia e le notti
senza sonno sull’isola hanno rappresentato non ingranaggi di un crimine, ma
prove fragili e ostinate di umanità.
Nei rifugi di Moria, sulle rive di Skala Skamnia, sui sentieri ripidi vicino a
Lepetimnos dove il tè di montagna scaldava mani tremanti – tutto questo era
chiaro, perfino il mare lo sapeva.
E lo sapevano anche Seán. E Sara. E Nassos. E tutti gli altri.
Per anni, la legge ha insistito sul contrario.
Il 15 gennaio 2026, il Tribunale per i reati minori di Mitilene ha finalmente
chiuso un caso che si prolungava da oltre sette anni, assolvendo Seán Binder e
altri 23 volontari del soccorso.
La decisione ha posto fine ad uno dei procedimenti giudiziari più emblematici
contro gli operatori umanitari in Europa 2 – un caso il cui significato si è
dimostrato essere non una “ricerca di giustizia”, quanto uno strumento punitivo
e di controllo, perseguito attraverso lo sfinimento legale.
Binder, cittadino irlandese e volontario dell’Emergency Response Centre
International, era stato arrestato nell’agosto 2018 e aveva trascorso più di 100
giorni in detenzione preventiva. Lui e gli altri avevano affrontato accuse che
spaziavano dal favoreggiamento della migrazione irregolare, allo spionaggio,
alla partecipazione ad un’organizzazione criminale, reati che possono comportare
pene di confinamento pluridecennale in carcere.
Tali attività, presunte criminali, non facevano altro che inserirsi nel panorama
delle azioni che avevano costituito la risposta collettiva di Lesbo
all’emergenza umanitaria di quegli anni: monitoraggi, chiamate di emergenza,
coordinamento dei salvataggi, traduzione e collaborazione durante le operazioni
di ricerca e soccorso nell’Egeo.
In tribunale, tali capi di imputazione sono crollati. L’accusa non è riuscita a
dimostrare l’esistenza di alcuna finalità di profitto economico o di
sfruttamento, o la presenza di alcuna struttura criminale organizzata –
requisiti legali previsti dal diritto greco ed europeo per la persecuzione del
traffico di migranti irregolare. I giudici hanno riaffermato ciò che era sempre
stato evidente per chi era sulla riva: si trattava di atti umanitari, non
criminali.
L’assoluzione ha rivelato qualcosa di più grande del singolo caso in questione.
Ha mostrato come le politiche europee di frontiera si siano orientate nel corso
del tempo sempre più verso la securitizzazione, l’esternalizzazione e la
restrizione di vie legali per la protezione, trasformando il movimento umano in
qualcosa di sospetto.
In tale contesto, i volontari sono diventati infrastrutture alternative di
sopravvivenza, e le loro testimonianze hanno messo in crisi la narrazione
secondo cui la violenza di frontiera sarebbe qualcosa di accidentale ed
inevitabile, rivelando come la risposta Europea non sia mai stata davvero
rivolta all’accoglienza, ma alla criminalizzazione.
Binder ama l’odore dell’acqua di mare perché gli ricorda che i confini non sono
linee, ma correnti – irrequiete, intrecciate, vive. E che sulle rive di Lesbo,
tra il sale e il fumo ed il respiro delle erbe di montagna, salvare vite non è
mai stato un crimine.
Ecco perché lo temevano.
Non perché avesse infranto la legge, ma perché aveva dimostrato come fosse la
legge stessa a spezzarsi.
Perché aveva dimostrato come persone comuni, armate solo di radio, fari e
dell’ostinata convinzione che l’annegamento non può diventare prassi, erano
capaci di fare ciò che I governi si erano rifiutati di fare.
1. Il testo è stato scritto da Tatiana Svorou e la traduzione in italiano è
stata realizzata con il supporto di Roberta Cecconi.
Tatiana Svorou è un’analista impegnata nell’advocacy e una giornalista
indipendente che si occupa di migrazione forzata e politiche umanitarie. Il
suo lavoro si basa su esperienze maturate in Europa, Medio Oriente e Africa,
ed è stato pubblicato su Middle East Monitor, Le Monde, Independent
Australia e su diverse testate greche.
Roberta Cecconi ha approfondito, sia nel suo percorso di studi in
Antropologia presso l’Università di Torino sia nelle sue attività personali,
i temi delle migrazioni, delle violenze di frontiera, della detenzione e dei
diritti delle persone migranti ↩︎
2. ‘It was farcical’: Irish man Sean Binder found not guilty of people
smuggling in Greece – The Journal (15 gennaio 2026) ↩︎