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Grecia: salvarsi da un naufragio è sempre più spesso un crimine
In Grecia, il secondo gruppo più numeroso della popolazione detenuta è costituito da individui accusati di smuggling (traffico di esseri umani): un detenuto su cinque si trova in carcere per tale imputazione. Un dato che non si limita a restituire una mera statistica penitenziaria, ma rivela una precisa tattica giuridico-politica, funzionale a classificare tanto la società civile impegnata nelle attività di search-and-rescue quanto le stesse persone in movimento non solo quali nemici dello Stato, ma anche delle stesse persone in movimento, quindi di sé stesse. In questa prospettiva, le dichiarazioni del Ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo, Thanos Plevris, rilasciate dopo il naufragio del 3 febbraio al largo di Chios 1, assumono una rilevanza ancora più inquietante 2: un esplicito appello alla “guerra contro i migranti assassini, unici responsabili di quanto sta accadendo”, nel contesto di un Mar Egeo che, nel 2025, ha registrato circa 40 naufragi documentati e più di 600 morti dall’inizio del 2026 3. PH: Aegean Boat Report Inoltre, secondo PICUM 4, l’84% delle persone perseguite per attraversamento irregolare delle frontiere è accusato di aver guidato un’imbarcazione o un veicolo al momento dell’ingresso nel Paese, o di aver assistito, anche solo offrendo dell’acqua, i passeggeri a bordo. I processi durano in media dieci minuti, con avvocati nominati pochi minuti prima dell’udienza. Nella maggior parte dei casi gli imputati sono uomini soli, per lo più sudanesi 5. Una procedura che comprime in modo evidente le garanzie procedurali e sostanziali previste dallo stato di diritto, vanificando di fatto il diritto di difesa. Da gennaio 2026 si sono tenuti sette processi per smuggling nella sola Creta, affermano gli attivisti di De:criminalize 6. E, come se non bastasse, gli avvocati che assumono la difesa delle persone in movimento accusate di smuggling sono esposti a vere e proprie intimidazioni pubbliche. È il caso della ONG Human Rights Legal Project (HRLP) di Samos, che ha scelto di difendere la persona alla guida della barca coinvolta nel naufragio di Chios di febbraio 2026. Il Ministro greco della Migrazione non si è limitato a criticare: ha addirittura paragonato il lavoro di difesa dei diritti fondamentali svolto dall’ONG a quello di un’associazione a tutela dei diritti delle donne che difende lo stupratore 7. Tuttavia, il 21 febbraio, il quotidiano greco Ριζοσπάστης ha pubblicato la testimonianza di un ex comandante di un’unità navale della Guardia Costiera Ellenica (HCG), che fornisce un quadro dettagliato sull’operato della HCG, contrapponendosi alla narrazione del Ministro Plevris. “L’ordine è di ‘fermarli a ogni costo’. […] Soprattutto gli ufficiali di orientamento fascista trattano i migranti come nullità, come se fossero sotto-uomini, quasi animali. Non provano alcun rimorso. […] Sono convinti che questo sia il modo giusto per servire il loro Paese. […] In situazioni particolarmente critiche, cinque o sei membri delle unità speciali (KEA) intervengono: arrivano armate e con i cappucci neri, e picchiano i migranti” 8. Due elementi rendono il ricorso sistematico a procedimenti penali per smuggling particolarmente allarmante. Il primo è la severità della pena prevista dalla Legge 5038/2023: fino a dieci anni di reclusione per ciascuna persona trasportata, estendibili fino a quindici anni se sussiste pericolo per la vita delle persone a bordo. Il secondo elemento riguarda il requisito soggettivo del profitto economico, spesso ignorato nella prassi giudiziaria: la mera fuga o l’aver condotto un’imbarcazione al fine di salvare la propria vita viene qualificata come illecito penale, nonostante manchi il necessario intento di lucro o vantaggio economico. È il caso del signor Z., cittadino palestinese, il quale rischiava venticinque anni di detenzione per smuggling, dopo diciassette mesi di custodia cautelare ad Atene. Finalmente assolto il 21 gennaio sull’isola di Rodi, egli ha dichiarato: “Dal momento in cui sono arrivato in Europa, invece di trovare giustizia, sono stato vittima della più grande ingiustizia. Sono stato accusato di un crimine che non ho commesso e imprigionato. Ogni giorno in carcere sembra durare un anno e vivo nella paura e nell’angoscia costante per la mia famiglia, che ho lasciato sotto i bombardamenti a Gaza” 9. Oltre a trasformare la fuga in reato, l’uso abusivo del procedimento penale per smuggling e della detenzione preventiva genera un vero e proprio cortocircuito giuridico: impedisce l’accesso effettivo alla procedura di asilo e contravviene al principio di non-penalizzazione sancito dall’art. 31 della Convenzione di Ginevra, nonché dai Protocolli delle Nazioni Unite di Palermo. Esemplare è il caso Pylos 9: nove cittadini egiziani sopravvissuti al naufragio al largo di Pylos, in cui persero la vita oltre 650 persone nel giugno 2023, furono inizialmente accusati di smuggling e associazione a delinquere, prima di essere assolti per mancanza di giurisdizione. Pur avendo presentato domanda di asilo durante la detenzione, la loro istanza non fu mai trasmessa al Servizio di Asilo; conseguentemente, non poterono invocare la clausola di esenzione prevista dall’art. 3, comma 3, della Legge 5038/2023, che, recependo la Convenzione di Ginevra, esclude la responsabilità penale per smuggling dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale. Come opporsi quindi a questo dispositivo giuridico sistematico, totalmente illegittimo? Un mese fa si è concluso a Lesbo il processo – o forse sarebbe più corretto definirlo una vera e propria molestia giudiziaria – contro i 24 operatori umanitari della ERCI, accusati, tra l’altro, di smuggling. Dopo sette anni di limbo giuridico, durante i quali ogni attività di search-and-rescue nel Mar Egeo è stata di fatto paralizzata, gli imputati sono stati finalmente assolti. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Tuttavia, il rispetto dei diritti degli accusati è stato garantito solo grazie alla presenza di osservatori internazionali. Senza un monitoraggio esterno, il sistema giudiziario probabilmente non avrebbe assicurato né la piena tutela dei diritti fondamentali né il rispetto delle garanzie procedurali. Bisogna quindi agire: moltiplicare gli sforzi per difendere chi è ingiustamente accusato di smuggling; monitorare ogni processo, garantire la presenza di osservatori indipendenti, rendere pubbliche le pratiche delle corti; ricorrere al contenzioso strategico, costruire reti transnazionali di tutela, coordinare difese legali e iniziative di advocacy. Solo così si può trasformare l’eccezione abusiva in un’occasione di pressione legale e di responsabilizzazione dello Stato. Azioni come il CoSaH Database – un registro dei crimini contro la solidarietà e l’azione umanitaria a livello globale, pensato per individuare strategie legali di difesa e promuovere una advocacy internazionale – rappresentano un esempio concreto di questa strategia. Ma non è sufficiente: occorre estendere questo lavoro anche alle persone in movimento. Se la criminalizzazione è sistemica, anche la risposta deve esserlo: non episodica, non emergenziale, ma strutturata, coordinata, pubblica. Solo così sarà possibile sottrarre la solidarietà all’arbitrio e riportare il diritto alla sua funzione primaria: garantire libertà e diritti, non reprimerli. 1. Chios, Greece: Deadly tragedy following collision between Coast Guard vessel and boat carrying refugees – RSA (4 febbraio 2026) ↩︎ 2. Chios, 3 February 2026: A Collision, Fifteen Deaths, and a Growing Web of Contradictions, Aegean Boat Report ↩︎ 3. Ekathimerini-com (2025). Minister attributes Chios boat tragedy to ‘killer smugglers’ opposition demands full probe. ↩︎ 4. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 – Picum (aprile 2025) ↩︎ 5. From War to Prison: The Criminalization of Sudanese Refugees in Greece – de criminalize (14 novembre 2025); PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 6. Per ulteriori informazioni: De:criminalize ↩︎ 7. Per ulteriori informazioni: Public statement on the targeting and intimidation of HRLP and our staff ↩︎ 8. Ριζοσπάστης (2025). Μια αποκαλυπτική μαρτυρία που ρίχνει φως στα σκοτεινά γεγονότα στη Χίο [A revaling testimony that sheds light on the dark events in Chios] ↩︎ 9. De:criminalize (2025). Ziad is free – he has been acquitted. ↩︎
February 18, 2026
La Nemesi
Spyros Kontoulis, AEK Atene e Resistenza
Valerio Moggia ricorda la figura del calciatore e partigiano nella Resistenza greca al nazifascismo, un eroe in gran parte dimenticato del calcio ellenico ed europeo. AEK Atene e antifascismo vanno di pari passo, con diverse simbologie e messaggi di sinistra che compaiono nella curva occupata dagli Original 21, la tifoseria più politicamente schierata di Grecia. Radici che affondano nella storia
February 5, 2026
La Bottega del Barbieri
Grecia. Il processo ai soccorritori di Lesvos
TATIANA SVOROU 1 Dice che riesce ancora a sentire l’odore del sale depositarsi sulla riva di Katia, a Lesbo, mescolandosi talvolta a quello di un lontano nastro di plastica bruciata, proveniente dalla parte opposta. Un promemoria che i confini hanno un odore. Da lì, il mondo appare ingannevolmente semplice: l’Egeo luccica, le barche oscillano come minuscoli, ostinati segni di punteggiatura all’orizzonte. Il testimone dell’UNHCR aveva ragione: la visibilità era alta. Era possibile avvistare un’imbarcazione molto prima di poter attribuire dei nomi ai suoi passeggeri. Si potevano individuare i bambini, le madri che razionavano l’acqua rimasta, i padri che sussurravano preghiere affinché il motore non cedesse, affinché la notte fosse clemente. L’acqua salata rivela l’odore del panico, il sapore del coraggio. Rivela cosa significhi, per una giovane donna siriana, per un ragazzo afghano o per un volontario irlandese, muoversi verso la vita. Rivela un tempo in cui i gruppi WhatsApp sono diventati reti di salvezza e non cospirazioni, in cui il coordinamento delle Azioni di salvataggio si è fatto atto di cura umana, in cui gli autobus, i furgoni, i turni di veglia e le notti senza sonno sull’isola hanno rappresentato non ingranaggi di un crimine, ma prove fragili e ostinate di umanità. Nei rifugi di Moria, sulle rive di Skala Skamnia, sui sentieri ripidi vicino a Lepetimnos dove il tè di montagna scaldava mani tremanti – tutto questo era chiaro, perfino il mare lo sapeva. E lo sapevano anche Seán. E Sara. E Nassos. E tutti gli altri. Per anni, la legge ha insistito sul contrario. Il 15 gennaio 2026, il Tribunale per i reati minori di Mitilene ha finalmente chiuso un caso che si prolungava da oltre sette anni, assolvendo Seán Binder e altri 23 volontari del soccorso. La decisione ha posto fine ad uno dei procedimenti giudiziari più emblematici contro gli operatori umanitari in Europa 2 – un caso il cui significato si è dimostrato essere non una “ricerca di giustizia”, quanto uno strumento punitivo e di controllo, perseguito attraverso lo sfinimento legale. Binder, cittadino irlandese e volontario dell’Emergency Response Centre International, era stato arrestato nell’agosto 2018 e aveva trascorso più di 100 giorni in detenzione preventiva. Lui e gli altri avevano affrontato accuse che spaziavano dal favoreggiamento della migrazione irregolare, allo spionaggio, alla partecipazione ad un’organizzazione criminale, reati che possono comportare pene di confinamento pluridecennale in carcere. Tali attività, presunte criminali, non facevano altro che inserirsi nel panorama delle azioni che avevano costituito la risposta collettiva di Lesbo all’emergenza umanitaria di quegli anni: monitoraggi, chiamate di emergenza, coordinamento dei salvataggi, traduzione e collaborazione durante le operazioni di ricerca e soccorso nell’Egeo. In tribunale, tali capi di imputazione sono crollati. L’accusa non è riuscita a dimostrare l’esistenza di alcuna finalità di profitto economico o di sfruttamento, o la presenza di alcuna struttura criminale organizzata – requisiti legali previsti dal diritto greco ed europeo per la persecuzione del traffico di migranti irregolare. I giudici hanno riaffermato ciò che era sempre stato evidente per chi era sulla riva: si trattava di atti umanitari, non criminali. L’assoluzione ha rivelato qualcosa di più grande del singolo caso in questione. Ha mostrato come le politiche europee di frontiera si siano orientate nel corso del tempo sempre più verso la securitizzazione, l’esternalizzazione e la restrizione di vie legali per la protezione, trasformando il movimento umano in qualcosa di sospetto. In tale contesto, i volontari sono diventati infrastrutture alternative di sopravvivenza, e le loro testimonianze hanno messo in crisi la narrazione secondo cui la violenza di frontiera sarebbe qualcosa di accidentale ed inevitabile, rivelando come la risposta Europea non sia mai stata davvero rivolta all’accoglienza, ma alla criminalizzazione. Binder ama l’odore dell’acqua di mare perché gli ricorda che i confini non sono linee, ma correnti – irrequiete, intrecciate, vive. E che sulle rive di Lesbo, tra il sale e il fumo ed il respiro delle erbe di montagna, salvare vite non è mai stato un crimine. Ecco perché lo temevano. Non perché avesse infranto la legge, ma perché aveva dimostrato come fosse la legge stessa a spezzarsi. Perché aveva dimostrato come persone comuni, armate solo di radio, fari e dell’ostinata convinzione che l’annegamento non può diventare prassi, erano capaci di fare ciò che I governi si erano rifiutati di fare. 1. Il testo è stato scritto da Tatiana Svorou e la traduzione in italiano è stata realizzata con il supporto di Roberta Cecconi. Tatiana Svorou è un’analista impegnata nell’advocacy e una giornalista indipendente che si occupa di migrazione forzata e politiche umanitarie. Il suo lavoro si basa su esperienze maturate in Europa, Medio Oriente e Africa, ed è stato pubblicato su Middle East Monitor, Le Monde, Independent Australia e su diverse testate greche. Roberta Cecconi ha approfondito, sia nel suo percorso di studi in Antropologia presso l’Università di Torino sia nelle sue attività personali, i temi delle migrazioni, delle violenze di frontiera, della detenzione e dei diritti delle persone migranti ↩︎ 2. ‘It was farcical’: Irish man Sean Binder found not guilty of people smuggling in Greece – The Journal (15 gennaio 2026) ↩︎
Grecia. Assolti a Lesvos 24 volontari impegnati nel soccorso in mare
Dopo sette anni di limbo legale, il 15 gennaio 2025 la Corte di appello di Lesbo (Grecia) ha finalmente assolto i 24 operatori umanitari legati all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), ponendo fine ad un procedimento che li vedeva accusati di favoreggiamento all’immigrazione irregolare, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. Notizie GRECIA. A LESBO, IL SEARCH AND RESCUE SOTTO PROCESSO La minaccia per 24 operatori umanitari: 20 anni di prigione Ludovica Mancini 19 Dicembre 2025 In caso di condanna, avrebbero rischiato pene detentive fino a venti anni per la loro attività di salvataggio di vite umane svolte nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR). Al termine dell’udienza, durata ben più di undici ore e contrassegnata da frequenti e prolungate pause, il pubblico ministero ha riconosciuto l’inconsistenza delle imputazioni e ha richiesto l’assoluzione degli imputati. I giudici hanno quindi pronunciato la loro sentenza: sollevati da ogni accusa. IL CASO ERCI IN BREVE Chi: 24 operatrici e operatori umanitari (ERCI) Dove: Lesbo, Grecia Quando: fatti dal 2018 – assoluzione 15 gennaio 2025 Accuse: favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, riciclaggio, associazione a delinquere Esito: assoluzione piena in appello La decisione ha chiarito in modo inequivocabile che il procedimento non rappresentava altro se non una ‘perversa distorsione dell’attività umanitaria di salvataggio di vite umane’ e una vera e propria azione punitiva nei confronti delle operazioni di soccorso in mare, rendendo l’assoluzione l’unico esito possibile di un processo che, come sottolinea l’organizzazione Human Rights Watch, non sarebbe mai dovuto cominciare 1. A partire dagli arresti del 2018 e dalla conseguente custodia cautelare, protrattasi per ben più di 100 giorni nei confronti di alcuni degli operatori umanitari coinvolti, il caso è stato caratterizzato da una lunga serie di gravi irregolarità procedurali. Tra queste: la mancata traduzione di atti fondamentali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, capi d’imputazione vaghi, privi di una chiara attribuzione di responsabilità individuali, errori cronologici nelle accuse, nonché anni di rinvii reiterati. Solo dopo sette anni gli imputati hanno potuto finalmente prendere la parola in aula e rispondere alle accuse infondate. Questo momento ha messo in luce non soltanto le profonde ripercussioni personali di un simile limbo giuridico, ma anche le sue conseguenze sistemiche: la sospensione delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mar Egeo, dove, nel solo 2025, hanno perso la vita 280 persone. È quasi paradossale immaginare che, in un mondo giusto, le organizzazioni non governative (ONG) impegnate nelle operazioni di soccorso non dovrebbero nemmeno esistere. Tuttavia, poiché la realtà continua a smentire tale aspirazione, occorre ribadire come il dovere di salvare vite in mare grava primariamente sugli Stati in quanto obbligo positivo discendente dal diritto internazionale, come sancito, inter alia, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), dalla Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR) e dalla Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS). Inoltre, a livello europeo, l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela il diritto alla vita, anche in mare, imponendo obblighi positivi agli Stati membri, come ribadito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Safi e altri c. Grecia 2. PH: Ludovica Mancini Il diritto dell’Unione europea promuove inoltre il coordinamento e lo scambio di informazioni nelle operazioni SAR, anche con navi di proprietà privata (Raccomandazione (UE) 2020/1365 della Commissione europea). Invece di ricorrere a forme di accanimento giudiziario finalizzate a ostacolare gli atti di solidarietà, gli Stati dovrebbero adempiere ai propri obblighi, astenendosi sia dalla prassi illegale, crescente e sistematica, dei pushbacks, in violazione del principio di non-refoulement, sia dalla repressione dei difensori dei diritti umani. «Sono quasi morta in mare: è per questo che sono qui, per aiutare le persone. Non accetto di essere definita una trafficante», ha testimoniato Sara Mardini 3. Del resto, sin dall’inizio, le prove a sostegno di tali accuse erano del tutto inesistenti. Questa strumentalizzazione dell’apparato giudiziario si inscrive in un più ampio disegno politico perseguito dal Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo sotto la guida di Thanos Plevris, caratterizzato da un ricorso sempre più marcato a strumenti giuridici per limitare i diritti fondamentali delle persone in movimento e per criminalizzare la solidarietà. Se la Legge n. 5226/2025, adottata nel settembre 2025, ha istituzionalizzato, tra l’altro, la criminalizzazione del soggiorno irregolare, un disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento si spinge oltre, proponendo: 1) un inasprimento delle pene per il favoreggiamento dell’ingresso o del soggiorno irregolare, con aggravanti specifiche per i membri delle ONG e una pena minima di dieci anni di reclusione; e 2) la facoltà per il Ministero di cancellare un’ONG dal registro ufficiale qualora uno dei suoi membri sia sottoposto a procedimento penale, anche in assenza di condanna definitiva, consentendo di fatto la sospensione o lo scioglimento delle attività dell’organizzazione. Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Questa assoluzione deve costituire un precedente», ha sottolineato Séan Binder 4 dopo la sentenza. «Prestare assistenza umanitaria in mare è un obbligo, non un reato; utilizzare WhatsApp è normale, non una prova di criminalità; acquistare lavatrici per un campo profughi non trasforma una persona in un riciclatore di denaro» 5. Il verdetto nel caso ERCI rappresenta dunque un segnale chiaro e inequivocabile: la solidarietà e l’azione umanitaria non possono – e non devono – essere trattate come condotte criminali. 1. Humanitarians Cleared of Bogus Charges in Greece – Human Rights Watch (15 gennaio 2026) ↩︎ 2. Corte europea dei diritti dell’uomo (prima sezione), (2022). Safi e Altri c. Greece, ricorso no. 5418/15 ↩︎ 3. Nata a Damasco, Sara Mardini è una rifugiata siriana arrivata in Europa nel 2015 dopo aver attraversato il Mar Egeo insieme alla sorella Yusra. Durante la traversata, le due si gettarono in acqua per spingere a nuoto l’imbarcazione in avaria, salvando le persone a bordo. Dopo il suo arrivo in Europa, Sara è tornata a Lesvos come volontaria per prestare assistenza nelle operazioni di ricerca e soccorso. Nel 2018 è stata arrestata e accusata di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare per la sua attività. Dopo sette anni di procedimento penale, è stata assolta da tutte le accuse ↩︎ 4. Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse, Amnesty International (15 gennaio 2026); Front Line Defenders – case page ↩︎ 5. Helena Smith, (2025). Rights groups hail acquittal after seven years of aid workers prosecuted during Greece refugee Crisis –The Guardian (gennaio 2026) ↩︎
Grecia, Seán Binder e altri 23 attivisti assolti da tutte le accuse. Soccorrere migranti non è reato
Oggi, 15 gennaio, la Corte d’Appello di Lesbo, in Grecia, ha emesso un verdetto di assoluzione al termine del procedimento a carico di Seán Binder, volontario impegnato nelle operazioni di soccorso, e di altre 23 persone imputate insieme a lui. Commentando la decisione della corte di assolvere Seán Binder, insieme agli altri imputati, da tutte le accuse, tra le quali presunta appartenenza a un’organizzazione criminale, frode, riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’ingresso irregolare, Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha dichiarato: “La sentenza di oggi è un sollievo che attendevamo da tempo per Seán, per i suoi amici, la sua famiglia e tutte le persone che lo hanno sostenuto, ma anche per la società civile in Grecia e altrove. Pur accogliendo con favore questo esito, Amnesty International ribadisce ancora una volta che queste accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale. I diritti umani di Seán sono stati violati e la sua vita è rimasta sospesa per molti anni. Ci auguriamo che la decisione di oggi invii un messaggio forte alla Grecia e agli altri Stati europei: la solidarietà, la vicinanza e la difesa dei diritti umani devono essere tutelate e valorizzate, non punite. Anche l’Unione Europea deve prendere atto di questa sentenza e introdurre garanzie più solide contro la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria nel proprio diritto. Nessuno dovrebbe essere punito per aver cercato di aiutare.” Seán Binder ha dichiarato: “Oggi la corte ha preso l’unica decisione possibile, alla luce della debole base giuridica delle accuse e delle fragili prove presentate dall’accusa. È un enorme sollievo sapere che non trascorrerò i prossimi 20 anni in carcere, ma allo stesso tempo è profondamente preoccupante che questa sia stata anche solo una possibilità. “Oggi è stato chiarito, come avrebbe sempre dovuto essere, che fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato; che usare WhatsApp è normale, non la prova di un reato; che acquistare lavatrici per un campo profughi non rende una persona responsabile di riciclaggio di denaro. Questa assoluzione deve costituire un precedente,” ha concluso Binder. Ulteriori informazioni Seán Binder era sotto processo davanti alla Corte d’Appello di Lesbo nell’ambito di un procedimento penale legato ad attività di soccorso alle persone migranti. Rappresentanti di Amnesty International hanno assistito al processo. Amnesty International
January 15, 2026
Pressenza
Tra le macerie del neoliberismo urbano
-------------------------------------------------------------------------------- Atene. Foto Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per Natale, un amico mi ha regalato un libro che invito tutti a leggere: Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano, di Antonio Di Siena. Parla di quello che sta succedendo nella dimenticatissima Grecia, per poi parlare di tutto il Sud Europa – Portogallo, Spagna e Italia compresi. Tutti ricordano la grande crisi greca attorno al 2010, con un referendum che respinge le condizioni capestro imposte dall’Unione europea per un prestito, referendum poi respinto a sua volta dal governo: si è passati poi a permettere i licenziamenti senza motivazioni, a tagliare le pensioni e a sospendere le contrattazioni collettive. In particolare, si è imposto di far pagare la crisi delle banche ai debitori, i milioni di greci che prima della crisi avevano fatto un mutuo per la casa o per far studiare i figli: da qui centinaia di migliaia di case private messe all’asta online. Con le banche che facevano di tutto quindi per impedire la restituzione dei debiti. Case poi riciclate nell’industria internazionale degli affitti brevi. Ad Atene oggi “gli host mono annuncio, il piccolo proprietario che affitta la casa della nonna, generano appena il 15-20 per cento del mercato short term rental. Tutto il resto è appannaggio di società immobiliari, gestori multipli e property manager”. Per inciso, a Firenze il 69,7 per cento degli annunci è attualmente gestito da host imprenditoriali con tante proprietà. Il libro racconta tante storie di questi giorni ad Atene. Che sono le storie di tutta l’Europa meridionale, in cui tutti noi ci riconosciamo (Antonio Di Siena presenta anche una tesi fondamentale, quello del welfare surrogato, che però merita un approfondimento a parte.). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tra le macerie del neoliberismo urbano proviene da Comune-info.
December 26, 2025
Comune-info
La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di centri di rimpatrio per migranti in Africa 1. In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti anche dalla Germania. Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione “illegale” verso l’Europa. «Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai confini dell’Unione Europea, in Africa.» Thanos Plevris, Reuters 2. Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune. Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3. Notizie/Regolamenti UE “PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE  Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza Redazione 10 Dicembre 2025 Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere, introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il rimpatrio). In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità analoga a quella adottata dall’Italia in Albania. Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata, incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva, dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a rafforzarsi. Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa. Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a limitare l’accesso ai paesi UE. Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per militarizzare i confini. Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea: il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015 (Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia, per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti. I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania. Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo a una crescente militarizzazione dei confini. Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i passaggi di persone attraverso le frontiere europee. In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni. Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti. La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro oltre i confini dell’Unione. Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i migranti prima che raggiungano il territorio europeo. Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro). Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di comando fissi regionali e nazionali. La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e oltre. Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo reale a un centro di comando. La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio. Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come rifugiate in Grecia. In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni politiche. Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5, avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della protezione. I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo dei corpi migranti. Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled Access Centers (CCACs). Approfondimenti GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti. Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in ritardo. Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere generale degli individui. Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso nascoste, in cui le violenze sono continue. Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi. In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di deterrenza. Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del diritto di asilo delle soggettività in movimento? Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean) 1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19 novembre 2025) ↩︎ 2. Qui l’articolo ↩︎ 3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎ 4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29 novembre 2025) ↩︎ 5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎
Grecia. A Lesbo, il search and rescue sotto processo
Dal 2015 al settembre 2025, secondo i dati dell’UNHCR, 20.036 persone sono morte o risultano disperse nel Mar Mediterraneo. Mentre i governi degli Stati frontalieri dell’Unione Europea si adoperano per ‘proteggere’ le proprie frontiere, anche a costo di perdite di vite umane, coloro che tentano di salvarle – attraverso operazioni di search and rescue, dando attuazione all’obbligo giuridico internazionale di prestare soccorso in mare – vengono sempre più frequentemente criminalizzati e sottoposti a procedimenti penali. Approfondimenti GRECIA. QUANDO I DIRITTI DIVENTANO REATO La criminalizzazione della solidarietà e la sfida della società civile alle politiche migratorie governative Ludovica Mancini 12 Novembre 2025 In Grecia, non sembrano bastare né la strage di Pylos del giugno 2023, né le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – ad esempio A.R.E. c. Grecia 1 che condanna la pratica sistematica dei pushbacks da parte della Repubblica Ellenica – né i numerosi shadow reports di varie ONG 2, per orientare l’azione dei decisori politici verso la creazione di percorsi legali e sicuri per i richiedenti asilo diretti verso l’Unione Europea. Il vero ‘problema’ politico, infatti, continua a essere chi presta soccorso. Una qualificazione che, sotto il profilo giuridico, risulta profondamente controverso. Il 4 dicembre 2025 3, ventiquattro difensori dei diritti umani, tra cui Séan Binder, Athanasios (Nassos) 4 Karakitsos e Sarah Mardini, sono stati chiamati a comparire davanti alla Corte d’Appello di Mitilene (Lesbo, Grecia), a sette anni dal loro primo arresto, avvenuto nel febbraio 2018 5. Sette anni di limbo legale, di informazioni non chiare sulle accuse, di gravi errori procedurali e di rinvii reiterati, che hanno reso evidente – come affermato dall’avvocato Zacharias Kesses, difensore di sei degli imputati – come “al cuore di questo caso vi sia un tentativo delle autorità di criminalizzare l’assistenza umanitaria, al fine di allontanare da Lesbo tutte le organizzazioni attive nel settore”. Per l’attività volontaria di salvataggio di vite umane svolta nell’ambito delle operazioni di search and rescue, i ventiquattro operatori umanitari sono imputati dei reati di costituzione e partecipazione a un’organizzazione criminale ai sensi dell’articolo 187 del Codice Penale, di favoreggiamento dell’ingresso irregolare di cittadini stranieri ai sensi degli articoli 29 e 30 della Legge sugli Stranieri n. 4251/2014, nonché di riciclaggio di denaro ai sensi degli articoli 1, 2, 4 e 45 della legge n. 3691/2008; in caso di condanna, essi rischiano pene detentive fino a venti anni di reclusione immediata. Le accuse si fondano prevalentemente sull’attività della Emergency Response Centre International (ERCI) – di cui gli imputati facevano parte – organizzazione civile di soccorso regolarmente registrata, attiva tra il 2015 e il 2018 lungo la rotta di attraversamento dalla Turchia verso la Grecia, mediante l’impiego di due imbarcazioni, turni di avvistamento notturno e servizi di assistenza medica e logistica. È opportuno sottolineare che la ERCI operava in collaborazione con la Guardia Costiera Ellenica. A partire dal 2018, è stata avviata una persecuzione penale abusiva nei confronti degli operatori umanitari, caratterizzata da gravi vizi procedurali e sostanziali, in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto penale e con gli obblighi internazionali di soccorso in mare. Ne sono prova, tra l’altro, le condizioni della custodia cautelare antecedenti al rilascio in attesa della prosecuzione del procedimento – con fino a diciotto persone per stanza e soli due servizi igienici – la mancata traduzione dell’atto di accusa e di altri documenti essenziali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, la vaghezza delle accuse, prive di una puntuale individuazione delle responsabilità individuali e affette da errori temporali, nonché i rinvii pluriennali del processo. La presenza di tali vizi ha attirato l’attenzione della comunità internazionale: Amnesty International ha più volte chiesto l’archiviazione di tutte le accuse, oltre che essere presente al processo, così come altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights 6. Durante l’udienza di dicembre 2025 si sono tuttavia registrati alcuni segnali di miglioramento, tra cui la presenza dell’UNHCR, di due ufficiali della Guardia Costiera – interrogati dagli avvocati al fine di chiarire ai giudici il contesto delle operazioni di soccorso – nonché dei liaison officers e del comandante della Guardia Costiera di Lesbo. Il processo è stato tuttavia nuovamente rinviato ai giorni 16 e 17 gennaio 2026. Questo caso non costituisce un’anomalia nel contesto europeo: nel solo 2024, almeno 142 persone – di cui 62 in Grecia – sono state deferite alla giustizia per la loro attività di assistenza umanitaria 7. Tale tendenza crescente appare chiaramente riconducibile a una precisa volontà politica di eludere la tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, anche attraverso la sistematica mancata protezione e criminalizzazione dell’azione umanitaria. Ancora più allarmante è il fatto che le persone accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare siano soprattutto i sopravvissuti a naufragi. Secondo PICUM 8, l’84% dei soggetti sottoposti a imputazione per attraversamento irregolare delle frontiere viene incriminato per aver guidato un’imbarcazione o condotto un veicolo oltre confine, ovvero per una presunta assistenza nella gestione dei passeggeri a bordo. Nel solo 2024, tali procedimenti hanno coinvolto 91 persone – di cui 45 in Grecia – e si sono svolti con una durata media di appena dieci minuti, spesso in assenza di un’adeguata traduzione e di un’effettiva istruttoria probatoria con imputati detenuti prima ancora dell’inizio del processo 9. Ciò evidenzia una chiara volontà di criminalizzare la condizione stessa di migrante e di penalizzare la loro fuga. Come afferma Free Humanitarians, ONG impegnata nella tutela degli operatori umanitari vittime di criminalizzazione per la loro assistenza alle persone in movimento, le autorità, anziché perseguire attività umanitarie regolarmente registrate e autorizzate, dovrebbero riconoscere e valorizzare le competenze e le risorse che le organizzazioni non governative mettono a disposizione – soprattutto laddove le risposte statali risultino carenti o inefficaci. 1. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo A.R.E. contro Grecia 15783/21, 7 gennaio 2025 ↩︎ 2. Vedi, tra l’altro: Greek Council for Refugees (2024), At Europe’s Borders: Pushbacks Continue as Impunity Persists; AIDA (2025), Country Report on Greece – Update on 2024 ↩︎ 3. Grecia: archiviare le accuse contro Seán Binder, Amnesty International (17 novembre 2025) ↩︎ 4. Documentario “La storia di Seán Binder” ↩︎ 5. Front Line Defenders – case page ↩︎ 6. Watch Trial of aid workers accused of migrant smuggling set to start on Lesvos, eKathimerini (4 dicembre 2025); Solidarity on Trial in Greece, HRW (3 dicembre 2025) ↩︎ 7. PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 8. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024, Picum (aprile 2025) ↩︎ 9. Ibid ↩︎