
Libia orientale, fosse comuni e centri di detenzione “clandestini”
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, January 22, 2026La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya, nella provincia di Brega, in Libia orientale, è l’ultima macabra scoperta in un Paese noto per le violenze sistematiche subite da persone migranti e rifugiate. Secondo il post di Refugees in Libya che riporta le testimonianze dei sopravvissuti, almeno 21 persone sarebbero state sequestrate, detenute arbitrariamente, torturate e infine uccise a sangue freddo. Donne e uomini imprigionati, abusati e giustiziati.
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Ad amplificare la denuncia di questa ennesima pagina nera è Mediterranea Saving Humans: «La scoperta di fosse comuni nella zona di Ajdabiya porta alla luce l’ennesimo orrore consumato ai danni di rifugiati, migranti e persone apolidi». Per la Ong, l’arresto “formale” di un sospetto non è sufficiente. «Sappiamo che questi luoghi possono esistere perché non solo sono tollerati, in cambio di denaro, dalle autorità governative, ma sono anche funzionali al trattenimento e confinamento dei migranti, su diretto mandato di Italia e Unione Europea».
Le uccisioni sarebbero avvenute in un’area sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, con il quale l’Italia, insieme a Turchia e Stati Uniti, sta rafforzando accordi economici e militari, anche sul cosiddetto contrasto all’immigrazione irregolare. «Mai abbiamo sentito pronunciare dai nostri governi una pregiudiziale sui diritti umani che vincolasse ogni rapporto e ogni accordo al loro rispetto in Libia», accusa Mediterranea. Per l’organizzazione, «se confermati, questi fatti configurano gravi crimini internazionali» e devono essere deferiti alla Corte penale internazionale «per garantire indagini indipendenti e la piena attribuzione delle responsabilità per crimini contro l’umanità».
In questo contesto di violenza diffusa, arriva anche la notizia della liberazione di 221 persone migranti – tra cui donne, bambini e un neonato – detenuti per quasi due anni in una prigione sotterranea segreta nella città meridionale di Kufra, un nodo strategico sotto il controllo delle forze fedeli ad Haftar. Secondo le autorità di sicurezza libiche, le persone liberate erano trattenute «in condizioni umanitarie estremamente precarie». L’operazione ha portato alla scoperta di un sito di detenzione illegale, scavato a circa tre metri di profondità e presumibilmente gestito da una rete di trafficanti di esseri umani. Da sottolineare che spesso queste “scoperte” servono a lanciare segnali: da un lato ai gruppi che non pagano tangenti, dall’altro all’opinione pubblica – anche internazionale -, per mostrare un’apparente efficienza e tutela dei diritti umani. Nel frattempo, nell’ombra, continuano a proliferare altri centri di detenzione “clandestini”, controllati da gruppi armati in diverse aree e di fatto tollerati o collegati dalle autorità.
Mediterranea denuncia intanto un nuovo e grave passo nella “cooperazione” tra Italia, Unione europea e autorità della Libia orientale. Il governo italiano, con fondi della Commissione europea, è pronto a realizzare un nuovo Centro di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC/RCC) a Bengasi, duplicando la struttura già attiva a Tripoli dal 2017. «In realtà non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio – denuncia la Ong – ma di una sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica».
Secondo Mediterranea, il nuovo centro, finanziato anche con 3 milioni di euro dello European Peace Facility, estenderà alla Cirenaica il sistema dei “pullback”, ossia le intercettazioni in mare, consentendo respingimenti indiretti e deportazioni verso la Libia, in violazione dei diritti fondamentali e della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012. Particolarmente grave, sottolinea l’organizzazione, è la localizzazione del centro in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, come la brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar.
«Non vogliono salvare vite, ma rendere le catture e i respingimenti dal mare più efficienti e invisibili», afferma Laura Marmorale, presidente di Mediterranea. «Con il centro di Bengasi, il governo italiano esporta il modello Tripoli anche nei territori di Haftar, rafforzando il ruolo di milizie responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Ci chiediamo se sia legale che questo avvenga con l’impiego di ingenti risorse pubbliche, europee e italiane».
Per Mediterranea, il filo che collega Ajdabiya, Kufra e Bengasi è «il risultato prevedibile di un sistema violento e strutturale», costruito anche dalle politiche europee e italiane di esternalizzazione delle frontiere. «Non si tratta di gestione delle migrazioni: è violenza sistemica, responsabilità politica e complicità».
Continuiamo a chiedere la cessazione di qualsiasi accordo con la Libia, verità e giustizia per tutte le persone uccise, scomparse e torturate nel nome del controllo delle frontiere.